Jacques Fesch, la canonizzazione del santo assassino

“Fu condotto ai piedi del marchingegno. Lì lo aspettava padre Jean Devoyod. Molte volte si era stretto al suo abito bianco di figlio di san Domenico e gli dispiacque di non poterlo fare anche in quel momento perché i polsi erano legati. Padre Devoyod gli si avvicinò fino a sussurrargli qualcosa sul volto, lo segnò, gli sorrise. Insieme salirono gli scalini. Poi trascorse un secolo che durò un minuto. Jacques fu messo giù. L’anima gli fu penetrata da un lampo nel quale passarono le mille verità della sua vita. Si udì un comando. Immediato – un grido: ‘Il Crocifisso! Il Crocifisso!’’. E davanti alle mani di padre Devoyod, che reggevano la Croce, la lama della ghigliottina precipitò con tonfo pesante”.

La modalità di andare incontro alla morte dice molto, se non tutto, del valore e significato riconosciuto alla propria vita. Ecco perché il racconto della vita di Jacques Fesch, un assassino che salirà presto agli onori degli altari, prende le mosse proprio dai suoi ultimi istanti per poi svilupparsi come un lungo flashback narrato con ritmo incalzante da Curzia Ferrari, scrittrice e giornalista, ne I giorni di Jacques (pp. 208, Ares, 2019).

Tormentato dal dèmone dell’avidità perché del denaro non può farne a meno, Jacques è un giovane che guadagna già 60.000 franchi al mese nell’istituto di credito del padre, per cui si lascia andare volentieri ad alcol, bagordi e gioco d’azzardo. Sposa Pierrette, una donna di origine ebrea, dalla quale ha una figlia, ma ben presto abbondona entrambe e torna a vivere dalla madre. In preda alla passione amorosa verso un’altra donna di cui s’invaghisce, si macchia di una terribile violenza per poi abbandonarla senza riconoscerne il figlio. Un fatidico giorno il padre si rifiuta di dargli il suo compenso, per cui per rabbia gli ruba la rivoltella che custodiva in un cassetto. In quel periodo Jacques desiderava comprare una barca a vela, ma non ne aveva il denaro necessario. Così organizza un colpo di mano e fugge via con la refurtiva. Inseguito da un poliziotto che gli intima di alzare subito le mani in alto, si trova di fronte un cancello senza altra via di fuga. Di qui istintivamente mette mano alla rivoltella e preme il grilletto: nel sangue di quell’uomo ucciso vede chiudersi i propri giorni di persona libera. Confinato in dieci metri quadrati di spazio vitale per tre anni nella prigione de La Santé, mentre è tentato di pensare che solo una severa condanna potrebbe redimerlo da tutti i mali compiuti, tra il silenzio e la solitudine, si fa strada progressivamente una ricerca profonda del volto di Dio che traspare vivida nelle sue lettere raccolte durante la fase di postulazione della causa di beatificazione.

L’amore del Padre lo visita attraverso le letture spirituali, gli viene incontro nel cappellano del carcere e soprattutto gli si fa prossimo mediante il suo avvocato, un terziario carmelitano “certo al novantanove per cento che avrebbero condannato alla pena capitale” il suo assistito. Nonostante tale timore, “egli mette in gioco l’ipotesi di rendere Jacques felice”, esortandolo a pentirsi e ad accogliere il perdono del Padre misericordioso. In preda all’angoscia, a sera, il condannato grida in cella ripetutamente: “Dio mio! Dio mio!” e la grazia del Padre viene a consolarlo. La racconta con queste parole: “Una grande gioia si è impossessata di me e soprattutto una grande pace. Tutto è diventato chiaro in pochi istanti…Quindi è venuta la lotta, silenziosamente tragica, fra ciò che sono stato e ciò che sono diventato, perché la creatura nuova innestata in me implora una risposta alla quale resto libero di rifiutarmi”.

Eppure Jacques è già stato condannato alla pena capitale nel momento in cui ha ucciso un agente, secondo quanto scrivono i giornali, perché nella Francia della prima metà del ‘900 la vita di un poliziotto veniva considerata di maggior valore rispetto a quella di un comune passante, per cui di conseguenza la sua colpa era causa di maggiore riprovazione sociale. In forza del peso politico del Sindacato di Polizia francese, l’affaire Fesch diviene allora presto un caso di giustizia di rilevanza nazionale.

Se ciò è motivo di sofferenza per l’animo di Jacques è anche nel contempo fonte di feconda espiazione. In cella Jacques prega il Rosario, recita la liturgia delle ore, si comunica e legge le vite dei santi. Nell’ultima sua Pasqua invita un amico in carcere a gioire esclamando che “è la festa della nostra felicità”, mentre confessa all’avvocato carmelitano di aver ricevuto per due volte un messaggio da Gesù: “Tu ricevi le grazie della tua morte”. Di qui, dopo la condanna definitiva, dirà nell’ultimo abbraccio al suo fido avvocato: “Vi starò sempre accanto: se Dio me lo concede, vi assisterò di lassù”. Paul Baudet morirà il 6 aprile 1972, a 15 anni esatti dalla fine del processo.

La fede di Jacques radicata nell’amore del Padre fa capolino anche nella serena accettazione della pena di morte. Egli offre la sua testa al carnefice “come un fiorellino primaverile”, consapevole che “per essere ammessi a contemplare Cristo, bisogna purificarsi per mezzo della sofferenza e uccidere in noi tutto ciò che ci è proprio” e che “se l’anima gioisce, il corpo è morto e più nulla conta, a parte i baci che si mandano al cielo”. In tale spirito di umiltà sposa anche religiosamente sua moglie Pierrette e perdona i suoi carnefici. Prima di salire sul patibolo afferma: “Io non muoio, non faccio che cambiare vita e sono tanto felice che padre Thomas celebri la Messa ogni giorno per le mie intenzioni. Con la Santa Ostia ogni mattina sale al cielo Jacques Fesch!”. Il sigillo sulla sua morte in odore di santità lo metterà l’arcivescovo di Parigi che nel 1987 apre la causa di beatificazione.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Il segretario racconta il cardinale Biffi “privato”

Amabilità, schiettezza e semplicità, rapporti senza formalità, passione per la verità, zelo apostolico e soprattutto ironia e sano umorismo sono i tratti distintivi di Giacomo Biffi che emergono dal ‘ritratto familiare’ che ne fa Don Arturo Testi nel recente volume Giacomo Biffi. L’altro cardinale (ESD 2019, pp. 134). Nel suo racconto Don Arturo – primo segretario di Biffi a Bologna, quando quest’ultimo fu nominato vescovo sulla cattedra di San Petronio – ripercorre gli anni compresi tra il 1984 e il 1991. C’è ampio spazio per aneddoti e ricordi personali, ma soprattutto per lo spessore umano, teologico e pastorale del cardinale.

Dal suo carattere traspare una forma di umorismo che abbraccia ogni aspetto della vita, fino a indurlo ad ammettere con ironia che i tortellini bolognesi “sono ancora più buoni se mangiati nella prospettiva del Regno dei Cieli piuttosto che in quella di finire nel nulla”. Tuttavia l’unico vero umorista è Dio. Infatti “l’umorismo è arte rara – scrive il Cardinale –, e deve saper comporre in una sola attitudine dello spirito distacco e partecipazione, oggettivazione e coinvolgimento, trascendenza e immanenza; cosa che riesce bene solo a Dio”.

l suo senso dello humor emerge anche nelle battute di spirito quali: “Quando la visita pastorale in una parrocchia è finita e il vescovo è finalmente partito, il parroco ritrova la sua liberazione”; oppure: “Ricevo i poveri così non vengono a visitarmi per rubare”. E ancora, poiché amava leggere i gialli di Agata Christie, “quando li terminava, aveva anche un pensiero per il successivo lettore dello stesso libro: sul frontespizio, in maiuscolo, gli scriveva il nome del colpevole”. Biffi riusciva ad arginare con la sua ironia anche questioni ben più serie. Perciò così rispose a firme di illustri fiorentini che gli chiedevano di strappare dal muro della sua San Petronio la parte di affresco di Giovanni da Modena che raffigurava Maometto all’inferno, in nome della custodia del dialogo interreligioso: “Prendete tutti i codici che riproducono la Commedia ed espungete i versetti che riguardano Maometto. Poi passate agli incunaboli e quindi alle edizioni a stampa. Quando avrete terminato, non disturbatevi a scrivermi un’altra lettera. Più semplicemente telefonatemi. E allora io sicuramente farò la mia parte”.

Ubi fides, ibi libertas’, questo il motto del suo ministero episcopale. Una libertà, quella di Biffi, che scaturisce e si nutre della Parola di verità per fiorire nella pratica della carità di Cristo. In questa prospettiva si comprende meglio anche il senso profondo della ‘consulenza telefonica’ con Lucio Dalla sui poveri di Piazza Grande e la scelta di aprire per loro ogni sabato a mezzogiorno l’Arcivescovado, specialmente ai senza fissa dimora. Considerando suo maestro ideale il cardinal Charles Journet, Biffi richiamava spesso una sua espressione: “I confini della Chiesa passano dentro di noi”. La sua carità era orientata in particolare “ai preti ammalati, ai quali dedicava una visita prolungata e affettuosa”; mentre “nella Solennità dell’Epifania, dopo la celebrazione dell’Eucaristia, era solito visitare il reparto oncologico dei bimbi ricoverati all’Istituto Ortopedico Rizzoli, portando loro i regali della Befana”.

Salda era l’amicizia con don Giussani e don Lattanzio, che “erano i compagni abituali delle vacanze di don Giacomo”. Quest’ultimo racconta che nel 1969 erano tutti e tre al mare a Senigallia: “Ma mentre Giussani e Lattanzio erano in acqua a nuotare, io ero sotto l’ombrellone a scrivere. Mentre Giussani e Lattanzio erano davanti alla televisione per vedere l’allunaggio, io ero a tavolino a scrivere. Così durante il loro ozio io ho scritto Il quinto evangelo”, un testo che rivela una fede piena di benevolenza. In un’altra circostanza, mentre erano in vacanza a Caprera e stavano recandosi alla tomba di Garibaldi egli, conoscendo l’antipatia del Gius nei confronti di tale personaggio, con una battuta gli disse: “Una requiem aeternam non si nega a nessuno”. Ma Don Giussani manifestò ancora un accenno di contrarietà. Allora il Cardinale rimodulò la sua affermazione, invitandolo a pregare per tutti i defunti. Così finalmente riuscirono a pregare insieme.

Relativamente alla sua tenerezza, il suo segretario ricorda che “il suo sorriso insieme allo sguardo toglieva ogni timore, paura, stanchezza. Era sempre accompagnato dalla delicatezza nelle parole, anche quando mi indicava qualche mio sbaglio o qualche decisione che avevo preso con precipitazione e senza avere una chiara visione delle conseguenze”. Inoltre “era sempre puntualissimo nella Celebrazione eucaristica mattutina, nei pranzi e nelle cene, specialmente quando c’era il risotto alla milanese, nel leggere i quotidiani al mattino, prima della Messa, nel disbrigo della posta giornaliera”.

Don Arturo racconta ancora che Biffi “sedeva in auto sempre davanti e mai dietro. Qualcuno si sorprenderà, ma questo particolare mi ha provocato le sgridate delle guardie svizzere tutte le volte che il Cardinale doveva andare in udienza dal Papa: sia le guardie svizzere sia la gendarmeria pontificia volevano che lui si sedesse dietro, ma testardamente non ha mai accettato”.

C’è infine un’espressione, “Bologna, città sazia e disperata”, che gli viene solitamente attribuita, ma che in realtà egli non pronunciò mai. Fu coniata da un giornalista ed è divenuta poi icastica, poiché in effetti condensava in modo puntuale il suo pensiero.
Anche nella malattia egli seppe abbandonarsi alla volontà di Dio, nella certezza che stava per arrivare, per dirla con Sant’Ambrogio, il ‘Buon Padrone’.

Il Cardinale Biffi è stato dunque “un profeta – conclude don Arturo – nel senso che ha costruito la sua missione di teologo e di pastore sulla roccia, che è Cristo Signore. La persona di Gesù è stata sempre il punto di partenza e di arrivo di ogni sua missione”.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Nasi lunghi gambe corte, tra pulsioni e passi verso il Mistero

Oggi c’è un mostro che soffoca la vita. È l’ansia che, venendo costantemente iperalimentata, rende indisponibili all’attesa, segue la logica del ‘tutto e subito’ e ci fa perdere il gusto di aspettare. Lo sottolinea con fermezza padre Maurizio Botta – giovane sacerdote della Parrocchia di Santa Maria in Vallicella a Roma e brillante predicatore oratoriano nel solco del carisma di San Filippo Neri –, nel primo dei ‘Cinque passi al Mistero’ raccolti nel suo recente volume Nasi lunghi gambe corte (Edizioni Studio Domenicano 2019, pp. 159).

L’ansia è “uno stato della mente e del corpo che in determinate circostanze tutti gli esseri umani conoscono e sperimentano”. Egli sottolinea infatti che esiste un’ansia positiva, ‘adattiva’, “che ci consente di adattarci meglio all’ambiente e alla realtà che ci circonda, che aumenta il nostro stato di vigilanza e ci aiuta focalizzare un elemento degno di attenzione”, e un’ansia altrettanto benefica che si manifesta come ‘percezione di vulnerabilità’ relativamente a quanto abbiamo paura di perdere. Se contenuta entro certi limiti, l’ansia è dunque un fattore positivo legato alla capacità previsionale dell’uomo, al futuro. L’ansia negativa è invece disadattiva e consiste “nella sovrastima del pericolo e nella sottostima delle risorse personali per fronteggiarlo”. Una simile ansia è anche il “male spirituale di ogni tempo, che nasce dall’illusione di poter controllare la realtà, dal delirio d’onnipotenza sulle nostre capacità, dalla schiavitù logorante di voler affermare se stessi”. Contro l’ansia, stando all’appello di padre Maurizio, il rimedio è uno solo: rimanere nel presente, fidandosi del fatto che c’è un Padre che ci ama, “e offrire a Dio la sofferenza dei propri respiri dolorosi” che talvolta sembrano soffocarci, nella consapevolezza che è Cristo e non se stessi il metro di giudizio del proprio valore.

Nel ‘secondo passo’ dedicato alla pigrizia padre Botta rileva come tale vizio abbia in sé qualcosa di disgustoso e vergognoso. Lo attesta la stessa “irrefrenabilità con cui ci appelliamo alle giustificazioni” ogniqualvolta veniamo accusati di essere pigri. “La pigrizia è la ruggine della bellezza”, diceva Buddha. Lo si legge anche nella Scrittura allorquando “il fastidio nel vedere un pigro che esegue un compito affidatogli è paragonato al sapore di aceto o al fumo negli occhi (cf. Prov 26, 14)”. E ancora, nel libro del Siracide il pigro è addirittura assimilato a una palla di sterco (cf. Sir 22, 2). Oggi invece sin da piccoli si assiste a ‘un’istigazione alla pigrizia’, instillata da genitori troppo apprensivi, pronti a evitare ogni minima fatica ai propri figli, e favorita da insegnanti disponibili ad accettare anche una pessima calligrafia dai loro studenti, abituati a scrivere per abbreviazioni sui social. Per non parlare della pigrizia nella lettura e di quella ben più grave nel fare il bene. Infatti, per dirla con un proverbio significativo, “la pigrizia è la stupidità del corpo, la stupidità la pigrizia dello spirito”. Di qui se “rifiutiamo il sacrificio della pazienza, la sofferenza dell’attesa, non impareremo né insegneremo mai nulla”. Allo stesso modo “la madre perfetta fa la figlia inetta”, per dirla con un altro proverbio popolare, nella misura in cui fa tutto lei e non permette che la si aiuti. Così, frustrando ogni tentativo dei figli, li si impigrisce. Tale vizio può essere sia il frutto del perfezionismo altrui, sia l’esito della ‘cultura dell’aiutino’ che demonizza il sacrificio come del nichilismo contemporaneo. D’altra parte perché ci si dovrebbe sacrificare se nulla ha valore e significato? Ecco allora l’altra faccia della medaglia della pigrizia, ossia la tristezza, “quella tristezza diabolica che ingloba il senso ultimo della vita e il senso possibile di tutti gli atti umani, la tentazione di dire e di pensare che tutto è inutile”, per cui a nulla serve impegnarsi per qualcosa, né tanto meno perseguire con fatica il bene. Allora il canto, il vivere la vita come un pellegrinaggio, la carità operosa, la preghiera e la liturgia costituiscono alcune vie maestre per uscire dal nichilismo e scrollarsi di dosso la pigrizia, in quanto è solo riacquistando il senso e assaporando il gusto di una vita piena che si è spinti ad alzarsi dal divano.

Relativamente al ‘terzo passo’ dedicato al tema della scelta, il sacerdote oratoriano evidenzia come la nostra sia una ‘libertà da’, mentre quella vera, autentica, è la ‘libertà per’. Certo bisogna anche rassegnarsi al fatto che ogni scelta ‘libera per’ implichi una rinuncia. D’altra parte “se scegli qualcosa inevitabilmente ti privi di un’altra”. Occorre dunque liberarsi “dell’illusione luccicante delle mille possibilità aperte”. La regola fondamentale che deve animare ogni scelta umana dovrebbe quindi essere la gloria di Dio e la salvezza dell’anima propria e dei fratelli, come insegna Sant’Ignazio di Loyola, evitando di scambiare i mezzi (es. vocazione al matrimonio o alla vita consacrata) con i fini. In tale prospettiva i consigli sono di “non prendere mai una decisione importante quando si è nella tristezza” e di “non mettere mai in discussione una decisione presa nella luce, nella pace, nella gioia e nella bellezza”. È necessario altresì considerare che “non esiste scelta e libertà vera senza gli altri. È sempre un altro a dirti chi sei, ad aiutarti a capire negli snodi fondamentali della vita”.

Rispetto alla menzogna del ‘quarto passo’, padre Maurizio individua, tra le ragioni per cui si mente, la paura, il timore di essere rimproverati e la pigrizia per evitare la fatica di dover dare delle spiegazioni. Ma il rischio più grande lo corre chi mente a se stesso o vive nella menzogna. Allora il rimedio è lasciarsi attrarre da Cristo come da una calamita in modo tale che “tutto ciò che nella tua vita è menzogna, che non è verità incarnata, scivoli via”. Il demonio è infatti il padre della menzogna; “le sue bugie sono anche sistemi di pensiero, idee, immagini, programmi televisivi costruiti per alimentare lo sconforto e sedimentare le voci disperanti”. Ma persino “le menzogne vissute, le più dolorose, cadono in un rapporto vivo e vero con Cristo”.

L’ultimo passo è relativo all’ossessione del confronto e al bisogno di sentirsi migliori degli altri. “La superbia – afferma padre Botta – gode dell’inferiorità altrui”. Per il superbo non essere vincente o ‘la più bella del reame’ equivale a non essere nessuno. Eppure la diversità di amore con cui il Padre ama ciascuno non deve dar luogo a un confronto invidioso tra fratelli. L’amore di Dio non può esser misurato in termini di ‘più’ o di ‘meno’, come fu per Caino in relazione al gradimento da parte del Padre dell’offerta del fratello Abele. Di qui “il problema di Caino è proprio la non accettazione del modo in cui Dio ama lui e di conseguenza del modo con cui ama Abele”. L’antidoto al bisogno di sentirsi migliori degli altri si radica allora in tale amore del Creatore, diverso e unico per ogni sua creatura. E in effetti, per dirla con Lewis, “se vi è uguaglianza, è nel Suo amore, non in noi”, nella misura in cui “nell’amore immenso di Dio per ciascuno di noi – conclude il sacerdote oratoriano – le nostre differenze vengono non solo custodite, ma esaltate”, per cui “ciò che è uguale è la potenza dell’amore di Dio”.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

L’Eden del diavolo: miseria del Venezuela e come uscirne

“Bambini, adulti, anziani, disabili, intere comunità prostrati fisicamente e interiormente per la cronica assenza di cibo, medicine e ogni genere di prima necessità. Manca anzitutto la libertà, anche quella di fare una semplice fotografia”. Con queste parole Alessandro Monteduro, Presidente di Aiuto alla Chiesa che Soffre – Italia, racconta la ‘grande tribolazione’ che il Venezuela sta vivendo da almeno due decenni e che si è acuita fortemente negli ultimi anni.

A raccontare l’angoscia di un popolo vittima di un’iperinflazione incontenibile, brutalizzato da un regime repressivo e corrotto e dalla violenza di gruppi paramilitari che agiscono indisturbati, e nel contempo la speranza di ritrovare le radici morali e spirituali per riportare libertà, democrazia e pace in un Paese allo stremo, si eleva la voce di undici vescovi e due cardinali raccolta da Marinellys Tremamunno – vaticanista italo-venezuelana e collaboratrice de La Nuova Bussola Quotidiana –  nel suo libro Venezuela, l’Eden del Diavolo (pp. 136), appena pubblicato per Infinito Edizioni. Nelle parole dei vescovi della Conferenza Episcopale del Venezuela (CEV) traspare una grande fiducia del popolo nel ruolo di guida e di forza morale della Chiesa. Il popolo venezuelano le riconosce l’impegno quotidiano al suo servizio e perciò, con grande resilienza, trae da essa le energie spirituali per lottare ogni giorno per la libertà e la tutela della dignità e dei diritti di ogni uomo, laddove la cronaca riporta costantemente episodi relativi alla sua violazione.

“Noi venezuelani in nome di una rivoluzione e di un miraggio ci siamo lasciati conquistare dal male assoluto dell’odio ideologico e dalla cultura della morte, alimentata dalla presenza tra noi del narcotraffico e del terrorismo”, confessa con disincanto e profonda amarezza l’avvocato Asdrúbal Aguiar, già Ministro dell’Interno quando fu eletto Chávez nel 1998, mentre ripercorre nell’introduzione al volume tutte le tappe e gli ingredienti che hanno determinato l’infernale situazione attuale.

Per contrastare il ‘peccato strutturale’ in cui vessa il Paese, il cui esecutivo “è diventato un carnefice del popolo e un tiranno” che nega ogni possibilità di costruzione del bene comune, è necessario “un rinnovamento morale, senza il quale il risanamento istituzionale e la riconciliazione socioculturale” non sarebbero possibili, come rileva il cardinal Baltazar Enrique Porras Cardozo. Anche perché “con la criminalità non si possono fare trattative”, come gli fa eco mons. José Trinidad Fernández Angulo, vescovo ausiliare di Caracas e segretario della CEV.

Tuttavia, anche nelle tenebre più fitte, non mancano semi di luce e di bene. Al popolo, già prostrato dalla fame, dalla carenza di acqua, medicine e mezzi di trasporto pubblici, il regime di Maduro ha negato anche il diritto di conservare quel po’ di cibo così faticosamente procurato, lasciandolo per lunghi periodi senza corrente elettrica. Eppure “tale situazione ci ha resi consapevoli della necessità di dare, di incontrare l’altro, di misurarci con i bisogni degli altri – evidenzia Mons. José Manuel Barrios, vescovo di El Tigri – Ci sono persone che danno il loro tempo, altre che donano i loro soldi, altri semplicemente che accompagnano chi ne ha bisogno. È molto bello”. Occorre però continuare a “rafforzare la famiglia e seminare speranza nei giovani”, in un contesto in cui l’unica via dolorosa percorribile da giovani genitori e adulti sembrerebbe quella di lasciare i propri figli piccoli ai nonni e abbandonare il Paese nell’auspicio di farvi presto ritorno, come testimonia il grande esodo di milioni di venezuelani.

È opportuno invece resistere con tenacia, “coltivare i principi, i valori, perché la trasformazione senza valori non è possibile” – sottolinea Mons. Pablo Pérez, vescovo di Guasdalito – il quale con il progetto Saman è in prima linea nel prendersi cura dei bambini malnutriti. Allo stesso modo Mons. Léon, vescovo dell’Arcidiocesi di Coro, ha trasformato la sua curia in una farmacia dove vengono distribuite medicine gratuitamente, mentre in Paraguanà un vescovo ha trasformato il suo palazzo in un ristorante in grado di offrire 400 pasti gratuiti al giorno.

Sono questi alcuni segni fecondi di una Chiesa che si fa prossimo del suo popolo, che si china sui più poveri e bisognosi, ma al tempo stesso non tace dinanzi all’ingiustizia e, con il Cardinal Urosa Savino, arcivescovo emerito di Caracas, ha il coraggio di denunciare pubblicamente la politica di un “governo che vuole apparire come il redentore dei poveri ed è il loro carnefice”.

A un popolo sequestrato da un regime che ha legami anche con hezbollah e gruppi criminali di origine colombiana; che mette in carcere e tortura con metodi cubani ogni oppositore politico; che impedisce ogni comunicazione sui media che non sia filogovernativa, l’avvento di libere elezioni democratiche sembra sempre più lontano e rischia di diventare, in una logica prettamente umana, soltanto un’utopia. “Maduro è oggi alla testa di una vasta rete che unisce aziende, strutture regionali e individui con legami storici in una varietà di operazioni criminali che vanno dalla corruzione al riciclaggio di denaro sporto per traffico di droga e contrabbando di ora”, evidenzia in proposito l’autrice.

Per questo motivo, poiché “sarebbe ingenuo pensare che sia possibile sconfiggere il crimine attraverso la diplomazia”, è decisamente più opportuno provvedere a “risanare le ferite per una ricostruzione morale del Venezuela”. Come? Vincendo in ogni contesto e a ogni livello, personale e sociale, il male con il bene, senza cedere alla corruzione, allo scoraggiamento e alla disperazione. Infatti, solo camminando nella giustizia, nella verità e nella carità fraterna insieme ai propri pastori, definiti dal regime ‘diavoli con la tonaca’, il gregge del popolo venezuelano potrà uscirne vincitore e finalmente davvero libero.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

 

Italiani poca gente. E anche malconsigliati

In Italia ci sono sempre più culle vuote. Meno di 14 figli per ogni 20 adulti. Nel 2018 in Italia sono nate 449mila persone, i decessi sono stati invece 636mila, con un saldo negativo di quasi190 mila persone. Che l’Italia sia il Paese più ‘vecchio’ d’Europa e, dopo il Giappone, il più vecchio al mondo, è ormai risaputo. Ciò che manca, al di là di una reale presa di coscienza del fenomeno, è la consapevolezza di un ripensamento critico dei temi dell’immigrazione, dello sviluppo economico, del lavoro e del welfare alla luce di tale dato.

È quanto cerca di fare attraverso un’indagine dettagliata e rigorosa Antonio Golini – già Presidente dell’ISTAT ad interim e docente emerito di Demografia all’Università “La Sapienza” – nel suo recente libro-intervista con il giornalista Rai Marco Valerio Lo Prete Italiani poca gente (Luiss Press 2019, pp. 221).

Riguardo al tema dell’immigrazione, l’illustre demografo evidenzia che non si può presumere di risolvere il problema demografico nel Vecchio continente favorendo l’ingresso di 1,6 milioni di immigrati l’anno in Europa. Questo è il segno di “una visione miope”, poiché tiene conto soltanto dell’equilibrio numerico e dunque quantitativo dell’andamento della popolazione, e non anche di quello qualitativo altrettanto significativo. Un mutamento qualitativo di questo tipo è gravido di conseguenze anche sociali e culturali che non possono essere tralasciate. La stessa presenza di donne straniere non è sufficiente a innalzare in modo significativo il tasso di natalità, in quanto si è constatato che esse tendano ad “assumere, almeno in parte, i comportamenti riproduttivi degli autoctoni”. Allora è necessario salvaguardare piuttosto la propria identità e le proprie tradizioni, non solo quella culinaria, attraverso un equilibrio dei flussi migratori che favorisca e non danneggi né i Paesi di origine né quelli di destinazione.

Tra le proposte di soluzioni possibili per uscire dal malessere demografico italiano, bisogna tralasciare quindi tanto “l’idea di una maggiore immigrazione” che “non è una bacchetta magica”, quanto “il fare affidamento al mero assistenzialismo pubblico”, per sostenere “un Paese a misura di ‘adulti generativi’ e di ‘anziani attivi’”. Per questi ultimi Golini ipotizza creativamente la possibilità di essere protagonisti dell’assistenza dei loro coetanei non autosufficienti, cumulando in questo modo una sorta di crediti in una ‘banca del tempo’ da cui poterli eventualmente recuperare qualora si diventi non autosufficienti. Sarebbe questa una strada per consentire al sistema assistenziale italiano di respirare, ripensando nel contempo il ciclo lavorativo per il mercato e per il ‘non mercato’ (come il lavoro di sostegno per anziani disabili) e favorendo la crescita del Terzo settore.

Tra le contromisure per rilanciare la natalità, l’autore auspica anche una maggior tutela della libertà delle donne che desiderano più di un figlio; una politica lavorativa che incentivi lo smart working e premi il merito dei giovani lavoratori più che gli anni di servizio e l’esperienza dei più anziani, e una politica fiscale più equa che consideri il quoziente familiare.

Adottare politiche lungimiranti per il rilancio della natalità, non solo nel nostro Paese, è l’unica strada per ribaltare i numeri attuali tutt’altro che confortanti. Basti pensare che “cinquant’anni fa la popolazione mondiale contava 3,3 miliardi di persone, per cui c’erano 7 ragazzi sotto i 15 anni per ogni anziano oltre i 65 anni”; oggi che invece la popolazione conta 7,5 miliardi il rapporto è 3 giovani per ciascun anziano. In Italia è però 0,6 per anziano, ossia “per ogni 3 ragazzi ci sono 5 anziani”. Nel 1980 erano 17 milioni le persone under 20 e 10 milioni quelle over 60, oggi la situazione è invertita: sono 10 milioni quelle under 20 e 17 milioni quelle over 60. Pertanto sono “in costante aumento i figli che accudiscono i propri genitori e in costante diminuzione i genitori che accudiscono i propri figli”.

In Italia “l’autunno demografico nel frattempo è diventato un rigido inverno”, mentre sul piano internazionale si è passati dal ‘secolo della bomba demografica’, il XX, a quello attuale che è il ‘secolo dell’invecchiamento demografico’, e dunque da una ‘demografia naturale’ a una ‘demografia controllata’ e a fasi di ‘transizione demografica’ difficilmente prevedibili. Basti citare il caso della Nigeria, per la quale erano previsti 289 milioni di abitanti nel 2050 e ad oggi la stessa previsione è stata aggiornata a 410 milioni. Attualmente i Paesi più popolosi sono Cina e India. Nel primo, però, nonostante sia stata accantonata la ‘politica del figlio unico’, il tasso di fecondità è pari a 1,5, mentre quello delle indiane è in crescita e pari a 2,4. Pertanto nel 2024 si stima che la nazione più popolosa sarà proprio l’India.

Il ‘malessere demografico’ crea non pochi problemi di ‘sostenibilità interna’, “in quanto diventa difficile mantenere lo stesso livello di welfare in una popolazione anziana e con pochi figli”, anche perché in una popolazione con età media di 45 anni quale è quella italiana diminuiscono creatività e spirito d’imprenditorialità. Nell’indagare le cause di tale malessere, Golini sottolinea come queste non siano legate a problemi economici, come invece presume l’opinione diffusa secondo cui si fanno meno figli perché ci sono meno soldi, bensì a motivi culturali e sociali fioriti in particolare nell’età del narcisismo e della liberazione sessuale che hanno contribuito a intendere la procreazione esclusivamente come un ‘diritto individuale’ e non anche come un ‘dovere’ per il prosieguo della stessa società.

A conferma di questa tesi resta il fatto che “proprio mentre l’economia si sviluppava a ritmi elevati il tasso di fecondità totale italiano passava da 1,68 (1980) a 1,35 (1990) e a 1,19 (1995)”, registrando in quest’ultimo dato il suo minimo storico e il record mondiale di eccesso di denatalità. Per garantire almeno una ‘crescita zero’ nell’andamento della popolazione è necessario ridurre l’asimmetria che sussiste “tra le donne che vogliono avere nessun figlio o un solo figlio e quelle che ne vorrebbero tre o quattro”. Infatti a queste ultime non è garantita “la stessa libertà economica, di carriera o anche di coppia (quanti uomini accettano che la propria compagna abbia quattro figli?) che hanno le donne che non vogliono avere figli”.

Il lavoro di Golini ha il pregio di costituire ‘una presa di coscienza’ del problema demografico, nella consapevolezza che “un figlio non è soltanto un fatto individuale, un’opzione a disposizione dell’uomo e della donna, ma è dal punto di vista razionale un bene collettivo positivo”. D’altra parte una politica incapace di tener conto di tali dati e di porre al centro della sua azione con sguardo lungimirante il tema della natalità non ha alcun futuro.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Luisa Piccarreta, fare la Divina volontà è il cielo in terra

“Bisogna imparare a vivere solo il Volere di Dio per vivere la vita del cielo stando sulla terra”. Questa citazione, tratta dai quaderni di Luisa Piccarreta, costituisce la sintesi mirabile dell’esistenza terrena di questa grande mistica del secolo scorso.

Tutto comincia “una sera durante la cena quando Luisa, avendo la visione di Cristo, si impietrisce, cioè cade in uno stato di completa incoscienza ed irrigidimento tanto da non potersi muovere e da sembrare improvvisamente morta”. Questo fenomeno le capiterà ancora molte volte perché ella sceglie di offrirsi al Signore come vittima d’espiazione per i peccati degli uomini. Luisa Piccarreta diviene così ‘secretaria del divin voler’, nella consapevolezza che “l’anima tutta consumata nella divina Volontà disarma la giustizia di Dio che ritira la sua mano punitrice, perché quest’anima, vivendo la Sua Volontà, diviene parafulmine della Divina”. Tale è stata Luisa, che ha trascorso a letto 70 dei suoi 82 anni in obbedienza fiduciosa e amorosa al disegno del Padre.

Nata a Corato in Puglia nel 1865, Luisa ha numerose visioni estatiche. Nel 1886 “Gesù le chiede di immolarsi per liberare la sua città dal morbo del colera che si andava diffondendo”. Ella è perciò costretta a letto tra dolori atroci ma, dopo soli tre giorni, il colera nel suo paese è debellato. Di qui il primo gennaio Gesù le preannunzia un matrimonio mistico. Dai suoi numerosi quaderni, nei quali la mistica raccoglie i dialoghi con il Divino Maestro e il contenuto delle sue visioni, il noto angelologo Marcello Stanzione trae un pensiero spirituale al giorno sul cuore della fede cristiana, soprattutto sui temi dell’Eucarestia e dell’abbandono in Dio e alla sua volontà per 365 giorni con Luisa Piccarreta (Edizioni Segno, 2019).

“L’anima che grida ‘Ti amo’ nel Suo Volere, sente la nota dell’amore eterno di Dio percepisce l’amore creato, nascosto nell’amore increato, e Dio si sentirà amato dalle creature con un amore eterno, infinito, immenso: col suo stesso amore”. Con grande fervore Luisa asseconda il disegno d’amore del Padre e, ammaestrata dal suo Figlio, diviene progressivamente sempre più consapevole che “le anime che vivono la Volontà di Dio sono il piede del missionario, la lingua dei predicatori, la forza dei deboli, la pazienza degli ammalati, il governo dei superiori, la docile obbedienza dei sudditi, la tolleranza di coloro che calunniano, fermezza nei pericoli; posseggono l’eroismo degli eroi, il coraggio dei martiri, la santità dei santi. Chi vive la Volontà di Dio viene a far parte di tutto il bene che è nei cieli e sulla terra. Chi vive la Volontà di Dio è ostia viva, anima piena di vita”. In questo modo “l’anima che s’immerge nella Volontà di Dio concorre al bene di tutte le creature e diventa collaboratrice di Cristo nella salvezza di esse”. In effetti “l’unica cosa che può farci rassomigliare al Creatore è il vivere la Sua Volontà, e la creatura, vivendo nella Volontà di Dio, realizza lo scopo della Sua creazione”. D’altra parte, se la “vera Santità sta nel fare la mia Volontà e nel riordinare tutte le cose in Me”, allora “nella volontà di Dio è il riposo dell’anima, è il riposo di Dio nell’anima; la volontà di Dio è il paradiso dell’anima sulla Terra e il paradiso di Dio sulla Terra; la volontà di Dio è l’unica chiave per aprire ed accedere ai segreti ed ai tesori dell’Onnipotente”. Pertanto chi si sforza di compiere la volontà divina “può dire che vive pienamente la sua vita umana”.

Fare la volontà del Padre comporta anche imparare ad abbracciare la propria croce come il Figlio. A tal proposito Luisa Piccarreta scrive: “Le anime che liberamente accettano la croce nelle sofferenze quotidiane hanno la forza nell’Eucarestia. Queste anime sono bellissime davanti a Dio perché crescono continuamente nella bellezza del patire; gli occhi di Dio restano ammirati nel guardarle perché scorge in esse la sua stessa immagine”.

E relativamente al mistero ineffabile dell’Eucarestia, afferma che “l’atto supremo d’amore di Cristo verso le creature, il centro di un’anima cristiana”, dal momento che “Gesù è nascosto nell’Ostia per dare vita a tutti; nel suo nascondimento abbraccia tutti i secoli e dà luce a tutti. Così noi, nascondendoci in Lui, con le nostre preghiere e riparazioni daremo luce e vita a tutti, e anche agli stessi eretici e infedeli perché Gesù non esclude nessuno”.

Una lettura dunque agevole e nel contempo profondamente utile alla propria anima, dal momento che un pensiero spirituale al giorno toglie il diavolo di torno o perlomeno lo allontana.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Che differenza c’è tra il narcisismo e il successo (quello vero)?

Gli scaffali delle librerie sono pieni di testi su come far successo o divenire persone di successo. Ma possono bastare 15 minuti di successo che la vita riserva a ciascuno, come afferma Andy Warhol, per essere felici? Riecheggia in questa domanda quella manzoniana legata alle imprese napoleoniche: ‘Fu vera gloria?’. Nell’imperante cultura narcisistica la triade celebrità-potere-denaro costituisce in realtà una mera illusione, un insidioso auto-inganno, piuttosto che il veicolo per il raggiungimento di un’autentica realizzazione esistenziale, dal momento che “il vero successo di un’esistenza sta proprio nella capacità di trovarne i significati”.

 Per Paola Versari psicoterapeuta formatasi alla scuola della logoterapia di Viktor Frankl e autrice del recente saggio L’inganno del successo (Ares 2019, pp. 140) – “il successo ha una ‘valenza esistenziale’ che contrasta con il modo di essere narcisistico ed egocentrico di chi insegue like e conferme dall’esterno, di chi brama applausi a tutti i costi, nella ricerca ossessiva di ciò che dovrebbe essere solamente un effetto”, come osserva Antonella Arioli nella prefazione a tale volume.

Insomma nell’era dell’attesa ossessiva di un like che esalti l’ego, nella quale l’io non sembra neanche più intravedere un ‘tu’, tutto diventa pressoché irrilevante se non è confermato dallo share, dalla certificazione di essere stati riconosciuti, osannati, acclamati. Sul palco come nella vita un artista, sia egli attore o cantante, ricerca nell’applauso il riconoscimento degli altri. La negazione dell’applauso diviene quindi una sorta di un misconoscimento della propria stessa identità. “E quando tu hai costruito tutta la tua vita dentro questa modalità eccitatoria di riconoscimento continuo e di rincorsa – rileva Giuseppe Bevilacqua –  è come una droga…non ti basta mai”. Di qui “faccia tosta e voglia di apparire sono diventati ingredienti essenziali per acquisire visibilità mediante talk e reality show, in cui l’immagine viene anteposta alla sostanza”. Eppure “la gratificazione narcisistica nutre solo quell’immagine con la quale sempre più spesso ci si identifica, ma non riesce a rispondere alle domande di senso dell’uomo” perché non può dissetarne l’anelito del cuore. È questo l’inganno del successo: ottenere una sterile e illusoria autocelebrazione che dimentica ogni ‘altro da sé’.

Al contrario, abbandonando l’io come ombelico del mondo, è possibile considerare “il successo come ottenimento di un risultato, come realizzazione di un compito”, che è dunque in tal senso – come chiarisce la Versari – qualcosa di estremamente auspicabile e decisamente necessario per la stessa sopravvivenza della specie”. Sulla base della propria esperienza di psicoterapeuta nel solco dello psichiatra austriaco Frankl sopravvissuto ai campi di concentramento e dunque capace di trovare un successo esistenziale persino nei luoghi dell’abisso del dolore, l’autrice aiuta a comprendere infatti come “solo dedicando la propria vita a un compito e all’incontro con l’altro sia possibile pervenire al successo autentico, quello che apre alla vita vera, che appaga pienamente e regala attimi di felicità autentica perché pregni di un significato che non conosce inganno”.

Nei diversi contributi raccolti nel volume viene denunciata la riduzione antropologica che contraddistingue la cultura contemporanea, per la quale l’uomo è un omuncolo a due dimensioni, una biologica e l’altra psicologica, mentre gli viene negata la terza, quella spirituale, che è invece proprio ciò che lo rende un ‘animale di senso’, e non semplicemente un animale capace di soddisfare solo bisogni primari e istinti con i surrogati dello sballo e la brama di piaceri, successo e popolarità perseguiti con tenacia nel vano tentativo di mettere a tacere quel vuoto esistenziale che affiora ogniqualvolta si guarda con verità allo specchio, riconoscendo un’identità che spesso non collima con l’immagine di sé che rimbalza sui social.

Ci sono però anche diversi personaggi celebri che non hanno ricercato le luci della ribalta. Uno di questi è Fabrizio Frizzi, che è stato umile, semplice e riservato anche quando ha avuto successo. La sua figura viene proposta in queste pagine attraverso il ricordo vivo di chi l’ha conosciuto. Il noto presentatore faceva del bene nel quotidiano senza suonare la tromba dinanzi a sé; accompagnava i malati a Lourdes e donò il midollo osseo a una ragazza senza preoccuparsi di farlo sapere prima ai media. Egli si è così ‘realizzato’ proprio perché non ha mirato all’autorealizzazione. Ecco perché “la massima evangelica secondo cui chi perde la propria vita la troverà è anche una massima di igiene psichica”. D’altra parte “l’uomo si rinchiude nell’autorealizzazione – rileva Frankl – quando naufraga la realizzazione del senso, quando cioè non è più in grado di trovare un significato che valga la pena di realizzare”.

In cosa consiste allora il vero successo? Nel fare bene il proprio compito senza preoccuparsi dello share; nel vivere andando oltre se stessi guardando al prossimo; nell’imparare a stare dinanzi alla realtà anche quando è ostica e dura, soprattutto nella sofferenza che tanto angoscia l’uomo contemporaneo proprio perché la vive nell’attesa che passi ma senza conferirle un senso e un significato. Che da tale atteggiamento ne derivi poi il successo o anche uno soltanto dei fattori della triade celebrità-potere-denaro deve essere un effetto, ma non può esserne lo scopo primario ed esclusivo di un’azione. Infine poiché ogni fatto è gravido di senso, si può vivere paradossalmente un ‘successo’ anche nell’insuccesso, perché niente accade a caso o naufraga nel nulla, ma tutto concorre al bene di coloro che amano di Dio (Rm 8, 28), anche in un campo di concentramento, come testimonia l’esperienza umana tragica ma feconda dello stesso Viktor Frankl.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

 

 

Chiti, il generale francescano sarà santo

Per Gianfranco Maria Chiti (1921-2004) si è conclusa a Orvieto la fase diocesana della causa di beatificazione e canonizzazione: il frate-soldato è stato proclamato ‘servo di Dio’. Un profilo biografico particolarmente documentato di questo straordinario candidato alla gloria degli altari è stato scritto dal generale dell’Aeronautica Militare Vincenzo Manca, Gianfranco Chiti. Il Generale arruolato da Dio (Edizioni Ares, pp. 256). Egli, attingendo a una mole impressionante di fonti, ricostruisce la ‘doppia vita’ di Chiti, prima ufficiale dei Granatieri di Sardegna e in tale veste combattente durante la Seconda guerra mondiale sul fronte dalmata e greco e poi in Russia; quindi la sua scelta di diventare religioso cappuccino maturata nel 1982 subito dopo il congedo dall’Esercito. Padre Rinaldo Cordovani ha invece raccolto nel volume Gianfranco Chiti. Lettera dalla prigionia (1945) (Edizioni Ares, pp. 240) le lettere inviate dal protagonista principalmente al suo cappellano militare, in cui emerge la grande umanità del generale che, nonostante la guerra e le asprezze della vita d’armi, riesce a coltivare le più autentiche virtù umane e una profondità interiore che manifesta sia in uniforme quando è chiamato a educare le nuove leve in Accademia, sia quando veste il saio e diventa padre di una moltitudine di figli spirituali nel suo nuovo ministero religioso e sacerdotale.

Ma che uomo è stato Gianfranco Chiti? Ufficiale nel Regio esercito, classe 1921, è medagliato al valor militare, a soli 21 anni, nella Campagna di Russia. Sotto la RSI salva numerosi partigiani ed ebrei, fra cui i torinesi Giulio Segre e suo padre. Con la Repubblica Italiana diventa Generale di Brigata dei Granatieri di Sardegna e riveste incarichi di primo piano nelle Scuole Militari e in Alti Comandi fra cui lo Stato Maggiore dell’Esercito a Roma. Congedatosi nel 1978, abbraccia dal 1982 un altro Ordine, divenendo religioso e sacerdote cappuccino del Convento di San Crispino a Orvieto, del cui restauro si fa personalmente carico donando ad esso tutti i suoi beni. Muore il 20 novembre 2004.

Fin dagli anni giovanili ha dato prova di una fede incrollabile in Dio e di una profonda devozione alla Madonna. Impegnato nel 1941 come sottotenente sul fronte jugoslavo dalla dura guerriglia imposta dalle forze slovene e croate, combatte con grande valore. Nonostante resti ferito agli occhi da una granata, l’anno successivo si offre volontario per la campagna di Russia partecipandovi col grado di Tenente. Un compagno d’armi testimonia il suo eroismo vissuto nel quotidiano, la sua carità: “Chiunque si recava al suo caposaldo si ritrovava inspiegabilmente in tasca qualche sigaretta, due biscotti, un pezzo di carne o un tocco di marmellata”. Ricoverato per congelamento, i medici decidono di amputargli un piede. Ma Gianfranco scappa dall’ospedale per non lasciare i suoi soldati e recupera miracolosamente l’uso dell’arto. In un altro frangente, ricevuti in consegna dai tedeschi una ventina di partigiani russi, fra cui vecchi, donne e bambini, perché siano fucilati, spinge alla fuga i prigionieri. Tra gli altri suoi gesti di grande umanità, durante una tragica ritirata, sprona e incoraggia molti dei suoi soldati che, stanchi e senza forze, vorrebbero fermarsi sul ciglio della strada ad attendere la fine; mentre se ne carica alcuni sulle proprie spalle per portarli via dal campo di battaglia. Medaglia d’Argento al Valor militare, fu declassato per aver militato nella Repubblica Sociale Italiana. Non gli viene dunque riconosciuta come valore la sua fedeltà alle gerarchie e agli ordini dei superiori, che Chiti intende onorare rimanendo al suo posto di ufficiale per continuare a servire il suo Paese nel miglior modo possibile. Così, pur avendo strappato dalla prigionia moltissimi partigiani ed ebrei, nell’immediato dopoguerra non gli è risparmiato il carcere, anche se dopo pochi mesi sarà liberato.

Le lettere inviate al suo padre spirituale Edgardo Fei dai campi d’internamento angloamericani del dopoguerra, ove fu prigioniero in quanto generale della RSI, rappresentano per Chiti un motivo umano di vicinanza e di consolazione spirituale. Così scrive al padre Fei dal Campo di Tombolo presso Pisa: “Grande consolazione la S. Messa a cui posso assistere ogni mattina e sostentamento immenso la S. Comunione”. In un’altra gli chiede: “Ricordami ogni mattina nella S. Messa e prega, prega per me e per chi come me soffre. Patisco incompreso in questa città immensa fatta di polvere, terra, filo spinato e telo”. In un’altra epistola lo rende partecipe di una riflessione sul senso delle proprie sofferenze: “Pensando a quanto deve avere sofferto il Signore che per volere troppo bene agli uomini fu crocifisso, sopporto tutto, sacrifici morali e materiali, direi quasi con gioia sicuro d’uscire da tanta prova più temprato alla vita futura”. Dal campo di internati di Laterina scrive ancora a padre Edgardo: “Ogni sera passeggio su e giù per il cortile e dico il S. Rosario. Il primo mistero lo offro alla Madonna Santissima per l’anima mia, il II° per la mia Patria, il III° per te, mio caro amico, il IV° per i nostri Caduti e il V° per i miei soldati”.

Il legame affettivo di Chiti con il suo padre spirituale è tale che gli confessa a cuore aperto: “Le tue lettere sono per me una vera scuola morale e sono lette e rilette più volte nella stessa giornata. Le tengo tutte raccolte e ogni mattina, dopo la breve meditazione che uso fare, ne leggo attentamente una. Ti prego ardentemente di non trascurare di scrivermi. Le tue parole sono per me alimento spirituale necessarissimo, e certe volte mi tendono una mano quando sto per vacillare e cadere”. Nel tempo della prova durante la prigionia, il generale rafforza la propria fiducia in Dio, nella consapevolezza che il Padre non abbandona mai i suoi figli: “Mi conforta il pensiero che Dio non manda mai le prove superiori alle nostre povere forze umane e che, dopo la tempesta, anche la più furiosa, spunta sempre il sereno”.

Nei campi d’internamento Gianfranco Chiti matura progressivamente anche una coscienza sempre più nitida della dimensione salvifica delle proprie sofferenze vissute unitamente a Cristo. Nel suo epistolario scrive: “Il dolore, il dolore che in questi momenti e in questi ultimi tempi mi ha lacerato l’anima. È Gesù che me li ha mandati per chiamarmi più accanto a Lui e per essere degno d’essere a Lui accanto nel santo Getsemani. E sento d’essere contento di soffrire e piangere, perché soffro e piango con Lui. E i miei dolori si confondono con quelli di Gesù Benedetto e la forza di Gesù diviene mia forza e sostegno”.

La sua fede incarnata si fa testimonianza feconda di frutti spirituali, come racconta al padre Fei quando gli scrive: “Insomma ho pregato, ho fatto tanto, che ieri sera ho ottenuto la grazia del Signore quando il mio amico mi disse: ‘Tenente, domani mattina mi alzo con voi, mi confesso e faccio la S. Comunione’”. L’ha testimoniata ancor di più una volta divenuto frate. Chiamato l’11 settembre 1993 a presiedere la liturgia in occasione del raduno nazionale nel cinquantesimo anniversario della Difesa di Roma e nella memoria dei Caduti di tutte le guerre, padre Gianfranco Maria Chiti si rivolge ai presenti con queste parole dal sagrato di Santa Croce in Gerusalemme a Roma: “Granatieri, cari Granatieri, questa è la consegna che dall’altare la parola di Dio ci affida. La fiamma del copricapo sia una rispondenza di una fiamma interiore di Carità (amore di Dio e del prossimo), di fede ferma in Dio nei destini della Patria e del mondo, di Speranza forte. Una fiamma che incenerisca il male, le fonti dell’odio, della violenza, del vizio, dell’errore, delle turpitudini che abbrutiscono l’uomo e avviliscono la nostra cultura cristiana. Solo così il sacrificio compiuto dai Caduti per la Patria sarà feconda semente per scongiurare altro sangue e donare ai giovani che ci guardano una vita migliore in sicura indipendenza e libertà”.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

I Sermoni di Newman, antidoto al relativismo

“Faceva la teologia già predicando e i suoi sermoni li pensava teologicamente”. Con queste parole il gesuita Carlo Huber introduce i Sermoni anglicani di John Henry Newman, recentemente riproposti da Jaca Book che sta pubblicando meritoriamente l’Opera Omnia del cardinale inglese in una nuova edizione. Tali sermoni costituiscono per i pastori della Chiesa “un esempio di come dovrebbe essere un’omelia: intelligente, profonda, ma chiara e facile da comprendere; non piatta, banale, contorta e difficile”.

Pronunciate tra il 1825 e il 1843, quando era ancora pastore anglicano, le omelie di Newman contenute nei Sermoni anglicani non compromettono sul piano dottrinale l’ortodossia della fede cattolica. Nella predica per la festa di San Tommaso apostolo, egli afferma che nessuno dei discepoli in realtà, eccetto Giovanni, credette immediatamente alla risurrezione del Signore finché non lo vide e riconobbe, così come fu per Tommaso. Tale episodio del discepolo incredulo offre al futuro cardinale l’occasione per precisare che Gesù, come nel caso della fede del centurione, loda “la fede di crede prontamente”. Fede è fare affidamento nelle parole di un altro”, o meglio – sottolinea il beato Newman – mettere da parte il proprio io per vivere sulle parole di Colui che parla nei Vangeli”, secondo quanto scrive in un’altra omelia. Di qui “la religione deve essere realizzata in atti particolari al fine di poter continuare ad essere viva”, per dirla con le sue parole pronunciate nel sermone per il lunedì della Settimana di Pasqua.

In diverse omelie egli esorta i fedeli a fuggire la tentazione di una ‘religione-fai-da-te’, abbracciando un relativismo teologico tuttora piuttosto in voga, in nome del quale ci si potrebbe presto accorgere di star adorando “un mero nome astratto oppure una vaga creazione della mente al posto del Figlio Semprevivo, insegnando una religione del cuore senza ortodossia di dottrina”. Egli denuncia altresì “la corruzione di una filosofia spregiudicata e presuntuosa disseminata sopra la nostra fede, come una precisa volontà di estrarre il nostro Credo, ognuno per proprio conto, come meglio può, dalle fonti profonde della verità”.

 Riguardo alla Provvidenza del Creatore, evidenzia con parole mirabili la prossimità del Padre ai suoi figli nelle circostanze liete e dolorose della vita: “Tu non ami te stesso meglio di quanto Egli ti ami. Tu non puoi sfuggire al dolore più di quanto Egli si dolga del tuo doverlo sopportare”.

Relativamente all’amore verso gli amici, Newman ritiene che sia “il solo esercizio preparatorio per l’amore verso tutti gli uomini”. Infatti “noi non possiamo amare color dei quali non conosciamo nulla; eccetto il caso che li consideriamo in Cristo, come obiettivi della Sua Redenzione, cioè, nella fede piuttosto che nell’amore”.

In un’omelia su “Il pericolo della ricchezza”, egli mette in guardia i fedeli dal rischio di cadere nella trappola di confidare eccessivamente nella “sicurezza temporale alla quale le ricchezze conducono”. Newman chiarisce in proposito che “ogniqualvolta compiamo le nostre azioni riferendoci a un oggetto di questo mondo, quand’anche sia il più puro, siamo esposti alla tentazione di fissare i nostri cuori allo scopo di ottenerlo”. Si tratta dunque in realtà di ‘eccitamenti’ “che ci proiettano fuori dalla serenità e stabilità della fede, facendo convergere i nostri pensieri su qualcosa che è privo di ciò che è infinitamente alto ed eterno”. E in effetti “una vita dedicata al far quattrini è una vita piena di preoccupazioni” vissuta nell’ansia di perdere quelle ricchezze che con tanta fatica si è cercato di accumulare.

In relazione al sacramento della confessione e al significato del pentimento, il beato Newman ribadisce con la stessa chiarezza che contraddistingue il suo linguaggio omiletico che “la condotta più decorosa di un peccatore coscienzioso è una resa incondizionata di se stesso a Dio”, in quanto “tenendo presente i diritti del Benefattore che egli ha offeso e vergognosamente colpito e il senso della propria ingratitudine, egli deve arrendersi al suo legittimo Sovrano”.

Riguardo al rapporto tra Chiesa e realtà mondana scrive ancora in un sermone dedicato al tema della ‘Sottomissione all’autorità della Chiesa’: “La fede non si sente a proprio agio a portare il linguaggio del mondo nel suo sacro ovile, o a mettere le gelosie del mondo nel suo sistema di governo divino, a pretendere diritti, ad adulare i molti, o a corteggiare i potenti. Qual è il più grande desiderio della fede, il suo massimo godimento? Un santo che muore vi risponderà”. Insomma la testimonianza del martire rimane la ‘prova provata’ della fede del cristiano e l’obbedienza la virtù per eccellenza dell’uomo di fede, la quale consiste “nel non aver bisogno di fare delle scelte per conto proprio”. Il cristiano è chiamato a comprendere che la vera libertà non è la libertà dalla legge, bensì la libertà della Legge e dei precetti divini. Per questo egli deve avere un altro metro di giudizio e assecondare un altro criterio d’azione che risponde a una logica inversa e opposta ai canoni del pensiero mainstream e che valuta addirittura quale “disgrazia capitata a un peccatore quella libertà di pensiero e azione di cui il mondo si vanta come del massimo bene”. D’altra parte – afferma infine il beato inglese – “il cielo è un traguardo che esige il nostro amore più alto e i nostri sforzi più tenaci”.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Smartphone e bambini, 10 motivi per non regalarlo ai più piccoli

“Lo smartphone è come una Ferrari che non andrebbe lasciata guidare a un neopatentato”. Usa quest’efficace similitudine la psicologa e psicoterapeuta Stefania Garassini per formalizzare nel suo saggio Smartphone. 10 buone ragioni per non regalarlo alla prima Comunione (e magari neanche alla Cresima), appena pubblicato da Ares, un primo monito razionalmente fondato e supportato da studi scientifici, sull’inopportunità di regalare precocemente uno smartphone ai propri figli.

Se internet e i social non sono da demonizzare, in quanto “nella rete, al di là dello schermo, continuano a esserci persone in carne e ossa, e con queste persone stabiliamo rapporti che hanno bisogno di proprie regole”, è però altresì opportuno aiutare i più giovani a “sforzarsi di tenere a bada l’impulsività che il mezzo induce”. Il compito primario dei genitori resta sostanzialmente quello di educare alla piena autonomia e alla capacità di scelta, e pertanto, alla vera libertà.

L’autrice suggerisce perciò un vero e proprio ‘decalogo’ di motivazioni. La seconda recita: “Regalare uno smartphone a un bambino è anche un incitamento a mentire”, nella misura in cui gli si consente di iscriversi su un social media, che prevede invece mediamente un’età minima di 13 anni. Tale limite d’età non è in effetti casuale, ma tiene conto di numerosi studi che hanno evidenziato l’influenza negativa dei social in una fase come la preadolescenza in cui è “così importante essere accettati da un gruppo e non sentirsi esclusi”. In questa fascia d’età, nella quale la ricerca di un’interazione sociale e la costruzione dell’immagine di sé assume un ruolo decisivo, “una dipendenza da like e commenti per rafforzare la propria autostima” rischia in effetti di compromettere la propria maturazione.

 La terza indicazione sottolinea che “lo smartphone crea dipendenza”. Basti considerare che i video di Youtube si riproducono ormai automaticamente o “che sbloccare lo schermo equivale a entrare in un supermercato: crediamo di avere le idee molto chiare su quello che dobbiamo fare, ma ci ritroviamo a passare una ventina di minuti almeno a vagare fra app e servizi social, proprio come quando riempiamo il carrello di merci impensate che troviamo sugli scaffali”. E così, come ipnotizzati da una slot machine, lasciamo che ampie “fette di tempo siano risucchiate da aggiornamenti e notifiche”. Insomma il mantra di una neutralità della tecnologia non esiste poiché tali mezzi, per il solo fatto di esistere, “cambiano il nostro modo di percepire la realtà e vivere le nostre relazioni”.

Il quarto imperativo esorta: “Non esporre tuo figlio a inutili rischi per la salute”. A tal proposito l’autrice ricorda che “caricare il telefono vicino al letto, usarlo per molto tempo attaccato all’orecchio con ogni probabilità è dannoso per un cervello adulto. Lo è ancora di più per il cervello in formazione di un preadolescente”, nella misura in cui genera campi “probabilmente cancerogeni” che hanno effetti negativi anche sul sonno. Di qui le indicazioni pratiche della Garassini a tenerlo lontano dal corpo e a non guardarlo almeno un’ora prima di andare a dormire.

Il quinto suggerimento recita “Non rubare l’infanzia a tuo figlio” e invita i genitori a evitare di proiettarlo anzitempo in un mondo fatto da adulti e con contenuti pensati sostanzialmente per un pubblico tale. L’autrice menziona in proposito criticamente le recenti serie Netflix a portata di smartphone, come i social più in voga tra i ragazzi quali Tik Tok che ha sostituito Musical.ly e l’incidenza della pornografia che “crea dipendenza e sostituisce l’immaginario romantico che tutti noi abbiamo alimentato fin dall’adolescenza con qualcosa di molto più crudo e materiale”. Quindi invita i genitori a “rafforzare l’autostima del proprio figlio, in modo che dipenda il meno possibile dai like sui social, a coltivare il gusto del racconto di sé stessi, ad abbassare il volume del pettegolezzo e dello spionaggio delle vite altrui, che lo smartphone incoraggia”.

La sesta ragione suggerisce: “Evita di creare un motivo di contenzioso educativo permanente”, invitando a procrastinare per un po’ il calcio d’inizio di una ‘lotta quotidiana’ intrapresa per rispettare a tutti i costi delle ‘regole’ spesso puntualmente disattese su modalità e tempi adeguati di utilizzo dello smartphone. Tali regole sono necessarie, ma devono essere “poche, semplici e chiare”, possibilmente anche discusse e condivise coi figli. Certamente su questo punto non può mancare il buon esempio degli stessi genitori che, almeno a tavola e magari la sera al letto, dovrebbero evitare di mantenere i propri occhi fissi sullo smartphone.

La settima ragione è una domanda: “Come pensi di proteggere la navigazione su internet?” e l’invito è a usare programmi e applicazioni per filtrare i contenuti cui possono accedere i propri figli, nella consapevolezza che “l’unico filtro a resistere nel tempo sarà il senso critico e la capacità di valutare che sarai riuscito a comunicare a tuo figlio”.

“Lo smartphone non ti aiuterà a rimanere in contatto con tuo figlio”, ricorda ancora l’ottava indicazione. Utilizzare il telefono come una sorta di ‘guinzaglio elettronico’ per geolocalizzare costantemente il proprio figlio è assolutamente deleterio, in quanto incrina quel rapporto di fiducia che è alla base di una sana relazione educativa. È invece preferibile insegnargli come cavarsela in una situazione critica prima di mettergli uno smartphone tra le mani.

“Ce l’hanno tutti. E allora?”. Non sarà facile scardinare la logica dominante del ‘così fan tutti’ esplicitata mediante la nona ragione di questo decalogo; eppure bisogna sforzarsi di far comprendere al proprio figlio le motivazioni di una scelta controcorrente, imparando a fare squadra anche con gli altri genitori che condividano tale scelta.

Infine l’autrice afferma che “lo smartphone non è il demonio”. Attraverso questo decalogo, la Garassini non intende infatti screditare uno strumento cui riconosce il merito di “aprire magnifiche opportunità di conoscenze e di relazioni”. Per questo motivo è opportuno che i genitori aprano spazi di dialogo coi propri figli, “chiedendo loro magari un consiglio, facendosi spiegare meglio come funziona una certa app o che cosa va per la maggiore in rete e perché”. In questo modo si stimolerà più facilmente nei ragazzi un più profondo spirito di valutazione critica delle potenzialità dello smartphone ai fini di un uso progressivamente più libero e consapevole dello stesso strumento. D’altra parte, per i genitori, “imparare a chiedere consiglio farà sì che saranno poi meglio accolti quelli che daranno a loro volta”. In questo modo anche i più giovani apprenderanno che “tutto questo girovagare nel virtuale è utile se poi ci aiuta a vivere meglio con le persone che ci stanno intorno”.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana