L’Eden del diavolo: miseria del Venezuela e come uscirne

“Bambini, adulti, anziani, disabili, intere comunità prostrati fisicamente e interiormente per la cronica assenza di cibo, medicine e ogni genere di prima necessità. Manca anzitutto la libertà, anche quella di fare una semplice fotografia”. Con queste parole Alessandro Monteduro, Presidente di Aiuto alla Chiesa che Soffre – Italia, racconta la ‘grande tribolazione’ che il Venezuela sta vivendo da almeno due decenni e che si è acuita fortemente negli ultimi anni.

A raccontare l’angoscia di un popolo vittima di un’iperinflazione incontenibile, brutalizzato da un regime repressivo e corrotto e dalla violenza di gruppi paramilitari che agiscono indisturbati, e nel contempo la speranza di ritrovare le radici morali e spirituali per riportare libertà, democrazia e pace in un Paese allo stremo, si eleva la voce di undici vescovi e due cardinali raccolta da Marinellys Tremamunno – vaticanista italo-venezuelana e collaboratrice de La Nuova Bussola Quotidiana –  nel suo libro Venezuela, l’Eden del Diavolo (pp. 136), appena pubblicato per Infinito Edizioni. Nelle parole dei vescovi della Conferenza Episcopale del Venezuela (CEV) traspare una grande fiducia del popolo nel ruolo di guida e di forza morale della Chiesa. Il popolo venezuelano le riconosce l’impegno quotidiano al suo servizio e perciò, con grande resilienza, trae da essa le energie spirituali per lottare ogni giorno per la libertà e la tutela della dignità e dei diritti di ogni uomo, laddove la cronaca riporta costantemente episodi relativi alla sua violazione.

“Noi venezuelani in nome di una rivoluzione e di un miraggio ci siamo lasciati conquistare dal male assoluto dell’odio ideologico e dalla cultura della morte, alimentata dalla presenza tra noi del narcotraffico e del terrorismo”, confessa con disincanto e profonda amarezza l’avvocato Asdrúbal Aguiar, già Ministro dell’Interno quando fu eletto Chávez nel 1998, mentre ripercorre nell’introduzione al volume tutte le tappe e gli ingredienti che hanno determinato l’infernale situazione attuale.

Per contrastare il ‘peccato strutturale’ in cui vessa il Paese, il cui esecutivo “è diventato un carnefice del popolo e un tiranno” che nega ogni possibilità di costruzione del bene comune, è necessario “un rinnovamento morale, senza il quale il risanamento istituzionale e la riconciliazione socioculturale” non sarebbero possibili, come rileva il cardinal Baltazar Enrique Porras Cardozo. Anche perché “con la criminalità non si possono fare trattative”, come gli fa eco mons. José Trinidad Fernández Angulo, vescovo ausiliare di Caracas e segretario della CEV.

Tuttavia, anche nelle tenebre più fitte, non mancano semi di luce e di bene. Al popolo, già prostrato dalla fame, dalla carenza di acqua, medicine e mezzi di trasporto pubblici, il regime di Maduro ha negato anche il diritto di conservare quel po’ di cibo così faticosamente procurato, lasciandolo per lunghi periodi senza corrente elettrica. Eppure “tale situazione ci ha resi consapevoli della necessità di dare, di incontrare l’altro, di misurarci con i bisogni degli altri – evidenzia Mons. José Manuel Barrios, vescovo di El Tigri – Ci sono persone che danno il loro tempo, altre che donano i loro soldi, altri semplicemente che accompagnano chi ne ha bisogno. È molto bello”. Occorre però continuare a “rafforzare la famiglia e seminare speranza nei giovani”, in un contesto in cui l’unica via dolorosa percorribile da giovani genitori e adulti sembrerebbe quella di lasciare i propri figli piccoli ai nonni e abbandonare il Paese nell’auspicio di farvi presto ritorno, come testimonia il grande esodo di milioni di venezuelani.

È opportuno invece resistere con tenacia, “coltivare i principi, i valori, perché la trasformazione senza valori non è possibile” – sottolinea Mons. Pablo Pérez, vescovo di Guasdalito – il quale con il progetto Saman è in prima linea nel prendersi cura dei bambini malnutriti. Allo stesso modo Mons. Léon, vescovo dell’Arcidiocesi di Coro, ha trasformato la sua curia in una farmacia dove vengono distribuite medicine gratuitamente, mentre in Paraguanà un vescovo ha trasformato il suo palazzo in un ristorante in grado di offrire 400 pasti gratuiti al giorno.

Sono questi alcuni segni fecondi di una Chiesa che si fa prossimo del suo popolo, che si china sui più poveri e bisognosi, ma al tempo stesso non tace dinanzi all’ingiustizia e, con il Cardinal Urosa Savino, arcivescovo emerito di Caracas, ha il coraggio di denunciare pubblicamente la politica di un “governo che vuole apparire come il redentore dei poveri ed è il loro carnefice”.

A un popolo sequestrato da un regime che ha legami anche con hezbollah e gruppi criminali di origine colombiana; che mette in carcere e tortura con metodi cubani ogni oppositore politico; che impedisce ogni comunicazione sui media che non sia filogovernativa, l’avvento di libere elezioni democratiche sembra sempre più lontano e rischia di diventare, in una logica prettamente umana, soltanto un’utopia. “Maduro è oggi alla testa di una vasta rete che unisce aziende, strutture regionali e individui con legami storici in una varietà di operazioni criminali che vanno dalla corruzione al riciclaggio di denaro sporto per traffico di droga e contrabbando di ora”, evidenzia in proposito l’autrice.

Per questo motivo, poiché “sarebbe ingenuo pensare che sia possibile sconfiggere il crimine attraverso la diplomazia”, è decisamente più opportuno provvedere a “risanare le ferite per una ricostruzione morale del Venezuela”. Come? Vincendo in ogni contesto e a ogni livello, personale e sociale, il male con il bene, senza cedere alla corruzione, allo scoraggiamento e alla disperazione. Infatti, solo camminando nella giustizia, nella verità e nella carità fraterna insieme ai propri pastori, definiti dal regime ‘diavoli con la tonaca’, il gregge del popolo venezuelano potrà uscirne vincitore e finalmente davvero libero.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

 

Italiani poca gente. E anche malconsigliati

In Italia ci sono sempre più culle vuote. Meno di 14 figli per ogni 20 adulti. Nel 2018 in Italia sono nate 449mila persone, i decessi sono stati invece 636mila, con un saldo negativo di quasi190 mila persone. Che l’Italia sia il Paese più ‘vecchio’ d’Europa e, dopo il Giappone, il più vecchio al mondo, è ormai risaputo. Ciò che manca, al di là di una reale presa di coscienza del fenomeno, è la consapevolezza di un ripensamento critico dei temi dell’immigrazione, dello sviluppo economico, del lavoro e del welfare alla luce di tale dato.

È quanto cerca di fare attraverso un’indagine dettagliata e rigorosa Antonio Golini – già Presidente dell’ISTAT ad interim e docente emerito di Demografia all’Università “La Sapienza” – nel suo recente libro-intervista con il giornalista Rai Marco Valerio Lo Prete Italiani poca gente (Luiss Press 2019, pp. 221).

Riguardo al tema dell’immigrazione, l’illustre demografo evidenzia che non si può presumere di risolvere il problema demografico nel Vecchio continente favorendo l’ingresso di 1,6 milioni di immigrati l’anno in Europa. Questo è il segno di “una visione miope”, poiché tiene conto soltanto dell’equilibrio numerico e dunque quantitativo dell’andamento della popolazione, e non anche di quello qualitativo altrettanto significativo. Un mutamento qualitativo di questo tipo è gravido di conseguenze anche sociali e culturali che non possono essere tralasciate. La stessa presenza di donne straniere non è sufficiente a innalzare in modo significativo il tasso di natalità, in quanto si è constatato che esse tendano ad “assumere, almeno in parte, i comportamenti riproduttivi degli autoctoni”. Allora è necessario salvaguardare piuttosto la propria identità e le proprie tradizioni, non solo quella culinaria, attraverso un equilibrio dei flussi migratori che favorisca e non danneggi né i Paesi di origine né quelli di destinazione.

Tra le proposte di soluzioni possibili per uscire dal malessere demografico italiano, bisogna tralasciare quindi tanto “l’idea di una maggiore immigrazione” che “non è una bacchetta magica”, quanto “il fare affidamento al mero assistenzialismo pubblico”, per sostenere “un Paese a misura di ‘adulti generativi’ e di ‘anziani attivi’”. Per questi ultimi Golini ipotizza creativamente la possibilità di essere protagonisti dell’assistenza dei loro coetanei non autosufficienti, cumulando in questo modo una sorta di crediti in una ‘banca del tempo’ da cui poterli eventualmente recuperare qualora si diventi non autosufficienti. Sarebbe questa una strada per consentire al sistema assistenziale italiano di respirare, ripensando nel contempo il ciclo lavorativo per il mercato e per il ‘non mercato’ (come il lavoro di sostegno per anziani disabili) e favorendo la crescita del Terzo settore.

Tra le contromisure per rilanciare la natalità, l’autore auspica anche una maggior tutela della libertà delle donne che desiderano più di un figlio; una politica lavorativa che incentivi lo smart working e premi il merito dei giovani lavoratori più che gli anni di servizio e l’esperienza dei più anziani, e una politica fiscale più equa che consideri il quoziente familiare.

Adottare politiche lungimiranti per il rilancio della natalità, non solo nel nostro Paese, è l’unica strada per ribaltare i numeri attuali tutt’altro che confortanti. Basti pensare che “cinquant’anni fa la popolazione mondiale contava 3,3 miliardi di persone, per cui c’erano 7 ragazzi sotto i 15 anni per ogni anziano oltre i 65 anni”; oggi che invece la popolazione conta 7,5 miliardi il rapporto è 3 giovani per ciascun anziano. In Italia è però 0,6 per anziano, ossia “per ogni 3 ragazzi ci sono 5 anziani”. Nel 1980 erano 17 milioni le persone under 20 e 10 milioni quelle over 60, oggi la situazione è invertita: sono 10 milioni quelle under 20 e 17 milioni quelle over 60. Pertanto sono “in costante aumento i figli che accudiscono i propri genitori e in costante diminuzione i genitori che accudiscono i propri figli”.

In Italia “l’autunno demografico nel frattempo è diventato un rigido inverno”, mentre sul piano internazionale si è passati dal ‘secolo della bomba demografica’, il XX, a quello attuale che è il ‘secolo dell’invecchiamento demografico’, e dunque da una ‘demografia naturale’ a una ‘demografia controllata’ e a fasi di ‘transizione demografica’ difficilmente prevedibili. Basti citare il caso della Nigeria, per la quale erano previsti 289 milioni di abitanti nel 2050 e ad oggi la stessa previsione è stata aggiornata a 410 milioni. Attualmente i Paesi più popolosi sono Cina e India. Nel primo, però, nonostante sia stata accantonata la ‘politica del figlio unico’, il tasso di fecondità è pari a 1,5, mentre quello delle indiane è in crescita e pari a 2,4. Pertanto nel 2024 si stima che la nazione più popolosa sarà proprio l’India.

Il ‘malessere demografico’ crea non pochi problemi di ‘sostenibilità interna’, “in quanto diventa difficile mantenere lo stesso livello di welfare in una popolazione anziana e con pochi figli”, anche perché in una popolazione con età media di 45 anni quale è quella italiana diminuiscono creatività e spirito d’imprenditorialità. Nell’indagare le cause di tale malessere, Golini sottolinea come queste non siano legate a problemi economici, come invece presume l’opinione diffusa secondo cui si fanno meno figli perché ci sono meno soldi, bensì a motivi culturali e sociali fioriti in particolare nell’età del narcisismo e della liberazione sessuale che hanno contribuito a intendere la procreazione esclusivamente come un ‘diritto individuale’ e non anche come un ‘dovere’ per il prosieguo della stessa società.

A conferma di questa tesi resta il fatto che “proprio mentre l’economia si sviluppava a ritmi elevati il tasso di fecondità totale italiano passava da 1,68 (1980) a 1,35 (1990) e a 1,19 (1995)”, registrando in quest’ultimo dato il suo minimo storico e il record mondiale di eccesso di denatalità. Per garantire almeno una ‘crescita zero’ nell’andamento della popolazione è necessario ridurre l’asimmetria che sussiste “tra le donne che vogliono avere nessun figlio o un solo figlio e quelle che ne vorrebbero tre o quattro”. Infatti a queste ultime non è garantita “la stessa libertà economica, di carriera o anche di coppia (quanti uomini accettano che la propria compagna abbia quattro figli?) che hanno le donne che non vogliono avere figli”.

Il lavoro di Golini ha il pregio di costituire ‘una presa di coscienza’ del problema demografico, nella consapevolezza che “un figlio non è soltanto un fatto individuale, un’opzione a disposizione dell’uomo e della donna, ma è dal punto di vista razionale un bene collettivo positivo”. D’altra parte una politica incapace di tener conto di tali dati e di porre al centro della sua azione con sguardo lungimirante il tema della natalità non ha alcun futuro.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Che differenza c’è tra il narcisismo e il successo (quello vero)?

Gli scaffali delle librerie sono pieni di testi su come far successo o divenire persone di successo. Ma possono bastare 15 minuti di successo che la vita riserva a ciascuno, come afferma Andy Warhol, per essere felici? Riecheggia in questa domanda quella manzoniana legata alle imprese napoleoniche: ‘Fu vera gloria?’. Nell’imperante cultura narcisistica la triade celebrità-potere-denaro costituisce in realtà una mera illusione, un insidioso auto-inganno, piuttosto che il veicolo per il raggiungimento di un’autentica realizzazione esistenziale, dal momento che “il vero successo di un’esistenza sta proprio nella capacità di trovarne i significati”.

 Per Paola Versari psicoterapeuta formatasi alla scuola della logoterapia di Viktor Frankl e autrice del recente saggio L’inganno del successo (Ares 2019, pp. 140) – “il successo ha una ‘valenza esistenziale’ che contrasta con il modo di essere narcisistico ed egocentrico di chi insegue like e conferme dall’esterno, di chi brama applausi a tutti i costi, nella ricerca ossessiva di ciò che dovrebbe essere solamente un effetto”, come osserva Antonella Arioli nella prefazione a tale volume.

Insomma nell’era dell’attesa ossessiva di un like che esalti l’ego, nella quale l’io non sembra neanche più intravedere un ‘tu’, tutto diventa pressoché irrilevante se non è confermato dallo share, dalla certificazione di essere stati riconosciuti, osannati, acclamati. Sul palco come nella vita un artista, sia egli attore o cantante, ricerca nell’applauso il riconoscimento degli altri. La negazione dell’applauso diviene quindi una sorta di un misconoscimento della propria stessa identità. “E quando tu hai costruito tutta la tua vita dentro questa modalità eccitatoria di riconoscimento continuo e di rincorsa – rileva Giuseppe Bevilacqua –  è come una droga…non ti basta mai”. Di qui “faccia tosta e voglia di apparire sono diventati ingredienti essenziali per acquisire visibilità mediante talk e reality show, in cui l’immagine viene anteposta alla sostanza”. Eppure “la gratificazione narcisistica nutre solo quell’immagine con la quale sempre più spesso ci si identifica, ma non riesce a rispondere alle domande di senso dell’uomo” perché non può dissetarne l’anelito del cuore. È questo l’inganno del successo: ottenere una sterile e illusoria autocelebrazione che dimentica ogni ‘altro da sé’.

Al contrario, abbandonando l’io come ombelico del mondo, è possibile considerare “il successo come ottenimento di un risultato, come realizzazione di un compito”, che è dunque in tal senso – come chiarisce la Versari – qualcosa di estremamente auspicabile e decisamente necessario per la stessa sopravvivenza della specie”. Sulla base della propria esperienza di psicoterapeuta nel solco dello psichiatra austriaco Frankl sopravvissuto ai campi di concentramento e dunque capace di trovare un successo esistenziale persino nei luoghi dell’abisso del dolore, l’autrice aiuta a comprendere infatti come “solo dedicando la propria vita a un compito e all’incontro con l’altro sia possibile pervenire al successo autentico, quello che apre alla vita vera, che appaga pienamente e regala attimi di felicità autentica perché pregni di un significato che non conosce inganno”.

Nei diversi contributi raccolti nel volume viene denunciata la riduzione antropologica che contraddistingue la cultura contemporanea, per la quale l’uomo è un omuncolo a due dimensioni, una biologica e l’altra psicologica, mentre gli viene negata la terza, quella spirituale, che è invece proprio ciò che lo rende un ‘animale di senso’, e non semplicemente un animale capace di soddisfare solo bisogni primari e istinti con i surrogati dello sballo e la brama di piaceri, successo e popolarità perseguiti con tenacia nel vano tentativo di mettere a tacere quel vuoto esistenziale che affiora ogniqualvolta si guarda con verità allo specchio, riconoscendo un’identità che spesso non collima con l’immagine di sé che rimbalza sui social.

Ci sono però anche diversi personaggi celebri che non hanno ricercato le luci della ribalta. Uno di questi è Fabrizio Frizzi, che è stato umile, semplice e riservato anche quando ha avuto successo. La sua figura viene proposta in queste pagine attraverso il ricordo vivo di chi l’ha conosciuto. Il noto presentatore faceva del bene nel quotidiano senza suonare la tromba dinanzi a sé; accompagnava i malati a Lourdes e donò il midollo osseo a una ragazza senza preoccuparsi di farlo sapere prima ai media. Egli si è così ‘realizzato’ proprio perché non ha mirato all’autorealizzazione. Ecco perché “la massima evangelica secondo cui chi perde la propria vita la troverà è anche una massima di igiene psichica”. D’altra parte “l’uomo si rinchiude nell’autorealizzazione – rileva Frankl – quando naufraga la realizzazione del senso, quando cioè non è più in grado di trovare un significato che valga la pena di realizzare”.

In cosa consiste allora il vero successo? Nel fare bene il proprio compito senza preoccuparsi dello share; nel vivere andando oltre se stessi guardando al prossimo; nell’imparare a stare dinanzi alla realtà anche quando è ostica e dura, soprattutto nella sofferenza che tanto angoscia l’uomo contemporaneo proprio perché la vive nell’attesa che passi ma senza conferirle un senso e un significato. Che da tale atteggiamento ne derivi poi il successo o anche uno soltanto dei fattori della triade celebrità-potere-denaro deve essere un effetto, ma non può esserne lo scopo primario ed esclusivo di un’azione. Infine poiché ogni fatto è gravido di senso, si può vivere paradossalmente un ‘successo’ anche nell’insuccesso, perché niente accade a caso o naufraga nel nulla, ma tutto concorre al bene di coloro che amano di Dio (Rm 8, 28), anche in un campo di concentramento, come testimonia l’esperienza umana tragica ma feconda dello stesso Viktor Frankl.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

 

 

La realtà secondo i media, tra propaganda e manipolazione

I media informano o fanno propaganda? A questa domanda risponde attraverso un’accurata e acuta analisi della macchina della manipolazione mediatica l’ultimo saggio di Giuliano Guzzo, firma nota ai lettori de Il Timone, dal titolo: Propagande. Segreti e peccati dei mass media (La Vela, pp. 203). “Le notizie non vanno solo apprese. Sarebbe troppo semplice. Vanno anche esaminate”; perché “la verità esiste e, nonostante tutto, resiste. Ma non deve mai essere data per scontata”. È questo anelito al vero, a smascherare ogni forma di menzogna spacciata per verità, a muovere l’indagine di Guzzo soprattutto su temi bioetici.

Edward Bernays, uno degli spin doctor che compare nel novero dei 100 uomini più influenti del XX secolo secondo la rivista Life, nel suo saggio Propaganda, pubblicato nel 1928, ha riconosciuto esplicitamente che “il vero potere dominante è nelle mani di coloro che regolano i meccanismi nascosti della società, concludendo che noi siamo governati, le nostre menti vengono modellate, i nostri gusti formati, le nostre idee ispirate in gran parte da uomini di cui non abbiamo mai sentito parlare”. Non si tratta qui di aderire a teorie complottiste, ma di constatare un dato di fatto.

Per esempio, in relazione all’aborto Bernard Nathanson, il noto abortista americano poi divenuto pro-life, ha rilevato proprio l’intenzionalità manipolatoria della campagna mediatica pro-choice: “Cominciammo convincendo i mass media che quella per la liberalizzazione dell’aborto era una battaglia liberale, progressista e intellettualmente raffinata”. E così “anche se il numero delle donne morte per le conseguenze di aborto illegali si aggirava su 200-250 l’anno, indicammo ai media che era 10 mila. Questi falsi numeri penetrarono nelle coscienze degli americani, convincendo molti che era necessario eliminare la legge che proibiva l’aborto”, ha confessato lo stesso dottore. Anche in Italia si diedero i numeri: 25000 sarebbero state le donne vittima dell’aborto clandestino. Peccato però che tale cifra si sia rivelata addirittura superiore al numero totale delle donne in età feconda decedute nel 1972 che fu pari a 15116. In tempi recenti la copertura mediatica sulle principali emittenti americane della March for Life 2018, nonostante ad essa abbia partecipato anche Donald Trump, è stata di soli 2 minuti e 6 secondi; mentre all’indomani quella femminista ha avuto uno spazio tre volte maggiore, ossia ben 6 minuti e 43 secondi.

Relativamente all’eutanasia, la narrazione del ‘caso pietoso’ è piuttosto strumentale a “un’intenzione non già d’informare le persone, come sarebbe giusto, ma di generare in esse un senso di profonda pietà e indulgenza nei confronti di quanti hanno preferito porre fine alla sofferenza di una persona piuttosto che prolungarne un’esistenza dolorosa”. E così la ragione economica viene anteposta alla dignità del paziente.

Si procede con lo stesso metodo anche riguardo al tema della violenza sulle donne, sul quale si continua a insistere imputandone la colpa principale alla famiglia ‘tradizionale’. Si mistifica in questo modo ancora una volta la realtà, in quanto “la maggior parte delle violenze alle donne non si manifesta all’interno del matrimonio, anzi è vero l’opposto: la condizione coniugale è mediamente una garanzia, rispetto a tutte le altre, per la sicurezza femminile”.

Di frequente diventa legittimo anche ricorrere a palesi fake news, pur di gettare fango sulla Chiesa. Basti ricordare che “si raccontava che Benedetto XVI se ne andasse in giro con scarpe di Prada, quando esse erano in realtà un prodotto artigianale donato al Santo Padre da un artigiano novarese”. Attualmente però pare che la tecnica manipolatoria abbia cambiato il suo registro. “Da qualche tempo – sottolinea infine acutamente Guzzo – si assiste a una sorprendente mutazione genetica che, all’insistenza martellante, preferisce i giochi di parole, alla difesa di un credo la sponsorizzazione di opinioni, alla promozione di ideologie collettive quella di convinzioni individuali, ma non  per  questo meno ideologiche e meno funzionali a logiche di dominio”. Il rimedio resta dunque sempre lo stesso: vigilare e vagliare per rimanere fedeli alla realtà.

Pornodipendenza. Uscire dal tunnel è possibile

“La pornodipendenza è un’epidemia in America e in Europa. Milioni di uomini, donne e giovani ne sono affetti. La pornografia sta distruggendo la vita di singole persone, matrimoni, famiglie e carriere e, cosa più importante, sta rovinando la relazione delle persone con Dio. Nessuno è immune da questa epidemia. Sfortunatamente però solo pochi individui ne stanno parlando”. Non usa mezzi termini lo psicoterapeuta americano Peter Kleponis nell’inquadrare il problema della pornodipendenza nel suo studio Uscire dal tunnel, pubblicato recentemente da D’Ettoris Editori, che intende anche offrire i diversi rimedi per liberarsi da questa profonda ferita e così recuperare una libertà piena e integra perché capace di donarsi in maniera autentica. Gli fa eco il cardinale Gualtiero Bassetti, Presidente della CEI, nella prefazione al libro, allorquando denuncia come “tutti i sistemi mediatici di oggi inducono questa generazione verso desideri immorali di adulterio”.

Sotto il profilo clinico, la pornografia può essere definita come “qualsiasi immagine che porta una persona a usare un’altra persona per il proprio piacere (di lui o di lei). È priva di amore, intimità, relazione o responsabilità. Può causare una forte dipendenza”.

L’indagine di Kleponis rivela che “su internet la fascia più numerosa di utenti di pornografia è quella formata dagli adolescenti tra i dodici e i diciassette anni; gioca un ruolo significativo nel 56% dei divorzi; è documentato che il 20% degli uomini ammette di avere accesso a materiale pornografico al lavoro, e che per questo motivo molti perdono il lavoro; la maggior parte dei molestatori sessuali ha iniziato con la pornodipendenza; e infine, che tale dipendenza non è un fenomeno soltanto maschile ma sta crescendo tra le femmine”. D’altra parte il contesto sociale non aiuta, anzi “viviamo in una cultura pornificata, dove abbondano le immagini sessualizzate. Ce ne sono nei film, alla televisione, nella pubblicità, nelle riviste, nei cataloghi, nei videogiochi, nella musica pop, nella letteratura, nei social media e su Internet. La ragione di questa presenza è semplice: il sesso vende. Il mondo della pubblicità lo capì decenni fa. L’attenzione degli uomini è immediatamente catturata dalle immagini sessualizzate. Quando un prodotto è sessualizzato, riceve la loro attenzione”. Basti pensare che “ogni mese i siti porno ottengono più visualizzazioni di Netflix, Amazon e Twitter messi insieme e il 30% di tutti i dati trasferiti su Internet si riferiscono a pornografia (Huffington Post, 2013)”. Quando è consumata online la pornografia segue tra l’altro ‘la legge delle cinque A’, ossia è “abbordabile, accessibile, anonima, accettata, aggressiva”.

La pornografia non è un innocuo ‘intrattenimento per adulti’. Gli effetti della pornografia sulla chimica del cervello, insieme alla sua capacità di alleviare il dolore emotivo, sono ciò che la rende una sostanza che crea dipendenza (Struthers, 2009). Alla stregua di alcol e droga, si abusa principalmente di “pornografia per auto-medicare le ferite emotive profonde”, tra le quali in particolare “narcisismo, ferite legate alla propria famiglia d’origine, rifiuto dei pari, solitudine, insicurezza maschile, immagine negativa del proprio corpo, rabbia, sfiducia nei confronti delle donne, pressioni eccessive, una vita spirituale debole”. L’uso di pornografia porta inoltre gli uomini a dare minor valore alla fedeltà sessuale e maggior valore al sesso occasionale (Carroll et al., 2008). Infatti l’uso della pornografia ha portato molti giovani a non volersi impegnare nel matrimonio. Essi credono che la felicità possa derivare soltanto da incontri sessuali con molteplici partner. Ed è qui che vediamo all’opera la filosofia utilitaristica sessuale (Fitzgibbons, 2010).

Diversi studi hanno anche confermato che “quando una donna scopre che suo marito consuma pornografia si sente arrabbiata, ferita, tradita, e che per lei ha la stessa gravità di una relazione extraconiugale”. Tale dipendenza compromette dunque gravemente la fiducia nella relazione tra marito e moglie al punto che, in alcuni casi, come rileva “l’American Association of Matrimonial Attorneys, la pornografia ha un ruolo significativo nel 57% dei divorzi (Eberstadt &Layden, 2010) ed è correlata a un aumento dell’infedeltà del 318% (Stack, 2004)”. Distorcendo poi la dimensione della sessualità, la pornografia compromette la stessa intimità della coppia, anzi “la sovrastimolazione indotta dalla pornografia produce cambiamenti nel cervello che lo rendono meno sensibile al piacere fisico a contatto con una donna reale, ma ipersensibile al porno online (Wilson, 2012).

Le prime vittime della pornografia che prolifera in rete sono i bambini e naturalmente i ragazzi che assistono a “un flusso infinito di rapporti sessuali tra parti di corpi idealizzati, che ricablando il cervello dei ragazzi, che si aspettano e domandano livelli di stimolazione ed eccitazione non realistici, li plasma totalmente fuori sincronia con le relazioni amorose del mondo reale”. In questo modo i ragazzi si abituano a vedere le proprie coetanee come oggetti sessuali; le ragazze sono così ridotte a giocattoli sessuali. Di qui “il desiderio di fare ciò che sta guardando è il motivo per cui l’attività sessuale tra gli adolescenti è aumentata esponenzialmente nel corso degli anni”, conducendo anche “a un aumento dell’aggressività sessuale e delle molestie, di persona e online”.

Parafrasando Papa Giovanni Paolo II, “il problema della pornografia non è che rivela troppo della persona (esposta nell’immagine), ma che di essa rivela troppo poco. La persona nell’immagine è ridotta ai suoi organi sessuali e alle sue facoltà sessuali e viene quindi de-personalizzata” (Finn, 2007)

Vergogna, paura dello scandalo o della stessa terapia, disconoscimento della propria dipendenza sono invece tra le cause più frequenti che impediscono a sacerdoti e seminaristi di chiedere aiuto. Tuttavia bisogna avere il coraggio per farlo, in una coscienza rinnovata del fatto che “la Chiesa è un luogo d’amore e di cura per chiunque è ferito. Questo dà loro una grande speranza di recupero e le aiuta a ritornare alla Chiesa ed ai sacramenti, specialmente alla Riconciliazione e all’Eucarestia. Comprendere il grande amore che Dio ha per ogni persona con una dipendenza può aiutare a modificare la prima convinzione principale – di non essere meritevoli di amore – al fine di credere di poter essere amati”.

Lo studio di Kleponis ha anche il pregio di non limitarsi a descrivere le linee teoriche del problema della pornodipendenza in tutti i suoi aspetti, ma si preoccupa di corroborarle con la narrazione di casi concreti ed esperienze di pratica clinica. Esso mostra infine che è possibile uscire da tale dipendenza, liberandosi innanzitutto dalla convinzione di essere ‘irrecuperabili’ per poi sanare le proprie ferite interiori senza bisogno di medicarsi con la pornografia e il sesso. Insomma “la libertà è possibile, richiede tempo e impegno” ma, attraverso un adeguato percorso terapeutico e un programma di recupero dell’integrità psicofisica che favorisca la pratica delle virtù, si può ritrovare la gioia di costruire e custodire una relazione sana con se stessi, il proprio corpo e il prossimo. Dio poi non fa mancare la sua grazia ai suoi figli di cui desidera la guarigione interiore, affinché gustino la bellezza di una sessualità vissuta come dono e la pienezza della vera libertà in quanto, per dirla con Christopher West, “solo una persona che è libera dalla compulsione della lussuria, dell’afferrare e del possedere, è in grado di essere un vero ‘dono’ per l’altro”.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Giussani e il fascino originale del cristianesimo

Riproporre il cristianesimo nel suo fascino originale e nella sua profonda ragionevolezza come risposta al desiderio di felicità e pienezza dell’uomo del proprio tempo. È questo il cuore del pensiero teologico di Luigi Giussani, che è stato oggetto di un importante convegno di studi, il primo in Europa a livello internazionale, sulla figura e la vasta produzione di scritti del sacerdote ambrosiano, una tra le personalità più significative del cattolicesimo italiano e non solo del Novecento, noto soprattutto per il suo genio educativo e le realtà ecclesiali nate nel suo carisma.

Gli atti di tale convegno, che si è tenuto presso la Facoltà teologica di Lugano tra l’11 e il 13 dicembre del 2017, sono stati raccolti in un poderoso volume, Luigi Giussani. Il percorso teologico e l’apertura ecumenica, edito recentemente da Cantagalli e da Eupress FTL. In esso sono condensati i contributi di autorevoli studiosi e confratelli che ne hanno apprezzato e condiviso il carisma, tra cui Stefano Alberto, Maria Bocci, Massimo Borghesi, Francesco Braschi, Edoardo Bressan, Aleksandr Filonenko, Onorato Grassi, André-Marie Jerumanis, Sobhy Makhoul, Giulio Maspero, Paola Mazzola, John Milbank, Antonietta Moretti, René Roux, Alberto Savorana, Jacques Servai. Inoltre vi sono brevi saggi di Romeo Astorri, Michael Konrad, Marco Lamanna, Ezio Prato e Monica Scholz-Zappa, nonché una lectio magistralis del Presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, Julián Carrón.

Un coro a più voci, dunque, ciascuna delle quali evidenzia un aspetto della personalità multiforme del ‘Gius’, teologo colto e originale, autore di numerosissimi testi letti in tutto il mondo e meditati ancora oggi soprattutto tra i membri della Fraternità di Comunione e Liberazione. Al centro di essi non vi è un pensiero astratto, ma la consapevolezza che l’avvenimento cristiano sia la lente d’ingrandimento necessaria per mettere a fuoco la realtà in tutte le sue pieghe e per valorizzarne esperienze umane, religiose, intellettuali e artistiche. Un pensiero che si nutre del confronto con le più alte figure del panorama teologico del secolo scorso, tra cui de Lubac, von Balthasar, Guardini, Niebuhr, Newman, e naturalmente i papi Giovanni Paolo II e Benedetto XVI.

Don Giussani è “tra le poche voci che hanno intuito le crepe profonde apertesi nella cristianità, in un panorama in cui, apparentemente, i valori tradizionali sembravano un punto di riferimento per la maggior parte degli italiani” (Maria Bocci). Così, facendo leva sulla natura dell’uomo che “non può fare a meno di desiderare”, egli intuisce quel “Mistero che parla dal di dentro della nostra esperienza”. Il sacerdote ambrosiano sottolinea come il Logos sia un ‘fatto incarnato’, “un’evidenza che si impone alla coscienza”. In questa prospettiva credere equivale a vivere l’incontro con Gesù nella quotidianità, poiché “l’avvenimento di Cristo, che è il significato di tutto, ti fa vivere tutto in modo diverso. […] Noi scopriamo la fede come convinzione dentro il gesto, dentro la diversità del gesto che essa provoca. Questo gesto è il gesto normale: mangiare, bere, vegliare, dormire, vivere, morire”. Di qui “il lavoro culturale del cristiano nel mondo deriva dalla sua liberazione mediante la sua comunione a Cristo con Dio, vivendo secondo l’impegno di Gesù per il mondo e non semplicemente contemplando la verità di Cristo. Si tratta di essere coinvolti nell’impegno di Cristo, muovendosi nello stesso senso”. Con queste parole il professor Jerumanis evidenzia nel proprio contributo la sintonia del sacerdote di Desio con il pensiero di von Balthasar. Giussani avrebbe certamente condiviso quanto l’illustre teologo svizzero affermava, ossia che “il cristianesimo nato dalla Parola-carne deve diventare cultura: umanità in senso lato che abbraccia anche tutti campi della cultura umana”.

Relativamente alla Parola di Dio e alla sua lettura e meditazione, Giussani sostiene che “la capacita di osservare e di lasciarsi stupire dalla realtà non si applica solo alle vicende attuali, ma anche a quelle testimoniate dalle Scritture”. Di qui egli propone un’‘esegesi esperienziale’, per cui i brani evangelici che privilegia “sistematicamente sono quelli in cui il senso religioso è più manifesto ed il legame con la vita più fruttuoso” (Roux). Sul piano liturgico, Braschi ricorda invece come per il sacerdote ambrosiano la Santa Messa sia “il gesto più importante della nostra esistenza perché è il gesto della morte e resurrezione di Cristo”. Per Giussani “la vita del cristiano deve essere una messa vissuta”, nella misura in cui la celebrazione eucaristica “dovrebbe essere il paradigma, la struttura ideale, ispirativa, la forma di tutte le nostre azioni”.

Sulle sue passioni letterarie, Maspero ricorda l’incontro del Gius con Leopardi, che consente “al giovane seminarista di percepire la domanda metafisica originaria che abita il cuore del poeta, presentandolo quasi come vate della sproporzione tra la finitudine dell’essere umano e la tensione all’infinito che in modo ineludibile lo attraversa”. Tuttavia, nella sua lettera di Leopardi, Giussani evidenzia come il poeta di Recanati non si fermi alla coscienza del limite umano che si rivela costantemente nel rapporto con la realtà, ma colga la realtà come un segno, “un rinvio all’oltre”, al suo fondamento metafisico, il medesimo del proprio io. Nelle poesie di Ada Negri scorge invece che “tutto è atto d’amore”. Relativamente alla missione e sfida educativa del sacerdote di Desio, Maspero rileva come l’educazione si configuri quale “introduzione alla realtà totale come coscienza, conoscenza e amore”, poiché “conferma e svolge il cuore dell’uomo, in quanto la coscienza dell’io vive come essenziale esigenza di una totalità”.

“Il cammino al vero è un’esperienza”, sottolinea infine Julián Carrón nella lectio magistralis che chiude il volume. Egli ripercorre le tappe del cammino esistenziale del fondatore di CL alla riscoperta della fede come “pertinenza alle esigenze della vita” e quale “avvenimento di Dio che si è fatto carne e permane nella storia come avvenimento, la cui forma incontrabile è quella compagnia umana che si chiama Chiesa”. D’altra parte, se così non fosse, ossia se “Cristo non si rendesse ‘contemporaneo’ a noi attraverso l’incontro con una umanità raggiunta e cambiata da Lui, il Suo ricordo non sarebbe in grado di muovere il nostro io, non inciderebbe sul nostro presente, non avrebbe la forza di compiere l’attesa sterminata del cuore”. Vivere l’eredità ricevuta nel solco del carisma di don Giussani significa allora, per il suo successore alla guida del Movimento, “testimoniare una fede che possa essere reperta e trovata nell’esperienza presente, confermata da essa, utile a rispondere alle sue esigenze”, perché è la sola “in grado di resistere in un mondo dove tutto, tutto, diceva e dice l’opposto”.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

La fede, una risorsa preziosa anche per lo psicoterapeuta

“All’inizio, il rapporto tra psicologia e religione è stato caratterizzato da una reciproca diffidenza che, probabilmente trova le sue origini nelle ipotesi di Freud, il padre della psicologia moderna, che considerò la religione come un’esperienza nevrotica, al più un’illusione, che aveva il ruolo di placare l’angoscia esistenziale dell’uomo”. Di diverso avviso furono invece i suoi successori, decisamente più propensi a valorizzare il contributo positivo della religione alla maturazione umana. Allo stesso modo lo psicologo e psicoterapeuta Domenico Bellantoni, docente invitato di Psicologia della religione presso l’Università Salesiana di Roma, sviluppa la propria indagine fenomenologica ad orientamento analitico-esistenziale nel solco della riflessione dello psichiatra viennese Viktor Frank e delle sue applicazioni cliniche ed educative.

Così, nel considerare il legame esistente tra psicologia ed esperienza religiosa – nel suo recente volume Religione, spiritualità e senso della vita (Franco Angeli 2019, pp. 274) – Bellantoni si sofferma sulla dimensione trascendente quale fattore di promozione dell’umano, evidenziando come la fede possa costituire una risorsa preziosa fondamentale anche nel lavoro terapeutico.

Se da un lato certamente “l’immaturità della religione nevrotica” riscontrata da Freud in alcuni suoi pazienti “non può essere estesa all’intera fenomenologia del fatto religioso”; dall’altro però è necessario interrogarsi su quale ruolo possa ricoprire la fede in una società relativista e nichilista, tanto più se si considera che “il nichilista dice a se stesso che non è affatto necessario prendere in pugno la propria vita, dominare il destino, perché la vita in fondo non ha alcun senso” (Frankl). Infatti oggi si assiste impotenti a un dilagante riduzionismo antropologico che considera l’uomo a una dimensione, sia essa biologica, psicologica o sociologica, ma pur sempre esclusivamente orizzontale, per cui c’è chi si ripiega nel fatalismo, ossia si lascia determinare dagli eventi e dalle circostanze che gli capitano; chi preferisce un conformismo prono al ‘politicamente corretto’; chi è razionalista e confida nel progresso costante della tecnologia; chi è scientista, per cui ripone tutta la propria fiducia in una scienza priva di limiti, la quale “gli toglie l’ultimo residuo di quel sentimento di significanza che può ancora essergli rimasto”, per dirla sempre con lo psichiatra viennese.

Al contrario, per Frankl, l’uomo è uno “scopritore di significati che esistono indipendentemente da lui” e si autorealizza, ossia può trascendere se stesso soltanto “orientandosi a qualcosa fuori di sé, come un valore, un compito, una persona d’amare”. Se il segreto di una vita felice consiste nella capacità di trascendere se stessi amando, allora occorre innanzitutto evitare il rischio di ricercarlo “nell’emozionalità, in una sorta di attivazione fisiologica che contribuirebbe al ‘sentirsi vivi’”. Lo scopo della vita non può evidentemente coincidere con un imperativo attualmente imperante soprattutto tra i più giovani come “Godi il più possibile!”, poiché assecondarlo è soltanto un’illusione e un triste inganno. Infatti “quanto più si cerca di ghermire il piacere, tanto meno lo si ottiene. Ciò è dovuto al fatto che il piacere non è mai lo scopo degli sforzi umani – afferma ancora Frankl –, ma è, e deve restare, un effetto, l’effetto collaterale dello scopo raggiunto”.

Relativamente al legame tra religione e psicologia, pur perseguendo finalità differenti – la prima la salvezza dell’uomo la seconda il benessere dell’anima – costituiscono entrambe “un fattore importante di resilienza e di crescita post-traumatica”. Lo conferma “un recentissimo studio, condotto su di una popolazione di soggetti anziani, che ha evidenziato come la pratica religiosa sia correlata a un più alto livello di resilienza nel fronteggiamento di disagi, avversità e persino eventi traumatici, minore depressione e anche migliori capacità di reintegrazione in riferimento a vissuti traumatici”, nella misura in cui “rimandando a un vissuto profondo, la fede rappresenta qualcosa di unificante ed armonizzante l’intera esistenza, che proprio da tale atteggiamento acquista senso, inteso come orientamento nella vita, e significato, come valore assegnato ad essa e, in essa, ai vari accadimenti”. Credere in Dio nel significato autentico comporta in realtà “l’essere fedeli a Dio e coerenti con il senso ‘scoperto’ come vero, buono e giusto per la propria esistenza nelle continue risposte agli appelli della vita, nei suoi innumerevoli eventi”.

Ma come accogliere e sostenere il senso religioso del paziente durante il setting terapeutico, nell’esigenza di tenere distinte la funzione dello psicoterapeuta e la missione del sacerdote? Innanzitutto occorre considerare che “la religione non è mai una polizza di assicurazione per una vita tranquilla, per una libertà da conflitti, per un obiettivo psicoigienico. La religione dà all’uomo molto di più della psicoterapia, e nello stesso tempo gli chiede anche molto di più”. A sostenerlo è ancora una volta Frankl, lo psichiatra viennese che per le sue origini ebraiche visse anche la prigionia in ben quattro campi di sterminio. Sulla sua scia Bellantoni mostra, riprendendo alcuni stralci di colloqui svolti durante il lavoro terapeutico, come si possa far leva proficuamente sulla coerenza del paziente rispetto alle esigenze proprie della fede che confessa di professare. In questa prospettiva analitica anche il racconto dei sogni può divenire un elemento rivelatore significativo della maturità della condotta religiosa del paziente, nella misura in cui è espressione della sua capacità “di vivere nella continuità e nella reciproca implicanza l’esperienzaquotidiana e l’esperienza trascendente”.

La lettura del volume di Bellantoni, che dedica un capitolo anche al ruolo del testo sacro come risorsa educativa e di autoformazione, può dunque risultare particolarmente utile a quanti sono impegnati nella cura della persona in ambito educativo, formativo, consulenziale, pastorale, accademico e clinico.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Come si trasforma la mente di un lettore nativo digitale

Nel recente volume Lettore, vieni a casa (Vita e Pensiero, 2018), Maryanne Wolf – neuroscienziata cognitivista e docente all’University of California di Los Angeles – indaga i rischi cui va incontro il cervello umano che legge in un mondo digitale. A pagare il prezzo più alto di una lettura limitata a smartphone e tablet sono i nativi digitali, diseducati a una lettura profonda e a un’indagine acuta e critica della realtà

Leggere meno e distrattamente in un mondo digitale è un problema di non poco conto, se ciò comporta anche avere a disposizione meno parole per raccontare se stessi e il proprio mondo interiore. D’altra parte la lettura su tablet e smartphone è troppo spesso legata a un veloce scroll sul proprio dispositivo o alla durata di una corsa in metro da casa a scuola o al lavoro, e ciò naturalmente a discapito della qualità dell’attenzione al testo che si sta leggendo.

Come si modifica dunque il cervello che legge in un mondo digitale e, soprattutto, quali ricadute sociali porta con sé tale trasformazione? A queste domande di grande e scottante attualità risponde nel suo recente volume Lettore, vieni a casa (Vita e Pensiero, 2018), Maryanne Wolf. “La questione non è ciò che i libri diventeranno in un mondo di lettura elettronica. La questione è che ne sarà dei lettori che eravamo”. Il cervello umano è assimilabile con una metafora, secondo l’autrice, a un grande Circuit du Soleil, in cui ogni parola letta sollecita migliaia e migliaia di circuiti neuronali, coinvolgendo non solo le sfere del linguaggio, della cognizione e della visione, ma anche quelle legate all’area motoria e affettiva. Nell’esperienza della lettura è possibile infatti vivere quello che Proust definiva “il miracolo fecondo d’una comunicazione in seno alla solitudine”, nella misura in cui è possibile sentire le emozioni altrui senza muoversi dalla propria stanza, mediante un’esperienza di empatia profonda e sicuramente arricchente. In realtà quando siamo assorti nella lettura “per un momento abbandoniamo noi stessi, e quando ritorniamo, magari arricchiti e rafforzati, ci troviamo cambiati emotivamente e intellettualmente”. Per vivere tale esperienza è però necessaria una buona dose di pazienza cognitiva, che consente di immergerci nei mondi creati dai libri e nella vita e nei sentimenti degli ‘amici’ che li abitano”.

Tale pazienza di leggere con cura e in profondità i libri e la stessa realtà che ci circonda sembra però drammaticamente venir meno nella società attuale, in un’era del digitale in cui ci stiamo trasformando da un gruppo di lettori esperti con piattaforme interiori di conoscenze uniche e personali, in un gruppo di lettori esperti sempre più dipendenti da server esterni di conoscenze sempre più simili”. Il rischio, cui sono esposti soprattutto i più giovani lettori digitali, è dunque quello di ridursi a “consumatori passivi di informazioni”, privati della capacità di analizzare in maniera critica la realtà. Se la riflessione e l’analisi richiedono tempo e concentrazione, a farla da padroni su smartphone e tablet sono invece lo skimming (lettura superficiale), lo skipping (salto di parti di testo) e il browsing (scorrimento veloce), ovvero una lettura a o a zig zag. In questo modo il cervello si abitua a processare sempre più velocemente le informazioni che legge senza soffermarsi troppo su di esse, con una ‘mente da cavalletta’ (Papert), e ciò va a inficiare conseguentemente anche “il modo in cui le cose vengono scritte”.

Infatti, se la lettura di un libro cartaceo ammette più facilmente la possibilità di tornare a rileggere un determinato brano, sullo schermo “non si guarda mai indietro” (Jackson). Per questo motivo è opportuno educare sin dalla più  tenera età i bambini alle “tre vite del buon lettore”.

“La ‘prima vita’ è quella che raccoglie informazioni e acquisisce conoscenza. Noi siamo immersi in questo tipo di vita”. La ‘seconda vita’ consente di volare in alto con la fantasia e l’immaginazione, “di immergersi nei racconti della vita degli altri o in resoconti su misteriosi pianeti extrasolari appena scoperti o ancora in poesie che ci tolgono il respiro”. La ‘terza vita’, che è la “vita di riflessione”, costituisce “l’apice della lettura”, nella misura in cui consente anche di “guardarci intorno in modo più consapevole attraverso la lente dei pensieri degli altri”. Queste tre differenti modalità di lettura attestano che la semplice informazione non basta perché non è conoscenza, così come la conoscenza non è saggezza. Di qui la preoccupazione maggiore della neuroscienziata è rivolta soprattutto ai più giovani, i quali “facendo eccessivo affidamento a fonti esterne d’informazioni, non riescano a rendersi conto di ciò che non sanno”, ma non risparmia nemmeno il mondo degli adulti che “non si rendono conto dell’insidioso restringersi del proprio pensiero, dell’impercettibile abbassarsi della propria attenzione per le questioni complesse, dell’insospettato ridursi della propria capacità di scrivere, leggere o pensare oltre 140 caratteri”.

Esiste allora un solo rimedio per giovani e meno giovani: riscoprire che “i libri sono la nostra casa – oggetti reali, fisici, che si possono amare e di cui avere cura” (Michael Dirda), nella consapevolezza che “il cervello che legge in profondità è sia una realtà di tessuti e ossa cerebrali sia una metafora per l’espansione continua dell’intelligenza e delle virtù umane”.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

“Elogio della sete”, la sete di Dio e il desiderio dell’uomo

“L’acqua la insegna la sete”, scriveva Emily Dickinson. Entrare in contatto con la propria sete, ossia con la natura profonda del proprio desiderio di felicità, di verità e di bene non è facile, per cui si preferisce spesso evitare di farlo, riducendosi alla “fiction di se stessi” e, nella peggiore delle ipotesi, alla morte della propria vita spirituale. Ma “che cosa insegna la nostra sete? Quale fonte essa illumina? Facciamo della nostra sete una scuola di vera conoscenza, nostra e di Dio? Oppure accettiamo di vivere in penuria di acqua, tentando di mascherare una sete cui non prestiamo ascolto?”

A queste domande prova a rispondere il libro di José Tolentino Mendonça, teologo e poeta, vice rettore dell’Università Cattolica di Lisbona, Elogio della sete(Vita e Pensiero, 2018), che raccoglie le sue meditazioni tenute durante gli esercizi spirituali della scorsa Quaresima per Papa Francesco e  la Curia romana.

Spesso si ha paura di riconoscere la propria secchezza e dunque la propria sete, anzi talvolta dinanzi alla vulnerabilità estrema, quando si è schiacciati dai propri limiti, la sete può diventare anche fonte di aggressività nei confronti del prossimo. Ripercorrendo le pagine della Scrittura fino all’ultima espressione pronunciata da Gesù nel libro dell’Apocalisse: “Chi ha sete venga a me” (Ap 22, 17), Mendonça sottolinea che il desiderio è “una tensione, una ferita sempre aperta, un’aspirazione che ci trascende”, che nessuno oggetto può mai soddisfare pienamente. Esso non deve perciò essere confuso col bisogno, che invece si colma con la soddisfazione di una necessità. Pertanto “l’infinito del desiderio è desiderio di infinito”. Se il desiderio autentico aiuta a trascendere il proprio io, cedendo spazio all’altro e liberando dalla tirannia del proprio egoismo, i nemici peggiori del desiderio sono allora accidia e indifferenza, i quali provocano “una devitalizzazione interiore” che si traduce in una “mancanza di presenza e di interesse” per ogni accadimento o persona.

“Chi si ritiene sazio o poco interessato ad accettare uno svuotamento di sé, spegne il proprio desiderio”. In una società che ha nevrotizzato tutte le forme del desiderio, la sete si lega di frequente “a oggetti finiti”, a “idoli, innalzati al posto dell’assoluto”. Il desiderio diventa così una trappola ingannatrice, per parafrasare Simone Weil.

Il desiderio autentico del cuore umano è piuttosto “una sete diversa: è il desiderio di essere amato, guardato, curato, desiderato e riconosciuto”. Per questo motivo alla sete dell’uomo di verità e pienezza di vita viene incontro la sete dell’uomo da parte di Dio che da sempre precede ed eccede ogni desiderio umano e si fa carne nel suo Figlio. In particolare, nell’incontro con la Samaritana, “Gesù chiede da bere, ma è Lui che darà da bere”. Cristo è l’acqua viva, eppure ha sete di dissetare la sete dell’uomo, come testimoniano le sue parole sulla croce “Ho sete” (Gv 19, 28): “la sete è così il sigillo del compimento della sua opera e, allo stesso tempo, del desiderio ardente di fare dono dello Spirito, vera acqua viva capace di dissetare radicalmente la sete del cuore umano”.

Questa sete d’amore di Cristo effusa nello Spirito Santo costituisce la fonte della stessa sete dell’uomo, ossia della sua capacità di desiderare e possibilità di amare ed è seme di vita piena e promessa di gioia vera. Ne era ben consapevole Madre Teresa di Calcutta che in proposito conferma: “A meno che voi non sentiate nel profondo di voi stessi che Gesù ha sete di voi, non potrete cominciare a capire ciò che lui vuole essere per voi e voi per lui”.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Lewis, oltre a Narnia c’è l’apologeta

Il cristianesimo di Clive Staples Lewis non è soltanto quello che traspare sotto il velo dell’allegoria nel suo straordinario romanzo fantasy Le Cronache di Narnia. I grandi temi della fede cristiana, in particolare la bontà e l’onnipotenza divina, la caduta dell’uomo, il peccato e le sue conseguenze,  e in specie il dolore umano e la morte, sono infatti affrontati dall’autore inglese in una serie di saggi contenuti in The Problem of Pain e pubblicati nel 1940.

Nella prefazione a Il problema della sofferenza (Morcelliana, 2017) egli scrive: “Se qualche parte di questo libro fosse ‘originale’, nel senso di lontano dall’ortodossia, questo è contro la mia volontà e risultato puramente della mia ignoranza”, manifestando così la propria vocazione intellettuale di vero apologeta. Docente a Oxford dal 1925, collega e amico di Tolkien, Lewis passò dall’intuizione ideale dell’esistenza di Dio alla consapevolezza della sua presenza nella vita quotidiana e, di qui, dall’anglicanesimo a una fede cattolica vissuta come esperienza e incontro con Cristo. Allo stesso modo, quanto egli teorizzò ne Il problema della sofferenza confluì nell’esperienza personale del dolore che visse in seguito alla morte della moglie e che raccontò in Diario di un dolore.

Riguardo al tema dell’amore e dell’onnipotenza del Creatore, egli afferma che “la bontà divina differisce dalla nostra non come il nero dal bianco, ma come differisce dal cerchio perfetto la prima ruota disegnata da un bambino”, per cui il compito della creatura è quello di rispondere generosamente a tale chiamata all’amore del suo Creatore. “La nostra più nobile e più alta iniziativa dev’essere risposta, non iniziativa – scrive Lewis – poiché la nostra possibilità di amare è un suo dono e la nostra libertà, una libertà di rispondere meglio o peggio”. A tal proposito, con una chiarezza disarmante e senza mezzi termini, egli precisa, ancora in ossequio alla dottrina cristiana, che “quando vogliamo essere qualcosa di diverso da quel che Iddio vuole che siamo, noi vogliamo ciò che in realtà non potrà renderci felici”.

Relativamente al tema del dolore, egli lo definisce come “il rude gusto della realtà che non è fatta né da noi, né per noi, ma che ci colpisce in faccia”. Il dolore può essere però talvolta anche “il tocco del Maestro”, ovvero una spia intelligente che evita che “possiamo riposare soddisfatti sui nostri peccati e sulle nostre stupidità”. Infatti “il dolore insiste per essere ascoltato. Dio si fa dolcemente sentire nei nostri piaceri, parla alla coscienza, ma nel dolore colpisce; è il suo portavoce per svegliare il mondo sordo”. In tal senso la sofferenza risulta allora come un’arma a doppio taglio, e l’autore de Le Cronache di Narnia ne è ben consapevole, in quanto se da un lato può portare anche “alla ribellione finale e impenitente”; dall’altro, decisamente auspicabile, “è l’unica possibilità di correzione per il cattivo”, perché “rimuove il velo, innalza la bandiera della verità sulla fortezza dell’anima ribelle”.

Riguardo alla meta ultima delle anime e ai novissimi, l’autore inglese evidenzia che se per i dannati “le porte dell’inferno sono chiuse dal di dentro”, poiché costoro sono “schiavi di loro stessi”, al contrario i beati “se si sono sottomessi per sempre all’obbedienza, diventano nell’eternità sempre più liberi”. Il premio che attende le anime fedeli è infatti il paradiso, in cui Dio si dona eternamente alle sue creature e dove ciascuno in una comunione perfetta d’amore e di pace è libero di esclamare con gioia: “Finalmente, questo è proprio ciò per cui sono stato creato”.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana