Tempo Barocco, la mostra sul secolo d’oro di Roma

Cupole, chiese, fontane, palazzi, piazze, sculture, oli su tela. Dalla ‘barca di Pietro’ alla Barcaccia, il Barocco è il tempo di Roma. Se c’è un ‘secolo d’oro’ che ha contributo al fulgore della Città Eterna e ne ha trasfigurato il volto è proprio il Seicento. Nell’Urbe di Papa Urbano VIII, nella Roma dei Barberini lavorano alacremente Maderno, Bernini e Borromini, operano artisti italiani e internazionali, tra i quali anche Pietro da Cortona, Valentin de Boulogne, Nicolas Poussin, Antoon Van Dyck, Domenichino, Andrea Sacchi, Guido Reni.

Articolata in cinque sezioni che si focalizzano su altrettanti aspetti della concezione del tempo nel Seicento, la mostra Tempo Barocco di Palazzo Barberini a Roma – curata da Francesca Cappelletti e Flaminia Gennari Santori, inaugurata il 15 maggio e visitabile fino al prossimo 3 ottobre – si snoda attraverso 40 opere di grandi artisti protagonisti della cultura dell’epoca, per la maggior parte vissuti a Roma nel secolo della ‘rivoluzione scientifica’.

Nella tela di Antoon Van Dyck il vecchio Crono recide le ali di Eros, Il Tempo taglia le ali all’Amore. L’uomo del Seicento vuole controllare e dominare il tempo; mentre constata da un lato la caducità e fragilità della propria esistenza terrena, dall’altro sembra non rassegnarsi all’idea che la verità sia ‘figlia del tempo’, secondo il classico adagio attribuito allo scrittore latino Aulo Gellio vissuto nel II secolo d.C. e ripreso dal filosofo Bacone agli albori della modernità. Eppure spesso Il Tempo rivela la Verità, la dis-vela, le toglie gradatamente il velo, facendola apparire in tutta la sua nudità e bellezza, come accade alla donna tratteggiata con inchiostro marrone su carta da Gian Lorenzo Bernini.

La misurazione del tempo è un tema cruciale del Seicento che da una parte evidenzia la pretesa dell’uomo di essere padrone del proprio tempo, dall’altra non può eludere l’irriducibile vacuità e vanità di tutte le cose. La consapevolezza della vanitas di ogni realtà terrena è particolarmente cara a San Filippo Neri e radicata nella sua predicazione. Di qui è possibile ammirare lungo il percorso della mostra un raffinato orologio con la Madonna Vallicelliana appartenuto proprio al ‘Pippo buono’.

Alcuni artisti si cimentano così nell’impresa di provare a rendere eterno l’effimero, muovendo da una profonda coscienza che, pur nella sua labilità, ogni realtà è positiva e buona perché creata dal Padre di ogni bene. In questa prospettiva sono da leggersi le nature morte e le suppellettili raffinate create dalla mano dell’uomo, i cristalli e l’argenteria che popolano le tele La mosca e L’orologio di Berentz.

All’uomo che non si rassegna allo scorrere inesorabile del tempo viene incontro l’Amor sacro e l’Amor profano di Guido Reni, nel quale il primo Eros è raffigurato mentre brucia faretra e frecce dell’amore volgare, segno che non bisogna lasciar spazio ad amori fugaci e ciechi che non danno sapidità e gusto alla vita, perché inseguono il piacere escludendo l’orizzonte del dono, vera essenza di ogni amore e sola forza in grado di renderlo vero e dunque eterno.

 Il barocco assume lo stile dell’azione teatrale per una resa efficace di movimenti e gesti volta a suscitare stupore e meraviglia. Di qui ne Il sacrificio di Isacco il Domenichino prova a fissare sulla tela con straordinaria maestria pittorica l’istante – ciò che per definizione ‘non sta’ nella sua sfuggevolezza – in cui l’angelo interviene a fermare il braccio di Abramo prima che stenda la spada sul capo del proprio figlio.

 A combattere e vincere il Tempo sono anche le allegorie indomite della Bellezza e della Speranza nella tela del pittore francese Simon Vouet, che campeggia nella locandina dell’esposizione quale cifra simbolica e sintetica del senso stesso della mostra: tentare di afferrare, con e dentro la via maestra della bellezza artistica, la vera natura del tempo che, per dirla con Platone, è pur sempre «immagine mobile dell’Eterno».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

I racconti del piffero, tra sorrisi e perle di saggezza

«Dio c’è, anche quando sta in silenzio» e non solo per coloro che hanno occhi per riconoscerlo, cuore vigile e mente attenta a cogliere i segni della Sua presenza nella realtà che ci circonda. È questo il leitmotiv de I racconti del piffero (Fede&Cultura 2021, pp. 159) di Rino Cammilleri che richiamano nel titolo, come una dolce melodia, la sinfonia del Padre disponibile anche on demand per quanti desiderino sintonizzarsi docilmente sulle sue frequenze.

È una raccolta di quindici brevi storie significative. C’è quella di Tobia Nicodemi, scrittore mitomane che si convince che avrebbe dovuto sparare al Papa per poter vedere un suo libro tra i bestseller con tanto di «fascetta esaltatoria». Commette quest’atto e le cose gli sembrano andare come previsto, ma «il successo genera invidia e stalker». Così, durante la presentazione di un suo libro, paga con la vita l’aver ignorato un autore desideroso di fama e successo a tutti i costi proprio come lui. In un altro racconto, invece, l’autore ironizza proprio sul fatto che i libri più venduti siano decisi a tavolino dai grandi editori prima di entrare nelle librerie e come spesso basti un bollino adesivo sulla copertina con le migliaia di copie vendute a fare di un romanzo un bestseller, a prescindere da se tale numero sia vero o falso.

Messer Jacopo degli Uguccioni è un eretico condannato al braccio secolare dell’Inquisizione, che decide di farsi preparare da un mago un elisir che gli consenta una morte apparente e un risveglio dopo cinquant’anni. Ma, anche in questo caso, le cose non vanno come l’uomo auspica che accadano perché, per grazia, la realtà è infinitamente più grande e misteriosa della sua capacità di controllarla. Così il risveglio ritarda di secoli e il protagonista viene catapultato nel contesto attuale in cui «si poteva bestemmiare anche ad alta voce per strada senza che nessuno se ne meravigliasse». Nel partecipare a un incontro pubblico sulla famigerata Inquisizione, egli finisce col tesserne un’apologia, adducendo diverse ragioni per mostrare come, al contrario della sua fama, «tale istituzione fosse mite e anche troppo misericordiosa». Eppure, quando manifesta liberamente il proprio pensiero ‘politicamente scorretto’, come accade di frequente, non constata alcuna democraticità da parte dei suoi interlocutori: «Fin lì gli era sembrato che in quel mondo si potesse parlare come si voleva, ma adesso che si era permesso di dire la sua lo si linciava». In questo racconto fanno capolino anche altri riferimenti velati ma non troppo ai temi caldi al centro del dibattito bioetico, tra cui l’eutanasia.

 Nel “Dialogo tra un venditore di caldarroste e un vacanziere” spuntano interessanti aneddoti storici, tra i quali uno relativo a «Filippo II, il quale era un devoto, devotissimo: si figuri che quando un messaggero trafelato gli comunicò la vittoria a Lepanto non volle far interrompere la messa che stava seguendo. Solo alla fine, con le lacrime agli occhi, fece intonare il solenne Te Deum. Si era anche fatto aprire una finestrella nel suo studio per seguire la messa quotidiana mentre lavorava». Qui i protagonisti discutono sul ruolo della Provvidenza divina nella storia umana, che fa piovere sui giusti e sugli ingiusti, a partire dalla propria vicenda personale nella quale riscoprire che è meglio affidarsi docilmente nelle mani di Dio e lasciare che «faccia come Gli pare», piuttosto che stare sempre a lamentarsi che le cose non vanno come si vorrebbe che vadano, pretendendo di spiegarne i motivi con ragioni umane troppo umane.

Cammilleri dissemina nei suoi racconti numerose perle di sapienza evangelica. Nel solco delle “Lettere di Berlicche” di Lewis, il diavolo custode millanta la sua capacità di rendere ogni cosa un po’ buona e un po’ cattiva, bivalente, mentre è costretto a riconoscere paradossalmente con acutezza il fine positivo che soggiace al comandamento dell’amore per il prossimo: «Ordinarvi di amare l’inamabile è, infatti, una delle tante follie di cui è pieno il Vangelo. Ma anche questa è per il vostro bene, perché è l’unica via per disinnescare la potenza distruttiva dei caratteri». In questa storia si fatica a trattenere un sorriso dinanzi alla descrizione archetipica della suocera, che lo stesso diavoletto si diverte a presentare come personificazione del male, «che snocciola fatti tanto minuti quanto remoti, rinfacciandoteli riverniciati» e, anche se le si «moltiplicano gli acciacchi, chissà perché, in lei l’unica cosa a conservare intatta la sua capacità malefica è la lingua. Essendo femmina, l’area cerebrale dell’espressione verbale è in lei, ovviamente, più sviluppata che in te. Questo, in una società egualitaria, mette te in svantaggio, svantaggio insuperabile».

 Tra gli altri racconti c’è quello di Rocco Caldani, un investigatore privato chiamato a pedinare la compagna di una lesbica per scoprire se questa la tradisca come teme e un’altra storia sul tema della violenza sessuale. «Vuoi fuggire da Dio, gettati in Lui!» è il cuore della vicenda del ciabattino Carlos che, per «vendicarsi con Dio», diventa frate. E ancora, in un racconto ambientato durante la notte di Natale, compare al cospetto della Santa Famiglia un vecchio ramingo, l’omicida Caino, il quale afferma: «Il mio pentimento non ha più lacrime da piangere, perché alla vista di quel che ho scatenato le ho versate tutte, e ora i miei occhi sono secchi come una sorgente inaridita. Solo oggi, finalmente, il mio peccato è stato cancellato dal libro della morte. Adesso finalmente posso andare al riposo eterno. Sono così stanco».

I racconti di Cammilleri si leggono piacevolmente e sono ricchi di spunti di carattere storico e spirituale, di incursioni critiche sul contesto culturale attuale per cui, per dirla con una battuta (e spero non me ne voglia l’autore), son tutto fuorché ‘racconti del piffero’!

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

La bugia del ‘divorzio facile’ e la crisi come occasione

«La progressiva identificazione del diritto con il desiderio è la vera metastasi delle nostre società occidentali». Quest’affermazione del cardinale Caffarra individua nel contesto attuale il motivo principale di tante crisi familiari generate proprio dal fatto che «al giorno d’oggi cedere alle pulsioni è diventato una sorta di dovere morale, mentre il diritto è sempre più equivalente al desiderio».

Alcune di queste storie emblematiche sono state raccolte dall’avvocato familiarista Massimiliano Fiorin nel suo recente saggio Il diritto e il desiderio. Ritrovare sé stessi attraverso le crisi familiari (Ares 2021, pp. 232), in cui c’è spazio per vicende dolorose di separazione e divorzio, lotte all’ultimo sangue con l’altro e con sé stessi, ma anche per percorsi di rinascita. I titoli dei capitoli – l’Innocente, l’Orfano, il Guerriero, il Saggio, il Mago, il Folle – rimandano a precise immagini archetipiche della psicologia analitica del profondo di matrice junghiana. Scopo del saggio è supportare singoli e famiglie perché non cedano all’illusione di un ‘divorzio facile’ privo di conseguenze per se stessi e soprattutto per i propri figli, imparando a resistere insieme alle tempeste della vita con resilienza e spirito di collaborazione.

Il volume prende le mosse da un’amara constatazione, secondo la quale «il matrimonio è divenuto qualcosa che fa solo paura, perché toglie semplicità alla vita e rende più minacciose le incognite che incombono su di essa, anche rispetto alla prospettiva della solitudine che almeno garantisce l’illusione della libertà». Per cui, sulla base di tante esperienze di vita, il divorzio fa capolino ormai quasi come un «finale scontato».

Fiorin ripercorre i dialoghi verosimili avuti con i suoi ‘assistiti’. Il primo è quello con un uomo che s’accorge del tradimento della propria compagna convivente con la quale ha anche avuto un figlio. Costui incarna la prima figura archetipica, quella dell’Innocente, «che continua a credere e sperare negli altri a qualunque costo, anche di fronte all’evidenza, perché ha conservato dalla sua infanzia un’incrollabile fiducia riguardo alla positività del mondo. Questo però comporta una forte spinta a negare l’esistenza dei problemi relazionali dentro e fuori l’intimità della coppia». Per cui, quando questi insorgono, «l’Innocente di solito tende a colpevolizzarsi o anche a colpevolizzare chi gli sta accanto, perché non riesce a tollerare che la persona che ama possa deluderlo». Egli deve perciò divenire progressivamente cosciente di quello che l’altro è realmente, rimarginare le proprie ferite e – cosa che accade tra i due solo al termine di un percorso di mediazione familiare – aprirsi a un perdono che porti la sua relazione amorosa a un nuovo livello di consapevolezza e responsabilità reciproca.

L’Orfano emerge, invece, ogni qualvolta che «il bambino interiore torna a sentirsi abbondonato, tradito e deluso». È quanto accade alla protagonista della seconda vicenda, una donna straniera abituata a contare sulle proprie forze che ha avuto due figli con uomini diversi e che desidera vivere la propria indipendenza, evitando così di «diventare un Angelo custode, protettiva verso i figli». Grazie però alla fermezza dell’uomo che ha accanto, il quale si preoccupa di entrambi i figli e ne provvede concretamente alla crescita, riesce a curare la depressione in cui è caduta attraverso una terapia psicoterapeutica.

 Il Guerriero è un uomo sposato che non avrebbe dovuto avvicinarsi a moglie e figlia per almeno un anno perché sospettato di essere pericoloso per entrambe, in quanto non accetta la separazione e non si rassegna alla fine del proprio matrimonio. Nel suo caso è stata sufficiente una parola fuori luogo dettata da un certo nervosismo a far scattare il protocollo dei nuovi centri antiviolenza femminili con l’accusa di ‘violenza morale’ per tenerlo lontano da moglie e figlia. Egli riesce però a recuperare una buona relazione con la figlia mostrandosi per quello che realmente è, al di là delle accuse della moglie.

Dopo aver avuto un figlio con il compagno, il matrimonio di Alma è stato quasi un ‘atto dovuto’. «A causa del suo archetipo dominante, l’Angelo custode, Alma aveva un’idea sproporzionatamente alta del suo ruolo materno», per cui se vuol custodire la sua relazione deve impegnarsi molto a non fagocitare il marito nelle proprie dinamiche e aprirsi a riconoscere gradualmente nell’uomo che le è accanto «il ruolo di protettore per lei e per il loro figlio».

L’uomo dominato dall’archetipo dell’Esploratore, invece, non ha mai raggiunto la maturità affettiva e fallisce come padre, perché le sue relazioni sono funzionali soltanto alla propria ‘ricerca di senso’. Ha tre mogli, dalle quali viene lasciato per il suo atteggiamento di fuga dinanzi alle responsabilità anche nei confronti dei figli. Tuttavia, solo a partire da tali responsabilità egli può recuperare, seppur nella vecchiaia, il senso più profondo della propria esistenza.

Tra le altre figure vi sono il Distruttore, che soffre una sorta di «sindrome di Medea, un comportamento materno finalizzato alla distruzione del rapporto tra il padre e i figli dopo una separazione conflittuale»; l’Amante, incarnata da una coppia sposata che, dopo diversi tradimenti causati da «passione degenerata e narcisistica» riscopre, grazie alla fede, il perdono e la bellezza dell’eros vissuto nell’amore coniugale; il Creatore, per il quale il lavoro è tutto a detrimento di moglie e figli; il Sovrano che, dopo tanti errori fatti in gioventù, è «diventato sovrano di sé stesso e della propria famiglia attraverso la capacità di chiedere perdono»; il Folle, cui interessa essenzialmente solo la propria libertà al di là di qualsiasi giudizio altrui.

Il volume di Fiorin racconta tante storie di cuori esacerbati, ma anche di amori lacerati e pazientemente ricuciti, nella ferma speranza che, coltivando adeguatamente la relazione di coppia, tante famiglie possano restare unite e crescere nell’amore reciproco proprio superando insieme le difficoltà e «cercando in sé la nostalgia di qualcosa di più grande».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Enrico Medi, lo scienziato di Dio

«Voi misteriose Galassie: voi mandate luce ma luce non intendete! Voi mandate bagliori di bellezza, ma bellezza non possedete. Voi avete immensità di grandezza, ma grandezza non calcolate! Ed io vi vedo, vi calcolo, vi intendo, vi studio, vi scopro, vi penetro e vi raccolgo. Io prendo voi, o stelle, nelle mie mani e, tremando nell’umiltà dell’essere mio, vi alzo al di sopra di voi stesse e, in preghiera, vi porgo a quel Creatore che, solo per mio mezzo, voi stelle, potete adorare: l’uomo è più grande delle stelle! Ecco la nostra immensa dignità, ecco l’immensa grandezza dell’uomo, della vita umana».

In queste parole pronunciate da Enrico Medi traspaiono lo stupore grande dell’intelligenza e del cuore dinanzi al mistero della creazione e la lode al suo Creatore. Esse sono tratte da un discorso dell’insigne fisico che, insieme ad altri scritti significativi sul rapporto tra scienza e fede, la politica e la famiglia, arricchiscono Enrico Medi. Lo scienziato di Dio (2021, pp. 288) di padre Antonino Gliozzo, la prima biografia del Servo di Dio ripubblicata dalla casa Editrice Leardini e dal Centro Missionario Francescano per i 110 anni dalla sua nascita.

Cresciuto a Belvedere Ostrense (AN), Medi si trasferisce con la famiglia a Roma. Si laurea brillantemente in fisica nel 1932 a soli ventun anni con una tesi sul neutrone sotto la supervisione di Enrico Fermi. Così descrive la sua passione per la fisica: «È la materia più vicina alla realtà delle cose. L’ho presa perché sentivo la vocazione a scoprire l’armonia della verità tra la Filosofia, la Fisica e la Fede». Docente di fisica sperimentale all’Università di Palermo, adduce il pregiudizio diffuso di un conflitto insanabile tra scienza e fede a «conoscenze parziali, a cattiva disposizione di cuori distolti da una malcelata passionalità, alla paura che hanno occhi malati di ricevere troppa luce». Deputato dell’Assemblea Costituente, nel 1948 siede in Parlamento e resta alla Camera fino al 1953. Dal 1949 è direttore dell’Istituto Nazionale di Geofisica e nel 1958 vicepresidente dell’Euratom quale pioniere delle ricerche sull’energia atomica. Conduce in Rai Le avventure della scienza, uno dei primi programmi televisivi di divulgazione scientifica.

Il 20 luglio 1969 partecipa in qualità di esperto alla lunga diretta dello sbarco sulla Luna e subito si accorge della difficoltà incontrata dagli astronauti nell’aprire il portello del LEM (modulo per l’atterraggio) dell’Apollo 11 a causa della pressione. Il giorno dopo i colleghi in Facoltà lo ringraziano per aver onorato la fisica con semplicità, chiarezza e competenza dinanzi a milioni di telespettatori ed egli riconosce con animo grato: «Allora mi sono veramente convinto che scoprire il cuore degli uomini è molto più bello che accarezzare il volto della luna». A Medi si devono anche i primi esperimenti con il radar e l’ipotesi dell’esistenza di fasce ionizzanti nell’alta atmosfera, note attualmente come fasce di Van Allen.

«Marito amorevole, saggio padre di sei figlie, figlio spirituale di Padre Pio», amico di Papa Pio XII, Medi è un «infaticabile apostolo della fede» con profonda devozione eucaristica (aspetto raccontato in un altro articolo). Si ferma frequentemente «nella sua cappella, cercando un momento di intimità e di preghiera davanti a Gesù Eucarestia, bisbigliando alcune parole di una conversazione mai interrotta durante la giornata, che in quel momento diventava abbandono filiale nelle braccia di Dio e di sua Madre Maria; e così, nel silenzio nella notte, attendeva il resto della famiglia che si andava radunando nella chiesetta come ogni sera per concludere la giornata con la preghiera di compieta».

Alla moglie Enrica scrive in una lettera: «Dobbiamo ringraziare il Signore di questa vita carica di doni che ci dà giorno per giorno: tu sei rimasta la sempre splendida ragazza di allora, molto più bella e perfetta. Preghiamo per avere ancora tanti tanti anni insieme, con le nostre figlie e le creature che amiamo, la vita è una preparazione dolce e gioiosa. Ogni momento ha il suo valore quasi infinito, bisogna gustarlo anche quando sembra che porti con sé qualche amarezza».

La sua devozione per la Mamma celeste è tale che vuole per le tutte le figlie il nome di Maria come primo nome. «Maria è il cuore della Chiesa perché se il Sangue è la grazia, attraverso il cuore di Maria passa tutta la grazia per venir da Dio e a Dio risalire in preghiera, in sofferenza, in lacrime», scrive ancora in un discorso.

Rispetto all’impegno politico, Medi afferma che «la politica per un cristiano è un servizio reso agli altri; è una rinunzia ai propri interessi e alla propria vanità; è un’altissima missione davanti a Dio». Quando interviene alla Costituente per patrocinare lo stanziamento di fondi per la ricerca scientifica, ricorda che «non è l’uomo fatto per servire la scienza, ma la scienza è al servizio dell’uomo per adempiere i disegni di Dio».

Commissario all’Euratom, del suo discorso programmatico scrive poche righe alla moglie che testimoniano l’umiltà dello ‘scienziato per vocazione’ che vive ogni compito in risposta a una chiamata: «Questa sera al ricevimento ero l’uomo del giorno. Amore mio, che possa essere, nella mia miseria, di gloria e onore a Gesù e a Maria Immacolata».

La scienza, per Enrico Medi, è conoscenza razionale piena della realtà che diviene sapienza nella misura in cui è illuminata dalla fede, «non è soltanto un povero sforzo per innalzare delle bandiere. La prima bandiera è la Croce di Cristo e la più grande gloria dell’uomo nelle sue scoperte è di portare nelle sue mani tremanti il canto della natura, affinché la natura, attraverso l’uomo, ritorni a Dio». Come registrato nel discorso pronunciato poco tempo prima di nascere nel regno dei cieli, «così è la nostra vita, la vita nel cammino della verità. Lavoriamo, cerchiamo, fatichiamo, leggiamo, versiamo lacrime, dubbi, ansie, veniamo alla ricerca del Sole che chiamiamo Verità».

Il volume è distribuito dal Centro Missionario Francescano: laperlapreziosa@libero.it

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Originalità del cristianesimo e libertà secondo Péguy

«Ogni azione, ogni vita, ogni essere, che sempre e per definizione è reale, rifugge, quanto più possibile, come la più nemica, ogni conoscenza intellettuale, ma assorbe, come se fosse se stessa, ogni conoscenza reale». Di conseguenza, ogni conoscenza soltanto ‘intellettualoide’, che non sia radicata nella realtà, «non è nemmeno conoscenza». In questa scarsa considerazione della realtà Charles Péguy individua la matrice ideologica del pensiero moderno, troppo spesso così disancorato da un’esperienza autentica e dunque dalla possibilità di una vera conoscenza.

Ne Il fazzoletto di Véronique (Cantagalli e EuPress FTL, pp. 592) viene raccolta la produzione saggistica dello scrittore francese noto in Italia decisamente più come poeta. Quest’ampia antologia della prosa, con prefazione di Julián Carrón e a cura di Pigi Colognesi, in cui è condensata un’attenta disanima critica del pensiero moderno insieme a intense riflessioni sull’orginialità del cristianesimo e la grandezza della libertà umana, intende colmare dunque proprio tale lacuna del nostro panorama editoriale.

Il giovane Péguy è un appassionato giornalista, un ateo socialista e strenuo difensore di Dreyfus quando scoppia il famoso affaire. Egli riconosce da un lato con indubbia onestà intellettuale che «la mortalità dell’anima sia un’affermazione metafisica», che insomma il materialismo sia in fondo «una metafisica tra le metafisiche»; mentre dall’altro resta dell’idea che «vale di più un’inquitudine o anche un timore sincero di una speranza religiosa».

Eppure lo scrittore francese si accorge presto che il pensiero moderno «è un blocco dottrinario dimentico della realtà». Infatti il filosofo sistematico punta a «dare dimostrazione di sé», laddove al contrario «un realista non dà mai tali dimostrazioni: come potrebbe darle? Quando ha ragione, tutti sanno bene che non è lui ad avere ragione, perché è la realtà che è in lui ad avere ragione; seguire la realtà, devotamente: non è difficile seguire la realtà; tutti possiamo fare altrettanto, seguire la realtà».

Dall’attenzione alla realtà al riconoscimento dell’avvenimento cristiano il passo è breve. «Un Dio, amico mio, Dio si è scomodato. Dio si è sacrificato per me. Ecco qua del cristianesimo». Si tratta di «un avanzamento infinito», di un «salto infinito». Così Péguy riscopre l’originalità della fede cristiana. «Venne Gesù. Doveva fare tre anni. Fece i suoi tre anni. Ma non perse i suoi tre anni, non li usò per piagnucolare e accusare la cattiveria dei tempi. Eppure c’era la cattiveria dei tempi, del suo tempo. Arrivava il mondo moderno, era pronto. Lui vi tagliò (corto). Oh, in un modo molto semplice. Facendo il cristianesimo. Non incriminò il mondo. Salvò il mondo. Sulla sabbia del secolo si versava inesauribile una fonte, una fonte di grazia».

Il mondo moderno nega infatti la possibilità che carnale e temporale possano avere a che fare con lo spirituale e l’eterno. Tuttavia, «se disgraziatamente il cristianesimo venisse dimostrato con ragioni logicamente rigorose, tutti i ragionatori si troverebbero logicamente costretti a entrarvi. E la libertà cadrebbe». La fede è invece proprio un’accorato appello alla libertà umana da parte della libertà divina: «A questa libertà, a questa gratuità ho sacrificato tutto, dice Dio, al gusto che ho di essere amato da uomini liberi, liberamente, gratuitamente, da veri uomini, virili, adulti, fermi». Tale logica di libertà è pienamente espressa nello stesso mistero dell’Incarnazione del Verbo: «È per un pieno gioco della sua libera volontà che si è fatto uomo. Tutto l’avvenimento della sua vita e del suo martirio e della sua morte era libero, consenziente, volontario e voluto. Fino all’ultimo momento era libero di non morire per la salvezza del mondo».

In questa prospettiva Cristo, «anima carnale», «è qui tra noi in tutti i giorni della sua eternità», «viene a sedersi alla nostra tavola e mangia il nostro pane solo per dare il Pane eterno». Di conseguenza, «il cristiano non è definito dal livello, ma dalla comunione. Non si è cristiani perché si è a un certo livello morale, intellettuale, persino spirituale. Si è cristiani perché di una certa razza spirituale e carnale, temporale ed eterna, di un certo sangue». Il cattolico è, in sostanza, «un ragazzo che sa molto bene di essere sulla giusta strada spirituale e prova gioia a consultare i cartelli indicatori, scoprendo che è un piacere per lui il cartello che c’è per tutti».

Péguy è anche il cantore della «principessa-bambina» delle virtù teologali, la Speranza, poiché «lei è la fonte di vita, perché è lei che costantemente disabitua. Lei è il germe. Di ogni nascita spirituale. Lei è la sorgente e lo zampillo della grazia, poiché è lei che sveste costantemente da quel rivestimento mortale dell’abitudine. Dato che è piccola, si potrebbe pensare che abbia bisogno delle altre. Per camminare. Ma sono le altre invece che hanno bisogno di lei. E sono ben contente di darle la mano. Per camminare. Perché senza di lei la Fede si sarebbe abituata al mondo e senza di lei la Carità si sarebbe abituata al povero. E così la Fede senza di lei e senza di lei la Carità, ciascuna a propria volta, si sarebbero abituate anche a Dio».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

La rete che vorrei, al tempo della webcrazia

«Nel 2019 l’Italia – fra le prime dieci nazioni industrializzate del mondo – occupava il 24° posto su 28 Paesi Ue nella classifica del Desi 2019 (Digital Economy & Society Index)». Ci son voluti un lockdown e «2 milioni di lavoratori che hanno trasferito la loro sede di lavoro a casa» per saltare qualche passaggio burocratico e riscoprire, attraverso smart working, sanità digitale e didattica online, nuove opportunità digitali per innovare il Paese e renderlo più efficiente.

Lo sottolinea Cesare Avenia, Presidente di Confindustria Digitale, nel contributo che apre il volume La rete che vorrei (FrancoAngeli 2020, pp. 153), a cura del Prof. Ruben Razzante, firma nota ai nostri lettori. Tale volume raccoglie interessanti contributi di professionisti ed esperti della comunicazione in rete che si confrontano sui temi legati all’impatto della digitalizzazione quale «metamorfosi irreversibile delle dinamiche di sviluppo di individui, imprese, pubbliche amministrazioni e collettività organizzate, alla luce della ‘webcrazia’ che si sta sempre più affermando come cifra identitaria del nostro tempo».

Contro la deriva delle fake news nell’era della post-verità, «deve crescere la capacità di cittadini, imprese e istituzioni nell’utilizzare l’informazione statistica, soprattutto nell’ambito dei contesti di decisione e di valutazione concreti dell’attività economica e della vita quotidiana», attraverso open data sempre più accessibili e interpretabili non solo dagli addetti ai lavori. È quanto evidenzia Gian Carlo Blangiardo, Presidente dell’ISTAT.

Sui rischi di reati che corrono i minori in rete e sui social, dal cyberbullismo al sexting, dalla diffamazione all’hate-speech, si sofferma il contributo del Procuratore della Repubblica del Tribunale per i minorenni di Milano Ciro Cascone, il quale osserva acutamente che «i ragazzi sono spesso vittime della propria inconsapevolezza che su internet si commettono reati come nella realtà. La Rete, infatti, rende ininterrotta la ‘connessione’ con il mondo esterno, e tende a sottrarre all’adolescente spazi tradizionali di costruzione del sé sostituendoli con uno spasmodico bisogno di rappresentazione del sé, di un’immagine da modificare o da alterare per poter essere condivisa nella comunità online, con tutti i rischi connessi a una sovraesposizione del sé mediato e alla degenerazione in forme di vero e proprio isolamento in cui le relazioni virtuali sostituiscono completamente quelle reali».

Oggi siamo immersi in un’Infosfera quale «perfetta ‘casa di vetro’ realizzata dalla tecnologia digitale, dove le persone sono interconnesse, le informazioni accessibili, la comunicazione immediata, i giudizi trasparenti. Dove ciascuno vede e valuta ciò che fanno gli altri, e compie le proprie scelte sulla base dell’aspettativa delle reazioni altrui, perché queste sono interconnesse, accessibili, immediate e trasparenti». In tale contesto diviene fondamentale «governare sia la comunicazione del sé che la percezione dell’Infosfera per costruire e difendere la propria Reputazione» dentro e fuori il web, come evidenza Daniele Chieffi, docente universitario e già direttore di PR e comunicazione digitale della Presidenza del Consiglio.

Eppure il nostro Paese continua a essere «il fanalino di coda nella corsa al digitale con 10 milioni di ‘esclusi digitali’», per dirla con Giorgio De Rita, Segretario generale del CENSIS, il quale denuncia il moltiplicarsi di microprogetti, iniziative e slogan per la digitalizzazione, che lasciano trasparire la mancanza di una visione strategica d’insieme. Tuttavia, se la globalizzazione ha visto il protagonismo di pochi «grandi soggetti come attori principali dello sviluppo», nell’era della post-globalizzazione le nuove potenzialità del digitale aprono «spazi e margini di manovra a chi è meno vincolato nei processi globali: le medie imprese, le medie città, le nicchie di mercato specializzate».

Nel volume curato da Razzante si offrono anche riflessioni sulla tutela dei diritti di proprietà intellettuale, come quella in cui Alibaba è pioniera; sui servizi di cloud computing di Amazon Web Services, su cui si appoggiano tra gli altri Zoom, AirBnb e Netflix che hanno scommesso su tale tecnologia di data service per assicurarsi tutto lo spazio virtuale di cui necessitano; sulle politiche dei colossi della rete (Google, Facebook) in difesa di imprese, utenti e soprattutto della qualità dei contenuti informativi. Se infatti da un lato le principali piattaforme «non potranno diventare ‘sceriffi del web’», dall’altro neppure possono «continuare a invocare una estraneità completa ai meccanismi di produzione delle notizie e dei commenti», come chiarisce il curatore del volume, il quale invoca anche maggiori «forme di autodisciplina istituzionale e aziendale sui social».

Tra le sfide che attendono il nostro Paese in questo ambito c’è innanzitutto l’esigenza di supportare la digitalizzazione delle Pmi e di compensare il divario digitale tra le diverse fasce della popolazione, perché sia incrementata la possibilità di accesso alla rete da parte degli utenti anche attraverso una dotazione di dispositivi più performanti. Di qui se da una parte è necessaria «una connessione potente e stabile, che semplifica la vita delle persone, avvicina le comunità e consente una gestione facile, efficiente e affidabile di questa nuova ‘normalità digitale’» – secondo quanto sostiene Maximo Ibarra, Ceo di Sky Italia – dall’altra bisogna che ciascuno impari a vivere in maniera sempre più consapevole e responsabile la propria dimensione digitale.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

I misteri della Genesi, tra scienza e fede

«Il linguaggio dei primi capitoli della Genesi è quello del mito, da intendersi come racconto sacro di eventi primordiali, indirizzato all’uomo del suo tempo per la sua edificazione morale». I miti non sono dunque racconti fantastici e antistorici ma, per dirla con Tolkien, «fatti di verità».

 A indagare le origini del mito della creazione non solo in ambito scritturale ma anche in altri contesti e tradizioni culturali è Armando Savini – docente di economia e cultore di esegesi biblica – nel suo recente saggio Miti, storie e leggende. I misteri della Genesi dal caos a Babele (Diarkos, pp. 350).

«La Genesi è un otre che chiude in sé parole creative. Significanti di inesauribile senso, che forgiano immense moltitudini di sostanza». Richiamando soprattutto i termini ebraici, il creare di Dio ‘in principio’ fa riferimento alla Sapienza del Padre per mezzo della quale viene creato dal nulla ciò che esiste, ossia le realtà visibili e invisibili cui alludono ‘il cielo e la terra’. Contiguità e distanza dai miti mesopotamici emergono allorquando l’autore della Genesi chiama semplicemente ‘lampade’ i luminari del giorno e della notte proprio per evitare l’identificazione di sole e luna con le divinità.

Quanto afferma la Genesi è conciliabile con i modelli cosmologici contemporanei? Fermo restando che il libro biblico non è un trattato scientifico, ciò non vuol dire che esso non racconti la verità, la realtà del mistero della creazione sotto altra forma e linguaggio. D’altra parte gli stessi scienziati della ‘teoria del multiverso’, secondo la quale «l’universo è eterno e scaturisce dal caso» hanno rilevato, sulla scorta delle osservazioni preziose dell’astronomo belga padre George Lemaître, che «l’inflazione dell’universo può risultare matematicamente infinita solo verso il futuro, ma non verso il passato». Tra questi fisici Vilenkin ammette che: «Se le leggi della fisica descrivono la creazione dell’universo, questo presuppone che esse esistano prima dell’universo. La questione che nessuno è in grado di sollevare è: da dove vengono queste leggi e perché queste leggi in particolare?». Secondo il filosofo della complessità Morin, al di là dell’esplosione termica del big bang, c’è una catastrofe, ossia una «disintegrazione organizzatrice, cioè il cosmo si organizza disintegrandosi». E ancora, «la fisica quantistica afferma che, se non ci fosse la coscienza, tutto resterebbe in uno stato indeterminato di probabilità», dato il coinvolgimento ineludibile dello scienziato, spettatore-attore di quello che osserva.

Pertanto «l’idea di un universo nato da un punto ad altissima densità, temperatura e curvatura detto singolarità iniziale»; l’ipotesi di una ‘deriva dei continenti’ da un unico supercontinente iniziale; la tesi einsteiniana dell’universo come enorme mollusco che ha in sé le leggi che lo regolano e nel contempo l’idea che «senza una coscienza preesistente qualsiasi universo esisterebbe solo in uno stato di probabilità» evidenziano «una certa consonanza tra cosmogonia biblica e cosmologia; una certa convergenza tra i misteri della creazione rivelati dalla Genesi e le conferme empiriche scaturite dall’osservazione delle leggi di natura».

Per quanto riguarda la creazione dell’uomo, «l’evoluzione presuppone la creazione degli esseri che si evolvono. Dio ha creato gli esseri e li ha lasciati sviluppare secondo le leggi interne che Lui ha dato a ognuno», ha ribadito Papa Francesco durante un discorso alla Pontificia Accademia delle Scienze, riprendendo l’idea agostiniana delle ‘ragioni seminali’ quali leggi razionali volute dal Creatore come principi ordinatori di tutto ciò che esiste. D’altra parte che tutto si sia evoluto casualmente è un «attacco all’intelligenza», per dirla con Chesterton; implica una contraddizione in termini perché «come può la legge scaturire dall’assenza di essa?». Se l’ordine presuppone infatti un principio ordinatore, dal caos non può derivare invece alcun ordine; sarebbe come ammettere che da parole pescate alla rinfusa possano saltar fuori i versi della Commedia.

Relativamente all’albero della conoscenza del bene e del male, la scelta di mangiarne il frutto allude a una violazione delle leggi eterne del Creatore da parte dei progenitori, che non uniformano così la propria libertà alla volontà del Padre.

Per quanto riguarda i giganti, di cui si legge in Genesi (6, 4), il loro nome non allude al frutto dell’unione di angeli decaduti con le donne, né a una sorta di titani del mondo greco, bensì è da intendersi in senso figurato quale riferimento ai ‘potenti’ o, in senso etimologico, agli uomini quali ‘figli della terra’.

Rispetto al diluvio universale l’autore, analizzando i termini ebraici presenti nelle fonti giudaiche e nella tradizione rabbinica, supporta l’ipotesi che potrebbe essersi trattato di un cataclisma locale, in quanto l’espressione ‘tutta la terra’ è spesso usata nella Bibbia per identificare un evento che si verifica in una regione circoscritta con portata storica di più ampio respiro.

Allo stesso modo Savini sottolinea che prima di costruire la torre di Babele i popoli custodivano un unico ‘labbro’ cioè, più che una sola lingua, un’identità politico-religiosa comune, la quale viene minata dal sogno idolatrico dell’uomo di sostituirsi al Creatore. La conseguente punizione divina genera un’incomunicabilità tra uomo e uomo che sarà colmata dal ‘labbro puro’ comprensibile a tutti del Vangelo di Cristo.

Il saggio di Armando Savini ha il pregio di setacciare il ‘mito’ della narrazione sacra, attraverso un’attenta esegesi biblica con continui riferimenti alla lingua ebraica, offrendo così un proficuo approfondimento dei misteri della Genesi.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

San Tommaso risponde così agli interrogativi che avete

“È peccato essere noiosi?”, “È peccato amare il vino?”, “Se mi distraggo quando prego, Dio smette di ascoltarmi?”. Sono queste alcune domande alle quali lo psicologo statunitense Kevin Vost – volto noto del coraggioso network cattolico radiotelevisivo EWTN ed autore di molti libri divulgativi – prova a rispondere sulle orme della filosofia del Dottore Angelico nel volume Tommaso d’Aquino in pochi minuti. Risposte per chi ha fretta alle domande fondamentali, pubblicato da D’Ettoris editori a cura del Prof. Maurizio Brunetti (2020, pp. 288).

Nel cuore dell’uomo alberga un desiderio mai sopito di felicità che spesso s’illude d’appagarsi con l’onore, la fama, il potere, il benessere dell’anima e del corpo. Eppure nessun bene creato riesce di fatto a soddisfarlo; «lo testimonia la lunga lista di celebrità ricche e famose e di superstar dello sport la cui vita è stata stroncata da un suicidio o da un omicidio». La felicità, è infatti, per l’Aquinate, la beatitudine, il compimento in Dio, Bene increato, di tutte le potenzialità insite nella natura umana. Qui sulla terra tale felicità è il premio delle azioni virtuose.

Di qui l’apostolo del senso comune invita da un lato a riconoscere il vero bene dell’anima, dall’altro a «non fare mai i guastafeste, perché essere dei tutto-lavoro-e-mai-svago ci rende uomini e donne noiosi e persino peccatori, anche se solo ‘veniali’». Infatti bisogna essere «nella giusta misura, spiritosi e diffondere buon umore». Perciò, secondo il Dottore Angelico, «chi impedisce il divertimento altrui e non si mostra mai piacevole» commette peccato.

 Relativamente al rapporto tra volontà e libero arbitrio, parafrasandone la distinzione tommasiana, Vost spiega che «la volontà è la capacità di desiderare ciò che è veramente buono. L’esperienza ci insegna che è alla nostra portata desiderare il vero bene, ma non sempre lo perseguiamo». Diverso è il ruolo del libero arbitrio, in quanto «la nostra libera scelta non riguarda il fine o l’obiettivo: vogliamo la felicità. Ciò che scegliamo è il mezzo per raggiungere tale scopo. È attraverso la nostra capacità di scegliere o non scegliere tra diversi mezzi che esercitiamo il libero arbitrio e diventiamo attivi, agenti non determinati, padroni delle nostre azioni e degni di lode o biasimo». Di qui l’esigenza di impegnarsi nella pratica della virtù, ricordando che, per dirla con la chiarezza dell’Aquinate, «abiti virtuosi decadono o si perdono per mancanza di esercizio».

Per quanto riguarda il nemico per eccellenza della felicità umana, il peccato, Vost ricorda innanzitutto che «peccando, dichiariamo di amare principalmente noi stessi prima di tutto il resto» e che quindi, come scrive Tommaso, «l’amore disordinato di sé è la causa di tutti i peccati». Pertanto i peccati spirituali son più gravi di quelli carnali, l’orgoglio pesa più della lussuria. Mentre, tra le cause interne di peccato, «la peggiore è la malizia o ‘cattiva volontà’, che è una scelta razionale, fredda, calcolata e intenzionale del male, non annebbiata né dall’ignoranza né dal fuoco della passione».

Relativamente al consumo di alcolici, l’indicazione di Tommaso raccontata da Vost è «di non andare oltre le quantità che provocano una leggera euforia, quella compatibile con una allegria gaia e scherzosa. Il tempo appropriato, il contesto e la situazione devono sempre essere valutati secondo quanto dice la Scrittura: “Allegria del cuore e gioia dell’anima è il vino bevuto a tempo e a misura. Amarezza dell’anima è il vino bevuto in quantità, con eccitazione e per sfida” (Sir 31, 28-29). La sobrietà è una virtù a braccetto con la temperanza. Ma le virtù sono il giusto mezzo tra il troppo e il troppo poco». Allo stesso modo, rispetto al ‘troppo poco’, Tommaso preannuncia che “se uno coscientemente si privasse del vino al punto di compromettere gravemente la salute, non sarebbe immune da colpa». La ragione che sostiene tale posizione è molto semplice: «tutto ciò che Dio ha fatto è buono».

Questo vale a maggior ragione per la grazia donata dal Creatore, la quale «sorpassa la potenza di qualsiasi natura creata, anche quella degli angeli», nella misura in cui è, per dirla col Dottore Angelico, «una partecipazione della natura divina, che trascende ogni altra natura». A tal proposito occorre ricordare anche che «ogni atto meritorio causa un aumento di grazia e che il fine ultimo della grazia è la vita eterna». E sulla regina di ogni virtù, la carità, Tommaso scrive che «appartiene all’amore del prossimo non solo volere il suo bene ma anche adoperarsi per lui». In effetti, commenta Vost, «la carità è una virtù dinamica che agisce, lavora e fa fare cose buone, tutto attraverso il nostro amore per Dio».

Nella seconda parte dell’opera, sempre in formula di domanda e risposta, si affronta il tema cruciale dell’esistenza di Dio e si ripercorrono le ‘vie’ della ragione per riconoscerla a partire dalle realtà create; si specificano gli attributi del Creatore e si scrutano umilmente anche i misteri divini più insondabili.

Alla domanda: “Dio può fare in modo che il passato non sia stato?”, Vost replica che la risposta sarebbe senza dubbio affermativa se si considera la sua onnipotenza, eppure «la risposta alla domanda di Tommaso è no, dal momento che nell’onnipotenza di Dio non rientra ciò che implica contraddizione. Ora, che le cose passate non siano avvenute implica contraddizione. Dio è in grado di fare tutto ciò che non è contraddittorio, cioè, le cose che si potrebbero fare. Dio è verità e non può fare che un avvenimento realmente accaduto non accada».

Per quanto concerne i sacramenti, Vost spiega parafrasando il Dottore Angelico che, mediante essi, opera la passione di Cristo. Perciò «sono necessari alla salvezza, perché la natura umana donataci da Dio richiede che la nostra mente sia condotta alle realtà di ordine spirituale per mezzo di realtà corporee e materiali». Di qui, relativamente alla presenza reale di Cristo nell’Eucarestia, Vost rileva un paradosso significativo che può insinuarsi talvolta anche nell’animo di alcuni credenti: «Non è bizzarro che alcuni cristiani, pur credendo Dio capace di aver creato dal nulla tutto ciò che vediamo, non gli riconoscano il potere di essere realmente presente nel sacramento dell’Eucaristia?».

 Nei brevi ‘riquadri del bue muto’, nei quali l’autore risponde a diverse curiosità così come vi risponderebbe Tommaso, Vost si domanda se Dio smetta di ascoltarci quando ci distraiamo durante la preghiera. E sempre con l’Aquinate replica che «la distrazione involontaria non toglie il frutto della preghiera», anzi «Dio apprezza il fatto che cerchiamo di pregare, anche quando le nostre menti errabonde si smarriscono!».

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

L’epidemia come politica. Il Covid spiegato da Agamben

«Un apparato ideologico espli­citamente totalitario, operando attraverso l’istaurazione di un puro e semplice terrore sanitario e di una sorta di religione della salute» diffonde quotidianamente «cifre prive di ogni consistenza scientifica». Ma «com’è potuto avvenire che un intero Paese sia senza accorgersene eticamente e politicamente crollato di fronte a una malattia?».

A questa domanda offre un’acuta risposta il filosofo Giorgio Agamben in A che punto siamo? L’epidemia come politica (Quodlibet 2020, pp. 112), una raccolta di riflessioni critiche sulle diverse fasi dell’emergenza sanitaria che stiamo vivendo. Il filosofo romano denuncia apertamente le conseguenze di uno ‘stato d’eccezione’ che anche nel nostro Paese ha di fatto sospeso alcune fondamentali libertà che invece sarebbero dovute rimanere costituzionalmente garantite. E in effetti pare che tale «minaccia alla salute abbia reso gli uomini disposti ad accettare limitazioni alla libertà che non si erano mai sognati di poter tollerare, né durante le due guerre mondiali né sotto le dittature totalitarie». D’altra parte, come la storia insegna, «lo stato di eccezione è il meccanismo che permette la trasformazione delle democrazie in Stati totalitari».

In tale prospettiva è fondamentale anche la gestione dell’informazione, in forza della quale «il governo ha istituito una commissione che ha il potere di decidere quali notizie sono vere e quali devono essere considerate false». Infatti, relativamente alle cifre diffuse, le cose non stanno propriamente come dicono, anzi si tratta di «una gigantesca operazione di falsificazione della verità», in quanto «dare una cifra di decessi senza metterla in rela­zione con la mortalità annua nello stesso periodo e senza specificare la causa effettiva della morte non ha alcun significato». E in effetti il presidente dell’ISTAT Blangiardo, relativamente ai numeri ufficiali del 2019, ha comunicato in una sua relazione che «nel mar­zo 2019 i decessi per malattie respiratorie sono stati 15.189 e l’anno prima erano stati 16.220. Incidentalmente si rileva che sono più del corri­spondente numero di decessi per Covid (12.352) dichiarati nel marzo 2020».

 Le contraddizioni sono all’ordine del giorno anche tra medici e virologi, che spesso «ammettono di non sapere esattamente che cos’è un virus, ma in suo nome pretendono di decide­re come devono vivere gli esseri umani».

Il mantra indiscriminato per tutti è allora quello del ‘distanziamento sociale(e non ‘personale’ o ‘fisico’ come ci si aspetterebbe), che sta preparando il terreno alla «definizione di una nuova struttura della relazione fra gli uomini», perché una «perpetua emergenza genera un bisogno costante di sicurezza». Si è dunque creata intenzionalmente «una gigantesca onda di pau­ra, causata dal più piccolo essere esistente, che i potenti del mondo guidano e orientano secondo i loro fini. Così, in un perverso circolo vizioso, la limitazione del­la libertà imposta dai governi viene accettata in nome di un desiderio di sicurezza che è stato in­dotto dagli stessi governi che ora intervengono per soddisfarlo».

Un’altra conseguenza etico-politica non trascurabile di tale ‘stato d’emergenza’ è «la pura e semplice abolizione di ogni spazio pubblico», dal momento che i «provvedimenti ci obbligano di fatto a vivere in condizioni di coprifuoco. Ma una guerra con un nemico invisibile che può annidarsi in ciascun altro uomo è la più assurda delle guerre». Durante il periodo di lockdown si è infatti assistito al paradosso di «sospendere la vita per proteggerla», in nome non di un’evidenza scientifica condivisa dagli esperti, ma di un fideismo scientista che rinnega ogni fede religiosa e si pone come verità assoluta, per cui «gli uomini non credono più a nulla tranne che alla nuda esistenza biologica (separata dalla vita affettiva, culturale e spirituale) che occorre a qualunque costo salvare».

Dinanzi al dolore dei familiari dei pazienti morti ‘in isolamento’, Agamben si domanda «come abbiamo potuto accettare, soltanto in nome di un rischio che non era possibile precisare, che le persone che ci sono care e degli esseri umani in generale non soltanto morissero da soli, ma che – cosa che non era mai avvenuta prima nella storia, da Antigone a oggi – che i loro cadaveri fossero bruciati senza un funerale?».

 Ai giuristi lo studioso di biopolitica fa invece notare «l’uso sconsiderato dei decreti di urgenza attraverso i quali di fatto il potere esecutivo si sostituisce a quello legislativo, abolendo quel principio della separazione dei poteri che definisce la democrazia».

Da pensatore non cattolico, Agamben non risparmia critiche nemmeno alla Chiesa che, «sotto un Papa che si chiama Francesco, ha dimenticato che Francesco abbracciava i lebbrosi. Ha dimenticato che una delle opere della misericordia è quella di visitare gli ammalati. Ha dimenticato che i sacramenti si possono amministrare solo in presenza; che i martiri insegnano che si deve essere disposti a sacrificare la vita piuttosto che la fede e che rinunciare al proprio prossimo significa rinunciare alla fede».

Insomma, ora che «il cittadino non ha più un diritto alla salute (health safety), ma diventa giuridicamente obbligato alla salute (biosecurity)», è inaugurato «un nuovo paradigma di biosicurezza, al quale tutte le altre esigenze dovranno essere sacrificate. È legittimo chiedersi se una tale società potrà an­cora definirsi umana o se la perdita dei rappor­ti sensibili, del volto, dell’amicizia, dell’amore possa essere veramente compensata da una si­curezza sanitaria astratta e presumibilmente del tutto fittizia».

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Dante, il Poeta che consolò anche nei lager

Ogni storia è storia di salvezza. Il lavoro del narratore, secondo la scrittrice cattolica Flannery O’ Connor, consiste proprio nel «descrivere l’opera della grazia in un territorio per lo più occupato dal diavolo». Lo ricorda Andrea Monda nella sua prefazione al volume del poeta e scrittore Nicola Bultrini, Con Dante in esilio (Ares 2020, pp.175), che mostra come siano in tanti, da Omero a Guareschi, tra artisti, romanzieri e poeti, a raccontare con parole o immagini ‘l’inferno’, ossia un’esperienza di dolore e catarsi, nella speranza di venirne fuori vivi.

Il viaggio dell’autore comincia nello Stalag VII A di Moosburg, a nordest di Monaco, in un campo di concentramento in cui è stato imprigionato suo nonno per due anni, per poi far tappa sul fronte del Carso dove il Capitano Giuseppe Reina scrive un romanzo/diario prendendone in prestito il titolo da un verso del V canto dell’Inferno: Noi che tignemmo il mondo di sanguigno. «Ovunque si combatte – scrive Reina – si sanguina e si muore sono uomini. Da tutto il sangue germinerà un’umanità rinnovata, perché avrà conosciuto compiutamente il dolore, la passione e la morte». Parole drammatiche sì, ma dense di speranza.

Al contrario il filosofo Adorno ha affermato che scrivere una poesia dopo Auschwitz sarebbe un atto di barbarie, quasi che l’arte non può che tradire la memoria del dolore vissuto nell’orrore dei lager. Eppure nell’impermeabile del poeta ungherese Miklos Radnoti, prigioniero nei campi di concentramento ungherese e morto a 35 anni, è stato trovato un taccuino con una poesia scritta per l’amico violinista trucidato poco prima di lui.

Sono dello stesso avviso Paul Celan e Primo Levi, ritenendo che la scrittura e la poesia fosse possibile dentro e fuori il lager proprio per «sottrarlo all’indicibilità». Lo ribadisce il poeta Davide Rondoni: «Tutta la sapienza vale qualcosa di più di niente solo se porta ad avere una posizione di fronte al dolore. Toccando il limite, nell’entusiasmo o nella paura, nasce l’opera d’arte».

L’arte dischiude all’anima lo splendore della verità. Lo testimonia tra gli internati Peter Gregor Schwake, che compone a Dachau varie opere musicali religiose, tra cui la Messa di Dachau per coro maschile e ottoni, che fu suonata per la prima volta nel settembre del 1944.

Anche Giovanni Guareschi è stato fatto prigioniero dai tedeschi nel 1943 ad Alessandria perché si rifiutò di disconoscere l’autorità del re e lì «rimase vivo anche nella parte interna. Guareschi è stato il curatore della ‘pagina’ umoristica di una straordinaria esperienza: quella del ‘giornale parlato’, secondo un modello in uso in diversi campi. Si trattava di giornali che venivano recitati, non potendo ovviamente essere stampati, tra i gruppi di prigionieri».

«Non abbiamo vissuto come i bruti», scrive Guareschi nel suo Diario sulla scia del verso dantesco. E lo commenta così: «Non ci siamo rinchiusi nel nostro egoismo. La fame, la sporcizia, il freddo, le malattie, la disperata nostalgia delle nostre mamme e dei nostri figli, il cupo dolore per l’infelicità della nostra terra non ci hanno sconfitti. Non abbiamo dimenticato mai di essere uomini civili, uomini con un passato e un avvenire. Con niente ricostruiamo la nostra civiltà».

Da lui e da altri testimoni scopriamo che nei lager si discuteva di letteratura e sorse addirittura una sorta di università, dove docenti e persone comuni si incontravano anche per la lectura Dantis dei canti della Commedia «per iniettare nell’aria limacciosa del lager l’ossigeno che permetta il sopravvivere dello spirito», come testimonia ancora l’ideatore di Don Camillo.

Tra le esperienze che i prigionieri ritrovano tra le pagine della Commedia vi sono «il viaggio, la costrizione, la privazione della libertà, la fatica fisica e mentale, la fame, la paura, la debolezza, e via dicendo, tutti elementi quotidianamente vissuti dagli internati. Anche la struttura del campo, la sua organizzazione, le sue vicende quotidiane, erano ampiamente riferibili alle situazioni descritte da Dante: i gironi infernali potevano ricondurre facilmente alle varie zone del campo, le bolge agli ambienti di lavoro, le torture alle torture, le pene alle punizioni e così via».

 Insomma «la parola di Dante ha una resistenza che dura nei secoli, che consente la sua ripetizione rivelando la straordinaria capacità di rinnovarsi ogni volta». Questo vale nei campi di prigionia, in esilio come fu per Dante e in ogni altra condizione umana. Si tratta perciò, ieri come oggi, insieme al Sommo Poeta, di «salvare la parola, che perde la sua funzione principe di espressione del pensiero e diventa elemento asettico di un segnale elettronico, impulso telegrafico, codice numerico informatico». E invece gli endecasillabi danteschi, per la loro forma, letti a voce alta, offrono persino la possibilità di un esercizio benefico anche per il corpo, nella misura in cui assecondano il ritmo della respirazione. Perché la vera arte in generale, e la poesia di Dante in particolare, non è strumento di evasione, ma al contrario possibilità di vivere più intensamente il reale e dunque respiro e sollievo per l’anima.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana