Quei testi tosti che fanno splendere il vero

«Se leggendo mi imbatto in una bella pagina, subito con una passata di luce la infilzo e la trasformo in testo da condividere su quel social per anziani a cui sono iscritto da molti anni». Di qui, armato di scanner, frate Roberto Brunelli ha raccolto Perle Preziose per ogni giorno dell’anno nel libro omonimo che reca anche un altro titolo ‘meno romantico’, ossia ‘Testi tosti per animi maldisposti’, pubblicato recentemente dall’editrice Leardini (2022, pp. 384; per ulteriori informazioni su vendita e distribuzione: laperlapreziosa@libero.it).

Si tratta di pagine significative, di una bellezza che il curatore desidera far scorgere soprattutto a giovani ed educatori che han bisogno di riscoprire tale bellezza quale ‘splendore del vero’, per dirla con Platone. Perché chi vive nella Verità è nella gioia. E Bernanos rileva che «la Chiesa dispone della gioia, di tutta la parte della gioia riservata a questo triste mondo».

La fede emerge quale esperienza da vivere per poterla trasmettere nel racconto di Franco Nembrini, il quale ricorda che, nel vedere il papà che s’inginocchiava per recitare il Padre nostro o la mamma dopo la Santa Comunione che «per cinque minuti era come se non esistesse più nulla intorno a lei», si domandava chi fosse quell’essere misterioso da meritarsi i suoi genitori in ginocchio. Di qui «il segreto dell’educazione è non avere il problema dell’educazione. Avere il problema della propria educazione, e basta. Poi i figli fanno il loro mestiere, cioè guardano, scelgono, decidono, rischiano».

 Una fede che accorcia anche le distanze esistenziali. Quando Stalin ascolta alla radio il concerto K488 di Mozart suonato da Maria Judina telefona in radio per averne la registrazione e la pianista vince il Premio Stalin. La Judina scrive tuttavia al dittatore: «“Vi ringrazio, Josip Visarionovich, per il vostro aiuto. Pregherò per voi giorno e notte, chiedendo al Signore di perdonare i grandi peccati che avete commesso nei confronti del popolo e del paese. Il Signore è misericordioso e vi perdonerà. Il denaro l’ho dato alla chiesa che frequento”. Era una lettera da suicidio. Stalin la lesse e nulla disse. E la mise da parte. E a Judina nulla accadde. Il disco con il K488 suonato dalla Judina era sul giradischi di Stalin quando fu trovato morto nella sua dacia. Era stata l’ultima musica che Stalin aveva ascoltato».

Un invito a credere in se stessi anche dinanzi ai propri limiti e insuccessi perché Qualcuno crede in te traspare nelle parole del giovane beato Alberto Marvelli: «Non voglio essere un peso morto, un burattino che, finita la carica, casca in terra inutile, un fuoco fatuo che si dilegua alla prima brezza contraria, una brina che si scioglie al primo sole. Il Signore mi ha dato una intelligenza, una volontà, una ragione: ebbene, queste devo adoperarle, tenerle in esercizio, farle funzionare. Se non si adoperano si arrugginiscono e si finisce per essere delle nullità, dei terra terra, dei lombrichi che strisciano, senza un’idea buona, geniale, ardita; degli ignavi, a Dio spiacenti».

E in effetti «il senso della vita non è un punto alla fine della vita, ma l’inizio di una esperienza più profonda della vita. Essere perennemente in contatto con questo mistero ci rende infine autenticamente umani», per dirla con Vaclav Havel, e dunque santi, per citare Bernanos, nella misura in cui «il santo non sta al di là dell’umanità, si sforza di realizzarla il meglio possibile». Infatti «il grande apostolo non è l’attivista, ma colui che mantiene in ogni momento la sua vita sotto l’impulso divino. Ognuna delle nostre azioni ha un momento divino, una durata divina, una intensità divina, tappe divine, un termine divino. Dio inizia, Dio accompagna, Dio termina. La nostra opera, quando è perfetta, è insieme tutta sua e tutta mia», come afferma sant’Alberto Hurtado.

Sul senso del lavoro e dell’amore che dà senso a ogni cosa e costruisce la pace tra gli uomini sono memorabili le parole del testamento spirituale di Raul Follereau: «Una delle disgrazie del nostro tempo è che si considera il lavoro come una maledizione. Mentre è redenzione. Meritate la felicità di amare il vostro dovere. E poi, credete nella bontà, nell’umile e sublime bontà. Nel cuore di ogni uomo ci sono tesori d’amore. Spetta a voi, scoprirli. La sola verità è amarsi. Amarsi gli uni con gli altri, amarsi tutti. Non a orari fissi, ma per tutta la vita. Voi pacificherete gli uomini solamente arricchendo il loro cuore». Gli fa eco il poeta Rilke quando scrive che «amarsi è un lavoro, un lavoro a giornata».

Occorre però tener presente, come osserva la Miriano, che «vivere tutti gli amori non ti insegnerà sull’amore quanto viverne uno solo in profondità» e che «la nostra vita è una ginnastica del desiderio. Il santo desiderio sarà tanto più efficace quanto più strapperemo le radici della vanità ai nostri desideri», come sottolinea sant’Agostino.

Rispetto alla degenerazione dell’amore nella lussuria, preziosa è la riflessione di don Fabio Rosini, il quale rileva che tale vizio si alimenta «con la fantasia e con la curiosità. La fantasia è l’attardarsi sull’immagine lasciata entrare nella propria mente: si inizia ad elaborarla staccandosi dalla realtà. È un mondo senza la relazione: la sogna soltanto. Noi dobbiamo opporre alla curiosità la conoscenza: conoscere un ‘tu’, una persona. Il maschile tende a catturare l’oggetto, il femminile a catturare l’attenzione. L’uomo conquista, la donna desidera essere desiderata. L’uomo conquista, la donna desidera essere desiderata. L’esito finale della lussuria è il disprezzo della vita, perché uno ha tenuto se stesso lontano dalla sorgente della vita, che è l’amore».

Sgretolano invece ogni discorso ideologico le parole di Gianna Jessen, sopravvissuta a un aborto salino al sesto mese: «Se l’aborto riguarda solo i diritti della donna, come la mettiamo con i miei di diritti? Nessuna femminista radicale manifestava per i miei diritti di quel giorno. La mia vita veniva soppressa nel nome dei diritti di una donna». D’altra parte, sottolinea il cardinale Biffi, «chi è rifuggito dalla verità va a indottrinarsi nelle ideologie; chi si è ribellato alla disciplina salvifica è costretto alla soggezione immotivata; chi ha rifiutato la lotta quotidiana per restare fedele, viene d’autorità arruolato sotto estranee bandiere: chi cerca una libertà diversa da quella che ci viene dall’unico Liberatore, difficilmente si sottrae al destino di credere, obbedire, combattere. Pinocchio, ubbidiente…, nota due volte il testo: se ci si rifiuta di obbedire al Padre, alla fine si obbedisce al domatore».

Il volume curato da frate Roberto Brunelli offre, attraverso una miriade di testi, molteplici spunti di riflessione per le vacanze in montagna o sotto l’ombrellone, nella consapevolezza che – per citare il beato Franz Jägerstätter, un contadino obiettore di coscienza dinanzi alla chiamata alle armi nazista – «un uomo che non legge niente non si potrà reggere in piedi e sarà solo una marionetta nelle mani degli altri».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Quando non sai a che santo votarti

‘Qualunque mestiere facciate, qualsiasi problema abbiate, esiste il Santo a cui rivolgervi’. È questo il sottotitolo dell’ultimo lavoro del nostro Rino Cammilleri, Il Grande libro dei santi protettori (Ares 2022, pp. 687), un’opera poderosa sapientemente suddivisa secondo la tipologia dei santi patrocini: dalle malattie a matrimonio e maternità; dalle professioni, arti, mestieri e vocazioni a ‘guai vari’.

«I santi sono persone che hanno preso sul serio le parole di Cristo. I Santi, grazie al Cielo, sono tantissimi, e il buon senso popolare li ha ‘specializzati’, ciascuno in grazie particolari. Vuoi trovare una cosa smarrita? Rivolgiti a sant’Antonio da Padova. Sì, qualunque Santo può fare lo stesso, ma con lui fai prima. Ti si è ammalato il maiale? C’è l’altro Antonio, l’abate». E in effetti, come testimonia l’insistenza quasi impertinente della donna siro-cananea con Gesù rispetto alle briciole date in pasto ai cagnolini, «anche la sfacciataggine e la sfrontatezza diventano ‘sante’ se rivolte, per uno scopo buono, a chi di dovere».

Tra le fila dei ‘santi protettori della salute’ vi sono anche due grandi luminari della scienza medica del secolo scorso, Riccardo Pampuri e Giuseppe Moscati, cui è bene chiedere l’intercessione per la guarigione fisica propria o altrui e la protezione da ogni malattia. Cosma e Damiano, che esercitarono la professione medica senza compenso, intercedono per la guarigione dei calcoli renali: a Costantinopoli, nella basilica loro dedicata, i malati si addormentavano e venivano da loro guariti durante il sonno secondo il fenomeno dell’‘incubazione’. Lucia è considerata la giovane martire siracusana protettrice della vista, anche se in realtà il motivo della sua intercessione può essere ascritto a diversi fattori parimenti plausibili: il nome «evocante la luce»; il fatto che forse fu anche accecata prima di subire il martirio o perché «fu lei stessa a strapparsi gli occhi, bellissimi, perché il suo ex fidanzato cessasse di perseguitarla».

San Bartolomeo, ossia l’apostolo di Gesù che si chiamava Natanaele e secondo la tradizione fu scuoiato vivo, «è invocato da tutti coloro che lavorano le pelli; e anche contro le convulsioni, le crisi spasmodiche e le malattie nervose». Per la trasverberazione, ossia il fenomeno per cui «un angelo le trafiggeva il cuore con un dardo di fuoco, nello stesso punto in cui Cristo fu colpito dalla lancia», Santa Teresa d’Avila protegge dai malanni del cuore.

Invocato per la protezione da numerose malattie, dati gli innumerevoli prodigi che compì ancora in vita, compresa la rianimazione di un catecumeno morto e di uno schiavo impiccato, san Martino di Tours è celebre non solo per il ritorno di un po’ di tepore nell’estate novembrina che porta il suo nome, ma anche perché «nel suo giorno si beveva il vino nuovo (‘vino di san Martino’), cominciava l’anno giudiziario, dei Parlamenti e delle scuole, si svolgevano le elezioni municipali, si rinnovavano i contratti e si pagavano le locazioni. L’olio delle lampade della sua tomba era portato via dai pellegrini perché guariva i malati. È invocato per moltissime intercessioni. La sua famosa cappa fu custodita in un luogo che prese appunto il nome di ‘cappella’; il primo ad averne l’onore fu Ugo, detto perciò ‘Capeto’, fondatore della monarchia francese».

Oltre San Giuseppe e l’arcangelo Michele, anche san Benedetto è patrono della ‘buona morte’, in quanto «si fece reggere le braccia dai discepoli per l’ultima preghiera, poi spirò in estasi». Lo stesso dicasi per Sant’Anna, la quale è onorata da «madri di famiglia, donne desiderose di prole, ricamatrici, lavandaie, ma anche orefici, ebanisti, falegnami, minatori. Pure i palafrenieri pontifici l’avevano a patrona. La cosiddetta ‘acqua di sant’Anna’ curava le febbri e gli ossessi. È sempre rappresentata con un manto verde, colore della speranza che germoglia».

San Pietro d’Alcantara, padre spirituale di Teresa d’Avila, «con pioggia o sole, non si copriva mai la testa col cappuccio del rozzo saio che indossava sul corpo nudo. Mangiava solo ogni tre giorni e parlava solo se interrogato…per questo è intercessore contro le febbri maligne». Il franco san Leonardo di Nobiliacum è invece patrono degli obesi soltanto per l’aspetto assunto in alcune delle sue icone in cui viene rappresentato «piuttosto paffuto».

Per la salute dei polmoni e contro il contagio in tempo di pandemia si può invocare, oltre san Rocco, il patrono dei giovani san Luigi Gonzaga il quale, oltre a soffrire di polmonite, morì proprio per la carità operosa verso gli appestati. Contro il mal di testa c’è Santa Bibiana, martire sotto Giuliano l’Apostata, poiché «l’erba del giardino della chiesa sorta sulla sua tomba veniva essiccata e utilizzata come infuso contro le malattie, specialmente i mal di testa».

Le donne desiderose di aver figli possono invocare i santi Francesco di Paola e Rita; quelle desiderose di averne molti santa Felicita, martire romana madre di sette figli. Quando nella coppia si fa strada una gelosia pericolosa, allora si può invocare santa Marciana di Albi, in quanto «un suo miracolo fece riconoscere la fedeltà di alcune gentildonne di Albi ingiustamente sospettate di adulterio dai mariti».

 Tra le fila dei santi protettori di arti, mestieri e professioni si ritrovano Giovanni il Battista, Marta, sorella di Lazzaro, e Zaccheo – capo dei pubblicani che si impegna a restituire quattro volte il maltolto dopo l’incontro con Gesù – quali patroni di albergatori e addetti alle mense. Matteo protegge guardie di finanza, ragionieri e statistici; Gabriele Arcangelo ambasciatori, corrieri, postini e addetti alle telecomunicazioni; Giuseppe d’Arimatea le onoranze funebri; Girolamo bibliotecari, librai e bibliofili; Carlo Borromeo e Roberto Bellarmino i catechisti. Tommaso apostolo è patrono dei periti; Lorenzo dei vigili del fuoco e dei rosticcieri e il buon ladrone – il primo santo ‘canonizzato’ da Cristo stesso – dei condannati a morte. Mattia apostolo e Benedetto di Hermillon intercedono invece per gli ingegneri. Quest’ultimo era un umile pastorello che, per assecondare il contenuto di una visione, si reca ad Avignone e riesce a convincere non il vescovo ma il podestà della bontà del progetto di costruire un ponte sul Rodano.

 Attraverso il volume di Cammilleri si riscopre la preziosità della comunione dei santi, di avere così tanti amici in Paradiso pronti a intercedere presso il Padre per ogni esigenza in vista del bene spirituale e fisico di ciascun fedele.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Fidarsi di Dio anche nel dolore. Il lascito di padre Emidio

«Il Vangelo ha la capacità di trasformare il nostro kaos in logos; il metodo di Gesù è parlare alle folle e fare discepoli». Questo era solito ripetere padre Emidio Alessandrini, la cui vita viene ripercorsa nel recente volume Con grande potenza (Edizioni Porziuncola 2022, pp. 152) a cura di Valerio Grimaldi, attraverso una raccolta di suoi scritti e una serie di testimonianze di chi lo ha conosciuto.

Il titolo dell’opera evoca il carisma di un uomo che ha preso Dio sul serio annunciandolo, come egli stesso amava ripetere, ‘con grande potenza’. Tra Assisi e Roma infatti frate Emidio accoglie e accompagna benevolmente quale ‘padre spirituale’ e confessore instancabile schiere di giovani e meno giovani a scoprire le radici della propria vocazione sacerdotale o sponsale alla luce della Parola «che si fa strada e domanda di essere accolta e vissuta», nella consapevolezza che «quando uno diventa cristiano sul serio cambia l’aria: pensa come Cristo, parla come Cristo, agisce come Cristo». Egli, come osserva acutamente padre Francesco Piloni nella prefazione al volume, «non dava soluzioni, consegnava semi».

Nato a Mentana, classe 1956, Emidio è un giovane studente di medicina quando all’Eremo delle Carceri abbraccia la vocazione nel carisma francescano, rispondendo sì alla chiamata del Signore che gli chiedeva di venire ad Assisi perché lì avrebbe ricevuto indicazioni sulla sua vita. Sacerdote dal 1985, consegue il dottorato in teologia morale. Attento alle radici speculativi dei ‘fenomeni mistici’, non disdegna nel contempo i lavori manuali, dalla raccolta di olive al giardinaggio e alla falegnameria. Si dedica però sostanzialmente al discernimento vocazionale di tante anime, in particolare di molte giovani coppie che accorrono a lui anche soltanto per un consiglio spirituale.

«La tua Parola, Signore, zittì chiacchiere mie», ricorda padre Alessandrini ai suoi ‘figli spirituali’ citando Rebora e ribadendo la centralità del Vangelo nella vita spirituale del cristiano. In occasione dei suoi trent’anni di sacerdozio, invita i fedeli a non riflettere sul mistero del male, perché «il male non ha spiegazioni; lo puoi portare con Cristo, ma non lo puoi spiegare» e a considerare che «non si può essere più buoni di Dio. È Lui a dirci come stanno le cose, poi si affrontano le varie esperienze». Nella stessa omelia il frate ricorda che quando capita una cosa ‘storta’ è spesso «Dio a volerci far fare un salto di qualità», ossia «il Signore pota chi fa il bene perché porti più frutto».

Un’esperienza, quella del dolore, che padre Emidio ha saputo trasfigurare nell’incontro con Cristo, secondo quanto egli stesso racconta: «Una volta ho sognato il Crocifisso della Sindone vivo e gli domandai cosa fosse tutto quel dolore che soffriva. “È il dolore di un bambino innocente. Lo vuoi portare tu?” mi chiese; e io: “Va bene”, e improvvisamente ho sentito una spada che mi trafiggeva l’anima, duecento battiti cardiaci per un’ora: ero certo che sarei morto. Ho capito allora cosa fosse l’anima: qualcosa che c’è, che esiste per sempre e prova dolori e gioie intense. Il dolore, fisico e spirituale, bisogna metterlo in conto perché non si può essere cristiani senza la sofferenza. Cambi quando il dolore nella tua vita ti trasforma. Il cristianesimo rende meravigliosi ed è allora che la gente vi cerca e vuole stare con voi senza neanche sapere il perché». E in effetti «sostituire alle nostre povere idee, spesso confuse e contraddittorie, il pensiero, l’agire e il soffrire di Gesù Cristo, trasforma la realtà».

Di qui egli esorta a vivere la Parola nella concretezza della vita ordinaria, chiedendo con insistenza al Padre il dono dello Spirito Santo, che invece «allontaniamo ogni volta che diciamo una malignità, una cattiveria o ci arrabbiamo». Il “porgi l’altra guancia” risulta allora come un invito del Signore a «evitare il broncio quotidiano»; a non prendersela con gli altri per ogni cosa imparando piuttosto a «donare, mettersi in gioco, consumarsi» per il prossimo sulle orme dei santi.

Persona poliedrica e creativa, di grande libertà di spirito e trasparenza interiore, con uno sguardo puro, bello e sereno e il dono di guardare dentro, padre Emidio si mostra sempre disponibile al telefono o di persona per suggerire come sbrogliare anche le situazioni più complesse. È anche un eccezionale comunicatore soprattutto dell’azione concreta di Dio nelle esperienze della vita (suo il conio del termine Dioincidenza), come quando durante un viaggio in India fu salvato da una febbre altissima di colera da una ragazza ex-tossicodipendente o dai passeggeri di un autobus mentre un giovane stava per accoltellarlo per rubargli il bel sitar che aveva comprato.

Tra le testimonianze riportate, la sorella Giovanna ricorda che suo fratello si mostrava sempre allegro e molto sensibile, utilizzava anche le barzellette come strumento di catechesi. Maestro nell’arte d’accompagnare – ricorda don Fabio Pieroni – desiderava che «ciascuno arrivasse a fare i propri passi» e perciò lo seguiva «con amore, attenzione, tenerezza, gratuità». Uomo di grande spessore intellettuale, di una ‘sapienza senza saccenza’, si è interessato non solo di filosofia e teologia, ma anche di psicologia, cinema e letteratura (da Guerre Stellari a Il Signore degli Anelli e con una biblioteca personale di 3000 volumi!), teatro e musica, fotografia. Un frate gioioso che salutava tutti così: «Che la Forza sia con te!». La sua carità operosa è testimoniata anche dal fatto che, quando acquistava libri, chiedeva che gli dessero il resto in monete da 50 centesimi per poterle dare ai poveri che incontrava.

«Al massimo suora in un convento di frati!», ha esclamato con ironia una volta a una giovane in discernimento, additandole una chiamata non alla vita di consacrata bensì a quella matrimoniale. Ribadiva sostanzialmente a coloro che incontrava, e continua a farlo oggi dal cielo, che «seguirLo ti conviene, conviene sempre!» e «quanto è bella la vita se ti fidi di Dio! Alla sera sei stanco ma Lui è intervenuto con te!».

Meditazioni per innamorarsi della propria vita

«Provo a pregare, ma non cambia niente. Non si può pretendere di vedere risultati come se si trattasse di un diritto che mi sono comprato attraverso una quantità sufficiente di orazioni e parole. Qual è allora il frutto che chiedo iniziando la mia preghiera? Il frutto è il mio rapporto con Dio, perché la preghiera non è un commercio ma una relazione, fatta di dono e di accoglienza del dono. Pregare significa coltivare la mia relazione con Dio, dedicargli tempo e dedicargli cuore».

Va dritto al cuore del tema della preghiera don Carlo De Marchi nel suo Fammi innamorare della mia vita (Ares 2022, pp. 160), un volume che raccoglie una serie di meditazioni rivedute e adattate a partire dai podcast «Meditazioni in tangenziale – per chi vuole pregare un po’ a partire dal Vangelo quando rimane imbottigliato sulla tangenziale». Come spiega il sacerdote milanese, l’atteggiamento adeguato della creatura che prega è quello della gratitudine verso il suo Creatore. C’è poi anche «una preghiera dolorosa che consiste nello stare accanto alla propria croce, amando la volontà di Dio; vuol dire saper dire sì alle persone e alle situazioni che il Signore ci pone accanto».

Nel solco del carisma di san Josemaría Escrivá de Balaguer, l’autore ricorda che la santità si raggiunge attraverso la realtà, il lavoro e la famiglia per portare «luce e affetto lì dove mi trovo già». Una santità che si dispiega nelle pieghe dell’ordinario, laddove «spesso tendiamo a pensare che la coerenza cristiana dipenda dalla decisione ben determinata di cambiare vita. Invece la mia fede, la mia relazione con Dio dipende dal lasciar fare a Lui, rispettando i suoi tempi, dall’accettare che Dio non cambia il mondo, non lo rimette in ordine con un colpo di bacchetta magica, ma è lì povero, un bambino che dipende dai suoi genitori, e anche la sua famiglia sembra appesa a un filo come spesso ci sentiamo e siamo anche noi».

Relativamente al tema del riposo, don De Marchi sottolinea che «siamo abituati a misurare il tempo in termini di efficienza, scadenze, ritardi e recuperi magari in extremis. Gesù invece amava riposarsi con i suoi amici e il Vangelo ci racconta che lo faceva abitualmente, per esempio a Betania, a casa di Marta, Maria e Lazzaro, e nell’Orto degli Ulivi, che prima di essere il teatro dell’agonia estrema del Signore è stato il luogo di tranquille serate trascorse in amicizia». Benedetto XVI lo ha detto chiaramente che «non perdiamo il nostro tempo libero se lo offriamo a Dio. Se Dio entra nel nostro tempo, tutto il tempo diventa più grande, più ampio, più ricco». Il tempo libero è in effetti proprio quello «in cui mi sento liber, cioè figlio che sa di trovarsi sotto lo sguardo affettuoso di suo Padre, e che quindi si sente a casa». Inoltre, «per aiutarci a trovare ristoro, cioè per alleggerire le nostre pesantezze, Gesù ci incoraggia a guardare nella nostra intimità», a non anestetizzare il cuore. Corriamo in effetti «il rischio di subire la nostra vita, che allora diventa un peso insopportabile, laddove possiamo prenderla, accoglierla con amore, come un dono, mettendo in gioco la nostra libertà».

Nell’affrontare il tema della morte, don De Marchi parte dal considerare come attualmente «di fronte alla morte due imperativi sembrano governare la nostra sensibilità: “Evitare di spaventare gli altri” e “Non essere invadenti”, violando la privacy dell’amico, della collega, del vicino di casa che sta vivendo un lutto», laddove al contrario «un balsamo necessario nel lutto è proprio la condivisione degli amici, che aiuta ad affrontare la tentazione di rinchiudersi e restare ammutoliti nel proprio dolore», oltre alla consapevolezza profonda che la dipartita di una persona cara non spezza la nostra comunione in Cristo.

Meditando sulla parabola del Padre misericordioso, lo stesso sacerdote si sofferma sulla sindrome del fratello maggiore, che «ricorda quell’hashtag ricorrente che ripete in modo deluso e disincantato #mainagioia: non funziona mai nulla, non me ne va bene una, e adesso ci mancava solo questa». Eppure il padre che esce a ‘supplicare’, «cioè mette tutto l’impegno necessario per far rientrare il figlio maggiore», rivela che «il Signore mi viene incontro, da vicino o da lontano, e cerca di farmi ‘entrare’, cioè mi aiuta a capire la realtà, ossia la verità su noi stessi». Insomma «riconciliarmi con Dio Padre mi riconcilia con me stesso e mi rende capace di riconciliazione sempre nuova con gli altri. C’è sempre qualcosa di nuovo da scoprire nella nostra vita, nel nostro cuore».

Nella meditazione su san Giuseppe, don De Marchi sottolinea come il padre putativo di Gesù sia «patrono di chi cerca di scoprire la volontà del Signore nella propria vita quotidiana, di chi vuole vedere la vita intera come vocazione, senza aspettare decisioni straordinarie che portano a lasciare tutto e, per esempio, andare a fare i missionari in terre lontane; di chi resta lì dov’è e cerca di fare tutto quello che è chiamato a fare con una luce vocazionale negli occhi». È in effetti in tale prospettiva che ci si può innamorare davvero della vita quale tempo per amare ed essere amati, per dirla con Papa Francesco, imparando a «vedere la vita ordinaria, quella in cui mi sto muovendo, con una luce nuova, col sorriso di chi scopre una cosa bella».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Pace interiore, il frutto della Spiritherapy di Chiara Amirante

C’è una ‘pandemia dell’anima’ di cui non ci son dati, una ‘malattia interiore pandemica’ il cui fattore dominante è l’ansia, per la quale «si moltiplicano i pensieri e gli stati d’animo negativi: paura, insicurezza, rab­bia, frustrazione, dolore, inquietudine, sfinimento, impotenza, solitudine». Lo sottolinea con forza Chiara Amirante nel volume La pace interiore (Piemme 2022, pp. 192), in cui propone una Spiritherapy, un percorso spirituale concreto articolato in diverse tappe per crescere nella conoscenza di sé e nell’arte di amare, per lasciarsi guarire il cuore e così ottenere in dono la pace.

Tale pace è un dono che Chiara ha imparato a custodire in prima persona anche in circostanze difficili e dolorose legate in particolare sia alle sue condizioni di salute sempre molto precarie, sia alle frequenti minacce di morte ricevute da persone accolte in comunità. Di qui Chiara «condivide alcuni suggerimenti che sono stati di grande aiuto per me e per tanti altri, per liberarci dal vortice dei pensieri negativi, vivere ogni attimo al meglio, supe­rare ansia, stress e paure condizionanti e trasformare sempre più velocemente gli stati d’animo negativi in positivi».

«Non temete! Si apriranno gli occhi dei ciechi!» (Is 35, 4-5). È questa la Parola che trafigge di luce le tenebre nell’anima di Chiara dopo la diagnosi infausta di uveite che l’avrebbe portata progressivamente alla completa cecità. E invece sorprendentemente, da «una brutta malattia, la scoperta di una pace che come per magia si contrappone agli allucinanti livelli di sofferenza raggiunti, poi il miracolo della guari­gione e l’inizio di una nuova avventura nel mondo della strada per ringraziare della straordinaria grazia ricevuta!».

Più che l’esperienza di guarigione fisica Chiara racconta ciò che sperimenta interiormente nella quotidianità, ossia «la scoperta che esiste una pace che è più forte della disperazione e che resiste anche quando la croce è talmente pesante che ci fa cadere a terra senza più alcuna forza per poterci rialzare». Tante le croci incontrate nelle pieghe dei volti di quel ‘popolo della notte’ al quale Chiara si dedica dal 1991, chiamata a infondere coraggio, fiducia e speranza ai tanti accolti nelle comunità di Nuovi Orizzonti per imparare a camminare su strade nuove.

Radicato nel vissuto esistenziale di Chiara, il programma di ‘spiritherapy’ intende scardinare «le tante abitudini disfunzionali che con­tinuano a generare malessere nella nostra vita», curando le ferite del cuore per far brillare quella scintilla divina che abita nell’anima di ciascuno e che è invito a una vita bella, gioiosa e piena, nella consapevolezza che «l’Amore è l’unico tesoro che più si dona agli altri senza aspet­tare niente in cambio, più si moltiplica». Si tratta di un percorso che richiede costanza, impegno e voglia di mettersi in discussione, ma anche il confronto in gruppi di condivisione per imparare con pazienza l’arte di dissodare il cuore da «ferite profonde, condizionamenti, vizi, dipendenze, ‘catene’ più o meno forti che sono di ostacolo e talvolta ci rendono inconsapevolmente ‘disabili’ nel dona­re e ricevere amore».

Se amare se stessi è il punto di partenza per poter amare gli altri, occorre allora anzitutto pacificarsi con il proprio ‘bambino ferito’, con la propria storia, cominciando con «l’acquisire consapevolezza di quale sia la vera causa del nostro stare male», tutt’altro che scontato, se si tiene presente che ci si riduce spesso a trovare qualche capro espiatorio o ‘anestetico’ al malessere senza individuarne le ragioni profonde. Attraverso ‘l’esercizio dello stop’ è possibile, per esempio, fermare il vortice di pensieri negativi di cui talvolta siamo in balia e aprirci a pensieri positivi, coltivando la gratitudine verso Dio, gli altri e la vita per tutti i doni ricevuti e valorizzando le persone che ci sono accanto.

Di qui si giunge alla consapevolezza che «la nostra felicità dipende soprattutto dal come noi decidiamo di vivere una determinata situazione, positiva o difficile che sia», imparando a vivere al meglio ogni cosa che la vita ci regala, senza vivere passivamente le situazioni e reagendo al male col bene. Si tratta di custodire lo stupore, posizionando la ‘telecamera interiore’ sul bicchiere mezzo pieno, nella consapevolezza che «in ogni evento c’è un regalo nascosto, un filo d’oro tutto da scoprire e che l’amore illumina la bellezza nascosta in ogni persona e situazione». Per migliorare lo stato d’animo occorre intervenire sui propri pensieri, trasformando le difficoltà in opportunità, riscoprendo la motivazione di fondo sottesa al nostro agire che, quanto più «sarà legata alla ricerca del Bene, tanto più potremo fare esperienza di quella pienezza di pace e di gioia che è un frutto proprio di chi cammina nello Spirito e cerca di rimanere sempre nell’Amore».

 

Per progredire in tale cammino è poi necessario liberarsi dai giudizi di condanna sugli altri e imparare a entrare in punta di piedi nelle loro storie e fragilità, cercando «la perla preziosa racchiusa nel cuore di ogni uomo»; liberarsi dall’ansia e dallo stress eccessivo anche mediante lo sport, la preghiera e la meditazione; focalizzare le proprie priorità per non lasciarsi travolgere dalle cose da fare e per stare nel ‘qui e ora’ alla luce della missione che Dio ci affida. Occorre lasciarsi alle spalle le paure condizionanti, come la paura di sbagliare, di non essere approvati, di deludere le aspettative altrui, e imparare l’arte di sdrammatizzare attraverso autoironia e un po’ di sano umorismo. Chiara smaschera anche il tentativo ingannevole di colmare la paura di soffrire con piccole gratificazioni: «La ricerca del piacere, quando non è accompagnata da una certa autodisciplina, dominio di sé, forza di volontà, maturità, senso del sacrificio, crea personalità dipendenti che cercano sempre nuo­ve modalità di fuga da ogni tipo di dolore».

Insomma in questo agile volume la fondatrice di Nuovi Orizzonti non dispensa semplicemente indicazioni teoriche per la guarigione della propria interiorità, ma offre esercizi pratici con domande-guida mirate per la riflessione, la preghiera del cuore e la meditazione personale, corredati da ‘parole di luce’ tratte dalla Parola per favorire nel cammino quotidiano di ciascuno un’autentica esperienza rivelatrice della pace di Cristo.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

In un libro le “provocazioni per capire il mondo”

«La profezia di Friedrich Nietzsche si sta avverando, l’insegnamento del suo vicario Zarathustra ha attecchito nella cultura occidentale. L’uomo rinnega il suo Creatore e si sostituisce a Dio in un delirio di onnipotenza che lo porterà in breve tempo a compiere azioni incontrollate e incontrollabili in tutti i settori della vita, in particolare in quello sociale, genetico, medico ed etico. La trascendenza e ogni ordine provvidenziale vengono spazzate via, si tenta di oscurare la Chiesa e il suo insegnamento, di estirpare le radici da cui sono nate la cultura europea e occidentale. Siamo agli albori di una nuova umanità ove l’uomo diventa superuomo. Ogni uomo che conosce se stesso, e quindi i suoi limiti, può comprendere la pericolosità di un’umanità che detronizza Dio e sale sul trono al suo posto».

Tratteggia così la fisionomia della società contemporanea Ettore Gotti Tedeschi, economista di rilievo e già Presidente dello IOR, nel recente volume-intervista Così non parlò Zarathustra (Cantagalli 2022, pp. 160). In dialogo con Giovanni Castellini Rinaldi, non si sottrae alle ‘domande scomode’, anzi risponde alle ‘provocazioni per capire il mondo’ del suo interlocutore mostrando una profonda capacità di analisi della realtà attuale.

 In tale prospettiva si colloca anche la sua disanima dell’attuale «emergenza pandemica e sanitaria, che ha limitato antiche libertà che mai nessuno avrebbe osato mettere in discussione; abbiamo accettato provvedimenti di ogni genere perché terrorizzati dalla paura della morte e della sofferenza, l’emotività ha preso il sopravvento sulla nostra razionalità. La pandemia sembra essere il grembo in cui si compie la gestazione di un nuovo uomo, del superuomo. Una forma di transumanesimo, in cui la scienza e la tecnica sono le nuove divinità che intercedono per migliorare la condizione umana».

In un saggio del 1935 lo storico Hazard individuava nella trasformazione della ‘società dei doveri’ nella ‘società dei diritti’ la causa del tramonto della civiltà occidentale cristiana. D’altra parte la crisi dell’Occidente altro non è che «la conseguenza della negazione del valore della vita, accompagnata dalla pretesa utopistica e nietzschiana di rifondare un nuovo mondo». E in effetti «il nichilismo nietzschiano ha causato una profonda rottura con il passato, con la tradizione, affermando il primato della realtà sulla morale tradizionale, ridimensionando la trascendenza e assolutizzando la scienza, oggi unica verità inopinabile. In questo quadro è stata riabilitata l’etica protestante che, separando le opere dalla fede, ha introdotto una diversa coscienza del peccato, meno rigorosa rispetto all’etica cattolica. In campo economico è stato demonizzato il capitalismo, considerato uno strumento di controllo della società. Insomma, la ragione umana è oggi il solo strumento che permette di delimitare il confine tra il bene e il male, di vincere l’irrazionalità e la morale religiosa».

È in fieri un Nuovo Ordine Mondiale che ha dichiarato apertamente i propri intenti ideologici: «1) omogeneizzare la diversità culturale; 2) relativizzare le religioni (soprattutto quelle dogmatiche); 3) incentivare la denatalità con ogni mezzo; 4) creare Stati globali in contrapposizione a quelli nazionali da considerare sovranisti ed egoisti; 5) orientare il mercato verso la globalizzazione senza però perderne il controllo». La strategia, ormai nota nel ‘post-pandemia’, è sempre la stessa: «quando non si sa come risolvere un problema si inventa una soluzione – richiede meno sforzo –; se poi la soluzione non è efficace si riversa la colpa del fallimento sugli altri».

Per fortuna la realtà lascia trasparire altri dati ben lontani dall’ideologia. E, in effetti, non esiste alcuna decrescita felice, «anzi se non si mettono al mondo bambini, in un lasso di tempo breve sembrerà di ottenere un vantaggio perché si risparmia e si ha una disponibilità finanziaria ed economica maggiore; ma a medio termine il ciclo di crescita flette; a lungo termine crolla». D’altra parte «se la popolazione decresce in tempi brevi e non ci sono possibilità che questo trend si inverta, il Pil diminuisce e con esso gli investimenti in tecnologia e ricerca. Le tasse aumentano per far fronte alle spese (pensioni, accoglienza migranti, sanità, ecc.) e i valori mobiliari e immobiliari crollano (considerando la liquidità sui mercati). Le banche entreranno in crisi, alcune irreversibili. Non saranno più elargiti aiuti ai Paesi poveri, innescando il fenomeno della migrazione di massa. Chissà che qualcuno pensi di porre rimedio a questa situazione, soprattutto per controllare il costo della spesa previdenziale, stabilendo leggi eutanasiche». In sostanza, «la denatalità ha causato negli ultimi 40 anni l’aumento delle tasse, la diminuzione del potere di acquisto, la necessità del lavoro femminile, che ha comportato l’aumento dell’età in cui una donna ha il primo figlio, con effetti intuibili sulla fertilità femminile». Inoltre delocalizzazione e deindustrializzazione hanno favorito ulteriormente la trasformazione dell’Occidente in un «popolo di consumatori che produce poco o nulla».

Questo scenario è il frutto delle teorie neomalthusiane e ambientaliste, foraggiate e propagandate dagli organismi internazionali, secondo cui «l’uomo non è più il fine, ma il mezzo per la tutela dell’ambiente». Negando e sovvertendo le leggi naturali, tali tesi ideologiche hanno ormai determinato una trasformazione radicale del paradigma antropologico, in quanto «se prima l’uomo era al centro del sistema e l’economia era a servizio dell’uomo, oggi, grazie a questa “attualità” del pensiero malthusiano, è centrale la terra. Il paradigma ‘Creatore-Creatura-Creato’ è stato trasformato in ‘(Creatore?)-Creato-Creatura’». In sostanza «si è pensato di diventare più ricchi facendo meno figli e tutelando l’ambiente ed invece è accaduto il contrario».

Alla luce di tali considerazioni, l’autore ritiene perciò che l’unica strada per recuperare ragione, senso morale, verità sull’uomo e la realtà, contro ogni forma di relativismo etico-culturale e dogmatismo ideologico, sia la Via maestra accolta nella fede, poiché «l’Occidente può risorgere solo se con coraggio ammetterà che la sua civiltà affonda le radici nel cristianesimo».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

La contemplazione di Dio nel silenzio dei chiostri

«Tutto il bene per l’uomo è conoscere e amore il suo Creatore», scrive San Bernardo. Perciò «la contemplazione non è un ‘giardino chiuso’, riservato a pochi iniziati, ma è il destino di ogni uomo che deve e può tendere all’unione con Dio, usando dei mezzi che Egli ci ha messi a disposizione in Gesù Cristo», come afferma il certosino Poisson nella premessa di Alla scuola del silenzio (Rubbettino, pp. 534), una corposa antologia di brani di autori monastici sulla contemplazione del mistero d’amore di Dio.

Salendo «la scala dei monaci, mediante la quale essi sono sollevati dalla terra al cielo, ossia lettura, meditazione, preghiera, contemplazione» – per dirla con Guigo II, priore della Certosa di Grenoble della fine del XII secolo –  il lettore contemporaneo può percorrere un proprio ‘itinerarium mentis in Deum’, dal momento che i brani proposti sono poi suddivisi proficuamente per ordine tematico.

Purificazione del cuore e umiltà sono le vie maestre per rimuovere l’ostacolo del peccato e favorire un graduale e fiducioso abbandono dell’anima alla volontà divina. Da San Bruno di Colonia a Guigo II; da Marguerite d’Oyngt a Nicolò Albergati; da Dionigi, Lanspergio e Le Masson a Pollien, Simoni e Guillerand sono in tanti a diffondere il carisma plurisecolare della spiritualità certosina.

I monaci ruminano costantemente la Parola di Dio. Lo evidenzia bene Guigo II nella sua Lettera sulla vita contemplativa, in cui sostiene che «la lettura cerca la dolcezza della vita beata, la meditazione la trova, la preghiera la chiede, la contemplazione la gusta».

 «Facile è la strada verso Dio perché si percorre liberandosi dai pesi», scrive Guigo. Si tratta di imparare a corrispondere generosamente a «quell’amore con cui fummo amati prima che fossimo che è la causa di tutti i nostri beni», come prosegue lo stesso priore di Certosa. Pollien, monaco certosino morto nel 1931, rileva invece che «Dio ci porta fra le sue braccia e l’amorosa tenerezza della Sua volontà è interamente dedicata alla mia santificazione. Egli non si accontenta di volere la mia santificazione, ma la compie» in forza della sua azione incessante d’amore. Allo stesso modo Guillerand assimila la carità divina a un sole, la cui luce «brilla, riscalda e feconda», per cui «non abbiamo che da aprire le finestre immense e si dona come un fiotto; il raggio penetra, illumina, mostra tutto sotto una luce nuova; è come un levarsi d’aurora; tutto si riveste di bellezza, tutto è ringiovanito e sembra rinascere». È l’esperienza profonda della vita spirituale quella descritta da quest’altro monaco certosino, il quale intuisce «che il Verbo di Dio, accolto da un’anima, riproduce in essa e per mezzo di essa ciò che fa nel seno del Padre e ciò che è venuto a fare tra di noi», ossia rivelare «che il fondo di tutto è l’Amore». Per custodire la grazia e la presenza dello Spirito in noi è necessario «pregare senza posa», in quanto «la vita in noi è come un fiore fragile».

 Tra i rimedi per combattere la tentazione, Dionigi il Certosino raccomanda infatti la «continua e fervida preghiera a Dio per ottenere soccorso» insieme al rivolgere altrove il proprio pensiero, ossia alle realtà spirituali che giovano alla salvezza eterna, e una «frequente e devota meditazione della Passione di Gesù Cristo». Rispetto all’anelito alla conversione, Laspergio lascia parlare il Signore: «Quando cadi in qualsiasi difetto, convertiti a me senza indugio, gemi ai miei piedi e appoggiati in me; rialzati in piedi, confidando nella mia potenza. Io desidero vedere soprattutto buona volontà. Niente vale tanto quanto la buona volontà». In questo modo – lo evidenzia Porion, un certosino morto nel 1987 – «le tentazioni saranno un trampolino per elevarmi verso Dio. Metterò sempre di più le mie facoltà e tutto il mio essere a disposizione di Dio; la sua voce parlerà sempre più chiaramente in me. La fede si fortificherà, la speranza diventerà più sicura, la carità più ardente».

Sull’importanza di coltivare il silenzio, San Bruno di Colonia, fondatore dell’ordine certosino, scrive che chi ne fa esperienza «acquista quello sguardo pieno di serenità che ferisce d’amore lo Sposo celeste, quell’occhio puro e luminoso che vede Dio. Qui Dio dona ai suoi atleti, per la fatica del combattimento, la ricompensa desiderata: la pace che il mondo non conosce e la gioia dello Spirito Santo». Nel silenzio germoglia la carità e «così il fervido amor di Dio eccita la mente amante, la muove e la solleva verso Dio, assieme ai suoi pensieri ed ai suoi affetti, e solo in lui si riposa, non trovando pace e riposo altrove», come sottolinea Dionigi il Certosino.

Gabriele Fulconis, certosino dell’Ottocento, scrive di Cristo che è il «mio sposo di sangue, dal momento che quest’unione gli è costata tutto il suo sangue. Egli è mio pastore, perché non solo mi conduce e mi difende, ma mi nutre anche con la sua stessa carne e il suo sangue. Egli è mio medico, poiché si è incarnato su questa terra per guarire tutti i miei mali. Ecco come in Gesù Cristo io ho ogni cosa, per Gesù devo raggiungere ogni cosa e a Gesù devo attribuire ogni cosa». Di qui «la Passione di Cristo ci forma alla pazienza, mentre la Resurrezione ci anima alla speranza, per mostrare in noi attraverso la sua persona due vite, una faticosa a cui dobbiamo far fronte, l’altra beata che dobbiamo sperare», come rileva Ludolfo di Sassonia nel Trecento. Relativamente a Maria, san Bruno evidenzia infine con finezza poetica: «Meritò che il Signore dal cielo guardasse la terra».

Tale antologia è dunque uno scrigno di perle preziose di profonda spiritualità certosina radicata nella Parola di Dio, ruminata nel silenzio e meditata nell’ascolto sapiente dello Spirito che abita nell’anima del monaco e in quella di ogni cristiano che custodisce la grazia del Padre.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

La libertà di Maria secondo il cardinale Comastri

«Nessuna epoca ha saputo meno della nostra che cosa sia la libertà». Parafrasando Heidegger, si potrebbe dire della libertà quello che lo stesso filosofo tedesco scriveva dell’uomo. Lo rileva il cardinale Angelo Comastri nel suo ultimo saggio Cos’è la libertà. Te lo dice Maria (San Paolo 2022, pp. 144). E in effetti il cardinale osserva come «oggi abbiamo aumentato gli spazi della libertà, ma abbiamo svuotato la libertà togliendole la sapienza che poteva e doveva guidarla e orientarla». Per cui la libertà appare come «una forza cieca che non vede un orizzonte e non ha una meta alta da raggiungere».

A tal proposito egli rievoca l’immagine del filosofo danese Kierkegaard di una nave finita nelle mani del cuoco di bordo che ripete al megafono cosa si mangerà domani senza indicare alcuna rotta. D’altra parte «la civiltà del consumismo non vuole gente capace di pensare; vuole soltanto consumatori, bocche che mangiano, corpi che cercano sensazioni fino allo stordimento». Di qui, «se lo scopo della vita sta tutto nell’esaudire i propri capricci, allora aspettiamoci un’epidemia di giovani crudeli e criminali», come testimoniano numerosi fatti di cronaca che vedono i ragazzi coinvolti in atti deplorevoli.

Ma il Creatore nella sua bontà non lascia la sua creatura in balia di se stessa. Così «chiama l’uomo alla collaborazione, anche se Dio può coinvolgere l’uomo, nella misura in cui l’uomo si presenta nella verità della sua povertà, della sua piccolezza, della sua umiltà». È avvenuto questo per tanti personaggi biblici, per Giacobbe, e in particolare per Maria. È lei «la testimone dell’Annunciazione che ha raccontato il fatto. Ascoltando il racconto, noi possiamo pertanto immaginare la voce di Maria che, con delicatezza, ci sussurra all’orecchio la sua storia perché diventi la nostra storia».

Di qui, attraverso una sapiente esegesi del racconto dell’annunciazione del vangelo di Luca, il cardinal Comastri ne coglie e medita anche gli aspetti più reconditi, tra i quali il fatto che l’arcangelo si rechi da Maria al sesto mese. Il numero sei allude in realtà al giorno di creazione dell’umanità; con l’annuncio dell’angelo «sta avvenendo una nuova creazione, cioè sta iniziando la salvezza». Una salvezza che Dio opera «bussando alla porta della libertà di Maria». Come per Maria così per noi, «la fede è la più grande ricchezza perché permette alla nostra libertà di costruire sulla roccia e non sulla sabbia».

Tale libertà genera gioia, la stessa che Maria manifesta anche nella visita a Elisabetta, e deriva dalla consapevolezza che «Dio ha posato lo sguardo sulla sua piccolezza, sulla sua umiltà». Una felicità, un gaudio e una grande pace interiore che sperimenta nella notte di Natale del 1886 lo scrittore Paul Claudel il quale, ateo, «sentendo il Magnificat, cadde in ginocchio e si ritrovò tra le braccia di Dio». La straordinarietà dell’ordinario assenso di Maria al disegno d’amore del Padre viene celebrato da Santa Teresa di Lisieux con queste parole: «Tu sei l’incomparabile Madre che va con loro per la strada comune per guidarli al Cielo».

Una strada stretta, quella della libertà vera, che ciascun uomo sulla scia di Maria è chiamato a percorrere e che non disdegna la china della fatica e della croce che ogni amore autentico richiede. «Maria capisce che la Passione e la Morte di Gesù sono un atto di amore: sono la risposta di Dio alla cattiveria umana, sono la riscossa di Dio, che aggredisce l’odio con la forza dell’Amore e del Perdono: perché l’Amore è la forza di Dio ed è la forza vincente! Maria ci crede e resta accanto alla Croce del Figlio: resta con la fede; la fede che le dà la certezza che Gesù Crocifisso non è uno sconfitto, ma è il vincitore del male ed è la mano tesa verso l’uomo per tirarlo fuori dal male e dalla cattiveria».

 La libertà di Maria è dunque la libertà di una fede umile che riconosce la bontà di Dio e perciò si abbandona fiduciosa al Padre in ogni circostanza lieta o dolorosa che sia. Infine la riflessione del cardinale Comastri si fa invocazione di intercessione perché dal luminoso esempio della Madre impariamo a essere figli veramente liberi come lei e suo Figlio: «O Maria, mettici negli occhi la luce di Dio e accompagnaci nel viaggio della vita, affinché i nostri passi siano semi che lasciano dovunque briciole di amore pronte a sbocciare in felicità vera e duratura».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

I pastorelli di Fatima, una vita trasformata da Dio

«“Signore, fammi santa, mantieni il mio cuore sempre puro, dedicato soltanto a te”. E le sembrò di ricevere nel fondo del proprio cuore la ri­sposta di Dio: “La grazia che oggi ti è concessa ri­marrà viva nella tua anima, producendo frutti di vita eterna”. Queste parole, che rievocano il dialogo intimo tra Lucia e Gesù dopo la Prima Comunione, sono opportunamente riprese ne I pastorelli di Fatima (Ares 2022, pp. 196) di Madalena Fontoura, psicologa e scrittrice portoghese che dagli anni ’80 si dedica allo studio della personalità dei tre veggenti della Cova d’Iria.

La profonda devozione eucaristica costituisce il cuore della spiritualità dei tre pastorelli di Fatima. Lo testimonia in modo particolare un dialogo tra Giacinta e Lucia, sua cugina maggiore, che rivela la loro abitudine di chiamare l’Eucarestia ‘Gesù nascosto’: «“E tu, quando ricevi la Comunione, parli con lui?”. “Certo”. “E perché non lo vedi?”. “Perché è nascosto”. Allo stesso modo Giacinta si commuove e piange quanto sente la cugina raccontarle la Passione di Gesù, mentre brama di baciare e abbracciare il Crocifisso.

Si manifesta loro l’Angelo del Portogallo per prepararli alle apparizioni mariane. Lucia racconta che «erano concentrati in Dio» e godevano di pace e felicità interiore. Poi il 13 maggio, quando vedono «la Signora, tutta vestita di bianco», non si lasciano vincere dal timore. Suor Lucia ribadirà in proposito che «le apparizioni della Madonna non infondono paura né timore, ma sorpresa». L’autrice commenta inoltre che «con dolcezza, ma senza giri di parole, la Madon­na disse loro la verità, prendendo sul serio l’offerta di se stessi che avevano appena fatto: “Allora soffrirete molto, ma la grazia di Dio sarà il vostro conforto”.

Il cuore puro e lo spirito contemplativo di Francesco, un bambino di soli 9 anni, emerge in un altro aneddoto raccontato da Lucia. Mentre rincorre farfalle insieme a lui, sua cugina si accorge che Francesco ha preso particolarmente sul serio l’invito della Mamma celeste a recitare il Rosario. Di qui se ne sta in disparte e così giustifica tale decisione: «Sto pensando a Dio, che è così triste a causa di tanti peccati. Se fossi capace di dargli gioia!».

Giacinta, la pastorella più giovane, è invece la «prima apostola degli avvenimenti di Fatima» e sin dall’annuncio dell’apparizione manifesta «una passione infiammata, che non le face­va tacere quanto aveva incontrato, né rimanere tran­quilla davanti a quanto succedeva». La visione infernale, prima parte del segreto di Fatima, la sospinge a offrire con gioia ogni sorta di mortificazioni e penitenze per strappare le anime al maligno. Tra l’altro, come osserva acutamente l’autrice, «sottolineare l’esistenza dell’inferno nel secolo che avrebbe visto la caduta di tutte le certezze significa affermare la libertà dell’uomo e l’esistenza di un de­stino. È anche un appello alla solidarietà, per il fat­to che si affida alle mani dei credenti la possibilità e la necessità concreta di fare di tutto perché ciascuno possa conoscere l’amore di Dio». Di qui «Fatima sfida il pensiero del mondo con la logica della penitenza».

Mirando ai tre pastorelli, «la loro fedeltà alla preghiera, la generosità con cui facevano sacrifici, il loro orrore per il peccato, il loro zelo per la conversione dei peccatori, l’amore che nutrivano per Gesù e per il Cuore Immacolato di Ma­ria» costituiscono in effetti il terreno fecondo nel quale germogliano frutti di vita eterna. Nello specifico, la sensibilità e delicatezza davanti alla sofferenza di Francesco fanno fiorire il suo amore oblativo, per cui «si consegnò con cuore indiviso a quel Dio ferito, che gli chiedeva aiuto, e a quella Signora tanto buona che tutti i mesi gli appariva e lo chiamava per nome», giungendo alla morte con il sorriso tre anni più tardi. Parimenti Giacinta «mandava a dire a ‘Gesù nascosto’ che ave­va nostalgia di Lui, chiamava ‘Mammina del Cielo’ il Cuore Immacolato di Maria e dava baci ai santini che le davano. Era anche intrepi­da nella sofferenza, ferma nella speranza e imbattibi­le nell’amore». E ancora Lucia «con le apparizioni assunse il ruolo di interlocu­trice con l’Angelo e con la Madonna, spiegava ai cu­gini quanto aveva udito, rispondeva ai loro dubbi e li incoraggiava in modo esigente ma buono. Era sem­pre in prima linea negli incontri, sia con persone che credevano sia con i non credenti, cosa che le fece in­teriorizzare la sua missione di testimone».

In sostanza Francesco, Giacinta e Lucia hanno gradualmente imparato ad amare Cristo nella loro carne segnata dal peccato, ma anche dalla trasformante grazia divina. La loro vicenda è «se­gno del fatto che il Cielo ci vuole così come siamo e al contempo disponibili a vivere in rapporto con Dio. Come un bambino accoglie la realtà, così a noi viene proposto di accogliere il Suo amore su di noi», osserva mons. Massimo Camisasca nella postfazione. Attraverso le apparizioni di Fatima, insomma, «la prima preoccupazione del Cielo fu quella di scegliere, sulla ter­ra, tre cuori innocenti che battessero al ritmo stesso del cuore sofferente di Cristo e di quello premuroso di Maria», mostrando «quale dialogo affettivo si instauri tra Dio e l’anima che accetta di amarlo, di rispondere alle sue attese e richieste».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Il “sì” di Maria e Giuseppe aiuta madri e padri di oggi

«Siamo tutti padri putativi. Vuol dire che i nostri figli, prima di essere ‘nostri’, sono figli di Dio, ci sono in qualche modo ‘affidati’». Con questa provocazione critica nei confronti di una cultura contemporanea che ha cancellato la figura del padre, il professor Franco Nembrini –  nel suo recente volume (San Paolo, pp. 128) – propone tre sguardi inediti su Maria e Giuseppe attraverso l’arte figurativa e poetica che offrono una prospettiva originale per leggere la quotidianità di padri, madri e figli e l’arte di educare secondo la logica di Dio.

 Il proprio sguardo raccoglie lo stupore provato dallo stesso autore dinanzi a L’accettazione della maternità di Maria da parte di Giuseppe, affresco custodito nella chiesa di Sant’Andrea a Spello e attribuito a Dono Doni. Si tratta probabilmente di un unicum fra le rappresentazioni della Sacra Famiglia, in quanto è Giuseppe a sorreggere la madre di Dio in un «umanissimo gesto di accasciarsi». Esso «‘fotografa’ proprio l’attimo decisivo, l’attimo in cui la tensione di Maria si scioglie, l’attimo in cui lei tocca con mano che Dio è fedele alla Sua promessa – perché un conto è saperlo, un conto toccarlo con mano –, che non la lascia sola nel suo compito più che umano. Che Dio l’abbraccia e la sostiene nel suo compito di generare Dio nella carne con un abbraccio e un sostegno carnale. L’abbraccio di Giu­seppe. E Maria, consolata, a questo abbrac­cio si abbandona, certa che è l’abbraccio con cui Dio la raggiunge». Nello stesso affresco Giuseppe ha i colori delle vesti speculari a quelli di Maria rappresentata anche in una mandorla nella gloria del paradiso, i quali sono in effetti gli stessi delle icone della Vergine e del Figlio, il blu per la divinità e il rosso per l’umanità.

Riconoscere che i figli sono ‘miei’ non alla stregua di cose di cui disporre, ma come «qualcosa a cui io appar­tengo» – come «la mia storia, la terra in cui sono nato, la famiglia da cui provengo: sono ‘mie’, ma non le ho fatte io, le ho ricevute in dono e in custodia» – consente infatti di «mettersi nella posizione giusta per amarli e servirli fino in fondo, nel modo più adeguato». Il presupposto per essere padri e madri autentici è allora quello di riconoscersi, come San Giuseppe, ‘padri putativi’, «gente a cui un Altro ha affidato la vita di altri».

D’altra parte i figli sono creati ‘a Sua immagine’, per cui non bisogna pretendere né che crescano a immagine dei loro padri, né tanto meno secondo l’immagine che ci si fa di essi, per la quale «abbiamo un’immagine di quel che loro dovrebbero es­sere, e li misuriamo per differenza rispetto a quell’immagine, perché non corrispondono mai all’immagine che abbiamo di loro». Al contrario, proprio perché creati a immagine del Creatore, «dobbiamo accompagnarli a diventare qualcosa che va sempre al di là della nostra misura».

Di qui Nembrini coglie con grande acume il paradosso dell’educazione, «quella cosa che avviene quando non sei impegnato a educare», ossia quando «i nostri figli ci guardano». Il segreto della paternità dunque «non è: “Come faccio a essere padre?”, ma: “Di chi sono figlio?”. Si tratta di mostrare ai figli per Chi davvero vale la pena vivere, imparando a ‘stare’ più che a ‘fare’ come il Padre misericordioso della parabola evangelica. D’altra parte i figli imparano non da mille prediche, ma «dai nostri gesti, dai nostri atti, dagli sguardi che rivolgiamo loro, che ci scambiamo fra mariti e mogli». Perciò l’essenza di ogni padre deve essere la misericordia, ossia la capacità di «abbracciare l’altro per quello che è», senza condizionare il bene che si vuole ai figli al loro essere più buoni o più studiosi. Anche perché, come osserva ancora il professore bergamasco, «uno non cambia mai perché l’altro gli dice: “Sei sbagliato”; uno cambia perché l’al­tro gli dice: “Sei una cosa grande”, e allora magari gli viene anche voglia di essere all’al­tezza di questa grandezza».

Naturalmente un bravo educatore fa sempre appello alla libertà, che non è frutto dello spontaneismo e dell’emotività del momento, bensì «una lotta per restare fedeli all’intuizione che ci ha fatto intravedere uno spiraglio di bene, di buono e di vero».

Tornando all’affresco, occorre evidenziare altresì che «abbracciando Maria, Giuseppe abbrac­cia Gesù che lei porta dentro di sé». Ciò significa che nella carne dell’altro il marito abbraccia la moglie e viceversa e, proprio in tale gesto, accoglie Cristo, in quanto «Gesù che arriva, si fa presente, mi raggiunge attraverso la carne, l’abbraccio della donna o dell’uomo che ho sposato». È quanto testimonia nel canto XXX del Purgatorio lo stesso Dante allorquando annuncia Beatrice con il maschile ‘Benedictus qui venis’, quasi a «identificare Beatrice con Gesù: “Benedetto tu, Gesù, che vieni nella carne di Beatrice”».

Relativamente alla dignità e al ruolo della donna, Nembrini osserva che quest’ultima «ha una capacità di servizio più grande», stando alla prospettiva evangelica che ha reso il servizio «la nuova legge della vita». A sua volta, un uomo che «si senta accolto e sostenuto nel suo bisogno, si mette a sua volta a servi­zio della donna, dà la vita per lei», cui allude in maniera icastica il cavaliere medievale inginocchiato davanti alla sua dama.

Inoltre Dante stesso avrebbe celato mirabilmente la presenza di San Giuseppe poiché è ‘il santo del silenzio’ e una «presenza fondamentale e sempre in secondo piano» – negli incipit delle terzine a partire dall’ultima strofa dell’Inno alla Vergine (Par. XXXIII, vv. 19-31):

«In te misericordia, in te pietate […]

Or questi, che da l’infima lacuna […]

Supplica a te, per grazia, di virtute […]

E io, che mai per mio veder non arsi […]

Perché tu ogne nube li disleghi […]»

Nei successivi incipit si scorge ancora un ‘AV’, un accenno al saluto dell’angelo e a quel sì di Maria che è il primo movimento che innesca conseguentemente l’abbraccio fiducioso di Giuseppe, suo sposo, che la sostiene e conforta. In tale dinamica amorosa si comprende anche il significato autentico della verginità, «infinita distanza, per la quale uno non pretende di afferrare e ridurre l’altro a sé stesso e alla propria misura, ma lo afferma nel suo rapporto con l’Infinito, che è al tempo stesso e proprio per questo il possesso vero, la vera prossimità». Un amore casto è infatti «libertà dal possesso», proprio come quello di Dio per l’uomo.

Ogni cristiano – che sia padre, madre, sacerdote o suora – è pertanto chiamato a far rilucere la verginità e nel contempo la maternità e paternità di Dio attraverso un amore oblativo capace di amare nella libertà i propri ‘figli’. Le parole della preghiera rivolta da san Bernardo a Maria possono così essere incarnate da ogni fedele: ciascuno è ‘vergine e madre’ e ‘figlio del proprio figlio’, nella misura in cui i «figli santi con famiglie in gravi difficoltà, si fanno carico della situazione, fino a rigene­rare – letteralmente, ridestare alla vita – i propri genitori», ed è ‘termine fisso’, nella misura in cui è voluto da Dio dall’eternità. Nella sua umile grandezza, Maria è «il vertice dell’umanità di ciascuno» e la «sicurezza della nostra speranza» (don Giussani).

Infine Nembrini si sofferma su un bassorilievo di Gaudì del Portale del Rosario della Sagrada familia, il quale mostra Giuseppe che, con umile fierezza, posa il suo sguardo su Maria e il Figlio al capezzale di un moribondo per salvargli l’anima. Ponendo la mano sulla gamba del moribondo, San Giuseppe ci mette del suo, rivelandosi non solo ‘patrono della morte santa’, ma anche provvido e forte custode del cammino di ciascuno fino alla meta. Perché la salvezza passa sì per il ‘sì’ di Maria, ma si compie anche attraverso il ‘sì’ altrettanto umile e concreto di Giuseppe al grande disegno d’amore del Padre.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana