Tempo Barocco, la mostra sul secolo d’oro di Roma

Cupole, chiese, fontane, palazzi, piazze, sculture, oli su tela. Dalla ‘barca di Pietro’ alla Barcaccia, il Barocco è il tempo di Roma. Se c’è un ‘secolo d’oro’ che ha contributo al fulgore della Città Eterna e ne ha trasfigurato il volto è proprio il Seicento. Nell’Urbe di Papa Urbano VIII, nella Roma dei Barberini lavorano alacremente Maderno, Bernini e Borromini, operano artisti italiani e internazionali, tra i quali anche Pietro da Cortona, Valentin de Boulogne, Nicolas Poussin, Antoon Van Dyck, Domenichino, Andrea Sacchi, Guido Reni.

Articolata in cinque sezioni che si focalizzano su altrettanti aspetti della concezione del tempo nel Seicento, la mostra Tempo Barocco di Palazzo Barberini a Roma – curata da Francesca Cappelletti e Flaminia Gennari Santori, inaugurata il 15 maggio e visitabile fino al prossimo 3 ottobre – si snoda attraverso 40 opere di grandi artisti protagonisti della cultura dell’epoca, per la maggior parte vissuti a Roma nel secolo della ‘rivoluzione scientifica’.

Nella tela di Antoon Van Dyck il vecchio Crono recide le ali di Eros, Il Tempo taglia le ali all’Amore. L’uomo del Seicento vuole controllare e dominare il tempo; mentre constata da un lato la caducità e fragilità della propria esistenza terrena, dall’altro sembra non rassegnarsi all’idea che la verità sia ‘figlia del tempo’, secondo il classico adagio attribuito allo scrittore latino Aulo Gellio vissuto nel II secolo d.C. e ripreso dal filosofo Bacone agli albori della modernità. Eppure spesso Il Tempo rivela la Verità, la dis-vela, le toglie gradatamente il velo, facendola apparire in tutta la sua nudità e bellezza, come accade alla donna tratteggiata con inchiostro marrone su carta da Gian Lorenzo Bernini.

La misurazione del tempo è un tema cruciale del Seicento che da una parte evidenzia la pretesa dell’uomo di essere padrone del proprio tempo, dall’altra non può eludere l’irriducibile vacuità e vanità di tutte le cose. La consapevolezza della vanitas di ogni realtà terrena è particolarmente cara a San Filippo Neri e radicata nella sua predicazione. Di qui è possibile ammirare lungo il percorso della mostra un raffinato orologio con la Madonna Vallicelliana appartenuto proprio al ‘Pippo buono’.

Alcuni artisti si cimentano così nell’impresa di provare a rendere eterno l’effimero, muovendo da una profonda coscienza che, pur nella sua labilità, ogni realtà è positiva e buona perché creata dal Padre di ogni bene. In questa prospettiva sono da leggersi le nature morte e le suppellettili raffinate create dalla mano dell’uomo, i cristalli e l’argenteria che popolano le tele La mosca e L’orologio di Berentz.

All’uomo che non si rassegna allo scorrere inesorabile del tempo viene incontro l’Amor sacro e l’Amor profano di Guido Reni, nel quale il primo Eros è raffigurato mentre brucia faretra e frecce dell’amore volgare, segno che non bisogna lasciar spazio ad amori fugaci e ciechi che non danno sapidità e gusto alla vita, perché inseguono il piacere escludendo l’orizzonte del dono, vera essenza di ogni amore e sola forza in grado di renderlo vero e dunque eterno.

 Il barocco assume lo stile dell’azione teatrale per una resa efficace di movimenti e gesti volta a suscitare stupore e meraviglia. Di qui ne Il sacrificio di Isacco il Domenichino prova a fissare sulla tela con straordinaria maestria pittorica l’istante – ciò che per definizione ‘non sta’ nella sua sfuggevolezza – in cui l’angelo interviene a fermare il braccio di Abramo prima che stenda la spada sul capo del proprio figlio.

 A combattere e vincere il Tempo sono anche le allegorie indomite della Bellezza e della Speranza nella tela del pittore francese Simon Vouet, che campeggia nella locandina dell’esposizione quale cifra simbolica e sintetica del senso stesso della mostra: tentare di afferrare, con e dentro la via maestra della bellezza artistica, la vera natura del tempo che, per dirla con Platone, è pur sempre «immagine mobile dell’Eterno».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

In un libro 123 storie di sacerdoti e religiosi morti in guerra

«O tutti o nessuno!», grida don Elia Comini a chi gli offre la salvezza poche ore prima della sua uccisione da parte delle SS a Pioppe di Salvaro in provincia di Bologna. Egli non è stato il solo pastore a offrire la propria vita per le sue pecore. Sono infatti 123 i sacerdoti uccisi in Emilia Romagna durante la Seconda Guerra mondiale: 45 caduti sotto i bombardamenti, 14 cappellani militari morti per cause di servizio, 37 per mano dei nazifascisti e 27 ‘in odio alla fede’ o per odio politico dei partigiani. I loro volti e nomi affollano le pareti e l’abside di una piccola chiesa a Pieve di Rivoschio, in provincia di Forlì.

Tale grido di don Elia è stato ascoltato da Alberto Leoni che, nel suo recente saggio O tutti o nessuno! (Ares 2021, pp. 192), ne ripercorre le storie, attingendo alle foto e testimonianze raccolte con particolare premura da don Alberto Benedettini.

Tra i cappellani, «compagni dell’uomo in guerra», c’è don Ettore Barucci «sorpreso in Libia da azione aerea di bombardamento mentre dall’altare impartiva l’estrema benedizione a due Caduti, rifiutava esplicitamente di cercare riparo. Vestito dei Sa­cri paramenti cadeva al suo posto, sull’Altare»; c’è don Alberto Carozza, che cede il suo salvagente a un soldato mentre la motonave sulla quale si trova viene colpita da un siluro nemico a largo dell’isola di Cefalonia.

Don Raffaele Dogali Busi è ferito a una gamba, quando il comandante dei bersaglieri del suo reg­gimento lo fa salire su un camion. «Poco dopo i partigiani tornano all’attacco e il sacerdote ferito rimane isolato sull’autocarro, circondato dai guerriglieri. Dice loro di essere disarmato, mostrando la croce rossa cucita sul petto, ma un partigiano lo accoltella al torace». È una delle numerose vittime della sanguinosa guerriglia in Jugoslavia.

Ci sono pastori che muoiono sotto i bombardamenti accanto al proprio gregge. Don Arturo Giovannini «quando suonava l’allarme passava dall’altare della Madonna, andava in una stanzetta, si se­deva in poltrona e recitava il rosario». È stato trovato sotto le macerie del santuario di S. Maria del perpetuo soccorso di cui era rettore a Bologna, «sereno come sempre». Frate Eusebio Galanti «vide una ma­dre che stringeva disperata il cadavere della figlia straziata dalle bombe e andò a confortarla proprio mentre arrivava la seconda ondata, e una scheggia lo falciò». Padre Giuseppe Rivola è sorpreso dalle bombe mentre corre in cappella per custodire al sicuro il Santissimo Sacramento. Don Santo Perin salta su una mina mentre scava per dare degna sepoltura a un soldato tedesco rimasto insepolto.

Tra i martiri della carità trucidati si ritrova Don Pasquino Borghi. «All’ordine di fuoco sui condannati si udirono solo due voci: il “Viva l’anarchia!” di Zambonini e il “Gesù mio, misericordia” di don Pasquino». Molte sono state anche le vittime della furia nazifascista, tra le quali Don Umberto Bracchi che «viene falciato mentre benediceva i propri assassini facendo il se­gno di croce» e don Alessandro Sozzi che muore «allargando le braccia in segno di preghiera».

 «L’11 dicembre 1944 una squadra di partigiani andò a prelevare il sacerdote usando, forse per la prima volta, un trucco che sarebbe poi stato ricorrente: riferire che c’era un malato grave che aveva bisogno dei sacramenti e dell’Estrema unzione». Con questo pretesto Don Ernesto Talè cade nelle mani dei nemici. Sono davvero efferate le crudeltà perpetrate nei confronti di don Giuseppe Viola, «che rallentava il passo per la flebite di cui soffriva. Arrivati al confine della parrocchia, su un piccolo ponte di pietra, i partigiani dissero al parroco che poteva tornare a casa: e fu a quel punto che gli vuotarono un caricatore di mitragliatore nella schiena. Poi lo presero per la testa e per le gambe, lo buttarono giù dal ponte e andarono a festeggiare all’osteria. Il cadavere fu trovato la mattina dopo: la mano stringeva ancora la corona del rosario. Era la mattina di Pasqua e per il paese furono visti personaggi che mostravano come trofei il cappello del prete o indossavano i suoi pantaloni macchiati di sangue. Ai funerali non partecipò alcun parrocchiano: i partigiani lo avevano vietato e, dopo le esequie, devastarono la canonica. Questo il contributo militare dato da questa banda alla lotta per la Liberazione», rileva acutamente Leoni.

Mentre con due colpi di pistola al petto e alla testa viene ucciso, sempre ‘in odio alla fede’ e con l’accusa assolutamente infondata di essere una spia dei tedeschi, il quattordicenne seminarista Rolando Rivi, dopo che della sua talare è stato fatto un pallone da calciare in un fosso.

Insomma nel volume di Alberto Leoni si ritrovano le storie troppo spesso sottaciute di martiri della fede che testimoniano «la tragica bellezza del sacrificio di sé» e lasciano trasparire, per dirla con le parole della postfazione di don Aldo Cianci, «da una parte il male banale della guerra, dall’altra il bene creativo di chi la contrasta» con la carità di Cristo senza trattenere nulla per sé, neanche la propria stessa vita.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

I racconti del piffero, tra sorrisi e perle di saggezza

«Dio c’è, anche quando sta in silenzio» e non solo per coloro che hanno occhi per riconoscerlo, cuore vigile e mente attenta a cogliere i segni della Sua presenza nella realtà che ci circonda. È questo il leitmotiv de I racconti del piffero (Fede&Cultura 2021, pp. 159) di Rino Cammilleri che richiamano nel titolo, come una dolce melodia, la sinfonia del Padre disponibile anche on demand per quanti desiderino sintonizzarsi docilmente sulle sue frequenze.

È una raccolta di quindici brevi storie significative. C’è quella di Tobia Nicodemi, scrittore mitomane che si convince che avrebbe dovuto sparare al Papa per poter vedere un suo libro tra i bestseller con tanto di «fascetta esaltatoria». Commette quest’atto e le cose gli sembrano andare come previsto, ma «il successo genera invidia e stalker». Così, durante la presentazione di un suo libro, paga con la vita l’aver ignorato un autore desideroso di fama e successo a tutti i costi proprio come lui. In un altro racconto, invece, l’autore ironizza proprio sul fatto che i libri più venduti siano decisi a tavolino dai grandi editori prima di entrare nelle librerie e come spesso basti un bollino adesivo sulla copertina con le migliaia di copie vendute a fare di un romanzo un bestseller, a prescindere da se tale numero sia vero o falso.

Messer Jacopo degli Uguccioni è un eretico condannato al braccio secolare dell’Inquisizione, che decide di farsi preparare da un mago un elisir che gli consenta una morte apparente e un risveglio dopo cinquant’anni. Ma, anche in questo caso, le cose non vanno come l’uomo auspica che accadano perché, per grazia, la realtà è infinitamente più grande e misteriosa della sua capacità di controllarla. Così il risveglio ritarda di secoli e il protagonista viene catapultato nel contesto attuale in cui «si poteva bestemmiare anche ad alta voce per strada senza che nessuno se ne meravigliasse». Nel partecipare a un incontro pubblico sulla famigerata Inquisizione, egli finisce col tesserne un’apologia, adducendo diverse ragioni per mostrare come, al contrario della sua fama, «tale istituzione fosse mite e anche troppo misericordiosa». Eppure, quando manifesta liberamente il proprio pensiero ‘politicamente scorretto’, come accade di frequente, non constata alcuna democraticità da parte dei suoi interlocutori: «Fin lì gli era sembrato che in quel mondo si potesse parlare come si voleva, ma adesso che si era permesso di dire la sua lo si linciava». In questo racconto fanno capolino anche altri riferimenti velati ma non troppo ai temi caldi al centro del dibattito bioetico, tra cui l’eutanasia.

 Nel “Dialogo tra un venditore di caldarroste e un vacanziere” spuntano interessanti aneddoti storici, tra i quali uno relativo a «Filippo II, il quale era un devoto, devotissimo: si figuri che quando un messaggero trafelato gli comunicò la vittoria a Lepanto non volle far interrompere la messa che stava seguendo. Solo alla fine, con le lacrime agli occhi, fece intonare il solenne Te Deum. Si era anche fatto aprire una finestrella nel suo studio per seguire la messa quotidiana mentre lavorava». Qui i protagonisti discutono sul ruolo della Provvidenza divina nella storia umana, che fa piovere sui giusti e sugli ingiusti, a partire dalla propria vicenda personale nella quale riscoprire che è meglio affidarsi docilmente nelle mani di Dio e lasciare che «faccia come Gli pare», piuttosto che stare sempre a lamentarsi che le cose non vanno come si vorrebbe che vadano, pretendendo di spiegarne i motivi con ragioni umane troppo umane.

Cammilleri dissemina nei suoi racconti numerose perle di sapienza evangelica. Nel solco delle “Lettere di Berlicche” di Lewis, il diavolo custode millanta la sua capacità di rendere ogni cosa un po’ buona e un po’ cattiva, bivalente, mentre è costretto a riconoscere paradossalmente con acutezza il fine positivo che soggiace al comandamento dell’amore per il prossimo: «Ordinarvi di amare l’inamabile è, infatti, una delle tante follie di cui è pieno il Vangelo. Ma anche questa è per il vostro bene, perché è l’unica via per disinnescare la potenza distruttiva dei caratteri». In questa storia si fatica a trattenere un sorriso dinanzi alla descrizione archetipica della suocera, che lo stesso diavoletto si diverte a presentare come personificazione del male, «che snocciola fatti tanto minuti quanto remoti, rinfacciandoteli riverniciati» e, anche se le si «moltiplicano gli acciacchi, chissà perché, in lei l’unica cosa a conservare intatta la sua capacità malefica è la lingua. Essendo femmina, l’area cerebrale dell’espressione verbale è in lei, ovviamente, più sviluppata che in te. Questo, in una società egualitaria, mette te in svantaggio, svantaggio insuperabile».

 Tra gli altri racconti c’è quello di Rocco Caldani, un investigatore privato chiamato a pedinare la compagna di una lesbica per scoprire se questa la tradisca come teme e un’altra storia sul tema della violenza sessuale. «Vuoi fuggire da Dio, gettati in Lui!» è il cuore della vicenda del ciabattino Carlos che, per «vendicarsi con Dio», diventa frate. E ancora, in un racconto ambientato durante la notte di Natale, compare al cospetto della Santa Famiglia un vecchio ramingo, l’omicida Caino, il quale afferma: «Il mio pentimento non ha più lacrime da piangere, perché alla vista di quel che ho scatenato le ho versate tutte, e ora i miei occhi sono secchi come una sorgente inaridita. Solo oggi, finalmente, il mio peccato è stato cancellato dal libro della morte. Adesso finalmente posso andare al riposo eterno. Sono così stanco».

I racconti di Cammilleri si leggono piacevolmente e sono ricchi di spunti di carattere storico e spirituale, di incursioni critiche sul contesto culturale attuale per cui, per dirla con una battuta (e spero non me ne voglia l’autore), son tutto fuorché ‘racconti del piffero’!

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

La battaglia di don Fortunato per salvare i piccoli dai pedofili

«Giù le mani dai bambini!» è il grido sofferto e non taciuto di un parroco di periferia contro una tragedia che si consuma drammaticamente nel silenzio e nell’indifferenza sociale: l’abuso dei minori. Un appello accorato raccolto da Roberto Mistretta nel libro-testimonianza Don Fortunato Di Noto. La mia battaglia in difesa dei bambini (Paoline 2021, pp. 200), che ripercorre la vita e le tappe dell’impegno costante e generoso di un sacerdote di Cristo contro pedofilia e pedopornografia nella fedeltà al Vangelo e che raccoglie anche alcune testimonianze di vittime di abusi, comprese quelle commesse nella Chiesa.

 «Grazie, sono libero, ma ora grida. Grida per me e per tutti gli altri bambini». Sono le parole di gratitudine per il sacerdote siciliano di Carlos, un bambino brasiliano che per due anni è stato segregato e ripetutamente abusato da una banda di pedofili. Le foto di quegli abusi venivano scambiate e vendute in Internet. Carlos è il primo innocente liberato dalla polizia nel corso di un’operazione scattata in seguito a una segnalazione partita dall’altra parte del mondo, da Avola, in provincia di Siracusa.

Piccoli indifesi violati nella dignità dalla pedopornografia, dalla circolazione di foto e video condivisi in rete per alimentare perversioni di orchi e orchesse per un business con cifre da capogiro in crescita che investe persino i neonati: nel solo 2020 sono stati individuati 14.521 link, 3.768.057 foto, 2.032.556 video e 456 chat. Oggi addirittura «succede anche di peggio: che i bambini diventino vittime due volte, del pedofilo e della società. Ricordo episodi in cui i bambini abusati sono stati allontanati, isolati, esiliati perché in qualche modo contaminati dal male. Esclusi dai giochi e dai parchi. Sarà questa la ragione per cui pochi denunciano e continuano a lavare i panni sporchi tra mura domestiche, magari gli stessi tuguri criminali dove si consuma il dolore silenzioso dell’innocenza. Ecco allora l’urgenza di accogliere chi bussa per essere salvato, accudito, guarito dalle profonde ferite di un abuso», afferma con forza il sacerdote di Avola.

 La sua vocazione affonda le radici negli orfanatrofi di Ragusa che Fortunato frequenta sin da ragazzino, spinto dal desiderio di mettere in pratica il Vangelo, mentre ringrazia per la gioia di nascere in una famiglia, dono precluso a tanti piccoli più sfortunati di lui. «Guardavo il Crocifisso e aspettavo di vedere chiaro in me». E così, dopo il diploma di ragioneria e il dovuto discernimento interiore, entra in seminario. Dalla sua infanzia affiora un ricordo traumatico, quello del maestro che strappa le basette agli alunni indisciplinati fino a farle sanguinare. Quel maestro vorrà don Fortunato al suo capezzale per riconciliarsi con Dio prima di morire. Da questa ferita interiore ne sarebbe scaturita presto una feritoia di grazie copiose per tanti innocenti indifesi.

Nel 1995 arriva ad Avola nella parrocchia della Madonna del Carmine, in un degradato quartiere periferico di seimila anime, che sarà il suo ovile per ventiquattro anni. Con un rogo simbolico sul sagrato della chiesa di riviste pornografiche invita la comunità alla custodita della purezza dello sguardo dei bambini.

Dopo la scoperta di diverse chat e immagini pedopornografiche in rete scattano le prime segnalazioni alle autorità competenti; quando ancora non esisteva la polizia postale, Don Fortunato Di Noto è il primo a porre il problema all’attenzione politica. Così nel 1998 l’Italia è il primo Paese a dotarsi di una legge che punisca con la reclusione chi detiene, commercia o ceda anche a titolo gratuito materiale pedopornografico. Ma i pedofili si riorganizzano, tentano di eludere i confini nazionali, istituiscono l’Alice Day per l’Orgoglio pedofilo il 25 aprile, allo scopo «di normalizzare i rapporti sessuali tra adulti e bambini, fino ad abolire i limiti di età in materia di rapporti sessuali». A questa iniziativa egli contrappone nella stessa data la Giornata Bambini Vittime della pedofilia.

Suscita poi tanto clamore mediatico un’indagine seguita dal procuratore di Torre Annunziata che conduce a numerosi arresti e scopre una rete con ramificazioni internazionali per un giro d’affari di «seicento milioni di dollari versati su conti della Western Union Bank di Mosca». L’operazione “Rescue” del 2011 scova una rete di settantamila adepti, porta all’arresto di 184 persone e, soprattutto, strappa 230 bambini dagli orchi, tra i quali un bambino siciliano abusato da un istruttore di calcio.

Don Fortunato prosegue con tenacia la sua missione, abbatte la coltre di silenzio e ha il coraggio di denunciare a voce alta le lobby dei pedofili che osano difendere questi atti ignobili. Tale grido, però, gli si ritorce paradossalmente contro dalle stesse istituzioni che avrebbero dovuto farlo proprio. Viene indagato, accusato perfino di detenere materiale pedopornografico e, naturalmente, ogni accusa si rivela del tutto infondata. Tuttavia egli non si perde d’animo, anzi procede con maggiore determinazione, incoraggiato dai frutti concreti di un’opera meritoria che può vantare «millecinquecento bambini salvati dalla schiavitù sessuale negli ultimi quindici anni».

«I bambini non si toccano» è il motto l’associazione Meter da lui fondata, nella quale lavorano tecnici informatici, psicologi e operatori sociali, che ha come logo una grande ‘M’, simbolo di un grembo che abbraccia, accoglie e proteggere ogni vittima attraverso un approccio globale che mira a coinvolgere in uno sguardo positivo le loro famiglie, affinché ogni bimbo possa riguadagnare l’autostima azzerata dalla violenza subita, nella consapevolezza che «un bambino amato non sarà mai abusato».

«Uno degli ultimi filmati mostrava un uomo e una donna che agghindavano bambine di un paio d’anni come se fossero minuscole prostitute» per soddisfare le perversioni di «gente disposta a spendere fortune per filmati orripilanti», per inondare gallery per turismo pedofilo, di cui abbonda il deep web, quel livello della rete che sembra assicurare l’anonimato ai carnefici.

Attraverso Meter don Fortunato Di Noto continua a combattere la pedofilia come un crimine, a sensibilizzare l’opinione pubblica sulla vastità del fenomeno e a supportare le vittime con il sostegno psicologico e spirituale necessario. Questo senza dimenticare le parole più dure di Gesù, quelle rivolte proprio verso quanti scandalizzano i più piccoli.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

La dignità della persona, un principio da recuperare

«La persona dell’uomo è il diritto umano sussistente: quindi anco l’essenza del diritto», scrive Antonio Rosmini. Quest’affermazione del beato di Rovereto ben sintetizza il legame tra persona e diritto al centro di un volume Personalismi o dignità della persona? (Fede e Cultura 2021, pp. 208) a cura di Samuele Cecotti, che raccoglie preziosi contributi di giuristi, filosofi e teologi alla ricerca di antidoti in materia alle deviazioni ideologiche del mondo cattolico.

Tale volume propone il recupero del principio fondamentale della dignità della persona umana nella riflessione di San Tommaso d’Aquino quale rimedio necessario per liberarsi dai personalismi. E in effetti, considerando la persona come un assoluto, le ideologie della modernità hanno chiuso Dio nell’uomo e divinizzato l’uomo, facendo in questo modo decadere il Creatore quale fondamento metafisico della stessa creatura razionale.

Nella disanima del contesto attuale, Stefano Fontana osserva acutamente che il personalismo novecentesco è erede del naturalismo politico ottocentesco, poiché dissolve i concetti di natura e persona che pure presume paradossalmente di difendere sul piano filosofico, nella misura in cui costruisce «un’antropologia autopoietica» e autoreferenziale all’interno della quale viene sussunta la stessa dimensione metafisica e teologica, dal momento che Dio si comunica alla coscienza storica dell’uomo. D’altra parte, secondo il teologo della ‘svolta antropologica’ Karl Rahner che tanto influenza anche le posizioni dei padri conciliari del Vaticano II, la teologia è sostanzialmente antropologia.

 «La dignità habet fundamentum in re», scrive Tommaso d’Aquino. Sulla scia della riflessione speculativa dell’Angelico Dottore, il professor Giovanni Turco si sofferma sulla dignità umana da intendersi non quale attribuzione estrinseca, bensì come una connotazione intrinseca che allude alla bontà di una realtà per se stessa. La stessa nozione di dignitas rimanda ai principi primi, ai postulati indimostrabili che sono alla base di ogni ragionamento. In quanto principio dell’agire, presuppone l’essere, non può prescindere dal soggetto cui inerisce ed è partecipata negli enti in conformità alla natura di ciascuno. Sul piano etico «la dignità consiste in una perfezione: la perfezione (obiettiva) dell’atto (secondo) o dell’abito (buono)», che quindi «consente l’adempimento del proprio dover essere». Di qui la dignità etica dipende dal valore morale degli atti che l’uomo compie, perciò può essere smarrita, a differenza di quella ontologica. Dio è invece la dignità che eccede qualsiasi altra dignità. Tra le dignità soprannaturali che perfezionano quella ontologica dell’uomo vi è la ‘dignità di figlio di Dio’ la quale, in relazione al compito, al grado più alto, consiste nell’essere cooperatori del Padre, agendo sempre in conformità alla volontà divina.

 La dignità dell’uomo viene illuminata sotto il profilo teologico nel contributo di padre Arturo A. Ruiz Freites che critica duramente il personalismo di matrice liberal-maritainiano, secondo il quale «non sarebbe compito della società e dell’ambito pubblico, bensì della persona nella sua dimensione privata, della propria coscienza intima, attuare le scelte in conformità con la propria trascendenza spirituale». In sostanza, l’umanesimo integrale di cui parla Maritain costituirebbe di fatto una «resa alla secolarizzazione liberale-laicista della società». Un altro bersaglio polemico del saggio di padre Ruiz Freites è la «pseudo-teologia rahneriana», giudicata di matrice gnostica ed hegelo-esistenzialista, per cui alla fine «Dio è dissolto nel Pensiero come pura possibilità e nulla di essere, e la persona umana è la mediazione storica del suo divenire coscienza riflessa di pensiero», con il conseguente svuotamento della creaturalità della persona nell’ordine metafisico prestabilito. Di qui è necessaria «la carità di Cristo per ridare la dimensione creaturale alla persona e la dimensione personale-creaturale alla società, rifondandole in Dio Creatore e Salvatore, e, dunque, nell’ordine teleologico della Salvezza eterna, supremo bene comune dell’umanità».

Padre Andrés J. Bonello ribadisce che le posizioni personaliste di Maritain e di Mounier non sono per niente fedeli alla lettera dei testi dell’Aquinate che essi interpretano molto liberamente. Anche per il professor Danilo Castellano «il personalismo contemporaneo, essendo la radicalizzazione dell’individualismo liberale, è dottrina irrazionale» che finisce con l’identificare la persona con la sua volontà e i suoi desideri con i suoi ‘diritti’. Lungi dal riprendere il concetto classico boeziano e tommasiano di persona, il personalismo contemporaneo, che permea in larga parte anche la cultura cattolica, cerca a tutti i costi una conciliazione con la modernità, «subordinandosi sempre alla cultura egemone nel tentativo di non perdere il presunto treno della storia, andando a rimorchio dei pensieri dominanti».

Di qui, se l’uomo è ridotto alla sua volontà, «il più fondamentale dei diritti fondamentali diventa coerentemente, alla luce di questo modo d’intendere la persona, l’autodeterminazione, non come capacità/possibilità di scelta (uso del libero arbitrio), ma come ‘diritto’ di fare sempre e comunque quello che contingentemente si vuole, senza interferenze di volontà altrui e senza considerare l’ordine naturale delle ‘cose’». Questo concetto di autodeterminazione, che permea la cultura giuridica dal divorzio alla stepchil adoption per le coppie omosessuali, ha alle spalle una pretesa gnostica. Infatti «se Adamo ed Eva pretesero di diventare come Dio, gli gnostici moderni pretendono di essere superiori a Dio. Pretendono, infatti, da una parte di essere liberati dalla legge, da ogni legge, dall’ordine naturale; dall’altra di usare la legge come strumento per l’esercizio pieno, assoluto, libero da ogni criterio, dell’autodeterminazione». Al contrario, il diritto soggettivo è realmente tale solo nella misura partecipa dell’ordine oggettivo della giustizia, come rilevato dal dottor Rudi Di Marco.

Insomma, volendo individuare un filo rosso che leghi i diversi contributi, l’antidoto a tale deriva teoretica, socio-culturale e per certi versi anche pastorale è uno solo: ripristinare, nel solco del realismo tommasiano, «la persona umana metafisicamente, la natura umana come normativa, la lex naturalis come criterio d’ogni legge positiva, la Realtà come espressiva di un ordine obiettivo di giustizia universalmente vincolante», così da rimanere fedeli all’autentica dottrina sociale della Chiesa.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

La bugia del ‘divorzio facile’ e la crisi come occasione

«La progressiva identificazione del diritto con il desiderio è la vera metastasi delle nostre società occidentali». Quest’affermazione del cardinale Caffarra individua nel contesto attuale il motivo principale di tante crisi familiari generate proprio dal fatto che «al giorno d’oggi cedere alle pulsioni è diventato una sorta di dovere morale, mentre il diritto è sempre più equivalente al desiderio».

Alcune di queste storie emblematiche sono state raccolte dall’avvocato familiarista Massimiliano Fiorin nel suo recente saggio Il diritto e il desiderio. Ritrovare sé stessi attraverso le crisi familiari (Ares 2021, pp. 232), in cui c’è spazio per vicende dolorose di separazione e divorzio, lotte all’ultimo sangue con l’altro e con sé stessi, ma anche per percorsi di rinascita. I titoli dei capitoli – l’Innocente, l’Orfano, il Guerriero, il Saggio, il Mago, il Folle – rimandano a precise immagini archetipiche della psicologia analitica del profondo di matrice junghiana. Scopo del saggio è supportare singoli e famiglie perché non cedano all’illusione di un ‘divorzio facile’ privo di conseguenze per se stessi e soprattutto per i propri figli, imparando a resistere insieme alle tempeste della vita con resilienza e spirito di collaborazione.

Il volume prende le mosse da un’amara constatazione, secondo la quale «il matrimonio è divenuto qualcosa che fa solo paura, perché toglie semplicità alla vita e rende più minacciose le incognite che incombono su di essa, anche rispetto alla prospettiva della solitudine che almeno garantisce l’illusione della libertà». Per cui, sulla base di tante esperienze di vita, il divorzio fa capolino ormai quasi come un «finale scontato».

Fiorin ripercorre i dialoghi verosimili avuti con i suoi ‘assistiti’. Il primo è quello con un uomo che s’accorge del tradimento della propria compagna convivente con la quale ha anche avuto un figlio. Costui incarna la prima figura archetipica, quella dell’Innocente, «che continua a credere e sperare negli altri a qualunque costo, anche di fronte all’evidenza, perché ha conservato dalla sua infanzia un’incrollabile fiducia riguardo alla positività del mondo. Questo però comporta una forte spinta a negare l’esistenza dei problemi relazionali dentro e fuori l’intimità della coppia». Per cui, quando questi insorgono, «l’Innocente di solito tende a colpevolizzarsi o anche a colpevolizzare chi gli sta accanto, perché non riesce a tollerare che la persona che ama possa deluderlo». Egli deve perciò divenire progressivamente cosciente di quello che l’altro è realmente, rimarginare le proprie ferite e – cosa che accade tra i due solo al termine di un percorso di mediazione familiare – aprirsi a un perdono che porti la sua relazione amorosa a un nuovo livello di consapevolezza e responsabilità reciproca.

L’Orfano emerge, invece, ogni qualvolta che «il bambino interiore torna a sentirsi abbondonato, tradito e deluso». È quanto accade alla protagonista della seconda vicenda, una donna straniera abituata a contare sulle proprie forze che ha avuto due figli con uomini diversi e che desidera vivere la propria indipendenza, evitando così di «diventare un Angelo custode, protettiva verso i figli». Grazie però alla fermezza dell’uomo che ha accanto, il quale si preoccupa di entrambi i figli e ne provvede concretamente alla crescita, riesce a curare la depressione in cui è caduta attraverso una terapia psicoterapeutica.

 Il Guerriero è un uomo sposato che non avrebbe dovuto avvicinarsi a moglie e figlia per almeno un anno perché sospettato di essere pericoloso per entrambe, in quanto non accetta la separazione e non si rassegna alla fine del proprio matrimonio. Nel suo caso è stata sufficiente una parola fuori luogo dettata da un certo nervosismo a far scattare il protocollo dei nuovi centri antiviolenza femminili con l’accusa di ‘violenza morale’ per tenerlo lontano da moglie e figlia. Egli riesce però a recuperare una buona relazione con la figlia mostrandosi per quello che realmente è, al di là delle accuse della moglie.

Dopo aver avuto un figlio con il compagno, il matrimonio di Alma è stato quasi un ‘atto dovuto’. «A causa del suo archetipo dominante, l’Angelo custode, Alma aveva un’idea sproporzionatamente alta del suo ruolo materno», per cui se vuol custodire la sua relazione deve impegnarsi molto a non fagocitare il marito nelle proprie dinamiche e aprirsi a riconoscere gradualmente nell’uomo che le è accanto «il ruolo di protettore per lei e per il loro figlio».

L’uomo dominato dall’archetipo dell’Esploratore, invece, non ha mai raggiunto la maturità affettiva e fallisce come padre, perché le sue relazioni sono funzionali soltanto alla propria ‘ricerca di senso’. Ha tre mogli, dalle quali viene lasciato per il suo atteggiamento di fuga dinanzi alle responsabilità anche nei confronti dei figli. Tuttavia, solo a partire da tali responsabilità egli può recuperare, seppur nella vecchiaia, il senso più profondo della propria esistenza.

Tra le altre figure vi sono il Distruttore, che soffre una sorta di «sindrome di Medea, un comportamento materno finalizzato alla distruzione del rapporto tra il padre e i figli dopo una separazione conflittuale»; l’Amante, incarnata da una coppia sposata che, dopo diversi tradimenti causati da «passione degenerata e narcisistica» riscopre, grazie alla fede, il perdono e la bellezza dell’eros vissuto nell’amore coniugale; il Creatore, per il quale il lavoro è tutto a detrimento di moglie e figli; il Sovrano che, dopo tanti errori fatti in gioventù, è «diventato sovrano di sé stesso e della propria famiglia attraverso la capacità di chiedere perdono»; il Folle, cui interessa essenzialmente solo la propria libertà al di là di qualsiasi giudizio altrui.

Il volume di Fiorin racconta tante storie di cuori esacerbati, ma anche di amori lacerati e pazientemente ricuciti, nella ferma speranza che, coltivando adeguatamente la relazione di coppia, tante famiglie possano restare unite e crescere nell’amore reciproco proprio superando insieme le difficoltà e «cercando in sé la nostalgia di qualcosa di più grande».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Da re degli aborti a pro vita, l’autobiografia di Nathanson

«Dell’aborto conosco ogni sfaccettatura. Sono stato una delle sue balie; ho aiutato a nutrire la creatura nella sua infanzia, a grandi sorsi di sangue e denaro; l’ho guidato nella sua adolescenza mentre cresceva a dismisura». Queste parole di Bernard Nathanson condensano la confessione spietamente realistica di un pioniere del più grande genocidio silenzioso del nostro tempo, ossia l’aborto di innocenti indifesi nel grembo materno. Sono tratte da La mano di Dio, l’autobiografia del celebre abortista statunitense disponibile per la prima volta in italiano (Tau Editrice 2020, pp. 244).

 Dopo aver eseguito migliaia di aborti, anche sul suo stesso figlio, promosso la legalizzazione in USA e guidato la più grande clinica abortiva del mondo, Bernard Nathanson riconosce la realtà del concepito e da convinto abortista diventa uno strenuo difensore della vita umana dal concepimento alla morte naturale. Nel volume egli smaschererà il sistema, gli inganni della politica, dei media e di certa pseudo scienza medica con parole profetiche: «Viviamo in un’epoca in cui la definizione di persona è così al rialzo che un numero sempre minore di noi vi trova posto, un’epoca in cui si abiurano i valori morali così che possiamo trattare la gente come oggetti – e sì, l’aborto ci ha aiutati ad imparare a farlo».

Figlio di un medico ebreo che abbandona la fede, matura la convinzione «che la religione non avesse niente da darmi, che fosse solo un peso»; non accoglie l’idea di un Dio assimiliabile al Mosè di Michelangelo «massiccio, leonino, minaccioso». D’altra parte dal padre riceve solo pressioni psicologiche e «nessuna coerenza di norme morali». Frequentata la facoltà di medicina in Canada, professa quel giuramento di Ippocrate che avrebbe smentito nei fatti praticando aborti.

La prima di tali vittime è il figlio ‘non desiderato’ avuto con Ruth. «E questo fu il primo dei miei settantacinquemila incontri con l’aborto. La notte prima dell’aborto dormimmo insieme abbracciati; piangemmo entrambi, per il bimbo che stavamo per perdere, e per l’amore che entrambi sapevamo sarebbe stato irreparabilmente danneggiato da quello che stavamo per fare. Non sarebbe mai più stato lo stesso per noi», commenta lo stesso Nathanson nel ricordare quella decisione scellerata. Un aborto clandestino, non senza complicazioni per lei, al termine del quale i due si ritrovano abbracciati «come complici di un crimine innominabile».

Dopo due matrimoni falliti, procura l’aborto anche alla madre di un altro suo figlio. Descrive quest’atto ignobile in tutte le sue fasi in maniera asettica, riferendo la preoccupazione «che tutto il tessuto sia evacuato», senza provare alcun sentimento né il benché minimo rimorso, ma solo «senso di soddisfazione e orgoglio della mia competenza e professionalità».

 «Io ho fatto abortire i figli dei miei amici, dei miei colleghi, delle conoscenze casuali e perfino dei miei insegnanti. Mai un filo di dubbio, mai un tentennamento di quella suprema fiducia nel fatto che stavo rendendo un grandissimo servizio a coloro che me lo avevano chiesto». Confessa che «questa era la disinvoltura con cui parlavamo di queste faccende a metà degli anni 60 e negli anni 70; ora viene fuori che ci potrebbe essere una relazione tra aborto e cancro al seno; in realtà migliaia di donne sono rimaste sterili in seguito a un aborto fatto male».

Avendo avuto modo di constatare che «miserevoli donne in povertà che continuavano ad arrivare in ambulanza nel nostro pronto soccorso in preda a violenta emorragia, in shock settico, collasso cardiaco, quando non morte», Nathanson si fa presto promotore di una battaglia culturale per sottrarre l’aborto all’illegalità e renderlo libero e gratuito. A tale scopo «la manipolazione dei media fu cruciale ma facile, con le giuste pubbliche relazioni, soprattutto un costante tamtam di comunicati stampa dai dubbi risultati di inchieste e sondaggi, in effetti profezie che si autoavveravano, in quanto proclamavano che il popolo americano già credeva in ciò che presto sarebbe accaduto: che ogni persona ragionevole sapeva che le leggi sull’aborto dovevano essere liberalizzate». E, in effetti, rileva che se «negli Stati Uniti c’erano forse più o meno trecento donne che morivano per aborti illegali ogni anno negli anni 60, NARAL (associazione pro-choiche, ndr) dichiarava di avere in mano dati che riportavano la cifra di cinquemila donne morte», laddove «un’indagine presso le maggiori compagnie di assicurazione nelle cause per negligenza poneva l’aborto tra i tre o quattro casi con maggiori denunce».

La presa di coscienza del dottor Nathanson ha luogo quando «cominciammo ad osservare il cuore del feto sul monitor elettronico. Per la prima volta cominciai a pensare a quello che realmente facevamo nella clinica. La tecnica degli ultrasuoni spalancò un mondo nuovo. Per la prima volta potevamo realmente vedere il feto umano, misurarlo, osservarlo, controllarlo, e addirittura legarci ad esso, e amarlo». Perciò «nel 1979 feci il mio ultimo aborto. Ero arrivato alla conclusione che non c’era nessuna ragione per l’aborto, mai; questa persona nel grembo è un essere umano vivente e noi non potevamo continuare a fare una guerra contro il più indifeso degli esseri umani».

Quella del «re degli aborti» è una ‘conversione’ dettata esclusivamente dall’evidenza scientifica, da uno sguardo onesto sulla realtà di ogni figlio nel grembo materno. Tale riconoscimento dello zigote quale «nuovo individuo lanciato lungo un vettore di vita di inimmaginabile operosità», lo porta ad ammettere conseguentemente che «l’aborto è un crimine».

Di qui «nel 1984 dissi a un mio amico che faceva quindici, o forse venti aborti al giorno: “Guarda, fammi un favore, Jay. Sabato prossimo, mentre fai tutti questi aborti, sistema un apparecchio di ultrasuoni sulla madre e fammi una registrazione”». Da quel filmato sono poi state tratte le immagini eloquenti del video The Silent Scream (‘L’urlo silenzioso’), un documentario che avrebbe aperto gli occhi di tanti pro-choice sulla brutale violenza della pratica abortiva.

Nathanson diviene così un paladino del diritto alla vita, denunciando anche il commercio vergognoso di tessuti fetali abortiti per curare le malattie di altre persone, e accoglie il dono della fede cristiana, scoprendo il volto di «un dio che mi aveva fatto attraversare i proverbiali cerchi dell’inferno, solo per mostrarmi il cammino della redenzione e della misericordia attraverso la Sua grazia».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Enrico Medi, lo scienziato di Dio

«Voi misteriose Galassie: voi mandate luce ma luce non intendete! Voi mandate bagliori di bellezza, ma bellezza non possedete. Voi avete immensità di grandezza, ma grandezza non calcolate! Ed io vi vedo, vi calcolo, vi intendo, vi studio, vi scopro, vi penetro e vi raccolgo. Io prendo voi, o stelle, nelle mie mani e, tremando nell’umiltà dell’essere mio, vi alzo al di sopra di voi stesse e, in preghiera, vi porgo a quel Creatore che, solo per mio mezzo, voi stelle, potete adorare: l’uomo è più grande delle stelle! Ecco la nostra immensa dignità, ecco l’immensa grandezza dell’uomo, della vita umana».

In queste parole pronunciate da Enrico Medi traspaiono lo stupore grande dell’intelligenza e del cuore dinanzi al mistero della creazione e la lode al suo Creatore. Esse sono tratte da un discorso dell’insigne fisico che, insieme ad altri scritti significativi sul rapporto tra scienza e fede, la politica e la famiglia, arricchiscono Enrico Medi. Lo scienziato di Dio (2021, pp. 288) di padre Antonino Gliozzo, la prima biografia del Servo di Dio ripubblicata dalla casa Editrice Leardini e dal Centro Missionario Francescano per i 110 anni dalla sua nascita.

Cresciuto a Belvedere Ostrense (AN), Medi si trasferisce con la famiglia a Roma. Si laurea brillantemente in fisica nel 1932 a soli ventun anni con una tesi sul neutrone sotto la supervisione di Enrico Fermi. Così descrive la sua passione per la fisica: «È la materia più vicina alla realtà delle cose. L’ho presa perché sentivo la vocazione a scoprire l’armonia della verità tra la Filosofia, la Fisica e la Fede». Docente di fisica sperimentale all’Università di Palermo, adduce il pregiudizio diffuso di un conflitto insanabile tra scienza e fede a «conoscenze parziali, a cattiva disposizione di cuori distolti da una malcelata passionalità, alla paura che hanno occhi malati di ricevere troppa luce». Deputato dell’Assemblea Costituente, nel 1948 siede in Parlamento e resta alla Camera fino al 1953. Dal 1949 è direttore dell’Istituto Nazionale di Geofisica e nel 1958 vicepresidente dell’Euratom quale pioniere delle ricerche sull’energia atomica. Conduce in Rai Le avventure della scienza, uno dei primi programmi televisivi di divulgazione scientifica.

Il 20 luglio 1969 partecipa in qualità di esperto alla lunga diretta dello sbarco sulla Luna e subito si accorge della difficoltà incontrata dagli astronauti nell’aprire il portello del LEM (modulo per l’atterraggio) dell’Apollo 11 a causa della pressione. Il giorno dopo i colleghi in Facoltà lo ringraziano per aver onorato la fisica con semplicità, chiarezza e competenza dinanzi a milioni di telespettatori ed egli riconosce con animo grato: «Allora mi sono veramente convinto che scoprire il cuore degli uomini è molto più bello che accarezzare il volto della luna». A Medi si devono anche i primi esperimenti con il radar e l’ipotesi dell’esistenza di fasce ionizzanti nell’alta atmosfera, note attualmente come fasce di Van Allen.

«Marito amorevole, saggio padre di sei figlie, figlio spirituale di Padre Pio», amico di Papa Pio XII, Medi è un «infaticabile apostolo della fede» con profonda devozione eucaristica (aspetto raccontato in un altro articolo). Si ferma frequentemente «nella sua cappella, cercando un momento di intimità e di preghiera davanti a Gesù Eucarestia, bisbigliando alcune parole di una conversazione mai interrotta durante la giornata, che in quel momento diventava abbandono filiale nelle braccia di Dio e di sua Madre Maria; e così, nel silenzio nella notte, attendeva il resto della famiglia che si andava radunando nella chiesetta come ogni sera per concludere la giornata con la preghiera di compieta».

Alla moglie Enrica scrive in una lettera: «Dobbiamo ringraziare il Signore di questa vita carica di doni che ci dà giorno per giorno: tu sei rimasta la sempre splendida ragazza di allora, molto più bella e perfetta. Preghiamo per avere ancora tanti tanti anni insieme, con le nostre figlie e le creature che amiamo, la vita è una preparazione dolce e gioiosa. Ogni momento ha il suo valore quasi infinito, bisogna gustarlo anche quando sembra che porti con sé qualche amarezza».

La sua devozione per la Mamma celeste è tale che vuole per le tutte le figlie il nome di Maria come primo nome. «Maria è il cuore della Chiesa perché se il Sangue è la grazia, attraverso il cuore di Maria passa tutta la grazia per venir da Dio e a Dio risalire in preghiera, in sofferenza, in lacrime», scrive ancora in un discorso.

Rispetto all’impegno politico, Medi afferma che «la politica per un cristiano è un servizio reso agli altri; è una rinunzia ai propri interessi e alla propria vanità; è un’altissima missione davanti a Dio». Quando interviene alla Costituente per patrocinare lo stanziamento di fondi per la ricerca scientifica, ricorda che «non è l’uomo fatto per servire la scienza, ma la scienza è al servizio dell’uomo per adempiere i disegni di Dio».

Commissario all’Euratom, del suo discorso programmatico scrive poche righe alla moglie che testimoniano l’umiltà dello ‘scienziato per vocazione’ che vive ogni compito in risposta a una chiamata: «Questa sera al ricevimento ero l’uomo del giorno. Amore mio, che possa essere, nella mia miseria, di gloria e onore a Gesù e a Maria Immacolata».

La scienza, per Enrico Medi, è conoscenza razionale piena della realtà che diviene sapienza nella misura in cui è illuminata dalla fede, «non è soltanto un povero sforzo per innalzare delle bandiere. La prima bandiera è la Croce di Cristo e la più grande gloria dell’uomo nelle sue scoperte è di portare nelle sue mani tremanti il canto della natura, affinché la natura, attraverso l’uomo, ritorni a Dio». Come registrato nel discorso pronunciato poco tempo prima di nascere nel regno dei cieli, «così è la nostra vita, la vita nel cammino della verità. Lavoriamo, cerchiamo, fatichiamo, leggiamo, versiamo lacrime, dubbi, ansie, veniamo alla ricerca del Sole che chiamiamo Verità».

Il volume è distribuito dal Centro Missionario Francescano: laperlapreziosa@libero.it

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Originalità del cristianesimo e libertà secondo Péguy

«Ogni azione, ogni vita, ogni essere, che sempre e per definizione è reale, rifugge, quanto più possibile, come la più nemica, ogni conoscenza intellettuale, ma assorbe, come se fosse se stessa, ogni conoscenza reale». Di conseguenza, ogni conoscenza soltanto ‘intellettualoide’, che non sia radicata nella realtà, «non è nemmeno conoscenza». In questa scarsa considerazione della realtà Charles Péguy individua la matrice ideologica del pensiero moderno, troppo spesso così disancorato da un’esperienza autentica e dunque dalla possibilità di una vera conoscenza.

Ne Il fazzoletto di Véronique (Cantagalli e EuPress FTL, pp. 592) viene raccolta la produzione saggistica dello scrittore francese noto in Italia decisamente più come poeta. Quest’ampia antologia della prosa, con prefazione di Julián Carrón e a cura di Pigi Colognesi, in cui è condensata un’attenta disanima critica del pensiero moderno insieme a intense riflessioni sull’orginialità del cristianesimo e la grandezza della libertà umana, intende colmare dunque proprio tale lacuna del nostro panorama editoriale.

Il giovane Péguy è un appassionato giornalista, un ateo socialista e strenuo difensore di Dreyfus quando scoppia il famoso affaire. Egli riconosce da un lato con indubbia onestà intellettuale che «la mortalità dell’anima sia un’affermazione metafisica», che insomma il materialismo sia in fondo «una metafisica tra le metafisiche»; mentre dall’altro resta dell’idea che «vale di più un’inquitudine o anche un timore sincero di una speranza religiosa».

Eppure lo scrittore francese si accorge presto che il pensiero moderno «è un blocco dottrinario dimentico della realtà». Infatti il filosofo sistematico punta a «dare dimostrazione di sé», laddove al contrario «un realista non dà mai tali dimostrazioni: come potrebbe darle? Quando ha ragione, tutti sanno bene che non è lui ad avere ragione, perché è la realtà che è in lui ad avere ragione; seguire la realtà, devotamente: non è difficile seguire la realtà; tutti possiamo fare altrettanto, seguire la realtà».

Dall’attenzione alla realtà al riconoscimento dell’avvenimento cristiano il passo è breve. «Un Dio, amico mio, Dio si è scomodato. Dio si è sacrificato per me. Ecco qua del cristianesimo». Si tratta di «un avanzamento infinito», di un «salto infinito». Così Péguy riscopre l’originalità della fede cristiana. «Venne Gesù. Doveva fare tre anni. Fece i suoi tre anni. Ma non perse i suoi tre anni, non li usò per piagnucolare e accusare la cattiveria dei tempi. Eppure c’era la cattiveria dei tempi, del suo tempo. Arrivava il mondo moderno, era pronto. Lui vi tagliò (corto). Oh, in un modo molto semplice. Facendo il cristianesimo. Non incriminò il mondo. Salvò il mondo. Sulla sabbia del secolo si versava inesauribile una fonte, una fonte di grazia».

Il mondo moderno nega infatti la possibilità che carnale e temporale possano avere a che fare con lo spirituale e l’eterno. Tuttavia, «se disgraziatamente il cristianesimo venisse dimostrato con ragioni logicamente rigorose, tutti i ragionatori si troverebbero logicamente costretti a entrarvi. E la libertà cadrebbe». La fede è invece proprio un’accorato appello alla libertà umana da parte della libertà divina: «A questa libertà, a questa gratuità ho sacrificato tutto, dice Dio, al gusto che ho di essere amato da uomini liberi, liberamente, gratuitamente, da veri uomini, virili, adulti, fermi». Tale logica di libertà è pienamente espressa nello stesso mistero dell’Incarnazione del Verbo: «È per un pieno gioco della sua libera volontà che si è fatto uomo. Tutto l’avvenimento della sua vita e del suo martirio e della sua morte era libero, consenziente, volontario e voluto. Fino all’ultimo momento era libero di non morire per la salvezza del mondo».

In questa prospettiva Cristo, «anima carnale», «è qui tra noi in tutti i giorni della sua eternità», «viene a sedersi alla nostra tavola e mangia il nostro pane solo per dare il Pane eterno». Di conseguenza, «il cristiano non è definito dal livello, ma dalla comunione. Non si è cristiani perché si è a un certo livello morale, intellettuale, persino spirituale. Si è cristiani perché di una certa razza spirituale e carnale, temporale ed eterna, di un certo sangue». Il cattolico è, in sostanza, «un ragazzo che sa molto bene di essere sulla giusta strada spirituale e prova gioia a consultare i cartelli indicatori, scoprendo che è un piacere per lui il cartello che c’è per tutti».

Péguy è anche il cantore della «principessa-bambina» delle virtù teologali, la Speranza, poiché «lei è la fonte di vita, perché è lei che costantemente disabitua. Lei è il germe. Di ogni nascita spirituale. Lei è la sorgente e lo zampillo della grazia, poiché è lei che sveste costantemente da quel rivestimento mortale dell’abitudine. Dato che è piccola, si potrebbe pensare che abbia bisogno delle altre. Per camminare. Ma sono le altre invece che hanno bisogno di lei. E sono ben contente di darle la mano. Per camminare. Perché senza di lei la Fede si sarebbe abituata al mondo e senza di lei la Carità si sarebbe abituata al povero. E così la Fede senza di lei e senza di lei la Carità, ciascuna a propria volta, si sarebbero abituate anche a Dio».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

La rete che vorrei, al tempo della webcrazia

«Nel 2019 l’Italia – fra le prime dieci nazioni industrializzate del mondo – occupava il 24° posto su 28 Paesi Ue nella classifica del Desi 2019 (Digital Economy & Society Index)». Ci son voluti un lockdown e «2 milioni di lavoratori che hanno trasferito la loro sede di lavoro a casa» per saltare qualche passaggio burocratico e riscoprire, attraverso smart working, sanità digitale e didattica online, nuove opportunità digitali per innovare il Paese e renderlo più efficiente.

Lo sottolinea Cesare Avenia, Presidente di Confindustria Digitale, nel contributo che apre il volume La rete che vorrei (FrancoAngeli 2020, pp. 153), a cura del Prof. Ruben Razzante, firma nota ai nostri lettori. Tale volume raccoglie interessanti contributi di professionisti ed esperti della comunicazione in rete che si confrontano sui temi legati all’impatto della digitalizzazione quale «metamorfosi irreversibile delle dinamiche di sviluppo di individui, imprese, pubbliche amministrazioni e collettività organizzate, alla luce della ‘webcrazia’ che si sta sempre più affermando come cifra identitaria del nostro tempo».

Contro la deriva delle fake news nell’era della post-verità, «deve crescere la capacità di cittadini, imprese e istituzioni nell’utilizzare l’informazione statistica, soprattutto nell’ambito dei contesti di decisione e di valutazione concreti dell’attività economica e della vita quotidiana», attraverso open data sempre più accessibili e interpretabili non solo dagli addetti ai lavori. È quanto evidenzia Gian Carlo Blangiardo, Presidente dell’ISTAT.

Sui rischi di reati che corrono i minori in rete e sui social, dal cyberbullismo al sexting, dalla diffamazione all’hate-speech, si sofferma il contributo del Procuratore della Repubblica del Tribunale per i minorenni di Milano Ciro Cascone, il quale osserva acutamente che «i ragazzi sono spesso vittime della propria inconsapevolezza che su internet si commettono reati come nella realtà. La Rete, infatti, rende ininterrotta la ‘connessione’ con il mondo esterno, e tende a sottrarre all’adolescente spazi tradizionali di costruzione del sé sostituendoli con uno spasmodico bisogno di rappresentazione del sé, di un’immagine da modificare o da alterare per poter essere condivisa nella comunità online, con tutti i rischi connessi a una sovraesposizione del sé mediato e alla degenerazione in forme di vero e proprio isolamento in cui le relazioni virtuali sostituiscono completamente quelle reali».

Oggi siamo immersi in un’Infosfera quale «perfetta ‘casa di vetro’ realizzata dalla tecnologia digitale, dove le persone sono interconnesse, le informazioni accessibili, la comunicazione immediata, i giudizi trasparenti. Dove ciascuno vede e valuta ciò che fanno gli altri, e compie le proprie scelte sulla base dell’aspettativa delle reazioni altrui, perché queste sono interconnesse, accessibili, immediate e trasparenti». In tale contesto diviene fondamentale «governare sia la comunicazione del sé che la percezione dell’Infosfera per costruire e difendere la propria Reputazione» dentro e fuori il web, come evidenza Daniele Chieffi, docente universitario e già direttore di PR e comunicazione digitale della Presidenza del Consiglio.

Eppure il nostro Paese continua a essere «il fanalino di coda nella corsa al digitale con 10 milioni di ‘esclusi digitali’», per dirla con Giorgio De Rita, Segretario generale del CENSIS, il quale denuncia il moltiplicarsi di microprogetti, iniziative e slogan per la digitalizzazione, che lasciano trasparire la mancanza di una visione strategica d’insieme. Tuttavia, se la globalizzazione ha visto il protagonismo di pochi «grandi soggetti come attori principali dello sviluppo», nell’era della post-globalizzazione le nuove potenzialità del digitale aprono «spazi e margini di manovra a chi è meno vincolato nei processi globali: le medie imprese, le medie città, le nicchie di mercato specializzate».

Nel volume curato da Razzante si offrono anche riflessioni sulla tutela dei diritti di proprietà intellettuale, come quella in cui Alibaba è pioniera; sui servizi di cloud computing di Amazon Web Services, su cui si appoggiano tra gli altri Zoom, AirBnb e Netflix che hanno scommesso su tale tecnologia di data service per assicurarsi tutto lo spazio virtuale di cui necessitano; sulle politiche dei colossi della rete (Google, Facebook) in difesa di imprese, utenti e soprattutto della qualità dei contenuti informativi. Se infatti da un lato le principali piattaforme «non potranno diventare ‘sceriffi del web’», dall’altro neppure possono «continuare a invocare una estraneità completa ai meccanismi di produzione delle notizie e dei commenti», come chiarisce il curatore del volume, il quale invoca anche maggiori «forme di autodisciplina istituzionale e aziendale sui social».

Tra le sfide che attendono il nostro Paese in questo ambito c’è innanzitutto l’esigenza di supportare la digitalizzazione delle Pmi e di compensare il divario digitale tra le diverse fasce della popolazione, perché sia incrementata la possibilità di accesso alla rete da parte degli utenti anche attraverso una dotazione di dispositivi più performanti. Di qui se da una parte è necessaria «una connessione potente e stabile, che semplifica la vita delle persone, avvicina le comunità e consente una gestione facile, efficiente e affidabile di questa nuova ‘normalità digitale’» – secondo quanto sostiene Maximo Ibarra, Ceo di Sky Italia – dall’altra bisogna che ciascuno impari a vivere in maniera sempre più consapevole e responsabile la propria dimensione digitale.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana