Le radici della modernità, così l’Europa è divenuta atea

Come si è passati dalla Cristianità alla modernità; dalla Christianitas medievale all’Europa contemporanea laicista? Questa domanda è al centro de Le radici della modernità (2021, pp. 184), una raccolta di saggi del filosofo giusnaturalista spagnolo Francisco Elías de Tejada tradotta in italiano per Solfanelli e con una preziosa introduzione del professor Giovanni Turco.

Tale passaggio è contraddistinto da tre tappe peculiari, differenti sì sul piano storico, ma sostanzialmente affini su quello ideologico. L’avvento del Protestantesimo, l’imporsi del Giacobinismo e della Rivoluzione francese, la nascita del Marxismo segnano infatti tre svolte epocali e, nello stesso tempo, sono però anche il frutto di un unico processo rivoluzionario che ha comportato il passaggio traumatico dalla Cristianità alla modernità, in forza del quale «la democrazia equalizzatrice ha sostituito l’ordinamento gerarchico dei valori».

Procedendo su questa scia, secondo le parole profetiche del filosofo giusnaturalista, «l’Europa verso cui stiamo andando è marxista, perché ciò che conta è l’economia, essendo indifferente la fede in Dio o la giustizia tra gli uomini; ecco perché inizia con il Mercato Comune, con il mercato dei cambi e degli scambi. È atea, perché i popoli che la formano, pur essendo tutti cristiani, hanno deliberatamente eliminato Cristo dalla vita sociale, dal momento in cui hanno anteposto la professione di fede nella libertà dell’uomo alla professione di fede negli insegnamenti del Redentore, ponendo il divino sotto l’umano, la Verità di Cristo sotto la libertà degli uomini, il teocentrismo sotto l’antropocentrismo, le certezze del Vangelo sotto le opinioni degli individui».

Al contrario la Cristianità è una fede militante «che smuove perché commuove; nacque dalla passione posta al servizio di Dio». Perciò «la civiltà della tradizione cristiana – come scrive Turco rileggendo de Tejada – ha il senso vivo della libertà, nella concretezza di consuetudini e di diritti, nella connessione delle finalità, onde il bene è misura e contenuto della libertà. La Cristianità reca in sé la tensione verso l’unione sulla base di fattori essenziali: religiosi, intellettuali, morali. Essa è unitiva senza essere unitaria, universalistica piuttosto che mondialistica». È il riflesso della civitas Dei di agostiniana memoria e si estende da Carlo Magno a Carlo V, abbracciando anche figure di sovrani ispanici tra i quali in particolare Filippo II e Carlo II. Tuttavia, sul piano storico, l’offuscamento del prestigio del papato e dell’autorità imperiale, le lotte intestine tra i due poteri e la caduta del papato nelle mani dei re di Francia hanno lentamente eroso la Cristianità, mentre soggettivismo e antropocentrismo l’hanno traghettata progressivamente, attraverso un costante processo di secolarizzazione, verso la sua negazione, ossia l’Europa moderna nata «dal capitalismo liberale destinato a creare ricchezza e dall’egualitarismo socialista finalizzato a distribuirla secondo i canoni di quell’idea di ‘giustizia sociale’ tanto stupida fin dal superfluo aggettivo, come se esistesse una giustizia che non fosse sociale per propria stessa essenza!». Un’Europa che ha come ‘padri’ Lutero in ambito religioso, Hobbes in ambito giuridico, Bodin in ambito politico, Machiavelli in ambito etico, il quale fa coincidere la virtù con la scaltrezza necessaria a conservare il potere. E in effetti con la visione protestantica si passa sostanzialmente dal primato di Dio a quello dell’uomo.

Secondo l’analisi tejadiana, le radici del giacobinismo sono rinvenibili nella teorizzazione della volontà generale di Rousseau da intendersi non quale volontà di tutti bensì come volontà del tutto, cioè di uno Stato che si identifica con la ‘minoranza illuminata’ di un popolo, la quale si arroga il diritto di rappresentare anche la maggioranza, incapace di esprimere ciò che sia conveniente per se stessa. Insomma gli unici virtuosi che possono comandare sono soltanto i giacobini. In tale prospettiva il filosofo ginevrino si rivela come «il profeta democratico che annuncia l’avvento del messia Robespierre». E in effetti «i giacobini non governano né per la Francia, né per il popolo francese. Hanno diritto a tutto; i non giacobini non hanno altro diritto che quello di morire sulla ghigliottina. I giacobini saccheggiano proprietà, rubano nei templi, impongono tasse ai nemici, sequestrano la ricchezza pubblica e privata. L’impunità ufficiale per i dittatori giacobini equivale al terrore per i loro nemici. Così si uccide la libertà in nome della libertà e la tirannia dei pochi schiaccia la volontà dei più».

Elías de Tejada ritiene si sviluppi in questo modo ogni teoria egualitaria e individua un legame tra giacobinismo e marxismo sulla base di tre aspetti: «primo, la comune discendenza rousseauiana che sfocia in un sistema politico totalitario; secondo, l’identificazione quasi religiosa di una minoranza di illuminati con la classe o con il popolo, disposti a imporre le proprie idee con disprezzo della maggioranza, e terzo, la creazione di un ordine tirannico, mantenuto dalla violenza dell’oppressione forzata».

Da queste tendenza non è immune neanche l’ipertrofia dell’io tipica del razionalismo e del liberalismo moderno. La deriva totalitaria, per il giusfilosofo spagnolo, emerge nella misura in cui l’individuo è lasciato solo di fronte al potere che gli propina modelli valoriali cui uniformarsi. Egli intuisce che anche la cibernetica sia di fatto un’altra forma di «teoria totalitaria dello Stato» con il dominio dell’informatica per il controllo sociale. Se ogni rivoluzione è la «secolarizzazione della felicità e la sostituzione della rivelazione divina con un mito creato dalla ragione umana», allora c’è un giacobinismo, «religione dell’uomo che si è fatto dio», incarnato ieri come oggi «da marionette e burattinai delle logge, banchieri liberali, vescovi non credenti, marchesi comunisti, uomini d’affari che finanziano giornali socialisti, democrati della falsità».

 L’alternativa giuridica, morale e politica a ogni deriva totalitaria è allora rappresentata, per dirla con il professor Turco nel suo commento alla riflessione tejadiana, da una valorizzazione dell’ontologia e della teleologia classica improntata all’indagine speculativa di San Tommaso d’Aquino. Essa, presupposta «la naturale razionalità e politicità del soggetto umano ed il bene comune come fine obbiettivo della comunità politica, riconosce il primato della giustizia – quindi del diritto naturale classicamente inteso – come fondamento del diritto positivo che richiede la prudenza politica come criterio prossimo dell’esercizio dell’autorità».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Ritorna il Re, la Verità oltre il politicamente corretto

«Il bene non è una teoria, nessuno ce lo insegna o ce lo impone, ma l’abbiamo iscritto dentro, è una legge naturale». È questa la risposta che dà al ritornello mainstream che invita ad agire piuttosto all’insegna del «Fai un po’ come ti pare!» padre Maurizio Botta – giovane sacerdote della Parrocchia di Santa Maria in Vallicella a Roma e brillante predicatore oratoriano – nel primo dei sei ‘Passi al Mistero’ raccolti nel recente volume Ritorna il Re (Edizioni Studio Domenicano 2021, pp. 186).

E in effetti «se Dio ci ha dato dei comandamenti, è per il nostro bene, e tutte le azioni contrarie alla legge che abbiamo iscritta dentro ci fanno del male, ci tolgono gioia, voglia di vivere, pazienza, serenità. I dieci Comandamenti li abbiamo scritti dentro, ma non siamo capaci di viverli. Ed è qui che si apre il dono smisurato della grazia», prosegue padre Botta, evidenziando il ruolo decisivo della grazia divina nel rafforzare la capacità dell’uomo di compiere il bene.

Nel ‘secondo passo’ dedicato alla figura del Re, padre Botta rileva come «Gesù non è oggetto di studio, né può essere argomento di una chiacchiera da salotto, ma è una persona viva. O Gesù è questione di vita e di morte, o semplicemente non è Lui e non è nessuno». Rispetto alla fede in Cristo, il sacerdote oratoriano mette in guarda dal rischio diffuso di assumere il solo sentimento quale criterio assoluto: «Penso al cammino di fede: prima di sentire Cristo, c’è ben altro, c’è la volontà di farsi governare da Lui, per esempio, e di far abitare dal Signore la propria solitudine». Perché «la fede non è una questione di sentimenti. Ci sono momenti in cui Lui si rende sensibile ed effettivamente lo ‘senti’, ma non sono i momenti più forti. Pensiamo alle parole di Gesù per noi. Chiedere al Signore di vivere per Lui e di Lui, di essere suo non è più promettente che sentirlo?». D’altra parte, «agognare, volere Cristo Re, significa rendersi conto delle proprie debolezze e fragilità di uomo, ma chiedere a Lui di guarirle e di assumere il suo sguardo».

Relativamente al ‘terzo passo’ dedicato al tema del legame tra giustizia e misericordia, il sacerdote oratoriano ricorda innanzitutto che «quando una legge va contro il diritto naturale scritto nel cuore dell’uomo – “non schiaccerai il debole e l’innocente” –, quella norma diventa automaticamente l’esercizio di potere di una banda di briganti. Togli il diritto naturale, universale, che ti intima di non schiacciare il debole, e il diritto positivo non si fonderà da nessuna parte. Togli Dio e il suo giudizio, e cosa resta? E se non si ha il senso che si dovrà rendere conto a Dio dei nostri giorni, delle nostre ore, di come li abbiamo vissuti e di come abbiamo risposto alla nostra coscienza; se eliminiamo anche il diritto naturale e la legge scritta dentro di noi, allora non si sa veramente cosa farsene della misericordia del Signore. Il mondo non sa che farsene, la gente non passa nemmeno sotto la Porta Santa, perché, se non credi al giudizio divino e sei indifferente alla legge scritta dentro di te, allora francamente il perdono di Dio è inutile». Un cristiano autentico è invece «consapevole che con le sue uniche e misere forze umane non sarà mai capace di fare di sé un uomo giusto: potrà esserlo solo se giustificato dall’unico giusto, Gesù».

Rispetto al tema dell’eutanasia, cui dedica il ‘quarto passo’, padre Maurizio Botta argomenta che «nel diritto non esiste il reato di tentato suicidio perché non c’è separazione tra il soggetto che agisce e il bene protetto, ovvero la vita. Dire che il suicidio non è reato non equivale a sostenere che rappresenti un diritto né che esista da parte dell’ordinamento giuridico una valutazione positiva sull’atto del togliersi la vita. In questo contesto, introdurre l’eutanasia equivale a considerare il suicidio come un diritto soggettivo, consentendo e favorendo la cooperazione di altri: l’eutanasia altro non è se non il diritto di cooperare al suicidio altrui senza essere arrestati, e dunque il diritto di uccidere. Ecco, se definiamo quello del suicidio e della cooperazione altrui al proprio suicidio come un diritto umano: chi non ha capacità, volontà o possibilità di prendere questa decisione, vuol dire che non è umano? Ripeto: personalmente, a un individuo che chiedesse la mia cooperazione – e che immagino sia un non credente io chiederei solo di non rendermi complice, di non lasciarmi con un terribile senso di colpa, ma di consentirmi di fare tutto il possibile per stargli vicino, accudirlo e accompagnarlo». Insomma, domanda ancora con forza il sacerdote oratoriano, «si vuole affermare il valore della cura, dell’accudimento, della vicinanza, della prossimità nella sofferenza? Oppure si vuole sostenere e avallare la cultura dello scarto, per la quale l’autocoscienza è tutto ed è l’unico elemento fondante, come se la morte fosse un fatto privato? Uno Stato deve decidere su questo, al di là delle singole e certamente toccanti storie usate dai Radicali come cavalli di Troia emotivi». Dunque il ritornello attualmente in voga secondo cui «“la vita è mia e la decido io” è un falso principio, una clamorosa bugia esistenziale: non è così in entrata e non può esserlo in uscita». A questa ‘cultura della morte’ in particolare i cristiani sono esortati a contrapporre una «cultura della cura, dell’accudimento, del comfort care, della vicinanza al malato che muore e al malato che nasce, che si contrappone alla cultura dello scarto», nella ferma consapevolezza che «le nostre sofferenze, unite a quelle di Cristo, hanno valore redentivo, perché Cristo ha redento anche la sofferenza».

Nel quinto passo padre Botta scardina la logica del ‘politicamente corretto’. E il tema della morte ritorna, in quanto «parlare pubblicamente di morte è diventato politicamente scorretto, e ancora di più parlarne ai bambini, che invece una volta erano abituati a incontrarla e a riconoscerla come parte della vita. Il politicamente corretto non tollera l’imperfezione: l’uomo è sempre educabile, guaribile, risanabile. E, menzogna ancora più grande, l’uomo è buono per natura, nasce innocente ed è la società a corromperlo. Il mito del “Buon selvaggio” è ancora attuale e potentissimo». In tale clima culturale il credente è chiamato a «rispondere solo a Dio e alla propria coscienza, e non alle logiche della politica, della convenienza o dell’efficace in modo machiavellico».

Di contro al dogma del ‘pensiero debole’ e del relativismo contemporaneo per il quale non esiste alcuna verità assoluta, «Gesù è politicamente scorretto perché è totalmente sovrano, perché è il Kyrios, il Signore. È emancipato da cliché e stereotipi di vario tipo. Una sola cosa gli interessa compiere: la volontà di amore e offerta verso il Padre e verso di noi». Perciò, come rileva padre Giorgio Carbone nella prefazione al volume, «se avrai accettato di scommettere su Gesù – come ti chiede padre Maurizio –, che non è un folle megalomane che abusivamente pretende di essere Dio, ma che è piuttosto Dio fattosi nostra carne per amore e misericordia verso di noi, se avrai puntato tutta la tua esistenza su Gesù, allora potrai anche scoprire che è sempre Gesù il politicamente scorretto per eccellenza», ossia la Verità.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

La natura secondo le voci dei poeti

«Non credo che bastino yogurt ‘bio’ o altri cibi e bevande ‘biologici’ a farci vivere una vita davvero naturale. E nemmeno le varie mode su materiali in fibra di caucciù, ginnastica e cose del genere. La natura non è solo un bel paesaggio da conservare o energia pulita o tisane diuretiche. Accanto al proliferare di cuccioli di gatto tenerissimi che vediamo su Instagram, ci sono virus, cataclismi, flagelli che falciano miriadi di innocenti». Dunque la concezione comunemente diffusa di una Natura ‘buona’ deve conciliarsi con la consapevolezza che «il pianeta è anche un posto orrendo per un sacco di gente, e per un sacco di specie animali e vegetali».

Si snoda tra versi e narrazione, ironia e riflessioni, il saggio di Davide Rondoni Cos’è la natura? Chiedetelo ai poeti (Fazi Editore 2021, pp. 200) che indaga il tema della natura attraverso interrogativi antichi e sempre nuovi, affrontando diversi luoghi comuni senza pregiudizi anche in relazione alle sfide contemporanee. Quello di Rondoni è un taccuino di appunti, un itinerario personale nello stupore inquieto che si ridesta nell’animo di chi mira o riflette sulla Natura, sul mistero delle cose, condotto attraverso le voci di autori classici, da Lucrezio a Keats, da Leopardi a Luzi, perché i poeti «proseguono il primo atto del bambino che esce nel mondo e dell’uomo che esce dalla caverna e vede la Natura; parlano da dentro la Natura, da dentro lo ‘spazio del suo dono’».

Dopo aver osservato nella semioscurità due cervi mentre si accoppiavano, Lev Tolstoj «si chiese perché mai la vita in Natura, l’esistenza, fosse abitata da una strana necessità a proseguire, a generarsi dal proprio interno in una propulsione che pare insensata». Da questa considerazione, secondo tale aneddoto, nacque l’ispirazione per l’incipit di Anna Karenina.

Se dunque, come afferma Eraclito, «la natura ama nascondersi», i poeti l’inseguono, o almeno cercano a tentoni di carpirne il mistero. «La Natura in Dante è luogo del viaggio e co-protagonista, attraverso il suo ordine misterioso, del movimento del poeta come di ogni cammino umano». D’altra parte, «per vivere al giusto livello la ‘esperienza’ occorre sapere che la Natura non è uno scenario, né una madre trascendente, ma una co-protagonista della nostra vita. Sorella, fratello, diceva il poeta di Assisi».

Di qui l’uomo è natura e nel contempo intuizione di ciò che è al di là di essa, come ha ben compreso Leopardi, il quale ne L’infinito evidenzia come «nella comparazione tra il regno naturale (finito) e una visione del non naturale (l’infinito), l’io fa un dolce naufragio. Forse perché non sa come fare ad abitare i due territori insieme». In tal senso «il paradosso dell’io abita e osserva, per conoscerlo, il paradosso della Natura», come osserva acutamente Rondoni.

E in effetti il mistero dell’ulteriorità della natura rispetto alla sua comprensibilità da parte dell’uomo emerge nei versi di Emily Dickinson: «Natura è ciò che noi conosciamo / Ma non abbiamo arte per dirla / Così impotente la nostra saggezza / Al cospetto della sua chiarezza». Le fa eco Einstein quando afferma: «La cosa più bella della vita è il suo lato misterioso». Lo scienziato è dunque, in tal senso, come il poeta; se ne sta sulla soglia pronto a cogliere nuovi indizi che aprano scenari nuovi.

 La natura richiede perciò un atteggiamento di umiltà, che non pare essere particolarmente diffuso tra gli intellettuali del nostro tempo. Infatti «in questo recente frangente della vita sociale e politica così condizionata dalla pandemia si è avuto da un lato un atteggiamento fideistico verso la scienza e dall’altro la netta sensazione che pur assumendosi anche con un certo cipiglio da educatori del popolo le responsabilità di indirizzo politico, gli scienziati brancolassero nella nebbia, quando non addirittura attirassero il sospetto di muoversi per altri interessi che non la tanto declamata ‘salute pubblica’. Di sicuro, il mondo esce dalla pandemia con una certezza più inquieta rispetto alla scienza che ha proposto se stessa come modo unico e certo di conoscere la vita umana in modo perentorio negli ultimi tre secoli». Allo stesso modo, osserva Rondoni, «la ideologia ‘naturalistica’ che sta dominando in questi anni non fa rima con una visione più poetica della vita ma con l’economia. Basta prendere qualsiasi articolo che rivela come la nuova dottrina ‘verde’ – o chiamiamola transizione ecologica – sia una parola d’ordine che ha trovato nel business il suo primo campo di applicazione». D’altra parte attualmente «la vita del pianeta, la sua durata, e non più il ‘senso’ della vita umana, è lo scopo ideale, la nuova ideologia a cui piegare tutto».

Al contrario, «per i poeti la Natura ha uno ‘scopo’ che non è biologicamente, chimicamente o matematicamente leggibile. Essa è, per così dire, interpretabile solo in rapporto dinamico con l’uomo». Perciò al grido leopardiano alla luna «Ed io che sono?» dà risposta con la propria vita un uomo santo, don Luigi Giussani: «Io sono Tu che mi fai».

D’altra parte, come testimonia Dante, «il parlar poetico sorge come obbedienza, come ascolto di ‘amor ch’e’ ditta dentro’». Un parlar poetico che rende Rondoni consapevole di un ultimo paradosso della Natura, il più significativo, quello per il quale «le leggi della Natura e della vita non si cancellano ma fioriscono quando le traversa (e le smentisce) l’amore. Che fiorisce nei perdoni».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Il Giappone cristiano tra santi, martiri e samurai

Il Giappone è una terra di santi, martiri e samurai. Il cristianesimo comincia ad affermarsi nell’isola soltanto nel 1549 con San Francesco Saverio e i suoi missionari che, giunti nell’isola contestualmente alle navi dei commercianti portoghesi, in pochi decenni e pagando un prezzo altissimo in termini di vite umane, contribuiscono alla conversione alla fede cattolica di oltre 600.000 persone, tra le quali anche signori feudali, guerrieri e monaci buddisti. Seguono due secoli e mezzo di atroci persecuzioni che causano la morte di oltre 5.000 credenti, durante i quali si forma il popolo dei ’cristiani nascosti’, custodi in clandestinità di una fede senza sacerdoti, né chiese, né sacramenti.

La storia del Giappone cristiano è raccontata in maniera avvincente e attraverso una narrazione particolarmente documentata da Gabriele Di Comite nel  suo recente saggio Santi, martiri e samurai (La Fontana di Siloe 2021, pp. 308).

«Io mi sento animato da un tal sentimento nel cuore circa l’andata al Giappone, che non sarei per mutar pensiero, né pur quando di certo sapessi di dovermi trovar in pericoli assai maggiori. Tanta è la speranza che Iddio stesso m’ha posta in cuore di propagare la Religion Cristiana». Francesco Saverio scrive così a Ignazio di Loyola riguardo al suo zelo apostolico nel ‘Paese del Sol Levante’. Egli si muove in un contesto difficile sia per la lingua particolarmente ostica, sia per le lotte intestine tra i signori feudali (daimyō) dei diversi territori delle isole. Eppure riesce, attraverso la strada della bellezza, ossia donando un dipinto di una Madonna con Bambino a uno di costoro, a ottenere l’autorizzazione per predicare il Vangelo a Kagoshima. Di lì poi la città di Yamaguchi diventerà la sede generalizia dei gesuiti. Questo non senza essere osteggiato dai bonzi buddhisti, la cui predicazione era tanto radicata sul territorio quanto lontana dalla dottrina cattolica sul piano teologico.

Alessandro Valignano, altro missionario gesuita, constata che per convertire i giapponesi bisogna conoscere e rispettare le loro usanze, adattarsi alle abitudini locali e parlare la loro lingua. Era opportuno insomma che anche i missionari mangiassero su tavoli bassi, seduti su stuoie di tatami e avessero nelle proprie case la sala per la cerimonia del tè. Allievo di Valignano, Matteo Ricci sposa il suo metodo d’inculturazione della fede.

Accanto ai gesuiti vi sono anche diversi samurai, guerrieri che arrivano a sostituirsi all’aristocrazia nel controllo delle province per la loro forza militare, tra i quali Takayama Ukon. Egli, rinunciando ai privilegi feudali, si adopera in prima persona per la costruzione di chiese, orfanatrofi, ospedali, cimiteri e la diffusione della fede, anche attraverso la trasformazione della stanza della cerimonia zen del tè in eremo cristiano, la fondazione di scuole teologiche e del seminario di Azuchi. «Io non cerco la mia salvezza con le armi ma con la pazienza e l’umiltà, in accordo con la dottrina di Gesù Cristo che io professo», scrive in un messaggio a chi gli veniva incontro in armi, prima di salpare esule nel 1614 per l’attività missionaria nelle Filippine, alla cui comunità dona una statua della Madonna del Rosario. Soprannominato ‘Giusto Takayama’ e ‘samurai di Cristo’, è stato un vero martire della fede, riconosciuto tale dallo stesso Sant’Alfonso. È stato infatti poi beatificato nel 2017.

Verso la fine del Cinquecento giungono anche missionari francescani, domenicani e agostiniani sull’isola. Il diffondersi della fede cristiana preoccupa però i daimyō, per cui diverse ordinanze ne proibiscono il culto. Ne derivano punizioni esemplari per chi le infrange. Così San Paolo Miki e altri 25 fratelli nella fede, religiosi e laici, spagnoli, portoghesi e giapponesi sono crocifissi a Nagasaki.

Altri cristiani vengono indotti ad apostatare, costretti a calpestare immagini sacre (fumie), pena le torture più atroci, «infilzando aghi di metallo sotto le unghie» del reo o calandone il corpo in una fossa a testa in giù dove viene lasciato per giorni, fino alla crocifissione. «Con l’editto del 1641 inizia il periodo del Sakoku», ossia il Giappone diviene un Paese blindato per duecento anni e ai cristiani non resta che professare la propria fede in clandestinità, per quanto «alla scoperta di un cristiano occulto, sarebbe stato punito tutto il villaggio». Di qui, a parte il tentativo isolato di riportare il Vangelo in Giappone del sacerdote siciliano Giovanni Battista Sidoti, per due secoli il Paese rimane senza l’ombra di un sacerdote. Relativamente a tale periodo di bando del cristianesimo, la documentazione storica racconta di 5000 martiri, anche se sono stati di fatto sicuramente molte migliaia di più.

Poi il Giappone conosce l’occidentalizzazione, implementa la rete ferroviaria e il progresso tecnologico, ma vive altresì l’orrore delle due bombe atomiche. Eppure ancora una volta non mancano mirabili testimonianze di fede. I cristiani escono gradualmente dalla clandestinità; soltanto nel 1947 la Costituzione del Paese esplicita la libertà religiosa. Tra le maggiori figure di rilievo del XX secolo basti ricordare il missionario polacco Fra Zeno della Milizia dell’Immacolata di San Massimiliano Kolbe che, insieme a Satoko ‘Maria delle Formiche’, si prodiga per sottrarre gli orfani a un destino di povertà e miseria estrema tra cumuli d’immondizia.

Insomma, sebbene attualmente i cristiani in Giappone siano l’1% e i cattolici lo 0,5% (500.000, di cui solo a Nagasaki il 4,5%), il sangue dei martiri, tra i quali 42 santi e 396 beati, continua a essere seme di nuovi cristiani, «capace di rinnovare e far ardere continuamente lo zelo evangelizzatore» (Papa Francesco).

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

La Città irreale: come il pensiero occidentale è stato demolito

«Quando si aprirà una nuova voragine logica sotto di voi, sarete davvero soddisfatti perché ogni nuova offesa alla ragione e alla realtà farà trasalire il mondo, e voi gioirete di quello che solo per voi rappresenterà un piccolo intervallo di pace. George Orwell una volta scrisse che se sui giornali tutti scrivono la stessa cosa, si può essere ragionevolmente certi che quella cosa non sia vera. Orwell non ebbe la fortuna di fare esperienza di internet, il mezzo che diffonde bugie alla velocità della luce e le ramifica in milioni di varianti ogni giorno. Per quanto mi riguarda, do per scontato che se tutti dicono la stessa cosa, e quella cosa non fa parte del patrimonio universale dell’umanità, è quasi certamente falsa; e di solito è anche una bugia, nel senso di una falsità pronunciata coscientemente, o comunque una falsità così profondamente radicata nella mentalità di massa che la nostra mente la accoglie inconsapevolmente come i nostri polmoni accolgono l’aria inquinata».

È quanto scrive Anthony Esolen nel saggio La demolizione del pensiero occidentale (2021, pp. 240) appena uscito anche in Italia per l’opera meritoria di traduzione e pubblicazione a cura de Il Timone.  Si tratta di un «tour tra le macerie di una cultura che ha smarrito il senso della realtà, da una sessualità liquida alla cancel culture» e perciò si propone di rintracciare il sentiero della verità in un mondo impazzito. L’autore statunitense è attualmente professore di letteratura al Magdalen College of the Liberal Arts nel New Hampshire. Ha tradotto l’edizione Modern Library della Divina Commedia, così come l’edizione Johns Hopkins della Gerusalemme liberata di Tasso.

La ‘città irreale’, quella messa in piedi dalla società contemporanea, vacilla perché si fonda su cumuli di menzogna, continui misconoscimenti dell’ordine naturale della realtà, dell’essere delle cose: è una città che ha escluso Dio dal proprio orizzonte, le cui «mura non reggono, le cui torri si inclinano e scricchiolano, è ciò che non è». Ma «se Dio è reale, allora allontanarsi da Dio significa consacrarsi all’irrealtà, e questa è, con buona approssimazione, la definizione stessa del male. Credere in Dio, ma fingere per amore della politica, del guadagno, dell’istruzione o del matrimonio che Egli non sia reale, significa mentire a se stessi per convenienza e compromettere l’integrità di tutto ciò che di buono ci si è proposti di fare. Perché dobbiamo sempre tornare ai dati di fatto. Se Dio esiste, è difficile aspettarsi che la città che non conosce Dio conosca se stessa».

Con un argomentare stringente, il docente statunitense mette il coltello nella piaga: «Abbiamo dichiarato che restare ancora ancorati alla realtà sia una cosa da condannare». Evidenziando il legame tra cultura, tradizione e orizzonte teistico, Esolen fa notare che «non c’è cultura senza un incontro sentito con il divino. Il contrario sarebbe una contraddizione in termini. Ci sarebbero usi e costumi di massa, ma non una cultura di massa, perché l’uomo, perdendo il senso di un valore più grande di se stesso, perderebbe anche il senso della tradizione».

 «Il fatto è che non si va più a scuola per conoscere ciò che è reale», afferma Esolen in maniera critica rispetto al modo d’insegnare attuale. «Allo stesso modo – prosegue – il professore universitario che storce il naso davanti all’epopea di Gilgamesh, Esiodo, Omero, Eschilo, Sofocle, Pindaro, Platone, Aristotele, Livio, Cicerone, Virgilio, Marco Aurelio, Agostino, la Torah, i Salmi, i Vangeli e le lettere di san Paolo, in un corso scarnificato già di suo dai professori politicizzati del campus, non è troppo istruito. Quel professore è una combinazione di “poco istruito” e “super indottrinato». Al contrario un vero insegnante è umile, come «Robert Hollander, il più grande dantista degli Stati Uniti, il quale dice: “Penso di iniziare finalmente a capire la Divina Commedia”». Di qui egli fa una considerazione drammatica sulla «condizione dei giovani che frequentano le nostre scuole pubbliche e le nostre università. Si allungano per afferrarsi alla roccia, come devono, come sono stati creati per fare, e non afferrano nient’altro che aria». E in effetti, per comprendere la storia, occorre analizzare i fatti a partire dai documenti, non dai pregiudizi legati alla propria visione politica, dal momento che, secondo quanto afferma Esolen, «un impegno per la verità, quando si tratta del caos che è la storia umana, praticamente esclude atteggiamenti politici. Oppure l’atteggiamento politico esclude un impegno per la verità».

«Una delle strane caratteristiche della Città Irreale è l’ossessione simultanea per il linguaggio e un rifiuto generale di riconoscere a cosa serve il linguaggio. Una persona sana di mente comprende che prima viene la realtà e poi il linguaggio; il linguaggio è al servizio della realtà». Eppure la neolingua attuale pretende al contrario di costruire la realtà ex novo, di edificare nuovi mondi ideologici che non sono altro che castelli di parole privi di qualsiasi ancoraggio al reale. E in realtà «l’irrealtà del movimento ‘transgender’, infiammato dall’incendio selvaggio della rivoluzione sessuale in generale, dipende per la sua esistenza dalla supposizione che la realtà dipenda dalle parole, cosicché chiunque controlli il linguaggio, controlla anche l’universo». D’altra parte se l’uomo «non crede in Dio, si rivolgerà subito a qualche idolo, ceppo o pietra, se stesso, lo Stato, il sesso, qualcosa di stupido, salace o maligno come un cancro. L’uomo senza fede diventa un credulone».

Ciò genera pesanti ricadute anche in ambito etico, perché «quando si crede che il bene e il male non siano realtà oggettive da scoprire con la ragion pratica e da onorare nel costume e nel diritto, e quando, inoltre, ci si sente dispensati dalla rivelazione di Dio, che in realtà non prevale sulla ragione ma ci offre un chiarimento, dando alla nostra ragione un supporto, allora non resta altro che credere che ‘bene’ e ‘male’ siano cose soggettive, relative a chi le valuta e alla società cui egli fa riferimento». Di qui, relativamente alle questioni bioetiche e alla pratica dell’utero in affitto, Esolen afferma senza mezzi termini che in quest’ottica «l’essere umano viene valutato per la sua utilità», nella misura in cui «il bambino è o non è strumentale alla realizzazione dei miei desideri». Fortunatamente, però, «il mondo non obbedisce alle leggi dell’Irrealtà».

Insomma la battaglia dei nostri giorni è una battaglia teologica, una «rivolta contro Dio e l’ordine del mondo che Egli ha creato», per cui nel volume di Esolen non c’è solo la pars destruens, ma anche e soprattutto una cospicua pars construens con la proposta concreta di un percorso di ricostruzione per un rilancio della ‘città di Dio’. D’altra parte «in un istante, Gesù ci dona ciò che è più umilmente reale del nostro pane e del nostro vino, e più eccelso delle nostre più alte concezioni della divinità; è “l’immensità claustrata nel tuo caro ventre”, come dice John Donne della Vergine Maria, o il regno di Dio in un granello di senape. Penso a quel Santissimo Sacramento, e non c’è porzione infinitesimale dell’universo materiale che non risplenda di possibilità di gloria, e non c’è infinità di divinità che Dio non possa ospitare entro le mura della materia: un grembo, una mangiatoia, un uomo che prega nel deserto, un uomo sofferente su una croce, un corpo deposto in un sepolcro, un Salvatore risorto nella Gloria; un granello di senape, un pensiero, un impulso della volontà per trasformarsi, essere convertiti ed essere reali».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

 

Le ragioni della fede in un libro-dialogo tra zio e nipote

«Si può rifiutare Dio dopo averlo conosciuto? Oh, sì, Lucifero lo ha fatto. Allora è possibile che in Dio ci sia qualcosa di non amabile? No, certo. Il fatto è che Lucifero amava di più se stesso». Proprio perché si può amare solo ciò che si conosce, per dirla parafrasando Sant’Agostino, risulta particolarmente proficua la lettura del recente volume di Rino Cammilleri, Il cattolicesimo spiegato a mio nipote Nicola che fa il liceo. 2° round (Cantagalli 2021, pp. 360).

Nel libro il Kattolico – firma cara ai lettori de La Nuova Bussola – torna a illustrare contenuti della fede e fatti di storia del cristianesimo in dialogo con suo nipote, per soddisfarne curiosità e desiderio di verità, rispondendo con chiarezza, rigore e solide argomentazioni anche alle domande scomode. Tutto è cominciato quando Nicola, nipote dello scrittore di ‘cose cristiane’, è venuto a chiedere allo zio qualche dritta per polemizzare col suo insegnante di religione.

Relativamente all’amore degli sposi, lo zio ricorda al giovane liceale che «l’amore non è l’euforia iniziale; non viene prima, ma dopo, semmai. Dopo anni e dopo che hai deciso – sottolineai con forza l’ultima parola – di volere bene al tuo coniuge. Volere bene. Volere. È un atto della volontà, non dei ferormoni». E sul celibato dei preti, senza perdersi in disquisizioni teologiche, Cammilleri sottolinea che «un pastore che non si sposa è tutto per il suo gregge, uno con moglie deve dividere il suo tempo e la sua attenzione. E se non andasse d’accordo con la moglie? Con quale autorità potrebbe dare consigli ai penitenti coniugati? E se dovesse dividersi?». D’altra parte, aggiunge ancora nel merito, che «i supporter del matrimonio dei preti sono, curiosamente, gli stessi che sparano a palle incatenate sul ‘nepotismo’ dei papi e dei cardinali nella storia. E vorrebbero riproporlo in scala generale? È chiaro che se tieni famiglia pensi prima a questa e poi al resto».

Sul ‘nepotismo’ dei papi che pensavano prima ai propri familiari, il Kattolico rileva che «per la mentalità medievale chi faceva carriera e non beneficava la famiglia era semplicemente riprovevole, un ingrato. Oggi la pensiamo in modo diametralmente opposto. Tre secoli di rivoluzioni egalitarie hanno inculcato il sentimento se non l’idea che ogni generazione dovrebbe ripartire da zero, senza poter contare su quel che i genitori hanno costruito o accumulato. Così, se uno fa i soldi o va in qualche modo al potere e ne approfitta per sistemare i parenti tutti mugugnano. Senza riflettere sul fatto che, potendo, farebbero lo stesso».

Cammilleri argomenta al di là del ‘politicamente corretto’ anche sulle crociate, evidenziando «come in termini economici furono una rimessa continua. Ma lo sai che per equipaggiare un cavaliere la spesa era equivalente a quella di un grosso Suv odierno? Diversi nobili si rovinarono. Il re di Francia Luigi IX il Santo quasi prosciugò le casse del regno. No, il ragionamento economico è fuori questione. Solo la fede. Quelli a Nostro Signore Gesù Cristo credevano davvero e salvarsi l’anima era per loro più importante dei soldi. E della vita, dal momento che molti nel deserto ci restarono».

Riguardo al periodo rinascimentale, lo zio evidenzia al nipote che il Rinascimento fu davvero maschilista, perché recuperò i valori dell’antichità precristiana che era tale. E in effetti, è un retaggio del Cinquecento, e non medievale, il fatto che la moglie porti il cognome del marito.

Cammilleri dà risposte al giovane anche riguardo alla diffamazione di papa Pio XII, accusato di non aver denunciato a sufficienza i crimini nazisti; alla leggenda nera dell’Inquisizione, la quale in realtà di fatto «non metteva al rogo nessuno. Il rogo l’aveva inventato Diocleziano per il reato di lesa maestà (d’altra parte, il braccio secolare dipendeva dall’autorità civile). Anzi tale tribunale «ha inventato il processo moderno, con tanto di notaio verbalizzante, giuria, escussione di esperti». Sulla caccia alle streghe afferma ancora che i roghi ci son stati in specie nel Rinascimento, che rivaluta paganesimo, alchimia e magia, e principalmente «nel Nord protestante, in Germania e Svizzera, dove l’ultima strega fu bruciata addirittura nella seconda metà del Settecento. L’Inquisizione, anzi, salvò i sospettati nei suoi territori».

Relativamente alla conversione di San Martino e al celebre episodio che lo vede protagonista, quando divide il mantello con la spada per darne metà al povero, il Kattolico sottolinea che «il mantello degli ufficiali era foderato di pelliccia, e questa lui staccò per darla al mendicante. La notte, nella sua tenda, gli apparve Cristo rivestito di quella pelliccia. Cristo aveva proposto a Martino di mettersi al suo servizio. Martino, impressionato, accettò. E andò dai superiori a dire che intendeva lasciare l’esercito. Ma si era alla vigilia di una battaglia con gli Alamanni e la richiesta di Martino puzzava di vigliaccheria. Per mostrare che si sbagliavano, il giorno dello scontro Martino si mise in prima fila, ma disarmato. E, miracolo, gli Alamanni anziché attaccare mandarono ambasciatori a chiedere la pace».

Lo zio colto fornisce al nipote sempre risposte illuminanti e puntualmente contrarie alla cultura dominante su Galilei che «si spense con il nome di Gesù sulle labbra» e fu ‘esiliato’ in una villa che chiamavano “Il Gioiello”; su Bruno e Campanella; sull’evangelizzazione delle Americhe; sui convertiti al cattolicesimo nel mondo delle scienze, delle arti e di Hollywood.

 La stessa ‘chiusura delle donne in convento’ era d’obbligo per le figlie delle famiglie nobili secondo la mentalità culturale medievale quando non riuscivano a maritarle con un uomo dello stesso rango perché sarebbe stato un disonore per la famiglia. Allora si auspicava che almeno potessero far carriera nei monasteri e diventare badesse. Eppure Teresa d’Avila «trattava quasi da pari a pari con Dio»; Caterina da Siena invece «bacchettava i papi». La discriminazione delle donne è insomma tutt’altro che ecclesiale se si pensa che «alla Festa dell’Essere Supremo, divinità inventata dai giacobini, le donne furono ammesse in un settore separato, ed era la prima volta che ciò succedeva in Europa. Napoleone cementò la cosa col suo Codice civile, che diede tutto il potere sulla famiglia al marito».

 Riguardo agli eventi prodigiosi meno noti il Kattolico ricorda quando, durante la discesa napoleonica del 1796, la Madonna rivolse gli occhi agli astanti che la supplicavano nel duomo di Ancona. Napoleone ordinò di distruggere il quadro ma, dopo averlo preso tra le mani, ritirò immediatamente l’ordine, secondo quanto raccontano le cronache dell’epoca. Di lì «cento-centoventi immagini, soprattutto mariane, mossero gli occhi in quell’anno, e continuarono fino ai primi mesi del successivo. Centinaia di migliaia di testimoni, anche giacobini, protestanti, greci ortodossi, turchi». È noto poi che lo stesso Napoleone volle morire con il conforto dei sacramenti.

Relativamente alla fede islamica, lo zio fa notare altri elementi che certamente il nipote non ha trovato sui libri di scuola, tra cui l’obiettivo fondamentale di «sottomettere il mondo all’islam. Data la praticamente totale assenza di libertà, ogni spirito di intrapresa diverso dal commercio veniva di fatto soffocato nella culla, niente filosofia, niente arte, niente scienza. Da qui pirateria ai danni dei cristiani, e schiavitù come forza-lavoro. Sui territori conquistati, i sottomessi dovevano pagare la jizia, la ‘tassa di protezione’ ai padroni musulmani».

Insomma, attraverso il racconto di numerosi aneddoti storici intenzionalmente sottaciuti dal pensiero mainstream, Cammilleri offre una miriade di pillole d’apologetica e di ragioni della fede che mentre arricchiscono il lettore, lo rendono fiero di condividere la tradizione della cultura cattolica.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Raffaello e la Madonna del Velo, la bellezza di una mostra

«Una Madonna teneramente rivolta verso il Bambino Gesù mentre solleva con premurosa delicatezza un velo trasparente che ricopre il Figlio; Gesù disteso su un piccolo materasso è rivolto alla Madre e con gesto vivace distende le braccia verso di lei; San Giuseppe emerge dall’ombra e paternamente protegge il Bambino e la Madre che gli sono affidati». Con queste parole Fabio Dal Cin, Arcivescovo Delegato Pontificio di Loreto, descrive la Madonna del Velo di Raffaello, nota anche come Madonna di Loreto, sia perché probabilmente una sua riproduzione fu collocata tra il 1717 e il 1797 nella Sala del Tesoro del Santuario della Santa Casa, sia perché fotografa una scena che può essersi svolta verosimilmente proprio tra le mura della casa di Maria di Nazareth custodita nella città marchigiana.

Inaugurata lo scorso 15 luglio e visitabile fino al prossimo 17 ottobre presso il Museo Pontificio della Santa Casa, la mostra La Madonna di Loreto di Raffaello. Storia avventurosa e successo di un’opera celebra la grandezza della tavola del pittore urbinate attraverso alcune riproposizioni di artisti celebri, dato che ha avuto da subito una straordinaria fortuna con oltre un centinaio di riproduzioni. L’esposizione consente anche mediante video e contenuti multimediali immersivi un’esplorazione digitale dei particolari più reconditi delle opere in mostra, favorendone così la fruizione soprattutto da parte dei visitatori più giovani.

Certo se da un lato dispiace che manchi l’esemplare – il «quadro di Nostra Donna bellissimo» secondo l’espressione di Giorgio Vasari – il quale non viene dato in prestito temporaneo dal Museo Condé di Chantilly, dall’altro le ‘versioni’ di Raffaellino Del Colle e dei pittori di area tosco-romana o della scuola di Guido Reni, di Giorgio Ghisi, anche se poco note al grande pubblico, catturano non di meno lo sguardo ammirato e contemplativo del visitatore.

In esso è infatti raffigurata «la Natività di Iesu Cristo, dove è la Vergine che con un velo cuopre il Figliuolo, il quale è di tanta bellezza che nell’aria della testa e per tutte le membra dimostra essere vero figliuolo di Dio», secondo quanto scrive Giorgio Vasari. Esposto in Santa Maria del Popolo durante le feste solenni, «tutta Roma core a vederlo, par un jubileo, tanta zente vi va», come racconta ancora il Vasari. Secondo un’antica tradizione, al momento della crocifissione, il Cristo avrebbe indossato lo stesso velo con cui la Madre lo aveva coperto dalla nascita. D’altra parte nella Madonna del Velo con tre arcangeli di Raffaellino del Colle non c’è solo il velo; fuoriscono dalla mangiatoia del Bambino le sacre bende per la sepoltura, secondo l’iconografia classica di una culla che prefigura già il suo sepolcro.

Di fronte alla tavola del pittore urbinate era esposto in Santa Maria del Popolo anche il ritratto dello stesso Raffaello del papa guerriero Giulio II, raffigurato come un eremita con una fitta barba insolita per un pontefice.

Al di là delle diverse ‘versioni’ più o meno celebri della Madonna del Velo, nel Museo Pontificio di Loreto è possibile ammirare anche sette opere di Lorenzo Lotto, collocate secondo la stessa disposizione voluta dal pittore per il coro della Basilica. Tra queste colpisce un San Michele che scaccia Lucifero, in cui l’angelo ribelle è rappresentato con le stesse fattezze dell’arcangelo che sembra tendergli la mano, quasi in un gesto estremo di misericordia, prima che il diavolo sprofondi nell’abisso e gli spunti una coda animalesca. Nella Presentazione di Gesù al Tempio, il pittore veneto raffigura un altare con piedi umani in maniera intenzionalmente antropomorfa, a sottolineare che Cristo è vittima, sacrificio e persino altare nell’offerta di sé al Padre. E ancora, in Cristo e l’adultera, Gesù è raffigurato mentre da un lato con la mano destra mette a tacere il chiacchiericcio della folla contro la donna, e dall’altro con le dita della sinistra accenna il numero tre, quasi a ribadire che è esclusivamente la Trinità nel suo mistero d’amore a doverla un giorno giudicare. Di qui nell’Adorazione dei Magi Lotto affida al primo dei Magi prostrato con tutto il corpo ai piedi del Bambino le sue sembianze, in segno di gratitudine per essere diventato Oblato della Santa Casa.

Insomma sia i dipinti di Lotto per la loro profondità simbolico-teologica, sia le raffigurazioni della tenera Madonna del Velo invitano a guardare al di là di ciò che si vede per coglierne il significato autentico. Perciò, per dirla infine con l’Arcivescovo Delegato Pontificio Fabio Dal Cin, «si inseriscono perfettamente nello spirito del Giubileo Lauretano che ci invita a ‘volare alto’ per elevarci nell’animo, allargando le braccia, come il Bambino, per accogliere Dio e abbracciare il prossimo».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

La moneta dell’inganno, un giallo che racconta l’oggi

«L’intrigo, e in filigrana, la lotta per il controllo del mondo e la massoneria da una parte, degli uomini e delle donne di Dio dall’altra, intrecciano una storia appassionante insieme alla quale si tratteggia anche una acuta lettura della vita culturale contemporanea e insieme del momento che sta attraversando la nostra amata Chiesa». Così Costanza Miriano presenta il romanzo giallo d’esordio di Attilio Negrini, La moneta dell’inganno (Tabula fati 2021, pp. 232).

 «La bocca dello stolto è la sua rovina» (Prov 18, 7) è il contenuto della minaccia di morte anonima che don Giuseppe si vede recapitare nella sua casa canonica. Qualche giorno prima aveva tuonato dall’altare della sua parrocchia, in relazione alla missione dei pastori della Chiesa, che la «maggiore responsabilità che abbiamo è quella di dire la verità, magari con un po’ di bastone e molta carota, questo sì. Stasera avevo finito le carote». Di lì a poco giunge notizia della morte di un medico e della scomparsa di un paziente in circostanze misteriose, tutto questo dopo che un vescovo ha ritrovato sul tabernacolo di una chiesa una strana moneta. Presto don Giuseppe, la perpetua Teresa ed alcuni amici fidati si accorgono che in canonica ci sono anche delle cimici: il bersaglio è proprio il sacerdote, reo di aver pronunciato in una conferenza pubblica sul diritto di famiglia alcune tesi fedeli al magistero della Chiesa non ‘politicamente corrette’ sul tema del matrimonio per le persone omosessuali. Egli si è anche espresso pubblicamente denunciando a più riprese i poteri occulti e le strategie dei partiti progressisti e dell’alta finanza per imporre certe leggi all’Europa.

C’è poi l’impegno pastorale di un vescovo contro l’ombra nera della massoneria, una struttura talmente ramificata per cui «possono cambiare sindaci e partiti ma lui ha le chiavi della città, possono cambiare sacerdoti e vescovi ma lui ha le chiavi della Curia». Questo massone, insieme ai suoi affiliati nel mondo delle istituzioni politiche e sanitarie, ha infatti il potere di mettere in moto una macchina del fango mediatica contro un medico, che viene accusato addirittura di pedofilia, «per rovinargli la carriera, con l’intendimento di trattenerlo fino al compimento della missione per poi restituirlo alla famiglia con una reputazione distrutta e come testimone inattendibile».

L’obiettivo di tale struttura di potere è da un lato il dominio e il controllo delle masse, sfruttando anche la sperimentazione di un farmaco su cavie umane per un enorme giro d’affari; dall’altro la consacrazione al demonio di una città nella quale, in nome dell’apertura e del dialogo tra le diverse fedi, si sta per inaugurare una statua della ‘Madonna senza volto’, all’insegna del relativismo culturale e religioso. Tale inaugurazione viene celebrata quale «evento straordinario per la città e la statua sarebbe diventata il simbolo della tolleranza e dell’ecumenismo, dal momento che da cattolici non bisognerebbe sentirsi superiori perché in fondo tutte le religioni portano all’idea di un Essere Supremo che dà origine al tutto, ciò che conta non è arrivarci solo attraverso Gesù ma che ognuno deve percorrere la strada che ritiene più giusta». Acclamando «un dio che porta pace, progresso e benessere al mondo intero partendo dalla nostra città», sarebbe stato così istituzionalizzato l’indifferentismo religioso massonico.

La vicenda si snoda tra numerosi colpi di scena, mentre sullo sfondo imperversa una perenne lotta tra il bene – nel quale persevera una sparuta ‘minoranza creativa’, «un piccolo gregge considerato bigotto e superato» che però, sotto l’egida di Maria, coltiva con umiltà la propria fede e non teme di rischiare la propria vita e reputazione nella ricerca della verità per svelare la trama del nemico – e il male, rappresentato dalla «‘Nuova Chiesa’ scientista e progressista e da questo mondo che aveva deciso di eliminare Dio dalla storia e relegarlo a un mero concetto che ognuno, nel privato, poteva coniugare come meglio credeva, fermo restando che in nome della laicità dello Stato non bisognava ‘imporlo’ al popolo».

Lungo il corso delle indagini non mancano interessanti spunti di riflessione critica sul contesto socio-culturale e la situazione ecclesiale del nostro tempo, da Halloween al lassismo di certa «teologia borderline» riguardo alla sessualità umana; dalle pressioni delle lobby per i cosiddetti ‘diritti civili’ a considerazioni tutt’altro che inattuali sullo ‘sciopero generale’, per cui «non si sapeva bene chi fosse l’obiettivo, c’è sempre qualcuno che vuole scioperare contro qualcun altro, spesso senza un vero motivo, basta voler rivendicare qualcosa, basta unirsi ai colleghi di categoria per alzare un po’ la voce e far vedere che si è ancora vivi».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Tempo Barocco, la mostra sul secolo d’oro di Roma

Cupole, chiese, fontane, palazzi, piazze, sculture, oli su tela. Dalla ‘barca di Pietro’ alla Barcaccia, il Barocco è il tempo di Roma. Se c’è un ‘secolo d’oro’ che ha contributo al fulgore della Città Eterna e ne ha trasfigurato il volto è proprio il Seicento. Nell’Urbe di Papa Urbano VIII, nella Roma dei Barberini lavorano alacremente Maderno, Bernini e Borromini, operano artisti italiani e internazionali, tra i quali anche Pietro da Cortona, Valentin de Boulogne, Nicolas Poussin, Antoon Van Dyck, Domenichino, Andrea Sacchi, Guido Reni.

Articolata in cinque sezioni che si focalizzano su altrettanti aspetti della concezione del tempo nel Seicento, la mostra Tempo Barocco di Palazzo Barberini a Roma – curata da Francesca Cappelletti e Flaminia Gennari Santori, inaugurata il 15 maggio e visitabile fino al prossimo 3 ottobre – si snoda attraverso 40 opere di grandi artisti protagonisti della cultura dell’epoca, per la maggior parte vissuti a Roma nel secolo della ‘rivoluzione scientifica’.

Nella tela di Antoon Van Dyck il vecchio Crono recide le ali di Eros, Il Tempo taglia le ali all’Amore. L’uomo del Seicento vuole controllare e dominare il tempo; mentre constata da un lato la caducità e fragilità della propria esistenza terrena, dall’altro sembra non rassegnarsi all’idea che la verità sia ‘figlia del tempo’, secondo il classico adagio attribuito allo scrittore latino Aulo Gellio vissuto nel II secolo d.C. e ripreso dal filosofo Bacone agli albori della modernità. Eppure spesso Il Tempo rivela la Verità, la dis-vela, le toglie gradatamente il velo, facendola apparire in tutta la sua nudità e bellezza, come accade alla donna tratteggiata con inchiostro marrone su carta da Gian Lorenzo Bernini.

La misurazione del tempo è un tema cruciale del Seicento che da una parte evidenzia la pretesa dell’uomo di essere padrone del proprio tempo, dall’altra non può eludere l’irriducibile vacuità e vanità di tutte le cose. La consapevolezza della vanitas di ogni realtà terrena è particolarmente cara a San Filippo Neri e radicata nella sua predicazione. Di qui è possibile ammirare lungo il percorso della mostra un raffinato orologio con la Madonna Vallicelliana appartenuto proprio al ‘Pippo buono’.

Alcuni artisti si cimentano così nell’impresa di provare a rendere eterno l’effimero, muovendo da una profonda coscienza che, pur nella sua labilità, ogni realtà è positiva e buona perché creata dal Padre di ogni bene. In questa prospettiva sono da leggersi le nature morte e le suppellettili raffinate create dalla mano dell’uomo, i cristalli e l’argenteria che popolano le tele La mosca e L’orologio di Berentz.

All’uomo che non si rassegna allo scorrere inesorabile del tempo viene incontro l’Amor sacro e l’Amor profano di Guido Reni, nel quale il primo Eros è raffigurato mentre brucia faretra e frecce dell’amore volgare, segno che non bisogna lasciar spazio ad amori fugaci e ciechi che non danno sapidità e gusto alla vita, perché inseguono il piacere escludendo l’orizzonte del dono, vera essenza di ogni amore e sola forza in grado di renderlo vero e dunque eterno.

 Il barocco assume lo stile dell’azione teatrale per una resa efficace di movimenti e gesti volta a suscitare stupore e meraviglia. Di qui ne Il sacrificio di Isacco il Domenichino prova a fissare sulla tela con straordinaria maestria pittorica l’istante – ciò che per definizione ‘non sta’ nella sua sfuggevolezza – in cui l’angelo interviene a fermare il braccio di Abramo prima che stenda la spada sul capo del proprio figlio.

 A combattere e vincere il Tempo sono anche le allegorie indomite della Bellezza e della Speranza nella tela del pittore francese Simon Vouet, che campeggia nella locandina dell’esposizione quale cifra simbolica e sintetica del senso stesso della mostra: tentare di afferrare, con e dentro la via maestra della bellezza artistica, la vera natura del tempo che, per dirla con Platone, è pur sempre «immagine mobile dell’Eterno».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

I racconti del piffero, tra sorrisi e perle di saggezza

«Dio c’è, anche quando sta in silenzio» e non solo per coloro che hanno occhi per riconoscerlo, cuore vigile e mente attenta a cogliere i segni della Sua presenza nella realtà che ci circonda. È questo il leitmotiv de I racconti del piffero (Fede&Cultura 2021, pp. 159) di Rino Cammilleri che richiamano nel titolo, come una dolce melodia, la sinfonia del Padre disponibile anche on demand per quanti desiderino sintonizzarsi docilmente sulle sue frequenze.

È una raccolta di quindici brevi storie significative. C’è quella di Tobia Nicodemi, scrittore mitomane che si convince che avrebbe dovuto sparare al Papa per poter vedere un suo libro tra i bestseller con tanto di «fascetta esaltatoria». Commette quest’atto e le cose gli sembrano andare come previsto, ma «il successo genera invidia e stalker». Così, durante la presentazione di un suo libro, paga con la vita l’aver ignorato un autore desideroso di fama e successo a tutti i costi proprio come lui. In un altro racconto, invece, l’autore ironizza proprio sul fatto che i libri più venduti siano decisi a tavolino dai grandi editori prima di entrare nelle librerie e come spesso basti un bollino adesivo sulla copertina con le migliaia di copie vendute a fare di un romanzo un bestseller, a prescindere da se tale numero sia vero o falso.

Messer Jacopo degli Uguccioni è un eretico condannato al braccio secolare dell’Inquisizione, che decide di farsi preparare da un mago un elisir che gli consenta una morte apparente e un risveglio dopo cinquant’anni. Ma, anche in questo caso, le cose non vanno come l’uomo auspica che accadano perché, per grazia, la realtà è infinitamente più grande e misteriosa della sua capacità di controllarla. Così il risveglio ritarda di secoli e il protagonista viene catapultato nel contesto attuale in cui «si poteva bestemmiare anche ad alta voce per strada senza che nessuno se ne meravigliasse». Nel partecipare a un incontro pubblico sulla famigerata Inquisizione, egli finisce col tesserne un’apologia, adducendo diverse ragioni per mostrare come, al contrario della sua fama, «tale istituzione fosse mite e anche troppo misericordiosa». Eppure, quando manifesta liberamente il proprio pensiero ‘politicamente scorretto’, come accade di frequente, non constata alcuna democraticità da parte dei suoi interlocutori: «Fin lì gli era sembrato che in quel mondo si potesse parlare come si voleva, ma adesso che si era permesso di dire la sua lo si linciava». In questo racconto fanno capolino anche altri riferimenti velati ma non troppo ai temi caldi al centro del dibattito bioetico, tra cui l’eutanasia.

 Nel “Dialogo tra un venditore di caldarroste e un vacanziere” spuntano interessanti aneddoti storici, tra i quali uno relativo a «Filippo II, il quale era un devoto, devotissimo: si figuri che quando un messaggero trafelato gli comunicò la vittoria a Lepanto non volle far interrompere la messa che stava seguendo. Solo alla fine, con le lacrime agli occhi, fece intonare il solenne Te Deum. Si era anche fatto aprire una finestrella nel suo studio per seguire la messa quotidiana mentre lavorava». Qui i protagonisti discutono sul ruolo della Provvidenza divina nella storia umana, che fa piovere sui giusti e sugli ingiusti, a partire dalla propria vicenda personale nella quale riscoprire che è meglio affidarsi docilmente nelle mani di Dio e lasciare che «faccia come Gli pare», piuttosto che stare sempre a lamentarsi che le cose non vanno come si vorrebbe che vadano, pretendendo di spiegarne i motivi con ragioni umane troppo umane.

Cammilleri dissemina nei suoi racconti numerose perle di sapienza evangelica. Nel solco delle “Lettere di Berlicche” di Lewis, il diavolo custode millanta la sua capacità di rendere ogni cosa un po’ buona e un po’ cattiva, bivalente, mentre è costretto a riconoscere paradossalmente con acutezza il fine positivo che soggiace al comandamento dell’amore per il prossimo: «Ordinarvi di amare l’inamabile è, infatti, una delle tante follie di cui è pieno il Vangelo. Ma anche questa è per il vostro bene, perché è l’unica via per disinnescare la potenza distruttiva dei caratteri». In questa storia si fatica a trattenere un sorriso dinanzi alla descrizione archetipica della suocera, che lo stesso diavoletto si diverte a presentare come personificazione del male, «che snocciola fatti tanto minuti quanto remoti, rinfacciandoteli riverniciati» e, anche se le si «moltiplicano gli acciacchi, chissà perché, in lei l’unica cosa a conservare intatta la sua capacità malefica è la lingua. Essendo femmina, l’area cerebrale dell’espressione verbale è in lei, ovviamente, più sviluppata che in te. Questo, in una società egualitaria, mette te in svantaggio, svantaggio insuperabile».

 Tra gli altri racconti c’è quello di Rocco Caldani, un investigatore privato chiamato a pedinare la compagna di una lesbica per scoprire se questa la tradisca come teme e un’altra storia sul tema della violenza sessuale. «Vuoi fuggire da Dio, gettati in Lui!» è il cuore della vicenda del ciabattino Carlos che, per «vendicarsi con Dio», diventa frate. E ancora, in un racconto ambientato durante la notte di Natale, compare al cospetto della Santa Famiglia un vecchio ramingo, l’omicida Caino, il quale afferma: «Il mio pentimento non ha più lacrime da piangere, perché alla vista di quel che ho scatenato le ho versate tutte, e ora i miei occhi sono secchi come una sorgente inaridita. Solo oggi, finalmente, il mio peccato è stato cancellato dal libro della morte. Adesso finalmente posso andare al riposo eterno. Sono così stanco».

I racconti di Cammilleri si leggono piacevolmente e sono ricchi di spunti di carattere storico e spirituale, di incursioni critiche sul contesto culturale attuale per cui, per dirla con una battuta (e spero non me ne voglia l’autore), son tutto fuorché ‘racconti del piffero’!

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana