SANREMO 2018. Ermal Meta e Fabrizio Moro: “Non mi avete fatto niente”. Vincere l’odio con l’amore si può, ma senza relativismo

“Non mi avete fatte niente” è la canzone di Fabrizio Moro ed Ermal Meta premiata con il Leone d’oro al Festival di Sanremo 2018. Una vittoria auspicata da tanti per un brano certamente significativo e un’interpretazione davvero intensa da parte dei due artisti, in cui la voce morbida e calda di Meta mitiga e stempera quella graffiante di Moro. Ogni canzone però si compone di musica e parole, per cui non bisogna limitarsi alla dimensione emotiva suscitata dalla sua musicalità, ma è opportuno soffermarsi adeguatamente anche a riflettere sul significato profondo del testo, a partire dalla sua genesi.

È stata una commovente lettera che il parigino Antoine Leiris postò su Facebook all’indomani della strage del Bataclan del 13 novembre 2015 in cui rimase uccisa sua moglie a ispirare il testo della canzone “Non mi avete fatte niente” di Moro e Meta. Eccola:

 «Venerdì sera avete rubato la vita di una persona eccezionale l’amore della mia vita, la madre di mio figlio, eppure non avrete il mio odio. Non so chi siete e non voglio neanche saperlo. Voi siete anime morte. Se questo Dio per il quale ciecamente uccidete ci ha fatti a sua immagine, ogni pallottola nel corpo di mia moglie sarà stata una ferita nel suo cuore. Perciò non vi farò il regalo di odiarvi (…). L’ho vista stamattina finalmente, dopo notti e giorni d’attesa. Era bella come quando è uscita venerdì sera, bella come quando mi innamorai perdutamente di lei più di 12 anni fa. Ovviamente sono devastato dal dolore, vi concedo questa piccola vittoria, ma sarà di corta durata (…). Siamo rimasti in due, mio figlio e io, ma siamo più forti di tutti gli eserciti del mondo. Non ho altro tempo da dedicarvi, devo andare da Melvil che si risveglia dal suo pisolino. Ha appena 17 mesi e farà merenda come ogni giorno e poi giocheremo insieme, come ogni giorno, e per tutta la sua vita questo petit garçon vi farà l’affronto di essere libero e felice. Perché no, voi non avrete mai nemmeno il suo odio».

“La musica serve per trasformare l’odio in amore, ma ci vuole anche l’educazione”. Con queste parole  Fabrizio ha risposto ai giornalisti in sala stampa nel merito del significato del testo della canzone. Gli ha fatto subito eco Ermal: “Qualcosa ti può entrare come una spina, ma sta a te trasformarla in fiore”.

 Il leit motiv del brano dei due cantautori risiede proprio nella possibilità dell’uomo di non ripagare il male con il male, la violenza subita con sentimenti di odio e di vendetta, ma di vincere il male con il bene, sconfiggendo l’odio con l’amore per costruire un mondo più umano e fraterno. Se questo messaggio è senza dubbio profondamente condivisibile da credenti e non credenti, sembra però non sia altrettanto facile, per i due artisti, riconoscerne esplicitamente l’impronta cristiana. A tal proposito è doveroso precisare che l’essere umano non possiede in se stesso e naturalmente la capacità di trasformare il male in bene, l’odio in amore, ma può farlo esclusivamente se il Creatore gliene offre la possibilità attraverso il dono della sua grazia. Nessun altro uomo se non il Dio-Uomo, Cristo Gesù, e con Lui e in Lui schiere innumerevoli di martiri provenienti da ogni angolo della terra, hanno avuto ed hanno parole di perdono per i propri carnefici.

Ecco perché se è doveroso “dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio” non può esser accolta con lo stesso favore la consueta solfa relativista che pone tutte le religioni sullo stesso piano, allorquando il brano recita: «C’è chi si fa la croce e chi prega sui tappeti. Le chiese e le moschee, l’Imàm e tutti i preti, ingressi separati della stessa casa. Miliardi di persone che sperano in qualcosa». È vero, siamo tutti figli di un solo Padre, ma credere in Allah o nel Dio di Gesù Cristo non è evidentemente indifferente. In nessuna sura del Corano si legge: “Amate i vostri nemici”, né dalla vita di Maometto si apprende che il vertice dell’amore sia il perdono, laddove invece la sublimità del cristianesimo risiede proprio nella novità dell’amore oblativo del Padre, il quale offre la vita del Figlio per la vita del mondo e in questo modo trasforma il più atroce supplizio per un condannato a morte nel più nobile atto d’amore che sia mai stato compiuto nella storia umana. La salvezza di tutto il genere umano ha dunque un prezzo molto alto da pagare: il sangue preziosissimo del Figlio di Dio.

Pertanto se è in conformità al messaggio evangelico che il parigino Antoine Leiris si ‘impose’ di non odiare i carnefici della moglie e constatò con dolore quanto la morte di lei sia stata “una ferita nel cuore di Dio” allora, cari Ermal Meta e Fabrizio Moro, dovreste ammettere con chiarezza che un dio non vale l’altro!

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidianana

“L’innesto”: la commedia pro life di Luigi Pirandello

Si è abituati fin dai banchi di scuola a conoscere Luigi Pirandello soprattutto per il conflitto di personalità de “Il fu Mattia Pascal” e la crisi d’identità di Vitangelo Moscarda, protagonista dell’altro celebre romanzo “Uno, nessuno e centomila”. L’uomo e le sue maschere, il contrasto tra la vita e le sue forme, il confine tra la vita e il teatro, l’umorismo e il relativismo conoscitivo ed etico sono certamente alcuni dei temi principali cari allo scrittore agrigentino. Alcuni di questi si compenetrano nel grande capolavoro metateatrale dei “Sei personaggi in cerca d’autore”, che inaugura una capacità drammaturgica inedita di un teatro che si guarda allo specchio per aver modo di rivedere in maniera riflessa le proprie trame, i propri schemi e meccanismi.

Tra le opere che costituiscono la vasta produzione dello scrittore siciliano c’è anche “L’innesto”, una commedia in tre atti considerata minore dalla critica e per questo raramente rappresentata. Scritto nel 1917, “L’innesto” è stato messo in scena per la prima volta nel 1919. Si tratta di un’opera sconosciuta spesso anche agli stessi cultori di Pirandello probabilmente proprio a motivo della marginalità cui è relegato sul piano sociale il tema che affronta, quello dell’aborto. Onore dunque al merito della compagnia “La Piccola Crocchia” del Teatro La Mennola di Salerno, che l’ha rappresentata con la regia di Flavio Donatantonio.

La commedia racconta la vicenda di Laura Banti, sposata da sette anni con suo marito Giorgio, dal quale però non riesce ad avere figli. Nella tranquillità della loro vita coniugale irrompe all’improvviso un evento drammatico: Laura subisce una violenza carnale. Viene così brutalmente leso anche l’onore di suo marito. Tale violenza sessuale subita da Laura si rivela naturalmente gravida di conseguenze traumatiche anche sul piano psicologico e viene assimilata dal genio di Pirandello a una metafora, quella dell’innesto, che dà il titolo all’opera. L’innesto è una pratica agronomica che affiora coi suoi dettagli nel racconto dell’esperienza del giardiniere di casa Banti:

Filippo: Eh, ma l’arte ci vuole! Se non ci hai l’arte, signora, tu vai per dar vita a una pianta, e la pianta ti muore.

Laura: Perché può anche morirne, la pianta?

Filippo: E come! Si sa! Tu tagli – a croce, mettiamo – a forca – a zeppa – a zampogna – c’è tanti modi d’innestare! – applichi la buccia o la gemma, cacci dentro uno di questi talli qua; leghi bene; impiastri o impeci – a seconda -; credi d’aver fatto l’innesto; aspetti… – che aspetti? Hai ucciso la pianta. – Ci vuol l’arte, ci vuole! Ah, forse perché è l’opera d’un villano? D’un villano che, Dio liberi, se con la sua manaccia ti tocca, ti fa male? Ma questa manaccia… Ecco qua. Qua c’è una pianta. Tu la guardi: è bella, sì; te la godi, ma per vista soltanto: frutto non te ne dà! Vengo io, villano, con le mie manacce; ed ecco, vedi? Comincia a sfrondarla, per fare l’innesto; parla e agisce, prendendosi tutto il tempo che bisognerà per compire l’azione. Pare che in un momento t’abbia distrutto la pianta: ho strappato: ora taglio, ecco; taglio – taglio – e ora incido – aspetta un poco – e senza che tu ne sappia niente, ti faccio dare il frutto. – Che ho fatto? Ho preso una gemma da un’altra pianta e l’ho innestata qua.

Con queste parole Pirandello illustra metaforicamente quanto accaduto a Laura, mostrando da subito come persino un’azione così brutale commessa da un ignoto avventore possa trasformarsi addirittura in un innesto fecondo per la stessa pianta. In questo modo una ferita profonda nell’anima e nel corpo di Laura si rivela nel contempo foriera di vita nuova, capace cioè di far germogliare una pianta che sembrava destinata a non produrre alcun frutto. Laura porta infatti nel proprio grembo il frutto della violenza subita. Tuttavia non può una madre dimenticarsi del frutto delle proprie viscere, la sua carne è chiamata a essere utero che accoglie. Così la carne di Laura, rivivificata dall’amore, diviene capace di perdonarsi e di aprirsi, senza l’ombra di un’esitazione, alla vita che ospita in sé.

«Omnia vincit amor», scriveva Virgilio. È l’amore soltanto il balsamo che guarisce e l’unguento che cicatrizza le sue ferite e che colma i monti dell’orgoglio del marito Giorgio che vorrebbe invece immediatamente farla abortire perché non riesce ad accettare quel figlio che non gli appartiene e lo scandalo che ne sarebbe derivato. Ma Laura sa bene che l’aborto sarebbe solamente un presunto «rimedio più odioso del male»rappresentato dalla violenza già perpetrata nei suoi confronti. Grazie al suo coraggio e alla sua determinazione, Laura riesce alla fine a vincere con l’amore l’ostilità del marito nei confronti del bruto violentatore e, proprio in forza dell’amore per il suo sposo, convince Giorgio ad accogliere il figlio come proprio.

Purtroppo le storie drammatiche di innesti, cioè di figli non abortiti dalle loro madri nonostante fossero frutto di stupri, giungono sino ai giorni nostri. Storie di bimbi partoriti e magari affidati alla nascita a una madre adottiva, perché con la loro semplice presenza avrebbero forse ulteriormente scavato in una ferità già in sé tanto difficile da rimarginare nel cuore delle loro madri. Eppure anche nel caso dello stupro esiste un solo diritto, quello alla vita. Certamente la violenza sessuale è, dopo l’omicidio, la violazione più grave che si possa commettere contro la dignità della donna. Tuttavia il il figlio di una violenza non ha alcuna colpa; sarebbe soltanto, in caso di aborto, un’ulteriore vittima innocente. Infatti se sua madre si decidesse per l’aborto andrebbe soltanto ad aggiungere alla ferita che le è stata brutalmente inferta un’altra ferita di cui sarebbe invece direttamente responsabile.

Anche la moglie dell’attore Martin Sheen avrebbe potuto essere abortita perché frutto di uno stupro. Ma quell’amore speciale che ogni madre nutre per ciascuno dei suoi figli fu in grado di colmare l’odio per l’oltraggio subito. Così l’attore americano può oggi ringraziare sua suocera che, accogliendo sua figlia, le ha donato la compagna di una vita intera.

“L’innesto” pirandelliano ha ispirato recentemente anche il film “La scelta” di Michele Placido con Raul Bova e Ambra Angiolini al cinema dal prossimo 2 aprile. La storia di Laura Banti, come quella di ogni donna violentata che porti in grembo il frutto di un abuso, testimoniano chiaramente che per quanto una madre possa sforzarsi di soffocare l’impeto naturale d’amore nei confronti del figlio della propria carne, non riesce a spegnerlo. Tale amore materno si ridesta infatti traboccante nel suo cuore come un’onda in grado di travolgere anche le dighe del più becero orrore pur di raggiungere quel cuoricino che già batte accanto al suo.

Fonte: Aleteia

Musica e cabaret: le “mille voci” di Francesco Cicchella al Teatro Romano di Grumento Nova

Massimo Ranieri, Tiziano Ferro, Adriano Celentano, Fabio Concato, ma anche Cocciante, Michael Bublè e soprattutto Gigi d’Alessio sono solo alcune delle “mille voci” che riecheggiano nella performance di Francesco Cicchella al Teatro Romano di Grumento Nova nell’ambito della rassegna teatrale estiva promossa dal Consorzio “Teatri Uniti di Basilicata”.

Napoletano, vincitore dell’edizione 2015 di Tale e quale show proprio per l’interpretazione a tutto tondo di Massimo Ranieri nell’ultima puntata della trasmissione televisiva in onda su Rai1, il comico e imitatore di Made in Sud Francesco Cicchella diverte molto il pubblico presente che applaude costantemente tra le risate la sua capacità camaleontica di trasformarsi, vestendo i panni di tanti artisti con una fedeltà vocale e mimica straordinariamente aderente al personaggio impersonato. Per questo motivo quando imita Massimo Ranieri canta mentre fa le flessioni; quando impersona Tiziano Ferro ne accentua vocalizi e movenze; quando interpreta Michael Bublé si muove e canta con voce calda nel solco di Frank Sinatra.

Tra una parodia e l’altra di testi di celebri canzoni egli si racconta anche con ironia: “La prima canzone che ho imparato a suonare al pianoforte è questa”, esclama mentre accenna al piano le note della sigla del Maurizio Costanzo Show. Di qui il comico napoletano confessa al suo pubblico di avere la “malattia degli imitatori, ossia quella che ti fa parlare con le voci dei personaggi che imiti anche nella vita normale”. Sicuramente una piacevole malattia, se si considera che l’ha spinto a raccontare le cronache quotidiane della propria vita familiare, tra cui una rincorsa della madre a suo fratello, con la voce del compianto Bruno Pizzul. Insomma uno show davvero esilarante che potrà essere apprezzato anche il prossimo 11 agosto alle 21 presso il Parco Tarantini di Maratea.

Fonte: FarodiRoma

Il mito di Prometeo tra Adamo e Lucifero: il recital di Alessandro Preziosi al Teatro Romano di Grumento Nova

“Guardatemi io sono un dio e guardate che cosa mi hanno fatto gli dei! Guardate che oltraggio devo subire, tormentato per un tempo infinito!”. È questo il grido straziante che erompe tra le rocce del Caucaso. Lo pronuncia Prometeo, il più intelligente tra i Titani della mitologia greca, colui che, in virtù della sua astuzia, osa sottrarre il fuoco agli dei perché gli uomini beneficino di tale invenzione. La sua presunzione (hybris) sarà però duramente punita da Zeus che, dopo averlo fatto legare a una rupe, manda ogni giorno un’aquila a dilaniargli il fegato che puntualmente gli ricresce.

Questo il mito che è riecheggiato tra le rovine del Teatro Romano di Grumento Nova, grazie a un’intensa interpretazione dell’attore Alessandro Preziosi. Egli ha dato voce all’eroe greco in un reading di grande spessore nell’ambito della rassegna teatrale estiva promossa dal Consorzio “Teatri Uniti di Basilicata”. Cuore del recital è stato naturalmente il Prometeo Incatenato, l’unica tragedia superstite della trilogia di Eschilo dedicata al Titano. Ma nelle pagine ripercorse magistralmente dalla voce grave e profonda di Preziosi c’è spazio anche per Simone Weil, Goethe, Lord Byron, la Genesi e San Paolo, che contribuiscono a delineare un personaggio multiforme, che assume diversi volti, da quello di Adamo, che oltrepassa il proprio limite cibandosi del frutto proibito della conoscenza del bene e del male, a quello di Lucifero che, incurante delle leggi umane e divine si rivela, additando se stesso come dio, quale novello “figlio della perdizione”. Insomma in scena “non c’è solo il Prometeo incatenato riconosciuto dal mito, ma un uomo, un uomo solo, che si interroga e si arrovella, quasi si divora, nella sua incontenibile esigenza di dialogo con uomini e dei, nel chiedersi ossessivamente cosa sia il Bene e cosa sia il Male, interprete dell’eterno afflato di assoluto che contraddistingue propriamente la nostra natura umana, e si dibatte nella presunta colpa di aver voluto carpire ciò che deve restare Mistero”.

Fonte: FarodiRoma

The carnage – I cannibali: dal film di Polański al Teatro dell’Angelo

Una tragicommedia sulla crisi dei rapporti umani

Basato sull’opera teatrale “Il dio del massacro” della scrittrice francese Reza Yasmina, cui si è ispirato Roman Polański con l’omonimo film del 2011, “The Carnage – I Cannibali” è in scena al Teatro dell’Angelo fino a domenica 21 maggio in un’inedita trasposizione drammaturgica. Sul palco un cast d’eccezione, composto da Max Caprara e Stefano Ambrogi, protagonisti rispettivamente della fiction “Rocco Schiavone” e del film “Lo chiamavano Jeeg Robot”; da Antonella Alessandro, che presta la voce a Samantha di Sex and City, e Alessandra Muccioli, attrice nelle serie “Boris 3” e “La squadra”.

The carnage è una divertente tragicommedia in cui “la verità delle cose minaccia la loro consolante vuota autorappresentazione e i loro valori costruiti sul nulla”. Un invito a cena cela in realtà una “serata sfigata in cui la cena non c’è”, per cui se il cibo manca, saranno i commensali a trasformarsi da subito in feroci e cinici divoratori l’uno all’altro. Due coppie di vicini di casa provano a dialogare, ma non riescono proprio a farlo senza scontrarsi. Parlano infatti usando frasi stereotipate o raccontano cose senza senso, prive di qualsiasi mordente sulla realtà, del tipo: “All’estero è meglio, qui è un disastro”, perché comprendono in fondo che, paradossalmente, “se chiami le cose col loro nome la gente non ti capisce”. Perciò i quattro protagonisti preferiscono nascondere le proprie vite dietro discorsi oziosi, puntualmente interrotti, o domande lasciate cadere senza risposta. Essi sono tuttavia consapevoli che, dietro la futilità di determinate affermazioni, si celi un temibile horror vacui, quello dell’assenza di senso del proprio esistere, che emerge in tutta la sua dirompente forza, allorquando non ci sono più buone maniere e apparenze da salvaguardare. “Non siamo in grado di affrontare il più piccolo inciampo”, “Quello che più mi affligge è il senso di vuoto”, “Ci siamo divorati a vicenda. I nostri figli sono il nostro pasto quotidiano” sono allora sporadici barlumi di una presa di coscienza che si costruisce progressivamente fino alla consapevolezza di essere una “massa informe che costruisce sul nulla e fluttua sul vuoto”. Una volta estromesso Dio dalla propria esistenza, l’esasperazione di una simile consapevolezza raggiunge il culmine nell’assurda ‘divinizzazione’ di un criceto.

I cannibali è uno spettacolo godibilissimo nel quale si riesce a ridere di gusto anche sulla vacuità amara di certe relazioni umane, grazie soprattutto all’ottima prova interpretativa dei quattro protagonisti, i quali si destreggiano in un non facile cambio di toni, che oscilla amabilmente tra il serio e il faceto, in cui però l’anelito a una reale e autentica conoscenza del vicino, ossia dell’altro, del ‘prossimo’, rimane drammaticamente disatteso. Il sipario può allora chiudersi con un bel brindisi “al vuoto, al nulla e al niente”.

Fonte: FarodiRoma

“L’origine del mondo” al Teatro India

Un ‘quadretto familiare’ psicopatologico

L’origine del mondo, ossia il Ritratto di un interno scritto e diretto da Lucia Calamaro, è “una storia di donne, una storia di legami familiari”. In scena al Teatro India fino al 18 maggio questo dramma, che ha già vinto tre prestigiosi premi Ubu, catapulta lo spettatore “in un mondo fatto di elucubrazioni e quotidiano”, alle prese con “una famiglia che ha l’abitudine di scandagliare il reale mentre mangia, chiacchiera, si veste”. Lo spettacolo offre “squarci di forte intensità, capaci di toccare le corte profonde e più intime senza sottrarsi a momenti di disperata allegria e irrefrenabile ironia”.

La scena si apre su Daria, una madre sorpresa dalla figlia durante la notte a frugare nel frigo di casa in caccia di qualcosa di buono, di qualcosa che possa almeno illuderla di essere in grado di risollevarsi dal proprio stato di depressione cronica. Daria vive infatti in “un lutto permanente”, convinta della veridicità di quanto le diceva la zia Brunilde: “Più hai guai, più sai”. Cinica come tutti i suoi simili, si è ormai convita che “la gente ama solo la tua parte vitale, del tuo dolore non gliene frega niente”. La madre della madre, più esaurita della figlia, invece di tirarla su, continua a ripeterle con insistenza: “Tu non ne hai azzeccata una in vita tua” e la definisce, non troppo bonariamente, “una sfollata della vita”. In tale contesto familiare non c’è scampo naturalmente nemmeno per la figlia di Daria, che respira la stessa aria viziata della madre e della nonna. A nulla serve la figura della psicoanalista, “idraulica dell’anima” assolutamente impotente dinanzi alle paturnie mentali e alle attuazioni di meccanismi ‘copionali’ ereditati di madre in figlia. Così, dalle parole della donna che ha alle spalle il vissuto più lungo, emerge il leit motiv delle loro grame esistenze e il mistero sotteso alla stessa ‘origine del mondo’: “Stare nella noia senza affogarsi è il vivere”. “In fondo – riflette infatti l’autrice del dramma – da cosa è composta la vita di un essere umano: un corpo e i suoi andazzi, una mente e i suoi rovelli, le cose e la necessità di gestirle, e poi gli altri, sotto forma di affetti, rivali, problemi, salvezza, ristoro, passione, legami, vantaggi, limiti”. Colto limitatamente ai suoi aspetti negativi, un legame familiare così degradato si rileva purtroppo alla fine incapace di incidere positivamente e di rendere conseguentemente meno triste la vita delle tre protagoniste, complice probabilmente anche l’assenza di figure maschili.

Per questo motivo soprattutto Daria rimane “agita dal suo inconscio” e del tutto priva di relazioni autentiche che la liberino della sua tristezza irrimediabilmente radicata nella sua vita psichica e sociale. Rimangono solo i legami rapporti nevrotici e sclerotizzati con “le cose, che allontanano da un pensiero che ti divora”. Tali legami sono gli unici capaci di incidere. Lo attesta una divertente ‘apologia dello straccio’. In tal senso “qualsiasi esperienza del reale può salvarti”.

Sebbene il testo sia costantemente infarcito di filosofemi certamente non facili da ricordare, è stata davvero intesa la performance interpretativa delle attrici protagoniste Daria Deflorian, Federica Santoro, Daniela Piperno, nei panni di tre donne che danno libero sfogo al proprio ‘flusso di coscienza’ perennemente in bilico sul crinale di una ‘crisi di nervi’.

Fonte: FarodiRoma

“La vita ferma: sguardi sul dolore del ricordo” al Teatro India

Un ‘dramma mentale’ sulla dolorosa elaborazione del lutto

“Il ricordo rimane indietro e non la smette mai di ripetere quello stesso identico spettacolo che metteva in scena al momento in cui l’avevamo lasciato, quando non era ancora un ricordo”. Queste parole dello scrittore e drammaturgo austriaco Thomas Bernhard esprimono il leit motiv de La Vita ferma, “un dramma di pensiero in tre atti che accoglie, sviluppa e inquadra il problema della complessa, sporadica e sempre piuttosto colpevolizzante, gestione interiore dei defunti”.

Scritto e diretto da Lucia Calamaro, drammaturgo, regista e attrice che ha costruito il suo percorso artistico tra Italia, Francia e Uruguay, La vita ferma è in scena al Teatro India fino a domenica 14 maggio. Il dramma scandaglia la psiche umana con uno sguardo efficace e leggero, nel contempo attento e penetrante da un lato e divertito e tragicomico dall’altro anche dinanzi al ‘grande abisso’ della morte e al dolore lancinante per la perdita di un proprio caro.

Il sipario si apre pertanto su “uno squarcio di vita di tre vivi qualunque – padre, madre, figlia – attraverso l’incidente e la perdita”, su “uno spazio mentale” che, mediante un costante ricorso al flusso di coscienza, è alle prese con la dolorosa elaborazione del lutto. I dialoghi serrati ora densi di filosofemi, ora schietti e familiari, tra un padre e una figlia costretti a convivere con una presenza schiacciante e ingombrante, quella dello ‘spettro’ di Simona, rispettivamente moglie di Riccardo e madre di Alice, sono resi magistralmente dagli attori Riccardo Goretti, Simona Senzacqua e Alice Redini.

Una famiglia sui generis, in cui il dramma prima della malattia e poi della morte di uno dei suoi componenti è vissuto nella spasmodica ricerca di un senso, la quale non può che rimanere disattesa e senza una risposta adeguata in un orizzonte chiuso alla prospettiva della fede cristiana. Per Riccardo, storico comunista che confessa d’aver dimenticato persino come si fa il segno della croce, alla morte non c’è altro rimedio che il ricordo perché i morti sono morti. Punto. Nella prospettiva cristiana invece la malattia e la sofferenza non costituiscono un muro contro cui si può soltanto sbattere invano la testa, ma sono preziose occasioni di grazia per la salvezza propria e altrui, se offerte in unione al sacrificio di Cristo. Inoltre “ai fedeli la vita non è tolta, ma trasformata”, perciò i morti in grazia di Dio sono più vivi degli stessi vivi perché godono di una vita piena nel Signore che li ha redenti.

Non essendo illuminato da tale ottica, il dramma della Calamaro si concentra dunque essenzialmente sulla costante tensione esistente tra la memoria e l’oblio di tale ricordo, in quanto da una parte il defunto ‘vuole’ essere ricordato, anzi pretende che la memoria di lei rimanga viva nella mente e nel cuore dei propri cari; mentre dall’altra la cristallizzazione del ricordo pare condannare inesorabilmente chi rimane ancora su questa terra a una ‘vita ferma’, per cui l’oblio diventa uno strumento altrettanto necessario affinché la vita riprenda il suo consueto flusso. Per questo motivo il ricordo che Riccardo ha di sua moglie deve sbiadire progressivamente fino all’inverosimile, che accade allorquando egli manifesta apertamente a sua figlia, ormai cresciuta e in attesa di un figlio, di non ricordare nemmeno più dove si trovi la tomba di Simona, poiché la vita gli impone ormai di “pensare a lei senza tristezza”. Perché in fondo, secondo l’autrice romana, ogni ricordo doloroso è così, non lascia scampo e pone dinanzi a un bivio: “O ci pensi e ti sfaceli o non ci pensi”.

Fonte: FarodiRoma