Dio vive in Olanda, tra crisi di fede e semi di speranza

Sono trascorsi ormai dodici secoli da quando il monaco anglosassone Willibrord convertì i Frisoni, popolazione germanica che abitava l’attuale Olanda. Oggi l’arcidiocesi di Utrecht conta sulla carta solo 700mila cattolici. L’Olanda è infatti tra i Paesi più scristianizzati d’Europa e dell’Occidente, dove la Chiesa cattolica, un tempo gloriosa, fattasi alfiere dell’adeguamento al mondo, ha vissuto a partire dagli anni Sessanta una caduta impressionante.

Lo racconta Willem Jacobus Eijk – primate d’Olanda – nel recente volume-intervista a cura del giornalista Andrea Galli, Dio vive in Olanda – «Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?» (Lc 18, 8) (Ares 2020, pp. 136), che costituisce anche la prima biografia italiana dell’arcivescovo di Utrecht.

«La Chiesa in Olanda è libera dall’influenza dello Stato», proprio perché non riceve sussidi come l’8×1000 in Italia e ciò le consente sicuramente una maggiore libertà nell’esercizio del suo ministero. Senza soldi e con pochi fedeli laici diventa però difficile mantenere aperti e in buono stato gli edifici per il culto. Così «alcuni anni fa una parrocchia di una città dell’arcidiocesi ha dovuto chiudere in poco tempo 6 delle 7 chiese che aveva per evitare la bancarotta».

Rispetto alla recente pandemia, il vescovo di Utrecht ricorda che il fatto di esser «costretti a confrontarci con una malattia per cui non avevamo né una terapia né un vaccino, è stata l’occasione per prendere di nuovo coscienza del fatto che la nostra vita è nelle mani di Dio, della Divina Provvidenza».

Il cardinale Eijk racconta così la sua giornata tipo: «Mi alzo alle 5 e mezza, faccio la doccia, mi vesto e vado in cappella. Inizio il giorno con una preghiera a Dio e l’offerta di me stesso al Cuore Immacolato di Maria, per prepararmi al sacrificio della Messa, che inizio a celebrare tra le 6 e le 6 e un quarto, dopo di che mi fermo a meditare sulle letture del giorno, mezz’oretta, poi prego il breviario fino all’Ora Terza». Seguono la colazione, la lettura dei giornali, gli appuntamenti e le visite pastorali, il tempo per il Rosario pomeridiano e una breve passeggiata, la cena e una ventina di minuti per l’esame di coscienza davanti al tabernacolo prima di andare a letto entro le 23.

Figlio di madre cattolica e papà battista, Willem Jacobus viene battezzato a 6 mesi insieme alla sorella di 5 anni. Ma è la fede viva della sua maestra che gli fa conoscere Gesù. Così fa la Prima Comunione a 6 anni e da quel momento – afferma il presule – «il fuoco che lo Spirito Santo ha acceso in me mediante questa donna non si è mai più spento».

Affascinato dal suono dell’organo, ha imparato a suonarlo così come a servir Messa in qualità di chierichetto. Combattuto tra il desiderio di studiare medicina e quello di seguire Cristo sulla via del sacerdozio in seminario, diventa prima medico e, dopo alcuni giorni di esercizi spirituali, sostiene di non riuscire più a resistere «al desiderio di farmi prete».

Sacerdote, teologo morale e docente, è ordinato vescovo in un’Olanda che, com’è noto, ha fatto da apripista al suicidio assistito e all’eutanasia, all’infanticidio, ma anche alla liberalizzazione delle droghe. Tali politiche sono figlie della crescita economiche degli anni ‘60 e di «una cultura iper-individualista, che divenne secolarizzazione e accettazione di un’etica dell’autonomia, in base alla quale l’uomo ha il pieno diritto di disporre anche della propria vita».

Il declino della pratica religiosa nel Paese è invece successivo al Concilio Vaticano II. «Dal 1965 al 1975 – ribadisce il cardinale Eijk –  c’è stato un dimezzamento dei fedeli che andavano a Messa la domenica. Dopo il 1975 c’è stato un rallentamento ma non un’inversione di tendenza. Un’intera generazione di giovani ha lasciato la Chiesa nel giro di pochi anni e non ha trasmesso la fede ai figli, tranne eccezioni». Tuttavia se da una parte è innegabile che «adesso molta meno gente viene in chiesa», dall’altra occorre riconoscere che «quelli che sono rimasti sono più credenti e hanno una vita di preghiera, soprattutto se sono giovani».

Relativamente all’incontro personale con la croce, egli ricorda che «la tensione vissuta tra gli attacchi subiti (per le prese di posizione pubbliche su omosessualità e questioni bioetiche in ossequio al magistero della Chiesa, ndr) e le aspettative che sentivo su di me, non ha fatto troppo bene alla mia salute. Non voglio azzardare un rapporto di causa effetto, fatto sta che poco più di un anno dopo la mia ordinazione episcopale, mi trovavo in un monastero in Germania, mentre facevo colazione ho avuto di colpo una paralisi della parte sinistra del corpo e di una corda vocale. Si era verificata la rottura di un’arteria del cervello, con un infarto del tronco cerebrale». Ciò è stato motivo di grandi dolori e sofferenza.

Eppure, rispetto alla temperie culturale che imperversa anche nella chiesa olandese, egli denuncia apertamente che «le correnti della teologia morale che negano l’esistenza di norme assolute offrono alla gente delle soluzioni facili per le sfide che incontrano. Quello che descrive il Catechismo fa pensare al nostro tempo, anche al comportamento di coloro che sono chiamati ad annunciare la verità nella Chiesa. L’Anticristo alla fine dei tempi si manifesterà nella sua massima potenza, ma sappiamo che agisce già nel presente. Gesù ci ha messi in guardia nel Vangelo diverse volte. Il nostro compito è annunciare la fede e vivere la fede». Nella vita del cardinale Eijk tale annuncio si fa testimonianza credibile del Vangelo in un contesto culturale e sociale ostile, senza concedere spazio alla mentalità di questo mondo contraria ai gemiti dello Spirito.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

 

Il segretario racconta il cardinale Biffi “privato”

Amabilità, schiettezza e semplicità, rapporti senza formalità, passione per la verità, zelo apostolico e soprattutto ironia e sano umorismo sono i tratti distintivi di Giacomo Biffi che emergono dal ‘ritratto familiare’ che ne fa Don Arturo Testi nel recente volume Giacomo Biffi. L’altro cardinale (ESD 2019, pp. 134). Nel suo racconto Don Arturo – primo segretario di Biffi a Bologna, quando quest’ultimo fu nominato vescovo sulla cattedra di San Petronio – ripercorre gli anni compresi tra il 1984 e il 1991. C’è ampio spazio per aneddoti e ricordi personali, ma soprattutto per lo spessore umano, teologico e pastorale del cardinale.

Dal suo carattere traspare una forma di umorismo che abbraccia ogni aspetto della vita, fino a indurlo ad ammettere con ironia che i tortellini bolognesi “sono ancora più buoni se mangiati nella prospettiva del Regno dei Cieli piuttosto che in quella di finire nel nulla”. Tuttavia l’unico vero umorista è Dio. Infatti “l’umorismo è arte rara – scrive il Cardinale –, e deve saper comporre in una sola attitudine dello spirito distacco e partecipazione, oggettivazione e coinvolgimento, trascendenza e immanenza; cosa che riesce bene solo a Dio”.

l suo senso dello humor emerge anche nelle battute di spirito quali: “Quando la visita pastorale in una parrocchia è finita e il vescovo è finalmente partito, il parroco ritrova la sua liberazione”; oppure: “Ricevo i poveri così non vengono a visitarmi per rubare”. E ancora, poiché amava leggere i gialli di Agata Christie, “quando li terminava, aveva anche un pensiero per il successivo lettore dello stesso libro: sul frontespizio, in maiuscolo, gli scriveva il nome del colpevole”. Biffi riusciva ad arginare con la sua ironia anche questioni ben più serie. Perciò così rispose a firme di illustri fiorentini che gli chiedevano di strappare dal muro della sua San Petronio la parte di affresco di Giovanni da Modena che raffigurava Maometto all’inferno, in nome della custodia del dialogo interreligioso: “Prendete tutti i codici che riproducono la Commedia ed espungete i versetti che riguardano Maometto. Poi passate agli incunaboli e quindi alle edizioni a stampa. Quando avrete terminato, non disturbatevi a scrivermi un’altra lettera. Più semplicemente telefonatemi. E allora io sicuramente farò la mia parte”.

Ubi fides, ibi libertas’, questo il motto del suo ministero episcopale. Una libertà, quella di Biffi, che scaturisce e si nutre della Parola di verità per fiorire nella pratica della carità di Cristo. In questa prospettiva si comprende meglio anche il senso profondo della ‘consulenza telefonica’ con Lucio Dalla sui poveri di Piazza Grande e la scelta di aprire per loro ogni sabato a mezzogiorno l’Arcivescovado, specialmente ai senza fissa dimora. Considerando suo maestro ideale il cardinal Charles Journet, Biffi richiamava spesso una sua espressione: “I confini della Chiesa passano dentro di noi”. La sua carità era orientata in particolare “ai preti ammalati, ai quali dedicava una visita prolungata e affettuosa”; mentre “nella Solennità dell’Epifania, dopo la celebrazione dell’Eucaristia, era solito visitare il reparto oncologico dei bimbi ricoverati all’Istituto Ortopedico Rizzoli, portando loro i regali della Befana”.

Salda era l’amicizia con don Giussani e don Lattanzio, che “erano i compagni abituali delle vacanze di don Giacomo”. Quest’ultimo racconta che nel 1969 erano tutti e tre al mare a Senigallia: “Ma mentre Giussani e Lattanzio erano in acqua a nuotare, io ero sotto l’ombrellone a scrivere. Mentre Giussani e Lattanzio erano davanti alla televisione per vedere l’allunaggio, io ero a tavolino a scrivere. Così durante il loro ozio io ho scritto Il quinto evangelo”, un testo che rivela una fede piena di benevolenza. In un’altra circostanza, mentre erano in vacanza a Caprera e stavano recandosi alla tomba di Garibaldi egli, conoscendo l’antipatia del Gius nei confronti di tale personaggio, con una battuta gli disse: “Una requiem aeternam non si nega a nessuno”. Ma Don Giussani manifestò ancora un accenno di contrarietà. Allora il Cardinale rimodulò la sua affermazione, invitandolo a pregare per tutti i defunti. Così finalmente riuscirono a pregare insieme.

Relativamente alla sua tenerezza, il suo segretario ricorda che “il suo sorriso insieme allo sguardo toglieva ogni timore, paura, stanchezza. Era sempre accompagnato dalla delicatezza nelle parole, anche quando mi indicava qualche mio sbaglio o qualche decisione che avevo preso con precipitazione e senza avere una chiara visione delle conseguenze”. Inoltre “era sempre puntualissimo nella Celebrazione eucaristica mattutina, nei pranzi e nelle cene, specialmente quando c’era il risotto alla milanese, nel leggere i quotidiani al mattino, prima della Messa, nel disbrigo della posta giornaliera”.

Don Arturo racconta ancora che Biffi “sedeva in auto sempre davanti e mai dietro. Qualcuno si sorprenderà, ma questo particolare mi ha provocato le sgridate delle guardie svizzere tutte le volte che il Cardinale doveva andare in udienza dal Papa: sia le guardie svizzere sia la gendarmeria pontificia volevano che lui si sedesse dietro, ma testardamente non ha mai accettato”.

C’è infine un’espressione, “Bologna, città sazia e disperata”, che gli viene solitamente attribuita, ma che in realtà egli non pronunciò mai. Fu coniata da un giornalista ed è divenuta poi icastica, poiché in effetti condensava in modo puntuale il suo pensiero.
Anche nella malattia egli seppe abbandonarsi alla volontà di Dio, nella certezza che stava per arrivare, per dirla con Sant’Ambrogio, il ‘Buon Padrone’.

Il Cardinale Biffi è stato dunque “un profeta – conclude don Arturo – nel senso che ha costruito la sua missione di teologo e di pastore sulla roccia, che è Cristo Signore. La persona di Gesù è stata sempre il punto di partenza e di arrivo di ogni sua missione”.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Chiti, il generale francescano sarà santo

Per Gianfranco Maria Chiti (1921-2004) si è conclusa a Orvieto la fase diocesana della causa di beatificazione e canonizzazione: il frate-soldato è stato proclamato ‘servo di Dio’. Un profilo biografico particolarmente documentato di questo straordinario candidato alla gloria degli altari è stato scritto dal generale dell’Aeronautica Militare Vincenzo Manca, Gianfranco Chiti. Il Generale arruolato da Dio (Edizioni Ares, pp. 256). Egli, attingendo a una mole impressionante di fonti, ricostruisce la ‘doppia vita’ di Chiti, prima ufficiale dei Granatieri di Sardegna e in tale veste combattente durante la Seconda guerra mondiale sul fronte dalmata e greco e poi in Russia; quindi la sua scelta di diventare religioso cappuccino maturata nel 1982 subito dopo il congedo dall’Esercito. Padre Rinaldo Cordovani ha invece raccolto nel volume Gianfranco Chiti. Lettera dalla prigionia (1945) (Edizioni Ares, pp. 240) le lettere inviate dal protagonista principalmente al suo cappellano militare, in cui emerge la grande umanità del generale che, nonostante la guerra e le asprezze della vita d’armi, riesce a coltivare le più autentiche virtù umane e una profondità interiore che manifesta sia in uniforme quando è chiamato a educare le nuove leve in Accademia, sia quando veste il saio e diventa padre di una moltitudine di figli spirituali nel suo nuovo ministero religioso e sacerdotale.

Ma che uomo è stato Gianfranco Chiti? Ufficiale nel Regio esercito, classe 1921, è medagliato al valor militare, a soli 21 anni, nella Campagna di Russia. Sotto la RSI salva numerosi partigiani ed ebrei, fra cui i torinesi Giulio Segre e suo padre. Con la Repubblica Italiana diventa Generale di Brigata dei Granatieri di Sardegna e riveste incarichi di primo piano nelle Scuole Militari e in Alti Comandi fra cui lo Stato Maggiore dell’Esercito a Roma. Congedatosi nel 1978, abbraccia dal 1982 un altro Ordine, divenendo religioso e sacerdote cappuccino del Convento di San Crispino a Orvieto, del cui restauro si fa personalmente carico donando ad esso tutti i suoi beni. Muore il 20 novembre 2004.

Fin dagli anni giovanili ha dato prova di una fede incrollabile in Dio e di una profonda devozione alla Madonna. Impegnato nel 1941 come sottotenente sul fronte jugoslavo dalla dura guerriglia imposta dalle forze slovene e croate, combatte con grande valore. Nonostante resti ferito agli occhi da una granata, l’anno successivo si offre volontario per la campagna di Russia partecipandovi col grado di Tenente. Un compagno d’armi testimonia il suo eroismo vissuto nel quotidiano, la sua carità: “Chiunque si recava al suo caposaldo si ritrovava inspiegabilmente in tasca qualche sigaretta, due biscotti, un pezzo di carne o un tocco di marmellata”. Ricoverato per congelamento, i medici decidono di amputargli un piede. Ma Gianfranco scappa dall’ospedale per non lasciare i suoi soldati e recupera miracolosamente l’uso dell’arto. In un altro frangente, ricevuti in consegna dai tedeschi una ventina di partigiani russi, fra cui vecchi, donne e bambini, perché siano fucilati, spinge alla fuga i prigionieri. Tra gli altri suoi gesti di grande umanità, durante una tragica ritirata, sprona e incoraggia molti dei suoi soldati che, stanchi e senza forze, vorrebbero fermarsi sul ciglio della strada ad attendere la fine; mentre se ne carica alcuni sulle proprie spalle per portarli via dal campo di battaglia. Medaglia d’Argento al Valor militare, fu declassato per aver militato nella Repubblica Sociale Italiana. Non gli viene dunque riconosciuta come valore la sua fedeltà alle gerarchie e agli ordini dei superiori, che Chiti intende onorare rimanendo al suo posto di ufficiale per continuare a servire il suo Paese nel miglior modo possibile. Così, pur avendo strappato dalla prigionia moltissimi partigiani ed ebrei, nell’immediato dopoguerra non gli è risparmiato il carcere, anche se dopo pochi mesi sarà liberato.

Le lettere inviate al suo padre spirituale Edgardo Fei dai campi d’internamento angloamericani del dopoguerra, ove fu prigioniero in quanto generale della RSI, rappresentano per Chiti un motivo umano di vicinanza e di consolazione spirituale. Così scrive al padre Fei dal Campo di Tombolo presso Pisa: “Grande consolazione la S. Messa a cui posso assistere ogni mattina e sostentamento immenso la S. Comunione”. In un’altra gli chiede: “Ricordami ogni mattina nella S. Messa e prega, prega per me e per chi come me soffre. Patisco incompreso in questa città immensa fatta di polvere, terra, filo spinato e telo”. In un’altra epistola lo rende partecipe di una riflessione sul senso delle proprie sofferenze: “Pensando a quanto deve avere sofferto il Signore che per volere troppo bene agli uomini fu crocifisso, sopporto tutto, sacrifici morali e materiali, direi quasi con gioia sicuro d’uscire da tanta prova più temprato alla vita futura”. Dal campo di internati di Laterina scrive ancora a padre Edgardo: “Ogni sera passeggio su e giù per il cortile e dico il S. Rosario. Il primo mistero lo offro alla Madonna Santissima per l’anima mia, il II° per la mia Patria, il III° per te, mio caro amico, il IV° per i nostri Caduti e il V° per i miei soldati”.

Il legame affettivo di Chiti con il suo padre spirituale è tale che gli confessa a cuore aperto: “Le tue lettere sono per me una vera scuola morale e sono lette e rilette più volte nella stessa giornata. Le tengo tutte raccolte e ogni mattina, dopo la breve meditazione che uso fare, ne leggo attentamente una. Ti prego ardentemente di non trascurare di scrivermi. Le tue parole sono per me alimento spirituale necessarissimo, e certe volte mi tendono una mano quando sto per vacillare e cadere”. Nel tempo della prova durante la prigionia, il generale rafforza la propria fiducia in Dio, nella consapevolezza che il Padre non abbandona mai i suoi figli: “Mi conforta il pensiero che Dio non manda mai le prove superiori alle nostre povere forze umane e che, dopo la tempesta, anche la più furiosa, spunta sempre il sereno”.

Nei campi d’internamento Gianfranco Chiti matura progressivamente anche una coscienza sempre più nitida della dimensione salvifica delle proprie sofferenze vissute unitamente a Cristo. Nel suo epistolario scrive: “Il dolore, il dolore che in questi momenti e in questi ultimi tempi mi ha lacerato l’anima. È Gesù che me li ha mandati per chiamarmi più accanto a Lui e per essere degno d’essere a Lui accanto nel santo Getsemani. E sento d’essere contento di soffrire e piangere, perché soffro e piango con Lui. E i miei dolori si confondono con quelli di Gesù Benedetto e la forza di Gesù diviene mia forza e sostegno”.

La sua fede incarnata si fa testimonianza feconda di frutti spirituali, come racconta al padre Fei quando gli scrive: “Insomma ho pregato, ho fatto tanto, che ieri sera ho ottenuto la grazia del Signore quando il mio amico mi disse: ‘Tenente, domani mattina mi alzo con voi, mi confesso e faccio la S. Comunione’”. L’ha testimoniata ancor di più una volta divenuto frate. Chiamato l’11 settembre 1993 a presiedere la liturgia in occasione del raduno nazionale nel cinquantesimo anniversario della Difesa di Roma e nella memoria dei Caduti di tutte le guerre, padre Gianfranco Maria Chiti si rivolge ai presenti con queste parole dal sagrato di Santa Croce in Gerusalemme a Roma: “Granatieri, cari Granatieri, questa è la consegna che dall’altare la parola di Dio ci affida. La fiamma del copricapo sia una rispondenza di una fiamma interiore di Carità (amore di Dio e del prossimo), di fede ferma in Dio nei destini della Patria e del mondo, di Speranza forte. Una fiamma che incenerisca il male, le fonti dell’odio, della violenza, del vizio, dell’errore, delle turpitudini che abbrutiscono l’uomo e avviliscono la nostra cultura cristiana. Solo così il sacrificio compiuto dai Caduti per la Patria sarà feconda semente per scongiurare altro sangue e donare ai giovani che ci guardano una vita migliore in sicura indipendenza e libertà”.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Peppe Diana, il sacerdote che si oppose ai Casalesi

«Occorre riscoprire quegli spazi per una ‘ministerialità’ di liberazione, di promozione umana e di servizio. Coscienti che il nostro aiuto è nel nome del Signore, riaffermiamo il valore anticipatorio della preghiera che è la fonte della nostra Speranza. Ai preti nostri pastori e confratelli chiediamo di parlare chiaro nelle omelie e in tutte quelle occasioni in cui si richiede una testimonianza coraggiosa». Passa anche attraverso queste parole, pronunciate nel corso della sua seconda denuncia pubblica della camorra, l’impegno profetico di don Giuseppe Diana (4 luglio 1958 – 19 marzo 1994), detto Peppe, disposto a essere segno di contraddizione in un territorio avvelenato dalla malavita organizzata.

«Basta con la dittatura armata della camorra», tuona ancora in un altro suo accorato appello, dopo l’ennesima uccisione di un innocente per errore da parte del clan dei Casalesi. Il giovane sacerdote fa sentire la propria voce senza timore. «Non sapeva, forse, che questo era il suo destino. Si riconosceva solo un povero ma solerte lavoratore nella vigna del Signore. Metteva volentieri tutta la sua vita e tutta la sua cultura nella missione universale della sua Chiesa», scrive il vescovo Raffaele Nogaro: «E per la libertà del tuo popolo e per l’amore della tua terra ti hanno immolato».

Anche questa preziosa testimonianza confluisce in Don Peppe Diana e la caduta di Gomorra del giornalista Luigi Ferraiuolo, recentemente pubblicato dalla San Paolo, che racconta la vicenda, il ministero e il martirio di don Giuseppe Diana, evidenziando le ferite del contesto sociale in cui maturò il suo omicidio: «Erano le 7.30 del mattino del 19 marzo 1994, giorno del suo onomastico. La risposta arrivò subito, forte e chiara, come suo solito: “Sono io don Peppe”. Giuseppe Quadrano sparò quattro colpi di pistola al sacerdote che si stava vestendo per la Messa e andò via, tranquillamente come era entrato». Eppure, «dal sangue di don Peppe e di altre 353 vittime sono nati centri sociali, case famiglia, ostelli, realtà per aiutare persone con autismo o disabili o sole, isole ecologiche, associazioni sportive, ristoranti, negozi, agriturismi. Una ribellione collettiva e sempre più forte alla camorra, sfidata nella sua stessa terra e inizialmente con scarso supporto delle istituzioni», come ha osservato Elisabetta Soglio nella prefazione.

Don Peppe ha pagato in prima persona anche la propria decisione «di negare un funerale pubblico a un camorrista, parente del killer che poi lo avrebbe ucciso per conto dei boss», come scrive Ferraiuolo. «In poco più di tre anni, dal luglio del 1991 al marzo del 1994, egli ha saputo insegnare con coraggio e convinzione alla comunità casalese e al mondo che la camorra non aveva ragione e che i clan erano il male. Gli era chiaro che il contesto in cui si viveva nel Casalese era corrotto, amorale, violento e sanguinario». Per questo motivo «don Peppe Diana doveva morire, perché si era spinto troppo avanti. Perché aveva parlato troppo, aveva aperto troppe menti, troppi cuori, troppi occhi. Perché non si potevano impartire i sacramenti ai camorristi, agli assassini. Era diventato troppo esemplare, nel cuore della testa della camorra, perché potesse sopravvivere. Se non fosse stato ucciso quel 19 marzo, per i disegni di Nunzio De Falco e l’opposizione al funerale del parente di Quadrano, sarebbe stato ucciso poco dopo, perché la sua stessa presenza fisica avrebbe intralciato gli affari dei boss. Era una conseguenza diretta della sua predicazione pubblica cominciata anni prima, tra il 1988 e il 1989, e divenuta palese nel luglio del 1991», quando aveva tuonato contro la dittatura armata della camorra.

A 25 anni dalla sua morte, monsignor Lorenzo Chiarinelli ha voluto lanciare «un accorato appello alla popolazione, meglio ai camorristi: O terra amata che conosci il sudore, le sofferenze e le lacrime della nostra gente; o terra bagnata di sangue di non pochi tuoi figli, e ora, da ultimo – che sia veramente l’ultimo – dal sangue di un tuo figlio, ministro di Cristo e della Chiesa, spezza la spirale di follia omicida, ricrea spazi di serenità e fiducia per i tuoi giovani, rifiorisci in messe abbondante di giustizia e di pace… Nessuno in mezzo a te tradisca mai più questa speranza. Il nostro martire don Peppino ha seminato per il futuro».

Nel visitare la sua tomba per omaggiarne la figura, monsignor Angelo Spinillo, vescovo di Aversa, «ha riconosciuto in don Peppino l’impegno e la generosità di tanti, sacerdoti e fedeli laici, che in questa nostra terra vivono e donano speranza». Durante l’Angelus del 20 marzo 1994, il giorno seguente la sua uccisione, il Santo Padre Giovanni Paolo II pregava così: «Voglia il Signore far sì che il sacrificio di questo suo ministro, evangelico chicco di grano caduto nella terra e morto, produca frutti di sincera conversione, di operosa concordia, di solidarietà e di pace». Le tante realtà associative e caritative fiorite a Casal di Principe e non solo, nel solco della sua testimonianza di vita spesa per il Vangelo, testimoniano senza dubbio una condivisione del suo anelito di fede, giustizia e carità.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

“La grazia di vivere la grazia”. La sorella racconta Chiara

“Una ragazza spontanea, dalla battuta pronta, col sorriso sulle labbra. Amava viaggiare, scherzare e stare tra la gente. Parlava della sua fede, incarnando il Vangelo in tutto quello che faceva, certa che il Signore fosse al suo fianco”. È ricordata così Chiara Corbella Petrillo, ora Serva di Dio, nelle parole dette da sua sorella Elisa nel corso di una testimonianza pubblica. “Più che parlare, Chiara riusciva ad ascoltare l’altro e a dire a chi incontrava anche soltanto una parola, essendo ella stessa in ascolto delle ispirazioni che lo Spirito Santo le suggeriva”.

La sorella Elisa lascia principalmente che sia Chiara stessa a parlare in un video esclusivo del suo ultimo viaggio a Medjugorje, quando era già divorata dal tumore alla lingua. Le parole di Chiara risuonano così tra le immagini del suo matrimonio, dell’incontro con lo sposo terreno, Enrico Petrillo, e quelle dei suoi funerali nell’incontro con lo Sposo celeste. Chiara racconta con la simpatia e l’ironia che la contraddistinguono l’incontro con Enrico, avvenuto proprio lì a Medjugorje, i litigi, la breve interruzione del suo fidanzamento, il desiderio e la decisione comune di sposarsi. Di qui alla gioia della prima figlia, Maria Grazia Letizia, anencefala, vissuta solo 30 minuti; alla grazia di avere subito un altro figlio, il piccolo Davide Giovanni, con gravi problemi agli arti inferiori e malformazioni agli organi interni, che vivrà sulla terra solo 38 minuti. Rispetto a tale doloroso epilogo, Chiara afferma con una serenità e una pace interiore disarmante: “Non ci è sembrato poco il tempo che abbiamo passato con loro, perché ogni momento passato con loro ci ha riempito e siamo usciti pieni del loro amore”.

Passano pochi mesi ed essi “rimangono incinti del terzo figlio” – come Chiara stessa afferma – cioè Francesco, perfettamente sano. Questa volta però è la sua mamma ad ammalarsi e a scegliere di posticipare le cure, in particolare il secondo intervento che le avrebbe comportato l’asportazione di una parte della lingua, a qualche giorno dalla nascita di Francesco, proprio per non comprometterne la salute. E così Chiara sopporta chemio e radioterapia e si sottopone alle cure necessarie “con la serenità che Dio avrebbe fatto della sua vita un qualcosa di più grande di quello che ella stessa avrebbe potuto immaginare”.

In quel suo ultimo pellegrinaggio terreno nel luogo delle apparizioni mariane, Chiara è lì per “chiedere la grazia di vivere la grazia” (c’era già tornata dopo essersi lasciata con Enrico per comprendere la propria chiamata all’Amore in dialogo col suo Signore), ossia per comprendere se il Signore desideri la sua guarigione o che raggiunga in cielo gli altri due figli per realizzare un bene più grande, in conformità al disegno del Padre. Chiara è anche fermamente convinta, nello stesso tempo, sia che “a ogni tribolazione corrisponde una consolazione perché Dio non ci lascia soli nel dolore”, come ricorda sua sorella Elisa, sia che “se uno si lascia amare dal Signore può fare tutto”.

Nel rievocare le ultime ore della vita terrena della sorella, Elisa ricorda infine che “Chiara, nel suo ultimo respiro, è come se avesse spiccato il volo e si può spiccare il volo così solo se si è sicuri che Qualcuno ti prenderà”. E lei lo era. Perciò al suo matrimonio, come al suo funerale, si piange e si gioisce, “suonano le campane e cantano gli angeli nel ciel”.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Reliquie, la scienza conferma la tradizione agiografica

“Nella tradizione cristiana le reliquie esercitano la loro potenza di rassicurazione, incoraggiamento e protezione. Il corpo è condizione reale dell’incontro con Dio perché è proprio attraverso il corpo di Gesù che si entra nel Mistero. La devozione verso le reliquie diventa un modo con cui la nostra fede riconosce nella storia, nel vissuto, nel soffrire, nel morire di alcuni fratelli i segni di un martirio che può incoraggiarci a sopportare il nostro martirio. Le reliquie ci dicono che ognuno di noi può essere santo conservando la fede attraverso una grande tribolazione”. Con queste parole Mons. Mario Delpini, Arcivescovo di Milano, ha sottolineato l’importanza del culto delle reliquie, talvolta liquidato come un retaggio del passato legato a vacue forme di superstizione.

Eppure la venerazione delle reliquie consente alla fede di non scadere nel devozionalismo e di radicarsi saldamente nella carne e nel sangue dei suoi testimoni concreti di ieri e di oggi. Nel solco di tale consapevolezza si colloca la recente ricognizione scientifica delle ossa dei santi Ambrogio, Gervaso e Protaso, che ha confermato le radici storiche e spirituali della tradizione ecclesiale milanese.

Nel corso di tre mesi intensi un team di ricercatori coordinato dalla prof.ssa Cristina Cattaneo – Ordinario di Medicina Legale dell’Università Statale di Milano e direttrice del Centro LabAnOf dello stesso Ateneo – ha avuto modo di studiare diversi materiali in archivio e le fonti storiografiche, di effettuare un accurato esame antropologico dei resti di Ambrogio, Gervaso e Protaso, valutando lo stato di conservazione sia degli scheletri che del sarcofago in porfido che li ha custoditi.

Le reliquie di Ambrogio, Protaso e Gervaso sono state riscoperte nel 1864, grazie a Mons. Francesco Maria Rossi, che nel 1871 consentì l’apertura del sarcofago di porfido rosso pesante ben 2300 chilogrammi che le custodiva. Ma la loro storia è naturalmente ben più antica: nel 386 Ambrogio rinvenne i corpi di due martiri del II secolo, Gervaso e Protaso, e volle che fossero custoditi nella cripta della basilica in un’urna che di lì a poco, nel 397, avrebbe accolto anche le proprie spoglie.  Relativamente alle cause della morte dei santi martiri di cui egli stesso promosse il culto, il vescovo di Milano racconta in maniera piuttosto verosimile che “tutte le ossa erano integre, molto il sangue” (Epistola 77), narra di “reliquie inviolate, ma di un capo staccato dal tronco”. In realtà è un’epistola anonima pseudo-ambrosiana della prima metà del V secolo a raccontare il martirio di Protaso e Gervaso, due fratelli probabilmente gemelli, figli del luogotenente Vitale. In tale lettera si legge in particolare che Gervaso fu colpito mortalmente da un flagello piombato, mentre Protaso venne decapitato. La loro fedeltà a Cristo fino alla morte rifulge gloriosa insieme a quella del loro padre nei mosaici della basilica ravennate dedicata proprio a quest’ultimo.

Esaminando con approfondimenti diagnostici poco invasivi gli scheletri di Ambrogio e dei due martiri, un’équipe di fisici, chimici, biologi e antropologi, ha raccolto una grande mole di dati che ne avvalora la tradizione agiografica. La costruzione di modelli digitali in 3D, l’uso delle tecniche di fluorescenza, l’impiego di raggi X e Tac e persino l’analisi del tartaro dentale, hanno permesso di far emergere infatti particolari inediti e preziosi. Sono state le monache benedettine di Orta San Giulio a occuparsi in prima persona della delicata fase di svestizione delle reliquie e del restauro dei paramenti sacri dei santi. Altre tecniche avanzate di restauro hanno consentito di sostituire i fili metallici che tenevano insieme tutte le ossa di ciascuno scheletro con dei fili di nylon decisamente meno invasivi, in modo da scongiurarne il deterioramento, al quale ha contribuito in parte anche la foratura praticata durante la precedente ricognizione al fine di mantenere lo scheletro in uno stato d’immobilità.

I risultati di tre mesi di studio e campionature sono davvero sorprendenti e attestano che i resti di Ambrogio sono quelli di un uomo di età compresa tra 54 e 64 anni, alto 1.68 cm, con una marcata asimmetria del volto, come testimoniato da uno dei primi mosaici che lo ritrae nella cappella di San Vittore in Ciel d’oro, e una frattura alla clavicola destra, probabilmente dovuta a una brutta caduta verificatasi quando era giovane, che doveva procurargli non pochi dolori nei movimenti.

L’esame degli scheletri dei due martiri Gervaso e Protaso ha rilevato invece difetti congeniti alle vertebre, tali da avvalorare la tesi della consanguineità tra i due. Inoltre entrambi risultano molto giovani, di età compresa tra i 23 e i 27 anni e alti oltre 1.80, un’altezza decisamente notevole per l’epoca. Protaso presenta inoltre segni di lesioni da taglio tra le vertebre cervicali, che alludono chiaramente alla sua decapitazione; e peculiari lesioni alle caviglie, forse da costrizione forzata; mentre lo scheletro di Gervaso mostra lesioni da difesa e fratture costali, oltre a segni sospetti di tubercolosi ancora in corso di studio.

Infine le indagini microbiologiche delle alterazioni cromatiche sulle ossa hanno rivelato che non vi è nessun attacco microbiologico in atto, per cui il loro stato di conservazione rimane sostanzialmente buono. Resta ancora da attendere il risultato degli esami genetici, che sicuramente forniranno ulteriori delucidazioni all’insegna dell’ormai indubbia convergenza delle indagini scientifiche con la tradizione agiografica.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Festa dei Popoli 2017: “farsi migranti con i migrati” per ricevere e dare

“Costruiamo ponti e non muri”. É ripreso da un’espressione ripetuta frequentemente da Papa Francesco lo slogan dell’edizione 2017 della “Festa dei Popoli”. In apertura di questa significativa occasione di incontro tra diverse comunità etniche si è tenuto un forum di riflessione presso il Pontificio Seminario Romano Maggiore sul tema: “Comunità migranti, Chiesa e Città di Roma: donne in dialogo per l’integrazione tra i popoli”. “Integrare è farsi prossimo delle ferite umane, creare una casa comune in cui nessuno è straniero”. Sono queste le parole di suor Ana Paula Ferreira, una suora missionaria consacrata nel carisma di Scalabrini, la quale ricorda che “accogliere è superare preconcetti per imparare insieme la comunione voluta da Dio”. Suor Ana Paula si sofferma poi sul contributo che, come donne, si è chiamati a dare alla Chiesa, “vivendo la dimensione dinamica e comunitaria della fede”. “La donna è educatrice e annunciatrice del Vangelo, perché nella donna vince sempre la vita, che ella ha il compito di difendere, accogliere e custodire”. Occorre allora, secondo la missionaria scalabriniana, “farsi migranti con i migranti, aiutandoli a superare le difficoltà legate soprattutto all’inserimento in un nuovo contesto”.

“Il dialogo è una forte vocazione della nostra epoca. Bisogna tener conto che nelle zone metropolitane di Roma i migranti residenti sono 12% della popolazione, per il 70% cristiani”, rileva invece una rappresentante della Fondazione Migrantes della Diocesi di Roma. Ella sottolinea come costoro siano accomunati a noi “dalla stessa paura di perdere la propria identità”, mentre hanno anche quella del rischio del fallimento del proprio progetto migratorio. In riferimento alla società italiana, ella evidenzia che noi “siamo una cultura chiusa che non investe nel proprio patrimonio culturale e non fa figli”. Per questo motivo diventa vitale “favorire lo scambio di valori e tradizioni per costruire comunità etniche in relazione e integrate nel tessuto sociale locale, custodendo ‘il dovere dell’identità, il coraggio dell’alterità e la sincerità delle intenzioni’, come ha ricordato Papa Francesco durante la sua visita pastorale in Egitto.

Elena Tonka parla invece per la comunità ucraina: “Siamo un popolo umile, laborioso, da tre anni molto ferito. Ringrazio il popolo italiano e la chiesa di Roma per averci accolto a casa vostra. Siamo in 15.000 a Roma”. Elena sostiene inoltre che bisogna lavorare insieme affinché ci sia presto un accordo bilaterale di sicurezza sociale, poiché attualmente al lavoratore ucraino non viene riconosciuta la pensione degli anni contributivi maturati in Italia, una volta ritornato nel proprio paese natale. Tra i suoi suggerimenti pratici, ella invita a “organizzare corsi di italiano a livello più avanzato e ad aprire sportelli d’ascolto di madrelingua ucraina, poiché abbiamo tanto da mostrare e altrettanto da imparare. E questo lo dobbiamo ai ragazzi ucraini che hanno perso la vita per difendere la democrazia”. Con grande ironia e simpatia Zenaida Villanos Baro racconta invece che “per gli italiani la filippina è la domestica, anche se viene dallo Sri Lanka!”. Stanca di fare questo mestiere, ella ha deciso di iscriversi a ingegneria civile, perché consapevole dell’importanza dell’istruzione. Quindi Zenaida fa un appello molto semplice alla sua comunità: “Continuate a essere onesti!”, un pregio che certamente viene riconosciuto al suo popolo dagli italiani. Patricia Bovadin, giovane laureata peruviana che rappresenta la comunità latino-americana, così si esprime: “Roma è una grande casa dentro cui c’è il mondo. Nella chiesa di Santa Maria degli Angeli condividiamo la lectio divina, ma anche le difficoltà. Chiediamo alla città maggiore attenzione alla nostra realtà, più centri di ascolto e di sostegno psicologico per quei giovani che si sentono dire a scuola di essere deboli, poveri e arretrati”. Con fermezza esorta poi in un appello i suoi connazionali: “Non siate spettatori passivi della società che ci circonda, ma portare la vitalità del Vangelo nella vostra quotidianità”.

“Il Signore c’ha dato il dono profondo di essere fratelli e vogliamo esserlo anche per i membri della comunità romana, perché siamo tutti figli di Dio sotto lo stesso tetto”, dice Cecilia Agyeman Anane, portavoce del Ghana, che ci tiene ulteriormente a precisare: “L’Africa non è quella che vedete per televisione, noi abbiamo tanto calore, perciò siamo tanto rumorosi! Ho amiche italiane che sono per me come sorelle. Noi conferiamo massimo rispetto allo straniero che viene da noi”. E se da un lato invoca un maggiore sostegno della società civile nella ricerca di case e lavoro, dall’altro riconosce che Roma è “bellissima, ma disgraziatamente burocratica”. “Nella Repubblica Democratica del Congo è in atto un cruento massacro. Per questo motivo il 30 giugno faremo una manifestazione per dire no alla morte”, annuncia invece rammaricata una rappresentante congolese. Infine nel suo intervento l’europarlamentare Silvia Costa riconosce di “aver imparato moltissimo dalla straordinaria forza delle donne migranti”. Ella ricorda altresì i nomi dei sacerdoti che si sono spesi o si spendono quotidianamente per tutti i migranti, in particolare mons. Perego, mons. Di Liegro e mons. Musaragno, “il primo a chiamare i giovani migranti ‘studenti esteri’ e non ‘stranieri’”. Ella si sofferma naturalmente sull’impegno della politica per la tutela dei diritti di queste persone, “costruendo percorsi di cittadinanza sociale e giuridica”, nella consapevolezza che “i diritti umani, principio e fondamento di ogni civiltà, vengono prima di quelli giuridici”.

Ad amplificare e fare eco a questo coro di voci femminili anche quella di Mons. Paolo Lojudice, vescovo ausiliare di Roma, durante l’omelia della Santa Messa che ha celebrato alle ore 12,30 nella Basilica di San Giovanni in Laterano. “La Chiesa è questo, siamo noi, che proveniamo da più esperienze, paesi e nazioni. La festa dei popoli è allora la festa della Chiesa, perché i popoli non sono altro che l’unico popolo di Dio, cioè la Chiesa”. E in riferimento alla pagina del vangelo di oggi, nella quale emerge la promessa di Gesù di non lasciarci orfani, egli ricorda che “nessuno sarà mai senza padre e lasciato a sé, ma ciascuno avrà sempre una comunità in dialogo, la Chiesa”. Per questo motivo bisogna “costruire ponti e non muri”. Papa Francesco ripete costantemente tale espressione, secondo il presule, “un po’ come fanno i genitori con gli adolescenti, perché si comprenda il messaggio”. Infatti “costruire i muri ci fa dimenticare che ogni uomo è mio fratello, perché Dio è padre di tutti. È sull’accoglienza dell’altro che si misura la nostra dignità umana”. Perciò, conclude mons. LoJudice, “cerchiamo di costruire i ponti, difendendo la giustizia sociale per ciascun migrante come per i membri della nostra comunità e imparando a non stare zitti quando si parla male di loro. Il paradosso della nostra società è che riusciamo ad andare su Marte e non riusciamo ad accogliere dignitosamente uno straniero. Chiediamo allora al Signore che ci aiuti a superare le paure, le fatiche, affinché ogni giorno vissuto sia un dono ricevuto e un dono offerto, perché questo è il Vangelo: ricevere e dare”.

Fonte: FarodiRoma

Le visite dell’Angelo del Portogallo ai tre pastorelli di Fatima

“Un giovane di quattordici o quindici anni, più bianco della neve, che il sole faceva diventare trasparente come se fosse di cristallo e di una grande bellezza”. Con queste parole suor Lucia descrive le sembianze corporee dell’angelo che le si manifesta a Fatima, mentre era insieme ai suoi cugini Francesco e Giacinta, presentandosi come l’angelo della pace, l’angelo custode del Portogallo. Egli dapprima “insegna ai tre fanciulli un’orazione di adorazione alla Santissima Trinità”, poi li “sollecita a realizzare una missione che consiste nell’offrire sacrifici in riparazione per i peccati dell’umanità, in onore e per amore dei Cuori santissimi di Gesù e di Maria”.

Pochi sanno che i tre pastorelli furono preparati a ricevere le apparizioni mariane proprio dalle visite di un angelo. Così nella primavera del 1916 essi apprendono la celebre Preghiera dell’angelo, che egli stesso insegna loro a recitare come una giaculatoria: “Mio Dio, io credo, adoro, spero e vi amo. Vi chiedo perdono per quelli che non credono, non adorano, non sperano e non vi amano”. L’estate successiva l’Angelo del Portogallo li invita nuovamente alla preghiera, ma anche a offrire penitenze e sacrifici di espiazione per la conversione dei peccatori. Orazione, adorazione e riparazione sono dunque il leit motiv delle tre visite dell’angelo, una “preparazione celeste” alle apparizioni della Vergine in Cova d’Iria. Suor Lucia ricorda con gioia il senso di grande pace che le rimase nell’animo anche dopo tali visioni. Perciò scrive: “La forza della presenza di Dio era così intesa, che ci avvolgeva totalmente e quasi ci annientava. Le nostre anime erano completamente sommerse in Dio”. Durante la terza apparizione l’angelo dona la Santa Eucarestia sotto le specie del pane a Lucia e del calice a Francesco e Giacinta, sacramento di comunione e segno visibile del loro ardente desiderio di compartecipare, mediante l’offerta delle proprie sofferenze, all’agonia di Cristo nelle membra del suo Corpo mistico, cioè la Chiesa, per espiare le colpe dei peccatori. Riconosciuta la preziosità di tale dono della Santa Comunione e consapevole che sarebbe morto in età prematura, il piccolo Francesco, nonostante la sua tenera età, se ne stava di ritorno da scuola tutto il giorno in ginocchio per adorare “Gesù nascosto” nel tabernacolo.

Così gli angeli sono i protagonisti anche di una visione tanto bella quanto vera e confortante che interviene a controbilanciare quella tremenda precedente dell’inferno e delle persecuzioni la Chiesa: “Sotto i due bracci della Croce c’erano due angeli ognuno con un innaffiatoio di cristallo nella mano, nei quali raccoglievano il sangue dei Martiri e con esso irrigavano le anime che si avvicinavo a Dio”. Queste parole scritte da suor Lucia sono state mirabilmente approfondite sul piano teologico da papa Benedetto XVI che ne ha rivelato la natura profetica: “La visione della terza parte del segreto, così angosciosa all’inizio, si conclude con un’immagine di speranza, nessuna sofferenza è inutile, ma una Chiesa sofferente, una Chiesa di martiri si converte per la ricerca di Dio da parte dell’uomo. Inoltre dalla sofferenza dei testimoni deriva una forza di purificazione e di rinnovamento perché si attualizza la stessa sofferenza di Cristo e trasmette nel presente la sua efficacia salvifica”.

Il legame della nazione portoghese con il ‘proprio’ angelo è confermata non solo da tali apparizioni a Lucia, Francesco e Giacinta ma anche da autorevoli testimonianze storiche. Il sovrano Manuel I il Fortunato stabilì già nel 1514 che in Portogallo vi fosse una processione solenne ogni terza domenica di luglio per “ricordare l’angelo custode che ha cura di proteggerci e di difenderci, affinché continui a concederci la sua tutela e la sua protezione”.

Quella degli angeli custodi della nazioni infatti non è dunque semplicemente una pia tradizione, ma una profonda verità teologica, come osserva don Marcello Stanzione, uno dei massimi esperti di angelologia e parroco dell’Abbazia di S. Maria La Nova a Campagna (SA) nel suo recente volume: Gli Angeli Custodi delle Nazioni. Cent’anni fa a Fatima l’Angelo del Portogallo parlava ai tre pastorelli (pp. 171, Sugarco Edizioni 2017, € 16). Tale verità affonda le proprie radici nella Sacra Scrittura, in particolare nel libro del Deuteronomio secondo la versione dei Settanta: “Egli fissò i confini dei popoli secondo il numero dei figli di Dio” (Dt 32, 8) e in quello del profeta Daniele dove si parla dell’arcangelo Michele, custode del popolo eletto, e dei ‘principi’ di Persia e di Grecia (cf. Dn 10, 12-21). L’esistenza di angeli tutelari della nazioni è confermata anche dalla riflessione dei Padri della Chiesa. Clemente Alessandrino sostiene che “vi sono degli angeli preposti alle nazioni e alle città”. S. Agostino, nel suo commento al Salmo 88 scrive che: “Quando Dio fece del popolo d’Israele il suo popolo, non chiuse con ciò la fonte della sua bontà alle nazioni straniere, che egli aveva posto sotto il governo degli angeli”. San Tommaso d’Aquino afferma ancora in proposito: “Il compito di vigilare sulle moltitudini umane compete alla gerarchia dei principati o, forse, a quella degli arcangeli”.

Pertanto la missione affidata agli angeli custodi delle nazioni è quella di guidare i popoli, rivelando i disegni di Dio e partecipando al loro giudizio nel giorno della mietitura. Nel caso di Fatima, il fine delle visite dell’Angelo del Portogallo e delle seguenti apparizioni mariane è racchiuso nel significato autentico dell’unico segreto suddivisibile in tre parti e non ancora pienamente compiuto. Sulla scia di quanto rivelato da suor Lucia, il messaggio di Fatima che risuona per l’intera umanità è, per dirla con Benedetto XVI, “l’esortazione alla preghiera come via per la salvezza delle anime e nello stesso tempo il richiamo alla penitenza e alla conversione; con la certezza che il male non ha l’ultima parola”.

Fonte: FarodiRoma

Viganò racconta la comunicazione del “Papa della prossimità”

“La gente veniva a Roma per vedere Karol Wojtyla; veniva per ascoltare Benedetto XVI e viene ora per incontrare Papa Francesco”. Vedere, ascoltare e incontrare sono dunque tre verbi che condensano l’atteggiamento sostanziale dei fedeli nei confronti degli ultimi tre pontefici. Parafrasa l’espressione del cardinal Tauran monsignor Dario Edoardo Viganò, nell’iniziare il suo racconto della comunicazione di Papa Francesco, colui che definisce subito come “l’uomo della prossimità”. Quand’era direttore del Centro Televisivo Vaticano, mons. Viganò aveva raccontato l’ultimo saluto di Benedetto XVI mentre sorvolava su Roma verso Castel Gandolfo. Lo aveva fatto con discrezione, sfruttando tutta la potenza delle immagini e rievocando l’apertura de ‘La dolce vita’ del celebre film di Fellini. Ora egli è prefetto della Segreteria della comunicazione della Santa Sede, e dunque a capo di un progetto di riforma dei media vaticani.

In un’intervista pubblica con Pierluigi Sassi, presidente di Earth Day Italia, mons. Viganò ha focalizzato principalmente la sua attenzione sui diversi aspetti della comunicazione del pontefice argentino: “Questa la differenza e lo specifico di Papa Francesco, che è l’uomo della prossimità. È certamente una prossimità fisica, ma anche legata a situazioni concrete. Nessuno si percepisce come opponente a ciò che lui racconta, cioè il Vangelo di felicità per l’umano. Per questo motivo affascina credenti e non credenti”. Rispetto alle nuove sfide comunicative che attendono la chiesa di Francesco, egli ha sottolineato innanzitutto il contesto postmediale in cui viviamo, ove “i media hanno perso il loro connotato identitario” e la connessione digitale subentra prepotentemente all’incontro reale con una persona. Pur considerando che attualmente “il contagio della fede non avviene più come una volta, imparando una preghiera sulle ginocchia della propria madre” e che “la parrocchia non è più semplicemente un territorio, ma è anche la rete dei legami on-line e off-line, il problema di comunicazione della Chiesa non è un problema di tecnologia”. Non si tratta quindi di trasferire i medesimi contenuti dei bollettini parrocchiali dalla carta stampata al portale, bensì di operare una “convergenza digitale”, ossia di “elaborare contenuti multimediali, immagini, videonews e podcast, sfruttando tutto il potenziale della rete per collegare popoli e culture”. Consapevole che “il Vangelo ha a che fare con la vita concreta delle persone”, Viganò ha precisato scherzando, ma con un giudizio netto: “Non credo si possa arrivare alla cyberparrocchia, un concetto tanto enfatizzato quanto evanescente”.

Nel merito dei contenuti della comunicazione, lo spin doctor del Papa ha evidenziato che quella di “Francesco non è una teologia del vittimismo. Egli insiste sull’uomo peccatore, perché nel peccato scorgo la forza di Dio che si fa carne della mia carne per salvarla. Non che, banalmente, la Chiesa sia oggi di manica larga”. Per sgombrare il campo da fraintendimenti più o meno intenzionali, Viganò ha affermato infatti, senza mezzi termini, che Francesco è ben lontano dal cedere a condizionamenti esterni, anzi “decide molto lui, sulla base di criteri che sono i suoi e non di altri; ha anche molto fiuto e, dove non arriva, domanda”. Per cui, anche allorquando si concede ai selfie, Bergoglio non lo fa in maniera narcisistica, ma perché comprende l’importanza della condivisione, presentandosi “come corpo che si consegna, come carne di Cristo”. Confrontando le immagini del primo affaccio dopo l’elezione da parte del pontefice regnante e di quello emerito, Viganò ha invitato inoltre a notare come, al contrario di quanto ci si aspetterebbe, pare che i due si scambino le personalità, nel senso che “Benedetto XVI gesticola e assume un modo di muoversi da sudamericano, mentre Bergoglio si mostra con le braccia distese lungo i fianchi, come corpo che si consegna”.

Anche se “ha una radio, ma non la televisione”, Papa Francesco si mantiene al passo coi tempi, per essere “compagno della cultura digitale”. Lo ha manifestato, con un linguaggio chiaro e diretto, soprattutto nel suo videomessaggio ai giovani allorquando, mostrando un iPhone, ha sottolineato che senza Gesù non c’è campo. Infine il prefetto della Segreteria della comunicazione della Santa Sede ha rivelato che la stessa scelta del pontefice di visitare le parrocchie periferiche “è strategica, perché dove si muove lui, porta l’attenzione su di esse”, affinché tali realtà non siano considerate come dei dormitori, ma siano riscoperte quali “luoghi di socialità da cui è possibile vedere meglio il centro”. Allo stesso modo Viganò ha ricordato l’autoironia del pontefice argentino, che avrebbe guardato con simpatia ai murales di Borgo Pio che lo ritraevano come un supereroe, per cui chi li ha poi coperti ha reso un cattivo servigio alla genialità del popolo romano.  Insomma, “in un sistema digitale dove tutto è riconducibile a 0 e 1 e in cui la verità sta più nelle sfumature che non nelle polarizzazioni”, è necessario che giornalisti e operatori dei mass media mettano “un paio di occhiali spirituali per raccontare la Chiesa” e la comunicazione di Papa Francesco in maniera adeguata ed efficace all’uomo del nostro tempo.

Fonte: FarodiRoma

Lavoro ed ecumenismo

Il valore dell’opera delle mani dell’uomo e la ‘passione per l’unità’ secondo Paolo VI

Invitato il 10 giugno 1969 a tenere un discorso all’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIT) a Ginevra, in occasione del 50° anniversario di fondazione, Paolo VI decise di visitare in quello stesso giorno anche il Consiglio Ecumenico delle Chiese, pronunciandosi così rispettivamente sia sul tema del lavoro che su quello dell’ecumenismo. Il recente libro a cura di Leonardo Sapienza (Paolo VI, Pietro è il mio nome, Edizioni VivereIn, pp. 93, € 7) riprende principalmente questi due discorsi, alcuni brevi interventi e pensieri del pontefice, insieme a degli appunti inediti riprodotti fedelmente dai suoi stessi manoscritti, che testimoniano l’attenzione pastorale di Montini su questi temi.

“Mai più il lavoro al di sopra del lavoratore, mai più il lavoro contro il lavoratore, ma sempre il lavoro per il lavoratore, il lavoro al servizio dell’uomo, di ogni uomo e di tutto l’uomo”: questo l’appello accorato del pontefice all’OIT. La dignità del lavoro deriva infatti dal suo essere collaborazione dell’uomo all’opera di creazione di Dio e dal fatto che lo stesso “Gesù è conosciuto come il figlio del carpentiere”. Nel suo intervento Paolo VI denuncia senza mezzi termini le ingiustizie sociali della società industrializzata e tecnocratica che spesso, disumanizzando il lavoro, finiscono conseguentemente con lo spersonalizzare anche l’uomo. È invece opportuno auspicare una cooperazione coraggiosa e feconda tra governo, imprenditori e lavoratori al fine di perseguire “la pace universale per mezzo della giustizia sociale”.

“L’orientamento personale che il Papa ha voluto dare al suo ministero apostolico è d’altronde molto bene indicato dal nome che si è scelto, quello di Paolo”. Sul versante dell’ecumenismo, Papa Montini non rimane fermo alle sole parole, ma ne diventa testimone attraverso molti gesti concreti. Quelli più significativi sono stati “l’inginocchiarsi a baciare i piedi del Metropolita Melitone nella Cappella Sistina; l’offerta del suo anello al Primate Anglicano Ramsey; il dono della reliquia del capo di Sant’Andrea a Patrasso”. Tali gesti hanno poi ispirato ulteriori esemplificazioni del papato, dal flabello, l’ampio ventaglio cerimoniale adoperato durante la liturgia, fino alla tiara. Si racconta addirittura che, a seguito di un incontro con un Metropolita orientale, egli fece togliere la croce da tutte le sue calzature, a partire dalle pantofole papali, pur di venire incontro alle diverse sensibilità dei fratelli delle altre chiese. La ‘passione per l’unità’ di Papa Montini che gli fa esclamare “il nostro nome è Pietro” non tradisce però il significato autentico di un vero dialogo ecumenico, anzi mostra chiaramente come esso sia in se stesso sempre un mezzo, mai un fine. Scopo del dialogo tra le fedi resta infatti sempre e comunque “la pienezza di unità che Cristo vuole per la sua Chiesa una e unica”. In quest’ottica si comprende che l’ecumenismo “non è semplicismo, non è irenismo superficiale e incurante delle intrinseche istanze della verità religiosa”; è dunque, per certi versi, “un compito lungo e faticoso”, ma sostanzialmente una grazia da ricevere in dono dal Padre affinché tutti i suoi figli siano uno nel Figlio.

Fonte: FarodiRoma