La natura secondo le voci dei poeti

«Non credo che bastino yogurt ‘bio’ o altri cibi e bevande ‘biologici’ a farci vivere una vita davvero naturale. E nemmeno le varie mode su materiali in fibra di caucciù, ginnastica e cose del genere. La natura non è solo un bel paesaggio da conservare o energia pulita o tisane diuretiche. Accanto al proliferare di cuccioli di gatto tenerissimi che vediamo su Instagram, ci sono virus, cataclismi, flagelli che falciano miriadi di innocenti». Dunque la concezione comunemente diffusa di una Natura ‘buona’ deve conciliarsi con la consapevolezza che «il pianeta è anche un posto orrendo per un sacco di gente, e per un sacco di specie animali e vegetali».

Si snoda tra versi e narrazione, ironia e riflessioni, il saggio di Davide Rondoni Cos’è la natura? Chiedetelo ai poeti (Fazi Editore 2021, pp. 200) che indaga il tema della natura attraverso interrogativi antichi e sempre nuovi, affrontando diversi luoghi comuni senza pregiudizi anche in relazione alle sfide contemporanee. Quello di Rondoni è un taccuino di appunti, un itinerario personale nello stupore inquieto che si ridesta nell’animo di chi mira o riflette sulla Natura, sul mistero delle cose, condotto attraverso le voci di autori classici, da Lucrezio a Keats, da Leopardi a Luzi, perché i poeti «proseguono il primo atto del bambino che esce nel mondo e dell’uomo che esce dalla caverna e vede la Natura; parlano da dentro la Natura, da dentro lo ‘spazio del suo dono’».

Dopo aver osservato nella semioscurità due cervi mentre si accoppiavano, Lev Tolstoj «si chiese perché mai la vita in Natura, l’esistenza, fosse abitata da una strana necessità a proseguire, a generarsi dal proprio interno in una propulsione che pare insensata». Da questa considerazione, secondo tale aneddoto, nacque l’ispirazione per l’incipit di Anna Karenina.

Se dunque, come afferma Eraclito, «la natura ama nascondersi», i poeti l’inseguono, o almeno cercano a tentoni di carpirne il mistero. «La Natura in Dante è luogo del viaggio e co-protagonista, attraverso il suo ordine misterioso, del movimento del poeta come di ogni cammino umano». D’altra parte, «per vivere al giusto livello la ‘esperienza’ occorre sapere che la Natura non è uno scenario, né una madre trascendente, ma una co-protagonista della nostra vita. Sorella, fratello, diceva il poeta di Assisi».

Di qui l’uomo è natura e nel contempo intuizione di ciò che è al di là di essa, come ha ben compreso Leopardi, il quale ne L’infinito evidenzia come «nella comparazione tra il regno naturale (finito) e una visione del non naturale (l’infinito), l’io fa un dolce naufragio. Forse perché non sa come fare ad abitare i due territori insieme». In tal senso «il paradosso dell’io abita e osserva, per conoscerlo, il paradosso della Natura», come osserva acutamente Rondoni.

E in effetti il mistero dell’ulteriorità della natura rispetto alla sua comprensibilità da parte dell’uomo emerge nei versi di Emily Dickinson: «Natura è ciò che noi conosciamo / Ma non abbiamo arte per dirla / Così impotente la nostra saggezza / Al cospetto della sua chiarezza». Le fa eco Einstein quando afferma: «La cosa più bella della vita è il suo lato misterioso». Lo scienziato è dunque, in tal senso, come il poeta; se ne sta sulla soglia pronto a cogliere nuovi indizi che aprano scenari nuovi.

 La natura richiede perciò un atteggiamento di umiltà, che non pare essere particolarmente diffuso tra gli intellettuali del nostro tempo. Infatti «in questo recente frangente della vita sociale e politica così condizionata dalla pandemia si è avuto da un lato un atteggiamento fideistico verso la scienza e dall’altro la netta sensazione che pur assumendosi anche con un certo cipiglio da educatori del popolo le responsabilità di indirizzo politico, gli scienziati brancolassero nella nebbia, quando non addirittura attirassero il sospetto di muoversi per altri interessi che non la tanto declamata ‘salute pubblica’. Di sicuro, il mondo esce dalla pandemia con una certezza più inquieta rispetto alla scienza che ha proposto se stessa come modo unico e certo di conoscere la vita umana in modo perentorio negli ultimi tre secoli». Allo stesso modo, osserva Rondoni, «la ideologia ‘naturalistica’ che sta dominando in questi anni non fa rima con una visione più poetica della vita ma con l’economia. Basta prendere qualsiasi articolo che rivela come la nuova dottrina ‘verde’ – o chiamiamola transizione ecologica – sia una parola d’ordine che ha trovato nel business il suo primo campo di applicazione». D’altra parte attualmente «la vita del pianeta, la sua durata, e non più il ‘senso’ della vita umana, è lo scopo ideale, la nuova ideologia a cui piegare tutto».

Al contrario, «per i poeti la Natura ha uno ‘scopo’ che non è biologicamente, chimicamente o matematicamente leggibile. Essa è, per così dire, interpretabile solo in rapporto dinamico con l’uomo». Perciò al grido leopardiano alla luna «Ed io che sono?» dà risposta con la propria vita un uomo santo, don Luigi Giussani: «Io sono Tu che mi fai».

D’altra parte, come testimonia Dante, «il parlar poetico sorge come obbedienza, come ascolto di ‘amor ch’e’ ditta dentro’». Un parlar poetico che rende Rondoni consapevole di un ultimo paradosso della Natura, il più significativo, quello per il quale «le leggi della Natura e della vita non si cancellano ma fioriscono quando le traversa (e le smentisce) l’amore. Che fiorisce nei perdoni».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Il Giappone cristiano tra santi, martiri e samurai

Il Giappone è una terra di santi, martiri e samurai. Il cristianesimo comincia ad affermarsi nell’isola soltanto nel 1549 con San Francesco Saverio e i suoi missionari che, giunti nell’isola contestualmente alle navi dei commercianti portoghesi, in pochi decenni e pagando un prezzo altissimo in termini di vite umane, contribuiscono alla conversione alla fede cattolica di oltre 600.000 persone, tra le quali anche signori feudali, guerrieri e monaci buddisti. Seguono due secoli e mezzo di atroci persecuzioni che causano la morte di oltre 5.000 credenti, durante i quali si forma il popolo dei ’cristiani nascosti’, custodi in clandestinità di una fede senza sacerdoti, né chiese, né sacramenti.

La storia del Giappone cristiano è raccontata in maniera avvincente e attraverso una narrazione particolarmente documentata da Gabriele Di Comite nel  suo recente saggio Santi, martiri e samurai (La Fontana di Siloe 2021, pp. 308).

«Io mi sento animato da un tal sentimento nel cuore circa l’andata al Giappone, che non sarei per mutar pensiero, né pur quando di certo sapessi di dovermi trovar in pericoli assai maggiori. Tanta è la speranza che Iddio stesso m’ha posta in cuore di propagare la Religion Cristiana». Francesco Saverio scrive così a Ignazio di Loyola riguardo al suo zelo apostolico nel ‘Paese del Sol Levante’. Egli si muove in un contesto difficile sia per la lingua particolarmente ostica, sia per le lotte intestine tra i signori feudali (daimyō) dei diversi territori delle isole. Eppure riesce, attraverso la strada della bellezza, ossia donando un dipinto di una Madonna con Bambino a uno di costoro, a ottenere l’autorizzazione per predicare il Vangelo a Kagoshima. Di lì poi la città di Yamaguchi diventerà la sede generalizia dei gesuiti. Questo non senza essere osteggiato dai bonzi buddhisti, la cui predicazione era tanto radicata sul territorio quanto lontana dalla dottrina cattolica sul piano teologico.

Alessandro Valignano, altro missionario gesuita, constata che per convertire i giapponesi bisogna conoscere e rispettare le loro usanze, adattarsi alle abitudini locali e parlare la loro lingua. Era opportuno insomma che anche i missionari mangiassero su tavoli bassi, seduti su stuoie di tatami e avessero nelle proprie case la sala per la cerimonia del tè. Allievo di Valignano, Matteo Ricci sposa il suo metodo d’inculturazione della fede.

Accanto ai gesuiti vi sono anche diversi samurai, guerrieri che arrivano a sostituirsi all’aristocrazia nel controllo delle province per la loro forza militare, tra i quali Takayama Ukon. Egli, rinunciando ai privilegi feudali, si adopera in prima persona per la costruzione di chiese, orfanatrofi, ospedali, cimiteri e la diffusione della fede, anche attraverso la trasformazione della stanza della cerimonia zen del tè in eremo cristiano, la fondazione di scuole teologiche e del seminario di Azuchi. «Io non cerco la mia salvezza con le armi ma con la pazienza e l’umiltà, in accordo con la dottrina di Gesù Cristo che io professo», scrive in un messaggio a chi gli veniva incontro in armi, prima di salpare esule nel 1614 per l’attività missionaria nelle Filippine, alla cui comunità dona una statua della Madonna del Rosario. Soprannominato ‘Giusto Takayama’ e ‘samurai di Cristo’, è stato un vero martire della fede, riconosciuto tale dallo stesso Sant’Alfonso. È stato infatti poi beatificato nel 2017.

Verso la fine del Cinquecento giungono anche missionari francescani, domenicani e agostiniani sull’isola. Il diffondersi della fede cristiana preoccupa però i daimyō, per cui diverse ordinanze ne proibiscono il culto. Ne derivano punizioni esemplari per chi le infrange. Così San Paolo Miki e altri 25 fratelli nella fede, religiosi e laici, spagnoli, portoghesi e giapponesi sono crocifissi a Nagasaki.

Altri cristiani vengono indotti ad apostatare, costretti a calpestare immagini sacre (fumie), pena le torture più atroci, «infilzando aghi di metallo sotto le unghie» del reo o calandone il corpo in una fossa a testa in giù dove viene lasciato per giorni, fino alla crocifissione. «Con l’editto del 1641 inizia il periodo del Sakoku», ossia il Giappone diviene un Paese blindato per duecento anni e ai cristiani non resta che professare la propria fede in clandestinità, per quanto «alla scoperta di un cristiano occulto, sarebbe stato punito tutto il villaggio». Di qui, a parte il tentativo isolato di riportare il Vangelo in Giappone del sacerdote siciliano Giovanni Battista Sidoti, per due secoli il Paese rimane senza l’ombra di un sacerdote. Relativamente a tale periodo di bando del cristianesimo, la documentazione storica racconta di 5000 martiri, anche se sono stati di fatto sicuramente molte migliaia di più.

Poi il Giappone conosce l’occidentalizzazione, implementa la rete ferroviaria e il progresso tecnologico, ma vive altresì l’orrore delle due bombe atomiche. Eppure ancora una volta non mancano mirabili testimonianze di fede. I cristiani escono gradualmente dalla clandestinità; soltanto nel 1947 la Costituzione del Paese esplicita la libertà religiosa. Tra le maggiori figure di rilievo del XX secolo basti ricordare il missionario polacco Fra Zeno della Milizia dell’Immacolata di San Massimiliano Kolbe che, insieme a Satoko ‘Maria delle Formiche’, si prodiga per sottrarre gli orfani a un destino di povertà e miseria estrema tra cumuli d’immondizia.

Insomma, sebbene attualmente i cristiani in Giappone siano l’1% e i cattolici lo 0,5% (500.000, di cui solo a Nagasaki il 4,5%), il sangue dei martiri, tra i quali 42 santi e 396 beati, continua a essere seme di nuovi cristiani, «capace di rinnovare e far ardere continuamente lo zelo evangelizzatore» (Papa Francesco).

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Tra sangue e scintille di bene nell’Europa in guerra

Le contraddizioni della storia e gli abissi del cuore umano costituiscono la cornice e il quadro del nuovo avvincente romanzo di Elisabetta Sala Il cardo e la spada (Ares 2021, pp. 320) ambientato durante la Guerra dei Trent’anni. Esso mette a fuoco, attraverso le vicende dei suoi personaggi, storie di caduta e redenzione tra orrore e speranza, desideri e delusioni, tormento e luce inattesa.

Siamo a Münden in bassa Sassonia nel 1626. Prìncipi e generali si fronteggiano con schiere di eserciti in Germania, mentre la povera gente annaspa per sopravvivere. La prostituta Rose, bella e combattiva, dopo una vita di umiliazioni al seguito degli eserciti cerca una via di redenzione, ma il destino le pone una scelta complicata.

«“Perché siete tanto buono con me, che neanche conoscete?”», chiede Rose a chi le tende la mano per aiutarla a sollevarsi dalla propria condizione di miseria. Questa domanda ingenua offre in realtà l’occasione per approfondire la natura del bene, diversamente inteso da cattolici e protestanti, se infatti l’autrice chiosa: «Herr Helmut rimase disorientato dalla schiettezza della domanda. Non lo sapeva neanche lui, in realtà. Era perché le buone opere erano un segno del favore di Dio? Se uno è generoso, dev’essere perché Dio lo ha destinato alla salvezza, no? O era per ricordare a Dio di ricordarsi di lui e di non permettere più che anni e anni di fatica e sudore andassero in fumo? Non era, piuttosto, che questa bella giovane gli piaceva? La risposta che diede sorprese anche lui: “Perché non mi costa nulla. E perché ho un certo sesto senso con le persone”».

Anche il luogotenente Brian, nauseato e ormai assuefatto al sangue, combatte per professione interrogandosi sull’onore e il senso ultimo dell’esistenza. L’amore tra queste due anime in cerca di riscatto è messo alla prova dai fantasmi del passato e dalle violenze del presente. Il loro cammino s’intreccia a quello di altri personaggi significativi, tra i quali il padre gesuita Friedrich Spee, missionario tra gli eretici, sorpreso a portare «urgentemente in salvo la cosa più preziosa che c’era: delle particole consacrate trafugate il giorno prima da una chiesetta cittadina. Una volta nel bosco, forzato il tabernacolo rivestito di placche d’oro che avevano smurato dall’altare, i ladri avevano abbandonato le ostie tra l’erba e il fango, dove lui e Markus avevano avuto la fortuna di ritrovarle. Accadeva anche troppo spesso: chiese profanate, devastate, incendiate. Il nemico le provava tutte prima di arrendersi definitivamente». Eppure il suo zelo apostolico, corroborato da solide ‘ragioni della fede’, sospinge molti protestanti a rientrare nell’ovile dell’unica Chiesa. Sul tema spinoso e divisivo della predestinazione, il sacerdote gesuita ribadisce che la sola fede non è sufficiente senza le opere per ottenere la vita eterna, e dunque «ci salviamo solo per i meriti di Cristo; il quale, però, vorrebbe salvarci tutti, ma non ci salva senza la nostra cooperazione. Lo stesso vale per la dannazione: all’inferno va solo chi consapevolmente rifiuta la salvezza».

Padre Spee fa ancora una considerazione significativa sugli uomini e le loro opere, valida per tutti e non solo in tempo di guerra: «Cercò di contemplare e basta, pensando che la natura era il libro di Dio; ma, come quegli splendidi fiori si affollavano sui rami, così facevano i pensieri nella sua mente. “Molti di questi fiori si staccheranno e cadranno a terra”, si disse. “Sarebbe bello sapere quali, invece, daranno frutto”. Lo stesso valeva per la vita degli uomini: pur tra i mille fiori caduti, poi perduti mescolandosi al terreno, centinaia si trasformavano in frutti. E lui, alla fine della vita, voleva essere un albero che si piegava per il peso: voleva darne il più possibile, impegnare al meglio tutti i suoi poveri talenti».

Degli spaccati della dura vita sui campi di battaglia della guerra dei Trent’anni, l’autrice racconta: «I beoni sono i poeti migliori, perché birra e vino ti sciolgono la lingua. Ricordo un soldato convinto che nelle stelle sia scritta la morte di ognuno. Quando ce l’hai sempre accanto, la morte, o non ne parli mai e cerchi di stare allegro, o ne parli in continuazione, di solito dopo aver bevuto». Di qui «la cosa che più mi colpisce è che a volte, anche il più malvagio degli uomini nella peggiore delle sventure riesce a trovare un momento per voler bene a qualcuno. Che cos’è questo se non una scintilla dell’amore di Dio?».

Insomma, ripercorrendo peripezie e vicissitudini dei protagonisti, Elisabetta Sala tesse la trama di un avvincente romanzo in uno scenario storico complesso, in cui è però possibile individuare un filo rosso, la fede autentica e semplice di persone umili, non quella di avidi regnanti in cerca di legittimare la propria sete di potere, bensì quella degli ‘ultimi’– soldati, prostitute, bambini e sacerdoti – che la manifestano concretamente in atti generosi, quotidiani ed eroici, di carità fraterna.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

La Città irreale: come il pensiero occidentale è stato demolito

«Quando si aprirà una nuova voragine logica sotto di voi, sarete davvero soddisfatti perché ogni nuova offesa alla ragione e alla realtà farà trasalire il mondo, e voi gioirete di quello che solo per voi rappresenterà un piccolo intervallo di pace. George Orwell una volta scrisse che se sui giornali tutti scrivono la stessa cosa, si può essere ragionevolmente certi che quella cosa non sia vera. Orwell non ebbe la fortuna di fare esperienza di internet, il mezzo che diffonde bugie alla velocità della luce e le ramifica in milioni di varianti ogni giorno. Per quanto mi riguarda, do per scontato che se tutti dicono la stessa cosa, e quella cosa non fa parte del patrimonio universale dell’umanità, è quasi certamente falsa; e di solito è anche una bugia, nel senso di una falsità pronunciata coscientemente, o comunque una falsità così profondamente radicata nella mentalità di massa che la nostra mente la accoglie inconsapevolmente come i nostri polmoni accolgono l’aria inquinata».

È quanto scrive Anthony Esolen nel saggio La demolizione del pensiero occidentale (2021, pp. 240) appena uscito anche in Italia per l’opera meritoria di traduzione e pubblicazione a cura de Il Timone.  Si tratta di un «tour tra le macerie di una cultura che ha smarrito il senso della realtà, da una sessualità liquida alla cancel culture» e perciò si propone di rintracciare il sentiero della verità in un mondo impazzito. L’autore statunitense è attualmente professore di letteratura al Magdalen College of the Liberal Arts nel New Hampshire. Ha tradotto l’edizione Modern Library della Divina Commedia, così come l’edizione Johns Hopkins della Gerusalemme liberata di Tasso.

La ‘città irreale’, quella messa in piedi dalla società contemporanea, vacilla perché si fonda su cumuli di menzogna, continui misconoscimenti dell’ordine naturale della realtà, dell’essere delle cose: è una città che ha escluso Dio dal proprio orizzonte, le cui «mura non reggono, le cui torri si inclinano e scricchiolano, è ciò che non è». Ma «se Dio è reale, allora allontanarsi da Dio significa consacrarsi all’irrealtà, e questa è, con buona approssimazione, la definizione stessa del male. Credere in Dio, ma fingere per amore della politica, del guadagno, dell’istruzione o del matrimonio che Egli non sia reale, significa mentire a se stessi per convenienza e compromettere l’integrità di tutto ciò che di buono ci si è proposti di fare. Perché dobbiamo sempre tornare ai dati di fatto. Se Dio esiste, è difficile aspettarsi che la città che non conosce Dio conosca se stessa».

Con un argomentare stringente, il docente statunitense mette il coltello nella piaga: «Abbiamo dichiarato che restare ancora ancorati alla realtà sia una cosa da condannare». Evidenziando il legame tra cultura, tradizione e orizzonte teistico, Esolen fa notare che «non c’è cultura senza un incontro sentito con il divino. Il contrario sarebbe una contraddizione in termini. Ci sarebbero usi e costumi di massa, ma non una cultura di massa, perché l’uomo, perdendo il senso di un valore più grande di se stesso, perderebbe anche il senso della tradizione».

 «Il fatto è che non si va più a scuola per conoscere ciò che è reale», afferma Esolen in maniera critica rispetto al modo d’insegnare attuale. «Allo stesso modo – prosegue – il professore universitario che storce il naso davanti all’epopea di Gilgamesh, Esiodo, Omero, Eschilo, Sofocle, Pindaro, Platone, Aristotele, Livio, Cicerone, Virgilio, Marco Aurelio, Agostino, la Torah, i Salmi, i Vangeli e le lettere di san Paolo, in un corso scarnificato già di suo dai professori politicizzati del campus, non è troppo istruito. Quel professore è una combinazione di “poco istruito” e “super indottrinato». Al contrario un vero insegnante è umile, come «Robert Hollander, il più grande dantista degli Stati Uniti, il quale dice: “Penso di iniziare finalmente a capire la Divina Commedia”». Di qui egli fa una considerazione drammatica sulla «condizione dei giovani che frequentano le nostre scuole pubbliche e le nostre università. Si allungano per afferrarsi alla roccia, come devono, come sono stati creati per fare, e non afferrano nient’altro che aria». E in effetti, per comprendere la storia, occorre analizzare i fatti a partire dai documenti, non dai pregiudizi legati alla propria visione politica, dal momento che, secondo quanto afferma Esolen, «un impegno per la verità, quando si tratta del caos che è la storia umana, praticamente esclude atteggiamenti politici. Oppure l’atteggiamento politico esclude un impegno per la verità».

«Una delle strane caratteristiche della Città Irreale è l’ossessione simultanea per il linguaggio e un rifiuto generale di riconoscere a cosa serve il linguaggio. Una persona sana di mente comprende che prima viene la realtà e poi il linguaggio; il linguaggio è al servizio della realtà». Eppure la neolingua attuale pretende al contrario di costruire la realtà ex novo, di edificare nuovi mondi ideologici che non sono altro che castelli di parole privi di qualsiasi ancoraggio al reale. E in realtà «l’irrealtà del movimento ‘transgender’, infiammato dall’incendio selvaggio della rivoluzione sessuale in generale, dipende per la sua esistenza dalla supposizione che la realtà dipenda dalle parole, cosicché chiunque controlli il linguaggio, controlla anche l’universo». D’altra parte se l’uomo «non crede in Dio, si rivolgerà subito a qualche idolo, ceppo o pietra, se stesso, lo Stato, il sesso, qualcosa di stupido, salace o maligno come un cancro. L’uomo senza fede diventa un credulone».

Ciò genera pesanti ricadute anche in ambito etico, perché «quando si crede che il bene e il male non siano realtà oggettive da scoprire con la ragion pratica e da onorare nel costume e nel diritto, e quando, inoltre, ci si sente dispensati dalla rivelazione di Dio, che in realtà non prevale sulla ragione ma ci offre un chiarimento, dando alla nostra ragione un supporto, allora non resta altro che credere che ‘bene’ e ‘male’ siano cose soggettive, relative a chi le valuta e alla società cui egli fa riferimento». Di qui, relativamente alle questioni bioetiche e alla pratica dell’utero in affitto, Esolen afferma senza mezzi termini che in quest’ottica «l’essere umano viene valutato per la sua utilità», nella misura in cui «il bambino è o non è strumentale alla realizzazione dei miei desideri». Fortunatamente, però, «il mondo non obbedisce alle leggi dell’Irrealtà».

Insomma la battaglia dei nostri giorni è una battaglia teologica, una «rivolta contro Dio e l’ordine del mondo che Egli ha creato», per cui nel volume di Esolen non c’è solo la pars destruens, ma anche e soprattutto una cospicua pars construens con la proposta concreta di un percorso di ricostruzione per un rilancio della ‘città di Dio’. D’altra parte «in un istante, Gesù ci dona ciò che è più umilmente reale del nostro pane e del nostro vino, e più eccelso delle nostre più alte concezioni della divinità; è “l’immensità claustrata nel tuo caro ventre”, come dice John Donne della Vergine Maria, o il regno di Dio in un granello di senape. Penso a quel Santissimo Sacramento, e non c’è porzione infinitesimale dell’universo materiale che non risplenda di possibilità di gloria, e non c’è infinità di divinità che Dio non possa ospitare entro le mura della materia: un grembo, una mangiatoia, un uomo che prega nel deserto, un uomo sofferente su una croce, un corpo deposto in un sepolcro, un Salvatore risorto nella Gloria; un granello di senape, un pensiero, un impulso della volontà per trasformarsi, essere convertiti ed essere reali».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

 

Carlo Acutis, il beato che insegna a vivere da originali

La santità è sempre originale. Non esiste santo uguale a un altro, nessuna fotocopia, poiché ciascuno è invitato da Dio a realizzare la propria originalità nel Figlio. Lo ha compreso e testimoniato Carlo Acutis con la sua giovane esistenza spesa interamente nell’amore a Cristo e al prossimo.

A un anno dalla beatificazione avvenuta lo scorso 10 ottobre e per la sua memoria liturgica il giorno 12 dello stesso mese, in Originali o fotocopie? (ESD 2021, pp. 216) padre Giorgio Carbone ripercorre la vita del giovane cresciuto a Milano, ridando voce alle sue parole e ai numerosi testimoni che lo hanno conosciuto e che sono stati ascoltati durante l’inchiesta aperta dall’arcivescovo della diocesi meneghina.

Padre Carbone conosce Carlo in occasione della “Festa del Timone” del 27 maggio 2006 mentre, «raggiante come una Pasqua», gli testimonia la gioia di «aver potuto parlare della presenza attiva e reale di Gesù nell’Eucaristia» durante quella giornata attraverso una mostra sui miracoli eucaristici molto ben documentata. Una mostra curata personalmente proprio da quel «ragazzo creativo e geniale», per dirla con le parole della Christus vivit di Papa Francesco, che «ha saputo usare le nuove tecniche di comunicazione per trasmettere il Vangelo, per comunicare bellezza e valori».

Per non morire come fotocopie inseguendo le mode del tempo, «Carlo aveva ben compreso e ne avevamo parlato tante volte che l’uomo rischia sempre di andare fuori strada, di allontanarsi dalla via tracciata da Gesù per ognuno di noi. Aveva sotto i suoi occhi molti esempi di come si possa facilmente sbagliare strada e trascorrere i giorni lontani dal Signore. Credeva fermamente che per non morire come fotocopie fosse importante ricorrere ai sacramenti», ricorda sua madre Antonia Salzano.

Educato alla fede principalmente dalla tata polacca Beata, è consapevole sin da piccolo che ogni uomo sia amato da Dio nella sua unicità come un «fuori serie», per dirla col cardinal Caffarra, e che «Dio è sempre con noi e non ci abbandona mai». D’altra parte, sottolinea l’autore, «Carlo è santo perché ha percorso la sua vita alla presenza di Gesù risorto. Non ha mai camminato solo».

Un’amica Vanessa, alla quale regala una Bibbia mentre la consola per la sofferenza che sta vivendo a causa della separazione dei genitori, così ricorda il suo giovane amico: «Carlo parlava di Dio come se fosse il più Bello. Ricordo che mi diceva che voleva essere luminoso e raggiante come Gesù e se avessimo tutti messo in pratica gli insegnamenti di Gesù saremmo tutti stati più belli e radiosi».

 «Non io, ma Dio», ripete spesso, esortando a ricercare «non l’amor proprio ma la gloria di Dio», perché «Dio mi faccia diventare santo». Nonostante la giovane età Carlo matura gradualmente la ferma convinzione di voler vivere per Cristo nella semplicità della quotidianità. Perciò al suo amico annoiato ribadisce con forza che «la vita è un dono che Dio ci ha fatto troppo prezioso e bisogna apprezzarne ogni istante». Certo egli sa bene che siamo «tutti invitati a salire sul Golgota e a prendere la nostra croce» e nello stesso tempo che «una vita sarà veramente bella solo se arriverà ad amare Dio sopra ogni cosa e il prossimo come noi stessi, e che per fare questo abbiamo bisogno dell’aiuto di Dio che ci viene dato attraverso i sacramenti, in modo speciale l’Eucaristia». Di qui egli ammette con semplicità: «Ogni tanto vengo a raccontare le mie cose a Gesù».

La fede di Carlo si radica nell’amore a Gesù Eucaristica, definita «la mia autostrada per il cielo», la «medicina dell’anima per eccellenza», «il cuore di Cristo», che gli fa preferire quotidianamente la Messa a tante cose superflue, nella consapevolezza che «il Santissimo Sacramento non opera completamente e una volta per tutte in ciascuno di noi. La frequenza è uno degli effetti principali. Sette volte a settimana nutre più che sette volte a intervalli». Carlo vuole «essere sempre unito a Gesù». Perciò, mentre si prepara a riceverlo nella Santa Comunione per «aumentare la nostra capacità di amare», gli dice: «Gesù, accomodati pure, fa come se stessi a casa tua». «Tutti siamo chiamati ad essere come Giovanni discepoli prediletti, uniti al suo Cuore eucaristico», ripete ai genitori. E prega il Padre: «Dacci oggi anche l’Eucarestia quotidiana».

Consapevole che «il Sacro Cuore di Gesù è l’Eucaristia», Carlo ritiene «Gesù molto originale, perché si nasconde in un pezzetto di pane, e solo Dio poteva fare una cosa così incredibile». Di qui egli ritiene che «il momento decisivo per chiedere al Signore le grazie è quello della consacrazione durante la celebrazione eucaristica, quando il Signore Gesù Cristo si offre al Padre. Chi più di Dio che si offre a Dio può intercedere per noi?».

«Maria l’unica Donna della mia vita» esprime la devozione di Carlo alla Madonna, alla quale si consacra aderendo alla Compagnia di Maria Riparatrice. Il giovane testimonia tale legame alla Madre e al Figlio sin da piccolo quando, fiero di indossare una medaglietta che la sua bisnonna gli aveva donato in occasione del suo battesimo, che da un lato raffigurava il Sacro Cuore di Gesù e dall’altro la Vergine, afferma con gioia: «Così Gesù e la Madonna li avrò sempre vicini al mio cuore».

Come la sua fede, anche la sua carità è umile. Carlo cede la merenda ai compagni di classe e ne scusa la furbizia, dicendo: «Tanto oggi non avevo fame». Allo stesso modo, ricorda l’amica Vanessa che, «quando uscivamo insieme per una passeggiata e lui aveva con sé la sua paghetta, se vedeva qualche povero, gli dava i soldi senza tenere nulla per sé. Lo faceva anche con i suoi giochi: me ne dava molti, io che non ne avevo nessuno». Giovane liceale, ‘scienziato informatico’, si spende con i compagni soprattutto contro l’aborto, «uccisione di un innocente», e nella difesa della castità contro il dilagare della pornografia e dell’autoerotismo.

Egli comprende il vero segreto per essere felici già qui sulla terra in vista del cielo: «La tristezza è lo sguardo rivolto verso se stessi e la felicità è lo sguardo rivolto verso Dio». D’altra parte lo ribadisce espressamente: «Il mio amore vero è per Gesù». Un amore che si premura di contribuire alla salvezza delle anime, pregando per i peccatori. Egli stesso si meraviglia del fatto che «se veramente le anime rischiano la dannazione, non si parli quasi mai dell’inferno».

«Il Signore mi ha dato una sveglia» è il suo pensiero all’indomani della diagnosi di leucemia fulminante. E con una serenità disarmante, mentre da una parte presagisce la morte imminente nelle parole «Mamma, da qui non esco vivo», dall’altra pensa «alla gente che soffre più di me». Per loro offre tutto quello che soffre: «Offro la mia vita per il papa, per la Chiesa, per non fare il purgatorio e per andare diritto in paradiso».

«Carlo nella sua esistenza ha incontrato più volte l’agnello nella sua simbologia», rileva infine padre Carbone. Il pasticciere gli aveva preparato per il battesimo una torta a forma di agnello; i genitori gliene avevano regalato uno di peluche e, una volta, un agnellino gli tagliò la strada mentre era in auto con i genitori. Insomma «Cristo l’ha afferrato e Carlo si è lasciato conquistare» per cui, conclude l’autore, «ora sta con l’Agnello nella sua reale consistenza, cioè partecipa alle nozze dell’Agnello immolato per noi fin dalla creazione del mondo».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

La preghiera secondo il Monastero Wifi

Comincia con le lodi mattutine in una basilica di San Pietro gremita il Terzo Capitolo del Monastero WiFi, perché «la preghiera innanzitutto si fa». Ripercorrendo la parabola esistenziale agostiniana, dal momento che «le Confessioni sono la più lunga preghiera mai scritta», Mons. Antonio Grappone sottolinea che ogni preghiera «richiede una relazione autentica con il Padre, poiché se non comporta la conversione, ossia il desiderio di vivere nella volontà di Dio, non è nemmeno preghiera».

La preghiera «è elevazione dell’anima a Dio e domanda di beni convenienti», recita il Catechismo della Chiesa. Dunque, prosegue Mons. Grappone, «non è una tecnica per ottenere risultati e non ha nulla a che vedere con lo yoga, bensì è risposta a Dio ci precede sempre nell’amore». Di qui «la qualità della preghiera non dipende dal nostro sforzo, funziona pure se hai mal di testa o stai cascando dal sonno, perché Dio conosce il nostro cuore. Consiste nel riconoscere la propria miseria dinanzi all’amore del Padre. Le parole che pronunciamo non sono nostre, sono parole di un Altro, (basti pensare al Padre Nostro e ai Salmi), che siamo però invitati a fare nostre». In questo modo, «riconciliandoci con Dio, la preghiera ci restituisce a noi stessi». Insomma la preghiera «non è mai tempo perso, perché Dio sa ascoltare, anche ciò che non riusciamo a esprimere». E relativamente ai periodi di aridità e desolazione spirituale, Mons. Grappone ricorda che il Padre permette tali momenti per insegnarci la gratuità e farci crescere spiritualmente, affinché possiamo essere riconoscenti al Suo amore, al di là della dinamica del do ut des nella quale comunemente ci rivolgiamo a Lui. In sostanza, il «frutto più prezioso della preghiera è la perseveranza nella fede, nella speranza e nella carità; in questo senso “chi prega si salva” (Sant’Alfonso)».

Comincia pregando due volte, ossia con il canto, la sua catechesi padre Maurizio Botta: «E chi non cerca Cristo non sa quello che cerca / e chi non vuole Cristo non sa quello che vuole / e chi non vuole Cristo non sa quello che ama». Poi, nel rilevare cosa dice la Parola di Dio della preghiera, si sofferma sulla preghiera di Gesù: «Il Padre nostro ti dà l’ordine dei desideri, è il modo per non sprecare parole cercando di convincere Dio delle cose di cui abbiamo bisogno. Le prime tre richieste segnano la brama del regno di Dio; il ‘nome’ è l’invocazione della potenza santificante di Dio. La richiesta del pane non è solo richiesta di ciò che ci serve quotidianamente e dell’Eucarestia, come solitamente viene interpretata, ma dello Spirito Santo; è la richiesta di un cuore misericordioso, per chiedere a Dio che ci liberi da Satana, dal rimanere invischiati nel risentimento, nel rancore, per non essere indotti alla spietatezza verso il fratello».

«Dentro o ti parla il demonio o lo Spirito Santo, c’è un mormorio continuo». Lo sottolinea molto bene don Pierangelo Pedretti che affronta il tema del combattimento nella preghiera. «L’inganno di abbassare la guardia è voluto dal maligno. Perciò occorre pregare ogni giorno perché il suo potere non ci domini». Citando i padri orientali, la filoautìa (l’amore smodato di sé) e la gastrimarghia (‘follia del ventre’) di Evagrio Pontico in particolare, richiama un’immagine loro cara, secondo la quale i demoni ci osservano e ci spiano, anche se non conoscono quello che c’è nel nostro cuore. Perciò il maligno comincia a tentarci con la suggestione, attraverso una fantasia allettante che ci invita a conversare con essa, ma finché non le si acconsente con la volontà, non si commette peccato. Poiché «siamo attaccati sempre sulle stesse cose», occorre anzitutto «imparare a lottare e restare svegli nel combattimento»; poi «custodire il cuore, “un giardino che, senza Gesù diventa un inferno” (Origene)». Un esercizio pratico? «Cominciare col chiedere ai propri pensieri: “Di chi sei?” e combattere i vizi, i quali diventano come un’altra pelle che il diavolo ci mette addosso, per cui scambiamo il male per il bene e giustifichiamo il nostro agire in base ai nostri comportamenti».

Sul frutto della preghiera si sofferma don Massimo Vacchetti. «Dal punto di vista agronomico il frutto non serve solo al nostro nutrimento, ma anche a veicolare il seme. La preghiera rinnova sempre l’efficacia della vita divina in me. Di qui il primo frutto della preghiera è la coscienza della propria figliolanza, la coscienza che sono figlio di Dio». Con un affondo sul contesto attuale, don Vacchetti evidenzia come questo non sia un tempo in cui mancano soltanto i ‘padri’, ma in cui mancano anche i ‘figli’. «Il secondo frutto della preghiera è la coscienza della Chiesa, la consapevolezza che la salvezza che chiedo per me è per tutti. Il terzo frutto è l’abbraccio del dolore degli altri nella carità. Insomma il frutto della preghiera è Cristo, il Corpo dato a noi perché diventiamo suo Corpo e, per l’azione del Suo Spirito, nuove creature».

«Chi fa le cose a partire da se stesso arriva a se stesso, chi le fa a partire da Dio arriva a Dio», afferma don Fabio Rosini nel corso dell’omelia. «La preghiera non è cercare Dio, ma farsi trovare da Dio, non è opera nostra. È stare come bimbi e farsi salvare, perché da questa esperienza di grazia deriva la nostra forza. La forza della preghiera è nella consapevolezza di dipendere, poiché non posso fare da solo. Pregare è come prendere il sole!», esclama ancora don Fabio Rosini mentre commenta la preghiera dell’angelo custode, la quale «ci dice che io sono un tesoro da custodire e che quando sto davanti a Dio come figlio, ho intimità con Dio, Dio è nemico dei tuoi nemici (laddove noi, invece, facciamo amicizia coi nostri ‘nemici’. Dio non è il nostro ‘compagnone’!) e l’angelo ti fa conoscere il Suo volto».

L’episodio dell’emorroissa è emblematico della preghiera del cuore. Lo rivela don Luigi Maria Epicoco, sottolineando «l’incontro personale profondo con Dio nella preghiera che risignifica la nostra vita. Perciò chi prega si salva. E si può pregare col corpo, con le emozioni, con gli affetti e il ragionamento e, se tutto ciò esprime una relazione, allora è preghiera autentica. Ma il vero luogo dove Dio abita è il nostro cuore». Allora «fare la preghiera del cuore è permettere a Dio di fare del nostro cuore quello che vuole. Non bisogna far nulla, ma lasciare a Dio di pregare in noi, allo Spirito di evangelizzarci, cioè di lavorare, consolare, guarire e cambiare i nostri pensieri, parole e sentimenti per assumere lo stesso pensare e sentire di Cristo e rendere presente il Figlio come Egli rende presente il Padre».

E dinanzi a questa presenza viva e vera di Cristo il popolo del Monastero WiFi si è ritrovato in ginocchio durante l’adorazione eucaristica finale guidata da don Vincent Nagle per riscoprire cosa significhi adorare: lasciarsi amare e trasformare dallo Spirito Santo, ‘ospite dolce dell’anima’, a immagine del Figlio.

Fonte: Il Timone

Nuovi delitti nella camera chiusa, cercando il colpevole

Crimini e omicidi inspiegabilmente commessi all’interno di un ambiente chiuso da cui il colpevole è riuscito in qualche modo a far perdere le proprie tracce; enigmi apparentemente insolubili in attesa di una soluzione. Ruotano intorno a questo intrigante topos della letteratura gialla i Nuovi delitti nella camera chiusa di Rino Cammilleri, quattordici storie inedite che danno non poco filo da torcere agli investigatori protagonisti, chiamati a spremersi le meningi e a muoversi con prudenza e intelligenza tra gli indizi lasciati dal colpevole, nel tentativo di ricostruire il caso e la scena del crimine.

Tornano alcuni personaggi già apparsi nel primo volume Delitti nella camera chiusa, come l’inquisitore del XIII secolo Corrado De Tours e don Gaetano Alicante, prete dell’Ottocento – protagonisti anche dei romanzi L’inquisitore e Immortale odium de Il Kattolico – e personaggi singolari, come l’ispettore Shylock Homer, perseguitato dalle somiglianze con il suo celebre quasi omonimo.

Gli scenari delle vicende narrate sono molteplici; vi sono racconti che si svolgono in tempi lontani e poco tecnologici, come la Napoli dell’Ottocento, e altri ambientati invece in luoghi dal sapore esotico, come il Giappone contemporaneo o in città distopiche. Per dirla con lo stesso autore, «alcuni dei racconti di questa nuova raccolta sono ‘storici’, ambientati in epoche in cui il massimo della tecnologia era la polvere da sparo e uno, per fare danno senza pagar dazio, doveva spremersi il cervello. Così come ho fatto io».

Diversi delitti raccontati con dovizia di particolari hanno sullo sfondo la grande storia, come si evince anche dalle descrizioni dei protagonisti. Di don Gaetano Alicante l’autore scrive che, «prete in Napoli, era di vocazione tardiva, adulta, come si diceva. Prima era stato gendarme e, anzi, aveva raggiunto un certo grado nelle forze dell’ordine. Ma, buon cattolico, a un certo punto non aveva sopportato più il clima anticlericale che il nuovo regime piemontese aveva instaurato. E si era fatto prete, non sapeva nemmeno lui se per dispetto o per vera inclinazione». Insomma una sorta di novello padre Brown richiamato dagli ambienti curiali per risolvere spinose indagini di polizia «che alla polizia vera e propria non era il caso di andare a raccontare», come il caso di una contessa con simpatie neoborboniche trovata morta nella sua camera a seguito di una pseudo ‘combustione spontanea’.

Un’altra scena del crimine ha come retroterra il contesto culturale del Giappone, in cui «lo Stato è tutto e l’individuo nulla»; nel quale lo shogun aveva vietato il cristianesimo e primo paese al mondo per denatalità con un popolo «di formiche operaie che schiattava di fatica».

Relativamente al contesto inglese dopo lo scisma anglicano, colpisce in un racconto la descrizione de la ‘Perla del Tyburn’, al secolo Margaret Ward (proclamata poi santa), la quale «con una nobiltà che commosse tutti, dichiarò che la sua fedeltà alla Regina non era mai venuta meno, tuttavia nessuno poteva chiederle di rinunciare alla sua religione. La Regina avrebbe potuto garantirle, certo, una vita comoda su questa terra, ma non la salvezza della sua anima. Se era costretta a scegliere, optava per quest’ultima. Piuttosto che rinnegare il vero Dio e la vera Chiesa preferiva sacrificare la vita. E talmente era convinta di ciò, che di vite ne avrebbe sacrificate anche più d’una se fosse stato possibile averne molte. Se era colpevole, la sua sola colpa era di avere sottratto un innocente a una fine ingiusta. Lei e Richard Watson dovevano essere uccisi solo perché seguivano la propria coscienza? Da quando in Inghilterra era diventato un grave reato punito con la pena capitale l’aver seguito la religione dei padri, il Regno un tempo felice era diventato un regno del terrore».

Tra i casi misteriosi che accadono in stanze inspiegabilmente chiuse e impenetrabili si colloca anche quello di un «uomo che aveva ucciso la moglie, aveva finto che la porta fosse chiusa dall’interno per convincere gli inquirenti che la poveretta si era suicidata in preda a crisi depressiva». Allo stesso modo, hanno fatto credere senza difficoltà al popolo che una strega condannata al rogo si sia impiccata. Sul banco degli imputati siede poi chi riesce ad avvelenare il malcapitato nei modi più impensabili; che si tratti della griglia del condizionatore dell’aria o di una rara conchiglia fatta pezzi e data in pasto da un inserviente alla vittima da eliminare.

Come i Delitti nella camera chiusa anche i Nuovi delitti nella camera chiusa di Cammilleri sono, nella loro brevità, racconti avvincenti di cui si può svelare ben poco, se non che, in un clima di tensione, mistero e suspense, sospingono il lettore a non indugiare oltre per giungere quanto prima alla scoperta del ‘colpevole’.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Le ragioni della fede in un libro-dialogo tra zio e nipote

«Si può rifiutare Dio dopo averlo conosciuto? Oh, sì, Lucifero lo ha fatto. Allora è possibile che in Dio ci sia qualcosa di non amabile? No, certo. Il fatto è che Lucifero amava di più se stesso». Proprio perché si può amare solo ciò che si conosce, per dirla parafrasando Sant’Agostino, risulta particolarmente proficua la lettura del recente volume di Rino Cammilleri, Il cattolicesimo spiegato a mio nipote Nicola che fa il liceo. 2° round (Cantagalli 2021, pp. 360).

Nel libro il Kattolico – firma cara ai lettori de La Nuova Bussola – torna a illustrare contenuti della fede e fatti di storia del cristianesimo in dialogo con suo nipote, per soddisfarne curiosità e desiderio di verità, rispondendo con chiarezza, rigore e solide argomentazioni anche alle domande scomode. Tutto è cominciato quando Nicola, nipote dello scrittore di ‘cose cristiane’, è venuto a chiedere allo zio qualche dritta per polemizzare col suo insegnante di religione.

Relativamente all’amore degli sposi, lo zio ricorda al giovane liceale che «l’amore non è l’euforia iniziale; non viene prima, ma dopo, semmai. Dopo anni e dopo che hai deciso – sottolineai con forza l’ultima parola – di volere bene al tuo coniuge. Volere bene. Volere. È un atto della volontà, non dei ferormoni». E sul celibato dei preti, senza perdersi in disquisizioni teologiche, Cammilleri sottolinea che «un pastore che non si sposa è tutto per il suo gregge, uno con moglie deve dividere il suo tempo e la sua attenzione. E se non andasse d’accordo con la moglie? Con quale autorità potrebbe dare consigli ai penitenti coniugati? E se dovesse dividersi?». D’altra parte, aggiunge ancora nel merito, che «i supporter del matrimonio dei preti sono, curiosamente, gli stessi che sparano a palle incatenate sul ‘nepotismo’ dei papi e dei cardinali nella storia. E vorrebbero riproporlo in scala generale? È chiaro che se tieni famiglia pensi prima a questa e poi al resto».

Sul ‘nepotismo’ dei papi che pensavano prima ai propri familiari, il Kattolico rileva che «per la mentalità medievale chi faceva carriera e non beneficava la famiglia era semplicemente riprovevole, un ingrato. Oggi la pensiamo in modo diametralmente opposto. Tre secoli di rivoluzioni egalitarie hanno inculcato il sentimento se non l’idea che ogni generazione dovrebbe ripartire da zero, senza poter contare su quel che i genitori hanno costruito o accumulato. Così, se uno fa i soldi o va in qualche modo al potere e ne approfitta per sistemare i parenti tutti mugugnano. Senza riflettere sul fatto che, potendo, farebbero lo stesso».

Cammilleri argomenta al di là del ‘politicamente corretto’ anche sulle crociate, evidenziando «come in termini economici furono una rimessa continua. Ma lo sai che per equipaggiare un cavaliere la spesa era equivalente a quella di un grosso Suv odierno? Diversi nobili si rovinarono. Il re di Francia Luigi IX il Santo quasi prosciugò le casse del regno. No, il ragionamento economico è fuori questione. Solo la fede. Quelli a Nostro Signore Gesù Cristo credevano davvero e salvarsi l’anima era per loro più importante dei soldi. E della vita, dal momento che molti nel deserto ci restarono».

Riguardo al periodo rinascimentale, lo zio evidenzia al nipote che il Rinascimento fu davvero maschilista, perché recuperò i valori dell’antichità precristiana che era tale. E in effetti, è un retaggio del Cinquecento, e non medievale, il fatto che la moglie porti il cognome del marito.

Cammilleri dà risposte al giovane anche riguardo alla diffamazione di papa Pio XII, accusato di non aver denunciato a sufficienza i crimini nazisti; alla leggenda nera dell’Inquisizione, la quale in realtà di fatto «non metteva al rogo nessuno. Il rogo l’aveva inventato Diocleziano per il reato di lesa maestà (d’altra parte, il braccio secolare dipendeva dall’autorità civile). Anzi tale tribunale «ha inventato il processo moderno, con tanto di notaio verbalizzante, giuria, escussione di esperti». Sulla caccia alle streghe afferma ancora che i roghi ci son stati in specie nel Rinascimento, che rivaluta paganesimo, alchimia e magia, e principalmente «nel Nord protestante, in Germania e Svizzera, dove l’ultima strega fu bruciata addirittura nella seconda metà del Settecento. L’Inquisizione, anzi, salvò i sospettati nei suoi territori».

Relativamente alla conversione di San Martino e al celebre episodio che lo vede protagonista, quando divide il mantello con la spada per darne metà al povero, il Kattolico sottolinea che «il mantello degli ufficiali era foderato di pelliccia, e questa lui staccò per darla al mendicante. La notte, nella sua tenda, gli apparve Cristo rivestito di quella pelliccia. Cristo aveva proposto a Martino di mettersi al suo servizio. Martino, impressionato, accettò. E andò dai superiori a dire che intendeva lasciare l’esercito. Ma si era alla vigilia di una battaglia con gli Alamanni e la richiesta di Martino puzzava di vigliaccheria. Per mostrare che si sbagliavano, il giorno dello scontro Martino si mise in prima fila, ma disarmato. E, miracolo, gli Alamanni anziché attaccare mandarono ambasciatori a chiedere la pace».

Lo zio colto fornisce al nipote sempre risposte illuminanti e puntualmente contrarie alla cultura dominante su Galilei che «si spense con il nome di Gesù sulle labbra» e fu ‘esiliato’ in una villa che chiamavano “Il Gioiello”; su Bruno e Campanella; sull’evangelizzazione delle Americhe; sui convertiti al cattolicesimo nel mondo delle scienze, delle arti e di Hollywood.

 La stessa ‘chiusura delle donne in convento’ era d’obbligo per le figlie delle famiglie nobili secondo la mentalità culturale medievale quando non riuscivano a maritarle con un uomo dello stesso rango perché sarebbe stato un disonore per la famiglia. Allora si auspicava che almeno potessero far carriera nei monasteri e diventare badesse. Eppure Teresa d’Avila «trattava quasi da pari a pari con Dio»; Caterina da Siena invece «bacchettava i papi». La discriminazione delle donne è insomma tutt’altro che ecclesiale se si pensa che «alla Festa dell’Essere Supremo, divinità inventata dai giacobini, le donne furono ammesse in un settore separato, ed era la prima volta che ciò succedeva in Europa. Napoleone cementò la cosa col suo Codice civile, che diede tutto il potere sulla famiglia al marito».

 Riguardo agli eventi prodigiosi meno noti il Kattolico ricorda quando, durante la discesa napoleonica del 1796, la Madonna rivolse gli occhi agli astanti che la supplicavano nel duomo di Ancona. Napoleone ordinò di distruggere il quadro ma, dopo averlo preso tra le mani, ritirò immediatamente l’ordine, secondo quanto raccontano le cronache dell’epoca. Di lì «cento-centoventi immagini, soprattutto mariane, mossero gli occhi in quell’anno, e continuarono fino ai primi mesi del successivo. Centinaia di migliaia di testimoni, anche giacobini, protestanti, greci ortodossi, turchi». È noto poi che lo stesso Napoleone volle morire con il conforto dei sacramenti.

Relativamente alla fede islamica, lo zio fa notare altri elementi che certamente il nipote non ha trovato sui libri di scuola, tra cui l’obiettivo fondamentale di «sottomettere il mondo all’islam. Data la praticamente totale assenza di libertà, ogni spirito di intrapresa diverso dal commercio veniva di fatto soffocato nella culla, niente filosofia, niente arte, niente scienza. Da qui pirateria ai danni dei cristiani, e schiavitù come forza-lavoro. Sui territori conquistati, i sottomessi dovevano pagare la jizia, la ‘tassa di protezione’ ai padroni musulmani».

Insomma, attraverso il racconto di numerosi aneddoti storici intenzionalmente sottaciuti dal pensiero mainstream, Cammilleri offre una miriade di pillole d’apologetica e di ragioni della fede che mentre arricchiscono il lettore, lo rendono fiero di condividere la tradizione della cultura cattolica.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Libero! Un percorso concreto per uscire dalla pornografia

«Aiutare la persona a ricostruirsi in ogni dimensione e relazione: con se stessa, con gli altri e con la realtà». È questo l’obiettivo dell’itinerario per liberarsi dalla pornografia e ritrovare la propria libertà di amare proposto dal volume Libero!, pubblicato recentemente da Edizioni Porziuncola (2021, pp. 320), a cura di Jacquinet e De Vaux. Frutto dell’esperienza decennale di un’équipe francese coordinata da un sacerdote, il volume offre l’opportunità di un cammino di 40 giorni che accompagni il lettore in un progressivo lavoro di conversione, liberazione e ricostruzione di sé attraverso testimonianze, spiegazioni dei meccanismi psicologici, riflessioni spirituali ed esercizi pratici.

Se «identificandosi con la propria dipendenza si perde la stima di sè», è opportuno sentirsi ascoltati e supportati nella fatica del cammino di liberazione mediante l’accompagnamento di un confidente – che si tratti di un prete, un educatore o una persona di fiducia e buon senso – per non rimanere soli di fronte alle difficoltà. In alcuni casi, potrebbe anche essere necessario il ricorso a uno psicoterapeuta.

«Il comportamento dipendente ha come unico scopo il piacere immediato, un piacere però effimero che tradisce le aspirazioni più profonde del cuore umano» e, in questo modo, svia dal significato autentico che si è chiamati ad attribuire a ogni esperienza lieta o triste che si viva. Pertanto il primo passo consiste nell’interrogarsi sul senso della propria esistenza per recuperarlo. E in effetti, come afferma San Gregorio Magno, «sarebbe un folle il viandante che, notando graziose praterie lungo la strada, dimenticasse il fine del suo viaggio». Occorre altresì tener presente innanzitutto che «la sessualità può costituire un fattore di compensazione endemica del proprio vuoto esistenziale», per dirla con Viktor Frankl.

«Avevo perso la gioia di vivere, la limpidezza dello sguardo e soprattutto la lucidità dello spirito», racconta Michel, prigioniero della rete del cybersesso. Sono in tanti a giustificare dietro il comune ‘lo fan tutti!’ l’ossessiva ricerca di immagini hard per inseguire «piaceri solitari di natura narcisistica che aggirano la relazione» o per evitare di dover gestire la frustrazione di un diniego da parte di una ragazza in carne e ossa. Tuttavia è proprio dal riconoscimento della propria dipendenza che scaturisce il passo decisivo verso l’inversione della rotta mediante un processo di cambiamento.

Tale dipendenza rivela un «individuo che ha spesso una ‘doppia vita’, sempre timoroso di essere scoperto; vive il sesso in modo anonimo, senza affetto per i partner. Un circolo vizioso che comporta una grande sofferenza psicologica, un forte senso di colpa e di vergogna tali da generare un disturbo dell’umore con sfumature depressive che apparentemente svanirà, fino alla prossima volta», sino a quando cioè tornerà a ‘ubriacarsi’ di immagini con contenuti sessualmente espliciti.

Relativamente ai film a luci rosse, gli autori precisano che «gli attori sono trattati come corpi-oggetto senza importanza; l’assenza del simbolico trasforma lo spettatore in un voyeur e l’attrazione è così forte da sabotare la capacità di distaccarsi dall’immagine», in conformità al classico meccanismo alla base di ogni forma di dipendenza che genera assuefazione e ricerca spasmodica di immagini sempre più oscene e trasgressive. Essi presentano «violenza nei gesti (nessuna carezza, nessun bacio), violenza verbale (dialoghi pornografici, insulti), violenza dell’incontro, ridotto a un meccanismo di possesso senza fine».

Nel percorso di disintossicazione risulta perciò fondamentale guardare con positività al proprio corpo, liberare la memoria fisica e virtuale dalle immondizie immagazzinate e svincolare il desiderio dalla «tirannia dell’appetito sessuale che cede il passo alla soddisfazione immediata della voglia. La soppressione del desiderio uccide l’individuo nella sua capacità di relazionarsi, egli rinuncia ad attendere per affermare l’altro, per possederlo; è la porta aperta a qualsiasi mancanza di rispetto e a ogni tipo di violenza, contro se stessi e contro gli altri». E in effetti «la desensibilizzazione emotiva oscura l’intelligenza, diminuisce la capacità di empatia e riduce il senso di censura verso i comportamenti violenti».

Di qui, una delle conseguenze gravi di tale dipendenza è proprio che «l’altro è manipolato per dei fini personali», in quanto il dipendente ricerca esclusivamente l’appagamento del proprio bisogno che si sostituisce di fatto al desiderio. Inquinando la coppia nei suoi rapporti intimi per il coniuge ridotto a oggetto, la pornografia genera malessere e sfiducia mentre mina alle fondamenta la stessa relazione. Privando una persona della propria interiorità, di sentire le proprie emozioni e aspirazioni del cuore più profonde, le impedisce di amare con tutte le componenti del proprio essere.

Per liberarsi da una simile trappola, si tratta dunque di favorire un’attività fisica regolare sul piano corporeo; di curare le proprie ferite a livello psichico; di «decidermi a vivere» a livello esistenziale, ricercando il bene con libertà e responsabilità e di recuperare la relazione con Dio in ambito spirituale.

Tra gli esercizi pratici suggeriti per riscoprire il vero significato della sessualità e imparare ad amare nella libertà e nella verità è fondamentale riconoscere quotidianamente il ‘meteo personale’ per considerare le proprie emozioni; individuare le situazioni di pericolo e quelli di sicurezza; vegliare sullo sguardo; coltivare la speranza in specie durante le ricadute; imparare a gestire adeguatamente il tempo della giornata secondo le proprie priorità, includendo uno spazio per hobby e relax; vivere il presente; volere ciò che si fa; costruire relazioni autentiche; confidare nella potenza dei sacramenti, in particolare confessione e Comunione, e nelle preghiere di liberazione e alla Vergine Maria.

Delineando un cammino concreto basato sull’esperienza sul campo, questo volume ha il pregio di offrire per ciascuna tappa una pista di domande e schemi per la riflessione personale ed è corredata da una vignetta a fumetti molto incisiva che la racconta visivamente, talvolta con ironia, e in modo particolarmente efficace.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Le interviste impossibili, una fotografia del mondo attuale

Max Minimum è un giornalista de Il cretino – nome con cui s’identifica ironicamente il cristiano in francese – che, dopo aver rischiato la vita per mano di Don Vito Privacy detto ‘U mutu’, il boss dei boss, che vive all’insegna del «non dire né bene, né male di ciò che non ti riguarda», è pronto a intervistare «quei personaggi che sono sulla bocca di tutti: Verità, Inclusività, Buon Senso, Fake News, Bellezza. Gente così». Dalle dichiarazioni di questi personaggi e non solo nascono Le interviste impossibili (Il Timone 2021, pp. 141) di Tommaso Scandroglio – firma nota ai lettori de La Nuova Bussola –, in cui l’autore con buoni argomenti e pungente ironia interroga e fotografa il contesto attuale sui temi che lo caratterizzano.

La prima a parlare è Libertà, una bella donna sposata e non per questo meno libera, ripresa ad attaccare palle ai piedi della gente, perché «i doveri sono la strada obbligata per essere liberi». C’è poi Neutrella Inclusività, la quale indossa una tuta camaleontica che la rende invisibile e che lavora per la cancellazione di ogni discriminazione. Il suo prossimo obiettivo è la parità di dignità e diritti tra uomini e animali.

Chiara Verità, vedova del marito, il Cavalier Buon Senso, se ne sta in bilico su un traliccio dell’alta tensione. Dice di sé: «Un tempo ero di casa anche in Vaticano, ora non mi vuole più nessuno». Gli uomini in città preferiscono starsene al buio, in quanto l’oscurità «permette di creare un mondo che non c’è, in cui un uomo può credersi donna, un bambino nel ventre della madre può essere un grumo di cellule, una relazione omosessuale può diventare un matrimonio, una provetta si può trasformare nell’utero di una madre, un suicidio in un gesto di coraggio». Perciò viene costantemente scambiata paradossalmente per la Gran Contessa della Menzogna. Eppure ha un occhio blu e uno nero, perché col primo vede il bene, col secondo il male.

Nel diario del defunto Cavalier Buon Senso, ucciso dai sicari di Senso Comune, Max Minimun ritrova gli appunti di accesi diverbi col signor Libero Radicale che voleva a tutti i costi convincere il marito di Verità della bontà del divorzio in nome dell’amore finché dura e che propaganda la menzogna dell’aborto.

Poi Minimum visita Rainbow City, la città distopica per le persone LGBTQI+, dove si insegna il gender nelle scuole, l’80% degli ospedali è dedicato alla fecondazione eterologa e c’è una Chiesa in cui si può passare con fluidità da un credo all’altro. Nella città sotterranea abitano «i terrapiattisti del gender», i retrogradi secondo i quali i sessi sono soltanto due.

Monica Lisa Bellezza è scomparsa, se ne sta in disparte perché è stata picchiata. «I picchiatori più assidui sono Frivolia Moda, Orrindo Tatoo e Schifante Piercing – vengono sempre in coppia –, Stupiberto Social, Repella Pornia, Atrocia Mastoplastica dei Conti Addittivi, Deturpetta Cosmesi, Piertorto Tivvù e Ugly Influencer». Eppure il suo corpo si risana magicamente ogniqualvolta qualcuno ritorna a contemplarla quale volto di ciò che è buono, come dimensione estetica di un atto di generosità e amore.

Tra gli altri curiosi personaggi il giornalista incontra il Dottor Ateismo; Enza Coscienza, la quale «è nel cuore delle persone che abito, non certo nella mente. La testa serve solo come cassa di risonanza»; sua sorella Lorenza, la coscienza erronea, sposata con Gianproprio Tornaconto; i gemelli Fake e News Van Ballasten, che disorientano Minimum, poiché «le notizie rovesciano governi orientano i costumi, fanno fiorire o appassire le economie di intere nazioni, scatenano guerre, mettono alla gogna o santificano chi a loro piace».

Ci son poi il signor Destino, che guarda fisso davanti a sé impassibile perché è già tutto scritto, e la signora Provvidenza, la quale invece ricorda con l’astrofisico Stephen Hawking che, anche chi crede che tutto sia scritto si guarda attorno prima di attraversare la strada; d’altra parte, l’uomo propone e Dio dispone.

Costituzione ha le forbici in mano, poiché è stata sforbiciata in specie agli articoli 2, 3, 29, dal divorzio ai nuovi ‘diritti civili’. All’esame cui è sottoposta, Realtà risponde senza mezzi termini che l’eutanasia è un delitto e non un diritto e, relativamente alla contraccezione, replica «di essere per l’amore vero, non per quello di gomma». Sui movimenti proletari dice «che han sempre fatto molti poveri». Onni Scienza racconta invece di porsi quale obiettivo illusorio di tanti per far loro credere che «le cose siano chiare, certe, incontrovertibili».

A chiudere il giro delle interviste di Max Minimum è il dottor Egualitarismo con una battuta sul sincretismo religioso che pone tutte le fedi sullo stesso piano: «“Stesso Dio in cui credere”, mi permisi di aggiungere io. “E no, mio caro, discrimineremmo chi non vuole credere in nulla. Meglio eliminare il problema alla radice e votarsi tutti all’ateismo”».

Far tesoro delle risposte illuminanti raccolte da Max Minimum alter ego letterario del nostro Tommaso Scandroglio – è dunque il primo passo assolutamente necessario per un’adeguata comprensione del mondo in cui viviamo.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana