San Giuseppe Moscati, uomo di scienza e di carità

«Medico, scienziato e benefattore dell’umanità, primario dell’Ospedale degli Incurabili di Napoli. Giuseppe Moscati fu sempre orientato a Dio e al bene supremo dell’essere umano. Sin dall’inizio della sua carriera fu considerato un medico controcorrente nell’ambiente sanitario del suo tempo, così pervaso di positivismo scientifico e di idealismo filosofico. Ogni mattina, prima di recarsi in ospedale, si alzava presto per visitare gratuitamente a domicilio la povera gente. Nel suo studio privato, come onorario, vi era un cestino con la scritta: “Chi può, metta qualcosa. Chi ha bisogno, prenda”. Medico eccellente e caritatevole, insigne ricercatore e docente, uomo di grande dirittura morale e di fede profonda, giunse alla santità incarnando nell’ordinaria concretezza dell’esistenza quotidiana l’ideale del laico cristiano».

Così lo scrittore e medico Paolo Gulisano introduce la figura del santo medico nel suo volume Giuseppe Moscati (2022, pp. 167), che inaugura la nuova meritoria collana Un santo per amico delle Edizioni Ares.

Nato a Benevento nel 1880 da una famiglia molto devota, settimo di nove figli, Moscati è uno studente brillante, si laurea col massimo dei voti. Gli viene affidato l’incarico di libero docente di chimica fisiologica, ma egli preferisce le corsie dell’ospedale e la prossimità ai pazienti alla carriera accademica, facendo della «professione una palestra dell’apostolato». La morte della madre a causa del diabete lo spinge a cercarne una cura con ogni sforzo intellettuale, per cui è il primo medico a sperimentare con successo l’insulina.

Moscati non è uno ‘scapolo’, ma prende «la fermissima decisione di custodire la sua purezza», per cui «vive il suo celibato come una scelta di dedizione totale alla missione di medico». «Moscati ha un metodo, una via: l’ospedale è a misura d’uomo quando chi vi lavora rende visibile e credibile la motivazione profonda che guida i suoi gesti, secondo una scienza animata dal desiderio di aiuto, in autentico spirito di servizio, senza trascurare il fatto che il primo essenziale soccorso umano è quello che aiuta il malato a vivere con dignità la propria malattia e la propria cura».

Con l’eruzione del Vesuvio del 1906 si preoccupa in prima persona delle operazioni di evacuazione e d’assistenza degli ammalati nella succursale dell’ospedale a Torre del Greco, il cui tetto sarebbe crollato a breve. Quando scoppia l’epidemia di colera nel 1911 anche a Napoli, Moscati non ha timore «di entrare nelle case dei malati ad alleviare specialmente le sofferenze dei poveri, che gli stanno tanto a cuore quali immagini vive e toccanti di Cristo sofferente».

Durante le visite più delicate lo si sente invocare: «Cuore di Gesù, soccorrete i medici». Quando prega l’Ave Maria, invece, pensa per ogni espressione che la compone a un’immagine diversa della Vergine, da quella di Pompei quando ripete ‘Dominus tecum’ a quella di Lourdes per l’‘Ora pro nobis peccatoribus’. Nutre anche una devozione profonda per san Giuseppe, san Ciro, san Francesco d’Assisi, san Michele Arcangelo e il suo Angelo Custode.

Scienziato umile e acuto, ha il merito di aver intuito l’importanza del metabolismo dei polisaccaridi per la terapia diabetica. Significativi sono poi i suoi studi sulla biochimica della placenta, il cui contributo viene riconosciuto anche oltreoceano. Quando c’è da prender posizione, relativamente al dibattito sull’eugenetica, scrive con fermezza: «Il movimento moderno sull’eugenetica, partito da una concezione altissima, quella di proteggere la razza umana dalla decadenza, propone per conseguire questo fine, mezzi di cui alcuni appaiono lesivi della libertà umana, o dell’etica della vita, o antifisiologici. Non è senza molto scetticismo che si apprendono tali proposte, per eliminare i deboli. Sono mezzi antiumani. I cosiddetti cromosomi sanno aggrupparsi meglio di quanto non ingiungano loro gli eugenisti».

 Nel campo della diagnostica non c’è nessuno che lo eguagli: «Sembra che in questa sua spiccatissima facoltà di individuare con esattezza la presenza e l’evoluzione di una malattia, ci sia qualcosa di soprannaturale. Con un semplice sguardo, con una leggera palpazione effettuata tenendo l’occhio rivolto al cielo come per esserne ispirato, con una auscultazione, egli entra in possesso degli elementi necessari per formulare le diagnosi più difficili». Il decorso della malattia gli dà in effetti sempre ragione. Egli ha anche il carisma di leggere interiormente gli spiriti; accanto alle medicine per la terapia invita alla preghiera e ai sacramenti, in particolare quanti sono lontani da una partecipazione assidua, poiché lo ritiene indispensabile tanto per la fortezza nella prova quanto per chiedere e ottenere la guarigione.

Moscati ha trentacinque anni quando scoppia la Grande Guerra. Primario all’Ospedale degli Incurabili, è pronto con la sua carità operosa a lenire le ferite del corpo e dell’anima di tanti giovani che arrivano dalla trincea nel reparto militare di cui assume la direzione. Egli è pronto a fronteggiare anche l’epidemia di spagnola che comincia a dilagare.

Io posso tutto in Colui che mi conforta’, replica parafrasando San Paolo a quanti constatano il suo eccessivo affaticarsi. Il beato Bartolo Longo, promotore della costruzione del Santuario di Pompei per la sua devozione al Rosario, è un suo paziente e Moscati gli è accanto nel giorno della morte.

Moscati sa consolare, difatti «le famiglie che richiedono le sue prestazioni mediche sanno che con esse arriva anche il bene del conforto cristiano». Il 12 aprile 1927 Moscati, mentre è nel suo studio, alle tre del pomeriggio si sente male, si accascia sulla poltrona e muore. I poveri in studio, appresa la notizia, esclamano: “O Gesù! E ora, come faremo?”. Nel rendere omaggio alla sua salma, l’arcivescovo di Napoli, il cardinale Asclesi esclama: «Il professore non apparteneva a voi, ma alla Chiesa. Non quelli di cui ha sanato i corpi, ma quelli che ha salvato nell’anima, gli sono andati incontro quando è salito lassù». Canonizzato nel 1987, ha vissuto una ‘beatitudine’ di cui egli stesso ha scritto: «Beati noi medici tanto spesso incapaci ad allontanare una malattia, beati noi se ci ricordiamo che oltre i corpi abbiamo di fronte delle anime immortali, per le quali urge il precetto evangelico di amarle come noi stesse».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

La bellezza come via per i giovani in uno show di La Ginestra

«Ricerca la bellezza che al cuore una carezza ti darà». È questo il leitmotiv di “È cosa buona e giusta” un brillante spettacolo teatrale scritto e interpretato da un istrionico Michele La Ginestra, in scena fino al 6 novembre al Teatro Golden di Roma. Scoprire la bellezza della verità, scegliere ciò che è buono e giusto per l’appunto e compierlo con amore è infatti l’unico antidoto che può arginare la ‘vanità di vanità’ per cui ‘tutto è vanità’, per dirla parafrasando le parole attribuite anche a san Filippo Neri e riprese in musica nel canto su cui si apre il sipario.

Prodotto da ‘Il Sistina’ e Teatro 7 e diretto da Andrea Palotto lo spettacolo è ora presentato in una versione ‘da asporto’ ridotta in termini di attori sul palco, più sobria rispetto a quella originale, secondo quanto si riscontra nel trailer dello stesso circolante in rete. “È cosa buona e giusta” si muove sul filo dell’autobiografico, all’insegna dell’amarcord dei ‘tempi che furono’, mentre sullo sfondo c’è il buon vecchio parroco don Gino che, pur canzonato per il suo modo di parlare, aiuta i giovani a trovare la propria strada e ciascuno la sua vocazione.

Ciò vale per lo stesso Michele che, preso in giro dai compagni per i suoi ‘piedi a banana’, comincia a recitare le prime battute proprio calcando il palcoscenico del teatro parrocchiale, ancora ignaro di quanto avrebbe compreso gradualmente più avanti proprio a partire dalle ultime parole del padre che risuonano come un testamento spirituale in un monologo molto intenso e commovente in cui La Ginestra le riprende fedelmente.

“Che fai oggi sei triste, butti una giornata?”. Suo padre lo saluta così prima di tornare sereno alla casa del Padre; d’altra parte “È il primo giorno, mica posso farlo aspettare? (il Padre celeste, ndr)”. Lascia al figlio però in eredità il suo sorriso perché Michele impari a saperlo donare agli altri.

E La Ginestra ne strappa di risate tra battute in romanesco, anche se talvolta peccano di eccesso di volgarità, ed esilaranti imitazioni, compresa quella del parroco e del bidello ‘maestro di vita’ con tanto di appello ai giovani d’oggi a saper scegliere i propri maestri, nella consapevolezza che «nella vita ci vuole coraggio per non fermarsi a un assaggio», come afferma in un intermezzo musicale, per andare controcorrente, non arrestarsi alla superficie delle cose e dei rapporti umani e compiere la scelta giusta.

 Nel confronto serrato della realtà giovanile tra ‘ieri e oggi’, tra una piazzetta e un pallone da una parte e il restarsene da soli con la testa sullo smartphone dall’altra, emerge con forza l’invito a utilizzare tutti e cinque i sensi e non solo il dito, e dunque ad ‘appizzare l’orecchio’, a sentire i rumori della strada come ad annusarne i profumi (a partire dal ragù della nonna!), a sviluppare il gusto passionale di un bacio dato con amore. D’altra parte, per dirla con una battuta, il «‘touch you’ è meglio del touchscreen». Si tratta di «spegnere i lampioni della routine per riscoprire la bellezza interiore di chi ti sta accanto». Di qui si ride per non piangere se solo si pensa che, a furia di selfie «per fermare l’attimo, l’attimo l’avete perso!», per cui il presente viene fotografato e immortalato, ma paradossalmente ‘non vissuto’. Basti in proposito ricordare le foto di piatti che spopolano sui social gustati soltanto dopo aver scattato numerose foto a prova di like.

Insomma si ride e ci si diverte, ci si commuove e ci si riflette nello spettacolo di Michele La Ginestra, ma soprattutto si raccoglie l’invito caloroso e appassionato di «un uomo vestito di bianco», per il quale «il mondo ha bisogno di bellezza». Dunque siamo tutti chiamati a essere «custodi di una bellezza che c’è stata data».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Nerone, l’uomo dietro il mito

«Si interessa di arte e di cesello, di pittura e di canto, ma si occupa anche di cavalli. E ancora, compone versi e si diletta di studi letterari. Di certo, non il profilo di un uomo politico, non di un princeps che ammalia la folla con la sua abilità oratoria».

 Così Silvia Stucchi – docente di Lingua e letteratura latina all’Università Cattolica – presenta Nerone in un romanzo storico particolarmente documentato che decostruisce il mito dell’imperatore della dinastia giulio-claudia sanguinario e corrotto (Nerone. Verità e vita dell’imperatore più calunniato della storia, Giunti 2022, pp. 384). Ricorrendo a curiosità e aneddoti, ma anche ad abili ricostruzioni di dialoghi e verosimili rappresentazioni di scene di vita dell’epoca, la Stucchi evidenzia le beghe di una corte imperiale in cui la sete di potere e l’ambizione avvelenavano ogni tipo di rapporto, soprattutto familiare. Attraverso una prosa avvincente fondata su dati storici, l’autrice rileva gli elementi più rivoluzionari dell’operato di Nerone: la ricerca del favore delle masse, l’anticonformismo nei confronti della plurisecolare tradizione moralistica romana, l’idea che la politica sia una questione di immagine e di spettacolo, l’amore per il bello e l’arte.

Nerone è infatti un sovrano amato dal popolo, un princeps efficiente, «amante della pace, per nulla smanioso di ampliare i confini dell’Impero con campagne militari sanguinose, ma anche dispendiose e controproducenti». Liberatosi della presenza ingombrante della madre sebbene risulti poco attendibile il racconto di Tacito del matricidio, come quello dell’omicidio del fratellastro Britannico, per le diverse grossolane incongruenze il giovane Lucio Nerone si prepara ad attuare una politica riformista: abolisce le imposte dirette; «mantiene l’inflazione a un tasso accettabile»; esenta le navi che commerciano con Roma dal pagamento di dazi; «dà un forte impulso alla fabbricazione di laterizi». Realizza anche una significativa riforma monetaria «che prevede la riduzione della quantità di metallo prezioso contenuta sia nella moneta d’oro, l’aureus, sia in quella d’argento, il denarius». Affascinato dalla cultura orientale, assolda geografi ed eruditi affinché ricerchino insieme le sorgenti del Nilo senza però riuscire in tale intento. Istituisce i Neronia, giochi quinquennali strutturati come le olimpiadi greche, che prevedono competizioni atletiche, musicali ed equestri. Egli non si limita a bandirli, ma vi partecipa in prima persona, esibendosi pubblicamente come cantante e attore e gareggiando come auriga. «L’arte è stata il suo sfogo e il suo rifugio, è anche diventata una vera e propria ossessione», osserva l’autrice. A tal proposito si consideri che il lancio di una mappa (piccolo drappo) quale segnale di partenza nelle gare è proprio una novità introdotta dall’imperatore, stando a quanto racconta Cassiodoro.

Relativamente al grande incendio che divampa casualmente nella notte tra il 18 e il 19 luglio del 64, «forse quella calunnia (l’attribuzione a Nerone, ndr) è nata da una circostanza fortuita: un giorno, durante un banchetto, un tale ha citato un verso greco: “Morto me, scompaia pure la terra nel fuoco!”. E Nerone che cosa aveva risposto, nell’eccitazione degli scherzi sbrigliati annaffiati dal vino? “Anzi! Che scompaia mentre sono ancora vivo!”. Ma come è possibile pensare che quell’immane disastro sia stato scientemente progettato da lui, come se avesse voluto cancellare la bruttezza di vecchi edifici o avesse avuto in odio la scomodità di quelle strette stradicciole che attraversano la città?». Certo è che egli ne trae grande profitto, come è noto, in quanto su buona parte di quella ‘terra bruciata’ edifica la sua grandiosa Domus aurea, con tanto di lago interno e di acque marine e termali per le sale da bagno.

 

Tuttavia, dopo il tragico incendio che risparmia soltanto quattro dei quattordici quartieri in cui Roma era divisa, il malcontento nei confronti dell’imperatore serpeggia a palazzo e tra le fila dei senatori. Perciò, «perché il suo scranno non vacilli, i cristiani sono i colpevoli ideali: non importa che non lo siano»; bisognava additarli come tali mediante l’accusa di lesa maestà. Le carni fumanti dei martiri utilizzate come torce nelle feste del princeps, però, cominciavano a generare commiserazione anche tra coloro che erano abituati a spettacoli tanto cruenti, per cui «iniziarono a sentirsi voci di indignazione». Il malcontento cresceva e culminò nelle celebri congiure dei Pisoni. Dopo aver sventato la prima, per non cadere vittima della seconda e presagendo ormai la sua fine, Nerone sembra preferire la strada del suicidio. Anche su tali circostanze e modalità le fonti storiche non sono concordi.

In sostanza dal romanzo di Silvia Stucchi emerge con forza il profilo dell’uomo Nerone dietro il mito sedimentato nella storiografia che non rende giustizia alla sua figura storica. Nerone ha in effetti pagato con la vita l’aver preferito il favore del popolo a quello dell’aristocrazia senatoria. Scardinando i valori del mos maiorum, «il suo regno doveva rappresentare la vittoria dell’arte sulla vita, e insieme, il tentativo di superare i confini tra le due e di abbandonare i ruoli troppo rigidi. Questa era l’eredità che voleva lasciare ai posteri: un principato che trascorra nel segno della bellezza e dell’arte».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

“Non avere paura, mamma”: consigli per una famiglia vincente

«Essere mamma è questo: andare sulla vetta più alta del mondo, faticare, divertirsi, divertirsi e faticare, farsi male, ferirsi alle volte profondamente, ma poi che meraviglia…anzi di più! Se imparassimo ad ascoltare la nostra maternità, la società saprebbe come ripartire. Si tratta di darci l’opportunità di superare le ideologie che ci hanno distrutto per riappropriarci di questa maternità che sbaglia, che è fragile, che ha paura ma che splende di vita teneramente, che tende verso l’altro, che va oltre, per accogliere, per fare spazio».

 Con queste parole Maria Rachele Ruiu introduce le ‘sfide a vincita certa’ di Rachele Mimì Sagramoso raccolte in Non avere paura, mamma! (Tau Editrice 2022, pp. 192). Si tratta di una serie di preziosi suggerimenti che derivano dall’esperienza concreta dell’autrice (che di figli ne ha sette!) e da quella altrettanto significativa di diverse spose e madri di famiglie numerose pronte a tenere tutto in equilibrio, dal rapporto di coppia al lavoro, dalla vocazione alla maternità all’economia della famiglia.

«Il genitore deve togliere per stimolare il figlio a cercare», osserva l’autrice, additando nel contempo un rimedio alla logica dominante del ‘tutto e subito’ abbracciata oggi da troppi genitori che auspicano di colmare con regali il vuoto lasciato dalla loro scarsa presenza in famiglia. Un vuoto che scava nel cuore di tante ragazzine, perché «per un figlio la presenza di un genitore è il suo sguardo sulla vita». Così crescono «già stanche della vita, ‘bambinofobiche’, edoniste e carrieriste».

 Invece «in una famiglia numerosa ci si abitua fin da piccoli a imparare ad accudire l’altro, a essere empatici, a risolvere i problemi, a condividere, rispettarsi e dare giusto valore al tempo», testimonia Marta; a «vedere che i figli possono contare l’uno sull’altro», racconta Anna. Dunque «ogni figlio aggiunge e non toglie mai nulla (ore di sonno a parte)», sottolinea la Sagramoso. Persino sul piano economico il miracolo della condivisione realizza quanto non sarebbe possibile contando sulle sole finanze della famiglia. Eppure spesso una giovane neomamma, mal consigliata dalle amiche, «passa le giornate a scombussolare i propri piani educativi, sperando di evitare ogni tipo di errore che conduca il figlio a diventare un serial killer o un ‘dipendente affettivo’».

Per maturare un figlio ha bisogno innanzitutto di stare con mamma e papà i quali, prima di essere suoi genitori, sono marito e moglie. Egli deve constatare che essi si amano concretamente nella quotidianità, «si perdonano per donarsi all’altro», sostenendosi vicendevolmente nelle situazioni liete ma soprattutto in quelle più faticose o dolorose, perché «l’unica via è l’esempio», che sospinge all’imitazione più di tanti discorsi. Si tratta di generare insomma «un ‘Noi coniugale’ prima del ‘Noi genitoriale’», contando sull’ausilio della grazia divina, come rilevano Giorgio e Cristina Epicoco.

Ciò che traumatizza i figli è «lo sguardo incerto di padri e madri quado si guardano; li traumatizza l’impressione che la loro casa sia costruita sulla sabbia», come sottolinea Franco Nembrini. Al contrario «un padre presente, oltre a essere un compagno di giochi, è un modello al quale il figlio guarda e dal quale impara come relazionarsi agli altri. Un padre presente, coinvolto, di supporto alla propria compagna, è portatore di valori come la fedeltà, la responsabilità, il rispetto per la donna, la possibilità di riparare inevitabili momenti di difficoltà; valori ai quali i figli guardano nel momento in cui loro stessi si impegnano in una relazione romantica», secondo quanto osserva lo psicoterapeuta Gabriele di Marco.

Relativamente alle madri, i valori di cui la donna è portatrice sono «dolcezza, accoglienza, empatia, ‘maternalità’», misconosciuti «in una cultura dove vi è il diritto a essere madri nel modo e nel momento che la donna desidera e ritiene opportuno, ma se poi costei trova nella maternità una realizzazione, la si biasima o si tenta quasi di demolirla moralmente». Di qui «si applaude alla giovane influencer Chiara Ferragni che diventa mamma ma lavora senza sosta “perché non ci si può cancellare per i figli”, ma si dileggia o si condanna apertamente la sportiva Tania Cagnotto che si ritira dalle gare per dedicarsi ai figli». Eppure «ogni figlio vale ogni goccia di sudore, di stanchezza, di spossatezza che un genitore può provare».

«L’io infantile di un figlio, onnipotente all’inizio, deve gradualmente trovare dei limiti per non ‘ammalarsi’». Sono dunque necessarie «piccole regole quotidiane» affinché un figlio possa acquisire sicurezza e fiducia, caratteristiche fondamentali per la sua maturazione umana. Dai figli, però, si impara anche, come testimonia la stessa Sagramoso in relazione a ciascuno dei suoi. D’altra parte «in fondo qualsiasi mestiere facciamo, qualsiasi professione portiamo avanti, accanto a noi ci sarà solo chi abbiamo amato, chi abbiamo curato e chi abbiamo abbracciato».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Ansia bye bye con l’aiuto di San Tommaso d’Aquino

«La persona che combatte contro l’ansia teme di perdere i beni di questo mondo e il loro go­dimento. È la paura di perdere il benessere, la salute, la sicurezza, le relazioni, la reputazione; oppure può aver timore di perdere l’amore di Dio, di scontentarlo e di incappare nei suoi terribili castighi».

È quanto scrive lo psicologo e psicoterapeuta Roberto Marchesini nel saggio Mio Dio, che ansia! (2022, pp. 112) appena uscito per l’edizione de Il Timone. Si tratta di un volume nel quale l’autore propone, nel solco della riflessione di san Tommaso d’Aquino, una serie di preziose indicazioni per far fronte proficuamente ad ansia, paura di non farcela, palpitazioni e attacchi di panico, sempre più diffusi anche tra i più giovani, soprattutto per i postumi del clima di tensione e restrizioni generato dalla pandemia.

Marchesini riprende «il realismo di san Tommaso d’Aquino come base di diagnosi e di cura psicologica», ma anche le acute considerazioni di Rudolf Allers – unico allievo cattolico di Freud, secondo il quale dietro la nevrosi c’è un problema metafisico non risolto per cui «il nevrotico è colui che non accetta la realtà e le rimprovera di non essere come lui la vorrebbe» – e di Viktor Frankl, e soprattutto attinge a piene mani alla fonte della Parola.

Se la ragione è l’auriga che conduce la biga alata nel mito platonico, il problema non sono evidentemente le passioni in sé, fondamentali per spingerla a perseguire il bene, bensì «dal punto di vista clinico i problemi cominciano quando la paura vince sulla ragione e prende il controllo della nostra vita». L’ansia è infatti una paura generalizzata dinanzi a ogni situazione che solitamente viene gestita attraverso l’attivazione di alcune modalità che rassicurano, quali la comfort zone, l’impiego di rituali e di meccanismi di controllo.

Relativamente alle dipendenze, Marchesini osserva che in esse in realtà «la persona si accontenta di un piacere perché pensa di non poter avere un bene vero». Inoltre «le dipendenze non dipendono dalla ra­gione; sono, infatti, l’effetto di una compulsione, cioè di una spinta forte, più o meno irresistibile e incontrollabile. Per questo è inutile l’appello alla ‘forza di volontà!’: la volontà, in questi casi, è quasi impotente». Di qui, dopo aver distinto il vizio dal peccato, lo stesso psicoterapeuta precisa ancora che «gli atti eseguiti in conseguenza di una di­pendenza sono un peccato nella misura in cui sono liberi. Tanto più è forte la compulsione, tanto meno saranno liberi e, quindi, peccaminosi».

In effetti la vera libertà è il presupposto «per compiere il bene e amare gli altri». D’altra parte se, per dirla con Allers, ««al di là del nevrotico c’è solo il santo», si potrebbe quindi definire «il grado di sofferenza di una persona con la misura della divaricazione tra la sua vocazione e la vita attuale». E proprio al fine di attenuare tale discrepanza e consentire alla vita attuale di rispondere concretamente al progetto del Padre, Marchesini offre una serie di suggerimenti pratici preziosi da tener presente: «Cerchiamo un ambiente buono, evitiamo gli ambienti cattivi. Circondiamoci di persone buone, sagge e intelligenti, che ci facciano crescere; facciamo in modo che la nostra casa sia un ambiente dove si stia volentieri e non dal quale si voglia fuggire appena possibile; ascoltia­mo buona musica, coltiviamo buone letture e selezioniamo buone relazioni; godiamoci questo mondo meraviglioso vivendo il più possibile all’aria aperta; facciamo questa, benedetta, “moderata attività fisica”; dedichiamo tempo ai nostri interessi e alla spiritualità. Rinunciamo alla fre­nesia, al lavoro eccessivo; non inseguiamo la reputazione, il prestigio, la carriera, i soldi. Ricordiamo che la nostra vocazione non sono le circostanze: siamo noi. Il nostro obiettivo quotidiano è diventare migliore di quanto fossi­mo ieri».

In sostanza «preoccupiamoci di arrivare al termine della nostra giornata avendo fatto un po’ di bene ed evitato un po’ di male. È sufficiente e alla nostra portata». Di qui l’invito dello psicoterapeuta a coltivare le virtù più che discutere di ‘valori’, anche perché la posta in gioco è la promessa di una felicità piena, ossia «la santità, che non consiste solo nell’avere una vita spirituale intensa, ma nello sviluppo in­tegrale della mia persona».

Eppure, per dirla infine con le parole profetiche della lucida e acuta analisi del cardinale Danneels pubblicata in appendice al saggio di Marchesini, «in Occidente la crescita incontrollata dell’io si è trasformata in cancro. Il senso di Dio è entrato in crisi e proprio per questo l’uomo ha perso la sua identità e la sua gioia. Perché ogni attacco a Dio ferisce l’uomo nella sua stessa natura. Lo rende triste», e nel contempo «la scomparsa della dimensione verticale porta a un’esaltazione dei rapporti orizzontali». Si tratta perciò, citando ancora il porporato, di «riscoprire Dio come Padre ed entrare con Cristo in que­sta esperienza filiale, questa è la fede cristiana ed è profon­damente terapeutica per la nostra civiltà».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

San Bernardo e la nascita dei monaci cavalieri

Nel suo libro Lode della nuova cavalleria (Liber ad milites Templi. De laude novae militiae) Bernardo di Chiaravalle approfondisce le ragioni teologiche del neonato Ordine templare. Scritto tra il 1128 e il 1136 al fine di chiarificare le finalità della nuova cavalleria monastica e di celebrarne la missione, il testo si colloca tra due date particolarmente significative. Nel 1128 infatti l’abate di Chiaravalle partecipa al Concilio di Troyes dove probabilmente per la prima volta viene a contatto coi Templari e contribuisce alla stesura della loro Regula, mentre nel 1136 muore Ugo di Payns, il fondatore dell’Ordine, al quale l’opera è indirizzata.

Nel contesto sociale del XII secolo, in cui violenza e uso delle armi sono all’ordine del giorno al punto che gli stessi tornei ludici si trasformano spesso in scontri cruenti se non addirittura mortali per chi viene sconfitto, Bernardo intravede nella cavalleria monastica la possibilità di realizzare un progetto di cristianizzazione degli ideali militari. L’abate di Chiaravalle incoraggia l’innesto della componente monastica nella tradizione cavalleresca per offrire al cavaliere un più alto ideale cui aspirare senza dover rinunciare al suo ordo: combattere il male in nome di Cristo. Bernardo pone dunque la sua eloquenza al servizio dell’Ordine Templare, affinché si potesse consentire ai milites feudali di canalizzare l’ordinaria violenza nell’esercizio della forza verso un nemico che, prima di essere di carne e ossa, è un nemico ‘metafisico’ che necessita di essere sconfitto soprattutto con le armi della fede in una battaglia spirituale.

Se in specie durante l’epoca medievale il fine unificante di tutte le attività dell’uomo risiedeva nella salvezza eterna della propria anima, in una società rigidamente divisa in oratores, laboratores e bellatores, per questi ultimi – data la professione delle armi – sembrava piuttosto arduo conseguire la propria santificazione. Insomma era necessario che i cavalieri fossero sottratti alla brutalità delle guerre combattute per futili motivazioni e ai duelli accolti esclusivamente per dar libero sfogo alla propria vanagloria. Occorreva al contrario che essi si convertissero, combattendo al servizio di Cristo, Colui dal quale avrebbero ricevuto ogni bene sulla terra e nel cielo.

In virtù del suo magistero spirituale unanimemente riconosciuto, Bernardo non si esime dal fornire spessore teologico a una causa tanto nobile, fortificata dalla scelta dei cavalieri di abbracciare anche la regola monastica, con i relativi voti di povertà, castità e obbedienza. La grande intuizione di Ugo di Payns, impegnatosi a trasformare dall’interno l’antica tradizione cavalleresca, incontra dunque la compiacenza dell’abate di Clairvaux che, rintracciando i motivi cristologici di tale scelta, vuole fornirle solidità teologica. Ecco perché nonostante la sua palese predilezione per l’ascesi spirituale più che per la vita mondana, egli si mostra ben felice di estendere anche ai membri della cavalleria monastica l’appellativo di milites Christi, sebbene al suo tempo questo titolo spettasse esclusivamente ai monaci.

La missione dell’Ordine Templare richiede che si debba combattere non soltanto il male dentro di sé attraverso un’impegnativa vita spirituale, ma anche quello fuori di sé, rappresentato dagli infedeli, con le armi del cavaliere. Il cavaliere di Cristo deve esser dunque consapevole di collaborare, mediante la propria azione militare, all’opera di redenzione del mondo, poiché contribuisce a liberarlo da tutti i nemici della fede che ostacolano la realizzazione del Regno di Dio. Una missione sicuramente ardua e nel contempo eroica, che non è votata alla conversione forzata o peggio all’eliminazione fisica degli infedeli. I Templari erano infatti chiamati innanzitutto a difendere il cammino di tutti i pellegrini che si recavano in Terrasanta, presidiandone le strade.

Bernardo li invita ripetutamente al discernimento spirituale dei propri pensieri e delle proprie intenzioni: la loro priorità non deve essere quella di uccidere l’infedele, ma di sottrarlo dall’errore della sua falsa fede. L’uccisione dell’infedele, letta nell’ottica evangelica, sarebbe giustificabile esclusivamente come extrema ratio, ovvero per legittima difesa dinanzi a un incombente pericolo per la propria vita o in caso di attentato o minaccia concreta a quella del prossimo.

L’abate cisterciense interviene così in sincera umiltà e con profonda carità a confermare le buone ragioni del conte della Champagne, spronando tutti gli altri cavalieri mondani ad aderire al nuovo ordine, dal momento che il soldato di Cristo – che rimanga ucciso o che sia costretto a uccidere nel tentativo di difendere sino alla fine la propria vita o quella degli altri cristiani – ottiene ugualmente la salvezza. In tale ottica la morte dell’infedele è soltanto un ‘malicidio’, un’ulteriore occasione per sradicare il male dal mondo sottraendo l’errante al suo errore, in modo da favorire l’espiazione dei suoi peccati anche al fine di spianargli la strada per la vita eterna.

Bernardo propone infine una geografia teologica della Terrasanta, da Betlemme al Santo Sepolcro, attraverso una lettura allegorica e spirituale delle Scritture, invitando i monaci cavalieri a meditare sui grandi misteri della redenzione compiuti in quei luoghi santi che essi sono chiamati a custodire.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Alle radici di una storia, Cristo spiegato da don Gius

«Il Verbo si è fatto carne. La mia vita fin da giovanissimo è stata letteralmente investita da questo: sia come memoria che persistentemente percuoteva il mio pensiero, sia come stimolo a una rivalutazione della banalità quotidiana. Tutto ciò che era bello, attraente, affascinante, fin come possibilità, trovava in quel messaggio la sua ragion d’essere, come certezza di presenza e come speranza mobilitatrice che tutto faceva abbracciare».

 Scrive così ai giovani don Luigi Giussani in uno dei suoi scritti fondamentali ora raccolti in Alle radici di una storia (Rizzoli 2022, pp. 320) che ripercorre il percorso umano e spirituale del santo sacerdote di Desio nel centenario della nascita. Una fede ‘incarnata’ quale accadimento ed esperienza del Mistero per una conoscenza più profonda della realtà, di se stessi e degli altri; la cultura dell’incontro e, in special modo, l’educazione dei giovani, sono solo alcuni dei temi pregnanti di questa ricca antologia di pagine scelte.

«Iniziamo a giudicare: è l’inizio della liberazione», osserva ancora il ‘Gius’, additando un metodo preciso per indagare la realtà mediante una ragione aperta al Mistero che non pretenda di esserne invece la misura e il criterio ultimo. Una ragione che non esclude il sentimento, appassionata e umile «coscienza del senso e corrispondenza con la realtà», riconosce infatti che «questa è la grandezza dell’uomo: la parola ‘felicità’ può essere pronunciata, sentita, vissuta solo dall’io». Tale esigenza di felicità è la vera mancanza, il grido autentico del cuore di ogni uomo inteso come inesauribile tensione alla quale soltanto Cristo può rispondere pienamente. «Il cristianesimo è un ‘fatto’», l’avvenimento di «un uomo che ha detto: “Io sono la salvezza della tua vita. Io sono il significato della tua vita”».

D’altra parte se «la coscienza di sé fino in fondo percepisce al fondo di sé un Altro» è evidentemente Cristo tale Presenza con la passione per l’uomo. Allora la creatura, consapevole che non si dà l’essere da se stessa, si riscopre quale “Io-sono-Tu che mi fai”. Poi Gesù si lascia incontrare «dentro la compagnia di coloro che lo hanno udito e gli hanno detto ‘sì’, lo riconoscono e sono insieme perché c’è Lui». E in effetti, come sottolinea il sacerdote di Desio, «l’annuncio cristiano è: un uomo che, mangiando, camminando, consumando normalmente la sua esistenza di uomo ha detto: “Io sono il vostro destino”, “Io sono Colui di cui tutto il cosmo è fatto”».

 La cifra dell’amore di Cristo è la sua misericordia, definita da don Giussani «quale abbraccio ultimo del Mistero, contro cui l’uomo – anche il più lontano e il più perverso – non può opporre niente: può disertarlo, ma disertando se stesso e il proprio bene».

 Certo «non è compito di Gesù risolvere i vari problemi, ma richiamare alla posizione in cui l’uomo più correttamente può cercare di risolverli», ribadisce Giussani. Lo si può fare dunque in pratica amando la verità più di se stessi, più delle proprie idee e pregiudizi. Questa è la morale, secondo il fondatore di ‘Comunione e Liberazione’, una posizione netta e precisa di fronte al valore, ossia a ciò per cui vale la pena impegnarsi nella vita, che scaturisce però dal ‘sì’ alla Presenza, come il triplice di Pietro nell’incontro con il Risorto dopo il rinnegamento. Infatti «solo l’uomo che vive questa speranza in Cristo continua tutta la sua vita nell’ascesi, nello sforzo per il bene».

Don Luigi Giussani è stato anche un sapiente educatore di tante generazioni di giovani, consapevole che «educare significa aiutare l’animo dell’uomo a entrare nella totalità della realtà» e che «esser giovani vuol dire dire aver fiducia in uno scopo». Si tratta dunque di educare alla libertà, intesa quale «livello in cui la natura diventa capace di rapporto con l’infinito», «desiderio di felicità e di soddisfazione totale» per rimanere fedeli al proprio cuore. Perché, come sottolinea Papini, «l’uomo è libero solo di diventare ciò che nella sua originaria essenza era già: sete di felicità».

«La vita che non è vita, è dura!». Risponde così il Gius a Gisella Corsico che gli chiedeva come si sentisse durante il tempo della sofferenza e della prova. Egli custodisce sempre il suo cuore grato a Dio, nella lucida e fiduciosa consapevolezza maturata sin dagli anni del seminario che «ogni istante che trascorro in questa forzata inattività può essere un immenso atto d’amore che serva alla felicità dei miei fratelli uomini ed alla gloria del mio Amico Divino, più di quanto l’avrebbe potuto il mio esteriore ardore». Anche di tali semi, affacciandosi oggi dai granai del Cielo, Luigi Giussani può scorgere lieto e col cuore finalmente pieno copiosi frutti di vita eterna.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Nella Bibbia la mappa del tesoro della nostra vita

«La Bibbia è davvero la mappa del tesoro, una guida alla realtà, ma solo se la prendi sul serio, cioè se la metti alla prova. Perché il miracolo che succede quando la leggi, la rileggi e la impasti con la vita è che non sei più tu a leggere lei, ma è lei a leggere te». Così scrive Costanza Miriano nella sua ultima fatica Il libro che ci legge (Sonzogno 2022, pp. 160) dedicata alle grandi storie della Sacra Scrittura messe a fuoco nella loro perenne novità quali chiavi di lettura per vivere ogni circostanza della propria vita con lo sguardo di Dio.

«L’ostacolo principale a tale prospettiva è rappresentato dalla presunzione che io so bene come deve andare la mia vita, e vorrei che Dio mi assecondasse, seguendo le mie indicazioni. Per cercarlo e trovarlo, dunque, serve una decisione libera. E serve la disponibilità a fare piazza pulita di tutte le nostre idee di Dio (quello con cui fare i baratti, quello che giudica, quello che premia i buoni e mena i cattivi eccetera». Il presupposto di un dialogo autentico con la Parola viva è sicuramente la disponibilità a mettersi in discussione e ad ascoltare.

Perciò «“ascolta, Israele”. Sta’ contento che ho scelto di parlare proprio a te: ti sto offrendo di essere il mio popolo. La prima cosa da fare, dunque, è togliere il comando a sogni, fantasie, emozioni e sentimenti; combattere innanzitutto per usare la ragione, e poi per lasciare che sulla ragione trionfi la fede, che le è superiore e mai in contrasto».  Il cristiano infatti è colui che fa spazio a Dio e così diventa più fedele a se stesso.

Di qui si può riscoprire che «la storia dell’Esodo potrebbe avere qualcosa a che fare anche con il tuo, il nostro soffrire; magari ha qualcosa da dire su una quotidianità fatta di fatica, di incomprensioni: parla della moglie che rompe sempre, dei genitori o dei fi­gli che non ci capiscono, del lavoro che è (o sembra) arido e senza prospettiva; parla di quando abbiamo pochi soldi o ci sentiamo poco amati, di quando non proviamo neppure più a cambiare – oppure ci proviamo ma, nonostante tutta la buona volontà, non ci riusciamo – e nulla muta in noi o nella nostra situazione.  Circostanze ripetitive e invariabili, esattamente come quelle degli ebrei che, anno dopo anno, impastavano il fango per il faraone per una paga da fame».

Il cammino di liberazione che Dio propone mediante Mosè al suo popolo è anche paradigma di una storia di conversione di coppia. Qui il suggerimento che la Miriano offre all’uomo in crisi matrimoniale è che «se stai così male, devi cambiare tu. Cambiare il tuo cervello. Attraversare il deserto. Partire come il popolo di Israele e lasciare il faraone – che è la tua voce interiore che parla contro il tuo matrimonio, a favore del tuo egoismo». E ancora, l’autrice fa notare con acutezza che «la storia, fatta di un viaggio rischioso, notturno, scomodo, ignoto, non c’entra niente con le nostre rassicuranti pratiche religiose, che spesso vanno solo a confortare le nostre nevrosi e ci confermano, inducendoci a rimanere esattamente dove siamo. C’entra invece con lo scomodarsi, con il mettere in discussione i sentimenti, le decisioni, le emozioni, le abitudini. Ci dice che Dio lo incontri se ti metti in cammino».

C’è poi Giuditta che «ci insegna come affrontare il nemico», senza dialogare, o peggio, scendere a compromessi col male, ma tagliandogli subito la testa, procedendo nel modo seguente: «Non ascoltare le tue fanta­sie. Il nemico cinge l’assedio: chiudi le porte e preparati a resistere. Così fanno gli abitanti di una piccola città, Betulia: co­minciano a prepararsi alla guerra, costruiscono fortificazio­ni, bloccano i valichi (a proposito, lo sai che l’iPhone ha la funzione «blocca contatto»?)». Di qui l’invito della Miriano a ripercorrere la propria personale storia di salvezza con cuore grato a Dio: «Ognuno sa cosa significhi, per la propria vita, dare il co­mando a Dio. Le simpatie e le antipatie, i desideri: tutto viene vagliato e consegnato a Dio nella preghiera, perché ci faccia il miracolo di riuscire ad amare».

La vicenda di Rut propone un interessante rimedio al delirio d’onnipotenza che spesso ci contraddistingue, ossia la consapevolezza che «della tua storia decidi pochissimo, però puoi decidere la cosa più importante di tutte: come stare nel posto che ti è dato, a partire dai dati di realtà, senza concederti di pensa­re come sarebbe stato bello e diverso se». Anche perché la fede autentica è quella per cui «se tu ti fidi di Dio, sco­pri che quello che ti viene dato è il meglio per te». Così «Rut finalmente avrà figli. E non figli qualsiasi: genererà Obed, padre di Iesse e nonno del re Davide, an­tenato di Gesù. Da questa obbedienza alla realtà è venuto tanto, tantissimo bene. Il bene massimo, che però è anche la felicità delle persone singole: nella storia di Dio c’è sempre e solo bene, nonostante a volte sia parec­chio travestito». Vedova di Chilion (‘sfinito’), avrà come marito Booz (‘potente’). E in effetti «il nostro amore, ogni amore, ha bisogno di essere gua­rito di continuo, senza posa, progressivamente. Quando tu guarirai il tuo modo di amare, tuo ma­rito guarirà il suo: siamo noi donne che generiamo l’uomo, sempre, ogni giorno».

La storia di Salomone insegna ad imparare cosa chiedere a Dio e a lasciarsi fare da Lui, proprio come «i santi, che sono quelli che cambiano, mentre noi di solito ci difendiamo dal cambiamento, proviamo a rimanere come siamo: abbiamo paura di perdere qualcosa, se allentiamo il controllo sulla nostra vita». Dalla vicenda di Giuseppe venduto dai fratelli si impara a chiedere la grazia di riuscire a perdonare gli altri e fare pace con la propria storia; da Tobia e Sara a diventare coppia secondo il cuore di Dio; da Rebecca a trovare un fidanzato riconoscendo la ‘situazione pozzo’ per entrare in una relazione senza difese.

Insomma il volume di Costanza Miriano ridesta il desiderio di prendere in mano la Sacra Scrittura per lasciarsi leggere dalla Parola, «criterio di verità su di noi, mettendo una croce sul cuore», nella consapevolezza che «Dio ha saputo creare una storia stre­pitosa, la storia della salvezza, da persone che sembravano perdute – tanto per ricordarci chi è che fa le cose». E Dio «esagera col bene: se noi ci attacchiamo come cozze alla sua Parola, ci ricopre di regali».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Giocare con Dio, lo spirito da bambino di papa Luciani

«Se avessi saputo prima che sarebbe stato eletto Papa avrei cercato di conservare più materiale, in particolare tanti interventi sicuramente significativi», afferma monsignor Francesco Taffarel, segretario di Albino Luciani quand’egli era vescovo di Vittorio Veneto.

 Tra le ‘sudate carte’ del monsignore si ritrovano anche appunti preziosi di omelie del futuro papa Giovanni Paolo I, e dunque testi inediti, ora raccolti in Giocare con Dio (Ares 2022, pp. 239), un’antologia di scritti di curata da Nicola Scopelliti, firma nota ai lettori de La Nuova Bussola Quotidiana. Il volume prende il titolo da un episodio raccontato da Luciani, che vede protagonista un santo gioioso, il quale si rivolge così a un bambino: «Se tu riesci a giocare con Dio, farai la cosa più bella che si possa fare. Tutti prendono Dio talmente sul serio da renderlo perfino noioso. Gioca con Dio… è un compagno di gioco incomparabile». Di qui traspare lo ‘spirito da bambino’ di Giovanni Paolo I che vive il proprio ministero con allegria e fiducia nell’abbraccio di Dio, il quale è prima di tutto un Padre buono.

 «Niente è peggio che fare le cose a metà: essere buoni a metà, studiare a metà, pulirsi a metà! Pensate quanto sarebbe piacevole se la moglie sapesse cucinare la carne solamente in questi tre modi: mezza cruda, mezza cotta e mezza bruciata», afferma durante un’omelia il futuro pontefice sull’importanza di compiere bene le proprie azioni quotidiane.

Relativamente alla necessità di fare il bene, Luciani racconta che «un uomo cristiano era preoccupato di osservare la legge di Dio e di non fare peccati. Diceva: “Voglio andare a letto ogni sera con la coscienza pulita, per presentarmi sereno e sicuro davanti a Dio”». Una volta morto costui si rivolge a Dio con queste parole: «“Signore, guarda le mie mani: esse sono pulite!” – “Saran pulite, ma sono completamente vuote!”, la replica del Padre, a testimonianza del fatto che «non basta non fare il male, ma bisogna fare il bene, come dice la parabola dei talenti».

 Pastore umile, Luciani utilizza uno stile semplice e concreto, attingendo dalla tradizione racconti e aneddoti significativi anche dalle vite dei santi, in particolare quelle di don Bosco e Filippo Neri, per nutrire l’anima dei fedeli. Di qui racconta che alla bottega ‘Doni di Dio’ c’è un angelo dietro il bancone a servire i diversi clienti. A un bambino che ne aveva richiesti tanti, l’angelo risponde: «Mio caro bambino, nella bottega di Dio non si vendono frutti maturi, ma soltanto piccoli semi da coltivare! Poi viene il raccolto!». In un’altra occasione Luciani riprende l’incontro di Francesco di Sales con un ragazzo che trasportava un secchio d’acqua con un pezzo di legno all’interno per non far cadere l’acqua. Da tale incontro il vescovo ginevrino traeva quest’insegnamento: «Sulle onde dei tuoi dubbi e dolori, o uomo, metti la croce di Cristo. Essa ti darà tranquillità e non perderai la pazienza nel tuo soffrire». O ancora un simpatico aneddoto che rivela l’ironia del padre dei salesiani: «In una casa di signori molto ricchi venne portata a Don Bosco una tazza di caffè, nella quale, per sbaglio, avevano messo del sale inglese invece dello zucchero. Don Bosco sorbì piano piano il caffè, poi alla fine disse: “Cercavo il dulcis in fundo (il dolce dopo l’amaro) ma non lo trovo!”».

Sull’amore di sé Luciani si domanda «perché usiamo due misure diverse per noi e per gli altri?  Perché il nostro amor proprio e orgoglio ci privilegia e ci scusa sempre». Perciò egli ricorda che bisogna anche imparare a saper ridere di se stessi «perché nessuno è importante come crede di esserlo!». Bisogna poi imparare ad amare: «Ama, anche se il tuo amore è amaro, perché più amaro di un amore amaro è l’amarezza di non saper amare».

 «Non cade mai in disgrazia chi si affida alla grazia!», ripete invece in un’altra circostanza invitando il peccatore a non scoraggiarsi. D’altra parte «è meglio quello che Dio manda, che quello che l’uomo gli domanda!».

Prendendo spunto da una pagina de Il piccolo principe, Luciani si sofferma anche sull’importanza di vivere santamente del tempo che ci è dato, per cui «saper gioire del tempo e non esserne schiavi, saper godere del tempo in pienezza, saper comprendere e amare il tempo senza dissiparlo o esserne travolti: questo è un grande impegno di vita». D’altra parte «la felicità e l’infelicità stanno nel modo con cui si accettano i fatti della vita, imparando a esser contenti di quello che posso avere».

Sulla necessità di coerenza tra fede e vita quotidiana, Luciani afferma che «certi cristiani pensano che la religione sia come una giacchetta che si mette alla domenica per andare in chiesa e che poi, tornati a casa, la si può togliere e fare tutto diversamente».

Per far comprendere ai giovani il valore della preghiera papa Giovanni Paolo parla di un telefono senza fili, anzi con «filo diretto con Dio. Si dice: “Signore, pronto: sono Beppino… ti chiamo per dirti che ti voglio bene, che mi ricordo di te, che ho bisogno di un po’ di aiuto, di bontà, di buona volontà, di amore, di essere più obbediente, di fare la pace con i compagni”. Telefonare a Dio è pregare, è farsi vivi con Lui, è mettersi in comunicazione con Lui, anche con la Madonna e con i santi!». Agli stessi ricorda che «la Confessione è il quaderno nuovo che Dio ci regala. Egli ci dice: “Dammi qua il tuo vecchio quaderno, pieno di macchie, di peccati; prendi questo quaderno nuovo; te lo regalo! Incomincia da capo! Mettiti di buona volontà e scrivi bene”».

Relativamente alla sequela di Cristo, riprendendo l’immagine della nave, insegna che «chi ama Dio bisogna che si imbarchi sulla nave di Dio, deciso ad accettare la rotta segnata dai suoi comandamenti, dalle direttive di chi Lo rappresenta e dalle situazioni e circostanze di vita da Lui permesse». Occorre dunque far propria l’espressione di san Luigi IX: “Non mi preoccupo di sapere dove vada; mi preme soltanto di andar con Lui”». Insomma «davanti a Dio bisogna essere come bambini», lasciandosi custodire ogni istante dal Suo amore.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Il postino di Dio

«Non riuscivo a comprendere perché quella persona buona ci fosse stata sottratta così presto dal trono pontificio. Mi ritornò in mente la frase coniata una volta per il pontefice Marcello II, anche lui morto improvvisamente: “Mostrato, non dato”. Nel frattempo, però, mi si è fatto via via sempre più evidente che anche il ‘mostrare’ ha il suo significato. Di papa Luciani resta nel mio ricordo, e in quello di tutti coloro che lo hanno conosciuto, l’immagine del Buon Pastore; egli ha trasformato le sue sofferenze in un sorriso di bontà, e questo è un messaggio che, specialmente oggi, per noi è salutare».

Queste le parole pronunciate dall’allora cardinale Ratzinger una volta appresa la notizia della morte improvvisa del pontefice Giovanni Paolo I che sarà proclamato beato il prossimo 4 settembre. «La Chiesa postconciliare versava in una grande crisi, e la figura buona di Giovanni Paolo I, che fu un uomo coraggioso sulla base della fede, rappresentò un segno di speranza», ha affermato ancora Benedetto XVI durante il processo di beatificazione di papa Luciani. La sua testimonianza è ora ripresa ne Il Postino di Dio (Ares 2022, pp. 193), volume a cura del nostro Nicola Scopelliti, che raccoglie numerosi ricordi e studi di coloro che hanno conosciuto Albino Luciani. Oltre alle testimonianze del Papa emerito  e di monsignor Francesco Taffarel – segretario di Luciani quand’egli era vescovo di Vittorio Veneto –, vi sono quelle dei cardinali Parolin, Scola, Comastri; del primo postulatore della causa di canonizzazione dal Covolo e della nipote Pia Luciani.

Monsignor Taffarel ricorda che «l’allora vescovo di Vittorio Veneto teneva nel suo breviario una frase di sant’Agostino: “Vuoi essere un grande? Comincia con l’essere piccolo. Vuoi erigere un edificio che arrivi fino al cielo? Costruisci prima le fondamenta dell’umiltà”». Allo stesso modo egli, durante un’udienza sulla libertà dell’amore, citando ancora l’Ipponate, sottolinea che «Dio non soltanto ti attira in modo che tu stesso voglia, ma perfino in modo che tu gusti di essere attirato».

 Umiltà (aveva ripreso il motto Humilitas di San Carlo Borromeo), fede e carità sono state la cifra del suo brevissimo pontificato. Come rilevato ancora dal pontefice emerito nella sua Positio al processo, «la sua semplicità e il suo amore per le persone semplici erano convincenti. E tuttavia, dietro quella semplicità, stava una formazione, specialmente di tipo letterario, grande e ricca, come emerge in modo affascinante dal piccolo libro Illustrissimi», un fantasioso epistolario di lettere ai grandi del passato.

«L’incontro con Dio nella preghiera ha scandito la sua vita quotidiana di vescovo: la meditazione al mattino presto, il breviario, la messa, il rosario, la visita in chiesa, la compieta prima di coricarsi la sera. Anche con il clero amava ripetere che dobbiamo lavorare per Dio, senza aspettarci lodi, con spirito di fede. Parlava del timor di Dio come paura di perdere Dio, impegno per vivere secondo Dio, confrontarsi con la sua Parola. Dimostrava venerazione all’Eucaristia con la visita quotidiana. Passava ogni giorno diverso tempo in cappella, anche studiando e scrivendo davanti al tabernacolo», racconta monsignor Taffarel.

«Amava definirsi ‘il postino di Dio’, che porta la Sua parola ai fedeli, dopo averla personalmente assimilata e messa in pratica. Mise grande impegno nella predicazione partendo sempre dal Vangelo. Amava ripetere con san Paolo: “Dio mi ha amato e ha dato sé stesso per me. Io cosa posso fare per ricambiare questo amore?”». È quanto rileva ancora il suo segretario quando Luciani era vescovo di Vittorio Veneto, evidenziandone al contempo «lo stile povero e austero».

 Accusato di utilizzare un linguaggio troppo semplice e popolare, egli replicava con sapiente ironia, come racconta il cardinale Parolin, che «le nuvole alte non portano pioggia». «Uomo di grande preghiera, ai sacerdoti soleva dire che “per parlare di Dio, bisogna prima parlare con Dio”», sottolinea il cardinale Re.

Consapevole dell’esigenza di una riforma della Chiesa in linea con la tradizione, nonostante la brevità del suo pontificato, Giovanni Paolo I ha saputo «difendere la figura di Cristo dalla diffusa presentazione che se ne faceva come di un semplice liberatore sociale e anche denunciare quelle posizioni teologiche che mettevano in ombra aspetti fondamentali dell’identità e della missione della Chiesa».

«Ho iniziato ad amare la Vergine Maria prima ancora di conoscerla…Le sere al focolare sulle ginocchia materne, la voce della mamma che recitava il rosario», così lo stesso Giovanni Paolo I descrive le radici della sua devozione mariana. «Mai tralasciare il Rosario!» è stata poi la sua raccomandazione pastorale più frequente. La sorella Antonia testimonia in proposito che suo fratello affermava che «il Rosario, preghiera umile, semplice e facile, aiuta l’abbandono a Dio, a essere fanciulli». D’altra parte è nota la sua celebre definizione di Dio anche come ‘madre’, dato l’«amore intramontabile di cui noi siamo oggetto».

Giovanni Paolo I è stato senza dubbio il ‘Papa del sorriso’, un sorriso che «ha trasmesso a tutti tanta pace e una grande nostalgia di bontà», come scrive il cardinal Comastri. «Dietro quel sorriso c’è una grande spiritualità, una tempra forte, un cuore generoso», osserva il vescovo emerito di Belluno-Feltre, monsignor Giuseppe Andrich. Papa Luciani stesso raccomandava infatti soprattutto ai sacerdoti di sorridere, di circondarsi «di un’aria serena e lieta».

Insomma «in un mese egli ha conquistato il popolo cristiano, l’umanità tutta. Non ha conquistato solo coloro che vivono un rifiuto a Cristo, che vivono già una volontà di rifiuto nell’odio e nella menzogna. Quest’uomo è stato con noi soltanto per rivelarci la semplicità di Dio. Egli ha vissuto il suo pontificato – afferma don Divo Barsotti – perché lascia questa lezione e questa lezione vale più di tante lezioni teologiche».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana