La realtà secondo i media, tra propaganda e manipolazione

I media informano o fanno propaganda? A questa domanda risponde attraverso un’accurata e acuta analisi della macchina della manipolazione mediatica l’ultimo saggio di Giuliano Guzzo, firma nota ai lettori de Il Timone, dal titolo: Propagande. Segreti e peccati dei mass media (La Vela, pp. 203). “Le notizie non vanno solo apprese. Sarebbe troppo semplice. Vanno anche esaminate”; perché “la verità esiste e, nonostante tutto, resiste. Ma non deve mai essere data per scontata”. È questo anelito al vero, a smascherare ogni forma di menzogna spacciata per verità, a muovere l’indagine di Guzzo soprattutto su temi bioetici.

Edward Bernays, uno degli spin doctor che compare nel novero dei 100 uomini più influenti del XX secolo secondo la rivista Life, nel suo saggio Propaganda, pubblicato nel 1928, ha riconosciuto esplicitamente che “il vero potere dominante è nelle mani di coloro che regolano i meccanismi nascosti della società, concludendo che noi siamo governati, le nostre menti vengono modellate, i nostri gusti formati, le nostre idee ispirate in gran parte da uomini di cui non abbiamo mai sentito parlare”. Non si tratta qui di aderire a teorie complottiste, ma di constatare un dato di fatto.

Per esempio, in relazione all’aborto Bernard Nathanson, il noto abortista americano poi divenuto pro-life, ha rilevato proprio l’intenzionalità manipolatoria della campagna mediatica pro-choice: “Cominciammo convincendo i mass media che quella per la liberalizzazione dell’aborto era una battaglia liberale, progressista e intellettualmente raffinata”. E così “anche se il numero delle donne morte per le conseguenze di aborto illegali si aggirava su 200-250 l’anno, indicammo ai media che era 10 mila. Questi falsi numeri penetrarono nelle coscienze degli americani, convincendo molti che era necessario eliminare la legge che proibiva l’aborto”, ha confessato lo stesso dottore. Anche in Italia si diedero i numeri: 25000 sarebbero state le donne vittima dell’aborto clandestino. Peccato però che tale cifra si sia rivelata addirittura superiore al numero totale delle donne in età feconda decedute nel 1972 che fu pari a 15116. In tempi recenti la copertura mediatica sulle principali emittenti americane della March for Life 2018, nonostante ad essa abbia partecipato anche Donald Trump, è stata di soli 2 minuti e 6 secondi; mentre all’indomani quella femminista ha avuto uno spazio tre volte maggiore, ossia ben 6 minuti e 43 secondi.

Relativamente all’eutanasia, la narrazione del ‘caso pietoso’ è piuttosto strumentale a “un’intenzione non già d’informare le persone, come sarebbe giusto, ma di generare in esse un senso di profonda pietà e indulgenza nei confronti di quanti hanno preferito porre fine alla sofferenza di una persona piuttosto che prolungarne un’esistenza dolorosa”. E così la ragione economica viene anteposta alla dignità del paziente.

Si procede con lo stesso metodo anche riguardo al tema della violenza sulle donne, sul quale si continua a insistere imputandone la colpa principale alla famiglia ‘tradizionale’. Si mistifica in questo modo ancora una volta la realtà, in quanto “la maggior parte delle violenze alle donne non si manifesta all’interno del matrimonio, anzi è vero l’opposto: la condizione coniugale è mediamente una garanzia, rispetto a tutte le altre, per la sicurezza femminile”.

Di frequente diventa legittimo anche ricorrere a palesi fake news, pur di gettare fango sulla Chiesa. Basti ricordare che “si raccontava che Benedetto XVI se ne andasse in giro con scarpe di Prada, quando esse erano in realtà un prodotto artigianale donato al Santo Padre da un artigiano novarese”. Attualmente però pare che la tecnica manipolatoria abbia cambiato il suo registro. “Da qualche tempo – sottolinea infine acutamente Guzzo – si assiste a una sorprendente mutazione genetica che, all’insistenza martellante, preferisce i giochi di parole, alla difesa di un credo la sponsorizzazione di opinioni, alla promozione di ideologie collettive quella di convinzioni individuali, ma non  per  questo meno ideologiche e meno funzionali a logiche di dominio”. Il rimedio resta dunque sempre lo stesso: vigilare e vagliare per rimanere fedeli alla realtà.

Se la critica all’utero in affitto arriva da ‘sinistra’

“L’utero in affitto viola i diritti delle donne e dei bambini”. A pronunciare queste parole non è Papa Francesco o Donald Trump, bensì la filosofa femminista Sylviane Agacinski in un’intervista rilasciata di recente a Tempi. Moglie dell’ex primo ministro socialista Lionel Jospin e autrice di un saggio dal titolo eloquente, Corps en miettes (‘Corpi sbriciolati’), la Agacinski ha contestato lo slogan femminista ‘Bastano due genitori’ rilevando che, nel caso della maternità surrogata, “due genitori dello stesso sesso non bastano affatto per avere un figlio. C’è bisogno di una terza persona, di un corpo terzo. In California, questo corpo umano parcellizzato è diventato una risorsa biologica disponibile sul mercato”. La Agacinski non è nuova a tali esternazioni. Aveva già denunciato questa abominevole prassi nel 2015, opponendovisi anche attraverso petizioni per sensibilizzare l’opinione pubblica non solo francese al grido di “Stop surrogacy now!”. Tra i firmatari della mozione #Stopsurrogacy per rendere illegale sul piano internazionale la ‘gestazione per altri’ (gpa), è possibile rintracciare anche Michel Onfray, filosofo libertario dichiaratamente ateo, anarchico ed edonista, profondamente convinto che si tratti di “una pratica sociale ingiusta e che lede i diritti fondamentali dell’essere umano”.

Dunque a sinistra non sono tutti omologati alla dittatura del pensiero unico, non solo in Francia. In Spagna, ad esempio, si è potuto leggere esplicitamente sui corpi seminudi delle Femen: “La mia pancia non si affitta!” e in un loro tweet: “Lo sfruttamento non è un’opzione”.

In Italia le critiche all’utero in affitto sono piovute persino tra le file degli omosessualisti militanti. Daniela Danna, lesbica, ricercatrice sociologa dell’Università di Milano, autrice di diversi libri sulle coppie omosessuali ed esponente della comunità Lgbt, ha dichiarato a Famiglia Cristiana che “non è accettabile cancellare la madre biologica per legge. Le coppie gay che rivendicano il ‘diritto al figlio’ dovrebbero riflettere meglio su cosa significa questo supposto diritto per noi donne, che ne deduco avremmo il dovere di fornire bambini”. Ha poi spiegato che “non esiste una maternità surrogata ‘altruistica’, per non chiamare questo istituto giuridico con il suo nome, cioè un commercio di bambini, si finge che le donne non siano retribuite in quanto riceverebbero solo un ‘rimborso spese’”.

Una posizione critica nei confronti della pratica dell’utero in affitto, e per questo motivo ‘non allineata’ a quella main stream condivisa dall’Arcigay e dalle altre associazioni della galassia Lgbt, è costata ad ArciLesbica l’estromissione dal famigerato Cassero bolognese. “Una legge contro l’omofobia la chiediamo da anni – ha affermato il presidente nazionale Cristina Gramolini in un comunicato diffuso recentemente dall’agenzia di stampa DIRE – ma qualcuno vorrebbe utilizzarla per far passare l’autorizzazione a comprare figli all’estero, nonostante in Italia sia vietato dalla legge. Fare mercato di esseri umani e presentarla come libertà. Gran parte delle persone progressiste sono contro l’utero in affitto. Non è vero che lottare contro l’utero in affitto è di destra, è di sinistra”. D’altra parte, ha ribadito la Gramolini, “chi si sottopone alla maternità surrogata non è più titolare del proprio corpo” e spesso purtroppo drammaticamente non se ne rende neanche conto.

Le fa eco la femminista Marina Terragni che sul suo blog scrive: “Noi femministe lottiamo da tempo e a mani nude contro l’utero in affitto e, in mancanza di direttive inequivoche da parte del ministro Salvini (chiacchiere-e-distintivo), a Milano siamo andate personalmente a contrastare le trascrizioni dei due padri e la cancellazione della madre, proponendo come soluzione quella già adottata in Francia, Spagna, Svezia: la trascrizione del solo genitore biologico. Come abbiamo sempre detto: genitorialità per tutti, Gpa per nessuno”. Anche sui social l’associazione ArciLesbica non usa mezzi termini: “C’era una volta la sinistra, l’ecologia, la libertà. Oggi il mercato (dei corpi), l’inquinamento (dei corpi), il liberismo (dei corpi)”. E così con un post su Facebook condivide la petizione di change.org per chiedere alla trasmissione Piazza Pulita, andata in onda su La7 con un panegirico sull’utero in affitto, un’altra puntata ‘riparatrice’ che “dia voce anche alle voci contrarie, madri surrogate pentite comprese”. A farla da padrone sul piccolo schermo è stata infatti ancora una volta l’idea che la maternità surrogata sia “una pratica gratuita e solidale, una bella storia di amore relazionale. Eppure è noto che Vendola e il suo compagno per avere Tobia si sono rivolti all’agenzia Extraordinary Conceptions di Sacramento dove i prezzi variano tra i 130mila e i 160mila dollari. È anche un fatto che le madri surrogate firmano dei contratti in cui abdicano al diritto di decidere del proprio corpo e non possono mai cambiare idea. Viene del tutto omesso che nel mondo milioni di donne e femministe si battono per la messa al bando della maternità surrogata e che la Gpa è permessa solo in 18 paesi su 206”. In Emilia Romagna l’utero in affitto è stato il pomo della discordia persino nell’agone politico, a causa di un emendamento presentato da Giuseppe Paruolo e da Giuseppe Boschini e firmato da circa un terzo dei consiglieri del Partito Democratico relativamente a un disegno di legge in discussione sull’omotransnegatività. In esso la maternità surrogata è stata accostata a buon diritto alle altre forme di “sfruttamento e violazione della dignità della persona, con particolare riferimento a violenza sessuale, abuso di minori e sfruttamento della prostituzione, stalking”.

L’ingiustizia morale perpetrata da tale pratica è stata rilevata con dovizia di argomenti, pur da una prospettiva filosofica filomarxista, anche da Diego Fusaro. Nel suo corposo saggio Il nuovo ordine erotico. Elogio dell’amore e della famiglia ha osservato: “L’ipocrisia del pensiero unico e l’astuzia della neolingua hanno scelto di chiamarla, con discrezione, ‘maternità surrogata’: e questo nel tentativo di occultare la mercificazione dell’umano – del corpo della donna e del nascituro ridotto ad articolo di commercio – come essenza di questa e di simili pratiche salutate come emancipative e progressiste” scelte da “oltreuomini di illimitata volontà di potenza consumistica”, segno manifesto di “una deeticizzazione in atto” che vanta “conquiste di una liberazione tali solo per il capitale e per i suoi agenti”. Di qui la sua denuncia di un pensiero ‘eroticamente corretto’ che “confuta l’antico adagio secondo cui mater semper certa est, nella misura in cui considera “il diritto del nascituro, alla stregua di un oggetto senza dignità, mero articolo di commercio e semplice prodotto del capriccio dell’individuo adulto”. Tale mercificazione senza scrupoli della dignità di una madre, spesso indigente, con la conseguente negazione del diritto del figlio ad avere una mamma e un papà in forza della pretesa dei suoi pseudo-genitori, si rivela quale ultima frontiera del ‘nar-cinismo’ contemporaneo, della tendenza narcisistica propria di chi ama l’altro come proiezione di sé e, per gratificare ancor di più il proprio ego smodato, è disposto a compiere la scelta più cinica e spietata che un uomo possa decidere, quella di strappare un figlio dalle braccia della madre che l’ha portato in grembo e partorito.

Fonte: Il Timone (maggio 2019)

 

 

 

 

 

 

 

Pornodipendenza. Uscire dal tunnel è possibile

“La pornodipendenza è un’epidemia in America e in Europa. Milioni di uomini, donne e giovani ne sono affetti. La pornografia sta distruggendo la vita di singole persone, matrimoni, famiglie e carriere e, cosa più importante, sta rovinando la relazione delle persone con Dio. Nessuno è immune da questa epidemia. Sfortunatamente però solo pochi individui ne stanno parlando”. Non usa mezzi termini lo psicoterapeuta americano Peter Kleponis nell’inquadrare il problema della pornodipendenza nel suo studio Uscire dal tunnel, pubblicato recentemente da D’Ettoris Editori, che intende anche offrire i diversi rimedi per liberarsi da questa profonda ferita e così recuperare una libertà piena e integra perché capace di donarsi in maniera autentica. Gli fa eco il cardinale Gualtiero Bassetti, Presidente della CEI, nella prefazione al libro, allorquando denuncia come “tutti i sistemi mediatici di oggi inducono questa generazione verso desideri immorali di adulterio”.

Sotto il profilo clinico, la pornografia può essere definita come “qualsiasi immagine che porta una persona a usare un’altra persona per il proprio piacere (di lui o di lei). È priva di amore, intimità, relazione o responsabilità. Può causare una forte dipendenza”.

L’indagine di Kleponis rivela che “su internet la fascia più numerosa di utenti di pornografia è quella formata dagli adolescenti tra i dodici e i diciassette anni; gioca un ruolo significativo nel 56% dei divorzi; è documentato che il 20% degli uomini ammette di avere accesso a materiale pornografico al lavoro, e che per questo motivo molti perdono il lavoro; la maggior parte dei molestatori sessuali ha iniziato con la pornodipendenza; e infine, che tale dipendenza non è un fenomeno soltanto maschile ma sta crescendo tra le femmine”. D’altra parte il contesto sociale non aiuta, anzi “viviamo in una cultura pornificata, dove abbondano le immagini sessualizzate. Ce ne sono nei film, alla televisione, nella pubblicità, nelle riviste, nei cataloghi, nei videogiochi, nella musica pop, nella letteratura, nei social media e su Internet. La ragione di questa presenza è semplice: il sesso vende. Il mondo della pubblicità lo capì decenni fa. L’attenzione degli uomini è immediatamente catturata dalle immagini sessualizzate. Quando un prodotto è sessualizzato, riceve la loro attenzione”. Basti pensare che “ogni mese i siti porno ottengono più visualizzazioni di Netflix, Amazon e Twitter messi insieme e il 30% di tutti i dati trasferiti su Internet si riferiscono a pornografia (Huffington Post, 2013)”. Quando è consumata online la pornografia segue tra l’altro ‘la legge delle cinque A’, ossia è “abbordabile, accessibile, anonima, accettata, aggressiva”.

La pornografia non è un innocuo ‘intrattenimento per adulti’. Gli effetti della pornografia sulla chimica del cervello, insieme alla sua capacità di alleviare il dolore emotivo, sono ciò che la rende una sostanza che crea dipendenza (Struthers, 2009). Alla stregua di alcol e droga, si abusa principalmente di “pornografia per auto-medicare le ferite emotive profonde”, tra le quali in particolare “narcisismo, ferite legate alla propria famiglia d’origine, rifiuto dei pari, solitudine, insicurezza maschile, immagine negativa del proprio corpo, rabbia, sfiducia nei confronti delle donne, pressioni eccessive, una vita spirituale debole”. L’uso di pornografia porta inoltre gli uomini a dare minor valore alla fedeltà sessuale e maggior valore al sesso occasionale (Carroll et al., 2008). Infatti l’uso della pornografia ha portato molti giovani a non volersi impegnare nel matrimonio. Essi credono che la felicità possa derivare soltanto da incontri sessuali con molteplici partner. Ed è qui che vediamo all’opera la filosofia utilitaristica sessuale (Fitzgibbons, 2010).

Diversi studi hanno anche confermato che “quando una donna scopre che suo marito consuma pornografia si sente arrabbiata, ferita, tradita, e che per lei ha la stessa gravità di una relazione extraconiugale”. Tale dipendenza compromette dunque gravemente la fiducia nella relazione tra marito e moglie al punto che, in alcuni casi, come rileva “l’American Association of Matrimonial Attorneys, la pornografia ha un ruolo significativo nel 57% dei divorzi (Eberstadt &Layden, 2010) ed è correlata a un aumento dell’infedeltà del 318% (Stack, 2004)”. Distorcendo poi la dimensione della sessualità, la pornografia compromette la stessa intimità della coppia, anzi “la sovrastimolazione indotta dalla pornografia produce cambiamenti nel cervello che lo rendono meno sensibile al piacere fisico a contatto con una donna reale, ma ipersensibile al porno online (Wilson, 2012).

Le prime vittime della pornografia che prolifera in rete sono i bambini e naturalmente i ragazzi che assistono a “un flusso infinito di rapporti sessuali tra parti di corpi idealizzati, che ricablando il cervello dei ragazzi, che si aspettano e domandano livelli di stimolazione ed eccitazione non realistici, li plasma totalmente fuori sincronia con le relazioni amorose del mondo reale”. In questo modo i ragazzi si abituano a vedere le proprie coetanee come oggetti sessuali; le ragazze sono così ridotte a giocattoli sessuali. Di qui “il desiderio di fare ciò che sta guardando è il motivo per cui l’attività sessuale tra gli adolescenti è aumentata esponenzialmente nel corso degli anni”, conducendo anche “a un aumento dell’aggressività sessuale e delle molestie, di persona e online”.

Parafrasando Papa Giovanni Paolo II, “il problema della pornografia non è che rivela troppo della persona (esposta nell’immagine), ma che di essa rivela troppo poco. La persona nell’immagine è ridotta ai suoi organi sessuali e alle sue facoltà sessuali e viene quindi de-personalizzata” (Finn, 2007)

Vergogna, paura dello scandalo o della stessa terapia, disconoscimento della propria dipendenza sono invece tra le cause più frequenti che impediscono a sacerdoti e seminaristi di chiedere aiuto. Tuttavia bisogna avere il coraggio per farlo, in una coscienza rinnovata del fatto che “la Chiesa è un luogo d’amore e di cura per chiunque è ferito. Questo dà loro una grande speranza di recupero e le aiuta a ritornare alla Chiesa ed ai sacramenti, specialmente alla Riconciliazione e all’Eucarestia. Comprendere il grande amore che Dio ha per ogni persona con una dipendenza può aiutare a modificare la prima convinzione principale – di non essere meritevoli di amore – al fine di credere di poter essere amati”.

Lo studio di Kleponis ha anche il pregio di non limitarsi a descrivere le linee teoriche del problema della pornodipendenza in tutti i suoi aspetti, ma si preoccupa di corroborarle con la narrazione di casi concreti ed esperienze di pratica clinica. Esso mostra infine che è possibile uscire da tale dipendenza, liberandosi innanzitutto dalla convinzione di essere ‘irrecuperabili’ per poi sanare le proprie ferite interiori senza bisogno di medicarsi con la pornografia e il sesso. Insomma “la libertà è possibile, richiede tempo e impegno” ma, attraverso un adeguato percorso terapeutico e un programma di recupero dell’integrità psicofisica che favorisca la pratica delle virtù, si può ritrovare la gioia di costruire e custodire una relazione sana con se stessi, il proprio corpo e il prossimo. Dio poi non fa mancare la sua grazia ai suoi figli di cui desidera la guarigione interiore, affinché gustino la bellezza di una sessualità vissuta come dono e la pienezza della vera libertà in quanto, per dirla con Christopher West, “solo una persona che è libera dalla compulsione della lussuria, dell’afferrare e del possedere, è in grado di essere un vero ‘dono’ per l’altro”.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Pasqua di Resurrezione. Nella vita nuova del Cristo risorto

“È il giorno di cui il profeta Zaccaria dice che non è simile agli altri giorni e la notte che non è come le altre notti – osserva San Gregorio di Nissa in relazione alle prime luci della domenica di Resurrezione – Questa è la notte che ha fatto cessare i dolori della morte e ha fatto nascere il primogenito dei morti. In questa furono stritolate le ferree porte di morte e spezzate le catene di bronzo degli inferi. Adesso si spalanca il carcere della morte. Adesso si proclama ai detenuti la liberazione. Adesso i ciechi recuperano la vista. Adesso per quelli che sedevano nelle tenebre e nell’ombra della morte, sorge la luce dall’alto”. Allora “se hai paura della morte – suggerisce Sant’Agostino – ama la risurrezione”; se “la morte di Cristo è la morte della mia morte” come scrive San Bernardo di Chiaravalle non c’è dunque più nulla da temere e tutta una vita da vivere in pienezza.

Come rivela la sua etimologia, Pasqua vuol dire ‘passaggio’, poiché “nella Passione e Risurrezione del Signore vien messo in risalto il passaggio dalla presente vita mortale a quella immortale, ossia il passaggio dalla morte alla vita. Presentemente noi compiamo questo passaggio per mezzo della fede che ci ottiene il perdono dei peccati e la speranza della vita eterna – prosegue il vescovo di Ippona – se amiamo Dio e il prossimo”.

 Nel Cristo risorto l’uomo è ri-creato, nasce nuovamente alla vita secondo la grazia, poiché Gesù è la primizia di una “nuova creazione, in cui il sole è la vita pura, le stelle sono le virtù, l’aria è la vita trasparente, il mare è l’abisso della ricchezza della sapienza e della scienza, le erbe e i germogli sono il buon insegnamento e le divine verità, di cui si nutre il popolo del pascolo, cioè il gregge di Dio, gli alberi fruttiferi sono l’esecuzione dei precetti – come rileva ancora San Gregorio di Nissa – In questa creazione è formato il vero uomo, ad immagine e somiglianza di Dio”.

Perciò “questa è la nostra festa annuale, questa è la nostra Pasqua, non più figurata nell’uccisione dell’agnello, come per il popolo antico, ma portata a compimento per il popolo nuovo nell’immolazione del Salvatore”, come sottolinea Sant’Agostino. “Oggi è la salvezza per il mondo, sia visibile che invisibile – gli fa eco San Gregorio di Nazianzo – Cristo è risorto dai morti: risorgete insieme; Cristo è rientrato in sé: ritornate; Cristo si è liberato dal sepolcro: liberatevi dalle catene del peccato. La morte è sconfitta, il vecchio Adamo è deposto, il nuovo diventa più perfetto. Se in Cristo siete nuova creatura, rinnovatevi”.

Adamo di San Vittore eleva un cantico di lode al Padre per la vittoria pasquale del suo Figlio, in cui proclama con gioia: “Ecco il giorno solenne! La luce succede alle tenebre, la risurrezione alla morte; la tristezza lasci posto alla gioia, poiché più grande è la gloria della vergogna antica; la verità metta in fuga l’ombra, la novità la vecchiezza, la consolazione il pianto. Celebrate la pasqua nuova; quel che splende nel capo, lo sperino le singole membra. Cancellando la colpa, non la natura, crea nuova la creatura, contenendo in sé il legame dell’uno e dell’altro popolo. Gloria al capo e concordia alle membra. Amen”.

L’opera della salvezza portata a compimento da Cristo è davvero il dono per eccellenza per tutti gli uomini, che risuona come una chiamata universale per ciascuno a lasciarsi raggiungere da tale sovrabbondanza d’amore effusa nel sacrificio di soave odore di Gesù per rispondervi generosamente con la propria vita nell’umile servizio a Dio e ai fratelli. Niente e nessuno al mondo, né tribolazione né morte, può separarci dal suo Amore, poiché dal fianco squarciato del Redentore sono scaturiti fiumi d’acqua viva, di vita nuova, di grazia su grazia e di benedizione del Padre per ogni uomo.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Sabato Santo con i Padri. ‘Il Re dorme’, ma l’attesa è carica di speranza

Oggi la terra rimane in silenzio perché il Re dorme, come scrive sant’Agostino: “Cristo dormì perché stessimo svegli noi, Lui che era morto perché fossimo vivi noi. Oggi il Re dorme. Il suo sonno, la sua discesa agli inferi, però, risveglia l’uomo decaduto, ha il potere di sciogliere le catene del peccato e della morte”. Tuttavia il silenzio che caratterizza questo giorno, in cui la Chiesa celebra solo la liturgia delle ore, è il segno esteriore di un’attesa colma di fiduciosa speranza. La speranza che il peccato e la morte non siano l’ultima parola rispetto al destino di ogni uomo, a cui Cristo, con la sua morte e risurrezione, offre la salvezza.

Un’antica omelia sul Sabato Santo, scritta da un autore del III secolo, immagina un dialogo negli inferi tra Cristo e Adamo, tanto significativo sul piano teologico quanto poetico su quello letterario, che merita di essere riportato integralmente, anche perché costituisce una delle rare testimonianze dei primi secoli in grado di fare luce sul mistero della condizione di Cristo dopo la sua morte. «Che cosa è avvenuto? Oggi sulla terra c’è grande silenzio, grande silenzio e solitudine. Grande silenzio perché il Re dorme: la terra è rimasta sbigottita e tace perché il Dio fatto carne si è addormentato e ha svegliato coloro che da secoli dormivano. Dio è morto nella carne ed è sceso a scuotere il regno degli inferi. Certo egli va a cercare il primo padre, come la pecorella smarrita. Egli vuole scendere a visitare quelli che siedono nelle tenebre e nell’ombra di morte. Dio e il Figlio suo vanno a liberare dalle sofferenze Adamo ed Eva che si trovano in prigione. Il Signore entrò da loro portando le armi vittoriose della croce. Appena Adamo, il progenitore, lo vide, percuotendosi il petto per la meraviglia, gridò a tutti e disse: “Sia con tutti il mio Signore”. E Cristo rispondendo disse ad Adamo: “E con il tuo spirito”. E, presolo per mano, lo scosse, dicendo: “Svegliati, tu che dormi, e risorgi dai morti, e Cristo ti illuminerà. Io sono il tuo Dio, che per te sono diventato tuo figlio; che per te e per questi, che da te hanno avuto origine, ora parlo e nella mia potenza ordino a coloro che erano in carcere: Uscite! A coloro che erano nelle tenebre: Siate illuminati! A coloro che erano morti: Risorgete! A te comando: Svegliati, tu che dormi! Infatti non ti ho creato perché rimanessi prigioniero nell’inferno. Risorgi dai morti. Io sono la vita dei morti. Risorgi, opera delle mie mani! Risorgi mia effige, fatta a mia immagine! Risorgi, usciamo di qui! Tu in me e io in te siamo infatti un’unica e indivisa natura. Per te io, tuo Dio, mi sono fatto tuo figlio. Per te io, il Signore, ho rivestito la tua natura di servo. Per te, io che sto al di sopra dei cieli, sono venuto sulla terra e al di sotto della terra. Per te uomo ho condiviso la debolezza umana, ma poi son diventato libero tra i morti. Per te, che sei uscito dal giardino del paradiso terrestre, sono stato tradito in un giardino e dato in mano ai Giudei, e in un giardino sono stato messo in croce. Guarda sulla mia faccia gli sputi che io ricevetti per te, per poterti restituire a quel primo soffio vitale. Guarda sulle mie guance gli schiaffi, sopportati per rifare a mia immagine la tua bellezza perduta. Guarda sul mio dorso la flagellazione subita per liberare le tue spalle dal peso dei tuoi peccati. Guarda le mie mani inchiodate al legno per te, che un tempo avevi malamente allungato la tua mano all’albero. Morii sulla croce e la lancia penetrò nel mio costato, per te che ti addormentasti nel paradiso e facesti uscire Eva dal tuo fianco. Il mio costato sanò il dolore del tuo fianco. Il mio sonno ti libererà dal sonno dell’inferno. La mia lancia trattenne la lancia che si era rivolta contro di te. Sorgi, allontaniamoci di qui. Il nemico ti fece uscire dalla terra del paradiso. Io invece non ti rimetto più in quel giardino, ma ti colloco sul trono celeste. Ti fu proibito di toccare la pianta simbolica della vita, ma io, che sono la vita, ti comunico quello che sono. Ho posto dei cherubini che come servi ti custodissero. Ora faccio sì che i cherubini ti adorino quasi come Dio, anche se non sei Dio. Il trono celeste è pronto, pronti e agli ordini sono i portatori, la sala è allestita, la mensa apparecchiata, l’eterna dimora è addobbata, i forzieri aperti. In altre parole, è preparato per te dai secoli eterni il regno dei cieli”».

Anche se inserita in una cornice narrativa fittizia, questa mirabile catechesi rivela il desiderio profondo del cuore del Padre di riportare l’uomo, mediante il sacrificio del suo Figlio, allo splendore della sua prima immagine, quella di creatura appena uscita dalle mani del Creatore e non ancora segnata dal peccato, affinché possa vivere con l’ausilio della Grazia in conformità al suo disegno originario. Per questo motivo la volontà salvifica del Padre prende le mosse dalla liberazione degli uomini giusti, dei patriarchi, dei profeti e di quanti, pur essendo nati prima della venuta del Signore sulla terra, attendevano con ansia e trepidazione la consolazione di Israele, alla stregua del vecchio Simeone e di Anna, e videro venirsi incontro finalmente l’oggetto e la fonte della loro speranza, il Cristo Salvatore.

Il Sabato Santo è preludio al compimento di tale promessa: nella discesa nelle viscere della terra del “nuovo Adamo” per liberare Adamo, dell’uomo nuovo per soppiantare l’uomo vecchio, è in effetti adombrato e racchiuso il germe della vita nuova inaugurata da Cristo. Nella prospettiva di un simile progetto d’amore del Padre – realizzato pienamente nel mistero della Passione, Morte e Risurrezione del Figlio – persino la colpa di Adamo, una volta riscattata, diviene “felice”, per dirla parafrasando sant’Agostino, perché ci ha meritato un Redentore così grande!

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Venerdì Santo con i Padri. Stat crux dum volvitur orbis, mentre il mondo ignaro insegue idoli e chimere

“Stat Crux dum volvitur orbis”. Il motto ruminato dai monaci certosini sintetizza mirabilmente il mistero del Venerdì Santo: una croce, la Croce di Cristo, che rimane salda lì sulla roccia del Calvario, sospesa tra terra e cielo, mentre ora come allora passa la scena di un mondo che prosegue ignaro la sua corsa effimera continuando a inseguire idoli e chimere. Eppure, issato sulla croce in segno di perenne alleanza tra Dio e gli uomini, durante i suoi ultimi spasimi e nel momento in cui il suo costato viene trapassato da una lancia, il Figlio bagna ancora la terra col suo sangue perché nessuno dei suoi fratelli si perda, ma ognuno ritorni pentito al Padre volgendo lo sguardo a Colui che ha trafitto col proprio peccato.

“Non taccia la nostra lingua e dica: Ecco Cristo ha sofferto, il compratore ha mostrato il compenso, ecco il prezzo che ha dato, il suo sangue è stato versato. Nel sacco del suo Corpo portava il nostro prezzo; è stato colpito dalla lancia, il sacco si è aperto e ne è disceso il prezzo di tutta la terra – commenta Sant’Agostino – Cristo è così per noi vincitore e vittima, anzi, vincitore perché vittima; per noi, al tuo cospetto sacerdote e sacrificio, anzi, in tanto sacerdote in quanto sacrificio: e ci ha fatti da servi figli, fattosi Egli, Figlio, schiavo per noi”. “Colui che viene portato al martirio è in realtà il vincitore quando è legato, flagellato, scorticato e ucciso. Ciò che nelle guerre costituisce sconfitta, presso di noi è vittoria. I dolori e la passione che Cristo soffrì sono la nostra nobiltà. Perciò noi non vinciamo mai facendo il male, bensì sopportando il male”, rileva San Giovanni Crisostomo.

“E la croce lo innalzò realmente e simbolicamente – sottolinea San Gregorio di Nissa –, perché con la sua passione a tutti si rivelasse chiara la sua potenza e la sua maestà. Estendendo sul patibolo le mani, dilatò anche le ali verso Oriente e Occidente, affinché sotto di esse si raccogliessero tutte le genti da ogni parte del mondo a trovar pace”.

“Ti era necessario il legno della sua umiltà – nota ancora acutamente il vescovo Agostino – Infatti ti eri gonfiato di superbia ed eri stato cacciato lontano dalla patria; la via era stata interrotta dai flutti di questo secolo, e non c’è altro modo di compiere la traversata e raggiungere la patria che nel lasciarti portare dal legno. Ingrato! Irridi a Colui che è venuto per riportarti di là. Egli stesso si è fatto via, una via attraverso il mare. È per questo che ha voluto camminare sul mare, per mostrarti che la via è attraverso il mare. Ma tu, che non puoi camminare sul mare come lui, lasciati trasportare da questo vascello, lasciati portare dal legno: credi nel Crocifisso e potrai arrivare. È per te che si è fatto crocifiggere, per insegnarti l’umiltà; e anche perché, se fosse venuto come Dio, non sarebbe stato riconosciuto. Se fosse venuto come Dio, infatti, non sarebbe venuto per quelli che erano incapaci di vedere Dio. Credi nel crocifisso, perché la tua fede possa elevarsi fino alla croce. Non verrai sommerso, ma sarà la croce a portarti”. È necessario però anche “portare la croce e seguire il Signore – come ricorda San Gregorio Magno – che significa dominare la carne e avere compassione del prossimo, sentendo i suoi bisogni come se fossero propri, per vero zelo della beatitudine. Chi fa ciò solo con fine umano, porta la croce, ma non segue il Signore”.

In questo giorno siamo invitati a tenere fisso il nostro sguardo sul volto di Gesù sfigurato dal sangue e sul suo corpo martoriato dalle percosse per ammirare “con occhi interiori le piaghe del Crocifisso, le cicatrici del Risorto, il sangue del morente, il prezzo versato per il credente, lo scambio effettuato dal Redentore. Pensate al valore di tutte queste cose e ponetelo sulla bilancia dell’amore, affinché vi si imprima in tutto il cuore Colui che per voi fu confitto in croce”, come suggerisce Sant’Agostino, il quale esclama ancora: “Quanto grande è l’amore di Dio per gli uomini, quanta tenerezza, amare i peccatori fino a tal punto da morire per essi di amore!”.

Adorando la Santa Croce possiamo perciò rivolgere con San Pier Damiani queste parole al talamo e trono della nostra salvezza: “O croce beata che meritasti di reggere, peso mirabile, Colui che il cielo e la terra non possono portare! O croce più tersa del vetro, più fiammeggiante dell’oro, che fosti adorna, come da lucide gemme o perle, delle membra del Salvatore! Tu sola meritasti di sostenere quel peso per cui tutto l’edificio del mondo si libra nello spazio senza precipitare. O albero veramente famoso, che cresci da cespite terreno, ma spandi i tuoi rami felici oltre gli astri del cielo! O croce beata! Poiché il sole nascose i suoi raggi per non vedere il sacrilegio, quando la terra tremò, quando gli elementi vacillanti palpitarono di terrore, tu sola meritasti di essere compagna al Signore morente, di sottoporre al suo corpo le braccia devote e di raccoglierlo nel tuo mite grembo”.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Giovedì Santo con i Padri. Non può morire chi mangia la Vita

“Li amò sino alla fine” (Gv 13, 1). Il Giovedì Santo, che apre il Triduo Pasquale, cuore dell’anno liturgico, è annuncio e memoriale del desiderio ardente del cuore di Cristo, un roveto che brucia senza consumarsi. Come scrive sant’Agostino commentando il passo dell’evangelista Giovanni: “Questa frase del Vangelo può anche essere interpretata in senso umano, nel senso cioè che Cristo amò i suoi fino alla morte. Questa è un’opinione umana, non divina: non si può dire infatti che ci amò solo fino a questo punto colui che ci ama sempre e senza fine. Lungi da noi pensare che con la morte abbia finito di amarci colui che non è finito con la morte”. Perciò quest’espressione “va intesa nel senso che li amò tanto da morire per loro”, ossia “che fu proprio l’amore a condurlo alla morte”.

Così, alla vigilia della sua Passione, dopo aver reso partecipi i suoi della propria volontà di essere una sola cosa con loro, Gesù istituisce il sacramento dell’amore, la Santa Eucarestia, affinché lo Sposo possa restare sempre con la sua Sposa, la Chiesa. “Riconoscete nel pane quello stesso corpo che pendette sulla croce e nel calice quello stesso sangue che sgorgò dal suo fianco. Prendete dunque e mangiate il corpo di Cristo, ora che anche voi siete diventati membra di Cristo nel corpo di Cristo; prendete e abbeveratevi col sangue di Cristo. Per non distaccarvi, mangiate quel che vi unisce; per non considerarvi da poco, bevete il vostro prezzo. Come questo, quando ne mangiate e bevete, si trasforma in voi, così anche voi vi trasformate nel corpo di Cristo, se vivete obbedienti e devoti. Se dunque avrete in lui la vita, sarete con lui in una sola carne. Non è infatti che questo sacramento dia il corpo di Cristo per poi lasciarvene separati”. In queste parole del vescovo di Ippona è rivelato il mistero mirabile del “segno dell’amore supremo del Figlio” che, nel sacramento del suo Corpo e Sangue, prefigura e compie il dono della propria vita umana e divina.

In questo modo, per dirla con san Leone Magno, “diveniamo portatori integrali, in anima e corpo, di Colui col quale e nel quale siamo morti, sepolti e risuscitati”. Allora, scrive sant’Ambrogio, “sta a te prendere questo pane. Accostati a questo pane o lo prenderai. Se ti allontanerai da Cristo morirai, se ti avvicinerai a Cristo vivrai. Questo è il pane della vita: dunque, chi mangia la Vita, non può morire. Come potrà morire chi ha per cibo la Vita? Come potrà venir meno chi avrà la Vita per sostentamento? Accostatevi a Lui e saziatevi: Egli è pane. Accostatevi a Lui e bevete: Egli è la sorgente. Accostatevi a Lui e lasciatevi illuminare: Egli è la luce. Accostatevi a Lui e lasciatevi liberare: infatti dove c’è lo Spirito del Signore, lì c’è la libertà. Accostatevi a Lui e lasciatevi sciogliere dai legami: Egli è la remissione dei peccati”.

La consegna senza riserve di Cristo durante l’Ultima Cena si traduce anche nell’umile gesto del Maestro che si china a lavare i piedi dei discepoli, ulteriore testimonianza di una regalità che si fa servizio generoso di sé ai fratelli, “i quali già erano puliti e mondi”. In questo modo, però, scrive sant’Agostino, “Gesù volle farci riflettere che noi, a causa dei nostri legami e contatti terreni, nonostante tutti i nostri progressi sulla via della giustizia, non siamo esenti dal peccato; dal quale peraltro Egli ci purifica intercedendo per noi, quando preghiamo il Padre che è nei cieli che rimetta a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori. Questo sublime gesto del Signore costituisce per noi un grande impegno: quello di confessarci a vicenda le nostre colpe e di pregare gli uni per gli altri, così come Cristo per tutti noi intercede”.

La lavanda dei piedi costituisce dunque un segno visibile anche di quella dignità sacerdotale di cui partecipa ciascun battezzato e, spiega ancora il Doctor Gratiae, di “un ministero di carità e di umiltà” che ci esorta, unitamente a Cristo, a servirlo nel prossimo lavando i piedi gli uni agli altri. Poi “sta a lui esaudirci, purificarci da ogni contaminazione di peccato per Cristo e in Cristo e sciogliere in cielo ciò che noi sciogliamo in terra, cioè i debiti che noi avremo rimesso ai nostri debitori”, nella misura in cui “Egli è colui che prega per noi, che prega in noi e che è pregato da noi. Prega per noi come nostro sacerdote; prega in noi come nostro capo; è pregato da noi come nostro Dio. Riconosciamo dunque in lui la nostra voce e in noi la sua voce”.

Eucarestia e lavanda dei piedi appaiono allora come due risvolti di un medesimo gesto proteso a sottolineare la donazione totale del Figlio dell’uomo al Padre, agli amici e ancor di più ai nemici. La notte dell’Ultima Cena è infatti anche la notte del tradimento di Giuda, del rinnegamento di Pietro e della consegna di Gesù nelle mani di malfattori e peccatori di ogni genere, siano essi sommi sacerdoti, farisei, scribi, soldati romani o gente comune. È la notte tenebrosa degli insulti, dello scherno, delle percosse e del sudore di sangue che nell’orto del Getsemani riga il volto del Redentore e allude tanto al peso del peccato di ciascun uomo per cui ogni goccia è donata, quanto al sangue dei martiri che sarebbe stato versato nel suo Corpo mistico. In questo modo, per dirla ancora con l’Ipponate, “Egli volle farsi simbolo anche di quei tali che nel suo corpo, cioè nella sua Chiesa, avrebbero voluto fare la propria volontà, ma poi si sarebbero sottomessi alla volontà di Dio”.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Le sette parole di Gesù in croce, per imparare a morire con Lui

Le “sette parole” che Gesù pronunciò sulla croce costituiscono il testamento spirituale d’amore del Cristo morente. Lo rileva monsignor Angelo Comastri, vicario generale di Sua Santità per la Città del Vaticano e arciprete della Basilica di San Pietro, nel suo recente volume Le ultime parole di Gesù (San Paolo 2019, pp. 176), in cui la meditazione sulle parole di Nostro Signore è accostata sapientemente ai gesti concreti di coloro che, con la loro testimonianza di vita, hanno incarnato il lascito di tale manifesto d’amore.

“Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno” (Lc 23, 34)

La prima espressione del Crocifisso è una parola di perdono per i suoi crocifissori. Rivela che, come sottolinea Comastri, “l’onnipotenza di Dio è onnipotenza di amore. Sulla Croce di Gesù è stata definitivamente inchiodata ogni immagine di Dio che vorrebbe caratterizzarlo come onnipotenza di forza irresistibile e di potere che schiaccia e punisce”. Questo amore che perdona e non serba odio nei confronti dei carnefici è stato testimoniato mirabilmente da san Massimiliano Maria Kolbe, allorquando decise di offrire la propria vita in cambio di quella di un padre di famiglia condannato a morte dai nazisti come ritorsione per la fuga di un prigioniero. Il santo, “con un atto di amore, ha reso presente l’Amore di Dio in un inferno di odio”.

“In verità Io ti dico: oggi sarai con me nel paradiso” (Lc 23, 43)

Queste stesse parole sono state fatte proprie da Maria Goretti quando, colpita per ben 14 volte da un giovane con un punteruolo che voleva attentare alla sua verginità, fu trasportata sanguinante in ospedale. «Il parroco, indicando il Crocifisso, ha l’ispirazione di chiedere a Maria: “Marietta, vuoi perdonare Alessandro come Gesù perdonò i suoi crocifissori?”. La bambina resta in silenzio per qualche secondo e poi risponde: “Sì, lo perdono di cuore. E lo voglio con me in Paradiso”», racconta Comastri. Così, mentre era in carcere, una notte Alessandro sognò Maria Goretti che raccoglieva per lui dei gigli e gli si avvicinava. Il giovane si svegliò di soprassalto e, rasserenato, pensò in cuor suo: «Ormai mi salvo anch’io – dico tra me – perché sono certo che Marietta prega per me. È venuta a trovarmi e a darmi il suo perdono. Da quel giorno non sento più l’orrore di prima per la mia vita». Ciò accadde verso la fine del 1906. Alessandro fu poi accolto dai Padri Cappuccini e, con sua profonda gioia, ricevette anche il perdono da parte della madre di Maria.

“Donna, ecco tuo figlio!”. “Ecco tua madre!” (Gv 19, 26-27)

«Voleva dirle: “Mamma, non pensare a me! Io sto vivendo il gesto del più grande amore: e questo mio amore è l’unica ancora di salvezza per l’umanità! Mamma, insegnalo a Giovanni! Fagli da mamma! E, dopo Giovanni, fai da mamma a tutti gli uomini che appariranno nello scenario della storia”». In relazione alla maternità di Maria, padre Comastri ricorda come la potente intercessione della Vergine a Lourdes abbia liberato dall’ateismo il chirurgo Alexis Carrel (premio Nobel per la medicina), in seguito a un miracolo accaduto a una sua paziente e di cui è stato spettatore. Allo stesso modo la premura materna di Maria ha impedito il suicidio di Giuseppe Battista Tomassi, che aveva deciso di spararsi. Intervenendo prontamente nello stesso luogo santo, la Madonna guarì le ferite del cuore di Giuseppe e così, “da una rivoltella diventata inutile; da una disperazione diventata speranza; dallo spettacolo dell’amore vissuto, nel quale un giovane disperato incontrò Dio; dalla gratitudine di un ragazzo guarito nel cuore dalla Madonna”, è affiorata l’idea dell’Unitalsi, la nota associazione che prosegue ancora oggi nella sua missione al servizio dei disabili e dei malati.

“Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mc 15, 34)

«Queste parole sono l’inizio del Salmo 21, un salmo che gli scribi e i farisei conoscevano alla perfezione. Si tratta di una impressionante cronaca della Passione di Gesù: è una fotografia scattata prima dell’evento, una fotografia che Dio solo poteva scattare. L’Amore infinito ha attraversato la nostra cattiveria in tutta la sua ampiezza e l’ha vinta: l’ha sconfitta con l’ampiezza dell’Amore. L’abbiamo capito? Gesù continua a gettare sprazzi di luce nel buio di ogni tempo», spiega il cardinale. Jacques Fesch è un giovane del secolo scorso, un omicida che riuscì ad affrontare serenamente persino la ghigliottina. Dopo aver condotto una vita da dissoluto, fece penitenza in carcere, sposò la sua compagna con rito religioso, scrisse parole commoventi alla sua bambina e morì ricevendo i sacramenti nella grazia di Dio, fiducioso nella misericordia del Padre.

“Ho sete” (Gv 19, 28)

«La sete di Gesù è sete di amore e il suo grido attraversa i secoli e interroga anche ciascuno di noi», commenta il teologo Comastri. A tal proposito Madre Teresa di Calcutta, la cui vita è stata una risposta a tale grido di Cristo, si rivolgeva così al Signore: «Gesù, ti disseto! Dovunque andrò, seminerò amore! E te lo porgerò per dissetare la tua insaziabile sete di amore».

“Tutto è compiuto” (Gv 19, 30)

«Che cosa è compiuto? È compiuto lo svelamento del vero volto di Dio! Sulla Croce è caduto il velo di tante caricature di Dio costruite dagli uomini ed è apparso il vero e affascinante volto di Dio: Dio è Amore e la sua onnipotenza è esclusivamente Onnipotenza di Amore». Kirk Kilgour è stato un atleta, nonché assistente allenatore di pallavolo della Nazionale italiana. Nel 1976 rimase paralizzato a tutti e quattro gli arti, a seguito di una lussazione alla vertebra cervicale con lesione al midollo spinale che lo costrinse sulla sedia a rotelle. Eppure sperimentò la potenza dell’amore di Cristo. In una sua preghiera ebbe infatti il coraggio e la grazia di scrivere: «Domandai a Dio che mi desse la salute per realizzare grandi imprese: Egli mi ha dato il dolore per comprenderla meglio».

“Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito” (Lc 23, 46)

L’ultima espressione sulle labbra del Crocifisso testimonia che «la morte non è un salto nel buio né, tantomeno, è un salto nell’abisso del niente: la morte è un abbraccio con Dio! Come sono belle le ultime parole di Gesù e come sono rassicuranti per noi! Il viaggio della nostra vita va verso un incontro: e noi dobbiamo prepararci a quell’incontro per essere pronti e capaci di rispondere all’abbraccio di Dio». Come rispondere a tale amore? Sicuramente «attraverso l’amore scelto e vissuto negli anni dell’attesa!». È stato così, ad esempio, per Giovanni XXIII, il “Papa buono”, che «alle ore undici, dopo aver ricevuto il Santo viatico, si rivolge agli astanti che sono ancora in ginocchio e pronuncia parole di fede grandissima: “Questo letto è un altare, l’altare vuole una vittima: eccomi pronto! Offro la mia vita per la Chiesa, la continuazione del Concilio, la pace del mondo, l’unione dei cristiani. Il segreto del mio sacerdozio sta nel Crocifisso. Quelle braccia allargate dicono che Egli è morto per tutti, per tutti, nessuno è respinto dal suo amore e dal suo perdono”». D’altra parte, sottolinea infine padre Comastri, «con Gesù, e soltanto con Gesù, è possibile morire sorridendo, cantando e sentendo vicina la gioiosa melodia del Paradiso. Preghiamo perché la nostra morte sia così»

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Un dizionario degli uomini grandi nella fede e nelle opere

Agostino, Alberto Magno, Benedetto da Norcia, Bernini, Brunelleschi, Carlo Magno, Clodoveo, Cristoforo Colombo, Copernico, Dante, De Wohl, Francesco d’Assisi, Galileo, Giotto, Guareschi, Isabella di Castiglia, Lejeune, Michelangelo, Pampuri, Marco Polo, Stradivari, Tommaso d’Aquino, Vespucci sono solo alcune delle oltre 400 voci che popolano il Dizionario elementare dei cattolici illustri, pubblicato recentemente dall’Istituto di Apologetica, a cura di Gianpaolo Barra, Mario Arturo Iannaccone e Marco Respinti.

C’è ampio spazio per uomini illustri nelle arti e nelle lettere, regine e sovrani saggi, scienziati illuminati, matematici e astronomi acuti, abili navigatori e compositori, grandi storici, sapienti filosofi e teologi, ma anche santi sociali, papi, cardinali, vescovi, sacerdoti, religiosi e religiose che hanno lasciato un segno profondo nella storia dell’umanità e ai quali tutti, compreso i non credenti, dovrebbero essere grati. Tali voci riportano in maniera sintetica, con linguaggio semplice e accessibile a tutti, brevi biografie di uomini e donne che hanno contribuito allo sviluppo della nostra civiltà e dato gloria alla Chiesa di cui sono figli.

In ambito matematico spiccano, ad esempio, le figure di Maria Gaetana Agnesi (1718-1799), riconosciuta per le sue Instituzioni analitiche come “una delle più grandi donne matematiche di tutti i tempi” e quella di Ennio De Giorgi (1928-1996), che ha aperto “prospettive inedite alla matematica mondiale”, distinguendosi per la ricerca su equazioni, derivate parziali e calcolo delle variazioni. Egli riteneva che “il segreto della forza della matematica risiedesse nella capacità di passare dalla osservazione delle cose visibili all’immaginario delle cose invisibili”.

In ambito scientifico è davvero considerevole il contributo dei cattolici. Girolamo Fracastoro (1476-1553), medico personale di Papa Paolo III, è stato il “pioniere dell’infettivologia, colui che, 300 anni prima della sua validazione sperimentale, intuì che alcune malattie erano dovute a germi capaci di moltiplicarsi nell’organismo e di trasmettersi per contagio, attraverso la respirazione o altre forme di contatto, ad altri organismi”. A lui si deve anche il nome della sifilide. C’è poi padre Benedetto Castelli (1578-1643), “inventore del pluviometro per misurare la quantità di pioggia nel tempo e iniziatore della scienza idraulica”. Luigi Galvani (1737-1798) è stato “un pioniere dell’ostetricia italiana” e tra i fondatori dell’elettrotecnica moderna. A lui si deve l’invenzione del galvanometro per misurare l’intensità di correnti elettriche e della ‘galvanizzazione’, il processo col quale si riveste di un sottile strato di metallo un manufatto di un altro materiale metallico proteggendolo dalla corrosione. Lavoiseir (1743-1794), padre della chimica moderna, celebre per le sue ‘leggi’ e il suo contributo alla stechiometria, ha anche dimostrato il ruolo dell’ossigeno nei processi vitali di animali e la composizione dell’acqua e dell’aria. A don Giuseppe Mercalli (1850-1914), il sacerdote dei vulcani e dei terremoti, si deve invece l’elaborazione della famosa ‘scala’ che porta il suo nome per la classificazione dei sismi e della loro intensità. In campo astronomico la tesi scientifica di un universo in espansione da un atomo primordiale, poi ribattezzata ‘teoria del Big Bang’, porta il nome di padre George Lamaître (1894-1966).

In ambito letterario sono pochi gli studenti liceali a sapere che l’autore del proprio dizionario Lorenzo Rocci (1864-1950) era un padre gesuita che ha lavorato alacremente per compendiare il cuore della letteratura greca nel poderoso vocabolario che porta il suo nome o che il conte Monaldo Leopardi (1776-1847), padre del poeta Giacomo e gonfaloniere della città di Recanati, dopo aver sperimentato l’efficacia della vaccinazione sui propri figli, sia stato il primo a introdurla nello Stato Pontificio, rendendola obbligatoria per il vaiolo. Egli è stato uno scrittore vivace, intelligente, colto, orgoglioso della propria fede, sebbene la sua fama sia stata ingiustamente oscurata.

In campo sociale, al di là della missione educativa di grandi santi quali Giovanni Bosco e Giovanni Battista De La Salle in favore di orfani e poveri, meritano di essere ricordate l’opera missionaria di Francesca Cabrini (1850-1917), che ha favorito l’insegnamento dell’inglese e promosso la costruzione di ospedali, case di cure e luoghi d’assistenza per immigrati, e quella di don Carlo Gnocchi (1902-1956), rivolta in specie a orfani, mutilati di guerra e malati di poliomielite per una ‘riabilitazione integrale’ della loro persona a tutela della propria dignità.

Sfogliando con curiosità il Dizionario dei cattolici illustri, si possono scorgere dettagli particolarmente significativi tra le pieghe recondite della vita di personaggi celebri scoprendo, ad esempio, che il campione del ciclismo Gino Bartali (1914-2000) era terziario carmelitano col nome di Fra’ Tarcisio di Santa Teresa di Gesù Bambino.

In ambito produttivo tra per gli imprenditori è opportuno ricordare Harmel Léon (1829-1915), sperimentatore della dottrina sociale della Chiesa nella sua fabbrica di filatura con misure concrete a favore dei propri lavoratori, dagli assegni familiari all’istituzione di una cassa di mutua assistenza. In ambito politico basti citare le figure luminose del valoroso Marcantonio Colonna e del frate Marco d’Aviano, i cui apporti furono decisivi per il respingimento dell’esercito turco rispettivamente sia a Lepanto nel 1571 che alle porte di Vienna l’11 settembre del 1683; o quella del giovane martire José Sánchez del Rio durante la rivolta dei cristeros in Messico (1926-1929). In ambito giuridico emerge la figura del magistrato Rosario Livatino (1952-1990) che, per il suo impegno in prima linea per la giustizia contro la mafia, è stato vittima di un attentato. Martire della giustizia, uomo discreto, teneva sulla sua scrivania un Vangelo e un crocifisso, mentre la sua giornata iniziava sempre sostando in una chiesetta in preghiera davanti al tabernacolo.

Insomma, come scrivono i curatori, tale Dizionario si configura come una “collezione di brevi ritratti che porta esempi ed eccellenze di una civiltà millenaria” e che non vuole avere la pretesa dell’esaustività e della completezza, bensì desidera assolvere al compito di riconoscere il meritato onore ai nomi notissimi, meno noti e ignoti di quanti hanno contribuito a edificare il Regno di Dio sulla terra mettendo a frutto i doni del Padre attraverso le loro opere in tutti i campi dello scibile e dell’agire umano.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Peppe Diana, il sacerdote che si oppose ai Casalesi

«Occorre riscoprire quegli spazi per una ‘ministerialità’ di liberazione, di promozione umana e di servizio. Coscienti che il nostro aiuto è nel nome del Signore, riaffermiamo il valore anticipatorio della preghiera che è la fonte della nostra Speranza. Ai preti nostri pastori e confratelli chiediamo di parlare chiaro nelle omelie e in tutte quelle occasioni in cui si richiede una testimonianza coraggiosa». Passa anche attraverso queste parole, pronunciate nel corso della sua seconda denuncia pubblica della camorra, l’impegno profetico di don Giuseppe Diana (4 luglio 1958 – 19 marzo 1994), detto Peppe, disposto a essere segno di contraddizione in un territorio avvelenato dalla malavita organizzata.

«Basta con la dittatura armata della camorra», tuona ancora in un altro suo accorato appello, dopo l’ennesima uccisione di un innocente per errore da parte del clan dei Casalesi. Il giovane sacerdote fa sentire la propria voce senza timore. «Non sapeva, forse, che questo era il suo destino. Si riconosceva solo un povero ma solerte lavoratore nella vigna del Signore. Metteva volentieri tutta la sua vita e tutta la sua cultura nella missione universale della sua Chiesa», scrive il vescovo Raffaele Nogaro: «E per la libertà del tuo popolo e per l’amore della tua terra ti hanno immolato».

Anche questa preziosa testimonianza confluisce in Don Peppe Diana e la caduta di Gomorra del giornalista Luigi Ferraiuolo, recentemente pubblicato dalla San Paolo, che racconta la vicenda, il ministero e il martirio di don Giuseppe Diana, evidenziando le ferite del contesto sociale in cui maturò il suo omicidio: «Erano le 7.30 del mattino del 19 marzo 1994, giorno del suo onomastico. La risposta arrivò subito, forte e chiara, come suo solito: “Sono io don Peppe”. Giuseppe Quadrano sparò quattro colpi di pistola al sacerdote che si stava vestendo per la Messa e andò via, tranquillamente come era entrato». Eppure, «dal sangue di don Peppe e di altre 353 vittime sono nati centri sociali, case famiglia, ostelli, realtà per aiutare persone con autismo o disabili o sole, isole ecologiche, associazioni sportive, ristoranti, negozi, agriturismi. Una ribellione collettiva e sempre più forte alla camorra, sfidata nella sua stessa terra e inizialmente con scarso supporto delle istituzioni», come ha osservato Elisabetta Soglio nella prefazione.

Don Peppe ha pagato in prima persona anche la propria decisione «di negare un funerale pubblico a un camorrista, parente del killer che poi lo avrebbe ucciso per conto dei boss», come scrive Ferraiuolo. «In poco più di tre anni, dal luglio del 1991 al marzo del 1994, egli ha saputo insegnare con coraggio e convinzione alla comunità casalese e al mondo che la camorra non aveva ragione e che i clan erano il male. Gli era chiaro che il contesto in cui si viveva nel Casalese era corrotto, amorale, violento e sanguinario». Per questo motivo «don Peppe Diana doveva morire, perché si era spinto troppo avanti. Perché aveva parlato troppo, aveva aperto troppe menti, troppi cuori, troppi occhi. Perché non si potevano impartire i sacramenti ai camorristi, agli assassini. Era diventato troppo esemplare, nel cuore della testa della camorra, perché potesse sopravvivere. Se non fosse stato ucciso quel 19 marzo, per i disegni di Nunzio De Falco e l’opposizione al funerale del parente di Quadrano, sarebbe stato ucciso poco dopo, perché la sua stessa presenza fisica avrebbe intralciato gli affari dei boss. Era una conseguenza diretta della sua predicazione pubblica cominciata anni prima, tra il 1988 e il 1989, e divenuta palese nel luglio del 1991», quando aveva tuonato contro la dittatura armata della camorra.

A 25 anni dalla sua morte, monsignor Lorenzo Chiarinelli ha voluto lanciare «un accorato appello alla popolazione, meglio ai camorristi: O terra amata che conosci il sudore, le sofferenze e le lacrime della nostra gente; o terra bagnata di sangue di non pochi tuoi figli, e ora, da ultimo – che sia veramente l’ultimo – dal sangue di un tuo figlio, ministro di Cristo e della Chiesa, spezza la spirale di follia omicida, ricrea spazi di serenità e fiducia per i tuoi giovani, rifiorisci in messe abbondante di giustizia e di pace… Nessuno in mezzo a te tradisca mai più questa speranza. Il nostro martire don Peppino ha seminato per il futuro».

Nel visitare la sua tomba per omaggiarne la figura, monsignor Angelo Spinillo, vescovo di Aversa, «ha riconosciuto in don Peppino l’impegno e la generosità di tanti, sacerdoti e fedeli laici, che in questa nostra terra vivono e donano speranza». Durante l’Angelus del 20 marzo 1994, il giorno seguente la sua uccisione, il Santo Padre Giovanni Paolo II pregava così: «Voglia il Signore far sì che il sacrificio di questo suo ministro, evangelico chicco di grano caduto nella terra e morto, produca frutti di sincera conversione, di operosa concordia, di solidarietà e di pace». Le tante realtà associative e caritative fiorite a Casal di Principe e non solo, nel solco della sua testimonianza di vita spesa per il Vangelo, testimoniano senza dubbio una condivisione del suo anelito di fede, giustizia e carità.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana