Enrico Medi, lo scienziato di Dio

«Voi misteriose Galassie: voi mandate luce ma luce non intendete! Voi mandate bagliori di bellezza, ma bellezza non possedete. Voi avete immensità di grandezza, ma grandezza non calcolate! Ed io vi vedo, vi calcolo, vi intendo, vi studio, vi scopro, vi penetro e vi raccolgo. Io prendo voi, o stelle, nelle mie mani e, tremando nell’umiltà dell’essere mio, vi alzo al di sopra di voi stesse e, in preghiera, vi porgo a quel Creatore che, solo per mio mezzo, voi stelle, potete adorare: l’uomo è più grande delle stelle! Ecco la nostra immensa dignità, ecco l’immensa grandezza dell’uomo, della vita umana».

In queste parole pronunciate da Enrico Medi traspaiono lo stupore grande dell’intelligenza e del cuore dinanzi al mistero della creazione e la lode al suo Creatore. Esse sono tratte da un discorso dell’insigne fisico che, insieme ad altri scritti significativi sul rapporto tra scienza e fede, la politica e la famiglia, arricchiscono Enrico Medi. Lo scienziato di Dio (2021, pp. 288) di padre Antonino Gliozzo, la prima biografia del Servo di Dio ripubblicata dalla casa Editrice Leardini e dal Centro Missionario Francescano per i 110 anni dalla sua nascita.

Cresciuto a Belvedere Ostrense (AN), Medi si trasferisce con la famiglia a Roma. Si laurea brillantemente in fisica nel 1932 a soli ventun anni con una tesi sul neutrone sotto la supervisione di Enrico Fermi. Così descrive la sua passione per la fisica: «È la materia più vicina alla realtà delle cose. L’ho presa perché sentivo la vocazione a scoprire l’armonia della verità tra la Filosofia, la Fisica e la Fede». Docente di fisica sperimentale all’Università di Palermo, adduce il pregiudizio diffuso di un conflitto insanabile tra scienza e fede a «conoscenze parziali, a cattiva disposizione di cuori distolti da una malcelata passionalità, alla paura che hanno occhi malati di ricevere troppa luce». Deputato dell’Assemblea Costituente, nel 1948 siede in Parlamento e resta alla Camera fino al 1953. Dal 1949 è direttore dell’Istituto Nazionale di Geofisica e nel 1958 vicepresidente dell’Euratom quale pioniere delle ricerche sull’energia atomica. Conduce in Rai Le avventure della scienza, uno dei primi programmi televisivi di divulgazione scientifica.

Il 20 luglio 1969 partecipa in qualità di esperto alla lunga diretta dello sbarco sulla Luna e subito si accorge della difficoltà incontrata dagli astronauti nell’aprire il portello del LEM (modulo per l’atterraggio) dell’Apollo 11 a causa della pressione. Il giorno dopo i colleghi in Facoltà lo ringraziano per aver onorato la fisica con semplicità, chiarezza e competenza dinanzi a milioni di telespettatori ed egli riconosce con animo grato: «Allora mi sono veramente convinto che scoprire il cuore degli uomini è molto più bello che accarezzare il volto della luna». A Medi si devono anche i primi esperimenti con il radar e l’ipotesi dell’esistenza di fasce ionizzanti nell’alta atmosfera, note attualmente come fasce di Van Allen.

«Marito amorevole, saggio padre di sei figlie, figlio spirituale di Padre Pio», amico di Papa Pio XII, Medi è un «infaticabile apostolo della fede» con profonda devozione eucaristica (aspetto raccontato in un altro articolo). Si ferma frequentemente «nella sua cappella, cercando un momento di intimità e di preghiera davanti a Gesù Eucarestia, bisbigliando alcune parole di una conversazione mai interrotta durante la giornata, che in quel momento diventava abbandono filiale nelle braccia di Dio e di sua Madre Maria; e così, nel silenzio nella notte, attendeva il resto della famiglia che si andava radunando nella chiesetta come ogni sera per concludere la giornata con la preghiera di compieta».

Alla moglie Enrica scrive in una lettera: «Dobbiamo ringraziare il Signore di questa vita carica di doni che ci dà giorno per giorno: tu sei rimasta la sempre splendida ragazza di allora, molto più bella e perfetta. Preghiamo per avere ancora tanti tanti anni insieme, con le nostre figlie e le creature che amiamo, la vita è una preparazione dolce e gioiosa. Ogni momento ha il suo valore quasi infinito, bisogna gustarlo anche quando sembra che porti con sé qualche amarezza».

La sua devozione per la Mamma celeste è tale che vuole per le tutte le figlie il nome di Maria come primo nome. «Maria è il cuore della Chiesa perché se il Sangue è la grazia, attraverso il cuore di Maria passa tutta la grazia per venir da Dio e a Dio risalire in preghiera, in sofferenza, in lacrime», scrive ancora in un discorso.

Rispetto all’impegno politico, Medi afferma che «la politica per un cristiano è un servizio reso agli altri; è una rinunzia ai propri interessi e alla propria vanità; è un’altissima missione davanti a Dio». Quando interviene alla Costituente per patrocinare lo stanziamento di fondi per la ricerca scientifica, ricorda che «non è l’uomo fatto per servire la scienza, ma la scienza è al servizio dell’uomo per adempiere i disegni di Dio».

Commissario all’Euratom, del suo discorso programmatico scrive poche righe alla moglie che testimoniano l’umiltà dello ‘scienziato per vocazione’ che vive ogni compito in risposta a una chiamata: «Questa sera al ricevimento ero l’uomo del giorno. Amore mio, che possa essere, nella mia miseria, di gloria e onore a Gesù e a Maria Immacolata».

La scienza, per Enrico Medi, è conoscenza razionale piena della realtà che diviene sapienza nella misura in cui è illuminata dalla fede, «non è soltanto un povero sforzo per innalzare delle bandiere. La prima bandiera è la Croce di Cristo e la più grande gloria dell’uomo nelle sue scoperte è di portare nelle sue mani tremanti il canto della natura, affinché la natura, attraverso l’uomo, ritorni a Dio». Come registrato nel discorso pronunciato poco tempo prima di nascere nel regno dei cieli, «così è la nostra vita, la vita nel cammino della verità. Lavoriamo, cerchiamo, fatichiamo, leggiamo, versiamo lacrime, dubbi, ansie, veniamo alla ricerca del Sole che chiamiamo Verità».

Il volume è distribuito dal Centro Missionario Francescano: laperlapreziosa@libero.it

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Originalità del cristianesimo e libertà secondo Péguy

«Ogni azione, ogni vita, ogni essere, che sempre e per definizione è reale, rifugge, quanto più possibile, come la più nemica, ogni conoscenza intellettuale, ma assorbe, come se fosse se stessa, ogni conoscenza reale». Di conseguenza, ogni conoscenza soltanto ‘intellettualoide’, che non sia radicata nella realtà, «non è nemmeno conoscenza». In questa scarsa considerazione della realtà Charles Péguy individua la matrice ideologica del pensiero moderno, troppo spesso così disancorato da un’esperienza autentica e dunque dalla possibilità di una vera conoscenza.

Ne Il fazzoletto di Véronique (Cantagalli e EuPress FTL, pp. 592) viene raccolta la produzione saggistica dello scrittore francese noto in Italia decisamente più come poeta. Quest’ampia antologia della prosa, con prefazione di Julián Carrón e a cura di Pigi Colognesi, in cui è condensata un’attenta disanima critica del pensiero moderno insieme a intense riflessioni sull’orginialità del cristianesimo e la grandezza della libertà umana, intende colmare dunque proprio tale lacuna del nostro panorama editoriale.

Il giovane Péguy è un appassionato giornalista, un ateo socialista e strenuo difensore di Dreyfus quando scoppia il famoso affaire. Egli riconosce da un lato con indubbia onestà intellettuale che «la mortalità dell’anima sia un’affermazione metafisica», che insomma il materialismo sia in fondo «una metafisica tra le metafisiche»; mentre dall’altro resta dell’idea che «vale di più un’inquitudine o anche un timore sincero di una speranza religiosa».

Eppure lo scrittore francese si accorge presto che il pensiero moderno «è un blocco dottrinario dimentico della realtà». Infatti il filosofo sistematico punta a «dare dimostrazione di sé», laddove al contrario «un realista non dà mai tali dimostrazioni: come potrebbe darle? Quando ha ragione, tutti sanno bene che non è lui ad avere ragione, perché è la realtà che è in lui ad avere ragione; seguire la realtà, devotamente: non è difficile seguire la realtà; tutti possiamo fare altrettanto, seguire la realtà».

Dall’attenzione alla realtà al riconoscimento dell’avvenimento cristiano il passo è breve. «Un Dio, amico mio, Dio si è scomodato. Dio si è sacrificato per me. Ecco qua del cristianesimo». Si tratta di «un avanzamento infinito», di un «salto infinito». Così Péguy riscopre l’originalità della fede cristiana. «Venne Gesù. Doveva fare tre anni. Fece i suoi tre anni. Ma non perse i suoi tre anni, non li usò per piagnucolare e accusare la cattiveria dei tempi. Eppure c’era la cattiveria dei tempi, del suo tempo. Arrivava il mondo moderno, era pronto. Lui vi tagliò (corto). Oh, in un modo molto semplice. Facendo il cristianesimo. Non incriminò il mondo. Salvò il mondo. Sulla sabbia del secolo si versava inesauribile una fonte, una fonte di grazia».

Il mondo moderno nega infatti la possibilità che carnale e temporale possano avere a che fare con lo spirituale e l’eterno. Tuttavia, «se disgraziatamente il cristianesimo venisse dimostrato con ragioni logicamente rigorose, tutti i ragionatori si troverebbero logicamente costretti a entrarvi. E la libertà cadrebbe». La fede è invece proprio un’accorato appello alla libertà umana da parte della libertà divina: «A questa libertà, a questa gratuità ho sacrificato tutto, dice Dio, al gusto che ho di essere amato da uomini liberi, liberamente, gratuitamente, da veri uomini, virili, adulti, fermi». Tale logica di libertà è pienamente espressa nello stesso mistero dell’Incarnazione del Verbo: «È per un pieno gioco della sua libera volontà che si è fatto uomo. Tutto l’avvenimento della sua vita e del suo martirio e della sua morte era libero, consenziente, volontario e voluto. Fino all’ultimo momento era libero di non morire per la salvezza del mondo».

In questa prospettiva Cristo, «anima carnale», «è qui tra noi in tutti i giorni della sua eternità», «viene a sedersi alla nostra tavola e mangia il nostro pane solo per dare il Pane eterno». Di conseguenza, «il cristiano non è definito dal livello, ma dalla comunione. Non si è cristiani perché si è a un certo livello morale, intellettuale, persino spirituale. Si è cristiani perché di una certa razza spirituale e carnale, temporale ed eterna, di un certo sangue». Il cattolico è, in sostanza, «un ragazzo che sa molto bene di essere sulla giusta strada spirituale e prova gioia a consultare i cartelli indicatori, scoprendo che è un piacere per lui il cartello che c’è per tutti».

Péguy è anche il cantore della «principessa-bambina» delle virtù teologali, la Speranza, poiché «lei è la fonte di vita, perché è lei che costantemente disabitua. Lei è il germe. Di ogni nascita spirituale. Lei è la sorgente e lo zampillo della grazia, poiché è lei che sveste costantemente da quel rivestimento mortale dell’abitudine. Dato che è piccola, si potrebbe pensare che abbia bisogno delle altre. Per camminare. Ma sono le altre invece che hanno bisogno di lei. E sono ben contente di darle la mano. Per camminare. Perché senza di lei la Fede si sarebbe abituata al mondo e senza di lei la Carità si sarebbe abituata al povero. E così la Fede senza di lei e senza di lei la Carità, ciascuna a propria volta, si sarebbero abituate anche a Dio».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

La rete che vorrei, al tempo della webcrazia

«Nel 2019 l’Italia – fra le prime dieci nazioni industrializzate del mondo – occupava il 24° posto su 28 Paesi Ue nella classifica del Desi 2019 (Digital Economy & Society Index)». Ci son voluti un lockdown e «2 milioni di lavoratori che hanno trasferito la loro sede di lavoro a casa» per saltare qualche passaggio burocratico e riscoprire, attraverso smart working, sanità digitale e didattica online, nuove opportunità digitali per innovare il Paese e renderlo più efficiente.

Lo sottolinea Cesare Avenia, Presidente di Confindustria Digitale, nel contributo che apre il volume La rete che vorrei (FrancoAngeli 2020, pp. 153), a cura del Prof. Ruben Razzante, firma nota ai nostri lettori. Tale volume raccoglie interessanti contributi di professionisti ed esperti della comunicazione in rete che si confrontano sui temi legati all’impatto della digitalizzazione quale «metamorfosi irreversibile delle dinamiche di sviluppo di individui, imprese, pubbliche amministrazioni e collettività organizzate, alla luce della ‘webcrazia’ che si sta sempre più affermando come cifra identitaria del nostro tempo».

Contro la deriva delle fake news nell’era della post-verità, «deve crescere la capacità di cittadini, imprese e istituzioni nell’utilizzare l’informazione statistica, soprattutto nell’ambito dei contesti di decisione e di valutazione concreti dell’attività economica e della vita quotidiana», attraverso open data sempre più accessibili e interpretabili non solo dagli addetti ai lavori. È quanto evidenzia Gian Carlo Blangiardo, Presidente dell’ISTAT.

Sui rischi di reati che corrono i minori in rete e sui social, dal cyberbullismo al sexting, dalla diffamazione all’hate-speech, si sofferma il contributo del Procuratore della Repubblica del Tribunale per i minorenni di Milano Ciro Cascone, il quale osserva acutamente che «i ragazzi sono spesso vittime della propria inconsapevolezza che su internet si commettono reati come nella realtà. La Rete, infatti, rende ininterrotta la ‘connessione’ con il mondo esterno, e tende a sottrarre all’adolescente spazi tradizionali di costruzione del sé sostituendoli con uno spasmodico bisogno di rappresentazione del sé, di un’immagine da modificare o da alterare per poter essere condivisa nella comunità online, con tutti i rischi connessi a una sovraesposizione del sé mediato e alla degenerazione in forme di vero e proprio isolamento in cui le relazioni virtuali sostituiscono completamente quelle reali».

Oggi siamo immersi in un’Infosfera quale «perfetta ‘casa di vetro’ realizzata dalla tecnologia digitale, dove le persone sono interconnesse, le informazioni accessibili, la comunicazione immediata, i giudizi trasparenti. Dove ciascuno vede e valuta ciò che fanno gli altri, e compie le proprie scelte sulla base dell’aspettativa delle reazioni altrui, perché queste sono interconnesse, accessibili, immediate e trasparenti». In tale contesto diviene fondamentale «governare sia la comunicazione del sé che la percezione dell’Infosfera per costruire e difendere la propria Reputazione» dentro e fuori il web, come evidenza Daniele Chieffi, docente universitario e già direttore di PR e comunicazione digitale della Presidenza del Consiglio.

Eppure il nostro Paese continua a essere «il fanalino di coda nella corsa al digitale con 10 milioni di ‘esclusi digitali’», per dirla con Giorgio De Rita, Segretario generale del CENSIS, il quale denuncia il moltiplicarsi di microprogetti, iniziative e slogan per la digitalizzazione, che lasciano trasparire la mancanza di una visione strategica d’insieme. Tuttavia, se la globalizzazione ha visto il protagonismo di pochi «grandi soggetti come attori principali dello sviluppo», nell’era della post-globalizzazione le nuove potenzialità del digitale aprono «spazi e margini di manovra a chi è meno vincolato nei processi globali: le medie imprese, le medie città, le nicchie di mercato specializzate».

Nel volume curato da Razzante si offrono anche riflessioni sulla tutela dei diritti di proprietà intellettuale, come quella in cui Alibaba è pioniera; sui servizi di cloud computing di Amazon Web Services, su cui si appoggiano tra gli altri Zoom, AirBnb e Netflix che hanno scommesso su tale tecnologia di data service per assicurarsi tutto lo spazio virtuale di cui necessitano; sulle politiche dei colossi della rete (Google, Facebook) in difesa di imprese, utenti e soprattutto della qualità dei contenuti informativi. Se infatti da un lato le principali piattaforme «non potranno diventare ‘sceriffi del web’», dall’altro neppure possono «continuare a invocare una estraneità completa ai meccanismi di produzione delle notizie e dei commenti», come chiarisce il curatore del volume, il quale invoca anche maggiori «forme di autodisciplina istituzionale e aziendale sui social».

Tra le sfide che attendono il nostro Paese in questo ambito c’è innanzitutto l’esigenza di supportare la digitalizzazione delle Pmi e di compensare il divario digitale tra le diverse fasce della popolazione, perché sia incrementata la possibilità di accesso alla rete da parte degli utenti anche attraverso una dotazione di dispositivi più performanti. Di qui se da una parte è necessaria «una connessione potente e stabile, che semplifica la vita delle persone, avvicina le comunità e consente una gestione facile, efficiente e affidabile di questa nuova ‘normalità digitale’» – secondo quanto sostiene Maximo Ibarra, Ceo di Sky Italia – dall’altra bisogna che ciascuno impari a vivere in maniera sempre più consapevole e responsabile la propria dimensione digitale.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

I misteri della Genesi, tra scienza e fede

«Il linguaggio dei primi capitoli della Genesi è quello del mito, da intendersi come racconto sacro di eventi primordiali, indirizzato all’uomo del suo tempo per la sua edificazione morale». I miti non sono dunque racconti fantastici e antistorici ma, per dirla con Tolkien, «fatti di verità».

 A indagare le origini del mito della creazione non solo in ambito scritturale ma anche in altri contesti e tradizioni culturali è Armando Savini – docente di economia e cultore di esegesi biblica – nel suo recente saggio Miti, storie e leggende. I misteri della Genesi dal caos a Babele (Diarkos, pp. 350).

«La Genesi è un otre che chiude in sé parole creative. Significanti di inesauribile senso, che forgiano immense moltitudini di sostanza». Richiamando soprattutto i termini ebraici, il creare di Dio ‘in principio’ fa riferimento alla Sapienza del Padre per mezzo della quale viene creato dal nulla ciò che esiste, ossia le realtà visibili e invisibili cui alludono ‘il cielo e la terra’. Contiguità e distanza dai miti mesopotamici emergono allorquando l’autore della Genesi chiama semplicemente ‘lampade’ i luminari del giorno e della notte proprio per evitare l’identificazione di sole e luna con le divinità.

Quanto afferma la Genesi è conciliabile con i modelli cosmologici contemporanei? Fermo restando che il libro biblico non è un trattato scientifico, ciò non vuol dire che esso non racconti la verità, la realtà del mistero della creazione sotto altra forma e linguaggio. D’altra parte gli stessi scienziati della ‘teoria del multiverso’, secondo la quale «l’universo è eterno e scaturisce dal caso» hanno rilevato, sulla scorta delle osservazioni preziose dell’astronomo belga padre George Lemaître, che «l’inflazione dell’universo può risultare matematicamente infinita solo verso il futuro, ma non verso il passato». Tra questi fisici Vilenkin ammette che: «Se le leggi della fisica descrivono la creazione dell’universo, questo presuppone che esse esistano prima dell’universo. La questione che nessuno è in grado di sollevare è: da dove vengono queste leggi e perché queste leggi in particolare?». Secondo il filosofo della complessità Morin, al di là dell’esplosione termica del big bang, c’è una catastrofe, ossia una «disintegrazione organizzatrice, cioè il cosmo si organizza disintegrandosi». E ancora, «la fisica quantistica afferma che, se non ci fosse la coscienza, tutto resterebbe in uno stato indeterminato di probabilità», dato il coinvolgimento ineludibile dello scienziato, spettatore-attore di quello che osserva.

Pertanto «l’idea di un universo nato da un punto ad altissima densità, temperatura e curvatura detto singolarità iniziale»; l’ipotesi di una ‘deriva dei continenti’ da un unico supercontinente iniziale; la tesi einsteiniana dell’universo come enorme mollusco che ha in sé le leggi che lo regolano e nel contempo l’idea che «senza una coscienza preesistente qualsiasi universo esisterebbe solo in uno stato di probabilità» evidenziano «una certa consonanza tra cosmogonia biblica e cosmologia; una certa convergenza tra i misteri della creazione rivelati dalla Genesi e le conferme empiriche scaturite dall’osservazione delle leggi di natura».

Per quanto riguarda la creazione dell’uomo, «l’evoluzione presuppone la creazione degli esseri che si evolvono. Dio ha creato gli esseri e li ha lasciati sviluppare secondo le leggi interne che Lui ha dato a ognuno», ha ribadito Papa Francesco durante un discorso alla Pontificia Accademia delle Scienze, riprendendo l’idea agostiniana delle ‘ragioni seminali’ quali leggi razionali volute dal Creatore come principi ordinatori di tutto ciò che esiste. D’altra parte che tutto si sia evoluto casualmente è un «attacco all’intelligenza», per dirla con Chesterton; implica una contraddizione in termini perché «come può la legge scaturire dall’assenza di essa?». Se l’ordine presuppone infatti un principio ordinatore, dal caos non può derivare invece alcun ordine; sarebbe come ammettere che da parole pescate alla rinfusa possano saltar fuori i versi della Commedia.

Relativamente all’albero della conoscenza del bene e del male, la scelta di mangiarne il frutto allude a una violazione delle leggi eterne del Creatore da parte dei progenitori, che non uniformano così la propria libertà alla volontà del Padre.

Per quanto riguarda i giganti, di cui si legge in Genesi (6, 4), il loro nome non allude al frutto dell’unione di angeli decaduti con le donne, né a una sorta di titani del mondo greco, bensì è da intendersi in senso figurato quale riferimento ai ‘potenti’ o, in senso etimologico, agli uomini quali ‘figli della terra’.

Rispetto al diluvio universale l’autore, analizzando i termini ebraici presenti nelle fonti giudaiche e nella tradizione rabbinica, supporta l’ipotesi che potrebbe essersi trattato di un cataclisma locale, in quanto l’espressione ‘tutta la terra’ è spesso usata nella Bibbia per identificare un evento che si verifica in una regione circoscritta con portata storica di più ampio respiro.

Allo stesso modo Savini sottolinea che prima di costruire la torre di Babele i popoli custodivano un unico ‘labbro’ cioè, più che una sola lingua, un’identità politico-religiosa comune, la quale viene minata dal sogno idolatrico dell’uomo di sostituirsi al Creatore. La conseguente punizione divina genera un’incomunicabilità tra uomo e uomo che sarà colmata dal ‘labbro puro’ comprensibile a tutti del Vangelo di Cristo.

Il saggio di Armando Savini ha il pregio di setacciare il ‘mito’ della narrazione sacra, attraverso un’attenta esegesi biblica con continui riferimenti alla lingua ebraica, offrendo così un proficuo approfondimento dei misteri della Genesi.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

I commenti al Vangelo di Benedetto XVI svelano la vita

«L’uomo è vivo finché attende, finché nel suo cuore è viva la speranza. E dalle sue attese l’uomo si riconosce: la nostra ‘statura’ morale e spirituale si può misurare da ciò che attendiamo, da ciò in cui speriamo». Così si esprime Benedetto XVI durante un Angelus nella prima domenica d’avvento, secondo quanto ripreso nei Commenti ai Vangeli del Pontefice emerito pubblicati di recente in un’ampia raccolta a cura di Mattia Pittau (Palumbi, pp. 622).

In tali commenti la Parola del Vangelo di ogni giorno e tempo dell’anno liturgico A, B e C – sia essa festiva, feriale, di una Memoria, Festa o Solennità – è accompagnata da una breve e profonda riflessione di Benedetto XVI, particolarmente feconda per la meditazione spirituale di ogni fedele che desidera custodire nel cuore e nella mente ogni parola di verità che esce dalla bocca del Signore. Si tratta di citazioni che riprendono stralci di omelie, di udienze generali, di discorsi pronunciati in diverse occasioni, nelle quali «Benedetto XVI riesce a fondere insieme la mente e il cuore, la riflessione profonda e il sentimento che commuove» in un «linguaggio semplice, accessibile e diretto», per dirla con le parole della prefazione al volume di Mons. Angelo Comastri.

Parole vive e sempre attuali, che rilevano come «nella Chiesa sia sempre in atto una lotta tra il deserto e il giardino, tra il peccato che inaridisce la terra e la grazia che la irriga perché produca frutti abbondanti di santità». Di qui, sull’esigenza di compiere sempre la volontà del Padre, Joseph Ratzinger evidenza con grande chiarezza che «la gloria di Dio, la sua signoria, la sua volontà è sempre più importante e più vera che il mio pensiero e la mia volontà. Ed è questo l’essenziale nella nostra preghiera e nella nostra vita: apprendere questo ordine giusto della realtà; accettarlo intimamente; confidare in Dio e credere che Egli sta facendo la cosa giusta; che la sua volontà è la verità e l’amore; che la mia vita diventa buona se imparo ad aderire a quest’ordine. Vita, morte e resurrezione di Gesù sono per noi la garanzia che possiamo veramente fidarci di Dio. È in questo modo che si realizza il Suo regno».

Parole, queste di Benedetto XVI, ancorate alla Verità che salva. D’altra parte «se la Verità fosse solo una formula matematica, in un certo senso si imporrebbe da sé. Se invece la Verità è Amore, domanda la fede, il ‘sì’ del nostro cuore. E cosa cerca, in effetti, il nostro cuore, se non una Verità che sia Amore? La cerca il bambino, con le sue domande, così disarmanti e stimolanti; la cerca il giovane, bisognoso di trovare il senso profondo della propria vita; la cercano l’uomo e la donna nella loro maturità, per guidare e sostenere l’impegno nella famiglia e nel lavoro; la cerca la persona anziana, per dare compimento all’esistenza terrena». Tale anelito alla Verità che si è fatta carne deve dunque anche tradursi in un impegno concreto per l’edificazione del Regno, diventando così «lievito dell’umanità: se mancasse, verrebbe meno la forza che manda avanti il vero sviluppo», che non è evidentemente quello ‘sostenibile’ millantato dall’ideologia ecologista, bensì «la spinta a collaborare per il bene comune, al servizio disinteressato del prossimo, alla lotta pacifica per la giustizia». E in effetti «la signoria di Dio si manifesta nella guarigione integrale dell’uomo», sempre e comunque prima di ogni conseguente tutela del creato.

Il Pontefice emerito sottolinea che «la fede cristiana non è ideologia, ma incontro personale con Cristo crocifisso e risorto. Da questa esperienza, personale e comunitaria, scaturisce poi un nuovo modo di pensare e di agire: ha origine, come testimoniano i santi, un’esistenza segnata dall’amore». Sul piano operativo si tratta allora «di lasciare che la grazia trasformi la nostra volontà egoistica e la apra ad uniformarsi alla volontà divina», anche attraverso «il cammino esigente della croce che Gesù indica a tutti i suoi discepoli», in quanto «non esiste altra via per sperimentare la gioia e la vera fecondità dell’Amore che la via del darsi, del donarsi, del perdersi per ritrovarsi». È questa «la nostra missione nella storia cui dobbiamo cercare di corrispondervi, dando ciascuno il proprio contributo», evitando ogni forma di complicità con il male e connivenza con il peccato e imparando ad avere «non paura, ma responsabilità e preoccupazione per la nostra salvezza e per la salvezza di tutto il mondo».

 Quando ciò non accade e l’uomo, al contrario, «si sbarazza di Dio e non attende da Lui la salvezza, crede di poter fare ciò che gli piace e di potersi porre come sola misura di se stesso e del proprio agire, si estendono l’arbitrio del potere, gli interessi egoistici, l’ingiustizia e lo sfruttamento, la violenza in ogni sua espressione per cui, alla fine, l’uomo si ritrova più solo e la società più divisa e confusa». «In un mondo, così pieno di libertà fittizie che distruggono l’ambiente e l’uomo – osserva ancora acutamente Joseph Ratzinger – vogliamo, con la forza dello Spirito Santo, imparare insieme la libertà vera».

Traendo linfa dalla perenne novità del Vangelo, Benedetto XVI ricorda infatti che «lo Spirito Santo ci rende figli e figlie di Dio. Egli ci coinvolge nella stessa responsabilità di Dio per il suo mondo, per l’umanità intera. Ci insegna a guardare il mondo, l’altro e noi stessi con gli occhi di Dio». E in effetti il «programma del cristiano, appreso dall’insegnamento di Gesù, è un ‘cuore che vede’ dove c’è bisogno di amore e agisce in modo conseguente».

Scorrendo le sapienti meditazioni di Benedetto XVI ci si mette con piacere alla scuola dell’ascolto della Parola quotidiana del Maestro e così, per dirla ancora con Mons. Comastri, «il Vangelo diventa vivo, attuale, salutarmente provocante e capace di illuminare il buio della modernità spesso vuota e prostrata ad incensare il ‘niente’. Leggete, meditate e mi darete ragione e, in silenzio, arriverete ad esclamare: “Grazie, Papa Benedetto!”».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

L’Eucaristia e il sacerdozio, i doni del Giovedì Santo

«Proprio nel momento in cui chiaramente si manifestava la nostra indegnità, Gesù ci ha raggiunto con un gesto di Amore infinito» – scrive il cardinale Angelo Comastri, che è stato Vicario Generale di Sua Santità per la Città del Vaticano e Arciprete della Basilica Papale di San Pietro –, nel suo recente volume Nella notte in cui fui tradito (San Paolo 2021, pp. 112), in cui raccoglie preziose meditazioni spirituali sui misteri d’amore del Giovedì Santo, l’Eucarestia e il sacerdozio.

 «Cari sacerdoti, non abituatevi a questo miracolo, ma stupitevi ogni volta che celebrate una Santa Messa!», suggerisce una volta il grande scienziato Enrico Medi a un gruppo di sacerdoti. Allo stesso modo San Francesco afferma con fervore mistico e poetico: «Dell’Altissimo Figlio di Dio nient’altro vedo corporalmente, in questo mondo, se non il Santissimo Corpo e il Santissimo Sangue che essi soli consacrano ed essi soli possono donarci».

Gli fa eco il santo curato d’Ars: «Tolto il sacerdote, noi non avremmo più la presenza di Gesù nel tabernacolo. Chi lo ha riposto nel tabernacolo? Il sacerdote! Chi ha accolto la vostra anima al primo entrare nella vita con il Battesimo? Il sacerdote. Chi la nutre con l’Eucaristia per darle la forza di compiere il suo pellegrinaggio verso il Cielo? Il sacerdote. Chi la preparerà a comparire innanzi a Dio, lavandola per l’ultima volta nel sangue di Gesù Cristo? Il sacerdote, sempre il sacerdote. E se quest’anima viene a morire per il peccato, chi la risusciterà, chi le darà il perdono di Dio? Ancora il sacerdote. Dopo Dio, il sacerdote è tutto! Lui stesso si capirà bene soltanto in Cielo».

Nel volume il cardinal Comastri denuncia altresì «la situazione tragica dell’uomo contemporaneo che avverte il bisogno di un punto di appoggio, ma allo stesso tempo è convinto che non ci sia! C’è da impazzire!». Citando il filosofo Hans Jonas evidenzia come «oggi il massimo potere si unisca al massimo vuoto e il massimo di capacità va insieme al minimo sapere intorno agli scopi ultimi della vita». In questo contesto, però, «la fede ci svela il senso della vita e accende una lampada alla nostra libertà».

Sul cammino della fede s’incontra Maria, che il cardinale invoca con queste parole: «O Maria esperta di libertà, pronuncia il Tuo ‘sì’ nella selva dei nostri ‘no’ e rieduca il nostro cuore alla gioia di seguire il Signore, per essere liberi attraverso il dono e la fedeltà al dono di noi stessi». Sul modello della Vergine Madre – di contro a «una errata impostazione della pastorale che punta unicamente al fare» e al rischio di un «apostolato ridotto a spettacolo» per strappare qualche applauso da parte dei fedeli e dei media – bisogna riproporre «una testimonianza che suppone la santità e la vita interiore» in quanto «l’apostolato è l’interiorità che affiora», per dirla con un Piccolo Fratello di Charles De Foucauld.

Il primato della vita spirituale sulle ‘buone azioni’ è testimoniato infatti da Gesù stesso che, «per la preghiera, sacrificava anche la carità per insegnarci che, senza Dio, siamo troppo poveri per poter aiutare i poveri», come sottolinea madre Teresa di Calcutta, la quale precisa anche che l’adorazione del Santissimo Sacramento è il motore della carità operosa: «Noi Missionarie della Carità non apriamo nuove case, bensì apriamo nuovi Tabernacoli. Tutto parte da Lì: da Lì parte la nostra carità».

Nell’Eucarestia il discepolo viene raggiunto in maniera incomparabile dall’onnipotenza dell’amore del Maestro. Ciò è testimoniato in modo mirabile nel mistero inaugurato durante la Cena del Signore, ove «il comportamento di Gesù è lontano da ogni logica umana. Egli sapeva che Giuda aveva deciso di tradirlo, sapeva che Pietro l’avrebbe rinnegato, sapeva che gli altri sarebbero tutti scappati e l’avrebbero lasciato solo e, pertanto, poteva sentirsi provocato e giustificato a gesti di legittimo sdegno: poteva gridare, poteva rovesciare la tavola dell’amicizia tradita, poteva chiudere i conti con quegli uomini ingrati (che, in verità, siamo tutti noi!) e invece… ecco il comportamento di Dio: si mette a lavare i piedi!». In un gesto riservato agli schiavi si rivela tutta l’umile grandezza dell’amore del Padre che, sebbene «circondato da uomini che non incoraggiavano nessun gesto di amore», sceglie di consegnarsi a ciascuno senza riserve attraverso l’Eucarestia. È questo il «dono, attraverso il quale l’Amore maternamente e paternamente dirompente di Dio dà la vita ai suoi figli nutrendoli d’amore: è l’amore, infatti, il cibo eucaristico».

A questo punto la meditazione del cardinale si fa preghiera: «Vogliamo lealmente seguirti nell’amore fino al segno estremo, fino alla lavanda dei piedi espressa ogni giorno in piccoli gesti di carità fraterna che tutti possiamo fare. Aiutaci, o Signore! Aiutaci a cominciare fin da oggi una vita diversa, una vita che profumi di umiltà, una vita che non rinneghi il tuo gesto di Divina Umiltà, che ripetiamo ogni Giovedì Santo». Egli invita a elevare al Padre anche una preghiera di ringraziamento per il dono grande dei sacerdoti: «Grazie per il sacerdote che ci ha battezzato, per il sacerdote che ci ha dato il primo perdono, per i sacerdoti che ci perdonano ogni giorno e ogni giorno ci regalano la Santa Eucaristia; grazie per il sacerdote che ci darà l’ultimo perdono nell’ultimo giorno della nostra vita! Signore, abbi pietà di noi e manda oggi santi sacerdoti alla tua Chiesa!».

D’altra parte, «se la gente capisse il valore di una Santa Messa, ci sarebbe la fila fuori dalla Chiesa per poter entrare», per dirla con San Pio. E in effetti «è più facile che il mondo possa vivere senza il sole piuttosto che senza l’Eucaristia», esclama ancora il frate di Pietrelcina. Un amore al Santissimo Sacramento che sostiene la vita anche in condizioni durissime, come quelle vissute in una cella buia e fredda dal cardinale vietnamita Van Thuán che, con appena tre gocce di vino e un’ostia, celebra quotidianamente in solitudine la Santa Messa, la quale diviene sorgente misteriosa di grazia e conversione per diversi carcerieri.

Nella sera della sua ultima Cena il Signore ci conceda dunque di poter corrispondere al suo mistero d’amore attraverso una ‘vita eucaristica’ spesa per il prossimo con la stessa lucida consapevolezza di Madre Teresa: «Non potrei vivere senza l’Eucaristia: è l’Eucaristia che mi riempie di amore e mi dà la forza per servire i poveri e per chinarmi con amore sulle loro piaghe».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

San Giuseppe e i carmelitani: una pioggia di grazie

«Giuseppe è il servo silenzioso della Parola che si cancella dietro la sua missione, con la quale fa corpo finanche nel suo nome. Giuseppe è ‘quello che fa crescere e che veglia sulla crescita’ del Figlio di Dio». Eppure «il Signore ha riunito in Giuseppe, come in un sole, tutte le prerogative e tutto ciò che i santi hanno insieme di luce e di splendore», come osserva acutamente San Gregorio di Nazianzo.

Di qui, in un tempo di «profonda crisi della paternità, faremmo forse bene a volgere i nostri sguardi ed i nostri cuori verso colui che incarnò, nel cuore del mondo, quella paternità divina ‘da cui fuoriesce ogni altra paternità in cielo e sulla terra’ (cfr. Ef 3, 15). Perché non seguire dunque l’esempio del ‘Papa buono’, Giovanni XXIII, che confessava in tutta semplicità: “San Giuseppe lo amo molto, a tal punto che non posso cominciare la mia giornata, né finirla, senza che la mia prima parola ed il mio ultimo pensiero non siano per lui”».

 Un appello accorato a una sincera e profonda devozione a San Giuseppe, soprattutto in quest’anno a lui dedicato, emerge dalle pagine del recente volume I santi carmelitani e la devozione a San Giuseppe (Edizioni Segno 2021, pp. 140) del noto angelologo Marcello Stanzione.

Onorato quasi esclusivamente in relazione a Gesù e Maria, San Giuseppe diviene motivo di devozione popolare soltanto a partire dal 1522, anno di pubblicazione di un libro in suo onore da parte del frate domenicano Isidoro de Isolani, fino a esser proclamato, per volere di Papa Pio IX, ‘Patrono della Chiesa Universale’ nel 1870, così da proseguire in cielo quel patrocinio iniziato sulla terra allorquando gli «venne dato il sacro compito di prendersi cura della Santa Famiglia di Nazareth».

Nelle encicliche di papa Leone XIII è invocato subito dopo Maria con i superlativi di San Giuseppe «beatissimo, castissimo, purissimo, santissimo, gloriosissimo, immacolato». Nella mirabile Redemptoris Custos il Santo Padre Giovanni Paolo II esorta tutti i fedeli a «imparare da lui a servire l’economia della salvezza. Che san Giuseppe diventi per tutti un singolare maestro nel servire la missione salvifica di Cristo, compito che nella Chiesa spetta a ciascuno e a tutti: agli sposi e ai genitori, a coloro che vivono del lavoro delle proprie mani o di ogni altro lavoro, alle persone chiamate alla vita contemplativa come a quelle chiamate all’apostolato».

Nella schiera di queste anime occupa sicuramente un posto di primo piano la suora carmelitana Teresa d’Avila. «Colta da una paralisi totale, nella sua immobilità, viene inchiodata al letto da dolori acutissimi. È malmenata dai medici, dichiarata poi inguaribile, prende una decisione importante: scegliersi un medico nel cielo. Teresa trova e sceglie san Giuseppe». Di lui dirà: «Vidi chiaramente che questo mio padre e patrono mi trasse fuori sia da quella situazione, sia da altre più gravi in cui erano in gioco il mio onore e la salvezza dell’anima mia, meglio di quanto io non sapessi chiedergli. Ho ricevuto grazie da questo santo benedetto». In una visione estatica è sempre San Giuseppe a rivestirla di una veste bianchissima, come segno esteriore di una purificazione interiore dai peccati.

Un supporto operativo, quello del Santo Patriarca, che si manifesta anche nelle ristrettezze economiche: «Una volta, trovandomi in tale situazione da non sapere che fare né come pagare alcuni operai, mi apparve san Giuseppe, mio vero padre e protettore, e mi fece comprendere che il denaro non mi sarebbe mancato; pertanto pattuissi pure il prezzo». Di qui la radicata convinzione di Santa Teresa che la sospinge ad affermare: «Io vorrei persuadere tutti a essere devoti di questo glorioso Santo, per la grande esperienza che ho dei beni che ottiene da Dio».

Santa Teresa è dunque profondamente consapevole del patrocinio, ossia «del potere universale d’intercessione» per ogni necessità di San Giuseppe, il quale è anche «modello delle anime oranti» ed è presente nella sua spiritualità mistica «in stretto rapporto con Gesù e Maria».

Dopo Santa Teresa, padre Girolamo Graciàn scrive la Josefina, un libro di spiritualità e devozione giuseppina nel quale ripercorre la vita dell’‘uomo giusto’, le sue virtù, il suo lavoro, il suo esempio di ‘angelica castità’, soffermandosi soprattutto sul suo «amore fervoroso, forte e tenero» verso i due tesori che gli sono affidati, la Sposa e il Figlio. Il padre carmelitano evidenzia con venature poetiche che «non solo Giuseppe dormì sul petto di Gesù, ma innumerevoli volte Gesù si addormentò sul petto di Giuseppe, ponendo la sua bocca divina sopra quel cuore, saccheggiandolo, abbracciandolo, frantumandolo e producendovi ferite d’amore. E Giuseppe vegliava sul suo sonno, contemplando i misteri racchiusi nel Cristo». Nel solco della spiritualità teresiana sorsero presto tanti conventi e case dell’ordine carmelitano dedicate proprio a San Giuseppe.

«Chi non ha maestro, si rivolga a San Giuseppe, maestro di orazione. Il suo magistero è tutto nella sua paternità spirituale, con la quale attira e stringe a Gesù e Maria», scrive nelle Lettere pastorali padre Antonio di Sant’Alberto, vescovo carmelitano in Argentina vissuto nel 1700. Egli sottolinea opportunamente anche che, essendo San Giuseppe morto fra le braccia di Gesù e di Maria, «gode di un potere di protezione e grazia particolare per i suoi devoti nell’ora della loro morte».

«Oh! il buon san Giuseppe; Oh! quanto lo amo!», esclama spesso un’altra Teresa, la giovane santa del Carmelo di Lisieux. Ella si pone sotto il manto di San Giuseppe fin dall’infanzia, perché intravede in lui «un valido esempio per vivere a servizio di Gesù e Maria, di passare in silenzio e contemplazione le giornate offerte per la salvezza del mondo». Gli dedica anche una poesia e, in un testo scritto per essere rappresentato, mette sulla bocca di Giuseppe queste parole: «O Bimbo, com’è dolce il tuo sorriso! Ma è proprio vero che io, il povero falegname Giuseppe, ho la felicità di portare tra le mie braccia il Re del Cielo, il Salvatore degli uomini? È vero che ho ricevuto la missione sublime di essere il padre putativo di Colui che sazia con la sua presenza gli ardenti serafini e dà il nutrimento a tutte le creature? È vero che sono lo sposo della Madre di Dio, il custode della sua verginità? O Maria, ditemi, che profondo mistero è mai questo?». E in un’altra scena, a chi gli domanda perché Dio non punì con la morte il crudele Erode durante la strage degli innocenti, Giuseppe replica: «Io non posso sondare la profondità dei pensieri divini e li adoro senza comprenderli».

Un’altra santa carmelitana, Teresa Benedetta della Croce, al secolo Edith Stein, in un componimento in onore di San Giuseppe che si fa preghiera, scrive: «Custodisce il bambino Gesù con la Madre di tutte le madri. Perciò in lui si trovano al sicuro le madri fedeli di tutti i bambini. San Giuseppe, alle nostre mamme dona ampia benedizione. Oggi poniamo nel tuo cuore tutte le loro domande». In una chiesa di Auschwitz a lui dedicata «per salvaguardare il futuro da un deprecabile rinnovato furore di uomo contro uomo», egli è invocato dai carmelitani scalzi polacchi quale «potente Taumaturgo della nostra speranza».

Il volume di don Marcello Stanzione documenta accuratamente anche la storia del culto con una ricognizione delle feste liturgiche e delle pie pratiche di devozione in onore del padre putativo di Gesù e riporta in appendice sia una lettera dei Superiori Generali Carmelitani sul patrocinio di San Giuseppe sul Carmelo, sia un’ampia raccolta di preghiere per invocare il provvido custode della Santa Famiglia per ogni esigenza spirituale e necessità concreta.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

“Dio arriverà all’alba”: lo spettacolo su Alda Merini

«Dio arriverà all’alba / se io sarò tra le tue braccia». Trae ispirazione da questi versi della lirica Accarezzami lo spettacolo teatrale scritto e diretto dal poeta Antonio Nobili sulla ‘poetessa dei Navigli’ Alda Merini per omaggiarne la figura a novant’anni dalla nascita, il 21 marzo 1931, attraverso una tournée inaugurata al Teatro Viganò di Roma e che ora prosegue in streaming, date le dure restrizioni imposte dalla pandemia agli spettacoli teatrali.

«Non le scrivo, le trovo le poesie», ripete Alda Merini. La poesia è per lei «amica e amante»; è una «presenza della speranza che genera torrenti di versi», perché è «tra i nudi e i vuoti che si trova la poesia». Ma la parola della ‘poetessa dei Navigli’ non aleggia sulle cose, le attraversa come una lama affilata, se ne prede cura e le trasfigura, conferendo anche alla più semplice di esse la dignità che le spetta di realtà creata. E così la parola poetica compare sul retro di una lista della spesa, su foglietti di reimpiego e persino sul muro della sua casa popolare di Milano che fa da sfondo alla rappresentazione scenica, sul quale si staglia un verso, ‘Nessuno mi pettina bene come il vento’, tra promemoria e appuntamenti in programma per la settimana.

La Merini di Nobili è ripresa nel quotidiano della sua casa, in pantofole, mentre tra una sigaretta e l’altra e un bicchierino di Fernet riceve un giovane Arnoldo Mondadori venuto a portarle le bozze della prossima raccolta di poesie da pubblicare e a confessarle velatamente l’amore che prova per la domestica di lei o allorquando accoglie il suo medico che viene periodicamente a visitarla, col quale ride dei suoi mali alla schiena. Ma è a Paolo – un giovane ricercatore che vuole conoscerla per approfondire gli sviluppi della poesia contemporanea su richiesta del suo professore – che manifesta le crepe dei ricordi e le pieghe dell’anima. Egli ne esce intimamente trasformato sin dal primo incontro. E in effetti nei versi estemporanei della poetessa milanese traspare un’anima allo specchio spesso piacevolmente ironica, talvolta pungente e scontrosa, che non teme di nascondere a se stessa e agli altri quanto sia «agghiacciante guardarsi e non trovarsi». Eppure accetta la sfida di imparare a convivere con la propria anima e di sublimare in versi anche l’esperienza dolorosa degli anni trascorsi in manicomio e la scelta di dare in affido le sue quattro figlie. Alda Merini sostiene che, al contrario, «pazzo è colui che è così vigliacco da accettare di essere normale» e che in fondo «le persone non sono né cattive né buone, sono solo amate male o lo sono state».

Se dunque «lacrime dell’anima sono i versi del poeta», la Merini ne versa tante «come balsamo che mi pioveva sulla pelle», mentre siede sulla sua poltrona nelle notti insonni al chiarore della luna o mentre riaffiorano in solitudine i volti di persone care o i misteri delle cose. D’altra parte «in ogni cosa c’è una storia silenziosa e io ho voglia di sentire cosa hanno da raccontare. Ogni cosa che ci circonda ci sta già dettando qualcosa». Insomma è «l’amore la sorgente della poesia». È questo il segreto della poesia di Alda Merini, reso mirabilmente dall’interpretazione particolarmente intesa e commovente di Antonella Petrone e da tutto il cast di TeatroSenzaTempo.

Lo spettacolo è finalmente disponibile anche in streaming al costo di 5 euro (per ulteriori informazioni: www.dioarriveraallalba.com). È possibile sostenere coloro che lavorano nel mondo del teatro, così duramente provati dalle restrizioni ancora vigenti, anche acquistando il libro e il dvd dello spettacolo, il cui ricavato sarà devoluto in beneficenza alla Cooperativa Itaca che si prende cura della salute mentale di tanti malati psichiatrici.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

La sfera e la croce, profezia dei nostri giorni

La sfera e la croce, due simboli per due visioni della realtà e della vita umana inconciliabili, che si sfidano in cielo e sulla terra. «Questa palla è ragionevole; quella croce è irragionevole. È una bestia a quattro zampe, una delle quali è più lunga delle altre. Il globo è logico. La croce è arbitraria. Prima di tutto, il globo è unità in se stesso; la croce è, essenzialmente e soprattutto, nemica di se stessa. La croce è il conflitto di due linee nemiche, di due direzioni inconciliabili. Questa cosa muta che si innalza è un contrasto, una rottura violenta, una lotta nella pietra. Ne abbiamo abbastanza di questo simbolo. La stessa sua forma è una contraddizione in termini».

Sono queste le parole pronunciate da Lucifero, nome curioso per un professore, nel dialogo con un monaco che non a caso si chiama Michele, nel romanzo La Sfera e la Croce (pp. 256, 2021) di Chesterton, ripubblicato in una nuova veste editoriale dalla Società Chestertoniana Italiana, la casa Editrice Leardini e il Centro Missionario Francescano.

«Si tratta di un racconto distopico, una versione romanzata del suo precedente Eretici e una profezia dei nostri giorni», come rileva Marco Sermarini, presidente della Società Chestertoniana Italiana. I primi capitoli del romanzo uscirono a puntate, tra il marzo 1905 e il novembre 1906, sul periodico Commonwealth. Poi Chesterton ripose il progetto nel cassetto per ripubblicarlo integralmente nel 1910. A tal proposito «non escluderei che Ray Bradbury abbia preso spunto anche da quest’opera quando scrisse Fahrenheit 451. D’altronde si proclamò sempre devoto ammiratore del Nostro Eroe. Quasi negli stessi anni un altro ammiratore di G.K.C., Robert Hugh Benson, partoriva il suo ben noto romanzo distopico Il Padrone del mondo», osserva ancora acutamente Sermarini.

Da una parte c’è una ragione che si apre alla fede, dall’altra una fiducia razionalista cieca nel progresso che esclude ogni fede nelle verità rivelate. E in effetti san Giovanni Paolo I, nel capitolo dedicato a Chesterton del suo Illustrissimi, ha sottolineato mirabilmente proprio tale aspetto: «Il progresso con uomini che si amino, ritenendosi fratelli e figli dell’unico Padre Dio, può essere una cosa magnifica. Il progresso con uomini che non riconoscono in Dio un unico Padre, diventa un pericolo continuo: senza un parallelo processo morale, interiore e personale, esso – quel progresso – sviluppa, infatti, i più selvaggi fondacci dell’uomo».

Nel prologo un vascello volante sorvola la cattedrale di St. Paul a Londra. Agli occhi del professor Lucifero non è pensabile che la croce sovrasti la sfera, perciò tuona con superbia al suo interlocutore: «È un errore evidente. La sfera dovrebbe essere sopra la croce. Questa non è che un supporto barbarico; la sfera è la perfezione. La croce è tutt’al più l’albero amaro della storia dell’uomo; la sfera è il tondo frutto maturo finale. E il frutto sta in cima all’albero; non alla sua base». Tuttavia le ideologie della storia testimoniano, con ironia tragica, l’esatto contrario, e cioè che tali filosofie razionalistiche, cui allude la sfera, «comincino con l’infrangere la Croce, ma finiscano per distruggere il mondo abitabile». La fede autentica è, invece, passione antica e sempre nuova per tutto ciò esiste: «lo sguardo di Michele godeva di tutto ciò che incontrava, e non per una soddisfazione estetica, ma con la pura e gioconda avidità del bimbo che morde una ciambella».

La guerra nei cieli tra il professor Lucifero e il monaco Michele continua sulla terra nella lite sfociata in un duello a fil di spada e argomentazioni tra il signor MacIan – un uomo di fede «più certo dell’esistenza di Dio che della propria» che desidera «vendicare Nostra Signora sul Suo miserabile calunniatore» a tutti i costi – e Turnbull, suo antagonista in quanto ‘libero pensatore’ e ateo miscredente.

Di qui, quando la discussione si accende, MacIan argomenta acutamente che «il cristianesimo è sempre fuori di moda perché è sano di mente; e tutte le mode sono lievemente insane». Perciò «la Chiesa pare sempre indietro rispetto ai tempi, mentre in realtà precorre i tempi: aspetta che l’ultima follia abbia visto il suo ultimo tramonto e conserva le chiavi di una virtù permanente». E in effetti «la Croce non può conoscere la sconfitta perché è la Sconfitta», come ribadisce MacIan, il quale desidera battersi in nome di questa per difendere il motivo della sua stessa esistenza, nella consapevolezza che «più alto dei cieli, c’è qualche cosa di più umano dell’umanità».

Perciò egli ricorda ancora al suo interlocutore che «l’uomo in strada considera se stesso come io onnipotente pur sapendo di non esserlo. Si aspetta che l’universo intero giri intorno a lui, pur sapendo di non esserne il centro». Il romanzo segue le peripezie dei due protagonisti che finiscono come ‘folli’ persino in manicomio per le loro posizioni, muovendosi sempre sull’orlo del ‘paradosso’ così caro allo scrittore britannico.

Così nel Dies irae, nel giorno del giudizio finale, Turnbull che, «fino a quel momento, aveva avuto in perfetta buona fede la certezza che il materialismo fosse un fatto», riconosce che c’è un Fatto dinanzi al quale crolla ogni costruzione ideologica del mondo, la Rivelazione del Verbo di Dio, che può essere riconosciuto da colui che si pone con cuore libero e umile dinanzi alla realtà. Di qui anche Turnbull piega le proprie ginocchia in segno di adorazione, mentre le spade dei contendenti cadono definitivamente l’una sull’altra a mo’ di croce per ricordare che il mondo non può reggersi senza la croce.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Un manuale pratico per uscire dalle relazioni ambigue

«Chi si ama si dona, chi non si ama si svende». In questa citazione di Nicoletta Musso, counselor di Incontro Matrimoniale – un movimento nato in ambito cattolico che promuove un metodo per migliorare il dialogo in coppia per fidanzati o sposi – è condensato il cuore del recente volume di Alessandra Lucca Trombamica d’eccezione. 5 mosse per uscire dalle relazioni ambigue (StreetLib 2020, pp. 353), che addita un percorso per uscire da un’affettività irrisolta ed entrare in una relazione vera con l’altro, in cui amare ed essere amati sul serio per essere pienamente felici.

L’autrice è una giovane mamma lucana di 4 figli. Insieme al marito Francesco Rao sono influencer cattolici di professione per vocazione e coautori del blog 5 pani e 2 pesci. Avventure di Provvidenza quotidiana (5p2p.it) con dirette video frequenti molto seguite sui social dedicate ai ‘nuclei di morte’ delle relazioni affettive e ad altri temi legati alla vocazione all’Amore.

«La bellezza invece, soprattutto per una donna, è missione: rende l’uomo più uomo», scrive Padre Giovanni Marini nella prefazione. Eppure sono tante le ragazze oggi che vivono una situazione affettiva d’ambiguità, che si buttano in storie da ‘amiche di letto’, trombamiche senza impegno né responsabilità, mancando così il bersaglio della felicità, che consiste nell’amare ed essere amate pienamente nella verità del proprio essere. «La felicità si trova quando trovi il tuo posto nel mondo – precisa Alessandra Lucca –, riguarda le viscere di chi sono e di chi voglio essere». Ma la trovi solo manifestando un’affettività matura, che sappia andare oltre le farfalle nello stomaco. D’altra parte una tale felicità «non dipende da quello che succede, ma da cosa ci fai con quello che accade».

L’autrice, che attinge a piene mani al bagaglio della propria esperienza, non è indulgente con se stessa ma è anche molto ironica. Dice di sé che si vestiva da maschiaccio e aveva i brufoli; «ero quella che bisognava amare dentro..peccato che nessun ragazzo si avvicinava per vedere cosa c’era dentro».

Tra trombamici il must è solo sesso e niente sentimenti di mezzo, eppure si dimentica così che «il piacere sessuale è proporzionale alla profondità della relazione». Tra coloro che vivono relazioni ambigue si collocano anche le donne che preferiscono il ruolo di crocerossine o quelle che si lamentano che gli uomini son tutti uguali. Per uscire da questi loop che conducono solo all’infelicità è perciò necessario recuperare anzitutto l’equilibrio tra Sé ideale e Sé percepito, ovvero una buona autostima.

L’autostima non è solo l’immagine che gli altri ci rimandano di noi stessi, ma ha a che fare anche con il nostro modo di entrare in relazione, di «guardare le cose non come sono, ma come siamo». Per avere una buona autostima, che si costruisce sin dall’infanzia, è necessario scardinare l’equazione per cui se «nessuno mi si fila, allora non valgo nulla»; occorre evitare la mania del confronto con gli altri a tutti i costi per stabilire il proprio valore e imparare «ad essere gratuiti, avere pensieri positivi ed essere naturalmente capaci di ringraziare per le cose che viviamo».

Di qui il suggerimento di Alessandra Lucca è di imparare a benedire ogni parte del proprio corpo, cioè «di amarsi prima di cominciare a dimagrire perché se dimagrisci per amarti non funzionerà». L’autostima cresce infatti durante l’adorazione eucaristica, cioè «nel sentirsi guardata e amata in profondità dall’unico Padre che ti ama sempre, anche nelle tue fragilità, perché sei unica e fichissima». D’altra parte «se sono bella e mi tratto bene non permetterò a nessuno di trattarmi male».

Insomma bisogna «cominciare a dare un taglio a scelte/azione distruttive per la mia vita e iniziare a volersi bene» per poter entrare adeguatamente in relazione con l’altro. Per far questo occorre superare mancanza di autostima, vittimismo e idealizzazione amorosa; allontanare il fantasma del proprio ex, combattere la dipendenza dai propri genitori e non considerare l’attrazione fisica quale unica porta d’ingresso di una relazione. Poi occorre definire le proprie priorità (lavoro, amore, famiglia), perché le energie personali sono limitate e si rischia spesso di cadere nella pretesa di fatto irrealistica di porle sullo stesso piano, dedicandovi pari risorse in termini di impegno e tempo.

Dunque «una relazione equilibrata è una relazione in cui tanto quanto si cresce in tenerezza/contatto fisico si cresce in responsabilità», secondo quanto si evince dal triangolo di Sternberg che pone ai suoi tre vertici alla base amore e sesso e in alto il matrimonio. Secondo tale schema l’apice della responsabilità (il matrimonio) coincide con l’apice del contatto fisico (il sesso), altrimenti la relazione è inevitabilmente sbilanciata a favore di un solo dei tre poli. In tale prospettiva si tratta allora di «verginizzare l’uomo per portarlo al suo livello più elevato di uomo gratuito e generoso, capace di dare la vita per te». D’altra parte «se la castità fa verità sempre, la sessualità è l’apice della libertà che si esprime nel dono gratuito di sé all’altro». E in effetti, riconosce l’autrice, «la gratuità è l’unico presupposto che azzera le ambiguità, perché annulla pregiudizi e attese».

Amicizia, stima e rispetto sono al contrario le porte d’ingresso per una relazione autentica, per la quale bisogna lottare, altrimenti «se non dedichi le tue migliori energie a prenderti cura della tua affettività non ti rimangono che briciole insoddisfacenti, ovvero una relazione amorosa eccessivamente squilibrata verso la corporeità». Occorre tener presente che «l’amore se non cresce muore», muore se non ce ne prendiamo cura. E ricordare la bellezza della propria unicità anche nel modo di amare, poiché «l’uomo ragiona con gli occhi, è attratto dalla bellezza. La donna ragiona con l’orecchio, segue le parole».

Riprendendo l’esperienza personale, l’autrice sfata il luogo comune del matrimonio come prigione e ‘tomba dell’amore’: «A vent’anni ci siamo sposati e a ventisei avevo tre figli, cambiato tre nazioni, imparato tre lingue e preso una laurea in Italia. Alla faccia del #matrimonioèunagalera! Insomma un buon matrimonio dà la carica per viaggiare, imparare cose nuove, studiare di notte per dare gli esami».

Pertanto il segreto di una relazione autentica in cui ci si dona completamente e ci si sente completamente amati si regge sulla Roccia, che è Cristo. D’altra parte, «se vuoi amare da Dio, ci devi mettere Dio!». Tuttavia la fede da sola non basta, perché siamo fatti di spirito sì, ma anche di corpo e psiche, per cui può esser necessario, oltre al padre spirituale, anche un buon psicoterapueta per lavorare su ferite e traumi di un’affettività irrisolta. In questo modo si smette di essere ‘trombamici’ e si impara ad amare sul serio, lavorando costantemente per la propria felicità mentre nel contempo la si attende come dono, perché «noi siamo quello che doniamo».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana