Il dizionario dei ‘grandi convertiti’

Agostino, Bakhita, Buffalo Bill, Chesterton, Alexis Carrel, Paul Claudel, Bruno Cornacchiola, Christopher Dawson, Jacques Fesch, André Frossard, Ignazio di Loyola, Manzoni, Maritain, Thomas Merton, Bernard Nathanson, John Henry Newman, Papini, Rebora, Stenone, Paul Verlaine, Gary Cooper e John Wayne solo alcuni dei 168 volti e storie di conversione raccolte nel Dizionario elementare dei grandi convertiti (pp. 369), appena pubblicato dall’Istituto di Apologetica, a cura di Mario Arturo Iannaccone e Luisella Scrosati.

C’è spazio per le conversioni più celebri «per via della loro spettacolarità, per via della notorietà dei soggetti, o ancora per il fatto che siano state scritte delle memorie del processo e dell’evento della conversione». Storie personali riprese per offrire luce e conforto, «per vedere come Dio abbia aperto dei varchi nei cuori più induriti, attendendo il tempo propizio, un tempo che appare sempre tardivo allo sguardo umano, ma che si manifesta invece come il tempo propizio; per rendersi conto di come Egli sia in grado di avvalersi di ogni elemento di bene e di verità presente anche al di fuori dei confini visibili della Chiesa, non per lasciare ognuno lì dove si trova, ma per ricondurlo all’unico Ovile da Lui voluto; per constatare l’instancabile insistenza dell’amore di Dio per salvare gli uomini: tutto questo attesta che Dio è il Signore del tempo, della storia, degli uomini e nessun ostacolo esterno può impedire alla sua grazia di raggiungere il fine della nostra salvezza».

Pietro Abelardo, il grande maestro di arti liberali del XII secolo evirato per la sua tresca amorosa con Eloisa, diventa un monaco benedettino irreprensibile negli ultimi due anni della sua vita, come testimonia Pietro il Venerabile in una lettera alla stessa Eloisa divenuta poi monaca: «Non ricordo di aver visto nessuno che si vestisse e si comportasse con pari umiltà…leggeva continuamente e pregava spesso, non rompeva mai il silenzio, a meno che non lo spingessero a parlare le familiari riunioni con i confratelli o i pubblici discorsi che egli teneva loro sulle cose divine». Egli muore infatti raccomandando a Dio corpo e anima.

John Adams è un ministro della Chiesa anglicana che si converte al cattolicesimo. Divenuto sacerdote cattolico durante la restaurazione protestante operata in Inghilterra da Elisabetta I, avrebbe dovuto lasciare entro 40 giorni il regno in base a un decreto della regina, pena la morte. Adams prosegue invece la sua opera di evangelizzazione. Catturato, viene «attaccato a un palo o pannello di legno e trascinato da un cavallo fino al luogo dell’esecuzione; qui è stato impiccato e, in procinto di morire, evirato, eviscerato e quindi decapitato. Poi il suo cadavere venne fatto oggetto di vilipendio mediante lo squartamento in quattro pezzi».

Giuseppina Bakhita, pur essendo stata maltrattata dai negrieri dai quali era stata comprata quale schiava, con la freschezza della convertita, una volta divenuta suora, scrive nel suo Diario: «Se incontrassi quei negrieri che mi hanno rapita e anche quelli che mi hanno torturata, mi inginocchierei a baciare loro le mani, perché, se non fosse accaduto ciò, non sarei ora cristiana e religiosa». La ‘Madre Moretta’ è infatti profondamente consapevole nei confronti del Creatore del fatto che «tutta la mia vita è stata un dono suo: gli uomini sono strumenti; grazie a loro ho avuto il dono della fede».

Lo sciamano dei pellerossa soprannominato ‘Alce Nero’ non solo si converte al cattolicesimo, ma è anche un missionario zelante che, «per la sua saggezza e capacità comunicativa dà una grande spinta affinché molti indiani abbraccino la fede».

Camillo de’ Lellis è un rampollo di una famiglia militare. A causa di un’ulcera al piede, è costretto ad abbandonare l’esercito. Di qui si dedica ai piaceri e al vizio del gioco che lo riduce alla miseria, costringendolo a mendicare. Accolto in un convento di cappuccini, dopo aver ascoltato padre Angelo, «per tutta la notte, nella sua testa non si rincorrono che queste parole: “Dio è tutto, il resto è nulla!”». Di qui la sua richiesta di farsi frate e dedicare la sua vita al servizio dei malati più poveri e abbandonati, per i quali fonda l’Ordine regolare dei Ministri degli Infermi.

Tra i convertiti contemporanei c’è sicuramente Massimo Caprara. Intellettuale comunista tra i fondatori del quotidiano Il Manifesto, scorge molte ingiustizie da parte dei ‘compagni’ di Togliatti per cui, leggendo il Vangelo, ben presto «scopre che, a differenza di quanto aveva creduto per tanti anni, manipolato dalla catechesi comunista, il cattolicesimo libera e non chiude, esalta la critica e non la ottunde».

 Che il massone e anticlericale Giosuè Carducci si sia convertito in segreto al cattolicesimo e abbia chiesto la confessione prima di morire è data conferma da alcune confidenze ricevute da don Orione, il quale rivela come il poeta dell’Inno a Satana fosse «troppo debole per dirlo forte». Al contrario, il medico scettico e positivista Alexis Carrel si converte dopo aver assistito a una guarigione miracolosa a Lourdes, riconoscendo umilmente: «Lo scopo della vita è la santità e non la scienza. Ma la santità non può, senza l’aiuto della scienza, organizzare e guidare la vita. Il compito della scienza è quello di permettere agli uomini di raggiungere la santità». Con termini simili e ancor più icastici si esprime il grande scrittore inglese Chesterton: «Diventare cattolico non è smettere di pensare, ma imparare a pensare».

Insomma, dirompente o silenziosa, sconvolgente o interiore che sia, ogni conversione si configura pur sempre, per dirla con le parole del poeta Paul Claudel, quale riscoperta e riconoscimento di «una relazione d’amore tra questa persona che sono e questa persona che è Dio!».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Tu scendi dalle stelle per la nostra gioia

«La vita umana presenta inequivocabilmente le ferite della sofferenza e dell’insufficienza, le ferite del tradimento e della cattiveria…ma dentro questa ruvida greppia umana…Dio è nato e nasce ancora!» – scrive il cardinal Angelo Comastri, Vicario Generale di Sua Santità per la Città del Vaticano e Arciprete della Basilica Papale di San Pietro –, nel suo recente volume Tu scendi dalle stelle…ed è Natale! (San Paolo 2020, pp. 140), che raccoglie diverse meditazioni spirituali sul grande mistero dell’Incarnazione del Verbo nella storia e sul senso autentico del Natale stesso, soprattutto nel particolare momento storico che stiamo vivendo.

 Cristo è e rimane l’unica speranza viva per l’umanità sofferente, ieri come oggi. Un Re che ha sulle spalle il suo potere, come scrive il profeta Isaia. Allo stesso modo le mirabili profezie di Daniele e Zaccaria sulla venuta di un Messia umile, i canti del servo sofferente di Isaia e il Salmo 22 focalizzano soltanto alcuni aspetti salienti della figura di Cristo, in quanto – come ha acutamente osservato Dyson Hogue – «nella Bibbia noi abbiamo il più impressionante ritratto di un uomo perfettamente somigliante, realizzato non da uno, ma da venticinque artisti, nessuno dei quali aveva visto la persona che loro stavano dipingendo».

È necessario allora recuperare un senso di umile stupore dinanzi a tali parole di verità, scritte tanti secoli prima di Cristo eppure così incredibilmente rispondenti agli eventi concreti della sua vita, e in particolare al mistero della sua morte e resurrezione, e pertanto degne di fede. L’uomo contemporaneo si lascia invece più facilmente irretire da fiumi di parole vacue piuttosto che prestare l’orecchio alla Parola che salva; si lascia abbagliare dalle tante luci natalizie che scorge per le strade e non apre gli occhi alla Luce vera, perché «la montagna del nostro orgoglio non entra nell’angusto spazio della grotta».

Eppure basterebbe considerare i fatti storici. «Da questo Bambino – rileva il cardinale – è partita la più grande e benefica trasformazione dell’umanità: da questo Bambino è nata la civiltà dell’amore e del rispetto, mentre, ogni volta che ci si è allontanati da questo Bambino, è riemersa la barbarie del sopruso e del calpestamento della dignità umana. Come dovremmo commuoverci, intenerirci, sentirci inondati di gioia! Dio, l’infinito, si è fatto vicino e si è legato irreversibilmente a noi per puro amore, per irresistibile esplosione di bontà: questo fatto deve farci amare la vita e deve ricolmarci di ottimismo a tutta prova».

Da Paolo di Tarso a Madre Teresa di Calcutta i santi incarnano lo spirito autentico del Natale, che consiste proprio nell’«accorgersi di Gesù, accoglierlo nella vita e lasciar continuare in noi la novità della santità sbocciata, come un inatteso miracolo, nella povera mangiatoia di Betlemme». Una santità possibile che è la vocazione di tutti i battezzati e custodisce il segreto della vera gioia, che è «accogliere Dio, farGli spazio, cioè diventare la povera e umile mangiatoia di Betlemme, perché Dio nasce sempre e solo nella mangiatoia di Betlemme. Occorre pertanto togliere l’orgoglio dal cuore, eliminare l’egoismo, abbattere i muri dell’indifferenza e del rancore, affinché Gesù possa nascere in noi e diventare Lui la nostra gioia. È lo scopo del Natale che ritorna. Facciamo spazio a Gesù perché Gesù è Dio: l’unico capace di farci sorridere ancora! Sì, perché Dio è il proprietario esclusivo della gioia. Esclusivo! Ricordatelo».

La gioia cristiana è infatti seme e frutto di chi vive secondo la logica del dono. Lo evidenzia acutamente ancora l’Arciprete della Basilica Papale di San Pietro, quando sottolinea che «la gioia si trova percorrendo un altro itinerario: l’itinerario del dono di sé, l’itinerario che va dall’egoismo al servizio umile e generoso presso le tante grotte di Betlemme, che sono disseminate dovunque: anche accanto a noi! Non ci manca, infatti, qualcosa per essere felici: abbiamo, invece, qualcosa in più che ci pesa perché non l’abbiamo donata a Gesù, presente nella povera Betlemme, che è nel pianerottolo della nostra stessa casa».

A coloro che desiderano vivere il Natale con questo spirito in maniera concreta, il cardinal Comastri ricorda infine il significato degli stessi auguri che ci scambiamo reciprocamente in questi giorni: «Vi auguro di cuore: Buon Natale! Buon Natale vuol dire: se hai un po’ di orgoglio, buttalo via; e sarai tanto felice. Se hai un po’ di egoismo, mettilo sotto i piedi; e sperimenterai la gioia dell’amore che è esperienza di Dio. Buon Natale a tutti. Provate a uscire dall’egoismo e sentirete il canto degli angeli e proverete la gioia di Maria e di Giuseppe. Anche oggi, anche in questo momento!».

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Natale è l’amore del Padre per la nostra fragilità

Will è uomo senza arti, nato senza mani né braccia, con un piccolo piede ‘da gallina’, insomma “una perversione della natura”. Trattato come ‘fenomeno da baraccone’, prende un pomodoro in faccia da un bambino ed è reso oggetto di scherno e derisione in un circo che mette a nudo senza pietà le fattezze fisiche e le imperfezioni di un essere umano. Ma, in questo triste circo, una sera giunge il direttore di un altro circo, Mr. Mendez. “Sei meraviglioso”, esclama il Signor Mendez mentre guarda con amore Will. Quest’ultimo non riesce inizialmente a scorgere in quello sguardo una modalità differente di essere guardato, per cui gli sputa in faccia. Will infatti non crede che Mr. Mendez faccia sul serio con lui e scambia le sue parole per l’ennesima presa in giro. Ma ancor più sorprendentemente Mendez incassa il colpo, comprende la sua reazione ed è addirittura pronto a giustificarla.

È proprio lo sguardo magnetico di Mr. Mendez a innescare in Will il desiderio di cambiare vita in The Butterfly Circus “Il Circo della Farfalla”, un cortometraggio del 2009 diretto da Joshua Weigel, con uno straordinario Eduardo Verástegui nei panni del direttore del circo e un’intensa interpretazione di Nick Vujicic in veste di se stesso. Nessuno aveva mai guardato così Will che forse per la prima volta si sente amato per quello che è e non soltanto messo alla berlina per i propri difetti. Mendez gli ridà dignità, crede nelle sue potenzialità, vede “la bellezza che può nascere dalle ceneri” non solo di Will ma anche degli altri artisti che lavorano con lui che, non a caso, rappresentano le categorie emarginate e più disprezzate della società, dall’anziano alla prostituta e all’uomo violento fiero dell’esercizio della propria forza bruta. Ebbene Mendez, nel riconoscerne l’incommensurabilità della dignità, offre a costoro la possibilità di una realizzazione piena della propria vita perché sa guardare al di là delle loro fragilità, proprio come Dio ci guarda e ci ama al di là dei nostri limiti e dei nostri peccati. È infatti quel Qualcuno che crede in noi a costituire la radice profonda di una sana fiducia in se stessi e nelle proprie capacità da spendere al servizio del prossimo, nella consapevolezza che “più dura è la lotta, più glorioso il trionfo”. Quest’espressione è tradotta mirabilmente dalla metafora della farfalla che dà il titolo al cortometraggio, la quale allude alla fatica e alle difficoltà che il bruco deve imparare ad affrontare e superare prima di poter spiccare il volo.

Mr. Mendez è dunque figura del Padre che ama i suoi figli anche nelle loro debolezze e dona loro la grazia perché possano vivere una vita piena. I due circhi sono invece metafore rispettivamente di un mondo di uomini sempre pronti a individuare le imperfezioni e i difetti altrui per criticarli e giudicarli, in cui derisione e odio la fan da padroni, e di una schiera di uomini disponibili a scusare i difetti l’uno dell’altro e a incoraggiarsi vicendevolmente per costruire una gioiosa condivisione dei propri carismi messi a frutto a beneficio di tutti.

Si tratta di uno dei cortometraggi più belli che sia mai stato girato ed è facilmente reperibile su YouTube sia in italiano che in lingua originale con sottotitoli in italiano. Decisamente preferibile vederlo in quest’ultima versione, che consente di apprezzarne meglio la prova recitativa degli attori come di soffermarsi su alcune ‘perle’ molto significative che i protagonisti si scambiano nei diversi dialoghi.

Il Bambino Gesù che giace indifeso in una mangiatoia nel Natale del Figlio di Dio è un segno visibile di tale amore grande del Padre che si china con umile delicatezza su ogni fragilità umana perché da ferita diventi feritoia di luce e di grazia.

Fonte: Chai and Life, dicembre 2020

Avvento. Sant’Agostino: “Aspettate il Signore per riconoscerLo”

«Vieni, Signore Gesù». È questa l’invocazione che ciascun cristiano è chiamato a ruminare come un monaco nel tempo di avvento. Come rivela l’etimo stesso della parola, avvento è ad-ventum, il venirci incontro del Figlio di Dio nell’oggi del nostro tempo e della propria storia personale. Tra la sua prima venuta nell’umiltà della carne umana e nella sottomissione alla volontà del Padre e la seconda venuta alla fine dei tempi del Cristo nella gloria come giudice misericordioso c’è infatti la venuta del Signore dei secoli e dell’eternità nel ‘già e non ancora’ dell’oggi, di questo Natale 2020.

Il Signore viene come un ladro nella notte; «il non conoscere l’ora della sua venuta mira forse proprio a questo: a farti stare sempre pronto», scrive Sant’Agostino. Chi sono allora quelli che non si fanno sorprendere dalla venuta improvvisa del Signore? «Coloro che fanno affidamento più sull’Autore dei doni ricevuti che non sulle cose ricevute in dono senza asservirsi ad esse – sottolinea il vescovo d’Ippona – e, quanto alle cose in se stesse, vi vedono un tratto della sua misericordia che viene a consolarli. Per cui non si appagano dei doni per non precipitare lontano dal Donatore. Persone di questo genere non saranno prese alla sprovvista dal giungere di quell’ora, che sarà come il giungere di un ladro». In tale prospettiva l’avvento costituisce un monito a riscoprire ogni cosa per quella che realmente è, a considerarla in ordine al fine per cui è stata creata, ossia un dono di grazia di cui giovarsi per render maggior gloria a Dio anche nel servizio operoso ai fratelli.

Cristo è luce che viene a rischiarare le tenebre del peccato di ogni uomo per farlo vivere della e nella Sua luce. Ogni uomo, in realtà, in se stesso «non è altro che tenebre, Tu invece sei la luce che fuga le tenebre e che m’illumina; luce per me che non si sprigiona da me, bensì luce ch’è parte di quella che proviene da te». In questo tempo di preparazione al Santo Natale il discepolo di Gesù è chiamato a convertirsi, ossia a combattere il peccato e a conformarsi alla volontà del Padre per vivere nel suo amore da vero figlio della luce. Il vescovo di Ippona avverte infatti che «crescere male è un menomarsi. Sia dunque Dio a crescere in te, Dio che è sempre perfetto. Quanto più conosci Dio e quanto più lo accogli in te, tanto più apparirà che Dio cresce in te; in sé però non diminuisce, essendo sempre perfetto».

D’altra parte solo chi vive ogni giorno alla presenza del Padre, in compagnia del Figlio e nella grazia santificante dello Spirito Santo può divenire, sulla scia di Giovanni il Battista, una ‘voce che grida nel deserto’, cioè annunciatore credibile perché testimone di vita piena nel vuoto di una società che continua a vivere come se non vi fosse mai stata una mangiatoia a Betlemme. Dunque «che significa gridare verso Cristo, fratelli, se non corrispondere alla grazia di Cristo con le opere buone? Dico ciò, fratelli, affinché non facciamo strepito con le parole e rimaniamo poi muti con le opere buone. Chi è che grida verso Cristo affinché sia rimossa la cecità interiore al suo passaggio? Chi è che grida verso Cristo? Grida verso il Cristo chi disprezza il mondo e i piaceri mondani. Grida a Cristo chi non con la lingua, ma con la vita dice: ‘Il mondo per me è morto e io per il mondo sono morto’ (cf. Gal 6, 14)», offrendo le proprie gioie e sofferenze quotidiane del tempo presente come sacrificio spirituale gradito a Dio perché la salvezza operata dal Verbo raggiunga ogni uomo.

Perciò, nell’attesa gioiosa del Natale del Signore, ciascuno contempli il grande mistero del Verbo che si fa carne della nostra carne. Infatti poiché «Dio si è fatto uomo per te, uomo, ti devi credere davvero cosa grande; ma ti devi abbassare per poter salire, perché anche Dio si è fatto uomo abbassandosi. Attaccati alla medicina che ti cura, imita chi si è fatto tuo maestro, riconosci il tuo Signore, abbraccia in lui il fratello, riconosci il tuo Dio».

Allora «venga il Signore a visitare il vostro cuore: nelle ore di svago e fra le occupazioni, in casa, nel letto, durante la consumazione del pasto, la conversazione o il passeggio e in ogni luogo. Venga la pioggia divina e il seme che è stato sparso produca i suoi frutti! Là, dove noi non arriviamo e mentre noi ce ne stiamo riposando tranquilli o badiamo ad altre occupazioni, venga Iddio a far crescere le sementi che abbiamo sparse, di modo che possiamo anche rallegrarci del frutto».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

‘E Dio fece il presepe’ nelle anime che lo ospitano

«Poi Dio fece una pausa e pensò dove fare il suo presepe. Decise per Betlemme. Immaginò le statuine: il bue, l’asino, le lavandaie, i pastori…E poiché non aveva fretta, diede a ciascuno di loro una stirpe: genitori, nonni, bisnonni…Centinaia di vite per creare ogni vita; centinaia di storie d’amore per ottenere il gesto, il tono di voce, la mano tesa nella posizione voluta per ognuno dei personaggi del presepe di Dio. Pensò a sua Madre: la sognò da tutta l’eternità. E con il desiderio delle sue carezze, iniziò ad abbozzare negli avi di Maria i tratti di quel fiore che a suo tempo doveva sbocciare».

Si apre così il bel racconto di padre Enrique Monasterio E Dio fece il presepe (Ares 2020, pp. 188), che custodisce la magia autentica del Natale. E in effetti, precisa l’autore, «Natale non è un anniversario, né un ricordo. Non è neanche un sentimento. È il giorno in cui Dio fa un presepe in ogni anima. A noi chiede soltanto di riservargli un angolo pulito; di lavarci le orecchie per ascoltare i canti di Natale degli angeli; di toglierci di dosso la sporcizia che si è accumulata». Si tratta di una palese allusione all’esigenza di vivere con fede il sacramento della Riconciliazione proprio per poter celebrare nella gioia il mistero della nascita del nostro Salvatore.

In un dialogo immaginario tra la creatura e il suo Creatore, è il Padre che si rivolge all’uomo con queste parole: «Ti concedo, inoltre, il dono che finora ho fatto solo agli angeli. Sarai capace di amare e di ricevere amore. Nel donare il tuo corpo donerai anche l’anima e tutto il tuo essere, come io stesso faccio. Potrai unirti alla tua sposa – come lei a te – con un amore fedele e fecondo. E quando dirai ‘per sempre’, sarà davvero così: amando sarai eterno, come lo sono io».

Protagonista del racconto è Oriente, una stella cometa, in verità nemmeno la più fulgida del firmamento, e c’è spazio per i diversi pastori del presepe, personaggi comuni e straordinari nelle loro fattezze: Maria, definita ‘il sogno di Dio’; Giuseppe, che rimane nell’ombra; gli arcangeli; la lavandaia Salomè, dietro la quale si cela il lavoro umile e nascosto di ogni casalinga; il pastore tonto Zabulone e l’albergatore Gioacchino che da un lato trova un po’ di spazio in una stalla per la Santa Famiglia, dall’altro chiede umilmente a Gesù di scacciare dalla sua anima eventuali ospiti indesiderati. Tra gli animali c’è l’asino Moreno cavalcato dall’arcangelo Raffaele, patrono dei viaggiatori, il quale gli si presenta così: «Ti conosco perché io ti ho disegnato migliaia di secoli fa, in Cielo, quando Dio ci spiegò che aveva bisogno di un trono per suo figlio e di una utilitaria per la sua famiglia della terra». Un asino docile, «di cui alcuni dicono che il Signore ha messo qui per riscaldare il Bambino con il mio fiato. Non è così: a Gesù basta il calore delle braccia di Maria. Io sono solo il trono del re e il primo giocattolo di un neonato, che ha già imparato a tirarmi le orecchie».

Nel presepe immaginato da Monasterio ci sono anche alcune statuine storte, che non si lasciano modellare dal Signore, tra cui Erode; e alcune rotte, a causa della efferata strage degli innocenti voluta da quest’ultimo, per la quale «il presepe di Dio si macchierà di sangue. Vedrai presto delle statuine in pezzi, moriranno prima di aprire gli occhi. Sono i più innocenti e Dio li ha creati per la vita». Si tratta di una realtà profetica ancora oggi purtroppo tragicamente visibile nei milioni d’aborti nel mondo.

Ogni personaggio ha qualcosa da insegnare, una storia da raccontare e testimoniare con la propria vita, una missione da compiere fino al conseguimento della pienezza di vita in paradiso. Infatti Maria custodisce in cielo sotto il suo manto ciascun personaggio del presepe fatto da Dio: «il pastorello tonto con le sue vesti accademiche; Salomè, ‘l’ancella dell’Ancella del Signore’ (come si chiama ora), incoronata come la sua Padrona; Simeone, con gli occhi pieni di lacrime e di stelle; l’asinello Moreno che aveva imparato a ragliare sinfonie e si accingeva a canticchiare la Nona di Beethoven; Gioacchino, il padrone della locanda che porta sempre il suo fanale in mano; i Magi con i loro cammelli e il rumoroso corteo degli innocenti che il povero Erode aveva mandato in Paradiso troppo presto».

 Nel suo nuovo avvento sulla terra «Dio Padre avrebbe preso dimora in mezzo a noi, non come a Betlemme, nascosto in fasce, fuggendo dai suoi nemici, ma come Re: nei soggiorni delle nostre case, nelle strade delle nuove città, nel lavoro gioioso delle botteghe, tra i libri degli intellettuali, nel clamore degli stadi».

E Oriente? Quale privilegio otterrà la cometa destinataria dei primi sorrisi del Bambino Gesù? Per scoprirlo bisogna leggere fino alla fine questo racconto significativo e poetico disponibile persino in giapponese di don Enrique Monasterio il quale, nel solco del carisma di San Josemaría Escrivà, ha compreso «davanti al presepe che si prega anche guardando, con l’immaginazione, con la fantasia, persino con i sogni».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Il Dio Bambino, tra santi e artisti devoti al piccolo Gesù

Dal Bambino Gesù di Praga a quelli di Siviglia e dell’Aracoeli a Roma, la pratica della devozione al piccolo Gesù Bambino è diffusa in tutta Europa, e non solo. D’altra parte «il rapporto del cristiano con Cristo, bambino o adulto che lo si voglia vedere, è per sua natura un rapporto di amore. Non solo, ma di un amore che tende all’identificazione, fino al traguardo segnato da san Paolo: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me”».

Tale devozione ha radici molto antiche. Nel III secolo Origene scriveva: «Preghiamo Dio onnipotente e lo stesso Bambin Gesù, con il quale desideriamo conversare e tenerlo in braccio, affinché anche noi possiamo prendere il Figlio di Dio e stringerlo al cuore».

Lo evidenzia don Michele Doltz nel suo Il Dio bambino (Ares 2020, pp. 406), un’opera colta ma divulgativa, che coniuga la tradizione delle devozioni dei santi per Gesù Bambino – la quale si effonde in preghiere, meditazioni spirituali e canti liturgici celeberrimi quali Tu scendi dalle stelle di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori – con la storia iconografica del Bambinello nelle raffigurazioni di grandi artisti. In effetti, è paradossalmente proprio dalla figura di Gesù «depurata dalla superflua fantasia e addirittura dall’immoralità» dei Vangeli Apocrifi che emerge un’immagine di Lui quale «Piccolo Re che impone rispetto, che unisce all’innocenza infantile la potenza della divina regalità. È un Bambino che sa e che può tutto».

 La devozione a Gesù Bambino suscita un movimento del cuore di tenerezza e affetto che è alla base di meditazioni spirituali dense di carità e poesia, ma radicate nella concretezza di un evento che ha cambiato la storia. A tal proposito il cisterciense Nicola di Clairvaux, nei suoi sermoni di Natale, scrive: «O Betlemme, città del Dio altissimo, in te e nei tuoi dintorni si sono viste oggi cose meravigliose. Dio si aggrappa al seno, è deposto in una mangiatoia, viene avvolto in fasce, estende felice le sue mani e la braccine nella piccola culla, chiama la Vergine, sorride a Maria». Allo stesso modo San Francesco «nominando il Bambino di Betlemme oppure dicendo ‘Gesù’, si lambiva con la lingua le labbra, quasi a gustare la dolcezza di questo nome».

Gli fa eco San Bonaventura, che relativamente all’esigenza per il fedele di generare il Verbo spiritualmente così come la Vergine lo ha generato nella carne, scrive: «Dopo tale gioiosa nascita, essa comprende e gusta quanto è soave il Signore Gesù. In realtà è soave quando lo si alimenta di sante meditazioni, quando lo si lava con la fonte di devote e calde lacrime, quando lo si avvolge in vesti di casti desideri, lo si porta tra le braccia dell’amore santo, lo si bacia con frequenti sentimenti di devozione e lo si riscalda nel petto mistico del proprio spirito».

Nelle Meditazioni della vita di Cristo Cola, un altro francescano del XIII secolo, scrive parole di rara dolcezza in relazione alle premure della Vergine Madre verso il suo Bambino: «Mio Dio, di quanta premura e diligenza lo fa oggetto perché non gli manchi nulla. Con che devozione e delicatezza, con quale timorosità lo tratta, sapendo che è il suo Dio e Signore, quando inginocchiata lo prende in mano per adagiarlo nella culla. Ma con che gioia insieme e confidenza e diritto materno se lo abbraccia, se lo sbaciucchia, se lo stringe al petto con dolcezza e se lo gusta, sapendo che è figlio suo!».

Una devozione pienamente ‘incarnata’, dunque, spirituale e nel contempo estremamente concreta, che può contribuire a generare una consapevolezza profonda da parte della creatura di appartenere al suo Creatore. Di qui «salendo le scale del monastero dell’Assunzione, ad Ávila, Teresa racconta così l’incontro con un grazioso bambino che le domandò: “Come ti chiami?”. La santa rispose: “Io sono Teresa di Gesù”. E il bimbo: “Io sono Gesù di Teresa”».

«Da sua mamma, donna Assunta Cavaliere, – racconta ancora padre Doltz – il piccolo Alfonso de’ Liguori imparò l’amore a Gesù Bambino». Infatti «quando era già lontano dalla famiglia, la mamma gli regalò la sua statua del Bambino e ne fu così lieto che il 25 di ogni mese la faceva esporre nel coro attorniata da ceri, e davanti a essa i suoi discepoli meditavano sugli esempi di Betlemme e rinnovavano i loro voti». Lo stesso Sant’Alfonso predicherà ai fedeli che si preparano a vivere il Natale con queste parole: «Molti cristiani sogliono per lungo tempo avanti preparare nelle loro case il presepe per rappresentare la nascita di Gesù Cristo; ma pochi sono quelli che pensano a preparare i loro cuori, affinché possa nascere in essi e riposarsi Gesù Cristo. Tra questi pochi però vogliamo essere ancora noi, acciocché siamo fatti degni di restare accesi di questo felice fuoco, che rende le anime contente in questa terra e beate nel cielo». Il cantore di Tu scendi dalle stelle ama effondersi anche in numerose liriche accese d’amore per il Divin Figliuolo: «Io t’amo, o Dio d’amor, ch’essendo amante,/per farti amar da me nascesti Infante». Come rileva acutamente Oreste Gregorio, la meditazione alfonsiana esprime la consapevolezza che «la croce ha le sue radici nella culla; a Betlemme comincia il Calvario del Verbo fatto carne». Tra i santi più recenti merita di essere ricordata Santa Faustina Kowalska, la quale racconta il suo incontro mistico con Gesù, ripetendo frequentemente: «Vedo spesso il Bambino Gesù durante la santa Messa».

Il volume di don Michele Doltz approfondisce anche le ragioni teologiche di tale devozione e ne ripercorre le tappe fondamentali della storia iconografica attraverso un commento puntuale a immagini di statuine e dipinti d’autore, che testimoniano la bellezza di un affetto profondo da parte di artisti, santi e semplici fedeli verso Gesù Bambino.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Indagine su Sherlock Holmes e sul suo autore

La vita stessa è un enigma di cui occorre investigarne gli indizi per comprenderne un po’ di più il mistero. Lo sanno bene Sherlock Holmes e anzitutto il suo ideatore, il medico e romanziere scozzese Sir Arthur Conan Doyle che, spinto dalla «necessità di attingere al bello, al buono, a tutto ciò che colpisce, interessa e incuriosisce, attraverso la lettura, e di condividere passioni, interessi e scoperte con i propri lettori attraverso la scrittura», inizia a immaginare i tratti del suo detective. Animato da tale desiderio, «cominciò ad affiancare all’attività di medico quella di narratore, e alla fine questa diventò assolutamente preponderante. Le sue storie di indagini, di inchieste, di misteri da svelare, finirono per diventare una piccola epopea. In fondo Sherlock Holmes e John Watson sono una specie di Don Chisciotte e Sancio Panza, con la differenza che Holmes non combatte contro i mulini a vento, ma contro criminali ben concreti, e il suo metodo non è la follia, ma il ragionamento deduttivo».

 In Indagine su Sherlock Holmes (Ares 2020, pp. 232) l’abile investigatore, il suo inseparabile collaboratore Watson e il loro autore sono messi sotto la lente di ingrandimento di un altro medico e scrittore, Paolo Gulisano firma nota ai lettori de La Nuova Bussola. Egli raccoglie una miniera di indizi non solo sul più famoso detective della storia che da 130 anni continua a essere rivisitato al cinema come nella letteratura, ma anche sulla vita del suo autore, Sir Artur Conan Doyle, il quale avrebbe voluto ottenere la fama e la gloria per mezzo di romanzi storici e invece si ritrovò a reinventare e rendere il romanzo giallo di stampo poliziesco un’opera d’arte.

«Holmes era lo specchio in cui Doyle si rifletteva, in cui guardava». Scozzese, classe 1859, figlio di genitori di origini irlandesi, Arthur comincia a respirare nelle aule di medicina lo spirito scientista positivista per cui abbandona presto la fede cattolica, forse anche per rimarcare la propria identità rispetto a quella del padre alcolista che certamente non apprezzava. Si forma alla scuola del medico Joseph Bell, il quale sostiene che «un uso addestrato dell’osservazione può portare a una utilissima anamnesi del paziente» e che fu uno degli incaricati alle indagini medico-legali dei delitti di Jack lo squartatore.

 Holmes invece è «un individualista, ma al servizio della giustizia. Un anarchico, un freddo calcolatore, apparentemente cinico, ma capace di provare misericordia per la povera gente dei quartieri più poveri di Londra». Si descrive così: «Io detesto il grigio tran tran dell’esistenza quotidiana: ho bisogno di sentirmi in uno stato di esaltazione mentale costante. Ecco perché mi sono scelto questa particolarissima professione, o meglio me la sono creata, dal momento che sono unico al mondo. Sono il solo poliziotto privato ‘consulente’». Il suo metodo d’indagine consiste nel «vedere ciò che gli altri si lasciano sfuggire», cercando di scovare in ogni dettaglio un indizio utile per una conoscenza oggettiva, evitando di «formulare teorie premature su dati insufficienti».

Per quanto riguarda il suo collaboratore, «Holmes non riconobbe mai di avere in Watson qualcuno intellettualmente suo pari, ma Watson non dimostrò di soffrirne eccessivamente: accanto a Holmes sembrò aver trovato il proprio posto nel mondo, la luce riflessa di cui brillare, un rimedio alla propria fragilità». In questo modo «Watson finì per diventare l’eroe del quotidiano, l’eroe possibile, avvicinabile, concreto, plausibile».

Rispetto alla fede sottolinea Gulisano «a suo tempo aveva fatto pronunciare al suo amato e odiato personaggio: “Non c’è nulla in cui la deduzione sia così necessaria come nella religione” proseguì appoggiandosi con la schiena alle persiane. “Può essere costruita dal ragionatore come una scienza esatta. A me sembra che la nostra maggiore certezza della bontà divina poggi proprio sui fiori”. Così diceva nel racconto Il patto navale. Una consapevolezza dei propri limiti, della propria finitezza, che Holmes esprime con parole ancora più commoventi: “Che Dio ci aiuti!” mormorò Holmes dopo un lungo silenzio. “Perché il destino si diverte a scherzare con noi umili vermi? Di fronte a un caso come questo, non posso non pensare alle parole di Baxter: ‘E così finirebbe Sherlock Holmes, se non fosse per la misericordia divina’”».

Trasposto in molteplici versioni cinematografiche e ridisegnato persino in veste di cartone animato, il personaggio uscito dalla penna di Conan Doyle è ormai un cult, in quanto «Holmes è qui a ricordarci che l’uomo è fatto per investigare il mistero, è fatto per scoprire la verità. Ha come vocazione quella di rendersi conto della necessità di affrontare il mistero. A volte può conoscere solo dei frammenti, dei tratti di un sentiero che alla fine si interrompe. La missione di Sherlock Holmes è stata quella di svelare ciò che è nascosto ed è una missione che egli lascia ancora oggi come compito a ogni lettore».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

San Tommaso risponde così agli interrogativi che avete

“È peccato essere noiosi?”, “È peccato amare il vino?”, “Se mi distraggo quando prego, Dio smette di ascoltarmi?”. Sono queste alcune domande alle quali lo psicologo statunitense Kevin Vost – volto noto del coraggioso network cattolico radiotelevisivo EWTN ed autore di molti libri divulgativi – prova a rispondere sulle orme della filosofia del Dottore Angelico nel volume Tommaso d’Aquino in pochi minuti. Risposte per chi ha fretta alle domande fondamentali, pubblicato da D’Ettoris editori a cura del Prof. Maurizio Brunetti (2020, pp. 288).

Nel cuore dell’uomo alberga un desiderio mai sopito di felicità che spesso s’illude d’appagarsi con l’onore, la fama, il potere, il benessere dell’anima e del corpo. Eppure nessun bene creato riesce di fatto a soddisfarlo; «lo testimonia la lunga lista di celebrità ricche e famose e di superstar dello sport la cui vita è stata stroncata da un suicidio o da un omicidio». La felicità, è infatti, per l’Aquinate, la beatitudine, il compimento in Dio, Bene increato, di tutte le potenzialità insite nella natura umana. Qui sulla terra tale felicità è il premio delle azioni virtuose.

Di qui l’apostolo del senso comune invita da un lato a riconoscere il vero bene dell’anima, dall’altro a «non fare mai i guastafeste, perché essere dei tutto-lavoro-e-mai-svago ci rende uomini e donne noiosi e persino peccatori, anche se solo ‘veniali’». Infatti bisogna essere «nella giusta misura, spiritosi e diffondere buon umore». Perciò, secondo il Dottore Angelico, «chi impedisce il divertimento altrui e non si mostra mai piacevole» commette peccato.

 Relativamente al rapporto tra volontà e libero arbitrio, parafrasandone la distinzione tommasiana, Vost spiega che «la volontà è la capacità di desiderare ciò che è veramente buono. L’esperienza ci insegna che è alla nostra portata desiderare il vero bene, ma non sempre lo perseguiamo». Diverso è il ruolo del libero arbitrio, in quanto «la nostra libera scelta non riguarda il fine o l’obiettivo: vogliamo la felicità. Ciò che scegliamo è il mezzo per raggiungere tale scopo. È attraverso la nostra capacità di scegliere o non scegliere tra diversi mezzi che esercitiamo il libero arbitrio e diventiamo attivi, agenti non determinati, padroni delle nostre azioni e degni di lode o biasimo». Di qui l’esigenza di impegnarsi nella pratica della virtù, ricordando che, per dirla con la chiarezza dell’Aquinate, «abiti virtuosi decadono o si perdono per mancanza di esercizio».

Per quanto riguarda il nemico per eccellenza della felicità umana, il peccato, Vost ricorda innanzitutto che «peccando, dichiariamo di amare principalmente noi stessi prima di tutto il resto» e che quindi, come scrive Tommaso, «l’amore disordinato di sé è la causa di tutti i peccati». Pertanto i peccati spirituali son più gravi di quelli carnali, l’orgoglio pesa più della lussuria. Mentre, tra le cause interne di peccato, «la peggiore è la malizia o ‘cattiva volontà’, che è una scelta razionale, fredda, calcolata e intenzionale del male, non annebbiata né dall’ignoranza né dal fuoco della passione».

Relativamente al consumo di alcolici, l’indicazione di Tommaso raccontata da Vost è «di non andare oltre le quantità che provocano una leggera euforia, quella compatibile con una allegria gaia e scherzosa. Il tempo appropriato, il contesto e la situazione devono sempre essere valutati secondo quanto dice la Scrittura: “Allegria del cuore e gioia dell’anima è il vino bevuto a tempo e a misura. Amarezza dell’anima è il vino bevuto in quantità, con eccitazione e per sfida” (Sir 31, 28-29). La sobrietà è una virtù a braccetto con la temperanza. Ma le virtù sono il giusto mezzo tra il troppo e il troppo poco». Allo stesso modo, rispetto al ‘troppo poco’, Tommaso preannuncia che “se uno coscientemente si privasse del vino al punto di compromettere gravemente la salute, non sarebbe immune da colpa». La ragione che sostiene tale posizione è molto semplice: «tutto ciò che Dio ha fatto è buono».

Questo vale a maggior ragione per la grazia donata dal Creatore, la quale «sorpassa la potenza di qualsiasi natura creata, anche quella degli angeli», nella misura in cui è, per dirla col Dottore Angelico, «una partecipazione della natura divina, che trascende ogni altra natura». A tal proposito occorre ricordare anche che «ogni atto meritorio causa un aumento di grazia e che il fine ultimo della grazia è la vita eterna». E sulla regina di ogni virtù, la carità, Tommaso scrive che «appartiene all’amore del prossimo non solo volere il suo bene ma anche adoperarsi per lui». In effetti, commenta Vost, «la carità è una virtù dinamica che agisce, lavora e fa fare cose buone, tutto attraverso il nostro amore per Dio».

Nella seconda parte dell’opera, sempre in formula di domanda e risposta, si affronta il tema cruciale dell’esistenza di Dio e si ripercorrono le ‘vie’ della ragione per riconoscerla a partire dalle realtà create; si specificano gli attributi del Creatore e si scrutano umilmente anche i misteri divini più insondabili.

Alla domanda: “Dio può fare in modo che il passato non sia stato?”, Vost replica che la risposta sarebbe senza dubbio affermativa se si considera la sua onnipotenza, eppure «la risposta alla domanda di Tommaso è no, dal momento che nell’onnipotenza di Dio non rientra ciò che implica contraddizione. Ora, che le cose passate non siano avvenute implica contraddizione. Dio è in grado di fare tutto ciò che non è contraddittorio, cioè, le cose che si potrebbero fare. Dio è verità e non può fare che un avvenimento realmente accaduto non accada».

Per quanto concerne i sacramenti, Vost spiega parafrasando il Dottore Angelico che, mediante essi, opera la passione di Cristo. Perciò «sono necessari alla salvezza, perché la natura umana donataci da Dio richiede che la nostra mente sia condotta alle realtà di ordine spirituale per mezzo di realtà corporee e materiali». Di qui, relativamente alla presenza reale di Cristo nell’Eucarestia, Vost rileva un paradosso significativo che può insinuarsi talvolta anche nell’animo di alcuni credenti: «Non è bizzarro che alcuni cristiani, pur credendo Dio capace di aver creato dal nulla tutto ciò che vediamo, non gli riconoscano il potere di essere realmente presente nel sacramento dell’Eucaristia?».

 Nei brevi ‘riquadri del bue muto’, nei quali l’autore risponde a diverse curiosità così come vi risponderebbe Tommaso, Vost si domanda se Dio smetta di ascoltarci quando ci distraiamo durante la preghiera. E sempre con l’Aquinate replica che «la distrazione involontaria non toglie il frutto della preghiera», anzi «Dio apprezza il fatto che cerchiamo di pregare, anche quando le nostre menti errabonde si smarriscono!».

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

L’epidemia come politica. Il Covid spiegato da Agamben

«Un apparato ideologico espli­citamente totalitario, operando attraverso l’istaurazione di un puro e semplice terrore sanitario e di una sorta di religione della salute» diffonde quotidianamente «cifre prive di ogni consistenza scientifica». Ma «com’è potuto avvenire che un intero Paese sia senza accorgersene eticamente e politicamente crollato di fronte a una malattia?».

A questa domanda offre un’acuta risposta il filosofo Giorgio Agamben in A che punto siamo? L’epidemia come politica (Quodlibet 2020, pp. 112), una raccolta di riflessioni critiche sulle diverse fasi dell’emergenza sanitaria che stiamo vivendo. Il filosofo romano denuncia apertamente le conseguenze di uno ‘stato d’eccezione’ che anche nel nostro Paese ha di fatto sospeso alcune fondamentali libertà che invece sarebbero dovute rimanere costituzionalmente garantite. E in effetti pare che tale «minaccia alla salute abbia reso gli uomini disposti ad accettare limitazioni alla libertà che non si erano mai sognati di poter tollerare, né durante le due guerre mondiali né sotto le dittature totalitarie». D’altra parte, come la storia insegna, «lo stato di eccezione è il meccanismo che permette la trasformazione delle democrazie in Stati totalitari».

In tale prospettiva è fondamentale anche la gestione dell’informazione, in forza della quale «il governo ha istituito una commissione che ha il potere di decidere quali notizie sono vere e quali devono essere considerate false». Infatti, relativamente alle cifre diffuse, le cose non stanno propriamente come dicono, anzi si tratta di «una gigantesca operazione di falsificazione della verità», in quanto «dare una cifra di decessi senza metterla in rela­zione con la mortalità annua nello stesso periodo e senza specificare la causa effettiva della morte non ha alcun significato». E in effetti il presidente dell’ISTAT Blangiardo, relativamente ai numeri ufficiali del 2019, ha comunicato in una sua relazione che «nel mar­zo 2019 i decessi per malattie respiratorie sono stati 15.189 e l’anno prima erano stati 16.220. Incidentalmente si rileva che sono più del corri­spondente numero di decessi per Covid (12.352) dichiarati nel marzo 2020».

 Le contraddizioni sono all’ordine del giorno anche tra medici e virologi, che spesso «ammettono di non sapere esattamente che cos’è un virus, ma in suo nome pretendono di decide­re come devono vivere gli esseri umani».

Il mantra indiscriminato per tutti è allora quello del ‘distanziamento sociale(e non ‘personale’ o ‘fisico’ come ci si aspetterebbe), che sta preparando il terreno alla «definizione di una nuova struttura della relazione fra gli uomini», perché una «perpetua emergenza genera un bisogno costante di sicurezza». Si è dunque creata intenzionalmente «una gigantesca onda di pau­ra, causata dal più piccolo essere esistente, che i potenti del mondo guidano e orientano secondo i loro fini. Così, in un perverso circolo vizioso, la limitazione del­la libertà imposta dai governi viene accettata in nome di un desiderio di sicurezza che è stato in­dotto dagli stessi governi che ora intervengono per soddisfarlo».

Un’altra conseguenza etico-politica non trascurabile di tale ‘stato d’emergenza’ è «la pura e semplice abolizione di ogni spazio pubblico», dal momento che i «provvedimenti ci obbligano di fatto a vivere in condizioni di coprifuoco. Ma una guerra con un nemico invisibile che può annidarsi in ciascun altro uomo è la più assurda delle guerre». Durante il periodo di lockdown si è infatti assistito al paradosso di «sospendere la vita per proteggerla», in nome non di un’evidenza scientifica condivisa dagli esperti, ma di un fideismo scientista che rinnega ogni fede religiosa e si pone come verità assoluta, per cui «gli uomini non credono più a nulla tranne che alla nuda esistenza biologica (separata dalla vita affettiva, culturale e spirituale) che occorre a qualunque costo salvare».

Dinanzi al dolore dei familiari dei pazienti morti ‘in isolamento’, Agamben si domanda «come abbiamo potuto accettare, soltanto in nome di un rischio che non era possibile precisare, che le persone che ci sono care e degli esseri umani in generale non soltanto morissero da soli, ma che – cosa che non era mai avvenuta prima nella storia, da Antigone a oggi – che i loro cadaveri fossero bruciati senza un funerale?».

 Ai giuristi lo studioso di biopolitica fa invece notare «l’uso sconsiderato dei decreti di urgenza attraverso i quali di fatto il potere esecutivo si sostituisce a quello legislativo, abolendo quel principio della separazione dei poteri che definisce la democrazia».

Da pensatore non cattolico, Agamben non risparmia critiche nemmeno alla Chiesa che, «sotto un Papa che si chiama Francesco, ha dimenticato che Francesco abbracciava i lebbrosi. Ha dimenticato che una delle opere della misericordia è quella di visitare gli ammalati. Ha dimenticato che i sacramenti si possono amministrare solo in presenza; che i martiri insegnano che si deve essere disposti a sacrificare la vita piuttosto che la fede e che rinunciare al proprio prossimo significa rinunciare alla fede».

Insomma, ora che «il cittadino non ha più un diritto alla salute (health safety), ma diventa giuridicamente obbligato alla salute (biosecurity)», è inaugurato «un nuovo paradigma di biosicurezza, al quale tutte le altre esigenze dovranno essere sacrificate. È legittimo chiedersi se una tale società potrà an­cora definirsi umana o se la perdita dei rappor­ti sensibili, del volto, dell’amicizia, dell’amore possa essere veramente compensata da una si­curezza sanitaria astratta e presumibilmente del tutto fittizia».

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Dio vive in Olanda, tra crisi di fede e semi di speranza

Sono trascorsi ormai dodici secoli da quando il monaco anglosassone Willibrord convertì i Frisoni, popolazione germanica che abitava l’attuale Olanda. Oggi l’arcidiocesi di Utrecht conta sulla carta solo 700mila cattolici. L’Olanda è infatti tra i Paesi più scristianizzati d’Europa e dell’Occidente, dove la Chiesa cattolica, un tempo gloriosa, fattasi alfiere dell’adeguamento al mondo, ha vissuto a partire dagli anni Sessanta una caduta impressionante.

Lo racconta Willem Jacobus Eijk – primate d’Olanda – nel recente volume-intervista a cura del giornalista Andrea Galli, Dio vive in Olanda – «Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?» (Lc 18, 8) (Ares 2020, pp. 136), che costituisce anche la prima biografia italiana dell’arcivescovo di Utrecht.

«La Chiesa in Olanda è libera dall’influenza dello Stato», proprio perché non riceve sussidi come l’8×1000 in Italia e ciò le consente sicuramente una maggiore libertà nell’esercizio del suo ministero. Senza soldi e con pochi fedeli laici diventa però difficile mantenere aperti e in buono stato gli edifici per il culto. Così «alcuni anni fa una parrocchia di una città dell’arcidiocesi ha dovuto chiudere in poco tempo 6 delle 7 chiese che aveva per evitare la bancarotta».

Rispetto alla recente pandemia, il vescovo di Utrecht ricorda che il fatto di esser «costretti a confrontarci con una malattia per cui non avevamo né una terapia né un vaccino, è stata l’occasione per prendere di nuovo coscienza del fatto che la nostra vita è nelle mani di Dio, della Divina Provvidenza».

Il cardinale Eijk racconta così la sua giornata tipo: «Mi alzo alle 5 e mezza, faccio la doccia, mi vesto e vado in cappella. Inizio il giorno con una preghiera a Dio e l’offerta di me stesso al Cuore Immacolato di Maria, per prepararmi al sacrificio della Messa, che inizio a celebrare tra le 6 e le 6 e un quarto, dopo di che mi fermo a meditare sulle letture del giorno, mezz’oretta, poi prego il breviario fino all’Ora Terza». Seguono la colazione, la lettura dei giornali, gli appuntamenti e le visite pastorali, il tempo per il Rosario pomeridiano e una breve passeggiata, la cena e una ventina di minuti per l’esame di coscienza davanti al tabernacolo prima di andare a letto entro le 23.

Figlio di madre cattolica e papà battista, Willem Jacobus viene battezzato a 6 mesi insieme alla sorella di 5 anni. Ma è la fede viva della sua maestra che gli fa conoscere Gesù. Così fa la Prima Comunione a 6 anni e da quel momento – afferma il presule – «il fuoco che lo Spirito Santo ha acceso in me mediante questa donna non si è mai più spento».

Affascinato dal suono dell’organo, ha imparato a suonarlo così come a servir Messa in qualità di chierichetto. Combattuto tra il desiderio di studiare medicina e quello di seguire Cristo sulla via del sacerdozio in seminario, diventa prima medico e, dopo alcuni giorni di esercizi spirituali, sostiene di non riuscire più a resistere «al desiderio di farmi prete».

Sacerdote, teologo morale e docente, è ordinato vescovo in un’Olanda che, com’è noto, ha fatto da apripista al suicidio assistito e all’eutanasia, all’infanticidio, ma anche alla liberalizzazione delle droghe. Tali politiche sono figlie della crescita economiche degli anni ‘60 e di «una cultura iper-individualista, che divenne secolarizzazione e accettazione di un’etica dell’autonomia, in base alla quale l’uomo ha il pieno diritto di disporre anche della propria vita».

Il declino della pratica religiosa nel Paese è invece successivo al Concilio Vaticano II. «Dal 1965 al 1975 – ribadisce il cardinale Eijk –  c’è stato un dimezzamento dei fedeli che andavano a Messa la domenica. Dopo il 1975 c’è stato un rallentamento ma non un’inversione di tendenza. Un’intera generazione di giovani ha lasciato la Chiesa nel giro di pochi anni e non ha trasmesso la fede ai figli, tranne eccezioni». Tuttavia se da una parte è innegabile che «adesso molta meno gente viene in chiesa», dall’altra occorre riconoscere che «quelli che sono rimasti sono più credenti e hanno una vita di preghiera, soprattutto se sono giovani».

Relativamente all’incontro personale con la croce, egli ricorda che «la tensione vissuta tra gli attacchi subiti (per le prese di posizione pubbliche su omosessualità e questioni bioetiche in ossequio al magistero della Chiesa, ndr) e le aspettative che sentivo su di me, non ha fatto troppo bene alla mia salute. Non voglio azzardare un rapporto di causa effetto, fatto sta che poco più di un anno dopo la mia ordinazione episcopale, mi trovavo in un monastero in Germania, mentre facevo colazione ho avuto di colpo una paralisi della parte sinistra del corpo e di una corda vocale. Si era verificata la rottura di un’arteria del cervello, con un infarto del tronco cerebrale». Ciò è stato motivo di grandi dolori e sofferenza.

Eppure, rispetto alla temperie culturale che imperversa anche nella chiesa olandese, egli denuncia apertamente che «le correnti della teologia morale che negano l’esistenza di norme assolute offrono alla gente delle soluzioni facili per le sfide che incontrano. Quello che descrive il Catechismo fa pensare al nostro tempo, anche al comportamento di coloro che sono chiamati ad annunciare la verità nella Chiesa. L’Anticristo alla fine dei tempi si manifesterà nella sua massima potenza, ma sappiamo che agisce già nel presente. Gesù ci ha messi in guardia nel Vangelo diverse volte. Il nostro compito è annunciare la fede e vivere la fede». Nella vita del cardinale Eijk tale annuncio si fa testimonianza credibile del Vangelo in un contesto culturale e sociale ostile, senza concedere spazio alla mentalità di questo mondo contraria ai gemiti dello Spirito.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana