Un manuale pratico per uscire dalle relazioni ambigue

«Chi si ama si dona, chi non si ama si svende». In questa citazione di Nicoletta Musso, counselor di Incontro Matrimoniale – un movimento nato in ambito cattolico che promuove un metodo per migliorare il dialogo in coppia per fidanzati o sposi – è condensato il cuore del recente volume di Alessandra Lucca Trombamica d’eccezione. 5 mosse per uscire dalle relazioni ambigue (StreetLib 2020, pp. 353), che addita un percorso per uscire da un’affettività irrisolta ed entrare in una relazione vera con l’altro, in cui amare ed essere amati sul serio per essere pienamente felici.

L’autrice è una giovane mamma lucana di 4 figli. Insieme al marito Francesco Rao sono influencer cattolici di professione per vocazione e coautori del blog 5 pani e 2 pesci. Avventure di Provvidenza quotidiana (5p2p.it) con dirette video frequenti molto seguite sui social dedicate ai ‘nuclei di morte’ delle relazioni affettive e ad altri temi legati alla vocazione all’Amore.

«La bellezza invece, soprattutto per una donna, è missione: rende l’uomo più uomo», scrive Padre Giovanni Marini nella prefazione. Eppure sono tante le ragazze oggi che vivono una situazione affettiva d’ambiguità, che si buttano in storie da ‘amiche di letto’, trombamiche senza impegno né responsabilità, mancando così il bersaglio della felicità, che consiste nell’amare ed essere amate pienamente nella verità del proprio essere. «La felicità si trova quando trovi il tuo posto nel mondo – precisa Alessandra Lucca –, riguarda le viscere di chi sono e di chi voglio essere». Ma la trovi solo manifestando un’affettività matura, che sappia andare oltre le farfalle nello stomaco. D’altra parte una tale felicità «non dipende da quello che succede, ma da cosa ci fai con quello che accade».

L’autrice, che attinge a piene mani al bagaglio della propria esperienza, non è indulgente con se stessa ma è anche molto ironica. Dice di sé che si vestiva da maschiaccio e aveva i brufoli; «ero quella che bisognava amare dentro..peccato che nessun ragazzo si avvicinava per vedere cosa c’era dentro».

Tra trombamici il must è solo sesso e niente sentimenti di mezzo, eppure si dimentica così che «il piacere sessuale è proporzionale alla profondità della relazione». Tra coloro che vivono relazioni ambigue si collocano anche le donne che preferiscono il ruolo di crocerossine o quelle che si lamentano che gli uomini son tutti uguali. Per uscire da questi loop che conducono solo all’infelicità è perciò necessario recuperare anzitutto l’equilibrio tra Sé ideale e Sé percepito, ovvero una buona autostima.

L’autostima non è solo l’immagine che gli altri ci rimandano di noi stessi, ma ha a che fare anche con il nostro modo di entrare in relazione, di «guardare le cose non come sono, ma come siamo». Per avere una buona autostima, che si costruisce sin dall’infanzia, è necessario scardinare l’equazione per cui se «nessuno mi si fila, allora non valgo nulla»; occorre evitare la mania del confronto con gli altri a tutti i costi per stabilire il proprio valore e imparare «ad essere gratuiti, avere pensieri positivi ed essere naturalmente capaci di ringraziare per le cose che viviamo».

Di qui il suggerimento di Alessandra Lucca è di imparare a benedire ogni parte del proprio corpo, cioè «di amarsi prima di cominciare a dimagrire perché se dimagrisci per amarti non funzionerà». L’autostima cresce infatti durante l’adorazione eucaristica, cioè «nel sentirsi guardata e amata in profondità dall’unico Padre che ti ama sempre, anche nelle tue fragilità, perché sei unica e fichissima». D’altra parte «se sono bella e mi tratto bene non permetterò a nessuno di trattarmi male».

Insomma bisogna «cominciare a dare un taglio a scelte/azione distruttive per la mia vita e iniziare a volersi bene» per poter entrare adeguatamente in relazione con l’altro. Per far questo occorre superare mancanza di autostima, vittimismo e idealizzazione amorosa; allontanare il fantasma del proprio ex, combattere la dipendenza dai propri genitori e non considerare l’attrazione fisica quale unica porta d’ingresso di una relazione. Poi occorre definire le proprie priorità (lavoro, amore, famiglia), perché le energie personali sono limitate e si rischia spesso di cadere nella pretesa di fatto irrealistica di porle sullo stesso piano, dedicandovi pari risorse in termini di impegno e tempo.

Dunque «una relazione equilibrata è una relazione in cui tanto quanto si cresce in tenerezza/contatto fisico si cresce in responsabilità», secondo quanto si evince dal triangolo di Sternberg che pone ai suoi tre vertici alla base amore e sesso e in alto il matrimonio. Secondo tale schema l’apice della responsabilità (il matrimonio) coincide con l’apice del contatto fisico (il sesso), altrimenti la relazione è inevitabilmente sbilanciata a favore di un solo dei tre poli. In tale prospettiva si tratta allora di «verginizzare l’uomo per portarlo al suo livello più elevato di uomo gratuito e generoso, capace di dare la vita per te». D’altra parte «se la castità fa verità sempre, la sessualità è l’apice della libertà che si esprime nel dono gratuito di sé all’altro». E in effetti, riconosce l’autrice, «la gratuità è l’unico presupposto che azzera le ambiguità, perché annulla pregiudizi e attese».

Amicizia, stima e rispetto sono al contrario le porte d’ingresso per una relazione autentica, per la quale bisogna lottare, altrimenti «se non dedichi le tue migliori energie a prenderti cura della tua affettività non ti rimangono che briciole insoddisfacenti, ovvero una relazione amorosa eccessivamente squilibrata verso la corporeità». Occorre tener presente che «l’amore se non cresce muore», muore se non ce ne prendiamo cura. E ricordare la bellezza della propria unicità anche nel modo di amare, poiché «l’uomo ragiona con gli occhi, è attratto dalla bellezza. La donna ragiona con l’orecchio, segue le parole».

Riprendendo l’esperienza personale, l’autrice sfata il luogo comune del matrimonio come prigione e ‘tomba dell’amore’: «A vent’anni ci siamo sposati e a ventisei avevo tre figli, cambiato tre nazioni, imparato tre lingue e preso una laurea in Italia. Alla faccia del #matrimonioèunagalera! Insomma un buon matrimonio dà la carica per viaggiare, imparare cose nuove, studiare di notte per dare gli esami».

Pertanto il segreto di una relazione autentica in cui ci si dona completamente e ci si sente completamente amati si regge sulla Roccia, che è Cristo. D’altra parte, «se vuoi amare da Dio, ci devi mettere Dio!». Tuttavia la fede da sola non basta, perché siamo fatti di spirito sì, ma anche di corpo e psiche, per cui può esser necessario, oltre al padre spirituale, anche un buon psicoterapueta per lavorare su ferite e traumi di un’affettività irrisolta. In questo modo si smette di essere ‘trombamici’ e si impara ad amare sul serio, lavorando costantemente per la propria felicità mentre nel contempo la si attende come dono, perché «noi siamo quello che doniamo».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Da Ratzinger a Benedetto XVI, il racconto di una vita

«Joseph Ratzinger ha fatto la storia. Novellino al Concilio, innovatore della teologia, prefetto che al fianco di Karol Wojtyła ha guidato la Chiesa in una fase storica tumultuosa. Ed è stato inoltre il primo papa a dimettersi dall’incarico per motivi di età: mai prima d’ora è esistito un ‘papa emerito’. Mai prima d’ora, e da un giorno all’altro, un singolo uomo ha cambiato il papato in modo tanto decisivo».

Alla sua figura Peter Seewald che dal 1992 a oggi ha avuto modo di porgergli circa duemila domande dedica una poderosa biografia edita anche in italiano da Garzanti (Benedetto XVI. Una vita, 2020, pp. 1292). Il suo intervistatore non ha dubbi: Benedetto XVI è «uno dei pensatori più intelligenti dei nostri tempi», che «ha mostrato che religione e ragione non sono in contrapposizione. Che proprio la ragione è ciò che garantisce alla religione di non cadere in fantasie folli e nel fanatismo. Ratzinger ha affascinato con i suoi modi nobili, il suo spirito elevato, l’onestà delle sue analisi, la profondità e la bellezza delle sue parole. Il suo messaggio può anche essere scomodo, ma è fedele all’insegnamento del Vangelo, alle dottrine dei Padri della Chiesa e alle riforme del Concilio Vaticano II: invita ad andare oltre l’esteriorità delle cose, per concedersi la possibilità di guardare più a fondo, all’essenza stessa della vita e della fede».

A 11 anni il giovane Joseph «utilizza il tragitto verso casa “per ripetere quello che avevo imparato a scuola”, dopo il pranzo fa un breve riposino sul divano, dopo di che si dedica con cura ai suoi compiti. “Sa lavorare con grande intensità: tutto molto preciso, sempre in modo sistematico, racconta il fratello Georg secondo il motto: prima il dovere, poi il piacere”. ‘Per favore non disturbare’, recita una targhetta sulla porta della sua camera a Hufschlag. “In ogni caso era chiaro puntualizza il futuro papa che suddividevo il mio tempo, e che il tempo destinato al lavoro lo utilizzavo davvero per quello”». Seewald rileva anche l’abitudine appresa sin dall’asilo da parte di Ratzinger di preferire la matita alla penna per scrivere, così da poter aver sempre l’opportunità di cancellare. Un’abitudine che lo accompagnerà anche nella stesura dei suoi libri. «Tanto introverso poteva sembrare di natura, tanto estroverso si rivelò in seguito il Ratzinger professore quando si trattava di comunicare ad altri ciò che riteneva vero e importante. Da giovane – sottolinea Seewald – amava anche comporre poesie, ma soprattutto si sentiva chiamato a ‘trasmettere ciò che è stato conosciuto’, andando sempre più a fondo». E lo faceva coniugando mente e cuore, riflessione e dimensione affettiva «in modo emozionale riguardo alle esperienze interiori e spirituali, e in modo razionale nel momento in cui considerava il messaggio della fede anche come sfida intellettuale».

Una fede solida, quella dei Ratzinger, coltivata tra le mura domestiche sin dall’infanzia; così «più crescevano le pressioni della dittatura e la miseria generale, più si faceva intensa la devozione della famiglia. I genitori recitano insieme il rosario quotidianamente». Dopo cena tutti insieme recitano diverse volte il Padre Nostro e invocano la protezione di San Giuda Taddeo per una buona morte e quella di San Disma per essere liberati da ladri e criminali. In una famiglia modesta egli impara a «conciliare la vita con quello che è possibile e a trovare gioia nel poco che si ha: questo era in sostanza l’ora et labora della regola di san Benedetto». Di qui, quando diventa professore a Tubinga, devolve parte del suo stipendio per pagare gli studi ai suoi studenti più poveri; in seguito rifiuterà un pianoforte Steinway per il suo appartamento che la ditta gli avrebbe gentilmente offerto, come una valigia nuova da Lufthansa. Tra le sue doti si ritrovano anche tanta umiltà e riservatezza. Infatti «si percepiva che era un teologo geniale, ma non ha mai ostentato la sua peculiarità. Non ha mai nemmeno fatto pesare di essere il ‘capo’». Eppure a scuola i compagni lo chiamavano scherzosamente ‘Joseph l’onnisciente’.

Rispetto alla minaccia rappresentata dal poter di Hitler, Joseph scrive: «Nella fede dei miei genitori avevo trovato la conferma che il cattolicesimo fosse il baluardo della verità e della giustizia contro il regno dell’ateismo e della menzogna rappresentato dal nazionalsocialismo».

La sua passione per gli studi filosofici e teologici, in particolare per Sant’Agostino, del quale afferma: «Lo sento come un amico, un contemporaneo che parla a me», lo induce a condividere lo stesso anelito esistenziale del vescovo d’Ippona, ossia a divenir consapevole che «più conosci Gesù e più il suo mistero ti attrae; più lo incontri e più sei spinto a cercarlo».

Teologo illuminato e docente molto apprezzato, ritiene umilmente che il teologo non sia «colui che possiede un sapere intellettuale acquisito grazie a una serie di esami, bensì colui che realizza in sé la teologia, colui nel quale la rivelazione e il dogma […] sono divenuti forma di vita e forza di vita esistenziali-effettive». I corsi del professor Ratzinger sono seguitissimi; i suoi appunti per le lezioni «erano scritti nella stenografia che lui stesso aveva inventato e contenevano solo la traccia dei temi principali che intendeva trattare. In aula parlava a braccio, usando frasi molto chiare e ricche di immagini, con una qualità retorica senza eguali».

Ratzinger partecipa al Concilio Vaticano II in qualità di perito e ricorda la sua posizione di quegli anni in questi termini: «Certo che ero progressista. A quei tempi progressismo non significava rompere con la fede, ma imparare a comprenderla meglio e a viverla in modo più giusto, ripartendo dalle sue origini». Infatti egli nel contempo «era convinto che la sola intenzione di adeguarsi al mondo, senza trovare un giusto equilibrio con la tradizione, avrebbe condotto la Chiesa non a conquistare nuovi fedeli, ma a perdere se stessa».

Prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede e ‘braccio destro’ del Santo Padre Giovanni Paolo II, egli addita con profonda lucidità una strada precisa sulla scia del Divino Maestro per il cammino della Chiesa dinanzi alle sfide del mondo contemporaneo. Nelle dichiarazioni riportate fedelmente dal suo intervistatore il cardinal Ratzinger afferma in proposito: «Dietro la facciata umana della Chiesa sta il mistero di una realtà sovrumana sulla quale il riformatore, il sociologo, l’organizzatore non hanno alcuna autorità per intervenire. Se la Chiesa fosse solo un nostro artifizio, anche i contenuti della fede finiscono per diventare arbitrari; il Vangelo diventa il progetto-Gesù, il progetto liberazione-sociale, o altri progetti solo storici, immanenti, che possono sembrare anche religiosi in apparenza, ma sono ateistici nella sostanza. Dunque, ‘riforma’ vera non significa tanto arrabattarci per erigere nuove facciate, ma […] darci da fare per far sparire nella maggiore misura possibile ciò che è nostro, così che meglio appaia ciò che è Suo, del Cristo». Il porporato tedesco denuncia da subito una tentazione costante che la Chiesa di ogni tempo è chiamata a combattere, ossia «l’illusione di poter creare un uomo e un mondo nuovi, non col chiamare ciascuno a conversione, ma agendo solo sulle strutture sociale ed economiche».

Intelligenza acuta e limpida, capacità di amare nella verità e di render ragione e testimonianza alla Verità nella carità e con semplicità, zelo pastorale per ‘vicini’ e ‘lontani’ contraddistinguono Joseph Ratzinger anche quando diventa Benedetto XVI. D’altra parte sin da giovane sostiene che: «Essere amati e restituire amore agli altri l’ho sempre considerato fondamentale per poter vivere». Una santa e umile ingenuità confermata dalla testimonianza di una pellegrina bavarese, la quale riferì che «in lui non c’era niente di fittizio, nemmeno il suo sorriso; d’un tratto c’era solo un uomo la cui anima traspariva dai suoi occhi».

«La sua comunicazione era ancora spesso quella di un uomo da scrivania, la cui natura riservata e delicata non era progettata per adattarsi ai media». Più che una ‘comunicazione per slogan’, Papa Benedetto XVI preferisce infatti di gran lunga i contenuti, le argomentazioni per rendere ragione della speranza cristiana quale unica linfa capace di innervare la vita personale, comunitaria e sociale dei credenti. Giornali e stampa estrapolano invece di frequente alcune sue frasi per manipolare l’informazione e screditarne la figura dinanzi all’opinione pubblica. Lo testimoniano, per ricordare qualche esempio, gli attacchi ingiustificati alle sue dichiarazioni rispetto alla questione dell’uso del preservativo per debellare l’AIDS in Africa; le tesi negazioniste del vescovo Williamson sulla Shoà; il presunto poco rigore nella gestione dei casi di pedofilia nella Chiesa e il caso Vatileaks. Tutti pretesti per colpire Benedetto XVI e, con lui, infangare l’intera Chiesa.

Eppure egli, con silenzioso e paziente lavoro apostolico, continua fino alla fine nell’opera di ‘demondanizzazione’ della Chiesa, gettando le basi per una ‘nuova evangelizzazione’, alla quale contribuisce alacremente soprattutto con profonde encicliche, mirabili catechesi e la sua splendida opera Gesù di Nazareth: «Il suo obiettivo era di continuare a resistere, di rimanere scomodo, sconveniente, per dimostrare ancora una volta che la fede cristiana andava ben oltre qualsiasi cosa fosse collegata a una visione del mondo puramente mondana e materialistica, incluso il segreto della vita eterna». Perché «credere – diceva – non è altro che, nell’oscurità del mondo, toccare la mano di Dio e così, nel silenzio ascoltare la Parola, vedere l’amore».

Abbattuto ma non schiacciato, col perdono offerto al maggiordomo sorpreso a trafugare carte riservate nell’appartamento papale, «la questione per lui era chiusa anche a livello interiore», per dirla con le parole del segretario Mons. Gänswein. Completamente cieco all’occhio sinistro per la maculopatia e con un’artrosi al ginocchio destro che gli ostacola la mobilità, egli rassegna le proprie dimissioni con un’ammirevole libertà interiore, preoccupata solo di dar seguito al disegno misterioso d’amore del Padre. Così «il filosofo di Dio, il grande pensatore del soglio di Pietro, si era ritirato là dove la sola ragione non era sufficiente. Nella meditazione, nella preghiera». In questo modo «il pontefice tedesco ha infuso vita nuova nella dottrina e, così facendo, è stato un innovatore della fede che ha costruito ponti per l’arrivo del nuovo – malgrado possa sembrare che le cose siano ben diverse. Il suo successore sulla cattedra di Pietro ne è già certo: “Il suo spirito […] apparirà di generazione in generazione sempre più grande e potente”».

E, rispetto all’inedita missione di ‘papa emerito’, che ancora svolge nel nascondimento, Benedetto XVI dichiara al suo intervistatore, che essa consiste nel «servire la sede di un tempo nell’interiorità del proprio rapporto con Dio, nella partecipazione e dedizione della preghiera». Relativamente al rapporto con Papa Francesco, ammette infine che la sua amicizia con lui «è andata crescendo nel tempo».

 La biografia di Seewald, che dedica circa 900 pagine a raccontare la vita di Joseph Ratzinger prima della sua ascesa al soglio di Pietro, si legge piacevolmente come un romanzo perché dedica ampio spazio anche al contesto storico e a numerosi retroscena della Chiesa, dal dibattito teologico internazionale al resoconto del conclave, alternando sapientemente stralci dei discorsi pubblici a ‘confessioni’ private inedite dell’‘umile lavoratore nella vigna del Signore’.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

 

Casti alla meta, 50 sfumature dell’amore vero

Guardare al proprio corpo e a quello della persona amata con occhi limpidi e sguardo puro per riscoprire la bellezza della sessualità come dono. Non è un saggio ma la condivisione di una profonda esperienza personale quella che Cecilia Galatolo racconta nel suo recente volume Casti alla meta. 50 sfumature dell’amore vero (Mimep-Docete 2020, pp. 141). L’autrice è una donna marchigiana, sposata, madre di due bambini e autrice in particolare di alcuni romanzi sulle vite di Santa Gianna Beretta Molla e del beato Carlo Acutis.

«Sei prezioso, unico, irripetibile, non esiste nessuno come te! Sei libero, creativo e puoi rendere il mondo un posto migliore. Butteresti in un pozzo un diamante?». Di qui l’invito dell’autrice a custodire gelosamente e integralmente se stessi, corpo e spirito, fisicità e interiorità. Un appello per niente scontato se si considerano le raccomandazioni in voga tra i più giovani, per cui «ti avran detto che “il corpo è tuo” e puoi farci quello che vuoi; “l’importante è che lo fai con la testa, usando le giuste precauzioni”; “sesso libero, ma sicuro”». In questo modo «puoi unirti a tanti e, in fondo, a nessuno; puoi decidere di ‘giocare’, di cercare esclusivamente il tuo piacere e soddisfare quello di un altro. Oppure guardarti allo specchio e dirti: “No, io valgo più di così”».

La Galatolo confessa apertamente di aver creduto in passato «che la castità significasse ‘privazione’. Pensavo fosse sinonimo di ‘castrarsi’; ora invece penso sia come il fuoco, che brucia i rovi, ma fa brillare l’oro». L’autrice racconta come i propri genitori si siano sforzati di trasmetterle il valore della purezza, di imparare ad attendere l’uomo cui donarsi totalmente; ricorda la scelta avventata di cedere inizialmente alla logica dei rapporti prematrimoniali per poi fare un passo indietro e accogliere con consapevolezza nuova le ‘buone ragioni’ degli insegnamenti dei genitori.

Nel suo racconto trova spazio anche la scelta coraggiosa di un fidanzamento casto condivisa con Marco, divenuto poi suo marito. Grazie a lui Cecila scopre in pratica quanto aveva appreso solo in teoria dalla testimonianza di una giovane coppia di sposi cristiani, che cioè castità significa «Voglio fare sul serio con te», perché «quando fai l’amore, con il tuo corpo stai dicendo Sono tuo e sarò tuo per sempre, ma se affermi questo prima di aver accolto per la vita quell’uomo o quella donna, ciò che dici col corpo è una menzogna».

Oggi invece tra i millennials si è convinti che sia necessario testare preventivamente la ‘sintonia’ sotto le lenzuola. Eppure «il sesso è un linguaggio, una via per manifestare l’amore che c’è. Non è il fine, è il mezzo», perché l’altro non sia considerato un ‘partner sessuale’. Esso è «un modo per esprimere amore, ma non è l’amore». In tale prospettiva, anche per una coppia di sposi, vivere in castità non è sinonimo di astinenza, ma di «vivere la sessualità come dono sincero di sé e non mera ricerca di un piacere limitato ed egoistico», perché «l’altro non è un oggetto da usare».

La castità è un dono utile perché «ti fa vedere la ‘solitudine’ come un tempo prezioso per conoscerti», perché per amare bisogna innanzitutto esser capaci di amarsi, «aiutandoti a dare valore a te stesso e agli altri», nella consapevolezza che gli altri non sono ‘funzionali’ a sè; «ti fa crescere nella gratuità e nella capacità di dono», e dunque aiuta a costruire legami veri, lontani dalle logiche utilitaristiche e del possesso; aiuta a riscoprire la bellezza della tenerezza e «permette di vivere in modo ancora più intenso l’atto sessuale con tua moglie/marito» per poter essere un modello positivo per i figli. «Ti incoraggia nella ricerca della tua vocazione, preparandoti a viverla», e così, « aiutandoti a guardare gli altri come Lui li vede, ti avvicinerai più a Dio».

«La castità nel fidanzamento – prosegue l’autrice – aiuta a mettere al centro la relazione personale, stimola a parlare, a conoscersi in profondità, insegnando il valore dell’attesa; contribuisce a creare un’intimità anche mediante il dialogo, preservando la passione vera», laddove il sesso «crea un’intimità fittizia, l’illusione di un’intimità che nel cuore non c’è». Tra l’altro tale scelta se da un lato «rende anche meno difficile il distacco se si sceglie di prendere strade diverse», dall’altro «fa crescere il desiderio se l’amore è vero».

La castità aiuta in sostanza a vedere l’altro come un ‘bene in se stesso’, e non un ‘bene per te’, rafforzando autocontrollo, spirito di sacrificio e forza di volontà e, in questo modo, tempra la coppia preparandola ad affrontare le difficoltà che incontrerà nel matrimonio. Certo occorre anche chiedere a Dio con fede, umiltà e perseveranza la grazia di custodirsi e custodire l’altro nella purezza.

Attingendo all’esperienza personale, l’autrice sottolinea la fortezza del futuro marito durante il fidanzamento: «La fermezza con cui ha portato avanti il proposito della castità, nonostante fosse difficile, mi ha svelato in gran parte la sua fortezza, la sua capacità di dare la vita prima di cercare la sua soddisfazione».

Il libro raccoglie anche diverse testimonianze di giovani coppie di Cuori Puri, un’associazione nata a Medjugorie da un’iniziativa di Padre Renzo Gobbi e di Ania Goledzinowska, ex modella convertita, e offre molti preziosi suggerimenti per educare al valore di questa fondamentale virtù. Insomma, per dirla con una di queste, che sia nel fidanzamento o nel matrimonio, la castità è la via maestra che conduce alla vera libertà d’amare perché fa «vivere tutto come dono».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

‘Il freddo dentro’, padre Botta risponde alle domande dei giovani

Paura, affettività e amore, dipendenze, paternità e Gesù “che piace a me”. Sono questi i temi dei “Cinque passi al Mistero” raccolti da padre Maurizio Botta nel recente volume Il freddo dentro (San Paolo, 2020, pp. 183). Si tratta di un «libro necessario, che bisogna avere in casa per forza»; «un libro profondamente imbevuto di fede ma che parte dal punto di vista di chi alle domande si mette davanti da uomo, prima che da uomo di fede», scrive Costanza Miriano nella prefazione. Il volume riporta fedelmente le catechesi di un giovane sacerdote oratoriano «che profuma di Cristo» – per dirla ancora con le parole della Miriano -, di un educatore di tanti giovani nel solco del carisma del “Pippo buono”, san Filippo Neri, le cui «intuizioni non basta ascoltarle una volta sola. Bisogna fermarci sopra il cuore. Leggere e rileggere».

Il “primo passo” è dedicato alla paura. Stando ai risultati di Google, «nella speciale classifica delle paure, conquista il podio la paura della morte, seguita dalla solitudine, dalla paura della gente e dalla paura della paura». Seguono ancora quella di essere incinta, di essere traditi e di amare e, addirittura, di vivere. Insomma «le nostre paure hanno un volto, sono fatte di carne e ossa, anche se magari non osiamo ammetterlo». In relazione alla paura di sbagliare, molto diffusa non solo tra i più giovani, Padre Maurizio esclama con veemenza: «Basta con il terrore dell’errore, con questo essere sempre frenati, tremebondi, divorati, paralizzati dalla paura!». Al contrario, la nostra vita è basata sulla fiducia, «la fiducia nell’amico che ti consiglia un posto dove si mangia bene, che ti invita a leggere un libro, ad ascoltare una canzone». Inoltre, non è un caso che nella Bibbia l’invito a “Non aver paura” ricorra 365 volte. E in effetti «la paura muore se c’è un Tu»; come è stato per il Figlio nella consegna fiduciosa di sé al Padre sulla croce. Di qui è vinta la paura della morte e quella della malattia che, pur rimanendo tale, «assume sembianze diverse perché hai vicino qualcuno che ti aiuta a vivere e sopportare il dolore e l’ansia». Insomma «ammettere e riconoscere le proprie paure e avere anche il coraggio di raccontarle è essere persone veramente forti».

Relativamente ad affettività e amore – oggetto del secondo passo -, padre Maurizio ripropone la bellezza impopolare dell’amor cortese rispetto ai sentimentalismi dei fuochi fatui di oggi, perché in fondo «ogni donna vuole essere guardata negli occhi in modo unico e irripetibile, vuole sentire intimamente di essere stata scelta tra mille. “Io ho scelto te, ho combattuto per te, ti sono rimasto accanto e continuo a sceglierti veramente”: questo è quello che ogni donna sogna di sentirsi dire». Anche rispetto all’ipersessualizzazione attuale, il sacerdote oratoriano non usa mezzi termini: «Il consumo sessuale “usa e getta” sta mangiando il cuore dei ragazzi. È un po’ come per i quadri: se ti posizioni a due soli centimetri da essi, non ne godrai appieno la bellezza. È una questione di distanza: serve la giusta distanza per apprezzare la bellezza, così come l’amore». In tale prospettiva assume un senso profondo anche la castità, che «diventa un’occasione per vivere all’altezza del proprio desiderio», perché «l’amore fisico è un amore orientato: biologicamente e scientificamente ha una direzione, una tensione, un fine». Si tratta allora – prosegue il sacerdote oratoriano – «di corrispondere alla grazia, di immergere i nostri innamoramenti dentro il fuoco incandescente della passione, dell’Amore di Cristo, per poter vivere rapporti e relazioni completamente diversi».

Il terzo passo è dedicato alla tendenza diffusa di costruirsi un Gesù à la carte, dove «come in un ristorante, di Gesù scegli quello che ti piace e lasci quello che proprio non mandi giù», ossia quella consapevolezza che «sei solo un povero peccatore, bisognoso della grazia e del sacrificio di Cristo per poter vivere». Insomma «per avere il Gesù pieno, il vero Gesù, bisogna armonizzare e tenere insieme in modo maturo tutte le Sue parole, proprio tutte».

Per quanto concerne il rapporto tra libertà e dipendenza, nella classifica di Google c’è al primo posto la dipendenza affettiva, poi quella da Internet. E in effetti «siamo tutti piccoli re circondati da una corte di plastica, da prendere a nostro piacimento per riempire i vuoti, da consumare in ogni momento e poi buttare». Così «fuggiamo in paradisi artificiali che sono sempre gli stessi, sempre identici a sé stessi». Allora si tratta di sostituire «le alienazioni di una vita semplicemente noiosa o le dipendenze mortali di una grande sofferenza con una dipendenza vitale divina».

Sulla paternità, oggetto del quinto passo, il sacerdote oratoriano ricorda, riprendendo la figura dell’eroe omerico Ettore, che «un padre ‘eleva’ ed è un gesto in cui riconosce il dono della paternità; ‘benedice’, fa un augurio, una parola benedicente sul figlio, ed è un gesto rituale molto forte; e poi ‘inizia’ perché da sempre è stato colui che inizia alla vita sociale». Allo stesso modo san Giuseppe protegge fisicamente la vita di Gesù e lo presenta al Tempio per la circoncisione: «l’iniziazione di Gesù avviene per mezzo di Giuseppe; Gesù entra nel mondo sociale e pubblico attraverso Suo padre e anche quando ormai è grande sarà il “figlio del carpentiere”». Nella società odierna purtroppo queste tappe sono state bruciate, per cui «non c’è più nessuna differenza tra figli e genitori perché troppi uomini sono solo maschi e non diventano mai padri». E invece, sul modello del custode della Santa Famiglia, «la paternità è frutto di una scelta intenzionale che richiede impegno, cura, decisione».

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Il dizionario dei ‘grandi convertiti’

Agostino, Bakhita, Buffalo Bill, Chesterton, Alexis Carrel, Paul Claudel, Bruno Cornacchiola, Christopher Dawson, Jacques Fesch, André Frossard, Ignazio di Loyola, Manzoni, Maritain, Thomas Merton, Bernard Nathanson, John Henry Newman, Papini, Rebora, Stenone, Paul Verlaine, Gary Cooper e John Wayne solo alcuni dei 168 volti e storie di conversione raccolte nel Dizionario elementare dei grandi convertiti (pp. 369), appena pubblicato dall’Istituto di Apologetica, a cura di Mario Arturo Iannaccone e Luisella Scrosati.

C’è spazio per le conversioni più celebri «per via della loro spettacolarità, per via della notorietà dei soggetti, o ancora per il fatto che siano state scritte delle memorie del processo e dell’evento della conversione». Storie personali riprese per offrire luce e conforto, «per vedere come Dio abbia aperto dei varchi nei cuori più induriti, attendendo il tempo propizio, un tempo che appare sempre tardivo allo sguardo umano, ma che si manifesta invece come il tempo propizio; per rendersi conto di come Egli sia in grado di avvalersi di ogni elemento di bene e di verità presente anche al di fuori dei confini visibili della Chiesa, non per lasciare ognuno lì dove si trova, ma per ricondurlo all’unico Ovile da Lui voluto; per constatare l’instancabile insistenza dell’amore di Dio per salvare gli uomini: tutto questo attesta che Dio è il Signore del tempo, della storia, degli uomini e nessun ostacolo esterno può impedire alla sua grazia di raggiungere il fine della nostra salvezza».

Pietro Abelardo, il grande maestro di arti liberali del XII secolo evirato per la sua tresca amorosa con Eloisa, diventa un monaco benedettino irreprensibile negli ultimi due anni della sua vita, come testimonia Pietro il Venerabile in una lettera alla stessa Eloisa divenuta poi monaca: «Non ricordo di aver visto nessuno che si vestisse e si comportasse con pari umiltà…leggeva continuamente e pregava spesso, non rompeva mai il silenzio, a meno che non lo spingessero a parlare le familiari riunioni con i confratelli o i pubblici discorsi che egli teneva loro sulle cose divine». Egli muore infatti raccomandando a Dio corpo e anima.

John Adams è un ministro della Chiesa anglicana che si converte al cattolicesimo. Divenuto sacerdote cattolico durante la restaurazione protestante operata in Inghilterra da Elisabetta I, avrebbe dovuto lasciare entro 40 giorni il regno in base a un decreto della regina, pena la morte. Adams prosegue invece la sua opera di evangelizzazione. Catturato, viene «attaccato a un palo o pannello di legno e trascinato da un cavallo fino al luogo dell’esecuzione; qui è stato impiccato e, in procinto di morire, evirato, eviscerato e quindi decapitato. Poi il suo cadavere venne fatto oggetto di vilipendio mediante lo squartamento in quattro pezzi».

Giuseppina Bakhita, pur essendo stata maltrattata dai negrieri dai quali era stata comprata quale schiava, con la freschezza della convertita, una volta divenuta suora, scrive nel suo Diario: «Se incontrassi quei negrieri che mi hanno rapita e anche quelli che mi hanno torturata, mi inginocchierei a baciare loro le mani, perché, se non fosse accaduto ciò, non sarei ora cristiana e religiosa». La ‘Madre Moretta’ è infatti profondamente consapevole nei confronti del Creatore del fatto che «tutta la mia vita è stata un dono suo: gli uomini sono strumenti; grazie a loro ho avuto il dono della fede».

Lo sciamano dei pellerossa soprannominato ‘Alce Nero’ non solo si converte al cattolicesimo, ma è anche un missionario zelante che, «per la sua saggezza e capacità comunicativa dà una grande spinta affinché molti indiani abbraccino la fede».

Camillo de’ Lellis è un rampollo di una famiglia militare. A causa di un’ulcera al piede, è costretto ad abbandonare l’esercito. Di qui si dedica ai piaceri e al vizio del gioco che lo riduce alla miseria, costringendolo a mendicare. Accolto in un convento di cappuccini, dopo aver ascoltato padre Angelo, «per tutta la notte, nella sua testa non si rincorrono che queste parole: “Dio è tutto, il resto è nulla!”». Di qui la sua richiesta di farsi frate e dedicare la sua vita al servizio dei malati più poveri e abbandonati, per i quali fonda l’Ordine regolare dei Ministri degli Infermi.

Tra i convertiti contemporanei c’è sicuramente Massimo Caprara. Intellettuale comunista tra i fondatori del quotidiano Il Manifesto, scorge molte ingiustizie da parte dei ‘compagni’ di Togliatti per cui, leggendo il Vangelo, ben presto «scopre che, a differenza di quanto aveva creduto per tanti anni, manipolato dalla catechesi comunista, il cattolicesimo libera e non chiude, esalta la critica e non la ottunde».

 Che il massone e anticlericale Giosuè Carducci si sia convertito in segreto al cattolicesimo e abbia chiesto la confessione prima di morire è data conferma da alcune confidenze ricevute da don Orione, il quale rivela come il poeta dell’Inno a Satana fosse «troppo debole per dirlo forte». Al contrario, il medico scettico e positivista Alexis Carrel si converte dopo aver assistito a una guarigione miracolosa a Lourdes, riconoscendo umilmente: «Lo scopo della vita è la santità e non la scienza. Ma la santità non può, senza l’aiuto della scienza, organizzare e guidare la vita. Il compito della scienza è quello di permettere agli uomini di raggiungere la santità». Con termini simili e ancor più icastici si esprime il grande scrittore inglese Chesterton: «Diventare cattolico non è smettere di pensare, ma imparare a pensare».

Insomma, dirompente o silenziosa, sconvolgente o interiore che sia, ogni conversione si configura pur sempre, per dirla con le parole del poeta Paul Claudel, quale riscoperta e riconoscimento di «una relazione d’amore tra questa persona che sono e questa persona che è Dio!».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Tu scendi dalle stelle per la nostra gioia

«La vita umana presenta inequivocabilmente le ferite della sofferenza e dell’insufficienza, le ferite del tradimento e della cattiveria…ma dentro questa ruvida greppia umana…Dio è nato e nasce ancora!» – scrive il cardinal Angelo Comastri, Vicario Generale di Sua Santità per la Città del Vaticano e Arciprete della Basilica Papale di San Pietro –, nel suo recente volume Tu scendi dalle stelle…ed è Natale! (San Paolo 2020, pp. 140), che raccoglie diverse meditazioni spirituali sul grande mistero dell’Incarnazione del Verbo nella storia e sul senso autentico del Natale stesso, soprattutto nel particolare momento storico che stiamo vivendo.

 Cristo è e rimane l’unica speranza viva per l’umanità sofferente, ieri come oggi. Un Re che ha sulle spalle il suo potere, come scrive il profeta Isaia. Allo stesso modo le mirabili profezie di Daniele e Zaccaria sulla venuta di un Messia umile, i canti del servo sofferente di Isaia e il Salmo 22 focalizzano soltanto alcuni aspetti salienti della figura di Cristo, in quanto – come ha acutamente osservato Dyson Hogue – «nella Bibbia noi abbiamo il più impressionante ritratto di un uomo perfettamente somigliante, realizzato non da uno, ma da venticinque artisti, nessuno dei quali aveva visto la persona che loro stavano dipingendo».

È necessario allora recuperare un senso di umile stupore dinanzi a tali parole di verità, scritte tanti secoli prima di Cristo eppure così incredibilmente rispondenti agli eventi concreti della sua vita, e in particolare al mistero della sua morte e resurrezione, e pertanto degne di fede. L’uomo contemporaneo si lascia invece più facilmente irretire da fiumi di parole vacue piuttosto che prestare l’orecchio alla Parola che salva; si lascia abbagliare dalle tante luci natalizie che scorge per le strade e non apre gli occhi alla Luce vera, perché «la montagna del nostro orgoglio non entra nell’angusto spazio della grotta».

Eppure basterebbe considerare i fatti storici. «Da questo Bambino – rileva il cardinale – è partita la più grande e benefica trasformazione dell’umanità: da questo Bambino è nata la civiltà dell’amore e del rispetto, mentre, ogni volta che ci si è allontanati da questo Bambino, è riemersa la barbarie del sopruso e del calpestamento della dignità umana. Come dovremmo commuoverci, intenerirci, sentirci inondati di gioia! Dio, l’infinito, si è fatto vicino e si è legato irreversibilmente a noi per puro amore, per irresistibile esplosione di bontà: questo fatto deve farci amare la vita e deve ricolmarci di ottimismo a tutta prova».

Da Paolo di Tarso a Madre Teresa di Calcutta i santi incarnano lo spirito autentico del Natale, che consiste proprio nell’«accorgersi di Gesù, accoglierlo nella vita e lasciar continuare in noi la novità della santità sbocciata, come un inatteso miracolo, nella povera mangiatoia di Betlemme». Una santità possibile che è la vocazione di tutti i battezzati e custodisce il segreto della vera gioia, che è «accogliere Dio, farGli spazio, cioè diventare la povera e umile mangiatoia di Betlemme, perché Dio nasce sempre e solo nella mangiatoia di Betlemme. Occorre pertanto togliere l’orgoglio dal cuore, eliminare l’egoismo, abbattere i muri dell’indifferenza e del rancore, affinché Gesù possa nascere in noi e diventare Lui la nostra gioia. È lo scopo del Natale che ritorna. Facciamo spazio a Gesù perché Gesù è Dio: l’unico capace di farci sorridere ancora! Sì, perché Dio è il proprietario esclusivo della gioia. Esclusivo! Ricordatelo».

La gioia cristiana è infatti seme e frutto di chi vive secondo la logica del dono. Lo evidenzia acutamente ancora l’Arciprete della Basilica Papale di San Pietro, quando sottolinea che «la gioia si trova percorrendo un altro itinerario: l’itinerario del dono di sé, l’itinerario che va dall’egoismo al servizio umile e generoso presso le tante grotte di Betlemme, che sono disseminate dovunque: anche accanto a noi! Non ci manca, infatti, qualcosa per essere felici: abbiamo, invece, qualcosa in più che ci pesa perché non l’abbiamo donata a Gesù, presente nella povera Betlemme, che è nel pianerottolo della nostra stessa casa».

A coloro che desiderano vivere il Natale con questo spirito in maniera concreta, il cardinal Comastri ricorda infine il significato degli stessi auguri che ci scambiamo reciprocamente in questi giorni: «Vi auguro di cuore: Buon Natale! Buon Natale vuol dire: se hai un po’ di orgoglio, buttalo via; e sarai tanto felice. Se hai un po’ di egoismo, mettilo sotto i piedi; e sperimenterai la gioia dell’amore che è esperienza di Dio. Buon Natale a tutti. Provate a uscire dall’egoismo e sentirete il canto degli angeli e proverete la gioia di Maria e di Giuseppe. Anche oggi, anche in questo momento!».

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Natale è l’amore del Padre per la nostra fragilità

Will è uomo senza arti, nato senza mani né braccia, con un piccolo piede ‘da gallina’, insomma “una perversione della natura”. Trattato come ‘fenomeno da baraccone’, prende un pomodoro in faccia da un bambino ed è reso oggetto di scherno e derisione in un circo che mette a nudo senza pietà le fattezze fisiche e le imperfezioni di un essere umano. Ma, in questo triste circo, una sera giunge il direttore di un altro circo, Mr. Mendez. “Sei meraviglioso”, esclama il Signor Mendez mentre guarda con amore Will. Quest’ultimo non riesce inizialmente a scorgere in quello sguardo una modalità differente di essere guardato, per cui gli sputa in faccia. Will infatti non crede che Mr. Mendez faccia sul serio con lui e scambia le sue parole per l’ennesima presa in giro. Ma ancor più sorprendentemente Mendez incassa il colpo, comprende la sua reazione ed è addirittura pronto a giustificarla.

È proprio lo sguardo magnetico di Mr. Mendez a innescare in Will il desiderio di cambiare vita in The Butterfly Circus “Il Circo della Farfalla”, un cortometraggio del 2009 diretto da Joshua Weigel, con uno straordinario Eduardo Verástegui nei panni del direttore del circo e un’intensa interpretazione di Nick Vujicic in veste di se stesso. Nessuno aveva mai guardato così Will che forse per la prima volta si sente amato per quello che è e non soltanto messo alla berlina per i propri difetti. Mendez gli ridà dignità, crede nelle sue potenzialità, vede “la bellezza che può nascere dalle ceneri” non solo di Will ma anche degli altri artisti che lavorano con lui che, non a caso, rappresentano le categorie emarginate e più disprezzate della società, dall’anziano alla prostituta e all’uomo violento fiero dell’esercizio della propria forza bruta. Ebbene Mendez, nel riconoscerne l’incommensurabilità della dignità, offre a costoro la possibilità di una realizzazione piena della propria vita perché sa guardare al di là delle loro fragilità, proprio come Dio ci guarda e ci ama al di là dei nostri limiti e dei nostri peccati. È infatti quel Qualcuno che crede in noi a costituire la radice profonda di una sana fiducia in se stessi e nelle proprie capacità da spendere al servizio del prossimo, nella consapevolezza che “più dura è la lotta, più glorioso il trionfo”. Quest’espressione è tradotta mirabilmente dalla metafora della farfalla che dà il titolo al cortometraggio, la quale allude alla fatica e alle difficoltà che il bruco deve imparare ad affrontare e superare prima di poter spiccare il volo.

Mr. Mendez è dunque figura del Padre che ama i suoi figli anche nelle loro debolezze e dona loro la grazia perché possano vivere una vita piena. I due circhi sono invece metafore rispettivamente di un mondo di uomini sempre pronti a individuare le imperfezioni e i difetti altrui per criticarli e giudicarli, in cui derisione e odio la fan da padroni, e di una schiera di uomini disponibili a scusare i difetti l’uno dell’altro e a incoraggiarsi vicendevolmente per costruire una gioiosa condivisione dei propri carismi messi a frutto a beneficio di tutti.

Si tratta di uno dei cortometraggi più belli che sia mai stato girato ed è facilmente reperibile su YouTube sia in italiano che in lingua originale con sottotitoli in italiano. Decisamente preferibile vederlo in quest’ultima versione, che consente di apprezzarne meglio la prova recitativa degli attori come di soffermarsi su alcune ‘perle’ molto significative che i protagonisti si scambiano nei diversi dialoghi.

Il Bambino Gesù che giace indifeso in una mangiatoia nel Natale del Figlio di Dio è un segno visibile di tale amore grande del Padre che si china con umile delicatezza su ogni fragilità umana perché da ferita diventi feritoia di luce e di grazia.

Fonte: Chai and Life, dicembre 2020

Avvento. Sant’Agostino: “Aspettate il Signore per riconoscerLo”

«Vieni, Signore Gesù». È questa l’invocazione che ciascun cristiano è chiamato a ruminare come un monaco nel tempo di avvento. Come rivela l’etimo stesso della parola, avvento è ad-ventum, il venirci incontro del Figlio di Dio nell’oggi del nostro tempo e della propria storia personale. Tra la sua prima venuta nell’umiltà della carne umana e nella sottomissione alla volontà del Padre e la seconda venuta alla fine dei tempi del Cristo nella gloria come giudice misericordioso c’è infatti la venuta del Signore dei secoli e dell’eternità nel ‘già e non ancora’ dell’oggi, di questo Natale 2020.

Il Signore viene come un ladro nella notte; «il non conoscere l’ora della sua venuta mira forse proprio a questo: a farti stare sempre pronto», scrive Sant’Agostino. Chi sono allora quelli che non si fanno sorprendere dalla venuta improvvisa del Signore? «Coloro che fanno affidamento più sull’Autore dei doni ricevuti che non sulle cose ricevute in dono senza asservirsi ad esse – sottolinea il vescovo d’Ippona – e, quanto alle cose in se stesse, vi vedono un tratto della sua misericordia che viene a consolarli. Per cui non si appagano dei doni per non precipitare lontano dal Donatore. Persone di questo genere non saranno prese alla sprovvista dal giungere di quell’ora, che sarà come il giungere di un ladro». In tale prospettiva l’avvento costituisce un monito a riscoprire ogni cosa per quella che realmente è, a considerarla in ordine al fine per cui è stata creata, ossia un dono di grazia di cui giovarsi per render maggior gloria a Dio anche nel servizio operoso ai fratelli.

Cristo è luce che viene a rischiarare le tenebre del peccato di ogni uomo per farlo vivere della e nella Sua luce. Ogni uomo, in realtà, in se stesso «non è altro che tenebre, Tu invece sei la luce che fuga le tenebre e che m’illumina; luce per me che non si sprigiona da me, bensì luce ch’è parte di quella che proviene da te». In questo tempo di preparazione al Santo Natale il discepolo di Gesù è chiamato a convertirsi, ossia a combattere il peccato e a conformarsi alla volontà del Padre per vivere nel suo amore da vero figlio della luce. Il vescovo di Ippona avverte infatti che «crescere male è un menomarsi. Sia dunque Dio a crescere in te, Dio che è sempre perfetto. Quanto più conosci Dio e quanto più lo accogli in te, tanto più apparirà che Dio cresce in te; in sé però non diminuisce, essendo sempre perfetto».

D’altra parte solo chi vive ogni giorno alla presenza del Padre, in compagnia del Figlio e nella grazia santificante dello Spirito Santo può divenire, sulla scia di Giovanni il Battista, una ‘voce che grida nel deserto’, cioè annunciatore credibile perché testimone di vita piena nel vuoto di una società che continua a vivere come se non vi fosse mai stata una mangiatoia a Betlemme. Dunque «che significa gridare verso Cristo, fratelli, se non corrispondere alla grazia di Cristo con le opere buone? Dico ciò, fratelli, affinché non facciamo strepito con le parole e rimaniamo poi muti con le opere buone. Chi è che grida verso Cristo affinché sia rimossa la cecità interiore al suo passaggio? Chi è che grida verso Cristo? Grida verso il Cristo chi disprezza il mondo e i piaceri mondani. Grida a Cristo chi non con la lingua, ma con la vita dice: ‘Il mondo per me è morto e io per il mondo sono morto’ (cf. Gal 6, 14)», offrendo le proprie gioie e sofferenze quotidiane del tempo presente come sacrificio spirituale gradito a Dio perché la salvezza operata dal Verbo raggiunga ogni uomo.

Perciò, nell’attesa gioiosa del Natale del Signore, ciascuno contempli il grande mistero del Verbo che si fa carne della nostra carne. Infatti poiché «Dio si è fatto uomo per te, uomo, ti devi credere davvero cosa grande; ma ti devi abbassare per poter salire, perché anche Dio si è fatto uomo abbassandosi. Attaccati alla medicina che ti cura, imita chi si è fatto tuo maestro, riconosci il tuo Signore, abbraccia in lui il fratello, riconosci il tuo Dio».

Allora «venga il Signore a visitare il vostro cuore: nelle ore di svago e fra le occupazioni, in casa, nel letto, durante la consumazione del pasto, la conversazione o il passeggio e in ogni luogo. Venga la pioggia divina e il seme che è stato sparso produca i suoi frutti! Là, dove noi non arriviamo e mentre noi ce ne stiamo riposando tranquilli o badiamo ad altre occupazioni, venga Iddio a far crescere le sementi che abbiamo sparse, di modo che possiamo anche rallegrarci del frutto».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

‘E Dio fece il presepe’ nelle anime che lo ospitano

«Poi Dio fece una pausa e pensò dove fare il suo presepe. Decise per Betlemme. Immaginò le statuine: il bue, l’asino, le lavandaie, i pastori…E poiché non aveva fretta, diede a ciascuno di loro una stirpe: genitori, nonni, bisnonni…Centinaia di vite per creare ogni vita; centinaia di storie d’amore per ottenere il gesto, il tono di voce, la mano tesa nella posizione voluta per ognuno dei personaggi del presepe di Dio. Pensò a sua Madre: la sognò da tutta l’eternità. E con il desiderio delle sue carezze, iniziò ad abbozzare negli avi di Maria i tratti di quel fiore che a suo tempo doveva sbocciare».

Si apre così il bel racconto di padre Enrique Monasterio E Dio fece il presepe (Ares 2020, pp. 188), che custodisce la magia autentica del Natale. E in effetti, precisa l’autore, «Natale non è un anniversario, né un ricordo. Non è neanche un sentimento. È il giorno in cui Dio fa un presepe in ogni anima. A noi chiede soltanto di riservargli un angolo pulito; di lavarci le orecchie per ascoltare i canti di Natale degli angeli; di toglierci di dosso la sporcizia che si è accumulata». Si tratta di una palese allusione all’esigenza di vivere con fede il sacramento della Riconciliazione proprio per poter celebrare nella gioia il mistero della nascita del nostro Salvatore.

In un dialogo immaginario tra la creatura e il suo Creatore, è il Padre che si rivolge all’uomo con queste parole: «Ti concedo, inoltre, il dono che finora ho fatto solo agli angeli. Sarai capace di amare e di ricevere amore. Nel donare il tuo corpo donerai anche l’anima e tutto il tuo essere, come io stesso faccio. Potrai unirti alla tua sposa – come lei a te – con un amore fedele e fecondo. E quando dirai ‘per sempre’, sarà davvero così: amando sarai eterno, come lo sono io».

Protagonista del racconto è Oriente, una stella cometa, in verità nemmeno la più fulgida del firmamento, e c’è spazio per i diversi pastori del presepe, personaggi comuni e straordinari nelle loro fattezze: Maria, definita ‘il sogno di Dio’; Giuseppe, che rimane nell’ombra; gli arcangeli; la lavandaia Salomè, dietro la quale si cela il lavoro umile e nascosto di ogni casalinga; il pastore tonto Zabulone e l’albergatore Gioacchino che da un lato trova un po’ di spazio in una stalla per la Santa Famiglia, dall’altro chiede umilmente a Gesù di scacciare dalla sua anima eventuali ospiti indesiderati. Tra gli animali c’è l’asino Moreno cavalcato dall’arcangelo Raffaele, patrono dei viaggiatori, il quale gli si presenta così: «Ti conosco perché io ti ho disegnato migliaia di secoli fa, in Cielo, quando Dio ci spiegò che aveva bisogno di un trono per suo figlio e di una utilitaria per la sua famiglia della terra». Un asino docile, «di cui alcuni dicono che il Signore ha messo qui per riscaldare il Bambino con il mio fiato. Non è così: a Gesù basta il calore delle braccia di Maria. Io sono solo il trono del re e il primo giocattolo di un neonato, che ha già imparato a tirarmi le orecchie».

Nel presepe immaginato da Monasterio ci sono anche alcune statuine storte, che non si lasciano modellare dal Signore, tra cui Erode; e alcune rotte, a causa della efferata strage degli innocenti voluta da quest’ultimo, per la quale «il presepe di Dio si macchierà di sangue. Vedrai presto delle statuine in pezzi, moriranno prima di aprire gli occhi. Sono i più innocenti e Dio li ha creati per la vita». Si tratta di una realtà profetica ancora oggi purtroppo tragicamente visibile nei milioni d’aborti nel mondo.

Ogni personaggio ha qualcosa da insegnare, una storia da raccontare e testimoniare con la propria vita, una missione da compiere fino al conseguimento della pienezza di vita in paradiso. Infatti Maria custodisce in cielo sotto il suo manto ciascun personaggio del presepe fatto da Dio: «il pastorello tonto con le sue vesti accademiche; Salomè, ‘l’ancella dell’Ancella del Signore’ (come si chiama ora), incoronata come la sua Padrona; Simeone, con gli occhi pieni di lacrime e di stelle; l’asinello Moreno che aveva imparato a ragliare sinfonie e si accingeva a canticchiare la Nona di Beethoven; Gioacchino, il padrone della locanda che porta sempre il suo fanale in mano; i Magi con i loro cammelli e il rumoroso corteo degli innocenti che il povero Erode aveva mandato in Paradiso troppo presto».

 Nel suo nuovo avvento sulla terra «Dio Padre avrebbe preso dimora in mezzo a noi, non come a Betlemme, nascosto in fasce, fuggendo dai suoi nemici, ma come Re: nei soggiorni delle nostre case, nelle strade delle nuove città, nel lavoro gioioso delle botteghe, tra i libri degli intellettuali, nel clamore degli stadi».

E Oriente? Quale privilegio otterrà la cometa destinataria dei primi sorrisi del Bambino Gesù? Per scoprirlo bisogna leggere fino alla fine questo racconto significativo e poetico disponibile persino in giapponese di don Enrique Monasterio il quale, nel solco del carisma di San Josemaría Escrivà, ha compreso «davanti al presepe che si prega anche guardando, con l’immaginazione, con la fantasia, persino con i sogni».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Il Dio Bambino, tra santi e artisti devoti al piccolo Gesù

Dal Bambino Gesù di Praga a quelli di Siviglia e dell’Aracoeli a Roma, la pratica della devozione al piccolo Gesù Bambino è diffusa in tutta Europa, e non solo. D’altra parte «il rapporto del cristiano con Cristo, bambino o adulto che lo si voglia vedere, è per sua natura un rapporto di amore. Non solo, ma di un amore che tende all’identificazione, fino al traguardo segnato da san Paolo: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me”».

Tale devozione ha radici molto antiche. Nel III secolo Origene scriveva: «Preghiamo Dio onnipotente e lo stesso Bambin Gesù, con il quale desideriamo conversare e tenerlo in braccio, affinché anche noi possiamo prendere il Figlio di Dio e stringerlo al cuore».

Lo evidenzia don Michele Doltz nel suo Il Dio bambino (Ares 2020, pp. 406), un’opera colta ma divulgativa, che coniuga la tradizione delle devozioni dei santi per Gesù Bambino – la quale si effonde in preghiere, meditazioni spirituali e canti liturgici celeberrimi quali Tu scendi dalle stelle di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori – con la storia iconografica del Bambinello nelle raffigurazioni di grandi artisti. In effetti, è paradossalmente proprio dalla figura di Gesù «depurata dalla superflua fantasia e addirittura dall’immoralità» dei Vangeli Apocrifi che emerge un’immagine di Lui quale «Piccolo Re che impone rispetto, che unisce all’innocenza infantile la potenza della divina regalità. È un Bambino che sa e che può tutto».

 La devozione a Gesù Bambino suscita un movimento del cuore di tenerezza e affetto che è alla base di meditazioni spirituali dense di carità e poesia, ma radicate nella concretezza di un evento che ha cambiato la storia. A tal proposito il cisterciense Nicola di Clairvaux, nei suoi sermoni di Natale, scrive: «O Betlemme, città del Dio altissimo, in te e nei tuoi dintorni si sono viste oggi cose meravigliose. Dio si aggrappa al seno, è deposto in una mangiatoia, viene avvolto in fasce, estende felice le sue mani e la braccine nella piccola culla, chiama la Vergine, sorride a Maria». Allo stesso modo San Francesco «nominando il Bambino di Betlemme oppure dicendo ‘Gesù’, si lambiva con la lingua le labbra, quasi a gustare la dolcezza di questo nome».

Gli fa eco San Bonaventura, che relativamente all’esigenza per il fedele di generare il Verbo spiritualmente così come la Vergine lo ha generato nella carne, scrive: «Dopo tale gioiosa nascita, essa comprende e gusta quanto è soave il Signore Gesù. In realtà è soave quando lo si alimenta di sante meditazioni, quando lo si lava con la fonte di devote e calde lacrime, quando lo si avvolge in vesti di casti desideri, lo si porta tra le braccia dell’amore santo, lo si bacia con frequenti sentimenti di devozione e lo si riscalda nel petto mistico del proprio spirito».

Nelle Meditazioni della vita di Cristo Cola, un altro francescano del XIII secolo, scrive parole di rara dolcezza in relazione alle premure della Vergine Madre verso il suo Bambino: «Mio Dio, di quanta premura e diligenza lo fa oggetto perché non gli manchi nulla. Con che devozione e delicatezza, con quale timorosità lo tratta, sapendo che è il suo Dio e Signore, quando inginocchiata lo prende in mano per adagiarlo nella culla. Ma con che gioia insieme e confidenza e diritto materno se lo abbraccia, se lo sbaciucchia, se lo stringe al petto con dolcezza e se lo gusta, sapendo che è figlio suo!».

Una devozione pienamente ‘incarnata’, dunque, spirituale e nel contempo estremamente concreta, che può contribuire a generare una consapevolezza profonda da parte della creatura di appartenere al suo Creatore. Di qui «salendo le scale del monastero dell’Assunzione, ad Ávila, Teresa racconta così l’incontro con un grazioso bambino che le domandò: “Come ti chiami?”. La santa rispose: “Io sono Teresa di Gesù”. E il bimbo: “Io sono Gesù di Teresa”».

«Da sua mamma, donna Assunta Cavaliere, – racconta ancora padre Doltz – il piccolo Alfonso de’ Liguori imparò l’amore a Gesù Bambino». Infatti «quando era già lontano dalla famiglia, la mamma gli regalò la sua statua del Bambino e ne fu così lieto che il 25 di ogni mese la faceva esporre nel coro attorniata da ceri, e davanti a essa i suoi discepoli meditavano sugli esempi di Betlemme e rinnovavano i loro voti». Lo stesso Sant’Alfonso predicherà ai fedeli che si preparano a vivere il Natale con queste parole: «Molti cristiani sogliono per lungo tempo avanti preparare nelle loro case il presepe per rappresentare la nascita di Gesù Cristo; ma pochi sono quelli che pensano a preparare i loro cuori, affinché possa nascere in essi e riposarsi Gesù Cristo. Tra questi pochi però vogliamo essere ancora noi, acciocché siamo fatti degni di restare accesi di questo felice fuoco, che rende le anime contente in questa terra e beate nel cielo». Il cantore di Tu scendi dalle stelle ama effondersi anche in numerose liriche accese d’amore per il Divin Figliuolo: «Io t’amo, o Dio d’amor, ch’essendo amante,/per farti amar da me nascesti Infante». Come rileva acutamente Oreste Gregorio, la meditazione alfonsiana esprime la consapevolezza che «la croce ha le sue radici nella culla; a Betlemme comincia il Calvario del Verbo fatto carne». Tra i santi più recenti merita di essere ricordata Santa Faustina Kowalska, la quale racconta il suo incontro mistico con Gesù, ripetendo frequentemente: «Vedo spesso il Bambino Gesù durante la santa Messa».

Il volume di don Michele Doltz approfondisce anche le ragioni teologiche di tale devozione e ne ripercorre le tappe fondamentali della storia iconografica attraverso un commento puntuale a immagini di statuine e dipinti d’autore, che testimoniano la bellezza di un affetto profondo da parte di artisti, santi e semplici fedeli verso Gesù Bambino.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana