A Dio don Franco Fedullo, testimone di verità e carità

Cavaliere di Cristo, paladino della vita dei piccoli minacciati nel grembo materno, padre attento e premuroso per ciascuno dei ‘figli’ affidati alle sue cure. Per tutti, semplicemente, don Franco. È questo don Franco Fedullo, parroco della “Parrocchia di S. Domenico” in Salerno dal 1999, che il Padre ha stretto sul suo cuore e chiamato a sé il 30 gennaio, domenica, la “Pasqua della settimana”, non senza averlo reso prima participe del calice del suo Figlio.

Un intero popolo da sud a nord – non solo dunque i fedeli della comunità di San Domenico che è la sua famiglia sin dagli albori della sua ordinazione sacerdotale nel 1983 – si è stretto intorno al suo pastore sofferente, soprattutto quando le condizioni di salute hanno reso necessario il ricovero ospedaliero, elevando al Padre una preghiera continua, in ogni ora del giorno e della notte, per supportarlo costantemente lungo la via dolorosa.

Agli occhi del mondo e per tanta cronaca locale è soltanto l’ennesima vittoria del Covid che continua a mietere le sue vittime; per lo sguardo della fede è invece il trionfo dell’amore che prega, ama e spera, soffre e offre, crea comunione e unità, si affida alla materna intercessione della Beata Vergine di Pompei perché sempre in Dio confida. Così gli occhi della fede possono cogliere (e non è una magra consolazione!) che, mentre la seconda lettura proclama il manifesto paolino della carità, il servo buono e fedele don Franco – che l’ha incarnata durante la sua vita terrena – è chiamato dal Padre a partecipare alle nozze dell’Agnello.

Don Franco è stato «un grande testimone del tempo in cui le sue battaglie erano quelle di un’epoca della Chiesa. Ora che la Chiesa sta vivendo forse un’altra fase, il Signore lo sceglie come strumento prezioso di intercessione per noi nell’aldilà», per dirla con le parole di padre Francesco de Feo, egumeno dell’Abbazia di San Nilo in Grottaferrata. Un uomo profondamente radicato in Cristo, con una fede solida e la freschezza del ‘convertito’, un testimone sempre in prima linea della verità nella carità e della carità nella verità, mai dell’una senza l’altra. Ne è una scia la sua premura costante alla formazione continua di giovani e adulti, nell’anelito di ridestare un popolo per la vita, consapevole della propria missione nella Chiesa e della posta in gioco da difendere, ossia la dignità di ogni essere umano come figlio di Dio sin dal grembo materno, contro l’imperante cultura della morte.

È tra i fondatori del Centro per la Vita “Il Pellicano”, che dal 1983 a oggi ha contribuito a strappare all’aborto 1153 bambini, tutelando la vita nascente e aiutando madri e padri a riscoprire la bellezza di tale dono. Di qui, dinanzi alle situazioni più problematiche, non solo ha saputo sapientemente invitare i genitori ad agire secondo un principio molto semplice, ossia “Fai a un bambino in grembo quello che faresti a un bambino in culla”, ma anche a supportarli concretamente attraverso le strade di una carità multiforme per affrontare insieme i problemi, senza cancellare la vita del loro figlio.

Un padre spirituale sempre disponibile a dare una mano o un buon consiglio, a infondere speranza e determinazione, che si è fatto docilmente tutto a tutti, «che incarna ciò che predica, che cammina con le scarpe rotte, che non riesce ad avere soldi in tasca, che non ha orari se hai bisogno di lui anche solo di parlare… a cui 24 ore, 7 giorni e 12 mesi non bastano perché ogni secondo è buono per aiutare qualcuno, dalla vita nascente a quella che si spegne», per riprendere le parole di Maria Rosaria.

La sua carità operosa, umile, silenziosa e lontana dai riflettori anche quando è nominato direttore della Caritas, riaffiora nei ricordi dei giovani di San Domenico, come racconta Mariano: «Me la ricordo come se fosse adesso, quella sera di oltre 25 anni fa, ottobre 1996, quando verso le 10 di sera mi fermasti davanti la chiesa e mi dicesti: “Ciao, accompagnami a fare una opera bella!” e ti facesti accompagnare a portare una coperta a un barbone che dormiva per strada a via Velia».

Innamorato di Maria e di Gesù Eucarestia, appassionato cultore delle vite dei santi e della memoria storica di Salerno, si è sempre preoccupato sul piano pastorale in particolare della preghiera e della comunione quotidiana dei più giovani, tenendo la chiesa aperta fino a tarda sera. Santo sacerdote, ha incarnato quotidianamente la pagina del Vangelo di Giovanni dell’Ultima Cena che commentava con semplicità e profondità, ricordando che «niente è piccolo di ciò che è fatto per amore». Lo rileva acutamente ancora Paolo sui social: «Come un pellicano hai consumato te stesso per gli altri, con quelle carezze del cuore che erano consolazione dell’anima». Infatti don Franco si è continuato a spendere per amore di Dio e del prossimo anche quando i dolori fisici e articolari si facevano più acuti e intensi da rendere difficoltoso persino l’indossare il proprio giaccone.

Insomma, per dirla con le parole autorevoli del medico e professor Pino Noia: «Don Franco è sempre vissuto in Dio. Adesso partecipa della Sua gioia infinita e aiuterà di più noi poveri mortali a vivere secondo la volontà del Signore. A voi il lascito di continuare l’opera del Pellicano perché continui a vivere  tutta la sua vita nel dare vita spirituale, fisica, culturale, etica, umana e cristiana. A voi l’eredità di combattere come prima e più di prima affinché il wonderful gift (il dono della meraviglia della vita, come mi disse madre Teresa nel nostro incontro al Gemelli) sia difeso, custodito, protetto e diffuso sempre e comunque, perché Tu Signore sei Via, Verità e Vita. Lo abbiamo accompagnato con la preghiera e continueremo a farlo come intercessore presso Dio, per voi e per tutti noi».

Don Franco è una «finestra sul Mistero», come egli stesso amava definire gli autentici testimoni di Cristo, un segno tangibile dell’amore di Dio per me, una presenza paterna e amica della Presenza che mi è accanto sempre, un canale privilegiato attraverso il quale la grazia divina mi raggiunge, dal battesimo al matrimonio e nella ferialità dell’ordinario, e ancor di più ora che vive nel seno del Padre nella comunione dei santi.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Gridiamo il Vangelo, la vita di fede spiegata da Comastri

«Quando predichi, ricordati che la tua vita parla più forte delle tue parole. Se la tua vita smentisce le tue parole, la gente guarderà la tua vita e non ascolterà le tue parole. E porta sempre un esempio concreto: l’idea facilmente si dimentica, mentre l’esempio resta impresso nella memoria. E poi: prega e preparati bene! Se ti prepari, dici cose sensate…e sei breve!». Fa tesoro di quanto gli disse un giorno confidenzialmente Santa Madre Teresa di Calcutta il cardinale Angelo Comastri nel suo recente volume Gridiamo il Vangelo (Palumbi 2021, pp. 480), che raccoglie i testi di tutte le omelie sui Vangeli festivi dell’anno liturgico C in corso, il quale riprende principalmente il Vangelo secondo Luca.

Si tratta di testi ancorati alla Parola di Dio e legati alla pastorale, che nascono dal cuore e dalla sapienza teologica di un cardinale molto amato dai fedeli e ammirato per la sua capacità oratoria, capace di parlare ai colti come ai semplici. Le sue omelie si rivelano infatti come un prezioso strumento particolarmente utile tanto per i sacerdoti per la preparazione delle omelie festive, quanto per i laici che desiderino approfondire e meditare la Parola che salva.

 «Gesù ha scelto come collaboratori gli uomini meno idonei al successo. Ha scelto un pugno di pescatori, gente che non contava socialmente e li ha invitati per le strade del mondo per un’avventura che, umanamente parlando, era destinata a sicuro fallimento. Invece, questi uomini hanno scosso le fondamenta dell’impero romano, hanno affrontato persecuzioni, e hanno versato il sangue senza paura…e hanno vinto i loro persecutori. Tutto questo è stato possibile soltanto perché Gesù è Dio», scrive Comastri relativamente al cuore della proposta cristiana.

Egli avverte del rischio da parte dell’uomo «di fare di Dio una pericolosa

Gridiamo al Vangelo. Omelie sui Vangeli festivi. Anno C

caricatura», mentre ricorda che «Dio non è soltanto l’infinitamente grande, ma è anche l’infinitamente felice e l’infinitamente buono e gioisce nel condividere con qualcuno la Sua gioia». Di qui egli richiama, nell’omelia del Battesimo di Gesù, il valore dell’esempio nella trasmissione della fede: «La famiglia e soltanto la famiglia può ridare vita e ossigeno al Battesimo dei bambini. Oggi le nostre famiglie offrono un clima di esempi, in cui i figli possono percepire la bellezza della vita battesimale? Nei genitori si vede una via da seguire o si vede soltanto un cristianesimo esteriore contraddetto dalla vita di ogni giorno?». Così se da un lato ricorda in proposito che il battesimo è «il dono della vita di Dio messo dentro la nostra libertà perché lo accolga o lo lasci crescere»; dall’altro cita quanto constatato con amarezza dal cardinal Suenens: «Mi tormenta che noi abbiamo tanti battezzati, ma pochi cristiani».

 Nell’omiletica del cardinal Comastri si ritrovano suggerimenti e provocazioni per scuotere il torpore dei fedeli, e soprattutto, tanti fatti concreti e aneddoti innestati in un cristianesimo che si fa carne ogni giorno nelle membra della Chiesa.

Sul vangelo che apre il tempo di quaresima, Comastri cita il biblista Rinaldo Fabris: «Il racconto delle tentazioni è un Vangelo in miniatura, nel quale sono drammatizzate le scelte fondamentali di Gesù». Rispetto alla parabola del Padre misericordioso, in relazione alla reazione del secondo figlio nei confronti del fratello ritornato sui propri passi, sottolinea: «Questo figlio rappresenta i falsi buoni, i falsi amici di Dio, i falsi adoratori di Dio; coloro che non si convertono ai sentimenti di Dio». Allo stesso modo ricorda che «Dio è felice di perdonare quando trova un cuore pentito».

Parole poetiche e vere quelle pronunciate dal cardinal Comastri in calce all’omelia della Domenica delle Palme che apre la Settimana Santa, «storia di un amore sanguinante» mediante la quale «Cristo ci risponde con la sua passione e ci rivela chi siamo noi e chi è Dio». Riguardo al mistero pasquale della nostra salvezza il cardinale toscano proclama con forza: «La Pasqua non è dietro a noi, ma davanti a noi. Cristo Risorto: in Lui abbiamo riconosciuto la risposta di Dio alle ferite di angoscia, di nostalgia, di paura, di debolezza, che sono nel cuore di ogni uomo». Di qui l’invito a «gettare semi di risurrezione dove viviamo, seminando la bontà intorno a noi e in mezzo a noi, anticipando il trionfo finale della bontà con piccoli gesti di bontà, di perdono, di generosità senza meschini calcoli umani. Cominciando dalla nostra famiglia e dal nostro ambiente quotidiano di vita».

E ciò per contrastare «il primato del benessere senza anima, il primato degli omicidi, il primato dei suicidi, il primato della droga, il primato degli aborti, il primato dei divorzi, il primato della frivolezza» che ci rende «i primi in graduatoria nella tabella dell’egoismo»; per combattere solitudine, tristezza e nevrosi che testimoniano proprio che «non ci manca qualcosa, ma Qualcuno», in quanto solo «se si vive donando se stessi, la vita acquista un sapore nuovo».

 Alla luce di tali considerazioni e nella prospettiva del dono della propria vita, è necessario riscoprire tanto la bellezza del disegno divino sulla famiglia, nella consapevolezza che «paternità e maternità sono due modi che Dio ha scelto per presentarsi al mondo», quanto «gettare ogni giorno un seme di bontà per preparare la primavera del mondo». Per far questo non basta la buona volontà, occorre anche e soprattutto lasciar operare la grazia di Dio in noi. Lo sapeva bene anche Chesterton, il quale afferma con l’ironia che lo contraddistingue: «Essere buoni è un’avventura ben più grande e ben più ardita che fare il giro del mondo con una barca a vela».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

“Ascoltare San Domenico ci aiuta all’incontro con Dio”

In occasione dell’ottavo centenario della morte di San Domenico (Dies Natalis, Bologna 6 agosto 1221) è stato indetto un Anno Giubilare inaugurato il 6 gennaio 2021 che avrà termine il 6 gennaio 2022. Alcuni degli eventi e delle iniziative previste dal Comitato Internazionale per il Giubileo avranno luogo a Bologna presso la Basilica Patriarcale di San Domenico, dove riposano e sono venerate le spoglie mortali del Santo. Il tema scelto, “A tavola con San Domenico”, si ispira alla cosiddetta “Tavola della Mascarella” – primo ritratto del Santo databile tra il 1235 e il 1250 che testimonia anche un miracolo del pane ottenuto per sua intercessione – che lo raffigura con numerosi frati provenienti da tutta Europa. Si vuole, così, celebrare San Domenico non come un santo lontano e irraggiungibile, ma come un uomo che amava vivere in compagnia dei suoi fratelli uniti dalla stessa vocazione di annuncio del Vangelo con la parola e con la vita, condividendo i doni del Signore.

Tante le iniziative promosse per il Giubileo Domenicano – celebrazioni solenni, momenti di preghiera e spiritualità, convegni, una mostra e la proposta di un pellegrinaggio (il programma dettagliato è consultabile sul sito: http://www.giubileodomenicano.it/) – delle quali La Nuova Bussola ha parlato in esclusiva con il priore dell’Ordine Fra Davide Pedone, autore del recente volume Andata e ritorno. San Domenico, la stella del vespro. Il suo carisma e la sua eredità (ESD 2021, pp. 112) che ripercorre le tappe significative della vita umile, contemplativa e attiva, di un gigante della nostra fede.

Fra Davide, il tema scelto per quest’anno giubilare “A tavola con San Domenico” allude a una vicinanza, a una ‘prossimità’ di Domenico all’uomo di oggi. In quali aspetti un Santo di otto secoli fa può divenire nostro ‘contemporaneo’; ossia cosa significa per noi essere a tavola con san Domenico hic et nunc, qui e ora?

Quando siamo a tavola dialoghiamo, conversiamo; c’è uno scambio di opinioni, di idee e di pensieri. Se ci dovessimo pensare a tavola con San Domenico, ascolteremo quello che lui ha da dirci e a sua volta noi interagiremo con lui. Allora stare a tavola con San Domenico significa ascoltare quello che egli ci vuole dire, che cosa lo ha mosso durante la sua vita a fare tutto quello che ha fatto. E la passione di San Domenico è ciò che per cui ha vissuto per tutta la vita, cioè Cristo Salvatore. Egli ci racconterebbe di Gesù, della salvezza che ha portato, che è valida ai suoi giorni come ai nostri perché anche noi oggi cerchiamo salvezza.

Quali sono le iniziative principali in programma per celebrare il vostro Santo Fondatore?

Tenendo conto che purtroppo la pandemia ha fortemente limitato molte iniziative, tra le quali la possibilità di un ‘movimento di pellegrinaggio’ che sarebbe arrivato a pregare ai piedi dell’Arca di San Domenico, lì dove sono custodite le sue spoglie mortali, ci prepareremo al Triduo in suo onore con tre Messe celebrate il 31 luglio, l’1 e il 2 agosto presiedute da tre provinciali francescani, come da tradizione, la quale prevede ci sia un francescano a celebrare le Messe prima della festa del santo di Guzman e, viceversa, un domenicano a presiedere quelle precedenti la festa del santo di Assisi. Il 3 agosto ci saranno i Vespri Solenni, presieduti dal maestro dell’Ordine, con l’esposizione del capo di San Domenico che sarà portato in processione in Basilica. Il 4 agosto, cuore del Giubileo, ci sarà la Messa Solenne alle 19 presieduta dal Card. Matteo Maria Zuppi con l’omelia del maestro dell’Ordine. In chiusura, il 5 agosto, avremo un momento di preghiera in ricordo del transito di San Domenico.

Da dove nasce l’idea di ripercorrere attraverso un pellegrinaggio spirituale e culturale, sulle orme di San Domenico, il suo ultimo viaggio da Roma a Bologna?

Fare un pellegrinaggio consente un po’ di ripercorrere il cammino della propria vita, di fare un percorso di discernimento, purificazione e riconsiderazione della propria esistenza. Abbiamo scelto perciò di riprendere proprio un tratto di strada che Domenico ha fatto molte volte, quello tra Bologna e Roma. Di fatto poi è l’ultimo percorso che egli fece, perché di ritorno a Bologna cadrà ammalato e cominceranno ad aggravarsi le sue condizioni. Visto che l’ottocentenario ne celebra il dies natalis, allora questo cammino vuole alludere anche alla meta della sua vita, il regno dei cieli, l’orizzonte entro cui dovrebbe essere orientato tutto quello che anche noi facciamo. In tale prospettiva, il pellegrinaggio comporta anche un ricentrarsi verso il giusto obiettivo, quello dell’incontro con Dio, in un tempo in cui siamo un po’ smarriti. Venendo al percorso, si snoda idealmente lungo l’asse della Via Francigena e prevede alcune soste significative (Viterbo, Rieti, Orvieto, Montepulciano, Siena e Firenze) ed è fruibile anche con l’ausilio dell’app “SloWays”, provvista di una guida GPS dell’intero itinerario e di informazioni di carattere storico, artistico e spirituale legate al mondo domenicano.

Quale episodio della vita di Domenico potremmo sentire più vicino alla nostra sensibilità?

Una volta uno studente, sentendolo parlare con la sua profondità, gli domanda su quale libro abbia appreso tale sapienza. Domenico risponde – ed è una risposta significativa anche per noi oggi – che ha appreso la sua sapienza nel libro della carità. L’insegnamento che possiamo apprendere da tale episodio è che la conoscenza più gustosa di Dio la ritroviamo proprio nella carità applicata nella quotidianità.

Qual è l’attualità del carisma domenicano nella vita della Chiesa contemporanea?

San Domenico ha speso tutta la sua vita nella predicazione e nella costituzione di un ordine che si dedicasse alla predicazione. Oggi, per quanto antica e sempre nuova, la predicazione è sempre necessaria e attuale. San Domenico predicò il Cristo come via perché l’uomo potesse essere pienamente uomo in quanto figlio di Dio secondo la propria vocazione. È questa un’urgenza anche oggi, quella di ritrovare in Cristo colui che ci aiuta a essere pienamente noi stessi, dentro un orizzonte in cui l’uomo è smarrito al punto da rinnegare persino se stesso nella sua stessa realtà. Domenico combatté con la sua predicazione l’eresia catara che rinnegava il creato e la sua materialità e dunque il corpo, inteso quale prigione di cui liberarsi; eresia per la quale anche la famiglia era da abolire perché luogo nel quale nascevano altre ‘prigioni dello spirito’. Tale eresia, in una formula sicuramente nuova, è molto presente anche oggi nella difficoltà di custodire la famiglia nel progetto che Dio ci ha consegnato e la bellezza dell’uomo così come è data. In realtà, nel momento in cui smarriamo l’orizzonte divino, rinneghiamo noi stessi.

Una curiosità, qual è attualmente il Paese con maggior numero di vocazioni domenicane?

In estremo oriente il Vietnam e Filippine sono in forte crescita. L’America stessa ha province molto ricche di vocazioni, a partire da quella di Washington; in particolare, in America latina, la Colombia è fiorente di vocazioni. In Africa le vocazioni nel carisma di Domenico sono in crescita in Kenya e dintorni; in Europa in Polonia. A livello generale, tutto l’Ordine ha una crescita progressiva, nonostante paesi un po’ in difficoltà, quali Spagna, centro e sud Italia.

Volendo fare, infine, un appello ai nostri lettori e non solo?

L’invito per tutti è a venire pellegrini a Bologna a chiedere le grazie che vogliamo per l’intercessione di San Domenico e a mettere la propria vita sotto la custodia e il patrocinio di Maria, come lo stesso Domenico ha fatto, dal momento che è la Vergine che ha voluto l’Ordine e lo condurrà dove Dio vorrà.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

 

 

In un libro 123 storie di sacerdoti e religiosi morti in guerra

«O tutti o nessuno!», grida don Elia Comini a chi gli offre la salvezza poche ore prima della sua uccisione da parte delle SS a Pioppe di Salvaro in provincia di Bologna. Egli non è stato il solo pastore a offrire la propria vita per le sue pecore. Sono infatti 123 i sacerdoti uccisi in Emilia Romagna durante la Seconda Guerra mondiale: 45 caduti sotto i bombardamenti, 14 cappellani militari morti per cause di servizio, 37 per mano dei nazifascisti e 27 ‘in odio alla fede’ o per odio politico dei partigiani. I loro volti e nomi affollano le pareti e l’abside di una piccola chiesa a Pieve di Rivoschio, in provincia di Forlì.

Tale grido di don Elia è stato ascoltato da Alberto Leoni che, nel suo recente saggio O tutti o nessuno! (Ares 2021, pp. 192), ne ripercorre le storie, attingendo alle foto e testimonianze raccolte con particolare premura da don Alberto Benedettini.

Tra i cappellani, «compagni dell’uomo in guerra», c’è don Ettore Barucci «sorpreso in Libia da azione aerea di bombardamento mentre dall’altare impartiva l’estrema benedizione a due Caduti, rifiutava esplicitamente di cercare riparo. Vestito dei Sa­cri paramenti cadeva al suo posto, sull’Altare»; c’è don Alberto Carozza, che cede il suo salvagente a un soldato mentre la motonave sulla quale si trova viene colpita da un siluro nemico a largo dell’isola di Cefalonia.

Don Raffaele Dogali Busi è ferito a una gamba, quando il comandante dei bersaglieri del suo reg­gimento lo fa salire su un camion. «Poco dopo i partigiani tornano all’attacco e il sacerdote ferito rimane isolato sull’autocarro, circondato dai guerriglieri. Dice loro di essere disarmato, mostrando la croce rossa cucita sul petto, ma un partigiano lo accoltella al torace». È una delle numerose vittime della sanguinosa guerriglia in Jugoslavia.

Ci sono pastori che muoiono sotto i bombardamenti accanto al proprio gregge. Don Arturo Giovannini «quando suonava l’allarme passava dall’altare della Madonna, andava in una stanzetta, si se­deva in poltrona e recitava il rosario». È stato trovato sotto le macerie del santuario di S. Maria del perpetuo soccorso di cui era rettore a Bologna, «sereno come sempre». Frate Eusebio Galanti «vide una ma­dre che stringeva disperata il cadavere della figlia straziata dalle bombe e andò a confortarla proprio mentre arrivava la seconda ondata, e una scheggia lo falciò». Padre Giuseppe Rivola è sorpreso dalle bombe mentre corre in cappella per custodire al sicuro il Santissimo Sacramento. Don Santo Perin salta su una mina mentre scava per dare degna sepoltura a un soldato tedesco rimasto insepolto.

Tra i martiri della carità trucidati si ritrova Don Pasquino Borghi. «All’ordine di fuoco sui condannati si udirono solo due voci: il “Viva l’anarchia!” di Zambonini e il “Gesù mio, misericordia” di don Pasquino». Molte sono state anche le vittime della furia nazifascista, tra le quali Don Umberto Bracchi che «viene falciato mentre benediceva i propri assassini facendo il se­gno di croce» e don Alessandro Sozzi che muore «allargando le braccia in segno di preghiera».

 «L’11 dicembre 1944 una squadra di partigiani andò a prelevare il sacerdote usando, forse per la prima volta, un trucco che sarebbe poi stato ricorrente: riferire che c’era un malato grave che aveva bisogno dei sacramenti e dell’Estrema unzione». Con questo pretesto Don Ernesto Talè cade nelle mani dei nemici. Sono davvero efferate le crudeltà perpetrate nei confronti di don Giuseppe Viola, «che rallentava il passo per la flebite di cui soffriva. Arrivati al confine della parrocchia, su un piccolo ponte di pietra, i partigiani dissero al parroco che poteva tornare a casa: e fu a quel punto che gli vuotarono un caricatore di mitragliatore nella schiena. Poi lo presero per la testa e per le gambe, lo buttarono giù dal ponte e andarono a festeggiare all’osteria. Il cadavere fu trovato la mattina dopo: la mano stringeva ancora la corona del rosario. Era la mattina di Pasqua e per il paese furono visti personaggi che mostravano come trofei il cappello del prete o indossavano i suoi pantaloni macchiati di sangue. Ai funerali non partecipò alcun parrocchiano: i partigiani lo avevano vietato e, dopo le esequie, devastarono la canonica. Questo il contributo militare dato da questa banda alla lotta per la Liberazione», rileva acutamente Leoni.

Mentre con due colpi di pistola al petto e alla testa viene ucciso, sempre ‘in odio alla fede’ e con l’accusa assolutamente infondata di essere una spia dei tedeschi, il quattordicenne seminarista Rolando Rivi, dopo che della sua talare è stato fatto un pallone da calciare in un fosso.

Insomma nel volume di Alberto Leoni si ritrovano le storie troppo spesso sottaciute di martiri della fede che testimoniano «la tragica bellezza del sacrificio di sé» e lasciano trasparire, per dirla con le parole della postfazione di don Aldo Cianci, «da una parte il male banale della guerra, dall’altra il bene creativo di chi la contrasta» con la carità di Cristo senza trattenere nulla per sé, neanche la propria stessa vita.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

La battaglia di don Fortunato per salvare i piccoli dai pedofili

«Giù le mani dai bambini!» è il grido sofferto e non taciuto di un parroco di periferia contro una tragedia che si consuma drammaticamente nel silenzio e nell’indifferenza sociale: l’abuso dei minori. Un appello accorato raccolto da Roberto Mistretta nel libro-testimonianza Don Fortunato Di Noto. La mia battaglia in difesa dei bambini (Paoline 2021, pp. 200), che ripercorre la vita e le tappe dell’impegno costante e generoso di un sacerdote di Cristo contro pedofilia e pedopornografia nella fedeltà al Vangelo e che raccoglie anche alcune testimonianze di vittime di abusi, comprese quelle commesse nella Chiesa.

 «Grazie, sono libero, ma ora grida. Grida per me e per tutti gli altri bambini». Sono le parole di gratitudine per il sacerdote siciliano di Carlos, un bambino brasiliano che per due anni è stato segregato e ripetutamente abusato da una banda di pedofili. Le foto di quegli abusi venivano scambiate e vendute in Internet. Carlos è il primo innocente liberato dalla polizia nel corso di un’operazione scattata in seguito a una segnalazione partita dall’altra parte del mondo, da Avola, in provincia di Siracusa.

Piccoli indifesi violati nella dignità dalla pedopornografia, dalla circolazione di foto e video condivisi in rete per alimentare perversioni di orchi e orchesse per un business con cifre da capogiro in crescita che investe persino i neonati: nel solo 2020 sono stati individuati 14.521 link, 3.768.057 foto, 2.032.556 video e 456 chat. Oggi addirittura «succede anche di peggio: che i bambini diventino vittime due volte, del pedofilo e della società. Ricordo episodi in cui i bambini abusati sono stati allontanati, isolati, esiliati perché in qualche modo contaminati dal male. Esclusi dai giochi e dai parchi. Sarà questa la ragione per cui pochi denunciano e continuano a lavare i panni sporchi tra mura domestiche, magari gli stessi tuguri criminali dove si consuma il dolore silenzioso dell’innocenza. Ecco allora l’urgenza di accogliere chi bussa per essere salvato, accudito, guarito dalle profonde ferite di un abuso», afferma con forza il sacerdote di Avola.

 La sua vocazione affonda le radici negli orfanatrofi di Ragusa che Fortunato frequenta sin da ragazzino, spinto dal desiderio di mettere in pratica il Vangelo, mentre ringrazia per la gioia di nascere in una famiglia, dono precluso a tanti piccoli più sfortunati di lui. «Guardavo il Crocifisso e aspettavo di vedere chiaro in me». E così, dopo il diploma di ragioneria e il dovuto discernimento interiore, entra in seminario. Dalla sua infanzia affiora un ricordo traumatico, quello del maestro che strappa le basette agli alunni indisciplinati fino a farle sanguinare. Quel maestro vorrà don Fortunato al suo capezzale per riconciliarsi con Dio prima di morire. Da questa ferita interiore ne sarebbe scaturita presto una feritoia di grazie copiose per tanti innocenti indifesi.

Nel 1995 arriva ad Avola nella parrocchia della Madonna del Carmine, in un degradato quartiere periferico di seimila anime, che sarà il suo ovile per ventiquattro anni. Con un rogo simbolico sul sagrato della chiesa di riviste pornografiche invita la comunità alla custodita della purezza dello sguardo dei bambini.

Dopo la scoperta di diverse chat e immagini pedopornografiche in rete scattano le prime segnalazioni alle autorità competenti; quando ancora non esisteva la polizia postale, Don Fortunato Di Noto è il primo a porre il problema all’attenzione politica. Così nel 1998 l’Italia è il primo Paese a dotarsi di una legge che punisca con la reclusione chi detiene, commercia o ceda anche a titolo gratuito materiale pedopornografico. Ma i pedofili si riorganizzano, tentano di eludere i confini nazionali, istituiscono l’Alice Day per l’Orgoglio pedofilo il 25 aprile, allo scopo «di normalizzare i rapporti sessuali tra adulti e bambini, fino ad abolire i limiti di età in materia di rapporti sessuali». A questa iniziativa egli contrappone nella stessa data la Giornata Bambini Vittime della pedofilia.

Suscita poi tanto clamore mediatico un’indagine seguita dal procuratore di Torre Annunziata che conduce a numerosi arresti e scopre una rete con ramificazioni internazionali per un giro d’affari di «seicento milioni di dollari versati su conti della Western Union Bank di Mosca». L’operazione “Rescue” del 2011 scova una rete di settantamila adepti, porta all’arresto di 184 persone e, soprattutto, strappa 230 bambini dagli orchi, tra i quali un bambino siciliano abusato da un istruttore di calcio.

Don Fortunato prosegue con tenacia la sua missione, abbatte la coltre di silenzio e ha il coraggio di denunciare a voce alta le lobby dei pedofili che osano difendere questi atti ignobili. Tale grido, però, gli si ritorce paradossalmente contro dalle stesse istituzioni che avrebbero dovuto farlo proprio. Viene indagato, accusato perfino di detenere materiale pedopornografico e, naturalmente, ogni accusa si rivela del tutto infondata. Tuttavia egli non si perde d’animo, anzi procede con maggiore determinazione, incoraggiato dai frutti concreti di un’opera meritoria che può vantare «millecinquecento bambini salvati dalla schiavitù sessuale negli ultimi quindici anni».

«I bambini non si toccano» è il motto l’associazione Meter da lui fondata, nella quale lavorano tecnici informatici, psicologi e operatori sociali, che ha come logo una grande ‘M’, simbolo di un grembo che abbraccia, accoglie e proteggere ogni vittima attraverso un approccio globale che mira a coinvolgere in uno sguardo positivo le loro famiglie, affinché ogni bimbo possa riguadagnare l’autostima azzerata dalla violenza subita, nella consapevolezza che «un bambino amato non sarà mai abusato».

«Uno degli ultimi filmati mostrava un uomo e una donna che agghindavano bambine di un paio d’anni come se fossero minuscole prostitute» per soddisfare le perversioni di «gente disposta a spendere fortune per filmati orripilanti», per inondare gallery per turismo pedofilo, di cui abbonda il deep web, quel livello della rete che sembra assicurare l’anonimato ai carnefici.

Attraverso Meter don Fortunato Di Noto continua a combattere la pedofilia come un crimine, a sensibilizzare l’opinione pubblica sulla vastità del fenomeno e a supportare le vittime con il sostegno psicologico e spirituale necessario. Questo senza dimenticare le parole più dure di Gesù, quelle rivolte proprio verso quanti scandalizzano i più piccoli.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Da Ratzinger a Benedetto XVI, il racconto di una vita

«Joseph Ratzinger ha fatto la storia. Novellino al Concilio, innovatore della teologia, prefetto che al fianco di Karol Wojtyła ha guidato la Chiesa in una fase storica tumultuosa. Ed è stato inoltre il primo papa a dimettersi dall’incarico per motivi di età: mai prima d’ora è esistito un ‘papa emerito’. Mai prima d’ora, e da un giorno all’altro, un singolo uomo ha cambiato il papato in modo tanto decisivo».

Alla sua figura Peter Seewald che dal 1992 a oggi ha avuto modo di porgergli circa duemila domande dedica una poderosa biografia edita anche in italiano da Garzanti (Benedetto XVI. Una vita, 2020, pp. 1292). Il suo intervistatore non ha dubbi: Benedetto XVI è «uno dei pensatori più intelligenti dei nostri tempi», che «ha mostrato che religione e ragione non sono in contrapposizione. Che proprio la ragione è ciò che garantisce alla religione di non cadere in fantasie folli e nel fanatismo. Ratzinger ha affascinato con i suoi modi nobili, il suo spirito elevato, l’onestà delle sue analisi, la profondità e la bellezza delle sue parole. Il suo messaggio può anche essere scomodo, ma è fedele all’insegnamento del Vangelo, alle dottrine dei Padri della Chiesa e alle riforme del Concilio Vaticano II: invita ad andare oltre l’esteriorità delle cose, per concedersi la possibilità di guardare più a fondo, all’essenza stessa della vita e della fede».

A 11 anni il giovane Joseph «utilizza il tragitto verso casa “per ripetere quello che avevo imparato a scuola”, dopo il pranzo fa un breve riposino sul divano, dopo di che si dedica con cura ai suoi compiti. “Sa lavorare con grande intensità: tutto molto preciso, sempre in modo sistematico, racconta il fratello Georg secondo il motto: prima il dovere, poi il piacere”. ‘Per favore non disturbare’, recita una targhetta sulla porta della sua camera a Hufschlag. “In ogni caso era chiaro puntualizza il futuro papa che suddividevo il mio tempo, e che il tempo destinato al lavoro lo utilizzavo davvero per quello”». Seewald rileva anche l’abitudine appresa sin dall’asilo da parte di Ratzinger di preferire la matita alla penna per scrivere, così da poter aver sempre l’opportunità di cancellare. Un’abitudine che lo accompagnerà anche nella stesura dei suoi libri. «Tanto introverso poteva sembrare di natura, tanto estroverso si rivelò in seguito il Ratzinger professore quando si trattava di comunicare ad altri ciò che riteneva vero e importante. Da giovane – sottolinea Seewald – amava anche comporre poesie, ma soprattutto si sentiva chiamato a ‘trasmettere ciò che è stato conosciuto’, andando sempre più a fondo». E lo faceva coniugando mente e cuore, riflessione e dimensione affettiva «in modo emozionale riguardo alle esperienze interiori e spirituali, e in modo razionale nel momento in cui considerava il messaggio della fede anche come sfida intellettuale».

Una fede solida, quella dei Ratzinger, coltivata tra le mura domestiche sin dall’infanzia; così «più crescevano le pressioni della dittatura e la miseria generale, più si faceva intensa la devozione della famiglia. I genitori recitano insieme il rosario quotidianamente». Dopo cena tutti insieme recitano diverse volte il Padre Nostro e invocano la protezione di San Giuda Taddeo per una buona morte e quella di San Disma per essere liberati da ladri e criminali. In una famiglia modesta egli impara a «conciliare la vita con quello che è possibile e a trovare gioia nel poco che si ha: questo era in sostanza l’ora et labora della regola di san Benedetto». Di qui, quando diventa professore a Tubinga, devolve parte del suo stipendio per pagare gli studi ai suoi studenti più poveri; in seguito rifiuterà un pianoforte Steinway per il suo appartamento che la ditta gli avrebbe gentilmente offerto, come una valigia nuova da Lufthansa. Tra le sue doti si ritrovano anche tanta umiltà e riservatezza. Infatti «si percepiva che era un teologo geniale, ma non ha mai ostentato la sua peculiarità. Non ha mai nemmeno fatto pesare di essere il ‘capo’». Eppure a scuola i compagni lo chiamavano scherzosamente ‘Joseph l’onnisciente’.

Rispetto alla minaccia rappresentata dal poter di Hitler, Joseph scrive: «Nella fede dei miei genitori avevo trovato la conferma che il cattolicesimo fosse il baluardo della verità e della giustizia contro il regno dell’ateismo e della menzogna rappresentato dal nazionalsocialismo».

La sua passione per gli studi filosofici e teologici, in particolare per Sant’Agostino, del quale afferma: «Lo sento come un amico, un contemporaneo che parla a me», lo induce a condividere lo stesso anelito esistenziale del vescovo d’Ippona, ossia a divenir consapevole che «più conosci Gesù e più il suo mistero ti attrae; più lo incontri e più sei spinto a cercarlo».

Teologo illuminato e docente molto apprezzato, ritiene umilmente che il teologo non sia «colui che possiede un sapere intellettuale acquisito grazie a una serie di esami, bensì colui che realizza in sé la teologia, colui nel quale la rivelazione e il dogma […] sono divenuti forma di vita e forza di vita esistenziali-effettive». I corsi del professor Ratzinger sono seguitissimi; i suoi appunti per le lezioni «erano scritti nella stenografia che lui stesso aveva inventato e contenevano solo la traccia dei temi principali che intendeva trattare. In aula parlava a braccio, usando frasi molto chiare e ricche di immagini, con una qualità retorica senza eguali».

Ratzinger partecipa al Concilio Vaticano II in qualità di perito e ricorda la sua posizione di quegli anni in questi termini: «Certo che ero progressista. A quei tempi progressismo non significava rompere con la fede, ma imparare a comprenderla meglio e a viverla in modo più giusto, ripartendo dalle sue origini». Infatti egli nel contempo «era convinto che la sola intenzione di adeguarsi al mondo, senza trovare un giusto equilibrio con la tradizione, avrebbe condotto la Chiesa non a conquistare nuovi fedeli, ma a perdere se stessa».

Prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede e ‘braccio destro’ del Santo Padre Giovanni Paolo II, egli addita con profonda lucidità una strada precisa sulla scia del Divino Maestro per il cammino della Chiesa dinanzi alle sfide del mondo contemporaneo. Nelle dichiarazioni riportate fedelmente dal suo intervistatore il cardinal Ratzinger afferma in proposito: «Dietro la facciata umana della Chiesa sta il mistero di una realtà sovrumana sulla quale il riformatore, il sociologo, l’organizzatore non hanno alcuna autorità per intervenire. Se la Chiesa fosse solo un nostro artifizio, anche i contenuti della fede finiscono per diventare arbitrari; il Vangelo diventa il progetto-Gesù, il progetto liberazione-sociale, o altri progetti solo storici, immanenti, che possono sembrare anche religiosi in apparenza, ma sono ateistici nella sostanza. Dunque, ‘riforma’ vera non significa tanto arrabattarci per erigere nuove facciate, ma […] darci da fare per far sparire nella maggiore misura possibile ciò che è nostro, così che meglio appaia ciò che è Suo, del Cristo». Il porporato tedesco denuncia da subito una tentazione costante che la Chiesa di ogni tempo è chiamata a combattere, ossia «l’illusione di poter creare un uomo e un mondo nuovi, non col chiamare ciascuno a conversione, ma agendo solo sulle strutture sociale ed economiche».

Intelligenza acuta e limpida, capacità di amare nella verità e di render ragione e testimonianza alla Verità nella carità e con semplicità, zelo pastorale per ‘vicini’ e ‘lontani’ contraddistinguono Joseph Ratzinger anche quando diventa Benedetto XVI. D’altra parte sin da giovane sostiene che: «Essere amati e restituire amore agli altri l’ho sempre considerato fondamentale per poter vivere». Una santa e umile ingenuità confermata dalla testimonianza di una pellegrina bavarese, la quale riferì che «in lui non c’era niente di fittizio, nemmeno il suo sorriso; d’un tratto c’era solo un uomo la cui anima traspariva dai suoi occhi».

«La sua comunicazione era ancora spesso quella di un uomo da scrivania, la cui natura riservata e delicata non era progettata per adattarsi ai media». Più che una ‘comunicazione per slogan’, Papa Benedetto XVI preferisce infatti di gran lunga i contenuti, le argomentazioni per rendere ragione della speranza cristiana quale unica linfa capace di innervare la vita personale, comunitaria e sociale dei credenti. Giornali e stampa estrapolano invece di frequente alcune sue frasi per manipolare l’informazione e screditarne la figura dinanzi all’opinione pubblica. Lo testimoniano, per ricordare qualche esempio, gli attacchi ingiustificati alle sue dichiarazioni rispetto alla questione dell’uso del preservativo per debellare l’AIDS in Africa; le tesi negazioniste del vescovo Williamson sulla Shoà; il presunto poco rigore nella gestione dei casi di pedofilia nella Chiesa e il caso Vatileaks. Tutti pretesti per colpire Benedetto XVI e, con lui, infangare l’intera Chiesa.

Eppure egli, con silenzioso e paziente lavoro apostolico, continua fino alla fine nell’opera di ‘demondanizzazione’ della Chiesa, gettando le basi per una ‘nuova evangelizzazione’, alla quale contribuisce alacremente soprattutto con profonde encicliche, mirabili catechesi e la sua splendida opera Gesù di Nazareth: «Il suo obiettivo era di continuare a resistere, di rimanere scomodo, sconveniente, per dimostrare ancora una volta che la fede cristiana andava ben oltre qualsiasi cosa fosse collegata a una visione del mondo puramente mondana e materialistica, incluso il segreto della vita eterna». Perché «credere – diceva – non è altro che, nell’oscurità del mondo, toccare la mano di Dio e così, nel silenzio ascoltare la Parola, vedere l’amore».

Abbattuto ma non schiacciato, col perdono offerto al maggiordomo sorpreso a trafugare carte riservate nell’appartamento papale, «la questione per lui era chiusa anche a livello interiore», per dirla con le parole del segretario Mons. Gänswein. Completamente cieco all’occhio sinistro per la maculopatia e con un’artrosi al ginocchio destro che gli ostacola la mobilità, egli rassegna le proprie dimissioni con un’ammirevole libertà interiore, preoccupata solo di dar seguito al disegno misterioso d’amore del Padre. Così «il filosofo di Dio, il grande pensatore del soglio di Pietro, si era ritirato là dove la sola ragione non era sufficiente. Nella meditazione, nella preghiera». In questo modo «il pontefice tedesco ha infuso vita nuova nella dottrina e, così facendo, è stato un innovatore della fede che ha costruito ponti per l’arrivo del nuovo – malgrado possa sembrare che le cose siano ben diverse. Il suo successore sulla cattedra di Pietro ne è già certo: “Il suo spirito […] apparirà di generazione in generazione sempre più grande e potente”».

E, rispetto all’inedita missione di ‘papa emerito’, che ancora svolge nel nascondimento, Benedetto XVI dichiara al suo intervistatore, che essa consiste nel «servire la sede di un tempo nell’interiorità del proprio rapporto con Dio, nella partecipazione e dedizione della preghiera». Relativamente al rapporto con Papa Francesco, ammette infine che la sua amicizia con lui «è andata crescendo nel tempo».

 La biografia di Seewald, che dedica circa 900 pagine a raccontare la vita di Joseph Ratzinger prima della sua ascesa al soglio di Pietro, si legge piacevolmente come un romanzo perché dedica ampio spazio anche al contesto storico e a numerosi retroscena della Chiesa, dal dibattito teologico internazionale al resoconto del conclave, alternando sapientemente stralci dei discorsi pubblici a ‘confessioni’ private inedite dell’‘umile lavoratore nella vigna del Signore’.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

 

‘E Dio fece il presepe’ nelle anime che lo ospitano

«Poi Dio fece una pausa e pensò dove fare il suo presepe. Decise per Betlemme. Immaginò le statuine: il bue, l’asino, le lavandaie, i pastori…E poiché non aveva fretta, diede a ciascuno di loro una stirpe: genitori, nonni, bisnonni…Centinaia di vite per creare ogni vita; centinaia di storie d’amore per ottenere il gesto, il tono di voce, la mano tesa nella posizione voluta per ognuno dei personaggi del presepe di Dio. Pensò a sua Madre: la sognò da tutta l’eternità. E con il desiderio delle sue carezze, iniziò ad abbozzare negli avi di Maria i tratti di quel fiore che a suo tempo doveva sbocciare».

Si apre così il bel racconto di padre Enrique Monasterio E Dio fece il presepe (Ares 2020, pp. 188), che custodisce la magia autentica del Natale. E in effetti, precisa l’autore, «Natale non è un anniversario, né un ricordo. Non è neanche un sentimento. È il giorno in cui Dio fa un presepe in ogni anima. A noi chiede soltanto di riservargli un angolo pulito; di lavarci le orecchie per ascoltare i canti di Natale degli angeli; di toglierci di dosso la sporcizia che si è accumulata». Si tratta di una palese allusione all’esigenza di vivere con fede il sacramento della Riconciliazione proprio per poter celebrare nella gioia il mistero della nascita del nostro Salvatore.

In un dialogo immaginario tra la creatura e il suo Creatore, è il Padre che si rivolge all’uomo con queste parole: «Ti concedo, inoltre, il dono che finora ho fatto solo agli angeli. Sarai capace di amare e di ricevere amore. Nel donare il tuo corpo donerai anche l’anima e tutto il tuo essere, come io stesso faccio. Potrai unirti alla tua sposa – come lei a te – con un amore fedele e fecondo. E quando dirai ‘per sempre’, sarà davvero così: amando sarai eterno, come lo sono io».

Protagonista del racconto è Oriente, una stella cometa, in verità nemmeno la più fulgida del firmamento, e c’è spazio per i diversi pastori del presepe, personaggi comuni e straordinari nelle loro fattezze: Maria, definita ‘il sogno di Dio’; Giuseppe, che rimane nell’ombra; gli arcangeli; la lavandaia Salomè, dietro la quale si cela il lavoro umile e nascosto di ogni casalinga; il pastore tonto Zabulone e l’albergatore Gioacchino che da un lato trova un po’ di spazio in una stalla per la Santa Famiglia, dall’altro chiede umilmente a Gesù di scacciare dalla sua anima eventuali ospiti indesiderati. Tra gli animali c’è l’asino Moreno cavalcato dall’arcangelo Raffaele, patrono dei viaggiatori, il quale gli si presenta così: «Ti conosco perché io ti ho disegnato migliaia di secoli fa, in Cielo, quando Dio ci spiegò che aveva bisogno di un trono per suo figlio e di una utilitaria per la sua famiglia della terra». Un asino docile, «di cui alcuni dicono che il Signore ha messo qui per riscaldare il Bambino con il mio fiato. Non è così: a Gesù basta il calore delle braccia di Maria. Io sono solo il trono del re e il primo giocattolo di un neonato, che ha già imparato a tirarmi le orecchie».

Nel presepe immaginato da Monasterio ci sono anche alcune statuine storte, che non si lasciano modellare dal Signore, tra cui Erode; e alcune rotte, a causa della efferata strage degli innocenti voluta da quest’ultimo, per la quale «il presepe di Dio si macchierà di sangue. Vedrai presto delle statuine in pezzi, moriranno prima di aprire gli occhi. Sono i più innocenti e Dio li ha creati per la vita». Si tratta di una realtà profetica ancora oggi purtroppo tragicamente visibile nei milioni d’aborti nel mondo.

Ogni personaggio ha qualcosa da insegnare, una storia da raccontare e testimoniare con la propria vita, una missione da compiere fino al conseguimento della pienezza di vita in paradiso. Infatti Maria custodisce in cielo sotto il suo manto ciascun personaggio del presepe fatto da Dio: «il pastorello tonto con le sue vesti accademiche; Salomè, ‘l’ancella dell’Ancella del Signore’ (come si chiama ora), incoronata come la sua Padrona; Simeone, con gli occhi pieni di lacrime e di stelle; l’asinello Moreno che aveva imparato a ragliare sinfonie e si accingeva a canticchiare la Nona di Beethoven; Gioacchino, il padrone della locanda che porta sempre il suo fanale in mano; i Magi con i loro cammelli e il rumoroso corteo degli innocenti che il povero Erode aveva mandato in Paradiso troppo presto».

 Nel suo nuovo avvento sulla terra «Dio Padre avrebbe preso dimora in mezzo a noi, non come a Betlemme, nascosto in fasce, fuggendo dai suoi nemici, ma come Re: nei soggiorni delle nostre case, nelle strade delle nuove città, nel lavoro gioioso delle botteghe, tra i libri degli intellettuali, nel clamore degli stadi».

E Oriente? Quale privilegio otterrà la cometa destinataria dei primi sorrisi del Bambino Gesù? Per scoprirlo bisogna leggere fino alla fine questo racconto significativo e poetico disponibile persino in giapponese di don Enrique Monasterio il quale, nel solco del carisma di San Josemaría Escrivà, ha compreso «davanti al presepe che si prega anche guardando, con l’immaginazione, con la fantasia, persino con i sogni».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Il Dio Bambino, tra santi e artisti devoti al piccolo Gesù

Dal Bambino Gesù di Praga a quelli di Siviglia e dell’Aracoeli a Roma, la pratica della devozione al piccolo Gesù Bambino è diffusa in tutta Europa, e non solo. D’altra parte «il rapporto del cristiano con Cristo, bambino o adulto che lo si voglia vedere, è per sua natura un rapporto di amore. Non solo, ma di un amore che tende all’identificazione, fino al traguardo segnato da san Paolo: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me”».

Tale devozione ha radici molto antiche. Nel III secolo Origene scriveva: «Preghiamo Dio onnipotente e lo stesso Bambin Gesù, con il quale desideriamo conversare e tenerlo in braccio, affinché anche noi possiamo prendere il Figlio di Dio e stringerlo al cuore».

Lo evidenzia don Michele Doltz nel suo Il Dio bambino (Ares 2020, pp. 406), un’opera colta ma divulgativa, che coniuga la tradizione delle devozioni dei santi per Gesù Bambino – la quale si effonde in preghiere, meditazioni spirituali e canti liturgici celeberrimi quali Tu scendi dalle stelle di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori – con la storia iconografica del Bambinello nelle raffigurazioni di grandi artisti. In effetti, è paradossalmente proprio dalla figura di Gesù «depurata dalla superflua fantasia e addirittura dall’immoralità» dei Vangeli Apocrifi che emerge un’immagine di Lui quale «Piccolo Re che impone rispetto, che unisce all’innocenza infantile la potenza della divina regalità. È un Bambino che sa e che può tutto».

 La devozione a Gesù Bambino suscita un movimento del cuore di tenerezza e affetto che è alla base di meditazioni spirituali dense di carità e poesia, ma radicate nella concretezza di un evento che ha cambiato la storia. A tal proposito il cisterciense Nicola di Clairvaux, nei suoi sermoni di Natale, scrive: «O Betlemme, città del Dio altissimo, in te e nei tuoi dintorni si sono viste oggi cose meravigliose. Dio si aggrappa al seno, è deposto in una mangiatoia, viene avvolto in fasce, estende felice le sue mani e la braccine nella piccola culla, chiama la Vergine, sorride a Maria». Allo stesso modo San Francesco «nominando il Bambino di Betlemme oppure dicendo ‘Gesù’, si lambiva con la lingua le labbra, quasi a gustare la dolcezza di questo nome».

Gli fa eco San Bonaventura, che relativamente all’esigenza per il fedele di generare il Verbo spiritualmente così come la Vergine lo ha generato nella carne, scrive: «Dopo tale gioiosa nascita, essa comprende e gusta quanto è soave il Signore Gesù. In realtà è soave quando lo si alimenta di sante meditazioni, quando lo si lava con la fonte di devote e calde lacrime, quando lo si avvolge in vesti di casti desideri, lo si porta tra le braccia dell’amore santo, lo si bacia con frequenti sentimenti di devozione e lo si riscalda nel petto mistico del proprio spirito».

Nelle Meditazioni della vita di Cristo Cola, un altro francescano del XIII secolo, scrive parole di rara dolcezza in relazione alle premure della Vergine Madre verso il suo Bambino: «Mio Dio, di quanta premura e diligenza lo fa oggetto perché non gli manchi nulla. Con che devozione e delicatezza, con quale timorosità lo tratta, sapendo che è il suo Dio e Signore, quando inginocchiata lo prende in mano per adagiarlo nella culla. Ma con che gioia insieme e confidenza e diritto materno se lo abbraccia, se lo sbaciucchia, se lo stringe al petto con dolcezza e se lo gusta, sapendo che è figlio suo!».

Una devozione pienamente ‘incarnata’, dunque, spirituale e nel contempo estremamente concreta, che può contribuire a generare una consapevolezza profonda da parte della creatura di appartenere al suo Creatore. Di qui «salendo le scale del monastero dell’Assunzione, ad Ávila, Teresa racconta così l’incontro con un grazioso bambino che le domandò: “Come ti chiami?”. La santa rispose: “Io sono Teresa di Gesù”. E il bimbo: “Io sono Gesù di Teresa”».

«Da sua mamma, donna Assunta Cavaliere, – racconta ancora padre Doltz – il piccolo Alfonso de’ Liguori imparò l’amore a Gesù Bambino». Infatti «quando era già lontano dalla famiglia, la mamma gli regalò la sua statua del Bambino e ne fu così lieto che il 25 di ogni mese la faceva esporre nel coro attorniata da ceri, e davanti a essa i suoi discepoli meditavano sugli esempi di Betlemme e rinnovavano i loro voti». Lo stesso Sant’Alfonso predicherà ai fedeli che si preparano a vivere il Natale con queste parole: «Molti cristiani sogliono per lungo tempo avanti preparare nelle loro case il presepe per rappresentare la nascita di Gesù Cristo; ma pochi sono quelli che pensano a preparare i loro cuori, affinché possa nascere in essi e riposarsi Gesù Cristo. Tra questi pochi però vogliamo essere ancora noi, acciocché siamo fatti degni di restare accesi di questo felice fuoco, che rende le anime contente in questa terra e beate nel cielo». Il cantore di Tu scendi dalle stelle ama effondersi anche in numerose liriche accese d’amore per il Divin Figliuolo: «Io t’amo, o Dio d’amor, ch’essendo amante,/per farti amar da me nascesti Infante». Come rileva acutamente Oreste Gregorio, la meditazione alfonsiana esprime la consapevolezza che «la croce ha le sue radici nella culla; a Betlemme comincia il Calvario del Verbo fatto carne». Tra i santi più recenti merita di essere ricordata Santa Faustina Kowalska, la quale racconta il suo incontro mistico con Gesù, ripetendo frequentemente: «Vedo spesso il Bambino Gesù durante la santa Messa».

Il volume di don Michele Doltz approfondisce anche le ragioni teologiche di tale devozione e ne ripercorre le tappe fondamentali della storia iconografica attraverso un commento puntuale a immagini di statuine e dipinti d’autore, che testimoniano la bellezza di un affetto profondo da parte di artisti, santi e semplici fedeli verso Gesù Bambino.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Dio vive in Olanda, tra crisi di fede e semi di speranza

Sono trascorsi ormai dodici secoli da quando il monaco anglosassone Willibrord convertì i Frisoni, popolazione germanica che abitava l’attuale Olanda. Oggi l’arcidiocesi di Utrecht conta sulla carta solo 700mila cattolici. L’Olanda è infatti tra i Paesi più scristianizzati d’Europa e dell’Occidente, dove la Chiesa cattolica, un tempo gloriosa, fattasi alfiere dell’adeguamento al mondo, ha vissuto a partire dagli anni Sessanta una caduta impressionante.

Lo racconta Willem Jacobus Eijk – primate d’Olanda – nel recente volume-intervista a cura del giornalista Andrea Galli, Dio vive in Olanda – «Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?» (Lc 18, 8) (Ares 2020, pp. 136), che costituisce anche la prima biografia italiana dell’arcivescovo di Utrecht.

«La Chiesa in Olanda è libera dall’influenza dello Stato», proprio perché non riceve sussidi come l’8×1000 in Italia e ciò le consente sicuramente una maggiore libertà nell’esercizio del suo ministero. Senza soldi e con pochi fedeli laici diventa però difficile mantenere aperti e in buono stato gli edifici per il culto. Così «alcuni anni fa una parrocchia di una città dell’arcidiocesi ha dovuto chiudere in poco tempo 6 delle 7 chiese che aveva per evitare la bancarotta».

Rispetto alla recente pandemia, il vescovo di Utrecht ricorda che il fatto di esser «costretti a confrontarci con una malattia per cui non avevamo né una terapia né un vaccino, è stata l’occasione per prendere di nuovo coscienza del fatto che la nostra vita è nelle mani di Dio, della Divina Provvidenza».

Il cardinale Eijk racconta così la sua giornata tipo: «Mi alzo alle 5 e mezza, faccio la doccia, mi vesto e vado in cappella. Inizio il giorno con una preghiera a Dio e l’offerta di me stesso al Cuore Immacolato di Maria, per prepararmi al sacrificio della Messa, che inizio a celebrare tra le 6 e le 6 e un quarto, dopo di che mi fermo a meditare sulle letture del giorno, mezz’oretta, poi prego il breviario fino all’Ora Terza». Seguono la colazione, la lettura dei giornali, gli appuntamenti e le visite pastorali, il tempo per il Rosario pomeridiano e una breve passeggiata, la cena e una ventina di minuti per l’esame di coscienza davanti al tabernacolo prima di andare a letto entro le 23.

Figlio di madre cattolica e papà battista, Willem Jacobus viene battezzato a 6 mesi insieme alla sorella di 5 anni. Ma è la fede viva della sua maestra che gli fa conoscere Gesù. Così fa la Prima Comunione a 6 anni e da quel momento – afferma il presule – «il fuoco che lo Spirito Santo ha acceso in me mediante questa donna non si è mai più spento».

Affascinato dal suono dell’organo, ha imparato a suonarlo così come a servir Messa in qualità di chierichetto. Combattuto tra il desiderio di studiare medicina e quello di seguire Cristo sulla via del sacerdozio in seminario, diventa prima medico e, dopo alcuni giorni di esercizi spirituali, sostiene di non riuscire più a resistere «al desiderio di farmi prete».

Sacerdote, teologo morale e docente, è ordinato vescovo in un’Olanda che, com’è noto, ha fatto da apripista al suicidio assistito e all’eutanasia, all’infanticidio, ma anche alla liberalizzazione delle droghe. Tali politiche sono figlie della crescita economiche degli anni ‘60 e di «una cultura iper-individualista, che divenne secolarizzazione e accettazione di un’etica dell’autonomia, in base alla quale l’uomo ha il pieno diritto di disporre anche della propria vita».

Il declino della pratica religiosa nel Paese è invece successivo al Concilio Vaticano II. «Dal 1965 al 1975 – ribadisce il cardinale Eijk –  c’è stato un dimezzamento dei fedeli che andavano a Messa la domenica. Dopo il 1975 c’è stato un rallentamento ma non un’inversione di tendenza. Un’intera generazione di giovani ha lasciato la Chiesa nel giro di pochi anni e non ha trasmesso la fede ai figli, tranne eccezioni». Tuttavia se da una parte è innegabile che «adesso molta meno gente viene in chiesa», dall’altra occorre riconoscere che «quelli che sono rimasti sono più credenti e hanno una vita di preghiera, soprattutto se sono giovani».

Relativamente all’incontro personale con la croce, egli ricorda che «la tensione vissuta tra gli attacchi subiti (per le prese di posizione pubbliche su omosessualità e questioni bioetiche in ossequio al magistero della Chiesa, ndr) e le aspettative che sentivo su di me, non ha fatto troppo bene alla mia salute. Non voglio azzardare un rapporto di causa effetto, fatto sta che poco più di un anno dopo la mia ordinazione episcopale, mi trovavo in un monastero in Germania, mentre facevo colazione ho avuto di colpo una paralisi della parte sinistra del corpo e di una corda vocale. Si era verificata la rottura di un’arteria del cervello, con un infarto del tronco cerebrale». Ciò è stato motivo di grandi dolori e sofferenza.

Eppure, rispetto alla temperie culturale che imperversa anche nella chiesa olandese, egli denuncia apertamente che «le correnti della teologia morale che negano l’esistenza di norme assolute offrono alla gente delle soluzioni facili per le sfide che incontrano. Quello che descrive il Catechismo fa pensare al nostro tempo, anche al comportamento di coloro che sono chiamati ad annunciare la verità nella Chiesa. L’Anticristo alla fine dei tempi si manifesterà nella sua massima potenza, ma sappiamo che agisce già nel presente. Gesù ci ha messi in guardia nel Vangelo diverse volte. Il nostro compito è annunciare la fede e vivere la fede». Nella vita del cardinale Eijk tale annuncio si fa testimonianza credibile del Vangelo in un contesto culturale e sociale ostile, senza concedere spazio alla mentalità di questo mondo contraria ai gemiti dello Spirito.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

 

Il segretario racconta il cardinale Biffi “privato”

Amabilità, schiettezza e semplicità, rapporti senza formalità, passione per la verità, zelo apostolico e soprattutto ironia e sano umorismo sono i tratti distintivi di Giacomo Biffi che emergono dal ‘ritratto familiare’ che ne fa Don Arturo Testi nel recente volume Giacomo Biffi. L’altro cardinale (ESD 2019, pp. 134). Nel suo racconto Don Arturo – primo segretario di Biffi a Bologna, quando quest’ultimo fu nominato vescovo sulla cattedra di San Petronio – ripercorre gli anni compresi tra il 1984 e il 1991. C’è ampio spazio per aneddoti e ricordi personali, ma soprattutto per lo spessore umano, teologico e pastorale del cardinale.

Dal suo carattere traspare una forma di umorismo che abbraccia ogni aspetto della vita, fino a indurlo ad ammettere con ironia che i tortellini bolognesi “sono ancora più buoni se mangiati nella prospettiva del Regno dei Cieli piuttosto che in quella di finire nel nulla”. Tuttavia l’unico vero umorista è Dio. Infatti “l’umorismo è arte rara – scrive il Cardinale –, e deve saper comporre in una sola attitudine dello spirito distacco e partecipazione, oggettivazione e coinvolgimento, trascendenza e immanenza; cosa che riesce bene solo a Dio”.

l suo senso dello humor emerge anche nelle battute di spirito quali: “Quando la visita pastorale in una parrocchia è finita e il vescovo è finalmente partito, il parroco ritrova la sua liberazione”; oppure: “Ricevo i poveri così non vengono a visitarmi per rubare”. E ancora, poiché amava leggere i gialli di Agata Christie, “quando li terminava, aveva anche un pensiero per il successivo lettore dello stesso libro: sul frontespizio, in maiuscolo, gli scriveva il nome del colpevole”. Biffi riusciva ad arginare con la sua ironia anche questioni ben più serie. Perciò così rispose a firme di illustri fiorentini che gli chiedevano di strappare dal muro della sua San Petronio la parte di affresco di Giovanni da Modena che raffigurava Maometto all’inferno, in nome della custodia del dialogo interreligioso: “Prendete tutti i codici che riproducono la Commedia ed espungete i versetti che riguardano Maometto. Poi passate agli incunaboli e quindi alle edizioni a stampa. Quando avrete terminato, non disturbatevi a scrivermi un’altra lettera. Più semplicemente telefonatemi. E allora io sicuramente farò la mia parte”.

Ubi fides, ibi libertas’, questo il motto del suo ministero episcopale. Una libertà, quella di Biffi, che scaturisce e si nutre della Parola di verità per fiorire nella pratica della carità di Cristo. In questa prospettiva si comprende meglio anche il senso profondo della ‘consulenza telefonica’ con Lucio Dalla sui poveri di Piazza Grande e la scelta di aprire per loro ogni sabato a mezzogiorno l’Arcivescovado, specialmente ai senza fissa dimora. Considerando suo maestro ideale il cardinal Charles Journet, Biffi richiamava spesso una sua espressione: “I confini della Chiesa passano dentro di noi”. La sua carità era orientata in particolare “ai preti ammalati, ai quali dedicava una visita prolungata e affettuosa”; mentre “nella Solennità dell’Epifania, dopo la celebrazione dell’Eucaristia, era solito visitare il reparto oncologico dei bimbi ricoverati all’Istituto Ortopedico Rizzoli, portando loro i regali della Befana”.

Salda era l’amicizia con don Giussani e don Lattanzio, che “erano i compagni abituali delle vacanze di don Giacomo”. Quest’ultimo racconta che nel 1969 erano tutti e tre al mare a Senigallia: “Ma mentre Giussani e Lattanzio erano in acqua a nuotare, io ero sotto l’ombrellone a scrivere. Mentre Giussani e Lattanzio erano davanti alla televisione per vedere l’allunaggio, io ero a tavolino a scrivere. Così durante il loro ozio io ho scritto Il quinto evangelo”, un testo che rivela una fede piena di benevolenza. In un’altra circostanza, mentre erano in vacanza a Caprera e stavano recandosi alla tomba di Garibaldi egli, conoscendo l’antipatia del Gius nei confronti di tale personaggio, con una battuta gli disse: “Una requiem aeternam non si nega a nessuno”. Ma Don Giussani manifestò ancora un accenno di contrarietà. Allora il Cardinale rimodulò la sua affermazione, invitandolo a pregare per tutti i defunti. Così finalmente riuscirono a pregare insieme.

Relativamente alla sua tenerezza, il suo segretario ricorda che “il suo sorriso insieme allo sguardo toglieva ogni timore, paura, stanchezza. Era sempre accompagnato dalla delicatezza nelle parole, anche quando mi indicava qualche mio sbaglio o qualche decisione che avevo preso con precipitazione e senza avere una chiara visione delle conseguenze”. Inoltre “era sempre puntualissimo nella Celebrazione eucaristica mattutina, nei pranzi e nelle cene, specialmente quando c’era il risotto alla milanese, nel leggere i quotidiani al mattino, prima della Messa, nel disbrigo della posta giornaliera”.

Don Arturo racconta ancora che Biffi “sedeva in auto sempre davanti e mai dietro. Qualcuno si sorprenderà, ma questo particolare mi ha provocato le sgridate delle guardie svizzere tutte le volte che il Cardinale doveva andare in udienza dal Papa: sia le guardie svizzere sia la gendarmeria pontificia volevano che lui si sedesse dietro, ma testardamente non ha mai accettato”.

C’è infine un’espressione, “Bologna, città sazia e disperata”, che gli viene solitamente attribuita, ma che in realtà egli non pronunciò mai. Fu coniata da un giornalista ed è divenuta poi icastica, poiché in effetti condensava in modo puntuale il suo pensiero.
Anche nella malattia egli seppe abbandonarsi alla volontà di Dio, nella certezza che stava per arrivare, per dirla con Sant’Ambrogio, il ‘Buon Padrone’.

Il Cardinale Biffi è stato dunque “un profeta – conclude don Arturo – nel senso che ha costruito la sua missione di teologo e di pastore sulla roccia, che è Cristo Signore. La persona di Gesù è stata sempre il punto di partenza e di arrivo di ogni sua missione”.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana