Dante, il Poeta che consolò anche nei lager

Ogni storia è storia di salvezza. Il lavoro del narratore, secondo la scrittrice cattolica Flannery O’ Connor, consiste proprio nel «descrivere l’opera della grazia in un territorio per lo più occupato dal diavolo». Lo ricorda Andrea Monda nella sua prefazione al volume del poeta e scrittore Nicola Bultrini, Con Dante in esilio (Ares 2020, pp.175), che mostra come siano in tanti, da Omero a Guareschi, tra artisti, romanzieri e poeti, a raccontare con parole o immagini ‘l’inferno’, ossia un’esperienza di dolore e catarsi, nella speranza di venirne fuori vivi.

Il viaggio dell’autore comincia nello Stalag VII A di Moosburg, a nordest di Monaco, in un campo di concentramento in cui è stato imprigionato suo nonno per due anni, per poi far tappa sul fronte del Carso dove il Capitano Giuseppe Reina scrive un romanzo/diario prendendone in prestito il titolo da un verso del V canto dell’Inferno: Noi che tignemmo il mondo di sanguigno. «Ovunque si combatte – scrive Reina – si sanguina e si muore sono uomini. Da tutto il sangue germinerà un’umanità rinnovata, perché avrà conosciuto compiutamente il dolore, la passione e la morte». Parole drammatiche sì, ma dense di speranza.

Al contrario il filosofo Adorno ha affermato che scrivere una poesia dopo Auschwitz sarebbe un atto di barbarie, quasi che l’arte non può che tradire la memoria del dolore vissuto nell’orrore dei lager. Eppure nell’impermeabile del poeta ungherese Miklos Radnoti, prigioniero nei campi di concentramento ungherese e morto a 35 anni, è stato trovato un taccuino con una poesia scritta per l’amico violinista trucidato poco prima di lui.

Sono dello stesso avviso Paul Celan e Primo Levi, ritenendo che la scrittura e la poesia fosse possibile dentro e fuori il lager proprio per «sottrarlo all’indicibilità». Lo ribadisce il poeta Davide Rondoni: «Tutta la sapienza vale qualcosa di più di niente solo se porta ad avere una posizione di fronte al dolore. Toccando il limite, nell’entusiasmo o nella paura, nasce l’opera d’arte».

L’arte dischiude all’anima lo splendore della verità. Lo testimonia tra gli internati Peter Gregor Schwake, che compone a Dachau varie opere musicali religiose, tra cui la Messa di Dachau per coro maschile e ottoni, che fu suonata per la prima volta nel settembre del 1944.

Anche Giovanni Guareschi è stato fatto prigioniero dai tedeschi nel 1943 ad Alessandria perché si rifiutò di disconoscere l’autorità del re e lì «rimase vivo anche nella parte interna. Guareschi è stato il curatore della ‘pagina’ umoristica di una straordinaria esperienza: quella del ‘giornale parlato’, secondo un modello in uso in diversi campi. Si trattava di giornali che venivano recitati, non potendo ovviamente essere stampati, tra i gruppi di prigionieri».

«Non abbiamo vissuto come i bruti», scrive Guareschi nel suo Diario sulla scia del verso dantesco. E lo commenta così: «Non ci siamo rinchiusi nel nostro egoismo. La fame, la sporcizia, il freddo, le malattie, la disperata nostalgia delle nostre mamme e dei nostri figli, il cupo dolore per l’infelicità della nostra terra non ci hanno sconfitti. Non abbiamo dimenticato mai di essere uomini civili, uomini con un passato e un avvenire. Con niente ricostruiamo la nostra civiltà».

Da lui e da altri testimoni scopriamo che nei lager si discuteva di letteratura e sorse addirittura una sorta di università, dove docenti e persone comuni si incontravano anche per la lectura Dantis dei canti della Commedia «per iniettare nell’aria limacciosa del lager l’ossigeno che permetta il sopravvivere dello spirito», come testimonia ancora l’ideatore di Don Camillo.

Tra le esperienze che i prigionieri ritrovano tra le pagine della Commedia vi sono «il viaggio, la costrizione, la privazione della libertà, la fatica fisica e mentale, la fame, la paura, la debolezza, e via dicendo, tutti elementi quotidianamente vissuti dagli internati. Anche la struttura del campo, la sua organizzazione, le sue vicende quotidiane, erano ampiamente riferibili alle situazioni descritte da Dante: i gironi infernali potevano ricondurre facilmente alle varie zone del campo, le bolge agli ambienti di lavoro, le torture alle torture, le pene alle punizioni e così via».

 Insomma «la parola di Dante ha una resistenza che dura nei secoli, che consente la sua ripetizione rivelando la straordinaria capacità di rinnovarsi ogni volta». Questo vale nei campi di prigionia, in esilio come fu per Dante e in ogni altra condizione umana. Si tratta perciò, ieri come oggi, insieme al Sommo Poeta, di «salvare la parola, che perde la sua funzione principe di espressione del pensiero e diventa elemento asettico di un segnale elettronico, impulso telegrafico, codice numerico informatico». E invece gli endecasillabi danteschi, per la loro forma, letti a voce alta, offrono persino la possibilità di un esercizio benefico anche per il corpo, nella misura in cui assecondano il ritmo della respirazione. Perché la vera arte in generale, e la poesia di Dante in particolare, non è strumento di evasione, ma al contrario possibilità di vivere più intensamente il reale e dunque respiro e sollievo per l’anima.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Suggerimenti per custodire una coscienza morale

«L’uomo è un mistero grande e inesplicabile. E non c’è nulla di più alto al mondo», scrive Dostoevskij. Lo stesso può dirsi della sua coscienza. Lo sostiene Giacomo Samek Lodovici  Docente di Storia delle dottrine morali e di Filosofia della storia all’Università Cattolica autore del recente volume La coscienza del bene (ETS 2020, pp. 201) sulla voce etica interiore, le sue deroghe alle norme, l’imputabilità morale e l’obiezione alle leggi.

L’autore distingue subito un duplice profilo della coscienza la quale è, in senso gnoseologico, innanzitutto autocoscienza, coscienza del non-io e del proprio io fisico-corporeo. Sotto il profilo morale si manifesta, invece, quale «valutazione dei propri atti morali». Naturalmente la coscienza in senso gnoseologico è condizione di possibilità della coscienza in senso morale. Se manca la prima, non può esserci cioè nemmeno la seconda.

Per i ‘maestri del sospetto’ la coscienza non è genuina nelle sue valutazioni, è frutto delle condizioni socioeconomiche (Marx); produce quel senso di colpa per cui l’uomo si mette «a fare a brani se stesso» (Nietzsche) o è il Super-Ego pronto a censurare (Freud). Eppure, come sottolinea l’autore, relativamente a Marx basti ricordare che la «coscienza di alcuni soggetti è capace di emanciparsi dall’ethos maggioritario» (es. i giovani de ‘La Rosa bianca’ rispetto al regime nazista); a Nietzsche si può replicare che la coscienza di aver fatto il bene «non produce scissioni nell’io, ma unifica e dà pace»; a Freud, invece, che la sua ricostruzione degli strati dell’Io è solo una mera ipotesi, smentita tra l’altro anche dalla recenti scoperte paletnologiche sul ruolo della donna nelle civiltà protostoriche.

Stando al suo etimo, la parola coscienza (composta da cum e scire) allude al ‘sapere con un altro’; a uno sdoppiamento di sé con sé; al «nucleo intimo della persona, dove egli si trova da solo con se stesso». Dunque la coscienza è nel contempo individualissima, ma anche capace di elevarsi al livello dell’universalità, nella misura in cui si interroga sul bene in sé, e non semplicemente sui vantaggi che può ottenere da una determinata azione per il proprio tornaconto.

Il professor Lodovici considera anche il peso delle emozioni per la coscienza, in quanto talvolta la supportano, talvolta possono al contrario offuscarla. Comunque grazie alla percezione spontanea del bene e del male; grazie a quanto apprende attraverso letture, riflessioni ed esperienze personali o dal racconto di esperienze altrui, soprattutto di uomini considerati più saggi, «l’essere umano acquisisce e affina una coscienza morale».

Senza dubbio «per colui che ritiene che la coscienza retta e formata sia quasi la voce di Dio, volere agire contro la coscienza significa voler agire contro quanto Dio indica». Occorre però farlo consapevolmente, poiché se si agisce con coscienza retta, ma per ignoranza incolpevole e invincibile, allora in tal caso un atto non è valutabile come moralmente riprovevole.

 «L’uomo pienamente morale vive piuttosto motivato dall’amore e le sue azioni pienamente virtuose sono espressioni di amore». Non si tratta di agire dunque assecondando ‘il dovere per il dovere’, bensì piuttosto in vista del bene altrui, valutando anche la possibilità di derogare legittimamente alle norme dello Stato quando queste violino la dignità della persona. Se le norme negative assolute vietano gli atti malvagi in nome del male da evitare (es. Non uccidere), quelle positive non sono mete in sé, ma «indicano all’uomo come raggiungere la sua fioritura, il suo compimento».

Per quanto riguarda il delicato tema dell’obiezione di coscienza, secondo la concezione classica, il giusto rifiuto di obbedire a un comando oggettivamente malvagio viene proclamato come un dovere da onorare in nome della verità sul bene, in nome di alcuni beni oggettivi da salvaguardare e che sono protetti dalla legge morale naturale oggettiva. Si tratta di una legge eterna, superiore alle leggi scritte degli uomini, messa a tema in modo mirabile nell’Antigone di Sofocle, secondo cui esiste «un giusto e un ingiusto per natura e a tutti comune» (Aristotele) che la coscienza umana è in grado di intuire e non può non riconoscere.

Per questo motivo, per dirla anche con Sant’Agostino, la coscienza è sostanzialmente un «santuario vasto, infinito. Chi giunse mai al suo fondo? E tuttavia è una facoltà del mio spirito, connessa alla mia natura. In realtà io non riesco a comprendere tutto ciò che sono. Ciò mi riempie di gran meraviglia, lo sbigottimento mi afferra. Eppure gli uomini vanno ad ammirare le vette dei monti, le onde enormi del mare, le correnti amplissime dei fiumi, la circonferenza dell’Oceano, le orbite degli astri, mentre trascurano se stessi». Questo stesso stupore prova Kant dinanzi al cielo stellato e alla ‘legge morale dentro di me’. È infatti proprio grazie alla coscienza conclude Giacomo Samek Lodovici che l’uomo «prende coscienza del bene».

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Un pensiero al giorno di Chesterton per imparare a vivere

«Nessun uomo ha veramente misurato la vastità del debito verso quel qualsiasi essere che l’ha creato e che lo ha reso capace di chiamarsi qualcosa. Dietro il nostro cervello, per così dire, v’era una vampa o uno scoppio di sorpresa per la nostra stessa esistenza: scopo della vita artistica e spirituale era di scavare questa sommersa alba di meraviglia, cosicché un uomo seduto su una sedia potesse comprendere all’improvviso di essere veramente vivo, ed essere felice».

Un pensiero di Chesterton al giorno sulla bontà di Dio e dell’essenza di ogni realtà creata che viene dalle sue mani rinfranca lo spirito perché fa riflettere sorridendo. C’è infatti spazio non solo per Dio, la Chiesa e gli eretici, ma anche per le salsicce nella Summa Chestertheologica recentemente pubblicata dalla Casa Editrice Guerrino Leardini, dal Centro Missionario Francescano e dalla Società Chestertoniana Italiana (2020, pp. 384; per ulteriori informazioni su vendita e distribuzione: laperlapreziosa@libero.it).

Chesterton è stato «un dono fatto alla cattolicità (e all’umanità intera) da Dio e che si era fatto da solocosì lo ha definito il cardinale Giacomo Biffi in una considerazione ripresa da Marco Sermarini nella prefazione al volume È semplicemente andato alla scuola della sua schietta umanità e ha ricercato la verità con assoluta onestà intellettuale, usando effettivamente di quella ragione che i razionalisti si limitavano a venerare. Questo è stato sufficiente a condurlo ‘a casa’, cioè all’antica fede e alla saggezza dei padri».

Tale ‘summa’ è un distillato di pagine significative tratte dai saggi e romanzi del grande scrittore e giornalista britannico, ma anche di articoli inediti in lingua italiana, che si propone di accompagnare quotidianamente il lettore per tutto l’arco dell’anno. È una mirabile sintesi di riflessioni acute, talvolta pungenti, ma sempre schiette, sulla realtà, la fede cristiana e il vivere sociale, espresse con quello ‘british humor’ che contraddistingue lo stile della sua penna, nella consapevolezza radicata che «tutto porta la traccia di Dio». Che «tutto il mondo sia la manifestazione di un solo Dio è un’idea degna di un romanzo poliziesco», sottolinea lo stesso Chesterton in una lettera alla moglie Frances. D’altra parte un romanzo giallo e il cristianesimo hanno in comune più di quanto si possa immaginare: «Il solito racconto poliziesco possiede una profonda qualità: fa scoprire il colpevole in chi è più insospettato. In ogni racconto poliziesco che si rispetti, gli ultimi saranno i primi ed i primi saranno gli ultimi». Inoltre, nel caso del cristianesimo, non si tratta di «scoprire perché un uomo è morto, ma il segreto più oscuro del perché è vivo». E in effetti, afferma ancora con sapiente ironia, «chi ha visto che tutto il mondo è appeso al capello della misericordia di Dio, ha visto la verità».

Se «il cristianesimo, anche quando sia annacquato, è caldo abbastanza da ridurre tutta la società moderna a brandelli», allora «non soltanto la fede resta la madre di tutte le energie del mondo, ma i suoi nemici sono i padri di tutta la confusione mondana. Il laicismo non ha distrutto le cose divine, ma le umane, se questo può essere un conforto per loro». Lo scrittore britannico rileva infatti con sorpresa il paradosso contemporaneo, per cui «coloro che usano la ragione non la venerano, la conoscono troppo bene; coloro che la venerano non la usano». Questi ultimi sono i laicisti progressisti, per i quali «è impudente mettere in questione il Progresso, ma non è impudente mettere in questione la Provvidenza».

Coniugando finezza teologica e semplicità espressiva, Chesterton sottolinea che «il male è così malvagio da farci pensare che il bene sia solo un caso; ma il bene è così buono da darci la certezza che dev’esserci una spiegazione per il male». Tra i molteplici mali rileva che «la negazione dell’identità è il tratto distintivo dell’opera di Satana». Parole di un’attualità disarmante se si pensa all’eco che hanno nelle tesi sostenute dall’ideologia gender.

Le pagine di Chesterton trasudano della freschezza del convertito. «Divenuto un pellegrino per guarirmi dall’essere un esiliato», lo scrittore britannico ha raggiunto con fatica la consapevolezza profonda secondo un’espressione che gli viene attribuita che «quando non si crede più in Dio non è vero che non si crede più a nulla: si crede a tutto». La ricaduta più pesante, «il primo effetto di non credere in Dio è il perdere il senso comune e non poter vedere le cose come sono». La sua spiritualità lo spinge infatti da un lato a riconoscere che «la Chiesa cristiana nei suoi rapporti pratici con la mia anima è un maestro vivente», e dall’altro a indagare oltre la superficie quanto gli accade, nella consapevolezza che «il Cristianesimo non è una fede per gli esseri umani buoni, ma per gli esseri umani» e che «gli enigmi di Dio sono più soddisfacenti delle soluzioni dell’uomo».

Nell’evidenziare la missione della Chiesa, Chesterton ricorda che: «Non abbiamo bisogno, come dicono i giornali, di una Chiesa che si muova col mondo. Abbiamo bisogno di una Chiesa che muova il mondo». In tale prospettiva «la Chiesa è sempre avanti rispetto al mondo. Per questo dicono che non è al passo con i tempi». Eppure, ora come allora, sono tanti i cristiani ‘di nome, ma non di fatto’, che si lasciano irretire dalle sirene del nostro tempo piuttosto che attingere linfa alle proprie radici spirituali. Nel commentare tale tendenza Chesterton afferma: «Questi sono giorni in cui il cristiano è previsto che lodi ogni credo, tranne il suo».

Chesterton riesce a esprimere con humor considerazioni ‘teologiche’ anche rispetto ai regali di Natale. In proposito sostiene che «la nota a favore dei regali di Natale è scoccata ancor prima che Egli nasca con i primi spostamenti dei saggi e della stella. I Tre Magi vennero a Betlemme portando oro, incenso e mirra. Se avessero portato solo verità, purezza e amore, non ci sarebbe stata nessuna arte cristiana e nessuna civiltà cristiana». La stessa bonarietà la si ritrova anche in un episodio emblematico della sua personalità e rivelatore del suo carattere. «Una delle ragazze Nicholls ricorda come un giorno, di umore tetro, lei esclamasse: “Sarebbe spaventoso se dopo la morte scoprissimo che tutta la Fede è solo una favola… che non c’è niente di vero”. “Puoi essere assolutamente certa”, disse G.K. con fermezza, “che se qualcosa riesce a tirar me fuori dal letto cinque minuti prima di quanto mi sarebbe necessario alzarmi, qualcosa di vero c’è senz’altro”».

Risulta dunque perfettamente in linea con la personalità dell’autore anche la scelta grafica della copertina da parte dell’editore, nella quale Chesterton è assimilato a un pugile che ha San Tommaso d’Aquino come ‘preparatore atletico’ per un’indagine acuta del reale e San Francesco come patrono e intercessore della sua conversione al cattolicesimo e del ritrovato senso di stupore e gratitudine al Creatore per ogni sua creatura. Con la sua penna, egli è stato davvero – come fece scrivere un suo amico nel ricordino della sua morte – un instancabile e appassionato ‘cavaliere dello Spirito Santo’.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Le ‘lezioni italiane’ del filosofo Fabrice Hadjadj contro le derive della post-modernità

«Può darsi che non abbiamo perso lo spirito, ma la materia. È probabile che la perdita di senso che conosciamo oggi, non sia perdita del senso dello spirito, ma perdita del senso della materia. Quando un uomo si disincarna, pretende di smaterializzarsi, che cosa resta perché possiamo prendergli la mano? Che cosa resta affinché possiamo prenderlo tra le nostre braccia? Che cosa resta per toccarlo, per il calore, per la semplice presenza senza parole? Allora, forse, non ha perso lo spirito, ma ha perso lo zoccolo duro del suo spirito, l’ancoraggio del suo spirito, il peso, lo spessore, la concretezza, la sensibilità, il tatto e si potrebbe anche dire la struttura del suo spirito. Questo è il principio della crisi spirituale: ci si smarrisce ora in un materialismo fisico-atomico, ora in uno spiritualismo etereo, perché avendo perso lo spirito della materia, noi non sappiamo più accostarci alla storia della Salvezza e al mistero dell’Incarnazione».

Così il Prof. Fabrice Hadjadj – scrittore e filosofo francese di origine ebraica convertito al cattolicesimo – denuncia il materialismo della cultura contemporanea durante una conferenza tenuta all’Università Cattolica, raccolta insieme ad altri ‘scritti per essere detti’ nel recente volume Perché dare la vita a un mortale e altre lezioni italiane (Ares 2020, pp. 224). Si tratta di una raccolta di saggi particolarmente significativi, in cui è condensato il cuore della riflessione filosofica del pensatore francese sui temi più caldi della nostra attualità, a partire dalla ‘crisi del senso’ ai limiti del progresso; dalla pornografia alla genitorialità e all’eutanasia; dall’uso della ragione alla testimonianza di fede dei cristiani.

Nel primo contributo, riflettendo sull’etimologia della parola che rimanda all’attività dell’agricoltore, Hadjadj osserva acutamente che «‘il mondo della cultura’ è il contrario della vera cultura, perché questa non si compie nell’accumulo di opere d’arte e di serate mondane, ma nel dispiegamento della natura umana, nella cura dell’anima, nella preoccupazione delle persone affinché crescano e fruttifichino». Egli non nasconde critiche all’attuale offerta culturale, intesa quale «immenso divertimento, una fuga davanti al duro lavoro di coltivarsi», laddove al contrario «la cultura implica la necessità di rivoltare la terra del nostro spirito, strapparne le erbacce, sopprimere il legno morto, pulire, sfrondare e orientare i rami verso un migliore soleggiamento».

Rispetto allo strapotere della tecnica e di un progresso tecnocratico ormai fuori controllo, egli sottolinea che «la tecnica non è più ciò che imita, accompagna e prolunga la natura, ma diventa ciò che rompe con essa, ciò che la ricostruisce, la smonta e la rimonta, la ispeziona e la taglieggia in funzione dei nostri progetti babelici, dei nostri piani faraonici, delle nostre macchinazioni tanto orgogliose quanto schiavizzanti». In sostanza, un progresso che non contempli uno scopo, fine a se stesso e ineluttabile, «un progresso degli oggetti, non dei soggetti», non è un vero progresso, che è al contrario libero e mira a «salvaguardare la condizione umana». Evitando di porsi domande sul senso di ogni innovazione e accettandola acriticamente, l’uomo ha in realtà «lasciato il logos alla logistica e al logo», per cui «non si tratta più di promuovere l’uomo, ma il cyborg come più perfezionato». Eppure la via delle ‘magnifiche sorti e progressive’ appare «lastricata di buone intenzioni, anche in nome di un’abolizione totale del male. E devo confessarlo, sotto questo profilo, la cosa è estremamente allettante. Corrisponde anche piuttosto esattamente alle tentazioni di Gesù nel deserto: la scomparsa della fame, l’allontanamento della morte, il controllo totale e prospero di tutti i regni della terra». E in effetti – prosegue Hadjadj – tale idea di progresso trascura volutamente la possibilità di uno sviluppo integrale dell’uomo in vista della Gerusalemme celeste.

Questa visione ideologica ha intaccato anche l’ambito della sessualità e della procreazione, al punto che «il dono della vita si trasforma in diritto ad avere figli, legato al diritto correlativo di non averne e di sopprimere il feto. E allora, la nascita per via sessuale, destinata alla contingenza, cede il passo alla fabbricazione dell’ingegneria biogenetica, più controllabile: non si tratta più di trasmettere la vita ricevuta, ma di produrre un essere adattato ai nostri progetti, la cui esistenza sarà funzionale, i giorni piacevoli e la morte dolce». Se per le civiltà antiche, compresa quella giudaica, essere genitori consentiva di accrescere il proprio status sociale fino alla dignitas illustre di antenato – infatti la stessa dignità di Abramo risiede nell’essere padre di una moltitudine di popoli –, oggi esser padre o madre è invece «segno di un’inferiorità, di una degradazione, di un impedimento per giungere allo status magnificato di soggetto autonomo, o piuttosto di lavoratore atletico, sempre giovane, sempre disponibile all’incontro furtivo». Infatti il desiderio di trasmettere la vita è figlio «della speranza teologale, di un’oscura fiducia nella vita eterna che non è una fiducia posta sul piano psicologico, ma una fiducia consustanziale alla vita stessa, quella vita che procede dal Vivente e torna al Vivente». Per realizzare tale prospettiva è necessario dunque «rompere l’impero del calcolo e mettersi in relazione con l’imprevedibile», per cui «la mia situazione è rinnovata da cima a fondo e sono i miei progetti che devono adattarsi a questa nascita che è la mia rinascita, e non il contrario». In tale ottica procreare consente infatti di «raggiungere l’atto creatore e perciò di sposare la radice del movimento della vita come gratitudine e come grazia attraverso la Croce».

Riguardo alla pornografia, da buon filosofo, Hadjadj va alla radice della sua essenza. Essa trae infatti la sua forza magnetica proprio da una dissimulazione del primo comandamento del Creatore ai progenitori: ‘Siate fecondi e moltiplicatevi!’ (Gen 1, 28); «trae la sua stessa energia dalla generosità genitale, quella generosità che è anteriore alla morale; ma poi devia e rivolge quell’energia contro sé stessa, fino alla nausea». Ma la pornografia cela in sé qualcosa di più profondo, la «cattiva coscienza del mondo tecno-liberale». Infatti «ciò che donne e uomini sono diventati nei video X è il riflesso di ciò che sono già nel lavoro e nel tempo libero, in un mondo percepito come interamente disponibile, fuori dalla storia e dalla successione delle generazioni, che tratta la natura – la natura umana specialmente – come un mezzo per produrre divertimento, fuga davanti all’angoscia della morte, nell’oblio di ogni senso della creazione e di ogni ecologia integrale», rendendo in questo modo «il sesso  espropriato dei suoi poteri più specifici, la carne schiacciata su uno schermo» e ciascuno «consumatore e consumato».

Sul ruolo dei laici, lo scrittore francese evidenzia che «il fedele laico non fa cose che gli altri non fanno: fa le stesse cose – diversamente; compie ciò che chiunque può fare, nella grazia e rendendo grazie, come un pieno dispiegamento della Vita in lui», nella consapevolezza che «Dio si è fatto uomo, affinché l’uomo resti umano».

Nei saggi di Hadjadj non mancano strali contro le derive della postmodernità che hanno edulcorato persino l’essenza dell’amore. A tal proposito il filosofo francese sottolinea come è proprio «in nome dell’amore, e non della verità, che si promuovono l’aborto, l’eutanasia, il matrimonio unisex, il consumismo, il transumanismo. L’unione della ragione tecnica e del sentimentalismo genera questo mostro: una compassione armata che pretende di fabbricare un individuo pacificato calpestando il dato naturale». Al contrario «amare qualcuno è prima di tutto ripetere la parola del Creatore: ‘Che sia!’»; ossia ammettere che ‘È bello che tu ci sia!’ prima di pronunciare ‘Ti voglio bene’ o ‘Ti amo’.

Quella di Hadjadj è una scrittura che coniuga, attraverso il ragionamento filosofico, un’intuizione profonda del reale con immagini poetico-evocative tratte spesso anche dal linguaggio biblico, che rendono la sua lettura particolarmente gradevole e comprensibile anche ai ‘non addetti ai lavori’.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Si può essere ‘mogli cattoliche tradizionali’ nel 2020?

Dà voce alle donne, a giovani mogli e madri cattoliche del nostro tempo l’ultimo libro pubblicato da Il Timone, Mogli cattoliche tradizionali modello 2020 (pp. 112). Si tratta di un agile volume che dà spazio alla testimonianza umana e di fede di Raffaella Frullone, Costanza Miriano, Beatrice Bocci, Benedetta Frigerio, Annalisa Teggi, Paola Belletti, Caterina Giojelli, Giulia Tanel e tante altre donne che non hanno timore di proclamare con la propria vita più che con le parole che il matrimonio in Cristo è la fonte della loro felicità e realizzazione piena.

Sono “spose che non misurano l’amore in base ai mazzi di fiori o alle dichiarazioni d’amore – sottolinea la giornalista Raffaella Frullone –, che non tengono il conto di chi fa cosa in casa e quante volte, che sanno che maschi e femmine sono diversi e ogni tentativo di negare questa evidenza si trasforma in un disastro domestico, familiare, di coppia. Donne che vivono un fidanzamento casto anche se quando lo dicono scatta la risatina, spose che fanno tre, quattro, cinque figli e si sentono ripetere: ‘Ma non avete la tv?’, donne per cui usare gli anticoncezionali non è la normalità, per cui il divorzio non è mai la soluzione e per cui l’aborto non è mai una opzione. Mamme per cui la cosa più importante non sono le buone maniere, ma la fede, che sanno che amare il proprio marito è il primo bene dei propri figli, che lottano, che perdonano, che credono”.

Per tali donne il matrimonio “ha l’orizzonte della vita eterna, non quello del semplice ‘vissero felici e contenti’. Sono perciò “donne che restano – racconta ancora Raffaella Frullone –, anche quando il gioco si fa duro e la vita le modella con sudore e lacrime. Donne che restano e danno la vita”.

“La donna si compie quando non si occupa solo di sé” – le fa eco la collega Costanza Miriano – perché “il meglio della donna è il genio della relazione”, come amava ripetere San Giovanni Paolo II, per cui una moglie trova il segreto di una vita piena e felice solo nel dono di sé a marito e figli.

Al di là dell’amore il “valore aggiunto è nella sequela di Cristo – lo evidenzia Beatrice Bocci, finalista a Miss Italia nel 1994 e moglie del presentatore Alessandro Greco –, nella quale impariamo a dare valore pieno ad ogni cosa, ad ogni evento, ad ogni persona”. Infatti, prosegue la Bocci, “stare con Gesù mi fa vivere nella gioia piena il mio essere donna, moglie e madre e la fatica di alcuni momenti, diventa un passaggio transitorio e leggero, rispetto al meraviglioso gusto di essere ciò che sono, di stare dove sono e di sentirmi destinataria di un amore così grande”.

Eppure “sposarsi è una dura liberazione dall’immagine bellissima che ci siamo costruiti di noi stessi”, scrive ancora Benedetta Frigerio, svelando l’essenza profonda del matrimonio cristiano. Ogni donna, moglie e madre è infatti chiamata a convertirsi, passando dalla tentazione di “prendere le redini del controllo”, di voler cambiare gli altri a tutti i costi “percependosi come vittima inascoltata”, all’esigenza di cambiare innanzitutto se stessa, divenendo più pronta “a rincominciare con pazienza sempre da capo, per puro amore e al di là dei risultati, come fa Dio con noi”, sia con il marito che coi figli.

Annalisa Teggi racconta che il matrimonio è il luogo nel quale ha imparato a litigare bene e a perdonare; Paola Belletti sottolinea invece, a nome delle ‘mogli cattoliche tradizionali’, che “amiamo servire e prenderci cura degli altri perché in mancanza di questo amore spietato che se ne frega se hai sonno, tuo figlio ha vomitato e alzare ti devi, ci salva dalla noia, dall’egoismo, dalla schiavitù di tutto il nostro multiforme sentire”. La libertà della donna che sceglie di sposarsi in Cristo è, per Caterina Giojelli, “risposta a una Storia cui appartenere e per cui dare la vita, fino all’ultimo capello impigliato nella spazzola”. Infine Giulia Tanel, giornalista con passione prolife, decostruisce ancora una volta il pregiudizio che una ‘moglie cattolica tradizionale’ sia una donna esclusivamente ‘tutta casa e chiesa’, in quanto ella può esser benissimo anche lavoratrice, come lo sono la maggior parte delle autrice di questo volume e lo era “Zelia Martin Guérin, mamma di Santa Teresa del Bambin Gesù, che nell’Ottocento aveva un’azienda di merletti”, purché però viva nel dono di sé una vita conforme alle virtù intellettuali, morali e teologiche della fede cristiana.

Il libro raccoglie anche altre numerose testimonianze di ‘mogli tradizionali cattoliche’ giunte alla redazione della rivista Il Timone, “alcune così travolgenti che andavano fissate su carta”, perché raccontano di un amore concreto vissuto nella fedeltà quotidiana, e per questo davvero eroica, a Dio attraverso la persona amata nell’adempimento della propria vocazione sponsale.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Dalle crociate all’Inquisizione, la storia senza leggende nere

“Con l’Inquisizione la Chiesa crea il primo fondamentale pilastro della moderna giustizia, quella creata per perseguire d’ufficio i crimini”. In queste parole dello storico Paolo Prodi, già rettore dell’Università di Bologna, emerge un merito della famigerata ‘Inquisizione’ di grande rilievo: tale tribunale ha di fatto contribuito a trasformare il diritto romano-barbarico, accusatorio e fondato sulla semplice querela di parte, in diritto d’ufficio. Insomma, per quanto paradossale possa apparire, al di là di ogni ‘leggenda nera’ diffusa nel “tritacarne della scuola di stato e dei media”, è stata proprio “l’Inquisizione a inventare, nel procedimento, il verbale, l’avviso di garanzia, l’appello e, insomma, tutti quegli accorgimenti a tutela dell’imputato che oggi chiameremmo garantismo”.

Si può dunque rispondere affermativamente alla domanda che dà il titolo al quinto volume della raccolta Il Kattolico, ossia Ma l’Inquisizione ha fatto anche cose buone? (Fede&Cultura 2020, pp. 140), nel quale Rino Cammilleri –  firma cara ai lettori della Nuova Bussola – smonta, con le armi della ragione e citando i fatti storici, molte credenze comune elaborate da una storiografia faziosa e pregiudizialmente anticattolica relativamente a crociate, Inquisizione, Medioevo delle streghe e dei roghi e al mito della Sicilia tollerante con i musulmani.

Nel volume de ‘Il Kattolico’ c’è spazio pertanto per figure meno note, quali lo spagnolo Gil de Albornoz, l’uomo grazie alla cui impresa il Papato poté rientrare a Roma dopo la ‘cattività avignose’; o Sant’Angelo da Gerusalemme, padre carmelitano trafitto da Berengario con cinque pugnalate mentre predicava nel 1220 in Sicilia, perché ritenuto responsabile della conversione di sua sorella Margherita con la quale conviveva more uxorio da tempo.

Particolarmente significativa è anche la vicenda che vede protagonista la Vergine Maria e Luigi XIII il quale, non riuscendo a venire a capo delle continue guerre intestine con i protestanti, “convocò i domenicani della capitale e chiese loro di guidare la recita del rosario davanti a tutta la corte. Poi li mandò come cappellani alle sue truppe che assediavano La Rochelle. I religiosi distribuirono migliaia di rosari ai soldati. Ogni sera, al lume delle torce, una statua della Madonna veniva portata in processione attorno alle mura, mentre i combattenti intonavano inni alla Vergine sotto il naso dei protestanti. L’importante piazzaforte si arrese l’1 novembre 1628 e con la sua caduta cessarono definitivamente le guerre di religione che avevano squassato la Francia per decenni”. La devozione di questo sovrano fu tale che chiese e ottenne, dopo tante novene alla Regina delle Vittorie, che sua moglie potesse donargli finalmente un figlio, dopo diversi aborti spontanei. Alla fine nacque Luigi XIV che non ebbe però la fede salda dei suoi genitori.

Durante il regno di Luigi XIV ci furono anche le rivelazioni a suor Marguerite-Marie Alacoque del Sacro Cuore, al quale egli avrebbe dovuto consacrare la Francia. Il sovrano non lo fece, lo faranno piuttosto i cattolici della Vandea antigiacobina che, in ossequio a tale consacrazione, nei momenti di maggior pericolo per il proprio Paese “cuciranno il Sacro Cuore sulle loro giubbe, sui cappelli e sulle bandiere”. E, dopo di loro, faranno lo stesso “a titolo personale, milioni di soldati nel corso della Grande Guerra, tanto che nel 1917 il governo laicista dovette esplicitamente vietarla”.

Fu invece grazie a una ‘Crociata nazionale del Rosario’ promossa da padre Pedrus in Austria, il quale rispose al richiamo ricevuto dalla stessa Vergine presso il Santuario di Mariazell, “Pregate il Rosario tutti i giorni e sarete salvi”, che l’Urss decise di accantonare le proprie mire occupazioniste. Il popolo pregò la Madonna con fedeltà e costanza per diversi anni. Il 13 maggio 1955 il cancelliere austriaco fu convocato a Mosca per ricevere la lieta notizia: l’Armata rossa avrebbe abbandonato spontaneamente l’Austria in cambio della promessa di neutralità del Paese rispetto ai due blocchi ideologici della guerra fredda. Tra l’altro “il ritiro sovietico avvenne in ottobre, mese del rosario”.

In ambito letterario, relativamente alla figura di Leopardi, il Kattolico sottolinea come emerga dagli stessi registri parrocchiali che Giacomo ricevette i sacramenti in punto di morte, sebbene il pregiudizio del suo ‘ateismo’ sia stato a lungo acclarato presso la critica. Tale pregiudizio affonda le proprie radici nelle parole che “Antonio Ranieri (nella cui casa il Poeta morì) rivolse al magistrato Alessandro Stefanucci d’Alba, il quale gli chiedeva perché avesse taciuto sulla circostanza: ‘Avrei rovinato presso i liberi pensatori il Leopardi, la cui fama presso di loro era tutta nell’incredulità’”.

Rispetto alla famigerata ‘caccia alle streghe’ di cui la Chiesa si sarebbe macchiata, Cammilleri ricorda che “la storia racconta invece che un recente conteggio degli accusati di stregoneria (solo accusati, non giustiziati) tra il 1500 e il 1777 (data dell’ultimo processo in Europa) fornisce la cifra di 7776 persone. La stessa ricerca dice che ‘le streghe’ erano soprattutto maschi e che le punte maggiori si ebbero nella Germania sud-occidentale e in Ungheria. Come si vede, siamo lontani dai ‘milioni’ di streghe bruciate in quei secoli e dall’insistenza anti-femminista della ‘caccia’ nell’epoca di Galileo, Keplero e Newton”.

Una realtà storica significativa si cela persino dietro la tradizione della colazione amata dagli italiani, e non solo. Se la mezzaluna evoca la “sottilissima falce”, cioè la forma della luna nel cielo allorquando i turchi conquistarono Costantinopoli nel 1453, “la luna crescente è il croissant francese – scrive ancora Cammilleri –, dolce inaugurato per scherno proprio all’assedio di Vienna del 1683 e coniugato col ‘cappuccino’ perché i turchi, messi in fuga dai cristiani guidati da Jan Sobieski, lasciarono immense quantità di caffè nel loro accampamento abbandonato, e i viennesi allungarono l’amaro caffè col latte; la nuova bevanda ricordava, nel colore, il saio di quel cappuccino italiano la cui predicazione infiammata li aveva salvati, padre Marco d’Aviano”.

Insomma nel libro dell’apologeta Cammilleri si possono ritrovare davvero tanti spunti interessanti per stimolare l’approfondimento e riconsegnare alla verità storica molteplici eventi così frequentemente interpretati in maniera intenzionalmente ideologica dalla cultura dominante.

Fonte:  LaNuovaBussolaQuotidiana

La fioritura dell’arte medica? E’ opera di medici santi

Cosma e Damiano, Ildegarda di Bingen, Nicolò Stenone, Camillo de Lellis, Riccardo Pampuri, Giuseppe Moscati e Gianna Beretta Molla sono solo alcuni dei “medici, infermieri e farmacisti santi che spesero le loro vite per lenire i mali del corpo senza dimenticare le esigenze dell’anima. Infatti la storia della medicina non è soltanto la storia di invenzioni, di scoperte, di progressi scientifici; è anche la storia di uomini che hanno dedicato la propria vita a prendersi cura di chi soffre”.

È questo il leitmotiv della documentata storia della medicina del medico e scrittore Paolo Gulisano, condensata nel saggio L’arte del guarire (Ancora, pp. 187). Dalla medicina rudimentale delle antiche civiltà al Medioevo che, nell’anelito di mettere in pratica la carità del Medico celeste, inventa gli ospedali; dal Rinascimento alla modernità ipertecnologica dove chi soffre ha bisogno anzitutto di una presenza umana accanto a sé, si susseguono tante figure che hanno praticato “in modo eroico, fino alla santità, l’arte del guarire”.

“In principio le cause di una malattia erano imputate a fattori soprannaturali, in quanto essa era considerata una conseguenza dell’ira e del castigo divino alle cattive azioni degli uomini. Con gli egizi la medicina è una tra ‘le prime scienze autentiche’, tanto che Erodoto li chiama ‘popolo dei sanissimi’. Basti ricordare che “curavano l’igiene di bocca e denti con bicarbonato”. In ambito greco, in relazione alla peste che colpì Atene nel 430 a.C., “Tucidide è stato in qualche modo il precursore della moderna informazione sanitaria e della promozione della salute secondo un metodo preventivo”. Si deve invece a Ippocrate, fondatore di una vera e propria scuola medica e autore di una settantina di opere, il ‘Giuramento del medico’, “una formula dall’altissima valenza etica, che dal IV secolo a.C. in poi i sanitari hanno pronunciato all’inizio della loro missione”. Egli elabora “un vero e proprio metodo scientifico, basato sull’osservazione diretta del malato, eseguita con grande attenzione: nasce qui il concetto di clinica e della conseguente diagnosi. La medicina deve essere una ricerca continua, serena e disinteressata alla quale bisogna dedicarsi solo per amore di essa e della salute delle persone. Ippocrate inventa la cartella clinica, teorizza la necessità di osservare razionalmente i pazienti, prendendone in considerazione l’aspetto e i sintomi e introduce, per la prima volta, i concetti di diagnosi e prognosi”.

I romani comprendono piuttosto che “la cura dell’igiene preveniva l’insorgere di molte malattie, soprattutto trasmesse attraverso acque infette, motivo per il quale realizzano i loro acquedotti. L’esercizio della professione era anche allora remunerativo, e molti, del tutto inesperti, come ciabattini e tessitori, diventavano da un giorno all’altro medici, spesso facendo esperienza sulla pelle dei loro pazienti: ‘I medici imparano a nostro rischio e pericolo e fanno esperimenti con la morte; soltanto il medico gode di impunità completa quando ha provocato la morte di qualcuno’, scrive Plinio nella sua Naturalis historia”. Tra i medici latini più accreditati c’è sicuramente Celso, il quale “tratta approfonditamente di patologia, di clinica, di igiene, ma soprattutto di chirurgia”. Egli è esperto nella pratica “della legatura dei vasi nelle emorragie più imponenti, della sutura delle ferite profonde, di interventi sul torace, del trattamento di varie ernie e di diverse tecniche chirurgiche in oculistica”.

Nel ministero di Cristo “la cura dei malati rappresenta una prova dell’avvento del regno di Dio. L’attività terapeutica esercitata dal medico Gesù è il segno dell’amore di Dio per l’uomo – sottolinea l’autore – I Vangeli sottolineano che Gesù cura i malati, e il verbo greco therapèuein, ‘curare’, ricorre ben trentasei volte, mentre altre diciannove volte troviamo il verbo iàsthai, ‘guarire’”. Tra i primi medici cristiani c’è San Luca, come conferma il suo maestro san Paolo che in un’epistola scrive: ‘Vi salutano Luca, il caro medico, e Dema’ (Col 4,14)”. Nel suo vangelo Luca, quando racconta la celebre parabola del Buon Samaritano, precisa che costui “fasciò le lesioni del ferito e vi versò sopra dell’olio e del vino, curandolo, cioè, secondo i metodi del tempo: la fasciatura a scopo protettivo, l’olio come lenitivo e il vino come blando disinfettante”.

Con l’avvento delle prime comunità cristiane, “una parte degli episcòpi – le residenze dei vescovi – viene destinata al riparo dei malati, assistiti dal clero. Le persone da assistere, col passar del tempo, diventano sempre più numerose anche perché i cristiani, come ebbe a riconoscere loro persino un implacabile nemico quale fu l’imperatore Giuliano l’Apostata, non si limitano ad accogliere i propri correligionari. Alle porte della città di Cesarea viene realizzata una vera e propria ‘città dei malati’. Il progetto di grandi luoghi di ospitalità, che dà in seguito il nome all’Ospedale (dal latino hospitale), è ripreso da sant’Elena, madre di Costantino che, nel corso del suo pellegrinaggio in Terra Santa, fa costruire intorno a Gerusalemme case per la cura dei poveri, dotate di camere per i malati e gli infermi di ogni tipo, affidati alle cure di medici e infermieri che a loro volta dispongono di locali propri dove vivere”. Tra i santi medici martiri dei primi secoli basti citare Ursicino, Alessandro Lionese, Papilo, che edifica una sorta di casa di ricovero per anziani, Talaleo e Ciro di Alessandria.

Tra i santi taumaturghi vi sono Sebastiano e Pantaleone, che esercita la professione per puro spirito di carità. Egli, dopo aver guarito un cieco in nome di Cristo, dinanzi all’imperatore che l’accusava di aver rinnegato Asclepio, guarisce anche un altro malato sempre pronunciando il nome di Gesù. Vi è poi Diomede, il primo medico dei carcerati, e Sansone, che nel V secolo, si china sulle piaghe dei più derelitti e guarisce persino l’imperatore Giustiniano il quale, in segno di gratitudine, gli dona alcuni locali adiacenti la basilica di Santa Sofia dove poter assistere con cure mediche i più bisognosi: sorge così il primo ospedale. Nell’Alto Medioevo Sant’Isidoro fonda la scuola medica di Siviglia e la medicina diviene una ‘seconda filosofia’. La tradizione della medicina galenica è alla radice della fioritura della medicina monastica, mentre Sant’Alberto Magno compone diversi trattati scientifici che sono all’origine della medicina scolastica e alla base delle nascenti facoltà universitarie. E ancora, “tutte le tecniche mediche usate da Sant’Ildegarda sono tecniche accessorie per far sì che Cristo possa operare come medico – evidenzia Paolo Gulisano – Sono strumenti che bisogna saper utilizzare, come le piante, come la musica”.

Nel Rinascimento San Martino de’ Porres allestisce un ospedale nella casa della sorella, mentre è notevole il contributo all’anatomia del medico, scienziato e sacerdote danese Nicolò Stenone, che scopre il dotto parotideo e contribuisce agli studi sul cervello umano, sul sistema circolatorio e su quello ghiandolare. Significative sono poi le figure di San Giovanni di Dio, che fonda l’ordine religioso per l’assistenza ai malati dei Fatebenefratelli; di Giovanni Leonardi, il santo farmacista, e di San Camillo de Lellis che, insieme a cinque compagni, si consacra al servizio dei malati, dando vita alla Compagnia dei Ministri degli Infermi. Divenuto “uno dei pionieri dell’assistenza infermieristica negli ospedali”, Camillo è solito affermare che ‘per i malati bisogna essere madri’”.

Verso la fine del Settecento Edward Jenner inventa un antidoto per garantire l’immunizzazione da virus di animali: nasce il ‘vaccino’. Nell’Ottocento il frate agostiniano Gregor Mendel pone le basi della genetica con la scoperta dell’ereditarietà dei caratteri; mentre il beato Laval fonda la Cassa della carità per le cure dei più bisognosi e inizia quella lunga schiera di missionari medici che negli ultimi due secoli avrebbe prestato la propria opera per l’evangelizzazione e la promozione umana nei Paesi più poveri del mondo.

Infine, tra le altre figure di medici di grande spessore umano e scientifico, meritano di essere citati il convertito a Lourdes Alexis Carrel, Premio Nobel nel 1912 per le suture vascolari; San Giuseppe Moscati “che ogni giorno si chinava sul dolore umano; trascorreva tutto il tempo che poteva in ospedale al capezzale degli infermi, cercando di alleviarne le sofferenze. Per lui il dolore non era soltanto un problema fisico, ma era il grido di un’anima che chiedeva aiuto. Egli era consapevole che gli ammalati sono ‘figure di Cristo’. Oltre al santo nelle corsie di ospedale, ci sono anche il ‘medico condotto’ Fra Riccardo Pampuri e la pediatra Santa Gianna Beretta Molla.

Il contributo di questi medici lascia trasparire pienamente il ruolo autentico dell’arte del guarire che, più che un lavoro, è una ‘missione specifica’, la quale deve essere scandita – come ebbe a dire Benedetto XVI in un incontro con gli operatori sanitari – “dal perseguimento di tre obiettivi: guarire la persona malata o almeno cercare di incidere in maniera efficace sull’evoluzione della malattia; alleviare i sintomi dolorosi che la accompagnano, soprattutto quando è in fase avanzata; prendersi cura della persona malata in tutte le sue umane aspettative. […] Ogni singolo paziente, anche quello inguaribile, porta con sé un valore incondizionato, una dignità da onorare, che costituisce il fondamento ineludibile di ogni agire medico. Il rispetto della dignità umana, infatti, esige il rispetto incondizionato di ogni singolo essere umano, nato o non nato, sano o malato, in qualunque condizione esso si trovi”.

Alla luce di tali parole, in un contesto culturale in cui fa spesso capolino il concetto di ‘qualità della vita’ a detrimento della dignità umana del paziente, la missione del medico è quantomai preziosa e assolutamente necessaria nella misura in cui egli riesce, per dirla con un adagio francese del XV secolo, a “curare qualche volta, alleviare spesso, confortare sempre”.

Fonte: ProVitaeFamiglia (febbraio 2020) La fioritura dell’arte medica. E’ opera di medici santi.pdf

La Grande migrazione, Europa vittima della sua ideologia

Chi sono i migranti? Sono ospiti o nemici? La distinzione tra ‘migranti economici’ e ‘rifugiati’ rende giustizia della complessità del fenomeno migratorio o è piuttosto riduttiva? Senza dubbio “la tendenza a lasciare il proprio paese è uno dei contrassegni sociali primari della modernità”. Eppure, al di là delle strumentalizzazioni politiche di sinistra o di destra, la “Grande Migrazione si caratterizza per l’elevato numero delle persone coinvolte; la presenza di mafie che gestiscono il loro movimento lucrando; la sciatteria, tolleranza e indolenza con cui i paesi europei (in questo caso, l’Italia) hanno risposto al flusso, senza capirne la natura né elaborare una posizione autorevole, ferma e decisa; la violenza con cui si pretende di risolvere un problema che la negligenza ha lasciato marcire; la mancanza di linea di condotta, sia al momento di ospitare sia al momento di sgomberare; il brusco, ancorché tardivo, passaggio da una politica di distratto sinite parvulos a una di risposta dura ma inefficace”.

Sono questi solo alcuni degli aspetti della Grande Migrazione (che considera i flussi dal 2005 a oggi) indagati attraverso un’analisi molto puntuale da Raffaele Simone – docente emerito dell’Università di Roma Tre e linguista di fama internazionale –  ne L’ospite e il nemico (Garzanti, pp. 274). Il suo saggio “si occupa del modo in cui l’Europa la ricevette e dell’effetto sociale, culturale e politico che potrebbe derivare dall’impatto”, nella lucida consapevolezza di “dover calpestare il ‘politicamente corretto’”, a partire dal diffuso ‘obbligo morale dell’accoglienza’ quale modus operandi di un’Europa desiderosa di farsi perdonare il proprio passato colonialista. Allo stesso modo, data la complessità del fenomeno migratorio, Simone tiene a precisare che “essere ‘pro o contro’ la Grande Migrazione non ha senso: sarebbe come essere ‘pro o contro’ un’inondazione o una tempesta di neve che stanno seppellendo le nostre case. È molto più assennato cercar di capire che cosa è, cosa significa e cosa comporterà, e organizzare risposte adeguate prima che a fornirle siano i fatti”.

Mediante un significativo excursus storico, egli rileva comenell’antichità l’ospitalità era riconosciuta, ma soggetta a restrizioni. Come il ghēr giudaico, infatti, lo straniero di stirpe greca poteva godere nella pólis di alcuni privilegi: poteva commerciare, usare pascoli, possedere immobili e terreni, sposare una donna attica. Gli stranieri non-greci erano invece bárbaroi, non solo perché le loro lingue erano incomprensibili, ma anche perché potevano esser fatti schiavi, anzi erano ‘schiavi per natura’”. Allo stesso modo se Sparta disponeva regolarmente espulsioni di stranieri per evitare gli effetti destabilizzanti della loro presenza in città; Atene, invece, permetteva loro di vivere come meteci, i quali “non partecipavano alla vita politica, erano tenuti a pagare una tassa e a svolgere il servizio militare e potevano, su decisione della comunità, sposarsi e avere proprietà, ma questo diritto era concesso solo di rado, per evitare di favorire l’integrazione etnica”.

Rispetto al fenomeno migratorio si assumono oggi preventivamente, invece, almeno due posizioni ideologiche fondamentali. La prima è l’opzione dell’‘Europa colpevole’ secondo cui l’immigrazione sarebbe la risposta tardiva a secoli di politiche coloniali nei paesi più poveri. Eppure “se al movimento migratorio contribuissero tutte le aree interessate dal colonialismo sarebbe molto più ingente”. Secondo i sostenitori di questa tesi, i migranti “non solo sono titolari di speciali diritti di risarcimento, ma sono anche intrinsecamente onesti, portatori di virtù, miti e pronti a cooperare. È quasi – si direbbe – una riedizione della concezione del ‘buon selvaggio’. La seconda, conseguente alla prima, è quella della Grande Sostituzione, secondo cui si vuole che si riversino “in Europa milioni di persone povere e affamate, cariche di risentimento e di desiderio di risarcimento. Si realizzerà così un graduale rimpiazzo dell’intera popolazione europea coi nuovi arrivati. In questo modo il mondo islamico, africano e asiatico otterranno una rivalsa totale sull’Europa e l’Occidente, di cui cancelleranno poco a poco ogni traccia”. E in effetti, con i trattati di Schengen e di Dublino, “il migrante viene considerato come semplice straniero, e quindi incluso nelle dinamiche di libera circolazione previste per i cittadini europei, esprimendo di fatto un atteggiamento mite e umano, emozionale e irenico” nei suoi confronti.  Di qui, “nel tentativo di risarcire in termini giuridici e politici le atrocità di un secolo e mezzo, si è diffuso un senso di ospitalità universale, un’accoglienza pacifica e gratuita perché a carico dei paesi ospitanti”, che ha cancellato di fatto ogni confine e lo stesso concetto giuridico di frontiera.

L’elemento di maggiore drammaticità risiede nel fatto che “l’Europa si fece trovare del tutto impreparata – prosegue il professore nella sua analisi –, anzi impostò una politica di breve termine destinata però ad avere conseguenze e ripercussioni a lunghissimo termine”. Al contrario, la Grande Migrazione avrebbe potuto costituire un’occasione proficua per riflettere con serietà sulla propria identità europea. Eppure, come osservò acutamente lo storico tedesco Hagen Schulze, “l’Europa diventa un motivo di identificazione solo quando ha a che fare con un nemico avvertito come totalmente ‘altro’; l’opposizione fondamentale è sempre tra ‘libertà europea’ e ‘dispotismo barbaro’. Con l’allontanarsi della minaccia, il concetto di Europa scompare”, per ritrovare la propria dimensione unitaria solo quando si tratta di far quadrare i conti sul piano economico e finanziario.

Ma perché, tra tutti i Paesi, i migranti scelgono di venire in Europa e in particolare in Italia? Senza dubbio perché “il suo welfare è universale e gratuito; per la speranza di arrivare a godere dei vantaggi di un ambiente che trovano già costruito e funzionante”, inseguendo un desiderio d’Occidente, che è quello “di possedere e condividere quella che è rappresentata e ovunque vantata come l’agiatezza occidentale” (Badiou).

Sono allora principalmente questi fattori, ossia “bisogno di nuova verginità, orrore delle colpe coloniali, desiderio di risarcirle, teoria dell’inclusione illimitata e della diversità”, a delineare i tratti salienti di quella che il professor Simone definisce Ideologia Europea. In questo modo il Club Radicale ha diffuso e imposto quel ‘politicamente corretto’ che, insieme alla dottrina terzomondista, ha coniato un nuovo linguaggio giuridico e mediatico che impedisce di vedere e comprendere integralmente il fenomeno migratorio, anzi favorisce un’inversione di valori per la quale “tutto ciò che è occidentale è deplorevole, sorpassato, privo di energia, a confronto con la forza vitale e l’attrattiva culturale che promanano dal Terzo Mondo, sia orientale sia occidentale”. Le dichiarazioni di ministri svedesi sull’inconsistenza della propria cultura; l’abolizione di presepi, canti natalizi e carne di maiale dalle mense scolastiche nel nostro Paese, sono solo un pallido esempio di tale odio di sé e delle proprie radici culturali e religiose, che presenta nel multiculturalismo il proprio rovescio della medaglia. Infatti, se tra comunità diverse non ci si parla e non ci si confronta per condividerne eventualmente valori comuni, “ciascuna finisce per auto-ghettizzarsi, sia per timore di contatti con la comunità locale, sia per affermare il proprio controllo sul territorio”, producendo di fatto un ‘monoculturalismo plurimo’(Sen) di cui le banlieue francesi sono una chiara espressione.

In realtà una politica europea incapace di lungimiranza si trova sempre a dover gestire ‘emergenze’, perché ha scelto, al contrario, una prospettiva dello sguardo corto, consolidata ormai nella cronaca quotidiana dei media, che si limita a “contare i morti, pubblicare fotografie strazianti di bambini in lacrime o morti nelle traversate, il racconto dei soccorsi, dei salvataggi e dei naufragi”. Tale narrazione, pur essendo profondamente umana e toccante sul piano emotivo, rimane in superficie e tace intenzionalmente sulle motivazioni ideologiche del fenomeno migratorio ben approfondite dal professor Simone che, in questo saggio, smaschera anche le bugie dei luoghi comuni più diffusi quali ‘gli immigrati salveranno l’Europa dal calo demografico’; ‘siamo tutti migranti’; ‘siamo tutti meticci’ o ‘le frontiere non esistono’. Senza questa necessaria decostruzione diventa impossibile individuare, al di là degli slogan, una strada percorribile, condivisa e duratura per gestire la Grande Migrazione, che abbia davvero a cuore il destino di ogni uomo costretto a lasciare la propria terra in modo disumano.

Fonte: La NuovaBussolaQuotidiana

Il bene comune, un fine che discende dalla legge divina

“Il contesto all’interno del quale Tommaso inserisce la sua trattazione della lex naturalis è quello del ritorno della creatura razionale al suo Creatore”. Di qui, stando alla lettura del dott. Damiamo Simoncelli del pensiero dell’Aquinate, “l’ens universale è l’oggetto proprio dell’intelligenza umana, rispettivamente come verum universale allorché si consideri l’intelletto e come bonum universale allorché si consideri la volontà”. È questo il presupposto da cui partire per ragionare sul bene comune a partire dal suo legame costitutivo con la natura dell’uomo e la legge naturale nel pensiero di San Tommaso.

Tale rapporto è al centro di un recente volume monografico Bonum in communi. Prospettive su natura umana e legge naturale della rivista Divus Thomas (n. 122/2019, pp. 442) pubblicato dalle Edizioni Studio Domenicano, che raccoglie i contributi di numerosi studiosi di fama nazionale e internazionale che si sono confrontati sugli aspetti salienti del tema in oggetto. Da parte sua, il Prof. Simoncelli ricorda che “l’uomo è legge e provvidenza a se stesso in forza di una sua partecipazione excellentiori modo alla lex aeterna”, ossia in virtù del proprio essere radicato nel modo più sublime nella legge divina stabilita dal Creatore sin dall’eternità.

La legge naturale vede dunque nella beatitudine la propria causa finale remota, mentre ritrova la causa finale prossima – e quindi ciò cui essa propriamente ordina – nel bene comune: l’idealità del bene che è oggetto proprio della volontà. Tale legge costituisce dunque un invito anche a “vivere i bisogni secondo la profondità del desiderio”, inteso nel suo “autentico ruolo di realizzazione del destino umano”.

Sulla scia dell’insegnamento paolino, anche l’Aquinate sottolinea a più riprese che ‘bisogna fare il bene ed evitare il male’. D’altra parte “Dio è il Sommo Bene, è una Persona che ha creato singolarmente ogni essere umano animato dall’amore, dunque il fine ultimo e complessivo dell’agire umano dev’essere la relazione-amore a Dio, la corrispondenza al suo amore, la comunione con lui”, sottolinea ancora il Prof. Giacomo Samek Lodovici, docente di Storia delle dottrine morali e di Filosofia della storia all’Università Cattolica di Milano, nel suo contributo sul legame tra legge morale e amore. Secondo questa prospettiva “i precetti dell’amore verso se stessi, Dio e il prossimo costituiscono i principi morali più importanti della legge naturale”. Perciò “la condizione necessaria, anche se non sufficiente, per la virtuosità di un atto è la sua compatibilità, anche inconsapevole, con l’amore a Dio”. Pertanto “un atto contrastante con il fine ultimo dell’uomo non può essere buono”, anche se occorre altresì considerare che “tra le azioni virtuose che scaturiscono dalle virtù etiche e l’amore di Dio non sussiste una relazione mezzi-fine, bensì tra fini e fine ultimo”. Infatti “l’uomo pienamente morale rispetta sì i giusti doveri e le giuste norme, ma vive motivato dall’amore e le sue azioni virtuose sono espressioni di amore, conseguono l’ordo amoris. Il soggetto pienamente virtuoso non agisce in vista del dovere, bensì motivato dall’amore e dall’apprezzamento del valore del bene che egli può realizzare”. E in effetti, come precisa San Tommaso, “colui che agisce per amore, agisce come un uomo libero o un figlio”.

Con l’avvento della modernità, con le ‘regole di morale provvisoria’ di Cartesio e le posizioni di Montaigne e di Pascal, si afferma al contrario “un’indeducibilità del diretto naturale” con la conseguente “accezione convenzionalistica della prassi” – come evidenzia Alberto Peratoner, Professore di Metafisica, Teologia Filosofica e Antropologia Filosofica presso la Facoltà Teologica del Triveneto –, la quale conduce a una “radicale negazione della deducibilità di una benché minima forma di universalità nella sfera morale”. Tuttavia Pascal sembra ammettere in qualche misura “la possibilità di una legge naturale come espressione dell’universale etico radicato nella struttura relazionale intersoggettiva della persona”. Allo stesso modo la possibilità di un riconoscimento della legge naturale è individuata nella pietà religiosa da Giambattista Vico, stando a quanto evidenziato nel contributo dello studente di filosofia Francesco Fanti Rovetta.

Per quanto riguarda il ruolo della legge naturale nella dottrina e nel magistero della Chiesa, è utile riprendere una riflessione acuta di Joseph Ratzinger citata esplicitamente in un passaggio del saggio del Prof. Francesco Totaro, docente di Filosofia morale all’Università di Macerata: “Il diritto naturale – particolarmente nella Chiesa cattolica – è rimasto il modello di argomentazione con cui essa si appella alla ragione comune nei dialoghi con la società laica e con altre comunità di fede e cerca i fondamenti a favore di un’intesa sui principi etici del diritto in una società pluralistica ‘secolare’”. A conferma di ciò, puntualizza Totaro, solo “una legge di natura imperniata sul riconoscimento della dignità-di-essere di ogni persona e sul valore di reciprocità della regola aurea può proporsi come criterio di discernimento, nelle circostanze storiche concrete, tra ciò che realizza l’umano e ciò che da esso si allontana. I valori ritenuti irrinunciabili non vanno deposti, ma debbono farsi valere e mostrare la loro pregnanza nell’orientare decisioni responsabili nelle sfide di civiltà in cui è in gioco il bene della convivenza”. Gli fa eco il Prof. Carmelo Vigna, Professore emerito di filosofia morale presso l’Università ‘Ca’ Foscari’ di Venezia, allorquando rileva che “l’essenza stessa della legge naturale è l’intersoggettività della regola d’oro”, ossia di quel modo di agire che invita a fare agli altri quanto si desidera fosse fatto a sé perché possa realizzarsi un germe di bene comune.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Luoghi comuni, un Dizionario per smascherarli

È proprio vero che ‘al cuor non si comanda’, che bisogna andare ‘dove ti porta il cuore’; che ‘chi è causa del suo mal pianga se stesso’; che ‘l’ottimo è nemico del bene’ o che ‘nessuno è perfetto’? La maggior parte delle ‘frasi fatte’ che si sentono spesso ripetere sono in realtà soltanto dei moniti ‘politicamente corretti’ quali: ‘Bisogna essere sempre se stessi’; ‘Bisogna essere aperti di mente’; ‘Non bisogna giudicare dalle apparenze’, ‘Bisogna rispettare sempre le opinioni degli altri’, ‘L’importante nella vita è essere coerenti con le proprie idee’. E ancora tale discorso, in ambito morale, traspare nelle espressioni consuete: ‘Il fine giustifica i mezzi’, ‘È un male necessario’, ‘Errare humanum est’, ‘Non tutto il male viene per nuocere’, ‘Io ho una mia morale’, ‘La morale cambia’, e via discorrendo.

I luoghi comuni, le massime e gli slogan vengono spesso banalizzati, mentre sono in realtà “un precipitato di visioni del mondo, sintetizzano in sé interi universi filosofici”. Di qui l’esigenza di raccogliere, oltre quelli sopracitati, numerose frasi fatte, detti e modi di dire alla luce del pensiero cattolico in un corposo Dizionario elementare dei luoghi comuni (pp. 527), pubblicato recentemente dall’Istituto di Apologetica, a cura di Tommaso Scandroglio, docente di Filosofia del Diritto, bioeticista e firma ormai nota ai lettori de La Nuova Bussola Quotidiana.

‘Cerchiamo ciò che ci unisce, non ciò che ci divide’ è, per esempio, uno dei leitmotiv non solo dei salotti televisivi, ma anche di tante preghiere dei fedeli. Eppure, rispetto a questo, è opportuno rilevare che “il dialogo deve essere fatto in nome della verità e del bene e non deve essere fine a se stesso”. Di qui la pace che ne scaturisce, in quanto frutto della verità e del bene che si è condiviso, non può esser segno di un irenismo sterile e inerte di identità culturali e religiose che preferiscono confondersi, forse anche per timore di emergere nelle proprie specificità, mentre professano paradossalmente il dogma della diversità come ricchezza.

 Allo stesso modo, anche il ‘carpe diem’ di oraziana memoria, “l’invito a godere dei piaceri immediati senza interrogarsi troppo sul domani e senza indagare se le occasioni siano buone o cattive”, che è frequentemente sulla bocca soprattutto dei più giovani, nasconde “una certa cultura neo-edonista proiettata nel godimento del presente perché convinta che tutto finirà con la morte”. Al contrario è necessario, come rileva Scandroglio, non lasciarsi “trascinare dallo stato d’animo del momento senza preoccuparsi degli effetti delle nostre azioni” per non restare “soggiogati dagli eventi che casualmente capitano”. È, in effetti, “la santità il vero bene di cui preoccuparsi giorno per giorno, istante dopo istante”.

‘Fatti gli affari tuoi!’. Anche questo detto trascura il fatto che “ciascuno di noi è legato da un vincolo di carità con il prossimo, vincolo che assume diversi spessori e significati a seconda dei rapporti”. In realtà “‘farsi gli affari degli altri’ è condotta lecita se persegue un fine buono e se tale fine è conseguito con modalità appropriate al fine e tenendo comunque in considerazione lo spazio di vita privata delle persone”.

In relazione alle tematiche antropologiche, rispetto a slogan quali ‘Il cuore ha sempre ragione’ o ‘L’amore è cieco’, ‘L’amore può finire”, l’autore sottolinea con nettezza da un lato che “l’amore vuole vederci perfettamente per riconoscere e compiere l’autentico bene della persona amata”, e dall’altro che “i sentimenti non sono l’amore ma possono accompagnare l’amore. Infatti amare è scoprire il bene dell’altro e volerlo”. Dunque, dal momento che l’intelletto e la volontà contribuiscono ad alimentare i sentimenti, è altrettanto utile evidenziare che “chi cessa di amare prima di tutto fa del male a sé perché viene meno alla propria vocazione personale che lo chiamava a donarsi completamente a quella persona”. In tale ottica “identificare l’amore solo con i sentimenti tarpa le ali della libertà della persona: infatti non sarà più lei a decidere chi, come e quando amare, bensì i sentimenti al posto suo. Per paradosso, amare non dipenderà da chi ama”.

In ambito bioetico, il “detto popolare ‘di mamma ce n’è una sola’ appare superato dagli sviluppi della scienza e della tecnica”. Infatti le tecniche di fecondazione extracorporea di tipo eterologa, e in specie la maternità surrogata, consentono di giungere fino a cinque genitori. Tra le molteplici ragioni a supporto dell’inaccettabilità sul piano etico di tali pratiche, basti semplicemente ricordare il principio alla base dell’istituto giuridico dell’adozione che “vuole soddisfare il diritto del minore ad avere una famiglia”, mentre nelle altre forme suddette si “vuole soddisfare un inesistente diritto degli adulti ad avere un bambino”. Dunque, se la mamma non è un ‘concetto antropologico’, in questo caso la vox populi rispecchia la natura profonda del reale.

In ambito teologico, rispetto all’aforisma ‘Dio scrive dritto anche sulle righe storte’, ascrivibile al vescovo Jacques Bossuet (1627-1704), occorre precisare che se da un lato è da rigettare l’interpretazione secondo la quale l’onnipotenza divina ricondurrebbe sulla retta via chi compie il male quand’anche la sua volontà fosse difforme da quella del Padre; dall’altro è da accogliere una seconda accezione, secondo cui “Dio a volte permette il male per un bene maggiore”, ovvero “Dio continua a scrivere dritto, nonostante i nostri peccati, affinché siamo persuasi a ritornare da Lui, ad adeguarci alla sua ‘ortografia’”. Allo stesso modo, in relazione al detto altrettanto diffuso, secondo cui ‘Dio ti ama per quello che sei’, è opportuno rilevare che “Dio non ama il peccatore in quanto peccatore, ma ama la persona nonostante sia anche peccatrice; Egli ama la parte buona di noi, non quella malvagia; ama cioè la persona che Lui ha creato e non l’immagine sfigurata dal peccato”, per cui il Creatore chiede altresì alla creatura di convertirsi, che è “l’unico modo per ricevere il Suo amore, per rispondere al suo amore e dunque per salvarci”.

Insomma il Dizionario elementare curato da Scandroglio costituisce uno strumento prezioso per esaminare e contrastare i molteplici ‘luoghi comuni’, ma anche le tante frasi fatte su Dio e la Chiesa; su sessualità, convivenza e matrimonio; su aborto, eutanasia, omosessualità e gender, riportando la ragione sul proprio binario di realtà. Infine l’autore ha il grande pregio della chiarezza del buon divulgatore, per cui compone accuratamente ogni voce di una parte analitica più approfondita e di una parte più sintetica in cui condensa il cuore degli argomenti razionali e/o di fede più significativi che consentono di replicare sensatamente tanto durante una chiacchierata o una cena tra amici quanto in un eventuale contesto pubblico, riconoscendo l’evidenza del vero sul piano della logica e rendendo ragione della propria speranza su quello della fede.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana