Ansia bye bye con l’aiuto di San Tommaso d’Aquino

«La persona che combatte contro l’ansia teme di perdere i beni di questo mondo e il loro go­dimento. È la paura di perdere il benessere, la salute, la sicurezza, le relazioni, la reputazione; oppure può aver timore di perdere l’amore di Dio, di scontentarlo e di incappare nei suoi terribili castighi».

È quanto scrive lo psicologo e psicoterapeuta Roberto Marchesini nel saggio Mio Dio, che ansia! (2022, pp. 112) appena uscito per l’edizione de Il Timone. Si tratta di un volume nel quale l’autore propone, nel solco della riflessione di san Tommaso d’Aquino, una serie di preziose indicazioni per far fronte proficuamente ad ansia, paura di non farcela, palpitazioni e attacchi di panico, sempre più diffusi anche tra i più giovani, soprattutto per i postumi del clima di tensione e restrizioni generato dalla pandemia.

Marchesini riprende «il realismo di san Tommaso d’Aquino come base di diagnosi e di cura psicologica», ma anche le acute considerazioni di Rudolf Allers – unico allievo cattolico di Freud, secondo il quale dietro la nevrosi c’è un problema metafisico non risolto per cui «il nevrotico è colui che non accetta la realtà e le rimprovera di non essere come lui la vorrebbe» – e di Viktor Frankl, e soprattutto attinge a piene mani alla fonte della Parola.

Se la ragione è l’auriga che conduce la biga alata nel mito platonico, il problema non sono evidentemente le passioni in sé, fondamentali per spingerla a perseguire il bene, bensì «dal punto di vista clinico i problemi cominciano quando la paura vince sulla ragione e prende il controllo della nostra vita». L’ansia è infatti una paura generalizzata dinanzi a ogni situazione che solitamente viene gestita attraverso l’attivazione di alcune modalità che rassicurano, quali la comfort zone, l’impiego di rituali e di meccanismi di controllo.

Relativamente alle dipendenze, Marchesini osserva che in esse in realtà «la persona si accontenta di un piacere perché pensa di non poter avere un bene vero». Inoltre «le dipendenze non dipendono dalla ra­gione; sono, infatti, l’effetto di una compulsione, cioè di una spinta forte, più o meno irresistibile e incontrollabile. Per questo è inutile l’appello alla ‘forza di volontà!’: la volontà, in questi casi, è quasi impotente». Di qui, dopo aver distinto il vizio dal peccato, lo stesso psicoterapeuta precisa ancora che «gli atti eseguiti in conseguenza di una di­pendenza sono un peccato nella misura in cui sono liberi. Tanto più è forte la compulsione, tanto meno saranno liberi e, quindi, peccaminosi».

In effetti la vera libertà è il presupposto «per compiere il bene e amare gli altri». D’altra parte se, per dirla con Allers, ««al di là del nevrotico c’è solo il santo», si potrebbe quindi definire «il grado di sofferenza di una persona con la misura della divaricazione tra la sua vocazione e la vita attuale». E proprio al fine di attenuare tale discrepanza e consentire alla vita attuale di rispondere concretamente al progetto del Padre, Marchesini offre una serie di suggerimenti pratici preziosi da tener presente: «Cerchiamo un ambiente buono, evitiamo gli ambienti cattivi. Circondiamoci di persone buone, sagge e intelligenti, che ci facciano crescere; facciamo in modo che la nostra casa sia un ambiente dove si stia volentieri e non dal quale si voglia fuggire appena possibile; ascoltia­mo buona musica, coltiviamo buone letture e selezioniamo buone relazioni; godiamoci questo mondo meraviglioso vivendo il più possibile all’aria aperta; facciamo questa, benedetta, “moderata attività fisica”; dedichiamo tempo ai nostri interessi e alla spiritualità. Rinunciamo alla fre­nesia, al lavoro eccessivo; non inseguiamo la reputazione, il prestigio, la carriera, i soldi. Ricordiamo che la nostra vocazione non sono le circostanze: siamo noi. Il nostro obiettivo quotidiano è diventare migliore di quanto fossi­mo ieri».

In sostanza «preoccupiamoci di arrivare al termine della nostra giornata avendo fatto un po’ di bene ed evitato un po’ di male. È sufficiente e alla nostra portata». Di qui l’invito dello psicoterapeuta a coltivare le virtù più che discutere di ‘valori’, anche perché la posta in gioco è la promessa di una felicità piena, ossia «la santità, che non consiste solo nell’avere una vita spirituale intensa, ma nello sviluppo in­tegrale della mia persona».

Eppure, per dirla infine con le parole profetiche della lucida e acuta analisi del cardinale Danneels pubblicata in appendice al saggio di Marchesini, «in Occidente la crescita incontrollata dell’io si è trasformata in cancro. Il senso di Dio è entrato in crisi e proprio per questo l’uomo ha perso la sua identità e la sua gioia. Perché ogni attacco a Dio ferisce l’uomo nella sua stessa natura. Lo rende triste», e nel contempo «la scomparsa della dimensione verticale porta a un’esaltazione dei rapporti orizzontali». Si tratta perciò, citando ancora il porporato, di «riscoprire Dio come Padre ed entrare con Cristo in que­sta esperienza filiale, questa è la fede cristiana ed è profon­damente terapeutica per la nostra civiltà».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

San Bernardo e la nascita dei monaci cavalieri

Nel suo libro Lode della nuova cavalleria (Liber ad milites Templi. De laude novae militiae) Bernardo di Chiaravalle approfondisce le ragioni teologiche del neonato Ordine templare. Scritto tra il 1128 e il 1136 al fine di chiarificare le finalità della nuova cavalleria monastica e di celebrarne la missione, il testo si colloca tra due date particolarmente significative. Nel 1128 infatti l’abate di Chiaravalle partecipa al Concilio di Troyes dove probabilmente per la prima volta viene a contatto coi Templari e contribuisce alla stesura della loro Regula, mentre nel 1136 muore Ugo di Payns, il fondatore dell’Ordine, al quale l’opera è indirizzata.

Nel contesto sociale del XII secolo, in cui violenza e uso delle armi sono all’ordine del giorno al punto che gli stessi tornei ludici si trasformano spesso in scontri cruenti se non addirittura mortali per chi viene sconfitto, Bernardo intravede nella cavalleria monastica la possibilità di realizzare un progetto di cristianizzazione degli ideali militari. L’abate di Chiaravalle incoraggia l’innesto della componente monastica nella tradizione cavalleresca per offrire al cavaliere un più alto ideale cui aspirare senza dover rinunciare al suo ordo: combattere il male in nome di Cristo. Bernardo pone dunque la sua eloquenza al servizio dell’Ordine Templare, affinché si potesse consentire ai milites feudali di canalizzare l’ordinaria violenza nell’esercizio della forza verso un nemico che, prima di essere di carne e ossa, è un nemico ‘metafisico’ che necessita di essere sconfitto soprattutto con le armi della fede in una battaglia spirituale.

Se in specie durante l’epoca medievale il fine unificante di tutte le attività dell’uomo risiedeva nella salvezza eterna della propria anima, in una società rigidamente divisa in oratores, laboratores e bellatores, per questi ultimi – data la professione delle armi – sembrava piuttosto arduo conseguire la propria santificazione. Insomma era necessario che i cavalieri fossero sottratti alla brutalità delle guerre combattute per futili motivazioni e ai duelli accolti esclusivamente per dar libero sfogo alla propria vanagloria. Occorreva al contrario che essi si convertissero, combattendo al servizio di Cristo, Colui dal quale avrebbero ricevuto ogni bene sulla terra e nel cielo.

In virtù del suo magistero spirituale unanimemente riconosciuto, Bernardo non si esime dal fornire spessore teologico a una causa tanto nobile, fortificata dalla scelta dei cavalieri di abbracciare anche la regola monastica, con i relativi voti di povertà, castità e obbedienza. La grande intuizione di Ugo di Payns, impegnatosi a trasformare dall’interno l’antica tradizione cavalleresca, incontra dunque la compiacenza dell’abate di Clairvaux che, rintracciando i motivi cristologici di tale scelta, vuole fornirle solidità teologica. Ecco perché nonostante la sua palese predilezione per l’ascesi spirituale più che per la vita mondana, egli si mostra ben felice di estendere anche ai membri della cavalleria monastica l’appellativo di milites Christi, sebbene al suo tempo questo titolo spettasse esclusivamente ai monaci.

La missione dell’Ordine Templare richiede che si debba combattere non soltanto il male dentro di sé attraverso un’impegnativa vita spirituale, ma anche quello fuori di sé, rappresentato dagli infedeli, con le armi del cavaliere. Il cavaliere di Cristo deve esser dunque consapevole di collaborare, mediante la propria azione militare, all’opera di redenzione del mondo, poiché contribuisce a liberarlo da tutti i nemici della fede che ostacolano la realizzazione del Regno di Dio. Una missione sicuramente ardua e nel contempo eroica, che non è votata alla conversione forzata o peggio all’eliminazione fisica degli infedeli. I Templari erano infatti chiamati innanzitutto a difendere il cammino di tutti i pellegrini che si recavano in Terrasanta, presidiandone le strade.

Bernardo li invita ripetutamente al discernimento spirituale dei propri pensieri e delle proprie intenzioni: la loro priorità non deve essere quella di uccidere l’infedele, ma di sottrarlo dall’errore della sua falsa fede. L’uccisione dell’infedele, letta nell’ottica evangelica, sarebbe giustificabile esclusivamente come extrema ratio, ovvero per legittima difesa dinanzi a un incombente pericolo per la propria vita o in caso di attentato o minaccia concreta a quella del prossimo.

L’abate cisterciense interviene così in sincera umiltà e con profonda carità a confermare le buone ragioni del conte della Champagne, spronando tutti gli altri cavalieri mondani ad aderire al nuovo ordine, dal momento che il soldato di Cristo – che rimanga ucciso o che sia costretto a uccidere nel tentativo di difendere sino alla fine la propria vita o quella degli altri cristiani – ottiene ugualmente la salvezza. In tale ottica la morte dell’infedele è soltanto un ‘malicidio’, un’ulteriore occasione per sradicare il male dal mondo sottraendo l’errante al suo errore, in modo da favorire l’espiazione dei suoi peccati anche al fine di spianargli la strada per la vita eterna.

Bernardo propone infine una geografia teologica della Terrasanta, da Betlemme al Santo Sepolcro, attraverso una lettura allegorica e spirituale delle Scritture, invitando i monaci cavalieri a meditare sui grandi misteri della redenzione compiuti in quei luoghi santi che essi sono chiamati a custodire.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

In un libro le “provocazioni per capire il mondo”

«La profezia di Friedrich Nietzsche si sta avverando, l’insegnamento del suo vicario Zarathustra ha attecchito nella cultura occidentale. L’uomo rinnega il suo Creatore e si sostituisce a Dio in un delirio di onnipotenza che lo porterà in breve tempo a compiere azioni incontrollate e incontrollabili in tutti i settori della vita, in particolare in quello sociale, genetico, medico ed etico. La trascendenza e ogni ordine provvidenziale vengono spazzate via, si tenta di oscurare la Chiesa e il suo insegnamento, di estirpare le radici da cui sono nate la cultura europea e occidentale. Siamo agli albori di una nuova umanità ove l’uomo diventa superuomo. Ogni uomo che conosce se stesso, e quindi i suoi limiti, può comprendere la pericolosità di un’umanità che detronizza Dio e sale sul trono al suo posto».

Tratteggia così la fisionomia della società contemporanea Ettore Gotti Tedeschi, economista di rilievo e già Presidente dello IOR, nel recente volume-intervista Così non parlò Zarathustra (Cantagalli 2022, pp. 160). In dialogo con Giovanni Castellini Rinaldi, non si sottrae alle ‘domande scomode’, anzi risponde alle ‘provocazioni per capire il mondo’ del suo interlocutore mostrando una profonda capacità di analisi della realtà attuale.

 In tale prospettiva si colloca anche la sua disanima dell’attuale «emergenza pandemica e sanitaria, che ha limitato antiche libertà che mai nessuno avrebbe osato mettere in discussione; abbiamo accettato provvedimenti di ogni genere perché terrorizzati dalla paura della morte e della sofferenza, l’emotività ha preso il sopravvento sulla nostra razionalità. La pandemia sembra essere il grembo in cui si compie la gestazione di un nuovo uomo, del superuomo. Una forma di transumanesimo, in cui la scienza e la tecnica sono le nuove divinità che intercedono per migliorare la condizione umana».

In un saggio del 1935 lo storico Hazard individuava nella trasformazione della ‘società dei doveri’ nella ‘società dei diritti’ la causa del tramonto della civiltà occidentale cristiana. D’altra parte la crisi dell’Occidente altro non è che «la conseguenza della negazione del valore della vita, accompagnata dalla pretesa utopistica e nietzschiana di rifondare un nuovo mondo». E in effetti «il nichilismo nietzschiano ha causato una profonda rottura con il passato, con la tradizione, affermando il primato della realtà sulla morale tradizionale, ridimensionando la trascendenza e assolutizzando la scienza, oggi unica verità inopinabile. In questo quadro è stata riabilitata l’etica protestante che, separando le opere dalla fede, ha introdotto una diversa coscienza del peccato, meno rigorosa rispetto all’etica cattolica. In campo economico è stato demonizzato il capitalismo, considerato uno strumento di controllo della società. Insomma, la ragione umana è oggi il solo strumento che permette di delimitare il confine tra il bene e il male, di vincere l’irrazionalità e la morale religiosa».

È in fieri un Nuovo Ordine Mondiale che ha dichiarato apertamente i propri intenti ideologici: «1) omogeneizzare la diversità culturale; 2) relativizzare le religioni (soprattutto quelle dogmatiche); 3) incentivare la denatalità con ogni mezzo; 4) creare Stati globali in contrapposizione a quelli nazionali da considerare sovranisti ed egoisti; 5) orientare il mercato verso la globalizzazione senza però perderne il controllo». La strategia, ormai nota nel ‘post-pandemia’, è sempre la stessa: «quando non si sa come risolvere un problema si inventa una soluzione – richiede meno sforzo –; se poi la soluzione non è efficace si riversa la colpa del fallimento sugli altri».

Per fortuna la realtà lascia trasparire altri dati ben lontani dall’ideologia. E, in effetti, non esiste alcuna decrescita felice, «anzi se non si mettono al mondo bambini, in un lasso di tempo breve sembrerà di ottenere un vantaggio perché si risparmia e si ha una disponibilità finanziaria ed economica maggiore; ma a medio termine il ciclo di crescita flette; a lungo termine crolla». D’altra parte «se la popolazione decresce in tempi brevi e non ci sono possibilità che questo trend si inverta, il Pil diminuisce e con esso gli investimenti in tecnologia e ricerca. Le tasse aumentano per far fronte alle spese (pensioni, accoglienza migranti, sanità, ecc.) e i valori mobiliari e immobiliari crollano (considerando la liquidità sui mercati). Le banche entreranno in crisi, alcune irreversibili. Non saranno più elargiti aiuti ai Paesi poveri, innescando il fenomeno della migrazione di massa. Chissà che qualcuno pensi di porre rimedio a questa situazione, soprattutto per controllare il costo della spesa previdenziale, stabilendo leggi eutanasiche». In sostanza, «la denatalità ha causato negli ultimi 40 anni l’aumento delle tasse, la diminuzione del potere di acquisto, la necessità del lavoro femminile, che ha comportato l’aumento dell’età in cui una donna ha il primo figlio, con effetti intuibili sulla fertilità femminile». Inoltre delocalizzazione e deindustrializzazione hanno favorito ulteriormente la trasformazione dell’Occidente in un «popolo di consumatori che produce poco o nulla».

Questo scenario è il frutto delle teorie neomalthusiane e ambientaliste, foraggiate e propagandate dagli organismi internazionali, secondo cui «l’uomo non è più il fine, ma il mezzo per la tutela dell’ambiente». Negando e sovvertendo le leggi naturali, tali tesi ideologiche hanno ormai determinato una trasformazione radicale del paradigma antropologico, in quanto «se prima l’uomo era al centro del sistema e l’economia era a servizio dell’uomo, oggi, grazie a questa “attualità” del pensiero malthusiano, è centrale la terra. Il paradigma ‘Creatore-Creatura-Creato’ è stato trasformato in ‘(Creatore?)-Creato-Creatura’». In sostanza «si è pensato di diventare più ricchi facendo meno figli e tutelando l’ambiente ed invece è accaduto il contrario».

Alla luce di tali considerazioni, l’autore ritiene perciò che l’unica strada per recuperare ragione, senso morale, verità sull’uomo e la realtà, contro ogni forma di relativismo etico-culturale e dogmatismo ideologico, sia la Via maestra accolta nella fede, poiché «l’Occidente può risorgere solo se con coraggio ammetterà che la sua civiltà affonda le radici nel cristianesimo».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

I 21. Un reportage nella terra dei martiri copti

«Sono madre di martiri e sono orgogliosa di loro. In cielo intercedono per me e per il loro padre», dice la madre di Samuel e Beshoy, due dei ventuno giovani cristiani copti decapitati brutalmente dall’Isis il 15 febbraio 2015 sulla spiaggia di Sirte in Libia. E, riguardo ai carnefici dello Stato Islamico, prega Dio «che li illumini e apra i loro occhi alla verità e al bene».

Muovendo dal «più grande caso di martirio cristiano del nostro tempo» (Anba Macarius), il volume I 21 (Cantagalli 2022, pp. 264) di Martin Mosebach ripercorre la storia gloriosa del cristianesimo copto. Attraverso un reportage che si snoda tra incontri e dialoghi toccanti con le famiglie di tali giovani e i rappresentanti del clero copto, si delinea il carisma e la missione di questa ‘Chiesa dei martiri’: contribuire a testimoniare con la coerenza della vita la fede e la liturgia del cristianesimo antico che affonda le proprie radici nella predicazione di San Marco, laddove l’Europa ha invece reciso ogni riferimento pubblico alla propria fede e tradizione culturale cristiana.

Il vescovo metropolita di Samalout non esita infatti a riconoscere in ogni famiglia copta «lo stesso atteggiamento verso la Chiesa, la stessa fortezza e la medesima disposizione verso il martirio», per cui «nessun copto nell’Egitto settentrionale tradirebbe la fede».

‘Messaggio alla nazione della Croce, scritto col sangue’ è il titolo del video in inglese dell’esecuzione diffuso dai fondamentalisti islamici, rispetto al quale lo stesso vescovo rileva che «se gli assassini avessero immaginato quale significato avrebbe avuto per la Chiesa copta, non lo avrebbero probabilmente realizzato. Ben lontano dall’intimidirci, esso ci fa coraggio. Ci ha offerto il documento della fortezza eroica dei martiri e una dimostrazione della forza della loro fede attraverso la preghiera nei loro ultimi istanti di vita».

 In Egitto i copti sono sì una minoranza, ma costituiscono «un quarto della popolazione, stando ai registri ecclesiastici che riportano i battesimi», eppure i loro diritti sono costantemente calpestati dalla maggioranza islamica. Il presule precisa ancora che «la Chiesa fa ciò che il governo non può fare», alludendo alla costruzione di scuole cristiane e soprattutto di un ospedale cristiano, il più grande e moderno di tutto l’Egitto settentrionale, con molti medici anche musulmani.

Dopo la decapitazione dei ventuno giovani copti sulla spiaggia libica, il governo di Al-Sisi ha voluto che si edificasse un’imponente ‘Chiesa dei Martiri della Fede e della Patria’ a El-Or. Qui sono venerate le reliquie mortali di tali martiri, mentre «le case molto povere in cui essi sono nati e cresciuti di mattoni e argilla furono quasi del tutto demolite con l’aiuto dello Stato, per essere sostituite da case nuove», un vero e proprio indennizzo alle famiglie che, con la morte dei propri cari, hanno perso anche una parte cospicua dei proventi per il proprio sostentamento. I ventuno erano giunti in Libia proprio per lavorare e «vivevano in un’unica grande stanza, dove dormivano uno accanto all’altro, per terra, neanche una moneta fu spesa per divertimento, tutto andò ai genitori e alle mogli. Quando erano insieme alla sera, erano impegnati nel cantare e pregare; chi poteva leggeva la Bibbia agli altri», raccontano i sacerdoti che li hanno conosciuti.

«Dedicava molto tempo ad aiutare i ‘fratelli del Signore’ (i poveri)»; «Dormiva con la Bibbia sul petto. Pregava e osservava rigorosamente i digiuni»; «Il suo cuore era semplice e puro, ed era umile nelle sue parole»; «Era compassionevole e cercava di aiutare gli altri»; «Era un uomo del silenzio anche quando veniva aggredito» sono solo alcune delle testimonianze raccolte dalla viva voce dei loro familiari, rispettivamente di Bishoy, Malak, Gaber, Girgis (il maggiore) e Mina. Tra i ventuno vi era anche Matthew, giovane ghanese accomunato al battesimo di sangue dei copti per aver affermato semplicemente la propria fede: «Io sono cristiano».

Non solo preghiera, silenzio e carità verso il prossimo, ma anche onestà, semplicità e vita umile sono i tratti distintivi di questi giovani martiri. A Tawadros, 46 anni, il più anziano dei ventuno, viene raccomandato di cambiare il nome cristiano Teodoro una volta in Libia per non dare troppo nell’occhio, ma egli con estrema schiettezza replica: «Chi incomincia a cambiare il proprio nome, alla fine cambia anche la propria fede», come racconta sua moglie. La giovane vedova di Samuel, 28 anni e tre figli, racconta che il marito si premurava, al termine di ogni telefonata dalla Libia, che la sua famiglia pregasse. «Il ventiseienne Milad non rinunciava ai suoi digiuni pur con il suo pesante lavoro agricolo e contro il consiglio del parroco, al quale rispondeva: “L’uomo non vive di solo pane”». Con un’immagine in mano del figlio Samuel, in cui egli «appariva con grandi occhi da icona e il volto sereno», sua madre ricorda che lo stesso giovane soleva ripetere: «“Io sono il figlio del Re”. A dodici anni una pietra, dal terzo piano, lo aveva colpito in testa. Mentre si trova in terapia intensiva gli appare la Santa Vergine che gli dice: “Non temere” e subito si ritrova guarito».

Relativamente al loro martirio, «il padre di Malak, un contadino grosso, allegro, nella notte dopo l’uccisione riferì di aver assistito a questo fenomeno: nel cielo scuro era apparsa una intensa luce bianca ‘come da cannone laser’. Lui e i vicini l’avevano vista ancor prima che giungesse la notizia della morte dei loro figli». Tali fatti prodigiosi proseguono anche dopo la loro morte. Basti citare che il figlio piccolo di Samuel cade dal secondo piano e si frattura un braccio, ma «quando si desta dallo svenimento, riferisce che suo padre lo ha afferrato al volo, e dopo pochi giorni, sulla radiografia non si vedeva più traccia di fratture». La madre di Ezzat ha un colpo apoplettico e, dopo aver sognato suo figlio imporre le mani su di lei, si ritrova guarita.

 Nel corso del volume l’autore ripercorre anche la storia delle tradizioni culturali e cultuali della Chiesa copta, tra cui i motivi teologici, in parte oggi superati, sottesi alla separazione dalla Chiesa di Roma col concilio di Calcedonia del 451 per la tesi secondo cui «divinità e umanità di Gesù sono unite in un’unica natura». Rispetto alle peculiarità della liturgia copta, Mosebach segnala in particolare la pratica di individuare, tra molteplici pani cotti la notte precedente la celebrazione della Messa, un pane perfetto che, dopo esser stato unto con acqua e vino, viene benedetto e legato alla fronte del celebrante che gira intorno all’altare quale segno della processione dell’Agnello.

 Quella dei cristiani copti è in sostanza una fede radicale, che genera una ‘Chiesa dei martiri’ consapevole della propria vocazione sin dai tempi delle persecuzioni di Diocleziano, come testimonia la replica che Malak dà al suo parroco nell’ultimo dialogo prima della partenza per la Libia. Il parroco gli aveva ricordato che si poteva rendere testimonianza a Cristo con una lunga vita di fede, non necessariamente con la morte, ma egli risponde: «Questo non mi basta, io voglio farlo attraverso la morte». Una parola profetica del desiderio vivo dei ventuno e non solo di testimoniare Cristo fino alla fine, preludio della loro gloria in Dio.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Vivere la Settimana Santa meditando sulla Sindone

«L’Uomo della Sindone può essere Gesù? Per rispondere a un interrogativo di questa portata sono scese in campo almeno trenta diverse discipline: anatomia, antropologia, archeologia, botanica, biologia, chimica, diritto romano, eidomatica, esegesi biblica, fisica, fotografia, iconografia, informatica, matematica, medicina legale, microbiologia, microscopia, numismatica, paleografia, palinologia, patologia, radiologia, scienza dei tessuti, spettroscopia, statistica, storia, storia dell’arte, teologia, traumatologia, usi ebraici di sepoltura».

Le principali scoperte storico-scientifiche di tali discipline sono raccolte accuratamente, mediante un’attenta e approfondita ricognizione dei molteplici studi effettuati da diversi specialisti, nel recente volume Via Sindonis. La Passione di Cristo documentata dal Sacro Lino (Ares 2022, pp. 342) della sindonologa di fama internazionale Emanuela Marinelli. Muovendo dalla contemplazione delle ferite impresse sul Sacro Lino, il volume propone anche un’inedita Via Crucis con le meditazioni di don Domenico Repice accompagnata da 15 tavole iconografiche.

Il volume si apre con un breve excursus storico che, riprendendo alcuni indizi significativi della presenza della Sindone sin dai primi secoli, ripercorre le tappe della sua peregrinazione, dalla comparsa a Lirey a metà del XIV secolo all’attuale custodia nel duomo di Torino, passando per il tragico incendio del 1532 che la danneggiò pesantemente quando le fiamme divamparono nella Sainte-Chapelle del castello di Chambéry. È questa solo una delle tante vicissitudini della sua storia che ha tra l’altro contribuito a determinarne la datazione medievale ottenuta con il test radiocarbonico, i cui risultati sono poi stati smentiti dalle indagini scientifiche più recenti. E in effetti i campioni prelevati per il test del 1978, giudicati nel 2019 dalla rivista scientifica Archaeometry «disomogenei e non rappresentativi dell’intero lenzuolo», non hanno tenuto conto né dell’incendio; né della presenza di funghi e batteri; né del fatto che, durante le ostensioni pubbliche, la Sindone veniva sostenuta con le mani «rendendo gli angoli più soggetti a usura».

Analizzando il Sacro Lino, è possibile raccogliere una miriade di informazioni relative alle modalità di flagellazione e crocifissione romana e riscontrare, nel caso particolare, «le ferite al capo dovute a una corona a cappello di spine, i traumi del volto, le tracce di una abbondante flagellazione, le abrasioni lasciate sulle spalle dalla trave orizzontale della croce (il patibulum), i segni delle cadute, i fori provocati dai chiodi ai polsi e ai piedi, il colpo di lancia al costato che documenta le cause della morte avvenuta verosimilmente per infarto seguito da emopericardio». Nello specifico, «dagli esami risulta che le macchie di sangue si sono formate per contatto diretto, mentre le immagini corporali sono una specie di proiezione e non hanno linee nette di demarcazione perché sugli orli il colore gradatamente svanisce», sebbene «la finezza delle sfumature risulti molto più evidente sul negativo fotografico che dal vivo». Gli usi di sepoltura giudaici emergono nella tessitura a spina di pesce del lino, dal rinvenimento di olio di elicrisio, aloe, mirra e di 58 specie di pollini, delle quali «38 non esistono in Europa, 17 sono tipiche e frequenti a Gerusalemme e dintorni, mentre 13 sono alofite molto caratteristiche o esclusive del Negev e della zona del Mar Morto», avvalorando la tesi della presenza della Sindone a Gerusalemme prima di giungere in Europa.

Il sangue umano presente sul Sacro Lino, di gruppo sanguigno AB (lo stesso del miracolo di Lanciano e del Sudario di Oviedo), è stato anche sottoposto a una radiazione di luce ultravioletta. È questo il frutto degli studi degli scienziati dell’ENEA di Frascati che, sulla base di ‘un’autopsia virtuale’, confermano che «è certo che il corpo sia rimasto nel Telo solo poche ore, imprimendovi la sua straordinaria immagine». Su di esso non è riscontrabile alcun segno di putrefazione del corpo e «resta inspiegabile come il contatto tra corpo e lenzuolo si sia interrotto senza alterare i decalchi che si erano formati». Basti pensare che «normalmente circa trenta ore dopo la morte inizia l’emissione di gas ammoniacali dalla cavità orale. Se questo si fosse verificato si vedrebbe, attorno all’impronta delle labbra, un alone scuro che invece non è presente, mentre si può osservare la rima labiale lineare non deformata». Grazie alle immagini tridimensionali del Sacro Lino, sono state rinvenute anche tracce di probabili iscrizioni e di monetine all’altezza delle sopracciglia, «usanza pagana che poteva aver fatto breccia nella consuetudine ebraica». Tuttavia le conferme della sua autenticità derivano infine soprattutto anche da una sorprendente corrispondenza tra i risultati degli studi sindonici e quanto raccontato nei Vangeli relativamente alla Passione, a partire dalle tracce dell’ematidrosi riconducibili al sudore di sangue nel Getsemani, e poi rappresentato nell’iconografia di Cristo.

Nelle sue meditazioni sulla Via Crucis alla luce della Sindone, don Repice sottolinea infatti che «nell’immagine del volto dell’Uomo della Sindone sono evidenti numerosi colpi riconducibili a quelli narrati dai Vangeli: il viso è stato colpito da un bastone, la cui traccia si nota sulla guancia destra e sul naso; lo zigomo destro presenta una tumefazione; la palpebra sinistra ha un grumo di sangue; dal naso fuoriescono due rivoli di sangue; sotto il labbro superiore altre macchie di sangue; il naso è ammaccato e la sua punta sembra avere una leggera deviazione; le sopracciglia sono ferite; le palpebre hanno ecchimosi». Allo stesso modo egli sottolinea che, oltre «alle centinaia di ferite dovute alla flagellazione e al trasporto del patibolum, nell’immagine sindonica sono sufficientemente chiari i segni riconducibili alle cadute. Le ginocchia risultano scorticate e su quella sinistra ci sono tracce di sangue e terra. Anche il naso è escoriato e ci sono tracce di materiale terroso». E ancora, «sulla schiena si nota una cintura di sangue, fuoruscito dalla ferita del costato e che è andato ad accumularsi in quel modo per la probabile presenza di un tessuto posto all’altezza dei glutei, che ne copriva le nudità».

Di qui don Repice ribadisce che «accogliere la croce di Cristo significa anche affrontare coraggiosamente la vita, senza viltà, trasformando in energia le inevitabili difficoltà dell’esistenza, manifestando la propria disponibilità ad accettare di prendere nella propria vita la forma della croce, la logica della croce, per trasformare il mondo», nel desiderio vivo «di interpretare le piaghe della nostra esistenza alla luce di quelle di Cristo, nello spazio dell’amore di Maria. Sorgente di forza e di energie spirituali, il Crocifisso rivela l’amore infinito che dà valore a tutte le fatiche e a tutte le sofferenze».

Sulla base di quanto evidenziato con dovizia di particolari in questo volume dalla sindonologa Marinelli e da don Repice, la Sindone si rivela davvero come «un quinto Vangelo della Passione, scritto con il sangue stesso di Cristo» e, per dirla con San Giovanni Paolo II, quale «testimone muto della passione, morte e resurrezione di Cristo, ma nello stesso tempo sorprendentemente eloquente» di un Amore che non trattiene nulla per sé, neanche un centimetro del proprio corpo, divenuto tutto una piaga ardente di carità infinita per la vita del mondo.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Le radici della modernità, così l’Europa è divenuta atea

Come si è passati dalla Cristianità alla modernità; dalla Christianitas medievale all’Europa contemporanea laicista? Questa domanda è al centro de Le radici della modernità (2021, pp. 184), una raccolta di saggi del filosofo giusnaturalista spagnolo Francisco Elías de Tejada tradotta in italiano per Solfanelli e con una preziosa introduzione del professor Giovanni Turco.

Tale passaggio è contraddistinto da tre tappe peculiari, differenti sì sul piano storico, ma sostanzialmente affini su quello ideologico. L’avvento del Protestantesimo, l’imporsi del Giacobinismo e della Rivoluzione francese, la nascita del Marxismo segnano infatti tre svolte epocali e, nello stesso tempo, sono però anche il frutto di un unico processo rivoluzionario che ha comportato il passaggio traumatico dalla Cristianità alla modernità, in forza del quale «la democrazia equalizzatrice ha sostituito l’ordinamento gerarchico dei valori».

Procedendo su questa scia, secondo le parole profetiche del filosofo giusnaturalista, «l’Europa verso cui stiamo andando è marxista, perché ciò che conta è l’economia, essendo indifferente la fede in Dio o la giustizia tra gli uomini; ecco perché inizia con il Mercato Comune, con il mercato dei cambi e degli scambi. È atea, perché i popoli che la formano, pur essendo tutti cristiani, hanno deliberatamente eliminato Cristo dalla vita sociale, dal momento in cui hanno anteposto la professione di fede nella libertà dell’uomo alla professione di fede negli insegnamenti del Redentore, ponendo il divino sotto l’umano, la Verità di Cristo sotto la libertà degli uomini, il teocentrismo sotto l’antropocentrismo, le certezze del Vangelo sotto le opinioni degli individui».

Al contrario la Cristianità è una fede militante «che smuove perché commuove; nacque dalla passione posta al servizio di Dio». Perciò «la civiltà della tradizione cristiana – come scrive Turco rileggendo de Tejada – ha il senso vivo della libertà, nella concretezza di consuetudini e di diritti, nella connessione delle finalità, onde il bene è misura e contenuto della libertà. La Cristianità reca in sé la tensione verso l’unione sulla base di fattori essenziali: religiosi, intellettuali, morali. Essa è unitiva senza essere unitaria, universalistica piuttosto che mondialistica». È il riflesso della civitas Dei di agostiniana memoria e si estende da Carlo Magno a Carlo V, abbracciando anche figure di sovrani ispanici tra i quali in particolare Filippo II e Carlo II. Tuttavia, sul piano storico, l’offuscamento del prestigio del papato e dell’autorità imperiale, le lotte intestine tra i due poteri e la caduta del papato nelle mani dei re di Francia hanno lentamente eroso la Cristianità, mentre soggettivismo e antropocentrismo l’hanno traghettata progressivamente, attraverso un costante processo di secolarizzazione, verso la sua negazione, ossia l’Europa moderna nata «dal capitalismo liberale destinato a creare ricchezza e dall’egualitarismo socialista finalizzato a distribuirla secondo i canoni di quell’idea di ‘giustizia sociale’ tanto stupida fin dal superfluo aggettivo, come se esistesse una giustizia che non fosse sociale per propria stessa essenza!». Un’Europa che ha come ‘padri’ Lutero in ambito religioso, Hobbes in ambito giuridico, Bodin in ambito politico, Machiavelli in ambito etico, il quale fa coincidere la virtù con la scaltrezza necessaria a conservare il potere. E in effetti con la visione protestantica si passa sostanzialmente dal primato di Dio a quello dell’uomo.

Secondo l’analisi tejadiana, le radici del giacobinismo sono rinvenibili nella teorizzazione della volontà generale di Rousseau da intendersi non quale volontà di tutti bensì come volontà del tutto, cioè di uno Stato che si identifica con la ‘minoranza illuminata’ di un popolo, la quale si arroga il diritto di rappresentare anche la maggioranza, incapace di esprimere ciò che sia conveniente per se stessa. Insomma gli unici virtuosi che possono comandare sono soltanto i giacobini. In tale prospettiva il filosofo ginevrino si rivela come «il profeta democratico che annuncia l’avvento del messia Robespierre». E in effetti «i giacobini non governano né per la Francia, né per il popolo francese. Hanno diritto a tutto; i non giacobini non hanno altro diritto che quello di morire sulla ghigliottina. I giacobini saccheggiano proprietà, rubano nei templi, impongono tasse ai nemici, sequestrano la ricchezza pubblica e privata. L’impunità ufficiale per i dittatori giacobini equivale al terrore per i loro nemici. Così si uccide la libertà in nome della libertà e la tirannia dei pochi schiaccia la volontà dei più».

Elías de Tejada ritiene si sviluppi in questo modo ogni teoria egualitaria e individua un legame tra giacobinismo e marxismo sulla base di tre aspetti: «primo, la comune discendenza rousseauiana che sfocia in un sistema politico totalitario; secondo, l’identificazione quasi religiosa di una minoranza di illuminati con la classe o con il popolo, disposti a imporre le proprie idee con disprezzo della maggioranza, e terzo, la creazione di un ordine tirannico, mantenuto dalla violenza dell’oppressione forzata».

Da queste tendenza non è immune neanche l’ipertrofia dell’io tipica del razionalismo e del liberalismo moderno. La deriva totalitaria, per il giusfilosofo spagnolo, emerge nella misura in cui l’individuo è lasciato solo di fronte al potere che gli propina modelli valoriali cui uniformarsi. Egli intuisce che anche la cibernetica sia di fatto un’altra forma di «teoria totalitaria dello Stato» con il dominio dell’informatica per il controllo sociale. Se ogni rivoluzione è la «secolarizzazione della felicità e la sostituzione della rivelazione divina con un mito creato dalla ragione umana», allora c’è un giacobinismo, «religione dell’uomo che si è fatto dio», incarnato ieri come oggi «da marionette e burattinai delle logge, banchieri liberali, vescovi non credenti, marchesi comunisti, uomini d’affari che finanziano giornali socialisti, democrati della falsità».

 L’alternativa giuridica, morale e politica a ogni deriva totalitaria è allora rappresentata, per dirla con il professor Turco nel suo commento alla riflessione tejadiana, da una valorizzazione dell’ontologia e della teleologia classica improntata all’indagine speculativa di San Tommaso d’Aquino. Essa, presupposta «la naturale razionalità e politicità del soggetto umano ed il bene comune come fine obbiettivo della comunità politica, riconosce il primato della giustizia – quindi del diritto naturale classicamente inteso – come fondamento del diritto positivo che richiede la prudenza politica come criterio prossimo dell’esercizio dell’autorità».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Ritorna il Re, la Verità oltre il politicamente corretto

«Il bene non è una teoria, nessuno ce lo insegna o ce lo impone, ma l’abbiamo iscritto dentro, è una legge naturale». È questa la risposta che dà al ritornello mainstream che invita ad agire piuttosto all’insegna del «Fai un po’ come ti pare!» padre Maurizio Botta – giovane sacerdote della Parrocchia di Santa Maria in Vallicella a Roma e brillante predicatore oratoriano – nel primo dei sei ‘Passi al Mistero’ raccolti nel recente volume Ritorna il Re (Edizioni Studio Domenicano 2021, pp. 186).

E in effetti «se Dio ci ha dato dei comandamenti, è per il nostro bene, e tutte le azioni contrarie alla legge che abbiamo iscritta dentro ci fanno del male, ci tolgono gioia, voglia di vivere, pazienza, serenità. I dieci Comandamenti li abbiamo scritti dentro, ma non siamo capaci di viverli. Ed è qui che si apre il dono smisurato della grazia», prosegue padre Botta, evidenziando il ruolo decisivo della grazia divina nel rafforzare la capacità dell’uomo di compiere il bene.

Nel ‘secondo passo’ dedicato alla figura del Re, padre Botta rileva come «Gesù non è oggetto di studio, né può essere argomento di una chiacchiera da salotto, ma è una persona viva. O Gesù è questione di vita e di morte, o semplicemente non è Lui e non è nessuno». Rispetto alla fede in Cristo, il sacerdote oratoriano mette in guarda dal rischio diffuso di assumere il solo sentimento quale criterio assoluto: «Penso al cammino di fede: prima di sentire Cristo, c’è ben altro, c’è la volontà di farsi governare da Lui, per esempio, e di far abitare dal Signore la propria solitudine». Perché «la fede non è una questione di sentimenti. Ci sono momenti in cui Lui si rende sensibile ed effettivamente lo ‘senti’, ma non sono i momenti più forti. Pensiamo alle parole di Gesù per noi. Chiedere al Signore di vivere per Lui e di Lui, di essere suo non è più promettente che sentirlo?». D’altra parte, «agognare, volere Cristo Re, significa rendersi conto delle proprie debolezze e fragilità di uomo, ma chiedere a Lui di guarirle e di assumere il suo sguardo».

Relativamente al ‘terzo passo’ dedicato al tema del legame tra giustizia e misericordia, il sacerdote oratoriano ricorda innanzitutto che «quando una legge va contro il diritto naturale scritto nel cuore dell’uomo – “non schiaccerai il debole e l’innocente” –, quella norma diventa automaticamente l’esercizio di potere di una banda di briganti. Togli il diritto naturale, universale, che ti intima di non schiacciare il debole, e il diritto positivo non si fonderà da nessuna parte. Togli Dio e il suo giudizio, e cosa resta? E se non si ha il senso che si dovrà rendere conto a Dio dei nostri giorni, delle nostre ore, di come li abbiamo vissuti e di come abbiamo risposto alla nostra coscienza; se eliminiamo anche il diritto naturale e la legge scritta dentro di noi, allora non si sa veramente cosa farsene della misericordia del Signore. Il mondo non sa che farsene, la gente non passa nemmeno sotto la Porta Santa, perché, se non credi al giudizio divino e sei indifferente alla legge scritta dentro di te, allora francamente il perdono di Dio è inutile». Un cristiano autentico è invece «consapevole che con le sue uniche e misere forze umane non sarà mai capace di fare di sé un uomo giusto: potrà esserlo solo se giustificato dall’unico giusto, Gesù».

Rispetto al tema dell’eutanasia, cui dedica il ‘quarto passo’, padre Maurizio Botta argomenta che «nel diritto non esiste il reato di tentato suicidio perché non c’è separazione tra il soggetto che agisce e il bene protetto, ovvero la vita. Dire che il suicidio non è reato non equivale a sostenere che rappresenti un diritto né che esista da parte dell’ordinamento giuridico una valutazione positiva sull’atto del togliersi la vita. In questo contesto, introdurre l’eutanasia equivale a considerare il suicidio come un diritto soggettivo, consentendo e favorendo la cooperazione di altri: l’eutanasia altro non è se non il diritto di cooperare al suicidio altrui senza essere arrestati, e dunque il diritto di uccidere. Ecco, se definiamo quello del suicidio e della cooperazione altrui al proprio suicidio come un diritto umano: chi non ha capacità, volontà o possibilità di prendere questa decisione, vuol dire che non è umano? Ripeto: personalmente, a un individuo che chiedesse la mia cooperazione – e che immagino sia un non credente io chiederei solo di non rendermi complice, di non lasciarmi con un terribile senso di colpa, ma di consentirmi di fare tutto il possibile per stargli vicino, accudirlo e accompagnarlo». Insomma, domanda ancora con forza il sacerdote oratoriano, «si vuole affermare il valore della cura, dell’accudimento, della vicinanza, della prossimità nella sofferenza? Oppure si vuole sostenere e avallare la cultura dello scarto, per la quale l’autocoscienza è tutto ed è l’unico elemento fondante, come se la morte fosse un fatto privato? Uno Stato deve decidere su questo, al di là delle singole e certamente toccanti storie usate dai Radicali come cavalli di Troia emotivi». Dunque il ritornello attualmente in voga secondo cui «“la vita è mia e la decido io” è un falso principio, una clamorosa bugia esistenziale: non è così in entrata e non può esserlo in uscita». A questa ‘cultura della morte’ in particolare i cristiani sono esortati a contrapporre una «cultura della cura, dell’accudimento, del comfort care, della vicinanza al malato che muore e al malato che nasce, che si contrappone alla cultura dello scarto», nella ferma consapevolezza che «le nostre sofferenze, unite a quelle di Cristo, hanno valore redentivo, perché Cristo ha redento anche la sofferenza».

Nel quinto passo padre Botta scardina la logica del ‘politicamente corretto’. E il tema della morte ritorna, in quanto «parlare pubblicamente di morte è diventato politicamente scorretto, e ancora di più parlarne ai bambini, che invece una volta erano abituati a incontrarla e a riconoscerla come parte della vita. Il politicamente corretto non tollera l’imperfezione: l’uomo è sempre educabile, guaribile, risanabile. E, menzogna ancora più grande, l’uomo è buono per natura, nasce innocente ed è la società a corromperlo. Il mito del “Buon selvaggio” è ancora attuale e potentissimo». In tale clima culturale il credente è chiamato a «rispondere solo a Dio e alla propria coscienza, e non alle logiche della politica, della convenienza o dell’efficace in modo machiavellico».

Di contro al dogma del ‘pensiero debole’ e del relativismo contemporaneo per il quale non esiste alcuna verità assoluta, «Gesù è politicamente scorretto perché è totalmente sovrano, perché è il Kyrios, il Signore. È emancipato da cliché e stereotipi di vario tipo. Una sola cosa gli interessa compiere: la volontà di amore e offerta verso il Padre e verso di noi». Perciò, come rileva padre Giorgio Carbone nella prefazione al volume, «se avrai accettato di scommettere su Gesù – come ti chiede padre Maurizio –, che non è un folle megalomane che abusivamente pretende di essere Dio, ma che è piuttosto Dio fattosi nostra carne per amore e misericordia verso di noi, se avrai puntato tutta la tua esistenza su Gesù, allora potrai anche scoprire che è sempre Gesù il politicamente scorretto per eccellenza», ossia la Verità.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

La natura secondo le voci dei poeti

«Non credo che bastino yogurt ‘bio’ o altri cibi e bevande ‘biologici’ a farci vivere una vita davvero naturale. E nemmeno le varie mode su materiali in fibra di caucciù, ginnastica e cose del genere. La natura non è solo un bel paesaggio da conservare o energia pulita o tisane diuretiche. Accanto al proliferare di cuccioli di gatto tenerissimi che vediamo su Instagram, ci sono virus, cataclismi, flagelli che falciano miriadi di innocenti». Dunque la concezione comunemente diffusa di una Natura ‘buona’ deve conciliarsi con la consapevolezza che «il pianeta è anche un posto orrendo per un sacco di gente, e per un sacco di specie animali e vegetali».

Si snoda tra versi e narrazione, ironia e riflessioni, il saggio di Davide Rondoni Cos’è la natura? Chiedetelo ai poeti (Fazi Editore 2021, pp. 200) che indaga il tema della natura attraverso interrogativi antichi e sempre nuovi, affrontando diversi luoghi comuni senza pregiudizi anche in relazione alle sfide contemporanee. Quello di Rondoni è un taccuino di appunti, un itinerario personale nello stupore inquieto che si ridesta nell’animo di chi mira o riflette sulla Natura, sul mistero delle cose, condotto attraverso le voci di autori classici, da Lucrezio a Keats, da Leopardi a Luzi, perché i poeti «proseguono il primo atto del bambino che esce nel mondo e dell’uomo che esce dalla caverna e vede la Natura; parlano da dentro la Natura, da dentro lo ‘spazio del suo dono’».

Dopo aver osservato nella semioscurità due cervi mentre si accoppiavano, Lev Tolstoj «si chiese perché mai la vita in Natura, l’esistenza, fosse abitata da una strana necessità a proseguire, a generarsi dal proprio interno in una propulsione che pare insensata». Da questa considerazione, secondo tale aneddoto, nacque l’ispirazione per l’incipit di Anna Karenina.

Se dunque, come afferma Eraclito, «la natura ama nascondersi», i poeti l’inseguono, o almeno cercano a tentoni di carpirne il mistero. «La Natura in Dante è luogo del viaggio e co-protagonista, attraverso il suo ordine misterioso, del movimento del poeta come di ogni cammino umano». D’altra parte, «per vivere al giusto livello la ‘esperienza’ occorre sapere che la Natura non è uno scenario, né una madre trascendente, ma una co-protagonista della nostra vita. Sorella, fratello, diceva il poeta di Assisi».

Di qui l’uomo è natura e nel contempo intuizione di ciò che è al di là di essa, come ha ben compreso Leopardi, il quale ne L’infinito evidenzia come «nella comparazione tra il regno naturale (finito) e una visione del non naturale (l’infinito), l’io fa un dolce naufragio. Forse perché non sa come fare ad abitare i due territori insieme». In tal senso «il paradosso dell’io abita e osserva, per conoscerlo, il paradosso della Natura», come osserva acutamente Rondoni.

E in effetti il mistero dell’ulteriorità della natura rispetto alla sua comprensibilità da parte dell’uomo emerge nei versi di Emily Dickinson: «Natura è ciò che noi conosciamo / Ma non abbiamo arte per dirla / Così impotente la nostra saggezza / Al cospetto della sua chiarezza». Le fa eco Einstein quando afferma: «La cosa più bella della vita è il suo lato misterioso». Lo scienziato è dunque, in tal senso, come il poeta; se ne sta sulla soglia pronto a cogliere nuovi indizi che aprano scenari nuovi.

 La natura richiede perciò un atteggiamento di umiltà, che non pare essere particolarmente diffuso tra gli intellettuali del nostro tempo. Infatti «in questo recente frangente della vita sociale e politica così condizionata dalla pandemia si è avuto da un lato un atteggiamento fideistico verso la scienza e dall’altro la netta sensazione che pur assumendosi anche con un certo cipiglio da educatori del popolo le responsabilità di indirizzo politico, gli scienziati brancolassero nella nebbia, quando non addirittura attirassero il sospetto di muoversi per altri interessi che non la tanto declamata ‘salute pubblica’. Di sicuro, il mondo esce dalla pandemia con una certezza più inquieta rispetto alla scienza che ha proposto se stessa come modo unico e certo di conoscere la vita umana in modo perentorio negli ultimi tre secoli». Allo stesso modo, osserva Rondoni, «la ideologia ‘naturalistica’ che sta dominando in questi anni non fa rima con una visione più poetica della vita ma con l’economia. Basta prendere qualsiasi articolo che rivela come la nuova dottrina ‘verde’ – o chiamiamola transizione ecologica – sia una parola d’ordine che ha trovato nel business il suo primo campo di applicazione». D’altra parte attualmente «la vita del pianeta, la sua durata, e non più il ‘senso’ della vita umana, è lo scopo ideale, la nuova ideologia a cui piegare tutto».

Al contrario, «per i poeti la Natura ha uno ‘scopo’ che non è biologicamente, chimicamente o matematicamente leggibile. Essa è, per così dire, interpretabile solo in rapporto dinamico con l’uomo». Perciò al grido leopardiano alla luna «Ed io che sono?» dà risposta con la propria vita un uomo santo, don Luigi Giussani: «Io sono Tu che mi fai».

D’altra parte, come testimonia Dante, «il parlar poetico sorge come obbedienza, come ascolto di ‘amor ch’e’ ditta dentro’». Un parlar poetico che rende Rondoni consapevole di un ultimo paradosso della Natura, il più significativo, quello per il quale «le leggi della Natura e della vita non si cancellano ma fioriscono quando le traversa (e le smentisce) l’amore. Che fiorisce nei perdoni».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Il Giappone cristiano tra santi, martiri e samurai

Il Giappone è una terra di santi, martiri e samurai. Il cristianesimo comincia ad affermarsi nell’isola soltanto nel 1549 con San Francesco Saverio e i suoi missionari che, giunti nell’isola contestualmente alle navi dei commercianti portoghesi, in pochi decenni e pagando un prezzo altissimo in termini di vite umane, contribuiscono alla conversione alla fede cattolica di oltre 600.000 persone, tra le quali anche signori feudali, guerrieri e monaci buddisti. Seguono due secoli e mezzo di atroci persecuzioni che causano la morte di oltre 5.000 credenti, durante i quali si forma il popolo dei ’cristiani nascosti’, custodi in clandestinità di una fede senza sacerdoti, né chiese, né sacramenti.

La storia del Giappone cristiano è raccontata in maniera avvincente e attraverso una narrazione particolarmente documentata da Gabriele Di Comite nel  suo recente saggio Santi, martiri e samurai (La Fontana di Siloe 2021, pp. 308).

«Io mi sento animato da un tal sentimento nel cuore circa l’andata al Giappone, che non sarei per mutar pensiero, né pur quando di certo sapessi di dovermi trovar in pericoli assai maggiori. Tanta è la speranza che Iddio stesso m’ha posta in cuore di propagare la Religion Cristiana». Francesco Saverio scrive così a Ignazio di Loyola riguardo al suo zelo apostolico nel ‘Paese del Sol Levante’. Egli si muove in un contesto difficile sia per la lingua particolarmente ostica, sia per le lotte intestine tra i signori feudali (daimyō) dei diversi territori delle isole. Eppure riesce, attraverso la strada della bellezza, ossia donando un dipinto di una Madonna con Bambino a uno di costoro, a ottenere l’autorizzazione per predicare il Vangelo a Kagoshima. Di lì poi la città di Yamaguchi diventerà la sede generalizia dei gesuiti. Questo non senza essere osteggiato dai bonzi buddhisti, la cui predicazione era tanto radicata sul territorio quanto lontana dalla dottrina cattolica sul piano teologico.

Alessandro Valignano, altro missionario gesuita, constata che per convertire i giapponesi bisogna conoscere e rispettare le loro usanze, adattarsi alle abitudini locali e parlare la loro lingua. Era opportuno insomma che anche i missionari mangiassero su tavoli bassi, seduti su stuoie di tatami e avessero nelle proprie case la sala per la cerimonia del tè. Allievo di Valignano, Matteo Ricci sposa il suo metodo d’inculturazione della fede.

Accanto ai gesuiti vi sono anche diversi samurai, guerrieri che arrivano a sostituirsi all’aristocrazia nel controllo delle province per la loro forza militare, tra i quali Takayama Ukon. Egli, rinunciando ai privilegi feudali, si adopera in prima persona per la costruzione di chiese, orfanatrofi, ospedali, cimiteri e la diffusione della fede, anche attraverso la trasformazione della stanza della cerimonia zen del tè in eremo cristiano, la fondazione di scuole teologiche e del seminario di Azuchi. «Io non cerco la mia salvezza con le armi ma con la pazienza e l’umiltà, in accordo con la dottrina di Gesù Cristo che io professo», scrive in un messaggio a chi gli veniva incontro in armi, prima di salpare esule nel 1614 per l’attività missionaria nelle Filippine, alla cui comunità dona una statua della Madonna del Rosario. Soprannominato ‘Giusto Takayama’ e ‘samurai di Cristo’, è stato un vero martire della fede, riconosciuto tale dallo stesso Sant’Alfonso. È stato infatti poi beatificato nel 2017.

Verso la fine del Cinquecento giungono anche missionari francescani, domenicani e agostiniani sull’isola. Il diffondersi della fede cristiana preoccupa però i daimyō, per cui diverse ordinanze ne proibiscono il culto. Ne derivano punizioni esemplari per chi le infrange. Così San Paolo Miki e altri 25 fratelli nella fede, religiosi e laici, spagnoli, portoghesi e giapponesi sono crocifissi a Nagasaki.

Altri cristiani vengono indotti ad apostatare, costretti a calpestare immagini sacre (fumie), pena le torture più atroci, «infilzando aghi di metallo sotto le unghie» del reo o calandone il corpo in una fossa a testa in giù dove viene lasciato per giorni, fino alla crocifissione. «Con l’editto del 1641 inizia il periodo del Sakoku», ossia il Giappone diviene un Paese blindato per duecento anni e ai cristiani non resta che professare la propria fede in clandestinità, per quanto «alla scoperta di un cristiano occulto, sarebbe stato punito tutto il villaggio». Di qui, a parte il tentativo isolato di riportare il Vangelo in Giappone del sacerdote siciliano Giovanni Battista Sidoti, per due secoli il Paese rimane senza l’ombra di un sacerdote. Relativamente a tale periodo di bando del cristianesimo, la documentazione storica racconta di 5000 martiri, anche se sono stati di fatto sicuramente molte migliaia di più.

Poi il Giappone conosce l’occidentalizzazione, implementa la rete ferroviaria e il progresso tecnologico, ma vive altresì l’orrore delle due bombe atomiche. Eppure ancora una volta non mancano mirabili testimonianze di fede. I cristiani escono gradualmente dalla clandestinità; soltanto nel 1947 la Costituzione del Paese esplicita la libertà religiosa. Tra le maggiori figure di rilievo del XX secolo basti ricordare il missionario polacco Fra Zeno della Milizia dell’Immacolata di San Massimiliano Kolbe che, insieme a Satoko ‘Maria delle Formiche’, si prodiga per sottrarre gli orfani a un destino di povertà e miseria estrema tra cumuli d’immondizia.

Insomma, sebbene attualmente i cristiani in Giappone siano l’1% e i cattolici lo 0,5% (500.000, di cui solo a Nagasaki il 4,5%), il sangue dei martiri, tra i quali 42 santi e 396 beati, continua a essere seme di nuovi cristiani, «capace di rinnovare e far ardere continuamente lo zelo evangelizzatore» (Papa Francesco).

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

La Città irreale: come il pensiero occidentale è stato demolito

«Quando si aprirà una nuova voragine logica sotto di voi, sarete davvero soddisfatti perché ogni nuova offesa alla ragione e alla realtà farà trasalire il mondo, e voi gioirete di quello che solo per voi rappresenterà un piccolo intervallo di pace. George Orwell una volta scrisse che se sui giornali tutti scrivono la stessa cosa, si può essere ragionevolmente certi che quella cosa non sia vera. Orwell non ebbe la fortuna di fare esperienza di internet, il mezzo che diffonde bugie alla velocità della luce e le ramifica in milioni di varianti ogni giorno. Per quanto mi riguarda, do per scontato che se tutti dicono la stessa cosa, e quella cosa non fa parte del patrimonio universale dell’umanità, è quasi certamente falsa; e di solito è anche una bugia, nel senso di una falsità pronunciata coscientemente, o comunque una falsità così profondamente radicata nella mentalità di massa che la nostra mente la accoglie inconsapevolmente come i nostri polmoni accolgono l’aria inquinata».

È quanto scrive Anthony Esolen nel saggio La demolizione del pensiero occidentale (2021, pp. 240) appena uscito anche in Italia per l’opera meritoria di traduzione e pubblicazione a cura de Il Timone.  Si tratta di un «tour tra le macerie di una cultura che ha smarrito il senso della realtà, da una sessualità liquida alla cancel culture» e perciò si propone di rintracciare il sentiero della verità in un mondo impazzito. L’autore statunitense è attualmente professore di letteratura al Magdalen College of the Liberal Arts nel New Hampshire. Ha tradotto l’edizione Modern Library della Divina Commedia, così come l’edizione Johns Hopkins della Gerusalemme liberata di Tasso.

La ‘città irreale’, quella messa in piedi dalla società contemporanea, vacilla perché si fonda su cumuli di menzogna, continui misconoscimenti dell’ordine naturale della realtà, dell’essere delle cose: è una città che ha escluso Dio dal proprio orizzonte, le cui «mura non reggono, le cui torri si inclinano e scricchiolano, è ciò che non è». Ma «se Dio è reale, allora allontanarsi da Dio significa consacrarsi all’irrealtà, e questa è, con buona approssimazione, la definizione stessa del male. Credere in Dio, ma fingere per amore della politica, del guadagno, dell’istruzione o del matrimonio che Egli non sia reale, significa mentire a se stessi per convenienza e compromettere l’integrità di tutto ciò che di buono ci si è proposti di fare. Perché dobbiamo sempre tornare ai dati di fatto. Se Dio esiste, è difficile aspettarsi che la città che non conosce Dio conosca se stessa».

Con un argomentare stringente, il docente statunitense mette il coltello nella piaga: «Abbiamo dichiarato che restare ancora ancorati alla realtà sia una cosa da condannare». Evidenziando il legame tra cultura, tradizione e orizzonte teistico, Esolen fa notare che «non c’è cultura senza un incontro sentito con il divino. Il contrario sarebbe una contraddizione in termini. Ci sarebbero usi e costumi di massa, ma non una cultura di massa, perché l’uomo, perdendo il senso di un valore più grande di se stesso, perderebbe anche il senso della tradizione».

 «Il fatto è che non si va più a scuola per conoscere ciò che è reale», afferma Esolen in maniera critica rispetto al modo d’insegnare attuale. «Allo stesso modo – prosegue – il professore universitario che storce il naso davanti all’epopea di Gilgamesh, Esiodo, Omero, Eschilo, Sofocle, Pindaro, Platone, Aristotele, Livio, Cicerone, Virgilio, Marco Aurelio, Agostino, la Torah, i Salmi, i Vangeli e le lettere di san Paolo, in un corso scarnificato già di suo dai professori politicizzati del campus, non è troppo istruito. Quel professore è una combinazione di “poco istruito” e “super indottrinato». Al contrario un vero insegnante è umile, come «Robert Hollander, il più grande dantista degli Stati Uniti, il quale dice: “Penso di iniziare finalmente a capire la Divina Commedia”». Di qui egli fa una considerazione drammatica sulla «condizione dei giovani che frequentano le nostre scuole pubbliche e le nostre università. Si allungano per afferrarsi alla roccia, come devono, come sono stati creati per fare, e non afferrano nient’altro che aria». E in effetti, per comprendere la storia, occorre analizzare i fatti a partire dai documenti, non dai pregiudizi legati alla propria visione politica, dal momento che, secondo quanto afferma Esolen, «un impegno per la verità, quando si tratta del caos che è la storia umana, praticamente esclude atteggiamenti politici. Oppure l’atteggiamento politico esclude un impegno per la verità».

«Una delle strane caratteristiche della Città Irreale è l’ossessione simultanea per il linguaggio e un rifiuto generale di riconoscere a cosa serve il linguaggio. Una persona sana di mente comprende che prima viene la realtà e poi il linguaggio; il linguaggio è al servizio della realtà». Eppure la neolingua attuale pretende al contrario di costruire la realtà ex novo, di edificare nuovi mondi ideologici che non sono altro che castelli di parole privi di qualsiasi ancoraggio al reale. E in realtà «l’irrealtà del movimento ‘transgender’, infiammato dall’incendio selvaggio della rivoluzione sessuale in generale, dipende per la sua esistenza dalla supposizione che la realtà dipenda dalle parole, cosicché chiunque controlli il linguaggio, controlla anche l’universo». D’altra parte se l’uomo «non crede in Dio, si rivolgerà subito a qualche idolo, ceppo o pietra, se stesso, lo Stato, il sesso, qualcosa di stupido, salace o maligno come un cancro. L’uomo senza fede diventa un credulone».

Ciò genera pesanti ricadute anche in ambito etico, perché «quando si crede che il bene e il male non siano realtà oggettive da scoprire con la ragion pratica e da onorare nel costume e nel diritto, e quando, inoltre, ci si sente dispensati dalla rivelazione di Dio, che in realtà non prevale sulla ragione ma ci offre un chiarimento, dando alla nostra ragione un supporto, allora non resta altro che credere che ‘bene’ e ‘male’ siano cose soggettive, relative a chi le valuta e alla società cui egli fa riferimento». Di qui, relativamente alle questioni bioetiche e alla pratica dell’utero in affitto, Esolen afferma senza mezzi termini che in quest’ottica «l’essere umano viene valutato per la sua utilità», nella misura in cui «il bambino è o non è strumentale alla realizzazione dei miei desideri». Fortunatamente, però, «il mondo non obbedisce alle leggi dell’Irrealtà».

Insomma la battaglia dei nostri giorni è una battaglia teologica, una «rivolta contro Dio e l’ordine del mondo che Egli ha creato», per cui nel volume di Esolen non c’è solo la pars destruens, ma anche e soprattutto una cospicua pars construens con la proposta concreta di un percorso di ricostruzione per un rilancio della ‘città di Dio’. D’altra parte «in un istante, Gesù ci dona ciò che è più umilmente reale del nostro pane e del nostro vino, e più eccelso delle nostre più alte concezioni della divinità; è “l’immensità claustrata nel tuo caro ventre”, come dice John Donne della Vergine Maria, o il regno di Dio in un granello di senape. Penso a quel Santissimo Sacramento, e non c’è porzione infinitesimale dell’universo materiale che non risplenda di possibilità di gloria, e non c’è infinità di divinità che Dio non possa ospitare entro le mura della materia: un grembo, una mangiatoia, un uomo che prega nel deserto, un uomo sofferente su una croce, un corpo deposto in un sepolcro, un Salvatore risorto nella Gloria; un granello di senape, un pensiero, un impulso della volontà per trasformarsi, essere convertiti ed essere reali».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana