La contemplazione di Dio nel silenzio dei chiostri

«Tutto il bene per l’uomo è conoscere e amore il suo Creatore», scrive San Bernardo. Perciò «la contemplazione non è un ‘giardino chiuso’, riservato a pochi iniziati, ma è il destino di ogni uomo che deve e può tendere all’unione con Dio, usando dei mezzi che Egli ci ha messi a disposizione in Gesù Cristo», come afferma il certosino Poisson nella premessa di Alla scuola del silenzio (Rubbettino, pp. 534), una corposa antologia di brani di autori monastici sulla contemplazione del mistero d’amore di Dio.

Salendo «la scala dei monaci, mediante la quale essi sono sollevati dalla terra al cielo, ossia lettura, meditazione, preghiera, contemplazione» – per dirla con Guigo II, priore della Certosa di Grenoble della fine del XII secolo –  il lettore contemporaneo può percorrere un proprio ‘itinerarium mentis in Deum’, dal momento che i brani proposti sono poi suddivisi proficuamente per ordine tematico.

Purificazione del cuore e umiltà sono le vie maestre per rimuovere l’ostacolo del peccato e favorire un graduale e fiducioso abbandono dell’anima alla volontà divina. Da San Bruno di Colonia a Guigo II; da Marguerite d’Oyngt a Nicolò Albergati; da Dionigi, Lanspergio e Le Masson a Pollien, Simoni e Guillerand sono in tanti a diffondere il carisma plurisecolare della spiritualità certosina.

I monaci ruminano costantemente la Parola di Dio. Lo evidenzia bene Guigo II nella sua Lettera sulla vita contemplativa, in cui sostiene che «la lettura cerca la dolcezza della vita beata, la meditazione la trova, la preghiera la chiede, la contemplazione la gusta».

 «Facile è la strada verso Dio perché si percorre liberandosi dai pesi», scrive Guigo. Si tratta di imparare a corrispondere generosamente a «quell’amore con cui fummo amati prima che fossimo che è la causa di tutti i nostri beni», come prosegue lo stesso priore di Certosa. Pollien, monaco certosino morto nel 1931, rileva invece che «Dio ci porta fra le sue braccia e l’amorosa tenerezza della Sua volontà è interamente dedicata alla mia santificazione. Egli non si accontenta di volere la mia santificazione, ma la compie» in forza della sua azione incessante d’amore. Allo stesso modo Guillerand assimila la carità divina a un sole, la cui luce «brilla, riscalda e feconda», per cui «non abbiamo che da aprire le finestre immense e si dona come un fiotto; il raggio penetra, illumina, mostra tutto sotto una luce nuova; è come un levarsi d’aurora; tutto si riveste di bellezza, tutto è ringiovanito e sembra rinascere». È l’esperienza profonda della vita spirituale quella descritta da quest’altro monaco certosino, il quale intuisce «che il Verbo di Dio, accolto da un’anima, riproduce in essa e per mezzo di essa ciò che fa nel seno del Padre e ciò che è venuto a fare tra di noi», ossia rivelare «che il fondo di tutto è l’Amore». Per custodire la grazia e la presenza dello Spirito in noi è necessario «pregare senza posa», in quanto «la vita in noi è come un fiore fragile».

 Tra i rimedi per combattere la tentazione, Dionigi il Certosino raccomanda infatti la «continua e fervida preghiera a Dio per ottenere soccorso» insieme al rivolgere altrove il proprio pensiero, ossia alle realtà spirituali che giovano alla salvezza eterna, e una «frequente e devota meditazione della Passione di Gesù Cristo». Rispetto all’anelito alla conversione, Laspergio lascia parlare il Signore: «Quando cadi in qualsiasi difetto, convertiti a me senza indugio, gemi ai miei piedi e appoggiati in me; rialzati in piedi, confidando nella mia potenza. Io desidero vedere soprattutto buona volontà. Niente vale tanto quanto la buona volontà». In questo modo – lo evidenzia Porion, un certosino morto nel 1987 – «le tentazioni saranno un trampolino per elevarmi verso Dio. Metterò sempre di più le mie facoltà e tutto il mio essere a disposizione di Dio; la sua voce parlerà sempre più chiaramente in me. La fede si fortificherà, la speranza diventerà più sicura, la carità più ardente».

Sull’importanza di coltivare il silenzio, San Bruno di Colonia, fondatore dell’ordine certosino, scrive che chi ne fa esperienza «acquista quello sguardo pieno di serenità che ferisce d’amore lo Sposo celeste, quell’occhio puro e luminoso che vede Dio. Qui Dio dona ai suoi atleti, per la fatica del combattimento, la ricompensa desiderata: la pace che il mondo non conosce e la gioia dello Spirito Santo». Nel silenzio germoglia la carità e «così il fervido amor di Dio eccita la mente amante, la muove e la solleva verso Dio, assieme ai suoi pensieri ed ai suoi affetti, e solo in lui si riposa, non trovando pace e riposo altrove», come sottolinea Dionigi il Certosino.

Gabriele Fulconis, certosino dell’Ottocento, scrive di Cristo che è il «mio sposo di sangue, dal momento che quest’unione gli è costata tutto il suo sangue. Egli è mio pastore, perché non solo mi conduce e mi difende, ma mi nutre anche con la sua stessa carne e il suo sangue. Egli è mio medico, poiché si è incarnato su questa terra per guarire tutti i miei mali. Ecco come in Gesù Cristo io ho ogni cosa, per Gesù devo raggiungere ogni cosa e a Gesù devo attribuire ogni cosa». Di qui «la Passione di Cristo ci forma alla pazienza, mentre la Resurrezione ci anima alla speranza, per mostrare in noi attraverso la sua persona due vite, una faticosa a cui dobbiamo far fronte, l’altra beata che dobbiamo sperare», come rileva Ludolfo di Sassonia nel Trecento. Relativamente a Maria, san Bruno evidenzia infine con finezza poetica: «Meritò che il Signore dal cielo guardasse la terra».

Tale antologia è dunque uno scrigno di perle preziose di profonda spiritualità certosina radicata nella Parola di Dio, ruminata nel silenzio e meditata nell’ascolto sapiente dello Spirito che abita nell’anima del monaco e in quella di ogni cristiano che custodisce la grazia del Padre.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

La libertà di Maria secondo il cardinale Comastri

«Nessuna epoca ha saputo meno della nostra che cosa sia la libertà». Parafrasando Heidegger, si potrebbe dire della libertà quello che lo stesso filosofo tedesco scriveva dell’uomo. Lo rileva il cardinale Angelo Comastri nel suo ultimo saggio Cos’è la libertà. Te lo dice Maria (San Paolo 2022, pp. 144). E in effetti il cardinale osserva come «oggi abbiamo aumentato gli spazi della libertà, ma abbiamo svuotato la libertà togliendole la sapienza che poteva e doveva guidarla e orientarla». Per cui la libertà appare come «una forza cieca che non vede un orizzonte e non ha una meta alta da raggiungere».

A tal proposito egli rievoca l’immagine del filosofo danese Kierkegaard di una nave finita nelle mani del cuoco di bordo che ripete al megafono cosa si mangerà domani senza indicare alcuna rotta. D’altra parte «la civiltà del consumismo non vuole gente capace di pensare; vuole soltanto consumatori, bocche che mangiano, corpi che cercano sensazioni fino allo stordimento». Di qui, «se lo scopo della vita sta tutto nell’esaudire i propri capricci, allora aspettiamoci un’epidemia di giovani crudeli e criminali», come testimoniano numerosi fatti di cronaca che vedono i ragazzi coinvolti in atti deplorevoli.

Ma il Creatore nella sua bontà non lascia la sua creatura in balia di se stessa. Così «chiama l’uomo alla collaborazione, anche se Dio può coinvolgere l’uomo, nella misura in cui l’uomo si presenta nella verità della sua povertà, della sua piccolezza, della sua umiltà». È avvenuto questo per tanti personaggi biblici, per Giacobbe, e in particolare per Maria. È lei «la testimone dell’Annunciazione che ha raccontato il fatto. Ascoltando il racconto, noi possiamo pertanto immaginare la voce di Maria che, con delicatezza, ci sussurra all’orecchio la sua storia perché diventi la nostra storia».

Di qui, attraverso una sapiente esegesi del racconto dell’annunciazione del vangelo di Luca, il cardinal Comastri ne coglie e medita anche gli aspetti più reconditi, tra i quali il fatto che l’arcangelo si rechi da Maria al sesto mese. Il numero sei allude in realtà al giorno di creazione dell’umanità; con l’annuncio dell’angelo «sta avvenendo una nuova creazione, cioè sta iniziando la salvezza». Una salvezza che Dio opera «bussando alla porta della libertà di Maria». Come per Maria così per noi, «la fede è la più grande ricchezza perché permette alla nostra libertà di costruire sulla roccia e non sulla sabbia».

Tale libertà genera gioia, la stessa che Maria manifesta anche nella visita a Elisabetta, e deriva dalla consapevolezza che «Dio ha posato lo sguardo sulla sua piccolezza, sulla sua umiltà». Una felicità, un gaudio e una grande pace interiore che sperimenta nella notte di Natale del 1886 lo scrittore Paul Claudel il quale, ateo, «sentendo il Magnificat, cadde in ginocchio e si ritrovò tra le braccia di Dio». La straordinarietà dell’ordinario assenso di Maria al disegno d’amore del Padre viene celebrato da Santa Teresa di Lisieux con queste parole: «Tu sei l’incomparabile Madre che va con loro per la strada comune per guidarli al Cielo».

Una strada stretta, quella della libertà vera, che ciascun uomo sulla scia di Maria è chiamato a percorrere e che non disdegna la china della fatica e della croce che ogni amore autentico richiede. «Maria capisce che la Passione e la Morte di Gesù sono un atto di amore: sono la risposta di Dio alla cattiveria umana, sono la riscossa di Dio, che aggredisce l’odio con la forza dell’Amore e del Perdono: perché l’Amore è la forza di Dio ed è la forza vincente! Maria ci crede e resta accanto alla Croce del Figlio: resta con la fede; la fede che le dà la certezza che Gesù Crocifisso non è uno sconfitto, ma è il vincitore del male ed è la mano tesa verso l’uomo per tirarlo fuori dal male e dalla cattiveria».

 La libertà di Maria è dunque la libertà di una fede umile che riconosce la bontà di Dio e perciò si abbandona fiduciosa al Padre in ogni circostanza lieta o dolorosa che sia. Infine la riflessione del cardinale Comastri si fa invocazione di intercessione perché dal luminoso esempio della Madre impariamo a essere figli veramente liberi come lei e suo Figlio: «O Maria, mettici negli occhi la luce di Dio e accompagnaci nel viaggio della vita, affinché i nostri passi siano semi che lasciano dovunque briciole di amore pronte a sbocciare in felicità vera e duratura».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

I pastorelli di Fatima, una vita trasformata da Dio

«“Signore, fammi santa, mantieni il mio cuore sempre puro, dedicato soltanto a te”. E le sembrò di ricevere nel fondo del proprio cuore la ri­sposta di Dio: “La grazia che oggi ti è concessa ri­marrà viva nella tua anima, producendo frutti di vita eterna”. Queste parole, che rievocano il dialogo intimo tra Lucia e Gesù dopo la Prima Comunione, sono opportunamente riprese ne I pastorelli di Fatima (Ares 2022, pp. 196) di Madalena Fontoura, psicologa e scrittrice portoghese che dagli anni ’80 si dedica allo studio della personalità dei tre veggenti della Cova d’Iria.

La profonda devozione eucaristica costituisce il cuore della spiritualità dei tre pastorelli di Fatima. Lo testimonia in modo particolare un dialogo tra Giacinta e Lucia, sua cugina maggiore, che rivela la loro abitudine di chiamare l’Eucarestia ‘Gesù nascosto’: «“E tu, quando ricevi la Comunione, parli con lui?”. “Certo”. “E perché non lo vedi?”. “Perché è nascosto”. Allo stesso modo Giacinta si commuove e piange quanto sente la cugina raccontarle la Passione di Gesù, mentre brama di baciare e abbracciare il Crocifisso.

Si manifesta loro l’Angelo del Portogallo per prepararli alle apparizioni mariane. Lucia racconta che «erano concentrati in Dio» e godevano di pace e felicità interiore. Poi il 13 maggio, quando vedono «la Signora, tutta vestita di bianco», non si lasciano vincere dal timore. Suor Lucia ribadirà in proposito che «le apparizioni della Madonna non infondono paura né timore, ma sorpresa». L’autrice commenta inoltre che «con dolcezza, ma senza giri di parole, la Madon­na disse loro la verità, prendendo sul serio l’offerta di se stessi che avevano appena fatto: “Allora soffrirete molto, ma la grazia di Dio sarà il vostro conforto”.

Il cuore puro e lo spirito contemplativo di Francesco, un bambino di soli 9 anni, emerge in un altro aneddoto raccontato da Lucia. Mentre rincorre farfalle insieme a lui, sua cugina si accorge che Francesco ha preso particolarmente sul serio l’invito della Mamma celeste a recitare il Rosario. Di qui se ne sta in disparte e così giustifica tale decisione: «Sto pensando a Dio, che è così triste a causa di tanti peccati. Se fossi capace di dargli gioia!».

Giacinta, la pastorella più giovane, è invece la «prima apostola degli avvenimenti di Fatima» e sin dall’annuncio dell’apparizione manifesta «una passione infiammata, che non le face­va tacere quanto aveva incontrato, né rimanere tran­quilla davanti a quanto succedeva». La visione infernale, prima parte del segreto di Fatima, la sospinge a offrire con gioia ogni sorta di mortificazioni e penitenze per strappare le anime al maligno. Tra l’altro, come osserva acutamente l’autrice, «sottolineare l’esistenza dell’inferno nel secolo che avrebbe visto la caduta di tutte le certezze significa affermare la libertà dell’uomo e l’esistenza di un de­stino. È anche un appello alla solidarietà, per il fat­to che si affida alle mani dei credenti la possibilità e la necessità concreta di fare di tutto perché ciascuno possa conoscere l’amore di Dio». Di qui «Fatima sfida il pensiero del mondo con la logica della penitenza».

Mirando ai tre pastorelli, «la loro fedeltà alla preghiera, la generosità con cui facevano sacrifici, il loro orrore per il peccato, il loro zelo per la conversione dei peccatori, l’amore che nutrivano per Gesù e per il Cuore Immacolato di Ma­ria» costituiscono in effetti il terreno fecondo nel quale germogliano frutti di vita eterna. Nello specifico, la sensibilità e delicatezza davanti alla sofferenza di Francesco fanno fiorire il suo amore oblativo, per cui «si consegnò con cuore indiviso a quel Dio ferito, che gli chiedeva aiuto, e a quella Signora tanto buona che tutti i mesi gli appariva e lo chiamava per nome», giungendo alla morte con il sorriso tre anni più tardi. Parimenti Giacinta «mandava a dire a ‘Gesù nascosto’ che ave­va nostalgia di Lui, chiamava ‘Mammina del Cielo’ il Cuore Immacolato di Maria e dava baci ai santini che le davano. Era anche intrepi­da nella sofferenza, ferma nella speranza e imbattibi­le nell’amore». E ancora Lucia «con le apparizioni assunse il ruolo di interlocu­trice con l’Angelo e con la Madonna, spiegava ai cu­gini quanto aveva udito, rispondeva ai loro dubbi e li incoraggiava in modo esigente ma buono. Era sem­pre in prima linea negli incontri, sia con persone che credevano sia con i non credenti, cosa che le fece in­teriorizzare la sua missione di testimone».

In sostanza Francesco, Giacinta e Lucia hanno gradualmente imparato ad amare Cristo nella loro carne segnata dal peccato, ma anche dalla trasformante grazia divina. La loro vicenda è «se­gno del fatto che il Cielo ci vuole così come siamo e al contempo disponibili a vivere in rapporto con Dio. Come un bambino accoglie la realtà, così a noi viene proposto di accogliere il Suo amore su di noi», osserva mons. Massimo Camisasca nella postfazione. Attraverso le apparizioni di Fatima, insomma, «la prima preoccupazione del Cielo fu quella di scegliere, sulla ter­ra, tre cuori innocenti che battessero al ritmo stesso del cuore sofferente di Cristo e di quello premuroso di Maria», mostrando «quale dialogo affettivo si instauri tra Dio e l’anima che accetta di amarlo, di rispondere alle sue attese e richieste».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Il “sì” di Maria e Giuseppe aiuta madri e padri di oggi

«Siamo tutti padri putativi. Vuol dire che i nostri figli, prima di essere ‘nostri’, sono figli di Dio, ci sono in qualche modo ‘affidati’». Con questa provocazione critica nei confronti di una cultura contemporanea che ha cancellato la figura del padre, il professor Franco Nembrini –  nel suo recente volume (San Paolo, pp. 128) – propone tre sguardi inediti su Maria e Giuseppe attraverso l’arte figurativa e poetica che offrono una prospettiva originale per leggere la quotidianità di padri, madri e figli e l’arte di educare secondo la logica di Dio.

 Il proprio sguardo raccoglie lo stupore provato dallo stesso autore dinanzi a L’accettazione della maternità di Maria da parte di Giuseppe, affresco custodito nella chiesa di Sant’Andrea a Spello e attribuito a Dono Doni. Si tratta probabilmente di un unicum fra le rappresentazioni della Sacra Famiglia, in quanto è Giuseppe a sorreggere la madre di Dio in un «umanissimo gesto di accasciarsi». Esso «‘fotografa’ proprio l’attimo decisivo, l’attimo in cui la tensione di Maria si scioglie, l’attimo in cui lei tocca con mano che Dio è fedele alla Sua promessa – perché un conto è saperlo, un conto toccarlo con mano –, che non la lascia sola nel suo compito più che umano. Che Dio l’abbraccia e la sostiene nel suo compito di generare Dio nella carne con un abbraccio e un sostegno carnale. L’abbraccio di Giu­seppe. E Maria, consolata, a questo abbrac­cio si abbandona, certa che è l’abbraccio con cui Dio la raggiunge». Nello stesso affresco Giuseppe ha i colori delle vesti speculari a quelli di Maria rappresentata anche in una mandorla nella gloria del paradiso, i quali sono in effetti gli stessi delle icone della Vergine e del Figlio, il blu per la divinità e il rosso per l’umanità.

Riconoscere che i figli sono ‘miei’ non alla stregua di cose di cui disporre, ma come «qualcosa a cui io appar­tengo» – come «la mia storia, la terra in cui sono nato, la famiglia da cui provengo: sono ‘mie’, ma non le ho fatte io, le ho ricevute in dono e in custodia» – consente infatti di «mettersi nella posizione giusta per amarli e servirli fino in fondo, nel modo più adeguato». Il presupposto per essere padri e madri autentici è allora quello di riconoscersi, come San Giuseppe, ‘padri putativi’, «gente a cui un Altro ha affidato la vita di altri».

D’altra parte i figli sono creati ‘a Sua immagine’, per cui non bisogna pretendere né che crescano a immagine dei loro padri, né tanto meno secondo l’immagine che ci si fa di essi, per la quale «abbiamo un’immagine di quel che loro dovrebbero es­sere, e li misuriamo per differenza rispetto a quell’immagine, perché non corrispondono mai all’immagine che abbiamo di loro». Al contrario, proprio perché creati a immagine del Creatore, «dobbiamo accompagnarli a diventare qualcosa che va sempre al di là della nostra misura».

Di qui Nembrini coglie con grande acume il paradosso dell’educazione, «quella cosa che avviene quando non sei impegnato a educare», ossia quando «i nostri figli ci guardano». Il segreto della paternità dunque «non è: “Come faccio a essere padre?”, ma: “Di chi sono figlio?”. Si tratta di mostrare ai figli per Chi davvero vale la pena vivere, imparando a ‘stare’ più che a ‘fare’ come il Padre misericordioso della parabola evangelica. D’altra parte i figli imparano non da mille prediche, ma «dai nostri gesti, dai nostri atti, dagli sguardi che rivolgiamo loro, che ci scambiamo fra mariti e mogli». Perciò l’essenza di ogni padre deve essere la misericordia, ossia la capacità di «abbracciare l’altro per quello che è», senza condizionare il bene che si vuole ai figli al loro essere più buoni o più studiosi. Anche perché, come osserva ancora il professore bergamasco, «uno non cambia mai perché l’altro gli dice: “Sei sbagliato”; uno cambia perché l’al­tro gli dice: “Sei una cosa grande”, e allora magari gli viene anche voglia di essere all’al­tezza di questa grandezza».

Naturalmente un bravo educatore fa sempre appello alla libertà, che non è frutto dello spontaneismo e dell’emotività del momento, bensì «una lotta per restare fedeli all’intuizione che ci ha fatto intravedere uno spiraglio di bene, di buono e di vero».

Tornando all’affresco, occorre evidenziare altresì che «abbracciando Maria, Giuseppe abbrac­cia Gesù che lei porta dentro di sé». Ciò significa che nella carne dell’altro il marito abbraccia la moglie e viceversa e, proprio in tale gesto, accoglie Cristo, in quanto «Gesù che arriva, si fa presente, mi raggiunge attraverso la carne, l’abbraccio della donna o dell’uomo che ho sposato». È quanto testimonia nel canto XXX del Purgatorio lo stesso Dante allorquando annuncia Beatrice con il maschile ‘Benedictus qui venis’, quasi a «identificare Beatrice con Gesù: “Benedetto tu, Gesù, che vieni nella carne di Beatrice”».

Relativamente alla dignità e al ruolo della donna, Nembrini osserva che quest’ultima «ha una capacità di servizio più grande», stando alla prospettiva evangelica che ha reso il servizio «la nuova legge della vita». A sua volta, un uomo che «si senta accolto e sostenuto nel suo bisogno, si mette a sua volta a servi­zio della donna, dà la vita per lei», cui allude in maniera icastica il cavaliere medievale inginocchiato davanti alla sua dama.

Inoltre Dante stesso avrebbe celato mirabilmente la presenza di San Giuseppe poiché è ‘il santo del silenzio’ e una «presenza fondamentale e sempre in secondo piano» – negli incipit delle terzine a partire dall’ultima strofa dell’Inno alla Vergine (Par. XXXIII, vv. 19-31):

«In te misericordia, in te pietate […]

Or questi, che da l’infima lacuna […]

Supplica a te, per grazia, di virtute […]

E io, che mai per mio veder non arsi […]

Perché tu ogne nube li disleghi […]»

Nei successivi incipit si scorge ancora un ‘AV’, un accenno al saluto dell’angelo e a quel sì di Maria che è il primo movimento che innesca conseguentemente l’abbraccio fiducioso di Giuseppe, suo sposo, che la sostiene e conforta. In tale dinamica amorosa si comprende anche il significato autentico della verginità, «infinita distanza, per la quale uno non pretende di afferrare e ridurre l’altro a sé stesso e alla propria misura, ma lo afferma nel suo rapporto con l’Infinito, che è al tempo stesso e proprio per questo il possesso vero, la vera prossimità». Un amore casto è infatti «libertà dal possesso», proprio come quello di Dio per l’uomo.

Ogni cristiano – che sia padre, madre, sacerdote o suora – è pertanto chiamato a far rilucere la verginità e nel contempo la maternità e paternità di Dio attraverso un amore oblativo capace di amare nella libertà i propri ‘figli’. Le parole della preghiera rivolta da san Bernardo a Maria possono così essere incarnate da ogni fedele: ciascuno è ‘vergine e madre’ e ‘figlio del proprio figlio’, nella misura in cui i «figli santi con famiglie in gravi difficoltà, si fanno carico della situazione, fino a rigene­rare – letteralmente, ridestare alla vita – i propri genitori», ed è ‘termine fisso’, nella misura in cui è voluto da Dio dall’eternità. Nella sua umile grandezza, Maria è «il vertice dell’umanità di ciascuno» e la «sicurezza della nostra speranza» (don Giussani).

Infine Nembrini si sofferma su un bassorilievo di Gaudì del Portale del Rosario della Sagrada familia, il quale mostra Giuseppe che, con umile fierezza, posa il suo sguardo su Maria e il Figlio al capezzale di un moribondo per salvargli l’anima. Ponendo la mano sulla gamba del moribondo, San Giuseppe ci mette del suo, rivelandosi non solo ‘patrono della morte santa’, ma anche provvido e forte custode del cammino di ciascuno fino alla meta. Perché la salvezza passa sì per il ‘sì’ di Maria, ma si compie anche attraverso il ‘sì’ altrettanto umile e concreto di Giuseppe al grande disegno d’amore del Padre.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

I 21. Un reportage nella terra dei martiri copti

«Sono madre di martiri e sono orgogliosa di loro. In cielo intercedono per me e per il loro padre», dice la madre di Samuel e Beshoy, due dei ventuno giovani cristiani copti decapitati brutalmente dall’Isis il 15 febbraio 2015 sulla spiaggia di Sirte in Libia. E, riguardo ai carnefici dello Stato Islamico, prega Dio «che li illumini e apra i loro occhi alla verità e al bene».

Muovendo dal «più grande caso di martirio cristiano del nostro tempo» (Anba Macarius), il volume I 21 (Cantagalli 2022, pp. 264) di Martin Mosebach ripercorre la storia gloriosa del cristianesimo copto. Attraverso un reportage che si snoda tra incontri e dialoghi toccanti con le famiglie di tali giovani e i rappresentanti del clero copto, si delinea il carisma e la missione di questa ‘Chiesa dei martiri’: contribuire a testimoniare con la coerenza della vita la fede e la liturgia del cristianesimo antico che affonda le proprie radici nella predicazione di San Marco, laddove l’Europa ha invece reciso ogni riferimento pubblico alla propria fede e tradizione culturale cristiana.

Il vescovo metropolita di Samalout non esita infatti a riconoscere in ogni famiglia copta «lo stesso atteggiamento verso la Chiesa, la stessa fortezza e la medesima disposizione verso il martirio», per cui «nessun copto nell’Egitto settentrionale tradirebbe la fede».

‘Messaggio alla nazione della Croce, scritto col sangue’ è il titolo del video in inglese dell’esecuzione diffuso dai fondamentalisti islamici, rispetto al quale lo stesso vescovo rileva che «se gli assassini avessero immaginato quale significato avrebbe avuto per la Chiesa copta, non lo avrebbero probabilmente realizzato. Ben lontano dall’intimidirci, esso ci fa coraggio. Ci ha offerto il documento della fortezza eroica dei martiri e una dimostrazione della forza della loro fede attraverso la preghiera nei loro ultimi istanti di vita».

 In Egitto i copti sono sì una minoranza, ma costituiscono «un quarto della popolazione, stando ai registri ecclesiastici che riportano i battesimi», eppure i loro diritti sono costantemente calpestati dalla maggioranza islamica. Il presule precisa ancora che «la Chiesa fa ciò che il governo non può fare», alludendo alla costruzione di scuole cristiane e soprattutto di un ospedale cristiano, il più grande e moderno di tutto l’Egitto settentrionale, con molti medici anche musulmani.

Dopo la decapitazione dei ventuno giovani copti sulla spiaggia libica, il governo di Al-Sisi ha voluto che si edificasse un’imponente ‘Chiesa dei Martiri della Fede e della Patria’ a El-Or. Qui sono venerate le reliquie mortali di tali martiri, mentre «le case molto povere in cui essi sono nati e cresciuti di mattoni e argilla furono quasi del tutto demolite con l’aiuto dello Stato, per essere sostituite da case nuove», un vero e proprio indennizzo alle famiglie che, con la morte dei propri cari, hanno perso anche una parte cospicua dei proventi per il proprio sostentamento. I ventuno erano giunti in Libia proprio per lavorare e «vivevano in un’unica grande stanza, dove dormivano uno accanto all’altro, per terra, neanche una moneta fu spesa per divertimento, tutto andò ai genitori e alle mogli. Quando erano insieme alla sera, erano impegnati nel cantare e pregare; chi poteva leggeva la Bibbia agli altri», raccontano i sacerdoti che li hanno conosciuti.

«Dedicava molto tempo ad aiutare i ‘fratelli del Signore’ (i poveri)»; «Dormiva con la Bibbia sul petto. Pregava e osservava rigorosamente i digiuni»; «Il suo cuore era semplice e puro, ed era umile nelle sue parole»; «Era compassionevole e cercava di aiutare gli altri»; «Era un uomo del silenzio anche quando veniva aggredito» sono solo alcune delle testimonianze raccolte dalla viva voce dei loro familiari, rispettivamente di Bishoy, Malak, Gaber, Girgis (il maggiore) e Mina. Tra i ventuno vi era anche Matthew, giovane ghanese accomunato al battesimo di sangue dei copti per aver affermato semplicemente la propria fede: «Io sono cristiano».

Non solo preghiera, silenzio e carità verso il prossimo, ma anche onestà, semplicità e vita umile sono i tratti distintivi di questi giovani martiri. A Tawadros, 46 anni, il più anziano dei ventuno, viene raccomandato di cambiare il nome cristiano Teodoro una volta in Libia per non dare troppo nell’occhio, ma egli con estrema schiettezza replica: «Chi incomincia a cambiare il proprio nome, alla fine cambia anche la propria fede», come racconta sua moglie. La giovane vedova di Samuel, 28 anni e tre figli, racconta che il marito si premurava, al termine di ogni telefonata dalla Libia, che la sua famiglia pregasse. «Il ventiseienne Milad non rinunciava ai suoi digiuni pur con il suo pesante lavoro agricolo e contro il consiglio del parroco, al quale rispondeva: “L’uomo non vive di solo pane”». Con un’immagine in mano del figlio Samuel, in cui egli «appariva con grandi occhi da icona e il volto sereno», sua madre ricorda che lo stesso giovane soleva ripetere: «“Io sono il figlio del Re”. A dodici anni una pietra, dal terzo piano, lo aveva colpito in testa. Mentre si trova in terapia intensiva gli appare la Santa Vergine che gli dice: “Non temere” e subito si ritrova guarito».

Relativamente al loro martirio, «il padre di Malak, un contadino grosso, allegro, nella notte dopo l’uccisione riferì di aver assistito a questo fenomeno: nel cielo scuro era apparsa una intensa luce bianca ‘come da cannone laser’. Lui e i vicini l’avevano vista ancor prima che giungesse la notizia della morte dei loro figli». Tali fatti prodigiosi proseguono anche dopo la loro morte. Basti citare che il figlio piccolo di Samuel cade dal secondo piano e si frattura un braccio, ma «quando si desta dallo svenimento, riferisce che suo padre lo ha afferrato al volo, e dopo pochi giorni, sulla radiografia non si vedeva più traccia di fratture». La madre di Ezzat ha un colpo apoplettico e, dopo aver sognato suo figlio imporre le mani su di lei, si ritrova guarita.

 Nel corso del volume l’autore ripercorre anche la storia delle tradizioni culturali e cultuali della Chiesa copta, tra cui i motivi teologici, in parte oggi superati, sottesi alla separazione dalla Chiesa di Roma col concilio di Calcedonia del 451 per la tesi secondo cui «divinità e umanità di Gesù sono unite in un’unica natura». Rispetto alle peculiarità della liturgia copta, Mosebach segnala in particolare la pratica di individuare, tra molteplici pani cotti la notte precedente la celebrazione della Messa, un pane perfetto che, dopo esser stato unto con acqua e vino, viene benedetto e legato alla fronte del celebrante che gira intorno all’altare quale segno della processione dell’Agnello.

 Quella dei cristiani copti è in sostanza una fede radicale, che genera una ‘Chiesa dei martiri’ consapevole della propria vocazione sin dai tempi delle persecuzioni di Diocleziano, come testimonia la replica che Malak dà al suo parroco nell’ultimo dialogo prima della partenza per la Libia. Il parroco gli aveva ricordato che si poteva rendere testimonianza a Cristo con una lunga vita di fede, non necessariamente con la morte, ma egli risponde: «Questo non mi basta, io voglio farlo attraverso la morte». Una parola profetica del desiderio vivo dei ventuno e non solo di testimoniare Cristo fino alla fine, preludio della loro gloria in Dio.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Gesù crocifisso e la Morte sconfitta negli inni di Efrem il Siro

«La croce lo portò come ucciso. Il cielo lo portò come Dio. Sul legno lo appesero come un ucciso, nel sepolcro lo posero come un cadavere. Chi per noi, Signore, come te? Il Grande che si fece piccolo, il Vigilante che si addormentò, il Puro che fu battezzato, il Vivente che perì, il Re che fu disprezzato per dare a tutti onore».

Medita così il mistero dell’Agnello immolato Efrem il Siro (306-373), poeta, teologo, polemista di grande acume intellettuale, diacono e asceta vissuto nell’antica Mesopotamia nel IV secolo e morto a Edessa dopo aver contratto la peste mentre curava gli ammalati. Efrem scruta i libri attraverso cui Dio parla, ossia la Scrittura e la natura, e illumina con profonda sapienza teologica e attraverso «paradossi e immagini», per dirla con Benedetto XVI, i misteri della fede cristiana. Nella sua udienza dedicata al teologo siriaco, il Pontefice emerito ha sottolineato come «Efrem si serva di questi inni per diffondere, in occasione delle feste liturgiche, la dottrina della Chiesa. Nel tempo essi si sono rivelati un mezzo catechetico estremamente efficace per la comunità cristiana».

«Tu che solo sei senza peccato, per me peccatore indegno, Ti sei offerto alla morte e alla morte di croce. Così hai liberato le anime dalle insidie del male. Che cosa ti renderò, o Signore, per tanta bontà? Gloria a te, o amico degli uomini! Gloria a te, o Dio di misericordia! Gloria a te, o paziente! Gloria a te, che perdoni i peccati! Gloria a te, che sei venuto per salvare le nostre anime!». Il mistero della croce, cuore della fede cristiana, è al centro della teologia poetica di Efrem il Siro condensata negli Inni pasquali (Paoline, pp. 371), pubblicati con un’accurata introduzione e traduzione a cura di Ignazio De Francesco.

Il Cenacolo è inteso da Efrem quale luogo profetico della realtà sacramentale della Chiesa: «Beato sei tu, luogo del Giusto, poiché in te il Signore nostro ha spezzato il proprio corpo. Un piccolo luogo fu specchio di tutta la creazione che fu riempita da lui. L’alleanza grande uscì da una piccola dimora e riempì la terra. Beato sei tu, luogo, poiché la tua piccolezza è posta di fronte a tutta la creazione. Beata la tua dimora, nella quale fu spezzato quel pane proveniente dal covone benedetto. In te il nostro Signore ha mangiato la piccola Pasqua e divenne egli stesso la grande Pasqua. Una Pasqua che passò e un’altra che non passa: simboli e compimento. In te fu spremuto il grappolo venuto da Maria, calice della salvezza: il nostro Signore che si fece vero altare, sacerdote, pane e calice della salvezza, altare e agnello, sacrificio e sacrificatore, sacerdote e cibo».

La creazione tutta beneficia degli effetti salvifici della redenzione operata da Cristo. Di qui il giardino del Getsemani diviene il nuovo Eden, nel quale la volontà di Adamo contraria a quella di Dio è ricondotta al Padre nella volontà umana e divina del Figlio: «Beato sei tu, luogo, perché hai fatto gioire il giardino delle delizie con le tue preghiere. In esso si era divisa la volontà di Adamo verso il suo Creatore. Nel giardino Gesù entrò, pregò e ricompose la volontà che si era divisa nel giardino con le proprie preghiere. Disse: “Non la mia ma la tua volontà!”». E «la Sua volontà è la grande chiave mediante la quale sono aperti i magazzini della misericordia».

Meditando sulla Passione, Efrem rievoca le ingratitudini e le sofferenze accolte da Cristo, «Sapienza di Dio che scese tra gli stolti. Donò sapienza con il suo insegnamento. Come mercede per i suoi aiuti la presero a schiaffi. Sulla propria guancia lo schiavo affrancato riceve il segno: qui fu colpito Colui che affranca tutti». Tuttavia il buon ladrone, riconoscendo la regalità del Signore dalla propria croce, si rivela quale suo discepolo fedele: «Beato anche tu, ladrone, poiché a causa della tua morte la Vita ti ha incontrato. Il nostro Signore ti ha preso e adagiato nell’Eden. Giuda tradì con inganno, anche Simone rinnegò e i discepoli fuggendo si nascosero: tu però lo hai annunziato». E in un altro inno aggiunge: «Mediante la croce tutti sono vinti dalla morte, Egli la prese e con essa la vinse».

Relativamente al mistero del Sabato Santo, il diacono di Nisibi scrive: «Colui che disse ad Adamo “Dove sei?”, è sceso agli inferi dietro a lui, l’ha trovato, l’ha chiamato e gli ha detto: “Vieni, tu che sei a mia immagine e somiglianza! Io sono disceso dove tu sei per riportarti alla tua terra promessa!”».

Il sepolcro diviene allora anche immagine di un grembo che accoglie e fa germogliare il germe della vita nuova: «Beato sei anche tu, sepolcro unico, poiché la Luce unigenita sorse in te. Dentro di te fu vinta la morte orgogliosa, che in te il Vivente morto ha cacciato via. Il suo sepolcro e il suo giardino sono simbolo dell’Eden nel quale Adamo morì di una morte invisibile. Il Vivente sepolto che risuscitò nel giardino risollevò colui che era caduto nel giardino». La Morte si ritrova allora a meditare sulla propria sconfitta: «La morte di Gesù è un tormento per me, vorrei averlo lasciato vivo: sarebbe stato meglio per me che la sua morte. Qui c’è un morto la cui morte trovo detestabile; alla morte di ogni altro io gioisco, ma la sua morte mi tormenta. Correrò e chiuderò le porte dello Sheol davanti a questo Morto la cui morte mi ha rapinato. Un farmaco di vita è entrato nello Sheol e ha riportato i suoi morti indietro alla vita. Chi, vedendo la tua croce potrebbe dubitare che sei veramente uomo? Chi, quando vede il tuo potere, mancherebbe di credere che sei anche Dio? Da queste due indicazioni io ho imparato a confessarti insieme uomo e Dio. Gesù re, accogli la mia preghiera, e con la mia preghiera prendi i tuoi ostaggi, porta via, come tuo grande ostaggio, Adamo in cui tutti i morti sono nascosti – così come, quando l’ho ricevuto, in lui tutti i vivi erano contenuti. Come primo ostaggio io ti do il corpo di Adamo. Ascendi ora e regna su tutto e quando io ascolterò il suono della tua tromba, con le mie stesse mani condurrò i morti alla tua venuta». Infatti «quell’Agnello vivente aprì ai sepolti una via dal sepolcro».

La ri-creazione operata dalla Resurrezione di Cristo è così celebrata dal poeta teologo siriaco: «Come un chicco di grano cadde poi nello sheol e salì come covone e pane nuovo. E la chiave fu per me la tua croce, fu essa ad aprire il paradiso. Dal giardino di delizie portai, raccolsi e recai dal paradiso rose e fiori eloquenti. Eccoli sparsi durante la tua festa, negli inni, sull’umanità. Ecco la festa gioiosa che è tutta bocche e lingue. Donne e uomini casti furono in essa come trombe e corni. Bambini e bambine furono in essa arpe e cetre. Si intrecciarono le voci nelle voci, salirono e giunsero tutte al cielo, diedero gloria al Signore della gloria». Coniugando mirabilmente teologia e poesia in una produzione innodica adatta tanto per la recita quanto per il canto liturgico, Efrem si rivela davvero quale ‘cetra dello Spirito Santo’.

 

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Vivere la Settimana Santa meditando sulla Sindone

«L’Uomo della Sindone può essere Gesù? Per rispondere a un interrogativo di questa portata sono scese in campo almeno trenta diverse discipline: anatomia, antropologia, archeologia, botanica, biologia, chimica, diritto romano, eidomatica, esegesi biblica, fisica, fotografia, iconografia, informatica, matematica, medicina legale, microbiologia, microscopia, numismatica, paleografia, palinologia, patologia, radiologia, scienza dei tessuti, spettroscopia, statistica, storia, storia dell’arte, teologia, traumatologia, usi ebraici di sepoltura».

Le principali scoperte storico-scientifiche di tali discipline sono raccolte accuratamente, mediante un’attenta e approfondita ricognizione dei molteplici studi effettuati da diversi specialisti, nel recente volume Via Sindonis. La Passione di Cristo documentata dal Sacro Lino (Ares 2022, pp. 342) della sindonologa di fama internazionale Emanuela Marinelli. Muovendo dalla contemplazione delle ferite impresse sul Sacro Lino, il volume propone anche un’inedita Via Crucis con le meditazioni di don Domenico Repice accompagnata da 15 tavole iconografiche.

Il volume si apre con un breve excursus storico che, riprendendo alcuni indizi significativi della presenza della Sindone sin dai primi secoli, ripercorre le tappe della sua peregrinazione, dalla comparsa a Lirey a metà del XIV secolo all’attuale custodia nel duomo di Torino, passando per il tragico incendio del 1532 che la danneggiò pesantemente quando le fiamme divamparono nella Sainte-Chapelle del castello di Chambéry. È questa solo una delle tante vicissitudini della sua storia che ha tra l’altro contribuito a determinarne la datazione medievale ottenuta con il test radiocarbonico, i cui risultati sono poi stati smentiti dalle indagini scientifiche più recenti. E in effetti i campioni prelevati per il test del 1978, giudicati nel 2019 dalla rivista scientifica Archaeometry «disomogenei e non rappresentativi dell’intero lenzuolo», non hanno tenuto conto né dell’incendio; né della presenza di funghi e batteri; né del fatto che, durante le ostensioni pubbliche, la Sindone veniva sostenuta con le mani «rendendo gli angoli più soggetti a usura».

Analizzando il Sacro Lino, è possibile raccogliere una miriade di informazioni relative alle modalità di flagellazione e crocifissione romana e riscontrare, nel caso particolare, «le ferite al capo dovute a una corona a cappello di spine, i traumi del volto, le tracce di una abbondante flagellazione, le abrasioni lasciate sulle spalle dalla trave orizzontale della croce (il patibulum), i segni delle cadute, i fori provocati dai chiodi ai polsi e ai piedi, il colpo di lancia al costato che documenta le cause della morte avvenuta verosimilmente per infarto seguito da emopericardio». Nello specifico, «dagli esami risulta che le macchie di sangue si sono formate per contatto diretto, mentre le immagini corporali sono una specie di proiezione e non hanno linee nette di demarcazione perché sugli orli il colore gradatamente svanisce», sebbene «la finezza delle sfumature risulti molto più evidente sul negativo fotografico che dal vivo». Gli usi di sepoltura giudaici emergono nella tessitura a spina di pesce del lino, dal rinvenimento di olio di elicrisio, aloe, mirra e di 58 specie di pollini, delle quali «38 non esistono in Europa, 17 sono tipiche e frequenti a Gerusalemme e dintorni, mentre 13 sono alofite molto caratteristiche o esclusive del Negev e della zona del Mar Morto», avvalorando la tesi della presenza della Sindone a Gerusalemme prima di giungere in Europa.

Il sangue umano presente sul Sacro Lino, di gruppo sanguigno AB (lo stesso del miracolo di Lanciano e del Sudario di Oviedo), è stato anche sottoposto a una radiazione di luce ultravioletta. È questo il frutto degli studi degli scienziati dell’ENEA di Frascati che, sulla base di ‘un’autopsia virtuale’, confermano che «è certo che il corpo sia rimasto nel Telo solo poche ore, imprimendovi la sua straordinaria immagine». Su di esso non è riscontrabile alcun segno di putrefazione del corpo e «resta inspiegabile come il contatto tra corpo e lenzuolo si sia interrotto senza alterare i decalchi che si erano formati». Basti pensare che «normalmente circa trenta ore dopo la morte inizia l’emissione di gas ammoniacali dalla cavità orale. Se questo si fosse verificato si vedrebbe, attorno all’impronta delle labbra, un alone scuro che invece non è presente, mentre si può osservare la rima labiale lineare non deformata». Grazie alle immagini tridimensionali del Sacro Lino, sono state rinvenute anche tracce di probabili iscrizioni e di monetine all’altezza delle sopracciglia, «usanza pagana che poteva aver fatto breccia nella consuetudine ebraica». Tuttavia le conferme della sua autenticità derivano infine soprattutto anche da una sorprendente corrispondenza tra i risultati degli studi sindonici e quanto raccontato nei Vangeli relativamente alla Passione, a partire dalle tracce dell’ematidrosi riconducibili al sudore di sangue nel Getsemani, e poi rappresentato nell’iconografia di Cristo.

Nelle sue meditazioni sulla Via Crucis alla luce della Sindone, don Repice sottolinea infatti che «nell’immagine del volto dell’Uomo della Sindone sono evidenti numerosi colpi riconducibili a quelli narrati dai Vangeli: il viso è stato colpito da un bastone, la cui traccia si nota sulla guancia destra e sul naso; lo zigomo destro presenta una tumefazione; la palpebra sinistra ha un grumo di sangue; dal naso fuoriescono due rivoli di sangue; sotto il labbro superiore altre macchie di sangue; il naso è ammaccato e la sua punta sembra avere una leggera deviazione; le sopracciglia sono ferite; le palpebre hanno ecchimosi». Allo stesso modo egli sottolinea che, oltre «alle centinaia di ferite dovute alla flagellazione e al trasporto del patibolum, nell’immagine sindonica sono sufficientemente chiari i segni riconducibili alle cadute. Le ginocchia risultano scorticate e su quella sinistra ci sono tracce di sangue e terra. Anche il naso è escoriato e ci sono tracce di materiale terroso». E ancora, «sulla schiena si nota una cintura di sangue, fuoruscito dalla ferita del costato e che è andato ad accumularsi in quel modo per la probabile presenza di un tessuto posto all’altezza dei glutei, che ne copriva le nudità».

Di qui don Repice ribadisce che «accogliere la croce di Cristo significa anche affrontare coraggiosamente la vita, senza viltà, trasformando in energia le inevitabili difficoltà dell’esistenza, manifestando la propria disponibilità ad accettare di prendere nella propria vita la forma della croce, la logica della croce, per trasformare il mondo», nel desiderio vivo «di interpretare le piaghe della nostra esistenza alla luce di quelle di Cristo, nello spazio dell’amore di Maria. Sorgente di forza e di energie spirituali, il Crocifisso rivela l’amore infinito che dà valore a tutte le fatiche e a tutte le sofferenze».

Sulla base di quanto evidenziato con dovizia di particolari in questo volume dalla sindonologa Marinelli e da don Repice, la Sindone si rivela davvero come «un quinto Vangelo della Passione, scritto con il sangue stesso di Cristo» e, per dirla con San Giovanni Paolo II, quale «testimone muto della passione, morte e resurrezione di Cristo, ma nello stesso tempo sorprendentemente eloquente» di un Amore che non trattiene nulla per sé, neanche un centimetro del proprio corpo, divenuto tutto una piaga ardente di carità infinita per la vita del mondo.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Vita spirituale, Garrigou-Lagrange guida all’unione con Dio

«Questa sarà per noi la vita eterna: conoscere Dio come lui si conosce, amarlo come lui si ama. In cielo tutta la Trinità abita nell’anima dei beati come in un tempio di gloria in cui è conosciuta e amata». Gloria e grazia sono il fine della vita cristiana; il male, il peccato e le sue conseguenze ne sono gli ostacoli; la sorgente è Cristo e la sua opera redentrice. Sono queste le tre direttrici delle meditazioni degli esercizi spirituali predicati dal padre domenicano Garrigou-Lagrange, ora raccolte nel volume Vita spirituale (ESD 2022, pp. 240).

Se il fine dell’uomo è la comunione perfetta nell’amore divino, di cui è preludio sulla terra la vita di grazia, il peccato è follia, un «puerile capriccio e la più nera ingratitudine» che induce ad anteporre la propria volontà alla volontà di Dio, ostacolando il ‘sì’ alla chiamata del Padre che vuole attirarci a sé. Allo stesso modo il peccato veniale, anche se «non distrugge la carità, la paralizza nella sua azione e nel suo sviluppo, la raffredda, ne ostacola il volo. Non dà la morte all’anima, ma la lascia senza forze e senza energie per il bene».

Per arginare le seduzioni del peccato occorre allora «la forza dell’azione redentrice di Cristo» che, mediante la sua grazia, «lavora in noi assimilandoci a sé e insegnandoci a cooperare alla sua azione», se glielo consentiamo. D’altra parte, «l’amore di Dio per noi è eccesso e follia», scrive padre Garrigou-Lagrange, evidenziando come il Creatore «ci ha creati per puro amore di benevolenza» e ci ha ricreati nel suo Figlio attraverso la follia della croce, «riparazione della follia del peccato», paradosso di un «Dio, offeso, che muore per la creatura colpevole che lo disprezza e fugge da lui». Insomma, per dirla citando le parole di Cristo alla mistica sant’Angela da Foligno, «non è per scherzo che ti ho amato». Un amore al quale non è bastato versare il sangue, ma «ha voluto essere mangiato da noi per poterci ancor più trasformare e assimilare a sé».

A tale fiamma divorante di carità rispondono proficuamente i santi che «si son fatti ‘cibo’ di Dio» con la loro vita. Tra le fila numerose di costoro c’è spazio non solo per Domenico di Guzman e Tommaso d’Aquino, ma anche per Caterina da Siena, Giovanni della Croce, Teresa d’Avila, Margherita Maria Alacoque e Benedetto Labre, di cui il padre domenicano riprende volentieri citazioni ed episodi significativi della vita. Volendo precisare la natura della carità verso i fratelli, Garrigou-Lagrange se da un lato rileva che «l’amore naturale ci fa amare il prossimo per i benefici che ne abbiamo ricevuto o per le sue buone qualità», dall’altro evidenzia che è «la carità che ce lo fa amare per Dio, perché è figlio di Dio o chiamato a diventarlo». Con grande acume teologico, egli sottolinea ancora in proposito che «in realtà la carità ama non solo Dio nell’uomo, ma anche l’uomo in Dio e per Dio, poiché ama ciò che egli deve diventare: parte eterna del Corpo mistico di Cristo». In buona sostanza, «la carità ama l’uomo in se stesso, con lo stesso amore con cui ama Dio», per cui abbraccia ogni uomo sulla terra, in purgatorio o in paradiso; «si arresta solo dinanzi all’inferno» relativamente ai dannati.

Per alimentare il fuoco della carità è necessario mortificare nella gioia e sempre per amor di Dio soprattutto egoismo e volontà propria, ma anche l’orgoglio spirituale. Bisogna inoltre custodire l’umiltà, perché «davanti a Dio è meglio fare un errore di grammatica che mancare di obbedienza e di umiltà» (San Tommaso d’Aquino), e la povertà di spirito «per non invidiare le grazie date ad altre anime e spogliarci dei nostri meriti». È necessario poi imparare ad abbracciare la croce, «proporzionata al grado di gloria al quale Dio vuole condurci». Rispetto a tale esigenza Garrigou-Lagrange osserva che la sofferenza è un potente mezzo di salvezza che, associandoci all’opera di redenzione del Signore, «ci spoglia dei beni sui quali avevamo concentrato la nostra affezione, e misericordiosamente viene a domandarci per sé questa parte di amore che non pensavamo di dargli».

 Inoltre, affinché preghiere e opere siano perfette, è necessario che «lo Spirito Santo intervenga abitualmente» e che si sia docili alla sua voce, rivolgendosi al Padre come il pubblicano, perché i misteri più reconditi di Dio sono riservati agli umili. Per il padre domenicano, «la preghiera è il vero strumento d’azione, il più potente; essa è la prima condizione e l’anima della vita apostolica», per cui «l’apostolato della preghiera deve costantemente sostenere quello della parola e dell’azione», in special modo dei religiosi chiamati ad aver «sete delle anime fino a morirne».

Il fine della vita interiore è dunque l’unione della creatura con il suo Creatore, intesa quale «riposo dell’anima in Dio, che vi si trova e vi si fa sentire sempre presente, pur tra le fatiche e le sofferenze». I mezzi per custodirla sono la perseveranza nell’umiltà e nell’amore, la devozione a Maria e la comunione quotidiana che alimenta i doni dello Spirito, rende operosa la carità e accresce lo zelo per la salvezza delle anime a maggior gloria di Dio. Vissuta così, la vita interiore fiorisce, gode la pace del cuore e viene gustata realmente quale «principio della felicità del cielo».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

La sequela di Cristo lungo la via dolorosa

«Davanti al dolore si rimane in silenzio, in ginocchio, e si prega. Gesù non è venuto a spiegarlo, a darci risposte e spiegazioni. Però ha preso su di sé tutto il dolore, lo ha portato per noi ed è vicino ai suoi figli che soffrono». Così scrive Costanza Miriano nella prefazione alla recente Via Crucis. Il dono più prezioso (2022, pp.160) pubblicata dalle Edizioni Shalom, che raccoglie le profonde meditazioni spirituali di sette sacerdoti sul cammino di Gesù lungo la via dolorosa della sua Passione.

Si tratta di «una miniera di riflessioni inattese, un aiuto formidabile per rendere il nostro cuore più vicino a quello di Gesù, un invito a fargli compagnia nel momento in cui è più solo e sofferente». Per dirla con Sant’Alfonso Maria de’ Liguori: «Questa devozione deve praticarsi con tutta la tenerezza, pensando che stiamo accompagnando il Salvatore con le nostre lacrime per compatirlo e ringraziarlo».

Meditando su Gesù nell’orto degli Ulivi, don Pierangelo Pedretti sottolinea che «Dio vuole ‘fare Quaresima’ con noi, vuole venire a ‘ricreare’ il nostro giardino deformato e rovinato dal peccato; comportandosi come il chicco di grano che, deposto nella terra, muore e, morendo, produce frutto ridonando vita». Di qui egli invita a domandare al Signore nella preghiera «di aiutarci a strappare da noi la stoltezza delle ideologie, la superbia delle nostre culture e dei nostri diritti; dei nostri progressi, delle nostre conquiste, delle nostre rivalse verso le persone», dal momento che «Gesù abbraccia la croce per noi, al posto nostro, in modo tale che possiamo imparare da lui, ricevendo da lui la capacità di abbracciare la nostra croce senza esserne distrutti, senza lasciarci travolgere da quel dolore sordo che potrebbe avvelenarci la vita». A ciascuno è dato però il compito di individuare la propria croce, nella consapevolezza che essa «è il segreto laccio d’amore attraverso il quale il Signore attira a sé, per poi tutto compensare, tutto riempire, tutto saziare».

Sulla prima caduta di Gesù lungo la via dolorosa, riprendendo la metafora della partita di calcio, don Antonello Iapicca, sottolinea l’importanza di esser consapevoli che «l’avversario contro cui scendiamo in campo è di gran lunga più forte e astuto di noi, ma non ha Gesù Cristo in campo che sa fare gol anche all’ultimo minuto. Perché il Signore sia il nostro fuoriclasse che vince la partita, però, dobbiamo stare nella sua squadra. È a questo punto che entra in gioco l’opera della grazia, che va accolta, conquistata e difesa». D’altra parte, «il nostro Dio, per insegnarci a cadere, è caduto lui stesso: Gesù si è mischiato con quella polvere che siamo noi». Dunque bisogna «imparare a cadere bene», senza cioè scandalizzarsi per le proprie cadute, fiduciosi dell’amore misericordioso del Padre cui riorientare la propria vita.

Sul sostegno offertogli lungo la via della croce, don Alessio Geretti fa notare che Gesù «che non avrebbe bisogno di nulla, vuole essere aiutato da noi, anche se conosce i nostri limiti, gli stessi di quel Simone di Cirene che si ritrova a portare il patibolo contro voglia, ma poi lo aiuta con generosità. E Gesù non sta a guardare con che animo iniziamo a dargli una mano; ha la delicatezza di considerarci così preziosi e importanti da chiederci se vogliamo andare in suo soccorso». Il fatto che il Cireneo tornasse dal lavoro dei campi è un segnale del fatto che «in diversi momenti e diversi luoghi in cui Egli ci aspetta ‘al varco’ per dirci e darci qualcosa». Lo stesso sacerdote sottolinea, invece, rispetto al delicato gesto della Veronica, che esso allude alle «tante persone che sono state capaci di amare Dio e il prossimo in modo indimenticabile», cioè ricorda «la nostra missione: far tornare a brillare il volto dell’uomo per rendere, così, più visibile il volto di Dio», soprattutto nei momenti più bui della storia.

Nella meditazione sulla seconda caduta, don Vincent Nagle evidenzia che «Gesù si alza, ritrova la forza che credeva di aver esaurito, continua a bere il calice della salvezza, per dire che è con noi nella salita e che non ci abbandona mai».

Eppure a un amore così grande del Creatore per la sua creatura, l’uomo può sottrarsi. È proprio il pensiero che per molti tale salita lungo il Calvario sarebbe stata inutile a far cadere Gesù una terza volta, come rileva don Roberto De Meo, sottolineando che «la grande sofferenza del Signore viene dalla libertà dell’uomo che dice ‘no’». È il nostro ‘no’ al suo amore il patibolo che grava sulle spalle di Cristo. Di qui Egli è spogliato delle vesti, «perché l’uomo peccatore è spogliato di tutto; l’uomo è nudo per il peccato; il peccato non porta nessuna ricchezza, non porta nulla nella vita dell’uomo».

Cristo viene quindi condotto su una collina a ovest di Gerusalemme che nasconde il profilo di un cranio e sotto la quale, secondo un’antica tradizione, vi era lo stesso teschio di Adamo, come molte rappresentazioni artistiche evidenziano. Rifiutando l’anestetico dell’aceto mescolato con fiele, «Gesù ci mostra che si può attraversare la sofferenza senza ricorrere a questa forma di fuga; vuole esserci pienamente nel culmine della sua missione» – afferma fra Roberto Pasolini –, laddove la società contemporanea cerca in ogni modo di evitare con ogni mezzo il dolore. L’acme più tragico cui giunge tale logica è la richiesta di eutanasia. Infatti «davanti alla propria croce viene in mente il nostro pensiero autentico: “Salva te stesso”» che rende «vittime di un egoismo che uccide in noi l’immagine di Dio», perché fa guardare solo e soltanto i propri interessi. Dunque «la croce ci fa terribilmente paura, perché prima di essere un modo di morire è un modo di vivere». Relativamente al silenzio del Padre dinanzi al grido di abbandono del Figlio, il frate milanese commenta che «lo sguardo così austero eppure così dolce del Padre talvolta non accarezza i suoi figli solo perché sa che ce la stanno facendo».

Relativamente alla deposizione di Cristo nel sepolcro, padre Maurizio Botta trae spunto dal quadro celeberrimo di Caravaggio, nel quale Nicodemo non solo guarda lo spettatore ma lo stesso Cristo presente nell’Eucarestia quando il sacerdote eleva l’ostia durante la consacrazione, dato che era collocato originariamente come pala d’altare proprio nella Chiesa Nuova a Roma. In sostanza, «l’artista sta facendo dire a Nicodemo: “Vi rendete conto che sta accadendo questo?” e Gesù, deposto dalla croce, indicando la pietra angolare, ci dice: “Voi che siete limo, voi che siete fango, potete trovare consistenza solo in me”». Nella tela di Merisi, infatti, il corpo di Gesù deposto tocca con il dito proprio «quella pietra angolare su cui costruire la vita» che è Cristo stesso.

«Io sì amo la croce sola, la amo perché la vedo sempre alle spalle di Gesù», diceva Padre Pio. Con lo stesso cuore grato siamo chiamati a entrare nel mistero del Sabato Santo, interrogandoci nel silenzio su «Cosa sarebbe la mia vita senza Gesù?» – come ci esorta a fare il sacerdote oratoriano nell’ultima tappa della Via Crucis – ed elevando al Padre un sentito ringraziamento per il dono immenso della salvezza e la grazia di «imparare ad amare come ama Dio».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

La storia di Super Michy, un inno alla vita

«Tutte le protezioni le hai, ci fidiamo di Dio! Sono serena, piccolo, o piccola, provavo tanta voglia di scriverti, sento il cuore traboccante, gli occhi lucidi, l’animo leggero e la pancia viva, pulsante… Anche se è troppo presto per riuscire a sentirti, sono certa che tu senti me! Ti voglio bene!».

È una delle tante considerazioni, pensieri e sentimenti raccolti ne La storia di Super Michy (San Paolo 2022, pp.224), una sorta di diario dei 9 mesi in pancia e delle sole 5 ore e 13 minuti vissute dal piccolo Michele dopo la nascita in un inno alla vita scritto a quattro mani dai suoi genitori, Matteo Manicardi e Fabiana Coriani. Nonostante la diagnosi di patologie incompatibili con la vita, Matteo e Fabiana non hanno mai ritenuto il figlio «incompatibile con la Vita», per cui l’aborto non ha mai sfiorato i loro pensieri. E in effetti proprio sulla dignità di ogni vita umana sin dal grembo materno «si gioca l’esistenza: nel ritenere o meno degna di vivere anche la sofferenza innocente», per dirla senza mezzi termini con le parole della prefazione di Giovanni Ramonda, responsabile dell’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII.

 In principio si trattava di un diario, tenuto dalla mamma per il piccolo mentre si andava formando nella pancia, per cui alcune pagine sono testimoni fedeli dell’evoluzione della gravidanza e delle settimane successive al parto. Poi è stata aggiunta dal papà un’ulteriore parte narrativa e introspettiva, nata dal bisogno di riscoprire i frutti della grazia divina maturati anche nel dolore. Si tratta di pagine intense, vibranti e commoventi che rilevano una verità profonda: l’esistenza di ogni uomo comincia con un «abbraccio intimissimo che continua per nove mesi nel seno della mamma, il quale ci fa sperare che il senso dell’intera vita umana sia l’amore con la sua aspirazione all’eternità», riprendendo quanto scrive Marina Casini nella seconda prefazione al testo.

Sposati da 12 anni, Matteo e Fabiana hanno già due figli, Federico e Alessio, di 10 e 8 anni, prima della nascita del piccolo Michele, abbracciato dal Padre subito dopo il battesimo. Matteo è profondamente innamorato di sua moglie, come testimoniano le parole che scrive quando ripercorre la loro storia: «Con lei non sono sufficienti tutti i grazie che si potrebbero dire in una vita intera». Lui cresciuto nell’Azione Cattolica, lei tra gli scout; eppure non è mancato in gioventù l’allontanamento dalla ‘via maestra’ e il ritorno sui passi della fede che ha fortificato entrambi nella fiducia e riscoperta del disegno d’amore del Padre per la loro vita. Matteo riconosce che il primo figlio, il ‘Principe’, gli ha offerto la «possibilità di essere migliore» anche per «lo stupore gioioso che esprime per le piccole cose che mi lascia senza parole»; Alessio, il ‘Re’, invece, gli ha fatto comprendere che «è possibile amare due figli allo stesso modo, che c’è abbastanza spazio per due, nel cuore». Poi ci sono due ‘Oliver’, «due bimbi che non abbiamo conosciuto, i due aborti spontanei. Un nome scherzoso, per colorare i momenti più bui» in cui Matteo ha sperimentato, insieme a sua moglie, il dolore grande per la perdita di un figlio. Poi è arrivato Michele, ‘il Cavaliere’, dopo averlo «aspettato, desiderato, chiesto…quasi implorato per tanto tempo».

Della relazione con ‘Michy’ il suo papà scrive: «Io sono stato con lui poco meno di un’ora, tra momenti d’intimità e in compagnia di dottoresse e infermieri. In questo tempo, lui non ha preso la mia vita rivoltandola come un calzino, come hanno fatto gli altri due miei figli. Lui ha preso tutta la mia vita e me l’ha fatta vedere da un’altra prospettiva. Mi ha fatto mettere in ordine le cose per importanza. Mi ha fatto capire cosa è giusto per me, cosa mi fa bene e cosa mi fa male. Avrei voluto (un altro!) insegnare io a lui e invece è successo il contrario. Mi ha insegnato ad avere calma. Mi ha detto “Tranquillo, andrà tutto bene, non c’è bisogno di avere paura o di preoccuparti”».

Matteo e Fabiana hanno pregato a lungo per il miracolo della sua guarigione, ma «alla fine il miracolo ce lo ha fatto Super Michy. Affidandoci e dicendo ‘sì’, abbiamo dato la vita eterna a Michy e lui, come ringraziamento, veglierà su di noi per sempre. Grazie a lui la morte mi fa meno paura perché so che un giorno ci rivedremo e staremo insieme per sempre. Ho come obiettivo, per tutti i miei restanti giorni, quello di meritarmi la sua compagnia per sempre».

L’attesa di una nuova vita è una gioia per tutta la famiglia. Lo rivelano chiaramente queste righe di Fabiana: «Hai dei fratellini d’oro, piccolo! Mi stanno sempre addosso per coccolarmi e accarezzarmi la pancia, ti parlano sussurrando e avvicinando la testa e pregano per te! Dicono a tutti quelli che incontrano che sono incinta, perfino ai camerieri dei ristoranti! Fede poi, per difenderti, controlla continuamente che nessuno fumi nei paraggi. Mi trattano come una regina e mi adorano perché porto te… non solo per questo, certo, ma ho un valore in più, ora».

Fabiana condivide anche le proprie sensazioni che caratterizzano il legame originario ed esclusivo di ciascun figlio con la sua mamma: «Solo bollicine all’interno della pancia, sento alcuni colpetti e dei piccoli borbottii, è bellissimo! Non vedo l’ora che riescano a sentirli anche il papi e i bimbi. Ma intanto sei solo per me».

Dopo l’ecografia morfologica che ha rilevato diverse malformazioni sparse, Fabiana trae coraggio dalla grazia coltivata di una fede solida che non le consente di ripiegarsi su se stessa: «Noi siamo sempre più certi che la gravidanza andrà avanti finché il Signore vorrà, che riusciremo ad affrontare tutto, insieme! L’unica cosa che di certo mi spezzerebbe ogni gioia, che non mi perdonerei mai, che mi busserebbe alla mente ogni giorno negandomi la pace, sarebbe il pensiero di aver abortito. Non mi riprenderei più, lo so. Tutto il resto si può affrontare. Qui sei al sicuro, sei nella mia pancia, vicino al mio cuore, ti culli con i miei battiti e fai le capriole sotto alle mie dita. Sono grata di averti qui, ringrazio il Signore e proprio non riesco a essere infelice! E so, sono più che certa, che, qualsiasi cosa ci aspetterà, il Signore si accerterà che sia per il meglio».

Al criterio della ‘qualità della vita’, Matteo e Fabiana sostituiscono il loro amore per il figlio e quello infinitamente più grande del Padre, unica forza divina in grado di aiutare a superare tanto la paura «di tornare da sola dall’ospedale», quanto il dolore dopo averlo attraversato. Su questo Fabiana scrive: «I dottori dicono di pensare alla tua qualità della vita… ma sono sicura che non puoi non essere felice per avere la possibilità di provarla, questa benedetta vita! Arriva dove riesci, non importa, noi ti accompagniamo e ti prometto che ne varrà la pena! Ti faremo sentire ciò che vali per noi». I genitori di Michy non disperano, si sottopongono a tutti gli esami medici loro suggeriti, ma soprattutto accompagnano costantemente con la preghiera la crescita in pancia di Michy e se da un lato Fabiana «continua a sperare, anzi, a confidare placidamente in un miracolo», dall’altro è consapevole che «magari non ho capito niente perché il miracolo lo sei già così».

 E in effetti, quando le rose di una nascita cedono il passo alle spine di una morte prematura dopo aver accolto la vita divina di Cristo, il dolore non la fa da padrone, perché rimane viva la fiamma di tale consapevolezza: «Eternità, sì, questo è il nostro dono per te, amore mio, la tua ricompensa per averci scelti, per esserti fidato di noi, per esserti lasciato amare e aver dato tutti quei calcetti in cambio. E per esserti girato. Grazie».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana