L’epidemia come politica. Il Covid spiegato da Agamben

«Un apparato ideologico espli­citamente totalitario, operando attraverso l’istaurazione di un puro e semplice terrore sanitario e di una sorta di religione della salute» diffonde quotidianamente «cifre prive di ogni consistenza scientifica». Ma «com’è potuto avvenire che un intero Paese sia senza accorgersene eticamente e politicamente crollato di fronte a una malattia?».

A questa domanda offre un’acuta risposta il filosofo Giorgio Agamben in A che punto siamo? L’epidemia come politica (Quodlibet 2020, pp. 112), una raccolta di riflessioni critiche sulle diverse fasi dell’emergenza sanitaria che stiamo vivendo. Il filosofo romano denuncia apertamente le conseguenze di uno ‘stato d’eccezione’ che anche nel nostro Paese ha di fatto sospeso alcune fondamentali libertà che invece sarebbero dovute rimanere costituzionalmente garantite. E in effetti pare che tale «minaccia alla salute abbia reso gli uomini disposti ad accettare limitazioni alla libertà che non si erano mai sognati di poter tollerare, né durante le due guerre mondiali né sotto le dittature totalitarie». D’altra parte, come la storia insegna, «lo stato di eccezione è il meccanismo che permette la trasformazione delle democrazie in Stati totalitari».

In tale prospettiva è fondamentale anche la gestione dell’informazione, in forza della quale «il governo ha istituito una commissione che ha il potere di decidere quali notizie sono vere e quali devono essere considerate false». Infatti, relativamente alle cifre diffuse, le cose non stanno propriamente come dicono, anzi si tratta di «una gigantesca operazione di falsificazione della verità», in quanto «dare una cifra di decessi senza metterla in rela­zione con la mortalità annua nello stesso periodo e senza specificare la causa effettiva della morte non ha alcun significato». E in effetti il presidente dell’ISTAT Blangiardo, relativamente ai numeri ufficiali del 2019, ha comunicato in una sua relazione che «nel mar­zo 2019 i decessi per malattie respiratorie sono stati 15.189 e l’anno prima erano stati 16.220. Incidentalmente si rileva che sono più del corri­spondente numero di decessi per Covid (12.352) dichiarati nel marzo 2020».

 Le contraddizioni sono all’ordine del giorno anche tra medici e virologi, che spesso «ammettono di non sapere esattamente che cos’è un virus, ma in suo nome pretendono di decide­re come devono vivere gli esseri umani».

Il mantra indiscriminato per tutti è allora quello del ‘distanziamento sociale(e non ‘personale’ o ‘fisico’ come ci si aspetterebbe), che sta preparando il terreno alla «definizione di una nuova struttura della relazione fra gli uomini», perché una «perpetua emergenza genera un bisogno costante di sicurezza». Si è dunque creata intenzionalmente «una gigantesca onda di pau­ra, causata dal più piccolo essere esistente, che i potenti del mondo guidano e orientano secondo i loro fini. Così, in un perverso circolo vizioso, la limitazione del­la libertà imposta dai governi viene accettata in nome di un desiderio di sicurezza che è stato in­dotto dagli stessi governi che ora intervengono per soddisfarlo».

Un’altra conseguenza etico-politica non trascurabile di tale ‘stato d’emergenza’ è «la pura e semplice abolizione di ogni spazio pubblico», dal momento che i «provvedimenti ci obbligano di fatto a vivere in condizioni di coprifuoco. Ma una guerra con un nemico invisibile che può annidarsi in ciascun altro uomo è la più assurda delle guerre». Durante il periodo di lockdown si è infatti assistito al paradosso di «sospendere la vita per proteggerla», in nome non di un’evidenza scientifica condivisa dagli esperti, ma di un fideismo scientista che rinnega ogni fede religiosa e si pone come verità assoluta, per cui «gli uomini non credono più a nulla tranne che alla nuda esistenza biologica (separata dalla vita affettiva, culturale e spirituale) che occorre a qualunque costo salvare».

Dinanzi al dolore dei familiari dei pazienti morti ‘in isolamento’, Agamben si domanda «come abbiamo potuto accettare, soltanto in nome di un rischio che non era possibile precisare, che le persone che ci sono care e degli esseri umani in generale non soltanto morissero da soli, ma che – cosa che non era mai avvenuta prima nella storia, da Antigone a oggi – che i loro cadaveri fossero bruciati senza un funerale?».

 Ai giuristi lo studioso di biopolitica fa invece notare «l’uso sconsiderato dei decreti di urgenza attraverso i quali di fatto il potere esecutivo si sostituisce a quello legislativo, abolendo quel principio della separazione dei poteri che definisce la democrazia».

Da pensatore non cattolico, Agamben non risparmia critiche nemmeno alla Chiesa che, «sotto un Papa che si chiama Francesco, ha dimenticato che Francesco abbracciava i lebbrosi. Ha dimenticato che una delle opere della misericordia è quella di visitare gli ammalati. Ha dimenticato che i sacramenti si possono amministrare solo in presenza; che i martiri insegnano che si deve essere disposti a sacrificare la vita piuttosto che la fede e che rinunciare al proprio prossimo significa rinunciare alla fede».

Insomma, ora che «il cittadino non ha più un diritto alla salute (health safety), ma diventa giuridicamente obbligato alla salute (biosecurity)», è inaugurato «un nuovo paradigma di biosicurezza, al quale tutte le altre esigenze dovranno essere sacrificate. È legittimo chiedersi se una tale società potrà an­cora definirsi umana o se la perdita dei rappor­ti sensibili, del volto, dell’amicizia, dell’amore possa essere veramente compensata da una si­curezza sanitaria astratta e presumibilmente del tutto fittizia».

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Dio vive in Olanda, tra crisi di fede e semi di speranza

Sono trascorsi ormai dodici secoli da quando il monaco anglosassone Willibrord convertì i Frisoni, popolazione germanica che abitava l’attuale Olanda. Oggi l’arcidiocesi di Utrecht conta sulla carta solo 700mila cattolici. L’Olanda è infatti tra i Paesi più scristianizzati d’Europa e dell’Occidente, dove la Chiesa cattolica, un tempo gloriosa, fattasi alfiere dell’adeguamento al mondo, ha vissuto a partire dagli anni Sessanta una caduta impressionante.

Lo racconta Willem Jacobus Eijk – primate d’Olanda – nel recente volume-intervista a cura del giornalista Andrea Galli, Dio vive in Olanda – «Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?» (Lc 18, 8) (Ares 2020, pp. 136), che costituisce anche la prima biografia italiana dell’arcivescovo di Utrecht.

«La Chiesa in Olanda è libera dall’influenza dello Stato», proprio perché non riceve sussidi come l’8×1000 in Italia e ciò le consente sicuramente una maggiore libertà nell’esercizio del suo ministero. Senza soldi e con pochi fedeli laici diventa però difficile mantenere aperti e in buono stato gli edifici per il culto. Così «alcuni anni fa una parrocchia di una città dell’arcidiocesi ha dovuto chiudere in poco tempo 6 delle 7 chiese che aveva per evitare la bancarotta».

Rispetto alla recente pandemia, il vescovo di Utrecht ricorda che il fatto di esser «costretti a confrontarci con una malattia per cui non avevamo né una terapia né un vaccino, è stata l’occasione per prendere di nuovo coscienza del fatto che la nostra vita è nelle mani di Dio, della Divina Provvidenza».

Il cardinale Eijk racconta così la sua giornata tipo: «Mi alzo alle 5 e mezza, faccio la doccia, mi vesto e vado in cappella. Inizio il giorno con una preghiera a Dio e l’offerta di me stesso al Cuore Immacolato di Maria, per prepararmi al sacrificio della Messa, che inizio a celebrare tra le 6 e le 6 e un quarto, dopo di che mi fermo a meditare sulle letture del giorno, mezz’oretta, poi prego il breviario fino all’Ora Terza». Seguono la colazione, la lettura dei giornali, gli appuntamenti e le visite pastorali, il tempo per il Rosario pomeridiano e una breve passeggiata, la cena e una ventina di minuti per l’esame di coscienza davanti al tabernacolo prima di andare a letto entro le 23.

Figlio di madre cattolica e papà battista, Willem Jacobus viene battezzato a 6 mesi insieme alla sorella di 5 anni. Ma è la fede viva della sua maestra che gli fa conoscere Gesù. Così fa la Prima Comunione a 6 anni e da quel momento – afferma il presule – «il fuoco che lo Spirito Santo ha acceso in me mediante questa donna non si è mai più spento».

Affascinato dal suono dell’organo, ha imparato a suonarlo così come a servir Messa in qualità di chierichetto. Combattuto tra il desiderio di studiare medicina e quello di seguire Cristo sulla via del sacerdozio in seminario, diventa prima medico e, dopo alcuni giorni di esercizi spirituali, sostiene di non riuscire più a resistere «al desiderio di farmi prete».

Sacerdote, teologo morale e docente, è ordinato vescovo in un’Olanda che, com’è noto, ha fatto da apripista al suicidio assistito e all’eutanasia, all’infanticidio, ma anche alla liberalizzazione delle droghe. Tali politiche sono figlie della crescita economiche degli anni ‘60 e di «una cultura iper-individualista, che divenne secolarizzazione e accettazione di un’etica dell’autonomia, in base alla quale l’uomo ha il pieno diritto di disporre anche della propria vita».

Il declino della pratica religiosa nel Paese è invece successivo al Concilio Vaticano II. «Dal 1965 al 1975 – ribadisce il cardinale Eijk –  c’è stato un dimezzamento dei fedeli che andavano a Messa la domenica. Dopo il 1975 c’è stato un rallentamento ma non un’inversione di tendenza. Un’intera generazione di giovani ha lasciato la Chiesa nel giro di pochi anni e non ha trasmesso la fede ai figli, tranne eccezioni». Tuttavia se da una parte è innegabile che «adesso molta meno gente viene in chiesa», dall’altra occorre riconoscere che «quelli che sono rimasti sono più credenti e hanno una vita di preghiera, soprattutto se sono giovani».

Relativamente all’incontro personale con la croce, egli ricorda che «la tensione vissuta tra gli attacchi subiti (per le prese di posizione pubbliche su omosessualità e questioni bioetiche in ossequio al magistero della Chiesa, ndr) e le aspettative che sentivo su di me, non ha fatto troppo bene alla mia salute. Non voglio azzardare un rapporto di causa effetto, fatto sta che poco più di un anno dopo la mia ordinazione episcopale, mi trovavo in un monastero in Germania, mentre facevo colazione ho avuto di colpo una paralisi della parte sinistra del corpo e di una corda vocale. Si era verificata la rottura di un’arteria del cervello, con un infarto del tronco cerebrale». Ciò è stato motivo di grandi dolori e sofferenza.

Eppure, rispetto alla temperie culturale che imperversa anche nella chiesa olandese, egli denuncia apertamente che «le correnti della teologia morale che negano l’esistenza di norme assolute offrono alla gente delle soluzioni facili per le sfide che incontrano. Quello che descrive il Catechismo fa pensare al nostro tempo, anche al comportamento di coloro che sono chiamati ad annunciare la verità nella Chiesa. L’Anticristo alla fine dei tempi si manifesterà nella sua massima potenza, ma sappiamo che agisce già nel presente. Gesù ci ha messi in guardia nel Vangelo diverse volte. Il nostro compito è annunciare la fede e vivere la fede». Nella vita del cardinale Eijk tale annuncio si fa testimonianza credibile del Vangelo in un contesto culturale e sociale ostile, senza concedere spazio alla mentalità di questo mondo contraria ai gemiti dello Spirito.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

 

Dante, il Poeta che consolò anche nei lager

Ogni storia è storia di salvezza. Il lavoro del narratore, secondo la scrittrice cattolica Flannery O’ Connor, consiste proprio nel «descrivere l’opera della grazia in un territorio per lo più occupato dal diavolo». Lo ricorda Andrea Monda nella sua prefazione al volume del poeta e scrittore Nicola Bultrini, Con Dante in esilio (Ares 2020, pp.175), che mostra come siano in tanti, da Omero a Guareschi, tra artisti, romanzieri e poeti, a raccontare con parole o immagini ‘l’inferno’, ossia un’esperienza di dolore e catarsi, nella speranza di venirne fuori vivi.

Il viaggio dell’autore comincia nello Stalag VII A di Moosburg, a nordest di Monaco, in un campo di concentramento in cui è stato imprigionato suo nonno per due anni, per poi far tappa sul fronte del Carso dove il Capitano Giuseppe Reina scrive un romanzo/diario prendendone in prestito il titolo da un verso del V canto dell’Inferno: Noi che tignemmo il mondo di sanguigno. «Ovunque si combatte – scrive Reina – si sanguina e si muore sono uomini. Da tutto il sangue germinerà un’umanità rinnovata, perché avrà conosciuto compiutamente il dolore, la passione e la morte». Parole drammatiche sì, ma dense di speranza.

Al contrario il filosofo Adorno ha affermato che scrivere una poesia dopo Auschwitz sarebbe un atto di barbarie, quasi che l’arte non può che tradire la memoria del dolore vissuto nell’orrore dei lager. Eppure nell’impermeabile del poeta ungherese Miklos Radnoti, prigioniero nei campi di concentramento ungherese e morto a 35 anni, è stato trovato un taccuino con una poesia scritta per l’amico violinista trucidato poco prima di lui.

Sono dello stesso avviso Paul Celan e Primo Levi, ritenendo che la scrittura e la poesia fosse possibile dentro e fuori il lager proprio per «sottrarlo all’indicibilità». Lo ribadisce il poeta Davide Rondoni: «Tutta la sapienza vale qualcosa di più di niente solo se porta ad avere una posizione di fronte al dolore. Toccando il limite, nell’entusiasmo o nella paura, nasce l’opera d’arte».

L’arte dischiude all’anima lo splendore della verità. Lo testimonia tra gli internati Peter Gregor Schwake, che compone a Dachau varie opere musicali religiose, tra cui la Messa di Dachau per coro maschile e ottoni, che fu suonata per la prima volta nel settembre del 1944.

Anche Giovanni Guareschi è stato fatto prigioniero dai tedeschi nel 1943 ad Alessandria perché si rifiutò di disconoscere l’autorità del re e lì «rimase vivo anche nella parte interna. Guareschi è stato il curatore della ‘pagina’ umoristica di una straordinaria esperienza: quella del ‘giornale parlato’, secondo un modello in uso in diversi campi. Si trattava di giornali che venivano recitati, non potendo ovviamente essere stampati, tra i gruppi di prigionieri».

«Non abbiamo vissuto come i bruti», scrive Guareschi nel suo Diario sulla scia del verso dantesco. E lo commenta così: «Non ci siamo rinchiusi nel nostro egoismo. La fame, la sporcizia, il freddo, le malattie, la disperata nostalgia delle nostre mamme e dei nostri figli, il cupo dolore per l’infelicità della nostra terra non ci hanno sconfitti. Non abbiamo dimenticato mai di essere uomini civili, uomini con un passato e un avvenire. Con niente ricostruiamo la nostra civiltà».

Da lui e da altri testimoni scopriamo che nei lager si discuteva di letteratura e sorse addirittura una sorta di università, dove docenti e persone comuni si incontravano anche per la lectura Dantis dei canti della Commedia «per iniettare nell’aria limacciosa del lager l’ossigeno che permetta il sopravvivere dello spirito», come testimonia ancora l’ideatore di Don Camillo.

Tra le esperienze che i prigionieri ritrovano tra le pagine della Commedia vi sono «il viaggio, la costrizione, la privazione della libertà, la fatica fisica e mentale, la fame, la paura, la debolezza, e via dicendo, tutti elementi quotidianamente vissuti dagli internati. Anche la struttura del campo, la sua organizzazione, le sue vicende quotidiane, erano ampiamente riferibili alle situazioni descritte da Dante: i gironi infernali potevano ricondurre facilmente alle varie zone del campo, le bolge agli ambienti di lavoro, le torture alle torture, le pene alle punizioni e così via».

 Insomma «la parola di Dante ha una resistenza che dura nei secoli, che consente la sua ripetizione rivelando la straordinaria capacità di rinnovarsi ogni volta». Questo vale nei campi di prigionia, in esilio come fu per Dante e in ogni altra condizione umana. Si tratta perciò, ieri come oggi, insieme al Sommo Poeta, di «salvare la parola, che perde la sua funzione principe di espressione del pensiero e diventa elemento asettico di un segnale elettronico, impulso telegrafico, codice numerico informatico». E invece gli endecasillabi danteschi, per la loro forma, letti a voce alta, offrono persino la possibilità di un esercizio benefico anche per il corpo, nella misura in cui assecondano il ritmo della respirazione. Perché la vera arte in generale, e la poesia di Dante in particolare, non è strumento di evasione, ma al contrario possibilità di vivere più intensamente il reale e dunque respiro e sollievo per l’anima.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Come occorre pregare? Ce lo insegna il santo Newman

«Nel mondo ci sono due essere assoluti, di luminosa evidenza: io e il mio Creatore. La preghiera è una conversazione con Dio e, «per la vita spirituale, ciò che è il battito per il polso». Quest’espressione di John Henry Newman lascia trasparire da subito la consapevolezza del suo legame intimo e profondo con Dio mantenuto sempre vivo attraverso la preghiera. 

Il dialogo col Padre «divenne l’occupazione preferita di Newman, scandì tutti i suoi giorni, assumendo aspetti nuovi nelle fasi successive della sua vita. Essa lo accompagnò e lo confortò nel periodo in cui fu studente a Oxford; si fece più frequente e aperta agli altri quando fu nominato parroco della chiesa universitaria di St. Mary e tutor nel college di Oriel; divenne appassionata durante il movimento di Oxford nel 1833». Con la sua conversione al cattolicesimo divenne «più semplice, più fiduciosa», valorizzando maggiormente anche le pratiche di devozione popolare. Così Giovanni Velocci e Francesca Valente introducono i sermoni Sulla preghiera di John Henry Newman – recentemente riproposti da Jaca Book che sta pubblicando meritoriamente l’Opera Omnia del cardinale inglese in una nuova edizione – soffermandosi analiticamente sul valore che il cardinale riconosce al dialogo con Dio nelle sue diverse forme.

Abbeverandosi alle sue fonti – la Scrittura e la Tradizione dei Padri, ma anche i teologi anglicani e il Prayer Book – egli loda la misericordia del Padre affinché, una volta piegato il suo orgoglio, lo renda «un soldato fedele».

Anima orante, alla vigilia della sua ordinazione sacerdotale, prega così: «Fa’ di me il tuo strumento, usami, se vuoi, fammi a pezzi. Fa’ che io sia tuo, in vita e in morte, nella fortuna e nella sfortuna, nella salute e nell’infermità, nell’onore e nel disonore».

La preghiera lo sostiene anche nelle necessità materiali. Quando teme di non riuscire a saldare un debito si rivolge al Padre con fiducia e, rientrato in camera, trova una lettera con 35 sterline. Il cardinale inglese è solito comporre anche delle liste quali promemoria, del tipo: Pregare per…In parrocchia: vigilanza, instancabilità, presenza di spirito, dolcezza di spirito, semplicità, prontezza, immediatezza di risposte, amore, umiltà, discernimento degli spiriti. Nelle visite ai malati: modestia, misericordia, fiducia in Cristo, giudizio, cognizione, fermezza, candore. Nel catechizzare etc.: pazienza, gentilezza, cortesia, buon umore, chiarezza nell’esporre, sapienza. Verso i dissidenti: umiltà, carità, misericordia, pazienza, sapienza, parlare a proposito». Insomma la preghiera è per Newman l’anima di una vita autentica in vista della santità. Egli aveva infatti fatto proprio il motto di Thomas Scott: «La santità piuttosto che la pace».

Tra le preghiere preferite del cardinale c’è la recita dei Salmi. Di qui l’invito accorato innanzitutto a se stesso, poi ai fedeli, affinché «il Salterio di Davide sia familiare a ciascuno come le parole della sua bocca». Dà spazio anche alle mortificazioni e al digiuno da ogni dolce e bibita che non sia acqua, soprattutto in Quaresima, nella consapevolezza che «la più grande mortificazione è compiere bene il nostro dovere quotidiano».

Relativamente alla Santa Messa, contempla così il compiersi dei divini misteri: «Signore, tu sei morto per me e io in contraccambio mi consegno nelle tue mani». Devoto del Santo Rosario, quando durante la vecchiaia le sue mani si irrigidiscono, si fa comperare delle corone composte di grani sempre più grandi in modo da poterli sgranare con maggiore facilità. Una volta entrato nella Congregazione dell’Oratorio, compone splendide preghiere in onore di San Filippo Neri e meditazioni sulle virtù del ‘Pippo buono’.

Il cardinale inglese sostiene fermamente che «la preghiera, la lode, il ringraziamento, la contemplazione sono lo speciale privilegio e il dovere di un cristiano». Per questo motivo «non è fatto per abitare il cielo chi al linguaggio del cielo non si è abituato».

Rispetto alle diverse forme di preghiera, ritiene che «serbare un’accurata memoria di tutto ciò che Dio ha dato per noi» sia il cuore della preghiera di ringraziamento, mentre relativamente a quella di intercessione, precisa che «Cristo intercede in cielo e il cristiano in terra».

La preghiera ottiene anche effetti particolarmente benefici per l’orante, quali la sottomissione delle passioni, il distacco dal mondo, l’amore e l’unione con Dio, e soprattutto, la trasformazione interiore di se stessi. Per questo «l’uomo che prega non è più quello di prima»; ha l’ardire di chiedere al Padre: «Fa’ che io abbia nella mia persona ciò che tu hai dato a Gesù per natura», e così ogni virtù e dono, il fervore dello Spirito e la carità.

Al contrario «chi tralascia la preghiera non gode più della cittadinanza divina, ma corre anche il rischio di perderne il possesso». Perciò l’intera vita del cristiano deve esser preghiera, un cantico di lode e ringraziamento al Padre buono, «adorazione raccolta e servizio attivo» sulla scia evangelica di Marta e Maria, «aspirando a essere ciò che Cristo vuol far di noi».

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Suggerimenti per custodire una coscienza morale

«L’uomo è un mistero grande e inesplicabile. E non c’è nulla di più alto al mondo», scrive Dostoevskij. Lo stesso può dirsi della sua coscienza. Lo sostiene Giacomo Samek Lodovici  Docente di Storia delle dottrine morali e di Filosofia della storia all’Università Cattolica autore del recente volume La coscienza del bene (ETS 2020, pp. 201) sulla voce etica interiore, le sue deroghe alle norme, l’imputabilità morale e l’obiezione alle leggi.

L’autore distingue subito un duplice profilo della coscienza la quale è, in senso gnoseologico, innanzitutto autocoscienza, coscienza del non-io e del proprio io fisico-corporeo. Sotto il profilo morale si manifesta, invece, quale «valutazione dei propri atti morali». Naturalmente la coscienza in senso gnoseologico è condizione di possibilità della coscienza in senso morale. Se manca la prima, non può esserci cioè nemmeno la seconda.

Per i ‘maestri del sospetto’ la coscienza non è genuina nelle sue valutazioni, è frutto delle condizioni socioeconomiche (Marx); produce quel senso di colpa per cui l’uomo si mette «a fare a brani se stesso» (Nietzsche) o è il Super-Ego pronto a censurare (Freud). Eppure, come sottolinea l’autore, relativamente a Marx basti ricordare che la «coscienza di alcuni soggetti è capace di emanciparsi dall’ethos maggioritario» (es. i giovani de ‘La Rosa bianca’ rispetto al regime nazista); a Nietzsche si può replicare che la coscienza di aver fatto il bene «non produce scissioni nell’io, ma unifica e dà pace»; a Freud, invece, che la sua ricostruzione degli strati dell’Io è solo una mera ipotesi, smentita tra l’altro anche dalla recenti scoperte paletnologiche sul ruolo della donna nelle civiltà protostoriche.

Stando al suo etimo, la parola coscienza (composta da cum e scire) allude al ‘sapere con un altro’; a uno sdoppiamento di sé con sé; al «nucleo intimo della persona, dove egli si trova da solo con se stesso». Dunque la coscienza è nel contempo individualissima, ma anche capace di elevarsi al livello dell’universalità, nella misura in cui si interroga sul bene in sé, e non semplicemente sui vantaggi che può ottenere da una determinata azione per il proprio tornaconto.

Il professor Lodovici considera anche il peso delle emozioni per la coscienza, in quanto talvolta la supportano, talvolta possono al contrario offuscarla. Comunque grazie alla percezione spontanea del bene e del male; grazie a quanto apprende attraverso letture, riflessioni ed esperienze personali o dal racconto di esperienze altrui, soprattutto di uomini considerati più saggi, «l’essere umano acquisisce e affina una coscienza morale».

Senza dubbio «per colui che ritiene che la coscienza retta e formata sia quasi la voce di Dio, volere agire contro la coscienza significa voler agire contro quanto Dio indica». Occorre però farlo consapevolmente, poiché se si agisce con coscienza retta, ma per ignoranza incolpevole e invincibile, allora in tal caso un atto non è valutabile come moralmente riprovevole.

 «L’uomo pienamente morale vive piuttosto motivato dall’amore e le sue azioni pienamente virtuose sono espressioni di amore». Non si tratta di agire dunque assecondando ‘il dovere per il dovere’, bensì piuttosto in vista del bene altrui, valutando anche la possibilità di derogare legittimamente alle norme dello Stato quando queste violino la dignità della persona. Se le norme negative assolute vietano gli atti malvagi in nome del male da evitare (es. Non uccidere), quelle positive non sono mete in sé, ma «indicano all’uomo come raggiungere la sua fioritura, il suo compimento».

Per quanto riguarda il delicato tema dell’obiezione di coscienza, secondo la concezione classica, il giusto rifiuto di obbedire a un comando oggettivamente malvagio viene proclamato come un dovere da onorare in nome della verità sul bene, in nome di alcuni beni oggettivi da salvaguardare e che sono protetti dalla legge morale naturale oggettiva. Si tratta di una legge eterna, superiore alle leggi scritte degli uomini, messa a tema in modo mirabile nell’Antigone di Sofocle, secondo cui esiste «un giusto e un ingiusto per natura e a tutti comune» (Aristotele) che la coscienza umana è in grado di intuire e non può non riconoscere.

Per questo motivo, per dirla anche con Sant’Agostino, la coscienza è sostanzialmente un «santuario vasto, infinito. Chi giunse mai al suo fondo? E tuttavia è una facoltà del mio spirito, connessa alla mia natura. In realtà io non riesco a comprendere tutto ciò che sono. Ciò mi riempie di gran meraviglia, lo sbigottimento mi afferra. Eppure gli uomini vanno ad ammirare le vette dei monti, le onde enormi del mare, le correnti amplissime dei fiumi, la circonferenza dell’Oceano, le orbite degli astri, mentre trascurano se stessi». Questo stesso stupore prova Kant dinanzi al cielo stellato e alla ‘legge morale dentro di me’. È infatti proprio grazie alla coscienza conclude Giacomo Samek Lodovici che l’uomo «prende coscienza del bene».

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

I sette sacramenti spiegati da Fulton Sheen

«Ogni elemento è rivelatore di qualcos’altro. Guardiamo alla purezza del fiocco di neve e vedremo qualcosa della bontà di Dio. Il mondo è pieno di poesia, è un peccato volgerlo in prosa». In questa prospettiva l’universo stesso assume una valenza sacramentale, nella misura in cui ogni elemento visibile rimanda a un significato ‘invisibile’, la materialità al senso spirituale della realtà stessa. Tale consapevolezza traspare nella riflessione teologica e pastorale dell’arcivescovo statunitense Fulton John Sheen (1895-1979) condensata nel saggio I sette sacramenti, pubblicato nel 1964 e ora finalmente disponibile anche in edizione italiana (Ares 2020, pp. 252).

«I sacramenti trasmettono la vita divina o grazia», ricorda Sheen parafrasando il Catechismo. E in effetti «quando Dio ci ha creati, ci ha donato noi stessi. Quando egli ci ha donato la grazia, ci ha dato sé stesso». Di qui, prosegue l’arcivescovo statunitense, se quando è venuto tra gli uomini Gesù «si serviva della sua natura umana come strumento della divinità e delle cose materiali faceva segni e simboli per donare la sua misericordia, nello stesso modo ora si serve di altre nature umane e di altri elementi materiali quali strumenti per comunicare la stessa vita divina».

Esistono perciò «sette condizioni per condurre, a livello personale, la vita cristiana: 1) dobbiamo nascere spiritualmente, nel sacramento del Battesimo; 2) dobbiamo alimentare la vita divina nell’anima, con l’Eucaristia; 3) dobbiamo crescere nella maturità spirituale e assumerci in pieno le responsabilità di membri dell’armata spirituale della Chiesa, con la Confermazione; 4) dobbiamo guarire le ferite del peccato, con la Penitenza; 5) dobbiamo eliminare le tracce della malattia del peccato, con l’Unzione degli infermi; 6) dobbiamo vivere sotto il governo spirituale della Chiesa, grazie all’Ordine Sacro; 7) dobbiamo prolungare e propagare il Regno di Dio sulla terra, grazie al Matrimonio». Tutti i sacramenti sono stati istituiti da Cristo, necessitano di un segno esterno, hanno il potere di conferire la grazia e derivano la propria efficacia dal mistero fecondo della passione, morte e risurrezione del Signore.

«Cristo non ci inserisce in lui a meno che noi non ci offriamo a lui liberamente». Ciò è vero per il battesimo, ma in generale per ogni sacramento che testimonia tale desiderio di comunione del Figlio con i suoi figli nell’unità della Chiesa. E in special modo per l’Eucarestia, dal momento che «ogni cuore cerca la felicità fuori di sé, e poiché l’amore perfetto è Dio, allora il cuore dell’uomo e il cuore di Cristo devono fondersi in qualche modo».

Nel partecipare a tale mistero d’amore, «linfa divina del Corpo mistico di Cristo, di cui si nutre ogni membro», i fedeli sono invitati a pregare il Padre durante la consacrazione con queste parole: «La vera sostanza del mio essere, il mio intelletto e la mia volontà, cambiali! Transustanziali! Così che il mio io si perda in te e il mio intelletto sia uno con la tua verità e la mia volontà sia una cosa sola con i tuoi desideri! Non m’importa che restino le specie, le apparenze della mia vita; vale a dire i miei doveri, le mie occupazioni, i miei appuntamenti nel tempo e nello spazio. Ma ciò che io sono essenzialmente, lo dono a te».

La consapevolezza dell’arcivescovo statunitense di quanto accade durante la Santa Messa è così lucida e profonda, che lo porta a esclamare con convinzione: «Nessuna preghiera umana, nessun atto umano né abnegazione, nessun sacrificio è sufficiente a squarciare il cielo. Solo il sacrificio della croce può farlo ed è ciò che avviene nella Messa. Quando la celebriamo, per noi è come essere appesi alle sue vesti, aggrappati ai suoi piedi durante l’ascensione, stretti alle sue mani piagate mentre offre sé stesso al Padre celeste. Nascondendoci in lui, le nostre preghiere e i nostri sacrifici hanno il suo stesso valore».

Per quanto riguarda il sacramento della Riconciliazione, Fulton Sheen scrive che «il dolore dei peccati include necessariamente la risoluzione di non peccare più; non è solo un desiderio privo di risvolti pratici».

Relativamente al sacramento del matrimonio, l’arcivescovo statunitense precisa dapprima opportunamente la distinzione tra amore erotico e quello personale. Se «nell’amore personale non è possibile sostituire la persona, si ama questa persona e non un’altra; nell’amore carnale o erotico, dal momento che è necessario amare un’altra persona ma c’è solo l’amore di sé, è possibile trovare un sostituto di chi fornisce il piacere. L’amore sessuale sostituisce un’occasione di piacere con l’altra, ma il vero amore non conosce sostituzioni». Su questo amore personale si innesta quello cristiano «che ama ciascuno come potenziale o attuale figlio di Dio, redento da Cristo; è un amore che ama senza alcuna speranza di contraccambio. Ama l’altro, non per l’attrattiva, i talenti o la simpatia, ma per Dio». Di qui «la santità della vita coniugale non è qualcosa che ha luogo accanto al matrimonio, ma dal e attraverso il matrimonio. La vocazione sponsale è una chiamata alla felicità che implica la santità». Infatti, tra marito e moglie, «c’è un ritrovarsi che genera una nuova vita e ne fa una trinità terrena».

Insomma è «dal momento in cui la natura si è ribellata, quando si è ribellato l’uomo, che anche Dio se ne serve per santificare gli uomini nella forma dell’acqua, del grano, dell’uva, dell’olio e dei gesti umani. Grazie ai segni visibili riceviamo la grazia invisibile. L’acqua ci aiuta a capire che veniamo purificati; una mano che si eleva tracciando un segno di croce e pronunciando parole di assoluzione, ci mostra il perdono della Croce che si riversa sulle nostre anime; l’apparenza del pane ci aiuta a comprendere che veniamo nutriti dal vero Pane della vita. Benché tutti conferiscano la grazia, un sacramento sorpassa gli altri in dignità e tutti guardano a esso: si tratta dell’Eucaristia. Gli altri sacramenti donano la grazia, ma l’Eucaristia dona l’autore della grazia. Gli altri sacramenti sono fiumi di grazia, l’Eucaristia è la sorgente». È questo il cuore della vita sacramentale illustrato con semplicità e sapienza teologica da Fulton Sheen.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Risposami, consigli perchè duri per sempre

Avere il coraggio di scegliere ogni giorno la persona che si è scelta il giorno del sospirato ‘sì’. È questo il segreto di un matrimonio felice che estirpi alla radice ogni pseudo ‘crisi di mezz’età’, rinsaldando l’amore di coppia. Lo illustra, nel solco della sua esperienza professionale di consulente di coppia, Mariolina Ceriotti Migliarese – neuropsichiatra infantile e psicoterapeuta – nel suo recente saggio Risposami (Ares 2020, pp. 184).

In amore occorrono creatività e capacità di rimettersi in gioco con umiltà ogni giorno. E ciò vale tanto più nella società attuale, nella quale «le coppie vivono una contraddizione sempre più profonda tra le loro legittime aspettative di felicità, i loro buoni progetti di vita e le concrete difficoltà che incontrano per realizzarli»; nella quale non può essere data più per scontata né «l’attribuzione di compiti e ruoli; né la progettualità generativa». Oggi esistono molte «coppie innamorate ma fragili», con una scarsa maturità sul piano affettivo, per cui risulta necessario «mettere a fuoco cosa rende il matrimonio una relazione così specifica, ricca e insieme complessa».

Nel focalizzare il tema, la dottoressa Ceriotti Migliarese riprende anche storie ed esperienze concrete di alcuni suoi ‘pazienti’ che hanno vissuto una ‘crisi di coppia’ all’interno del proprio matrimonio, dalla quale sono poi usciti fortificati nel loro amore proprio grazie all’aiuto esterno che hanno avuto il coraggio e l’umiltà di richiedere in tempo utile. Approfondendo alcune dinamiche disfunzionali della propria relazione, ne hanno così apprese gradualmente altre più consone a un fecondo rinnovamento del loro rapporto di coppia.

In tale prospettiva è fondamentale «che marito e moglie imparino a leggere in tempo i segnali di malessere dell’uno o dell’altra e a confrontarsi su di essi con piena libertà alla ricerca di equilibri nuovi». Minimizzare o evitare di affrontare i problemi non fa che ingigantirli, in quanto si perde progressivamente «la capacità di rispondere in modo soddisfacente al bisogno vitale di sviluppo dell’uno e/o dell’altra».

Tuttavia – sottolinea la stessa psicoterapeuta – spesso una crisi matrimoniale profonda segna «la fine di un certo modo di quella coppia di stare in relazione», generando una consapevolezza inedita del fatto che «perché un rapporto possa riprendere a vivere con pienezza è necessario un lavoro specifico di decodifica e ricostruzione, che può iniziare solo dalla decisione consapevole di rifondare, su basi nuove, la relazione stessa».

Il legame matrimoniale, «che ha come presupposto condiviso l’impegno reciproco alla continuità e alla durata, è davvero una storia nella quale ciascuno dei due è l’unico, vero testimone della vita dell’altro», dal momento che lo osserva costantemente in situazione e ne conosce i lati più nascosti di cui nemmeno egli stesso è talvolta consapevole. D’altra parte «solo quando l’orizzonte è davvero quello del ‘per sempre’ – evidenzia opportunamente la dottoressa Ceriotti Migliarese – il rapporto tra l’uomo e la donna acquista il sapore speciale delle grandi avventure, di quelle che impegnano la fantasia e il coraggio, e che ci obbligano a confrontarci continuamente con noi stessi». La sfida più grande che il matrimonio esige consiste nell’accettare di essere «indifesi uno davanti all’altra senza possibilità di barare», in un rapporto dinamico di incontro-scontro che non manca mai anche in una coppia ‘sana’.

Dinanzi alle storie concrete di delusioni e tradimenti, che pure la dottoressa racconta, «la cosa più importante non è stabilire i fatti nella loro oggettività, o sforzarsi di ricostruire come sono andate le cose (magari cercando nel terapeuta colui che sentenzia su chi ha ragione); è importante invece introdurre una lettura nuova e condivisa delle due soggettività, imparando a dare piena legittimità a due punti di vista talvolta anche molto differenti».

Una fonte di energia positiva per la coppia in crisi è offerta frequentemente dal racconto che marito e moglie possono fare del proprio innamoramento. L’innamoramento è infatti quella fase d’entusiasmo iniziale, cui segue l’‘idealizzazione’, in virtù della quale ciascuno «percepisce in modo forte e preciso qualcosa del vero Sé dell’altro, prima che l’altro si sia davvero rivelato a noi». Dopo questa tappa si affaccia invece il disincanto o la ‘de-idealizzazione’, un confronto sempre più serrato con la nuda realtà dell’altro, perciò si pone per la coppia l’esigenza di una ‘riorganizzazione’.

Senza dubbio «una tra le cose più difficili della vita di coppia, è quella di trovare il giusto equilibrio tra ciò che dobbiamo imparare ad accettare e ciò che possiamo (a volte dobbiamo) chiedere all’altro di cambiare», nella consapevolezza che «il cambiamento vero dipende sempre dalla scelta personale di ciascuno». Se certamente non esiste una ricetta predefinita per la felicità di coppia, bisogna impegnarsi a bilanciare adeguatamente e coniugare impegni familiari e interessi personali; lo spazio del ‘noi’ con quello da dedicare a figli e amicizie personali, custodendo un’interdipendenza reciproca positiva anche sul piano economico tra spese condivise e personali. Marito e moglie non devono poi «avere paura di dirsi le cose, perché stare bene insieme richiede anche la possibilità di dirsi ciò che non va, con rispetto ma apertamente». In sostanza il segreto per superare, o meglio prevenire, ogni ‘crisi’, è amarsi con tenacia, rinsaldando l’alleanza reciproca nella fatica della ferialità, perché l’amore è una scelta da rinnovare ogni giorno.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Negli occhi del Figlio lo sguardo del Padre

«Noi possiamo dire ben poco, ma il Figlio di Dio… sì! Lui può mostrarci e farci conoscere il mistero di Dio. Ascoltiamolo e fissiamo i nostri occhi nei Suoi occhi!» – scrive il cardinal Angelo Comastri, Vicario Generale di Sua Santità per la Città del Vaticano e Arciprete della Basilica Papale di San Pietro –, nel suo recente volume Gli occhi di Dio (San Paolo 2020, pp. 208).

 Gli occhi di Gesù infatti chiamano, scrutano, invocano, hanno compassione, amano e in ogni sguardo rivelano il volto del Padre e il suo infinito amore per ogni uomo.

Così lo sguardo di Cristo chiama «come collaboratori gli uomini meno idonei al successo, un pugno di pescatori, gente che non contava e non valeva, e li ha buttati per le strade del mondo per un’avventura che, umanamente parlan­do, era destinata al fallimento. Eppure questi uomini hanno scosso le fonda­menta dell’Impero Romano. Non solo». Dagli apostoli a San Paolo, a sant’Agostino, da san Francesco a San Pio da Pietrelcina e fino ai nostri giorni gli occhi del Maestro continuano a incrociare quelli degli uomini e delle donne di ogni tempo.

Dinanzi «alla po­vertà del significato, degli ideali, dei valori e delle ragioni per amare la vita e per entusiasmarsi della vita» contemporanea, Cristo rimane l’unica speranza viva per l’umanità sofferente, ieri come oggi. Lo attestano le mirabili profezie di Zaccaria sulla venuta di un Messia umile come il ritratto perfetto del servo sofferente offerto da Isaia e dal Salmo 22. Occorre perciò recuperare un senso di stupore dinanzi a tali parole, scritte secoli prima di Cristo eppure così corrispondenti agli eventi concreti della sua vita, e in particolare al mistero della sua morte e resurrezione.

«Se Dio – scrive Madre Teresa di Calcutta –, che non ha nessun debito con noi, è disposto a darci niente meno che se stesso, come possiamo corrispondere al suo amore limitandoci a dare solo una parte di noi? Ri­nunciando a me, induco Dio a vivere per me». E questo il discepolo è invitato a fare. Eppure lo stesso Pietro, quando impedisce inizialmente a Gesù di lavargli i piedi, «rifiuta il volto di Dio», ergendosi a «maestro di Dio». Ma il Signore continua a parlargli con i suoi occhi di infinita misericordia anche quando lo scorge mentre lo sta rinnegando.

Gesù rivela pienamente il volto del Padre sulla croce: «il volto di Dio, infatti, è l’amore, è la misericordia infinita; il volto di Dio è il volto della bontà senza limiti». Lo sa bene la Vergine Maria quando «l’angelo le apre uno spiraglio e le dà la notizia che cambia la vita: “Sei stata amata e sei amata da Dio”. Quando nella vita si scopre lo sguardo buono di Dio, quando nella vita si sente il palpito di Dio, quello è il momento grande, quello è il momento che cambia l’esistenza». Il cardinal Comastri invoca lo Spirito Santo per noi che al contrario camminiamo «nelle strade stanche di questo mondo, noi che abbiamo una fede così debole e così fragile, noi che abbiamo lo sguardo annebbiato dal dubbio», affinché impariamo a «guardare con la limpidezza degli occhi di Maria, l’Immacolata». Infatti solo recuperando tale sguardo, confidando nel Signore e non nei «troni tarlati» degli uomini, l’uomo può accordare «il proprio sì al Sì di Maria».

Perciò il Signore manda un altro Consolatore, il Paraclito, in soccorso all’uomo decaduto: «Lo Spirito Santo illumina il volto di Gesù e dà la forza per testimoniare che Gesù è il Signore, cioè Dio dentro la storia con la forza dell’Amore». E in effetti «tutto ciò che Dio fa, lo fa nello Spirito Santo: perché Dio non ha altra azione all’infuori del donarsi». Perciò ricolma ogni uomo che lo accoglie dei setti doni dello Spirito Santo, perché ciascuno comprenda e viva una relazione intima con un Dio che è un Padre amoroso che ama e si cura sempre dei suoi figli.

Infatti «chi ha detto il primo sì? Chi, prima di tutti, ha aperto il cuore alla fede? È stata Maria! E, dopo di Lei, Lazzaro, Marta e Maria di Betania, gli Apostoli, Santo Stefano, Paolo di Tarso, i martiri dei primi secoli cristiani! E poi tantissimi altri (persone di ogni categoria sociale, compresi geni come Leonardo, Galilei, Blaise Pascal). E poi milioni e milioni di uomini e donne che hanno gioito alla notizia che Dio è Padre, e, donandoci il Figlio, Egli ha allargato le braccia per stringerci tutti nella festa infinita del Suo Cuore».

Anche «Teresa di Lisieux (1873-1897) con i suoi occhi limpidi e umili aveva intravisto gli Occhi limpidi e umili di Dio: gli Occhi dell’infinita misericordia». E questi occhi pieni di compassione continuano a scrutare ogni creatura che con amore si lascia guardare dal suo Signore. Tale consapevolezza traspare pienamente nel corso della riflessione del cardinale Comastri fino a farsi preghiera: «Signore Gesù, purifica i nostri occhi, affinché possiamo vedere anche noi gli Occhi dell’infinitamente misericordioso».

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Un pensiero al giorno di Chesterton per imparare a vivere

«Nessun uomo ha veramente misurato la vastità del debito verso quel qualsiasi essere che l’ha creato e che lo ha reso capace di chiamarsi qualcosa. Dietro il nostro cervello, per così dire, v’era una vampa o uno scoppio di sorpresa per la nostra stessa esistenza: scopo della vita artistica e spirituale era di scavare questa sommersa alba di meraviglia, cosicché un uomo seduto su una sedia potesse comprendere all’improvviso di essere veramente vivo, ed essere felice».

Un pensiero di Chesterton al giorno sulla bontà di Dio e dell’essenza di ogni realtà creata che viene dalle sue mani rinfranca lo spirito perché fa riflettere sorridendo. C’è infatti spazio non solo per Dio, la Chiesa e gli eretici, ma anche per le salsicce nella Summa Chestertheologica recentemente pubblicata dalla Casa Editrice Guerrino Leardini, dal Centro Missionario Francescano e dalla Società Chestertoniana Italiana (2020, pp. 384; per ulteriori informazioni su vendita e distribuzione: laperlapreziosa@libero.it).

Chesterton è stato «un dono fatto alla cattolicità (e all’umanità intera) da Dio e che si era fatto da solocosì lo ha definito il cardinale Giacomo Biffi in una considerazione ripresa da Marco Sermarini nella prefazione al volume È semplicemente andato alla scuola della sua schietta umanità e ha ricercato la verità con assoluta onestà intellettuale, usando effettivamente di quella ragione che i razionalisti si limitavano a venerare. Questo è stato sufficiente a condurlo ‘a casa’, cioè all’antica fede e alla saggezza dei padri».

Tale ‘summa’ è un distillato di pagine significative tratte dai saggi e romanzi del grande scrittore e giornalista britannico, ma anche di articoli inediti in lingua italiana, che si propone di accompagnare quotidianamente il lettore per tutto l’arco dell’anno. È una mirabile sintesi di riflessioni acute, talvolta pungenti, ma sempre schiette, sulla realtà, la fede cristiana e il vivere sociale, espresse con quello ‘british humor’ che contraddistingue lo stile della sua penna, nella consapevolezza radicata che «tutto porta la traccia di Dio». Che «tutto il mondo sia la manifestazione di un solo Dio è un’idea degna di un romanzo poliziesco», sottolinea lo stesso Chesterton in una lettera alla moglie Frances. D’altra parte un romanzo giallo e il cristianesimo hanno in comune più di quanto si possa immaginare: «Il solito racconto poliziesco possiede una profonda qualità: fa scoprire il colpevole in chi è più insospettato. In ogni racconto poliziesco che si rispetti, gli ultimi saranno i primi ed i primi saranno gli ultimi». Inoltre, nel caso del cristianesimo, non si tratta di «scoprire perché un uomo è morto, ma il segreto più oscuro del perché è vivo». E in effetti, afferma ancora con sapiente ironia, «chi ha visto che tutto il mondo è appeso al capello della misericordia di Dio, ha visto la verità».

Se «il cristianesimo, anche quando sia annacquato, è caldo abbastanza da ridurre tutta la società moderna a brandelli», allora «non soltanto la fede resta la madre di tutte le energie del mondo, ma i suoi nemici sono i padri di tutta la confusione mondana. Il laicismo non ha distrutto le cose divine, ma le umane, se questo può essere un conforto per loro». Lo scrittore britannico rileva infatti con sorpresa il paradosso contemporaneo, per cui «coloro che usano la ragione non la venerano, la conoscono troppo bene; coloro che la venerano non la usano». Questi ultimi sono i laicisti progressisti, per i quali «è impudente mettere in questione il Progresso, ma non è impudente mettere in questione la Provvidenza».

Coniugando finezza teologica e semplicità espressiva, Chesterton sottolinea che «il male è così malvagio da farci pensare che il bene sia solo un caso; ma il bene è così buono da darci la certezza che dev’esserci una spiegazione per il male». Tra i molteplici mali rileva che «la negazione dell’identità è il tratto distintivo dell’opera di Satana». Parole di un’attualità disarmante se si pensa all’eco che hanno nelle tesi sostenute dall’ideologia gender.

Le pagine di Chesterton trasudano della freschezza del convertito. «Divenuto un pellegrino per guarirmi dall’essere un esiliato», lo scrittore britannico ha raggiunto con fatica la consapevolezza profonda secondo un’espressione che gli viene attribuita che «quando non si crede più in Dio non è vero che non si crede più a nulla: si crede a tutto». La ricaduta più pesante, «il primo effetto di non credere in Dio è il perdere il senso comune e non poter vedere le cose come sono». La sua spiritualità lo spinge infatti da un lato a riconoscere che «la Chiesa cristiana nei suoi rapporti pratici con la mia anima è un maestro vivente», e dall’altro a indagare oltre la superficie quanto gli accade, nella consapevolezza che «il Cristianesimo non è una fede per gli esseri umani buoni, ma per gli esseri umani» e che «gli enigmi di Dio sono più soddisfacenti delle soluzioni dell’uomo».

Nell’evidenziare la missione della Chiesa, Chesterton ricorda che: «Non abbiamo bisogno, come dicono i giornali, di una Chiesa che si muova col mondo. Abbiamo bisogno di una Chiesa che muova il mondo». In tale prospettiva «la Chiesa è sempre avanti rispetto al mondo. Per questo dicono che non è al passo con i tempi». Eppure, ora come allora, sono tanti i cristiani ‘di nome, ma non di fatto’, che si lasciano irretire dalle sirene del nostro tempo piuttosto che attingere linfa alle proprie radici spirituali. Nel commentare tale tendenza Chesterton afferma: «Questi sono giorni in cui il cristiano è previsto che lodi ogni credo, tranne il suo».

Chesterton riesce a esprimere con humor considerazioni ‘teologiche’ anche rispetto ai regali di Natale. In proposito sostiene che «la nota a favore dei regali di Natale è scoccata ancor prima che Egli nasca con i primi spostamenti dei saggi e della stella. I Tre Magi vennero a Betlemme portando oro, incenso e mirra. Se avessero portato solo verità, purezza e amore, non ci sarebbe stata nessuna arte cristiana e nessuna civiltà cristiana». La stessa bonarietà la si ritrova anche in un episodio emblematico della sua personalità e rivelatore del suo carattere. «Una delle ragazze Nicholls ricorda come un giorno, di umore tetro, lei esclamasse: “Sarebbe spaventoso se dopo la morte scoprissimo che tutta la Fede è solo una favola… che non c’è niente di vero”. “Puoi essere assolutamente certa”, disse G.K. con fermezza, “che se qualcosa riesce a tirar me fuori dal letto cinque minuti prima di quanto mi sarebbe necessario alzarmi, qualcosa di vero c’è senz’altro”».

Risulta dunque perfettamente in linea con la personalità dell’autore anche la scelta grafica della copertina da parte dell’editore, nella quale Chesterton è assimilato a un pugile che ha San Tommaso d’Aquino come ‘preparatore atletico’ per un’indagine acuta del reale e San Francesco come patrono e intercessore della sua conversione al cattolicesimo e del ritrovato senso di stupore e gratitudine al Creatore per ogni sua creatura. Con la sua penna, egli è stato davvero – come fece scrivere un suo amico nel ricordino della sua morte – un instancabile e appassionato ‘cavaliere dello Spirito Santo’.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Le ‘lezioni italiane’ del filosofo Fabrice Hadjadj contro le derive della post-modernità

«Può darsi che non abbiamo perso lo spirito, ma la materia. È probabile che la perdita di senso che conosciamo oggi, non sia perdita del senso dello spirito, ma perdita del senso della materia. Quando un uomo si disincarna, pretende di smaterializzarsi, che cosa resta perché possiamo prendergli la mano? Che cosa resta affinché possiamo prenderlo tra le nostre braccia? Che cosa resta per toccarlo, per il calore, per la semplice presenza senza parole? Allora, forse, non ha perso lo spirito, ma ha perso lo zoccolo duro del suo spirito, l’ancoraggio del suo spirito, il peso, lo spessore, la concretezza, la sensibilità, il tatto e si potrebbe anche dire la struttura del suo spirito. Questo è il principio della crisi spirituale: ci si smarrisce ora in un materialismo fisico-atomico, ora in uno spiritualismo etereo, perché avendo perso lo spirito della materia, noi non sappiamo più accostarci alla storia della Salvezza e al mistero dell’Incarnazione».

Così il Prof. Fabrice Hadjadj – scrittore e filosofo francese di origine ebraica convertito al cattolicesimo – denuncia il materialismo della cultura contemporanea durante una conferenza tenuta all’Università Cattolica, raccolta insieme ad altri ‘scritti per essere detti’ nel recente volume Perché dare la vita a un mortale e altre lezioni italiane (Ares 2020, pp. 224). Si tratta di una raccolta di saggi particolarmente significativi, in cui è condensato il cuore della riflessione filosofica del pensatore francese sui temi più caldi della nostra attualità, a partire dalla ‘crisi del senso’ ai limiti del progresso; dalla pornografia alla genitorialità e all’eutanasia; dall’uso della ragione alla testimonianza di fede dei cristiani.

Nel primo contributo, riflettendo sull’etimologia della parola che rimanda all’attività dell’agricoltore, Hadjadj osserva acutamente che «‘il mondo della cultura’ è il contrario della vera cultura, perché questa non si compie nell’accumulo di opere d’arte e di serate mondane, ma nel dispiegamento della natura umana, nella cura dell’anima, nella preoccupazione delle persone affinché crescano e fruttifichino». Egli non nasconde critiche all’attuale offerta culturale, intesa quale «immenso divertimento, una fuga davanti al duro lavoro di coltivarsi», laddove al contrario «la cultura implica la necessità di rivoltare la terra del nostro spirito, strapparne le erbacce, sopprimere il legno morto, pulire, sfrondare e orientare i rami verso un migliore soleggiamento».

Rispetto allo strapotere della tecnica e di un progresso tecnocratico ormai fuori controllo, egli sottolinea che «la tecnica non è più ciò che imita, accompagna e prolunga la natura, ma diventa ciò che rompe con essa, ciò che la ricostruisce, la smonta e la rimonta, la ispeziona e la taglieggia in funzione dei nostri progetti babelici, dei nostri piani faraonici, delle nostre macchinazioni tanto orgogliose quanto schiavizzanti». In sostanza, un progresso che non contempli uno scopo, fine a se stesso e ineluttabile, «un progresso degli oggetti, non dei soggetti», non è un vero progresso, che è al contrario libero e mira a «salvaguardare la condizione umana». Evitando di porsi domande sul senso di ogni innovazione e accettandola acriticamente, l’uomo ha in realtà «lasciato il logos alla logistica e al logo», per cui «non si tratta più di promuovere l’uomo, ma il cyborg come più perfezionato». Eppure la via delle ‘magnifiche sorti e progressive’ appare «lastricata di buone intenzioni, anche in nome di un’abolizione totale del male. E devo confessarlo, sotto questo profilo, la cosa è estremamente allettante. Corrisponde anche piuttosto esattamente alle tentazioni di Gesù nel deserto: la scomparsa della fame, l’allontanamento della morte, il controllo totale e prospero di tutti i regni della terra». E in effetti – prosegue Hadjadj – tale idea di progresso trascura volutamente la possibilità di uno sviluppo integrale dell’uomo in vista della Gerusalemme celeste.

Questa visione ideologica ha intaccato anche l’ambito della sessualità e della procreazione, al punto che «il dono della vita si trasforma in diritto ad avere figli, legato al diritto correlativo di non averne e di sopprimere il feto. E allora, la nascita per via sessuale, destinata alla contingenza, cede il passo alla fabbricazione dell’ingegneria biogenetica, più controllabile: non si tratta più di trasmettere la vita ricevuta, ma di produrre un essere adattato ai nostri progetti, la cui esistenza sarà funzionale, i giorni piacevoli e la morte dolce». Se per le civiltà antiche, compresa quella giudaica, essere genitori consentiva di accrescere il proprio status sociale fino alla dignitas illustre di antenato – infatti la stessa dignità di Abramo risiede nell’essere padre di una moltitudine di popoli –, oggi esser padre o madre è invece «segno di un’inferiorità, di una degradazione, di un impedimento per giungere allo status magnificato di soggetto autonomo, o piuttosto di lavoratore atletico, sempre giovane, sempre disponibile all’incontro furtivo». Infatti il desiderio di trasmettere la vita è figlio «della speranza teologale, di un’oscura fiducia nella vita eterna che non è una fiducia posta sul piano psicologico, ma una fiducia consustanziale alla vita stessa, quella vita che procede dal Vivente e torna al Vivente». Per realizzare tale prospettiva è necessario dunque «rompere l’impero del calcolo e mettersi in relazione con l’imprevedibile», per cui «la mia situazione è rinnovata da cima a fondo e sono i miei progetti che devono adattarsi a questa nascita che è la mia rinascita, e non il contrario». In tale ottica procreare consente infatti di «raggiungere l’atto creatore e perciò di sposare la radice del movimento della vita come gratitudine e come grazia attraverso la Croce».

Riguardo alla pornografia, da buon filosofo, Hadjadj va alla radice della sua essenza. Essa trae infatti la sua forza magnetica proprio da una dissimulazione del primo comandamento del Creatore ai progenitori: ‘Siate fecondi e moltiplicatevi!’ (Gen 1, 28); «trae la sua stessa energia dalla generosità genitale, quella generosità che è anteriore alla morale; ma poi devia e rivolge quell’energia contro sé stessa, fino alla nausea». Ma la pornografia cela in sé qualcosa di più profondo, la «cattiva coscienza del mondo tecno-liberale». Infatti «ciò che donne e uomini sono diventati nei video X è il riflesso di ciò che sono già nel lavoro e nel tempo libero, in un mondo percepito come interamente disponibile, fuori dalla storia e dalla successione delle generazioni, che tratta la natura – la natura umana specialmente – come un mezzo per produrre divertimento, fuga davanti all’angoscia della morte, nell’oblio di ogni senso della creazione e di ogni ecologia integrale», rendendo in questo modo «il sesso  espropriato dei suoi poteri più specifici, la carne schiacciata su uno schermo» e ciascuno «consumatore e consumato».

Sul ruolo dei laici, lo scrittore francese evidenzia che «il fedele laico non fa cose che gli altri non fanno: fa le stesse cose – diversamente; compie ciò che chiunque può fare, nella grazia e rendendo grazie, come un pieno dispiegamento della Vita in lui», nella consapevolezza che «Dio si è fatto uomo, affinché l’uomo resti umano».

Nei saggi di Hadjadj non mancano strali contro le derive della postmodernità che hanno edulcorato persino l’essenza dell’amore. A tal proposito il filosofo francese sottolinea come è proprio «in nome dell’amore, e non della verità, che si promuovono l’aborto, l’eutanasia, il matrimonio unisex, il consumismo, il transumanismo. L’unione della ragione tecnica e del sentimentalismo genera questo mostro: una compassione armata che pretende di fabbricare un individuo pacificato calpestando il dato naturale». Al contrario «amare qualcuno è prima di tutto ripetere la parola del Creatore: ‘Che sia!’»; ossia ammettere che ‘È bello che tu ci sia!’ prima di pronunciare ‘Ti voglio bene’ o ‘Ti amo’.

Quella di Hadjadj è una scrittura che coniuga, attraverso il ragionamento filosofico, un’intuizione profonda del reale con immagini poetico-evocative tratte spesso anche dal linguaggio biblico, che rendono la sua lettura particolarmente gradevole e comprensibile anche ai ‘non addetti ai lavori’.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana