La vita di Cristo secondo san Tommaso

Uno sguardo contemplativo ai misteri della vita di Cristo. È questa la prospettiva adottata da San Tommaso d’Aquino nella sua Summa Theologiae; egli non mette in discussione quanto affermato e compiuto dal Figlio, lo dà in qualche modo per scontato, mentre si interroga sempre con una ragione illuminata dalla fede sulla convenienza di tali accadimenti nella prospettiva del disegno salvifico del Padre.

 Questo sguardo viene ora ulteriormente illuminato dal recente saggio La vita di Cristo secondo San Tommaso d’Aquino (Fede e Cultura 2021, pp. 144) di Mauro Gagliardi, presbitero dell’Arcidiocesi di Salerno, ordinario di teologia all’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum e professore invitato Ateneo Pontificio San Tommaso d’Aquino (Angelicum) di Roma. Si tratta del secondo volume di «un piccolo trittico dedicato rispettivamente alla Persona di Gesù Cristo (cristologia), alla sua vita terrena (misteri cristologici) e alla salvezza da Lui donata (soteriologia), secondo la dottrina di san Tommaso d’Aquino».

Nella Terza Parte della Summa Theologiae, infatti, l’Aquinate si occupa dei misteri cristologici, ripercorrendo gli eventi più importanti dell’esistenza terrena di Gesù. Con un linguaggio divulgativo e chiaro, accessibile anche ai non esperti del linguaggio filosofico e teologico dell’Angelico Dottore, Mauro Gagliardi presenta le questioni dalla 27 alla 45 della stessa sezione, incentrate proprio sugli acta Christi, ossia sui grandi eventi che vanno dal concepimento sino alla trasfigurazione del Signore, in continuità dunque con il volume precedente La persona di Cristo secondo san Tommaso d’Aquino che ne riprendeva le questioni 1-26 e in attesa di quello conclusivo sul mistero pasquale e il compimento dell’opera della nostra redenzione di prossima pubblicazione.

 Sebbene nella Summa si ritrovino alcune concezioni scientifiche oggi superate, tra le quali «nozioni biologiche quanto all’origine di Cristo da Maria, e cosmologiche riguardo ai miracoli; in nessun caso, però, il condizionamento è tale da invalidare la riflessione teologica». Inoltre, per quanto la trattazione tommasiana privilegi «l’ottica esemplare e redentiva per noi uomini, l’idea di una qualche efficacia per Cristo stesso non è esclusa», ossia la prospettiva del ‘Cristo per noi’ è integrata costantemente con quella del ‘Cristo per se stesso’, dal momento che «l’umanità di Cristo crebbe fino al perfezionamento nella gloria», come la stessa Trasfigurazione attesta.

Relativamente a Maria, intendendo la «santificazione come purificazione dal peccato originale», la quale è «opera di grazia e la grazia è data alla creatura razionale», Tommaso sostiene erroneamente che «la Beata Vergine contrasse il peccato originale, ma ne fu mondata prima di uscire dal seno materno». Su questo punto, però, si può evidenziare a sua ‘discolpa’ come fa l’autore, che l’Aquinate non poteva esser stato istruito dal Magistero solenne dal dogma dell’Immacolata Concezione, per il quale «in Lei la salvezza del Figlio ha agito in modo preventivo, non purificando il peccato contratto, bensì impedendo che Maria ne fosse macchiata». Nonostante tale errore teologico, Tommaso riconosce però altresì che «Maria fu predestinata a essere vicinissima all’Autore della grazia, accogliendo in sé Colui che era pieno di grazia. Per questo anche di Lei si dice che è piena di grazia».

Riguardo alla santificazione di Cristo, Tommaso specifica invece che «fu santificato al concepimento, ossia divenne perfettamente santo in quel momento, non perché prima Egli fosse peccatore, ma semplicemente perché, in quanto uomo, non esisteva prima di essere concepito. Mancava, in altre parole, quella natura umana individuale che potesse ricevere la santificazione». E sulla natura umana e divina del Verbo incarnato, l’Aquinate sottolinea che «dato che in Cristo vi sono due nature – una ricevuta eternamente dal Padre, l’altra ricevuta nel tempo dalla Madre – è necessario attribuire a Cristo anche una nascita nel tempo, oltre alla nascita ab aeterno. Quando diciamo che il Verbo nasce nel tempo, con ciò non intendiamo dire che Egli prima non esistesse in alcun modo, dato che già esisteva, da sempre, per l’eterna nascita dal Padre». Dunque, rispetto alla nascita di Gesù a Betlemme, il Dottore Angelico precisa che «se Cristo si fosse manifestato da sé, avrebbe indicato la potenza della sua divinità, ma pregiudicato la fede nella propria umanità. Per questo preferì non far conoscere direttamente la sua nascita, bensì per mezzo di creature: ai pastori mediante angeli e ai magi per mezzo di una stella».

Tommaso ricorda in proposito che i Magi e Simeone e Anna sono rispettivamente anche figure dei pagani e degli ebrei, e dunque dell’universalismo della salvezza. Soffermandosi sul significato del battesimo di Cristo l’Aquinate cita invece Sant’Ambrogio, il quale scrive che «la giustizia è questa: che tu faccia per primo ciò che pretendi facciano gli altri, stimolandoli con il tuo esempio».

Relativamente alle tentazioni nel deserto che precedono l’inizio della vita pubblica di Gesù, il Dottore Angelico sottolinea l’importanza del digiuno quale strumento che allude all’esigenza per tutti «di premunirsi contro le tentazioni», poiché «il diavolo attacca tutti quelli che fanno il bene». L’Aquinate rileva ancora che il Signore ha resistito «non con la forza del proprio potere divino, ma con testi di legge» e ciò, per dirla con San Leone Magno, «per onorare maggiormente l’uomo e punire maggiormente l’avversario, in quanto il nemico del genere umano veniva vinto da Cristo non come Dio, ma come uomo». Solo con la terza tentazione Gesù scaccia il diavolo, poiché attenta all’onore del Padre, «affinché imparassimo dal suo esempio a sopportare con animo forte le ingiurie rivolte a noi, ma a non tollerare quelle contro Dio».

I motivi per cui il Signore opera miracoli durante la sua predicazione vengono così approfonditi da Tommaso: «Il primo e principale è perché in questo modo Dio conferma la dottrina di fede insegnata da quell’uomo. Infatti le verità di fede superano le capacità della ragione e quindi non possono essere da questa dimostrate, potendo essere provate solo in base alla potenza di Dio. Così, se un uomo compie opere miracolose, che solo Dio può fare, si potrà credere anche all’origine divina della sua dottrina. In secondo luogo, mediante i miracoli Dio mostra la santità di un uomo, ossia il fatto che Egli abita in lui mediante la grazia».

Infine, relativamente alla Trasfigurazione, Tommaso evidenzia che «lo splendore visto sul Tabor è per natura lo stesso che i corpi hanno in cielo, ma la maniera in cui questa claritas è posseduta dai corpi in cielo è diversa da come la possedette il corpo di Cristo alla trasfigurazione». D’altra parte, conclude l’Angelico Dottore, «scopo della trasfigurazione fu mostrare agli uomini la gloria di Cristo e stimolarli a desiderarla».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Il vero presepe, i significati dietro ogni statuina

«La grotta, la caverna, ‘porte’ d’accesso nel cuore della terra, da sempre sono simbolo dell’utero materno, in un rinvio significativo tra la fecondità della terra e la fecondità umana. La grotta, nel presepe, indica la più grande fecondità che la nostra terra abbia mai avuto: Gesù Cristo». Prende le mosse dall’importanza di custodire tale ambientazione Il vero presepe (Il Timone 2021, pp. 132) di Luisella Scrosati e con le illustrazioni di Marina Lonati Colombo. Nel volume viene esplicitata la ragione storica, spirituale e teologica sottesa alla presenza di ogni personaggio, elemento naturale e artefatto che popola il presepe, dall’acqua al fuoco, dai diversi animali alle figure degli attori e spettatori del Natale del Signore, allo scopo di apprendere l’arte presepiale attraverso l’unico sguardo possibile, quello di chi riconosce che Dio si è fatto Bambino.

Di qui, se l’acqua è figura delle sorgenti della salvezza cui attingere e della corrente che sgorga dal lato del Tempio secondo la visione di Ezechiele (cf. Ez 47,1-12), allora «porre un ruscello nel presepe, meglio se sgorga dalla ‘roccia’ della grotta, è un gesto semplice, che vale però tutta una professione di fede e indirizza il nostro desiderio verso quella Sorgente che sola è in grado di dare vita». Allo stesso modo il fuoco posto vicino al Bambinello richiama il roveto che arde senza consumarsi, così come «la natura divina (il fuoco) arde nella natura umana, senza però distruggerla»; è il fuoco della misericordia divina che purifica e scongiura il fuoco divoratore dell’inferno.

C’è poi un pozzo, «un canale di comunicazione tra le viscere della terra e il cielo, una realtà che congiunge il basso e l’alto e unisce tre elementi della creazione: l’acqua, la terra, l’aria», presso il quale nella Bibbia si stringono amicizie e si sugellano fidanzamenti e matrimoni. Dunque «il pozzo indica innanzitutto Gesù stesso, che nella natura umana e divina unifica e collega in Sé Cielo, terra e inferi: disceso dal Cielo, venuto sulla terra, sprofondato negli inferi e di nuovo asceso alla destra del Padre». Allo stesso modo il ponticello allude a Cristo quale ‘pontefice’ tra Dio e gli uomini.

Segno invece di potere e prepotenza è il castello di Erode che però «non è in grado di sconvolgere l’armonia del presepe», in quanto «il male ha sempre la pretesa di fare e brigare, perturbare e distruggere; eppure non riesce in nessun modo a stravolgere i piani di Dio».

Relativamente agli animali che non possono mancare nel presepe, le pecorelle sono il segno degli uomini vicini e lontani che il Buon Pastore desidera radunare in un unico gregge. La capra come l’agnello alludono al sacrificio di Cristo; il cane rimanda ai sacerdoti e a quanti hanno il compito di custodire il gregge dei fedeli dai predatori; il gallo preannuncia con il suo canto lo spuntare della Luce vera; la chioccia coi suoi pulcini «manifesta la premura materna di Dio, la sua disponibilità a dare la vita per i suoi figli».

Per quanto concerne i mestieri rappresentati, «il falegname intento a spaccare un ceppo, il panettiere che sforna una pagnotta fragrante, il ciambellaio che mostra a tutti le sue delizie, il maniscalco che ferra il suo cavallo, la massaia che porta in grembo un cesto di uova o la lavandaia che pulisce con la lisciva gli indumenti formano come un coro di fatica e realizzazione intorno al Dio fatto uomo. È da Lui che essi traggono forza e maestria; è per Lui che si affaccendano; ed è ancora da Lui che il loro lavoro viene benedetto». Infatti, come osserva ancora in proposito acutamente la Scrosati, «ogni colpo d’accetta o di martello, ogni panno lavato, ogni pane sfornato proclamano la benevolenza di Dio verso le sue creature e riconoscono in Lui, nella sua gloria, il fine di ogni cosa».

Nel presepe c’è spazio ancora per Meraviglia, il pastore che nel Bambino di Betlemme contempla il mistero del Dio fatto uomo al quale offre in dono nient’altro che se stesso; per Benino, il pastore che è figura dei grandi ‘sognatori’ biblici, il quale accoglie nel sonno la rivelazione divina, «abbandonando la dimensione della vigilanza, del calcolo, del ragionamento logico e della previsione».

 Ma nel presepe si ritrovano anche figure potenzialmente ingannevoli, quali l’oste che, attraverso «la promessa di una falsa consolazione ed una ingannevole felicità», rischia di far perdere la strada a chi sta andando ad adorare il Bambino. Allo stesso modo agisce la prostituta, simbolo di tutto ciò che seduce il cuore dell’uomo fino all’idolatria, allontanandolo dall’amore per Dio.

La mangiatoia nella quale è adagiato il piccolo Gesù a Betlemme (‘città del pane’ in ebraico e ‘città della carne’ in arabo) aiuta a far memoria del fatto che «il pane non diventa tale se prima i chicchi di grano non vengono frantumati, impastati e cotti nel forno. C’è dunque un processo di morte che dà la vita. Il Bambino nella mangiatoia di Betlemme richiama così l’offerta sacrificale della propria carne». Il bue e l’asinello alludono rispettivamente ai giudei e ai pagani, ossia all’universalismo della salvezza per tutti i popoli, laddove gli angeli rimandano alla riconciliazione operata da Cristo che rende nuovamente gli uomini concittadini degli spiriti celesti.

E nella grotta, rigorosamente a mezzanotte durante la vigilia di Natale, viene adagiato il Bambino tra Maria e Giuseppe, in un silenzio che rievoca quello della notte dei primogeniti d’Egitto. Nell’evento che divide la storia umana in prima e dopo la nascita di Cristo, il ‘segno di contraddizione’ che si fa carne invita ciascuno a decidere se «riconoscere e amare Dio in questo Bambino per la vita, o ignorarlo e rifiutarlo per la morte».

Il volume della Scrosati riporta infine le benedizioni dell’Epifania e si sofferma anche sul significato spirituale profondo della corona d’avvento e dell’albero di Natale, la cui tradizione affonda le radici nell’opera di evangelizzazione di San Bonifacio. Nel 724 l’apostolo della Germania riesce infatti a soppiantare il culto pagano, sostituendo «all’idolatria della superba grandezza della quercia l’umile maestà del giovane abete» e ai sacrifici umani offerte di amore e di bontà significate dalle candele poste sui suoi rami dal capo del villaggio di Geismar. Così «il nostro albero è pieno di luci, frutti e decorazioni perché ha riconosciuto la venuta del Re che è anche il Signore della vita».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Carlo Acutis, il beato che insegna a vivere da originali

La santità è sempre originale. Non esiste santo uguale a un altro, nessuna fotocopia, poiché ciascuno è invitato da Dio a realizzare la propria originalità nel Figlio. Lo ha compreso e testimoniato Carlo Acutis con la sua giovane esistenza spesa interamente nell’amore a Cristo e al prossimo.

A un anno dalla beatificazione avvenuta lo scorso 10 ottobre e per la sua memoria liturgica il giorno 12 dello stesso mese, in Originali o fotocopie? (ESD 2021, pp. 216) padre Giorgio Carbone ripercorre la vita del giovane cresciuto a Milano, ridando voce alle sue parole e ai numerosi testimoni che lo hanno conosciuto e che sono stati ascoltati durante l’inchiesta aperta dall’arcivescovo della diocesi meneghina.

Padre Carbone conosce Carlo in occasione della “Festa del Timone” del 27 maggio 2006 mentre, «raggiante come una Pasqua», gli testimonia la gioia di «aver potuto parlare della presenza attiva e reale di Gesù nell’Eucaristia» durante quella giornata attraverso una mostra sui miracoli eucaristici molto ben documentata. Una mostra curata personalmente proprio da quel «ragazzo creativo e geniale», per dirla con le parole della Christus vivit di Papa Francesco, che «ha saputo usare le nuove tecniche di comunicazione per trasmettere il Vangelo, per comunicare bellezza e valori».

Per non morire come fotocopie inseguendo le mode del tempo, «Carlo aveva ben compreso e ne avevamo parlato tante volte che l’uomo rischia sempre di andare fuori strada, di allontanarsi dalla via tracciata da Gesù per ognuno di noi. Aveva sotto i suoi occhi molti esempi di come si possa facilmente sbagliare strada e trascorrere i giorni lontani dal Signore. Credeva fermamente che per non morire come fotocopie fosse importante ricorrere ai sacramenti», ricorda sua madre Antonia Salzano.

Educato alla fede principalmente dalla tata polacca Beata, è consapevole sin da piccolo che ogni uomo sia amato da Dio nella sua unicità come un «fuori serie», per dirla col cardinal Caffarra, e che «Dio è sempre con noi e non ci abbandona mai». D’altra parte, sottolinea l’autore, «Carlo è santo perché ha percorso la sua vita alla presenza di Gesù risorto. Non ha mai camminato solo».

Un’amica Vanessa, alla quale regala una Bibbia mentre la consola per la sofferenza che sta vivendo a causa della separazione dei genitori, così ricorda il suo giovane amico: «Carlo parlava di Dio come se fosse il più Bello. Ricordo che mi diceva che voleva essere luminoso e raggiante come Gesù e se avessimo tutti messo in pratica gli insegnamenti di Gesù saremmo tutti stati più belli e radiosi».

 «Non io, ma Dio», ripete spesso, esortando a ricercare «non l’amor proprio ma la gloria di Dio», perché «Dio mi faccia diventare santo». Nonostante la giovane età Carlo matura gradualmente la ferma convinzione di voler vivere per Cristo nella semplicità della quotidianità. Perciò al suo amico annoiato ribadisce con forza che «la vita è un dono che Dio ci ha fatto troppo prezioso e bisogna apprezzarne ogni istante». Certo egli sa bene che siamo «tutti invitati a salire sul Golgota e a prendere la nostra croce» e nello stesso tempo che «una vita sarà veramente bella solo se arriverà ad amare Dio sopra ogni cosa e il prossimo come noi stessi, e che per fare questo abbiamo bisogno dell’aiuto di Dio che ci viene dato attraverso i sacramenti, in modo speciale l’Eucaristia». Di qui egli ammette con semplicità: «Ogni tanto vengo a raccontare le mie cose a Gesù».

La fede di Carlo si radica nell’amore a Gesù Eucaristica, definita «la mia autostrada per il cielo», la «medicina dell’anima per eccellenza», «il cuore di Cristo», che gli fa preferire quotidianamente la Messa a tante cose superflue, nella consapevolezza che «il Santissimo Sacramento non opera completamente e una volta per tutte in ciascuno di noi. La frequenza è uno degli effetti principali. Sette volte a settimana nutre più che sette volte a intervalli». Carlo vuole «essere sempre unito a Gesù». Perciò, mentre si prepara a riceverlo nella Santa Comunione per «aumentare la nostra capacità di amare», gli dice: «Gesù, accomodati pure, fa come se stessi a casa tua». «Tutti siamo chiamati ad essere come Giovanni discepoli prediletti, uniti al suo Cuore eucaristico», ripete ai genitori. E prega il Padre: «Dacci oggi anche l’Eucarestia quotidiana».

Consapevole che «il Sacro Cuore di Gesù è l’Eucaristia», Carlo ritiene «Gesù molto originale, perché si nasconde in un pezzetto di pane, e solo Dio poteva fare una cosa così incredibile». Di qui egli ritiene che «il momento decisivo per chiedere al Signore le grazie è quello della consacrazione durante la celebrazione eucaristica, quando il Signore Gesù Cristo si offre al Padre. Chi più di Dio che si offre a Dio può intercedere per noi?».

«Maria l’unica Donna della mia vita» esprime la devozione di Carlo alla Madonna, alla quale si consacra aderendo alla Compagnia di Maria Riparatrice. Il giovane testimonia tale legame alla Madre e al Figlio sin da piccolo quando, fiero di indossare una medaglietta che la sua bisnonna gli aveva donato in occasione del suo battesimo, che da un lato raffigurava il Sacro Cuore di Gesù e dall’altro la Vergine, afferma con gioia: «Così Gesù e la Madonna li avrò sempre vicini al mio cuore».

Come la sua fede, anche la sua carità è umile. Carlo cede la merenda ai compagni di classe e ne scusa la furbizia, dicendo: «Tanto oggi non avevo fame». Allo stesso modo, ricorda l’amica Vanessa che, «quando uscivamo insieme per una passeggiata e lui aveva con sé la sua paghetta, se vedeva qualche povero, gli dava i soldi senza tenere nulla per sé. Lo faceva anche con i suoi giochi: me ne dava molti, io che non ne avevo nessuno». Giovane liceale, ‘scienziato informatico’, si spende con i compagni soprattutto contro l’aborto, «uccisione di un innocente», e nella difesa della castità contro il dilagare della pornografia e dell’autoerotismo.

Egli comprende il vero segreto per essere felici già qui sulla terra in vista del cielo: «La tristezza è lo sguardo rivolto verso se stessi e la felicità è lo sguardo rivolto verso Dio». D’altra parte lo ribadisce espressamente: «Il mio amore vero è per Gesù». Un amore che si premura di contribuire alla salvezza delle anime, pregando per i peccatori. Egli stesso si meraviglia del fatto che «se veramente le anime rischiano la dannazione, non si parli quasi mai dell’inferno».

«Il Signore mi ha dato una sveglia» è il suo pensiero all’indomani della diagnosi di leucemia fulminante. E con una serenità disarmante, mentre da una parte presagisce la morte imminente nelle parole «Mamma, da qui non esco vivo», dall’altra pensa «alla gente che soffre più di me». Per loro offre tutto quello che soffre: «Offro la mia vita per il papa, per la Chiesa, per non fare il purgatorio e per andare diritto in paradiso».

«Carlo nella sua esistenza ha incontrato più volte l’agnello nella sua simbologia», rileva infine padre Carbone. Il pasticciere gli aveva preparato per il battesimo una torta a forma di agnello; i genitori gliene avevano regalato uno di peluche e, una volta, un agnellino gli tagliò la strada mentre era in auto con i genitori. Insomma «Cristo l’ha afferrato e Carlo si è lasciato conquistare» per cui, conclude l’autore, «ora sta con l’Agnello nella sua reale consistenza, cioè partecipa alle nozze dell’Agnello immolato per noi fin dalla creazione del mondo».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

La preghiera secondo il Monastero Wifi

Comincia con le lodi mattutine in una basilica di San Pietro gremita il Terzo Capitolo del Monastero WiFi, perché «la preghiera innanzitutto si fa». Ripercorrendo la parabola esistenziale agostiniana, dal momento che «le Confessioni sono la più lunga preghiera mai scritta», Mons. Antonio Grappone sottolinea che ogni preghiera «richiede una relazione autentica con il Padre, poiché se non comporta la conversione, ossia il desiderio di vivere nella volontà di Dio, non è nemmeno preghiera».

La preghiera «è elevazione dell’anima a Dio e domanda di beni convenienti», recita il Catechismo della Chiesa. Dunque, prosegue Mons. Grappone, «non è una tecnica per ottenere risultati e non ha nulla a che vedere con lo yoga, bensì è risposta a Dio ci precede sempre nell’amore». Di qui «la qualità della preghiera non dipende dal nostro sforzo, funziona pure se hai mal di testa o stai cascando dal sonno, perché Dio conosce il nostro cuore. Consiste nel riconoscere la propria miseria dinanzi all’amore del Padre. Le parole che pronunciamo non sono nostre, sono parole di un Altro, (basti pensare al Padre Nostro e ai Salmi), che siamo però invitati a fare nostre». In questo modo, «riconciliandoci con Dio, la preghiera ci restituisce a noi stessi». Insomma la preghiera «non è mai tempo perso, perché Dio sa ascoltare, anche ciò che non riusciamo a esprimere». E relativamente ai periodi di aridità e desolazione spirituale, Mons. Grappone ricorda che il Padre permette tali momenti per insegnarci la gratuità e farci crescere spiritualmente, affinché possiamo essere riconoscenti al Suo amore, al di là della dinamica del do ut des nella quale comunemente ci rivolgiamo a Lui. In sostanza, il «frutto più prezioso della preghiera è la perseveranza nella fede, nella speranza e nella carità; in questo senso “chi prega si salva” (Sant’Alfonso)».

Comincia pregando due volte, ossia con il canto, la sua catechesi padre Maurizio Botta: «E chi non cerca Cristo non sa quello che cerca / e chi non vuole Cristo non sa quello che vuole / e chi non vuole Cristo non sa quello che ama». Poi, nel rilevare cosa dice la Parola di Dio della preghiera, si sofferma sulla preghiera di Gesù: «Il Padre nostro ti dà l’ordine dei desideri, è il modo per non sprecare parole cercando di convincere Dio delle cose di cui abbiamo bisogno. Le prime tre richieste segnano la brama del regno di Dio; il ‘nome’ è l’invocazione della potenza santificante di Dio. La richiesta del pane non è solo richiesta di ciò che ci serve quotidianamente e dell’Eucarestia, come solitamente viene interpretata, ma dello Spirito Santo; è la richiesta di un cuore misericordioso, per chiedere a Dio che ci liberi da Satana, dal rimanere invischiati nel risentimento, nel rancore, per non essere indotti alla spietatezza verso il fratello».

«Dentro o ti parla il demonio o lo Spirito Santo, c’è un mormorio continuo». Lo sottolinea molto bene don Pierangelo Pedretti che affronta il tema del combattimento nella preghiera. «L’inganno di abbassare la guardia è voluto dal maligno. Perciò occorre pregare ogni giorno perché il suo potere non ci domini». Citando i padri orientali, la filoautìa (l’amore smodato di sé) e la gastrimarghia (‘follia del ventre’) di Evagrio Pontico in particolare, richiama un’immagine loro cara, secondo la quale i demoni ci osservano e ci spiano, anche se non conoscono quello che c’è nel nostro cuore. Perciò il maligno comincia a tentarci con la suggestione, attraverso una fantasia allettante che ci invita a conversare con essa, ma finché non le si acconsente con la volontà, non si commette peccato. Poiché «siamo attaccati sempre sulle stesse cose», occorre anzitutto «imparare a lottare e restare svegli nel combattimento»; poi «custodire il cuore, “un giardino che, senza Gesù diventa un inferno” (Origene)». Un esercizio pratico? «Cominciare col chiedere ai propri pensieri: “Di chi sei?” e combattere i vizi, i quali diventano come un’altra pelle che il diavolo ci mette addosso, per cui scambiamo il male per il bene e giustifichiamo il nostro agire in base ai nostri comportamenti».

Sul frutto della preghiera si sofferma don Massimo Vacchetti. «Dal punto di vista agronomico il frutto non serve solo al nostro nutrimento, ma anche a veicolare il seme. La preghiera rinnova sempre l’efficacia della vita divina in me. Di qui il primo frutto della preghiera è la coscienza della propria figliolanza, la coscienza che sono figlio di Dio». Con un affondo sul contesto attuale, don Vacchetti evidenzia come questo non sia un tempo in cui mancano soltanto i ‘padri’, ma in cui mancano anche i ‘figli’. «Il secondo frutto della preghiera è la coscienza della Chiesa, la consapevolezza che la salvezza che chiedo per me è per tutti. Il terzo frutto è l’abbraccio del dolore degli altri nella carità. Insomma il frutto della preghiera è Cristo, il Corpo dato a noi perché diventiamo suo Corpo e, per l’azione del Suo Spirito, nuove creature».

«Chi fa le cose a partire da se stesso arriva a se stesso, chi le fa a partire da Dio arriva a Dio», afferma don Fabio Rosini nel corso dell’omelia. «La preghiera non è cercare Dio, ma farsi trovare da Dio, non è opera nostra. È stare come bimbi e farsi salvare, perché da questa esperienza di grazia deriva la nostra forza. La forza della preghiera è nella consapevolezza di dipendere, poiché non posso fare da solo. Pregare è come prendere il sole!», esclama ancora don Fabio Rosini mentre commenta la preghiera dell’angelo custode, la quale «ci dice che io sono un tesoro da custodire e che quando sto davanti a Dio come figlio, ho intimità con Dio, Dio è nemico dei tuoi nemici (laddove noi, invece, facciamo amicizia coi nostri ‘nemici’. Dio non è il nostro ‘compagnone’!) e l’angelo ti fa conoscere il Suo volto».

L’episodio dell’emorroissa è emblematico della preghiera del cuore. Lo rivela don Luigi Maria Epicoco, sottolineando «l’incontro personale profondo con Dio nella preghiera che risignifica la nostra vita. Perciò chi prega si salva. E si può pregare col corpo, con le emozioni, con gli affetti e il ragionamento e, se tutto ciò esprime una relazione, allora è preghiera autentica. Ma il vero luogo dove Dio abita è il nostro cuore». Allora «fare la preghiera del cuore è permettere a Dio di fare del nostro cuore quello che vuole. Non bisogna far nulla, ma lasciare a Dio di pregare in noi, allo Spirito di evangelizzarci, cioè di lavorare, consolare, guarire e cambiare i nostri pensieri, parole e sentimenti per assumere lo stesso pensare e sentire di Cristo e rendere presente il Figlio come Egli rende presente il Padre».

E dinanzi a questa presenza viva e vera di Cristo il popolo del Monastero WiFi si è ritrovato in ginocchio durante l’adorazione eucaristica finale guidata da don Vincent Nagle per riscoprire cosa significhi adorare: lasciarsi amare e trasformare dallo Spirito Santo, ‘ospite dolce dell’anima’, a immagine del Figlio.

Fonte: Il Timone

Formare i giovani nella fede, sulle orme di San Giuseppe

Who is St. Joseph? è un libretto di preghiere, pensieri e aneddoti di spiritualità giuseppina che testimonia che il Santo Patriarca ha ispirato numerosi ordini religiosi nati anche all’estero proprio (e non è un caso) negli stessi anni in cui soprattutto in Piemonte operano le figure di numerosi ‘santi sociali’, tra cui Leonardo Murialdo, Felice Prinetti, Clemente Marchisio e Giuseppe Marello, i quali con zelo apostolico si impegnano a contrastare una diffusa cultura anticlericale e massonica restando saldi nella fede tenace del padre putativo di Gesù.

 Questo volumetto è stato scritto dal cardinale Herbert Vaughan (1832-1903), fondatore della Società Missionaria di San Giuseppe di Mill Hill in un sobborgo di Londra. Arcivescovo di Westmister, Vaughan inaugura in Tirolo, Germania e Belgio la sua congregazione al fine di reclutare missionari. Dietro suggerimento di papa Pio IX, nel 1871 si trasferisce con quattro missionari dall’Inghilterra negli Stati Uniti d’America per svolgere apostolato tra gli ex schiavi neri liberati dopo la guerra di secessione americana. Nel 1892, grazie alla preziosa collaborazione col sacerdote statunitense John Slattery (1851-1926), costituisce una nuova congregazione nel nome di San Giuseppe, quella dei missionari di San Giuseppe del Sacro Cuore, i quali si dedicano all’evangelizzazione delle comunità afroamericane e sono presenti dall’Alabama alla California, dalla Louisiana al Texas.

Anne-Marie Javouhey (1779-1851) arriva nella Guyana francese con le sue Suore di San Giuseppe di Cluny per servire i bambini più poveri e abbandonati, i malati nel corpo e di mente, per liberare le persone da ogni tipo di schiavitù morale o sociale perché siano rispettate nella loro dignità di figli di Dio. La spiritualità giuseppina di tali suore consiste nell’avere orecchie di discepolo, docili all’ascolto della Parola in unione intima e costante con il Padre proprio come San Giuseppe, per avere una visione chiara del mondo leggendo i segni dei tempi alla luce del Vangelo e così rispondere con coraggio alle sfide quotidiane, dando speranza soprattutto a tutti i ‘feriti dalla vita’.

 «Tutti voi che vi siete dedicati alla sacra opera dell’educazione, amate, amate i bambini. Ma c’è amore e amore. Parlo qui di amore vero, profondo e illuminato; amore pastorale e paterno; questo amore è tutto e tutto compie. In una parola, siate loro come dei padri e se, questo non basta, siate anche come delle madri. Dovete amare i figli e far sentire loro che li amate, non solo evitando ogni durezza ingiustificata e scoraggiante severità, ma curandoli con tenerezza e avendo per loro un affetto benedetto e cordiale, facendogli vedere che dedicate loro la vita, che siete felice di stare con loro». Questo scrive padre Costante Guillaume van Crombrugghe (1789-1965) ai suoi figli spirituali, i Giuseppini nel Belgio. Inizialmente chiamati a istruire ed educare alla fede i figli della borghesia ottocentesca delle Fiandre, si dedicano successivamente alle missioni anche tra i giovani più poveri in America Latina, Zaire e Camerun.

Le Suore di San Giuseppe del Messico e i Missionari di San Giuseppe del Messico sono stati invece fondati dal sacerdote spagnolo José María Vilaseca (1831-1910) in America Latina allo scopo di evangelizzare e formare soprattutto i più giovani. «Fai sempre e in tutto il meglio!», «Sii utilmente impegnato» e perciò «Avanti! Sempre avanti! San Giuseppe lo chiede», era solito affermare il fondatore. Egli si impegnò notevolmente nella diffusione del culto dell’‘Uomo del silenzio di Nazareth’. Scrive di lui: «Il divino Giuseppe è una creatura unica dinanzi a Dio. Fu divinamente predestinato al suo compito. Occupa nella mente dell’Altissimo un posto privilegiato. I suoi doni sono superiori a quelli di chiunque. Così che l’eloquenza umana non potrà mai descriverlo, né le belle immagini sacre ritrarlo come veramente Egli è, né gli impegni più alti potranno farcelo conoscere. Per questo i sapienti Gerson e Isolano affermano: “Tutto ciò che potrete pensare di bello su San Giuseppe non potrà mai eguagliare i suoi meriti”. Il suo corpo era bello e l’anima era ancor più splendente, l’intelligenza elevata, la volontà interamente inclinata al bene, il cuore era il cielo della grazia, il palazzo della virtù e il trono della verginità».

Anche i Fratelli Giuseppini del Rwanda (noti anche come Bayozefiti), presenti pure in Burundi e nella Repubblica Democratica del Congo e fondati dal vescovo francese Classe (1874-1945) missionario in Africa, si dedicano all’evangelizzazione dei giovani, alla preparazione dei catecumeni, alla formazione scolastica, all’uso del digitale e al lavoro manuale, in specie di falegname e muratore, nelle missioni in cui operano.

Alla luce di tali figure la priorità missionaria delle congregazioni della famiglia spirituale di San Giuseppe all’estero consiste nell’iniziare ed educare alla fede e ai sacramenti, ma anche nel formare attraverso lo studio e il lavoro soprattutto i giovani, in particolare nei contesti di profondo disagio sociale, culturale ed economico, sulle orme del loro santo patrono, il quale abbracciò con l’integrità della sua persona la missione di custode del fanciullo Gesù mettendo a frutto tutti i doni del Creatore.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

I carismi di san Giuseppe e i tanti ordini in suo onore

«Ognuno prende le proprie ispirazioni dal suo modello San Giuseppe che fu il primo sulla terra a curare gli interessi di Gesù, esso che ce lo custodì infante e lo protesse fanciullo e gli fu in luogo di padre nei primi trent’anni della sua vita qui in terra». Da questa consapevolezza del santo sacerdote torinese poi vescovo di Acqui Giuseppe Marello (1844-1895) nasce nel 1878 la nuova Compagnia di San Giuseppe, meglio nota col nome di Oblati di San Giuseppe.

Nascondimento, operosità e paternità spirituale nel solco del padre putativo di Gesù sono i tratti che contraddistinguono il nucleo di giovani a servizio di un orfanotrofio presso l’Opera Pia Michelerio; «certosini in casa e apostoli fuori casa», si impegnano a educare cristianamente i giovani nelle scuole e nei convitti e ad alleviare le sofferenze dei più poveri. Catechesi, attività scolastiche e oratoriali, discernimento vocazionale in centri d’accoglienza sono il cuore della carità operosa anche del ramo femminile della stessa congregazione, le Oblate di San Giuseppe, attive nell’apostolato in special modo in Brasile, Filippine, Perù e Nigeria.

«Tu che dopo la Vergine benedetta primo stringesti al seno il Redentore Gesù, sii il nostro esemplare nel nostro ministero che, come il tuo, è ministero di relazione intima col Divin Verbo». In una preghiera composta dal sacerdote torinese San Giuseppe è invocato quale modello per la vocazione sacerdotale, ma anche come patrono e intercessore per chiunque desideri coniugare sulle sue orme vita interiore e autentico zelo apostolico. Di qui il vescovo di Acqui lo invoca ancora con parole che lasciano trasparire grande fiducia nel suo celeste patrocinio: «Eccoci tutti per Te e Tu sii tutto per noi. Tu ci segni la via, ci sorreggi in ogni passo, ci conduci dove la Divina Provvidenza vuole che arriviamo, sia lungo o breve il cammino, piano o malagevole, si vegga o non si vegga per vista umana la meta. O in fretta o adagio noi con Te siamo sicuri di andar sempre bene». Consacrati e laici donano perciò docilmente e continuamente la propria volontà al Padre buono quale oblazione a Dio gradita nel carisma del Santo Patriarca perché, come scrive Marello, «ogni momento che passa è una nuova occasione che dobbiamo sfruttare e della quale ci tocca rispondere un giorno al cospetto di Dio».

«Il nostro santo». Viene chiamato così San Giuseppe dai Giuseppini di San Leonardo Murialdo (1828-1900). Sacerdote torinese come Marello, Murialdo manifesta una grande e sincera devozione per il padre putativo di Gesù. In diverse conferenze medita con sapienza teologica sulla sua figura: «San Giuseppe ha la missione di nascondere Gesù Cristo fino all’ora della sua manifestazione. Siccome oscurare la glora divina è maggior miracolo che manifestarla, l’onnipotenza e la sapienza di Dio non si manifestarono meno grandi in San Giuseppe che in tutti gli altri santi. La gloria di San Giuseppe brilla agli occhi di Dio e degli angeli in ragione della sua oscurità agli occhi degli uomini. Dotato di ogni virtù in grado più eminente, è stato sollevato all’altissima dignità di sposo della più gloriosa fra tutte le donne mortali, della quale fu custode, come di Gesù, il più ricco tesoro che c’è non solo sulla terra ma anche in cielo, dignità che lo rende oggetto di santa invidia da parte degli angeli. Assume per lui cuore e tenerezza di padre e diviene per lui per affetto ciò che non è per natura. Il cielo e la terra ubbidiscono a un cenno di Dio e Dio vuol ubbidire ad ogni cenno di Giuseppe; tutti gli uomini della terra invocano Dio col nome di Padre e il Figlio di Dio chiama Giuseppe con questo dolce nome. San Giuseppe è modello perfetto e protettore della vita interiore. La sua vita fu un’orazione e una contemplazione continua; le azioni esteriori non hanno mai interrotto il suo raccoglimento e la sua attenzione alla presenza di Dio. Giuseppe fu la Provvidenza di Gesù e di Maria. Gesù Cristo esaudisce i suoi servi, non esaudirà il suo padre putativo? Ci benedica il Signore e ci benedica il caro e venerato san Giuseppe nel quale, dopo Dio e Maria, noi mettiamo ogni nostra speranza».

Tale devozione profonda traspare anche nella scelta del nome della congregazione che fonda nel 1873, ancorata ai principi di «obbedienza pronta al volere del Padre in spirito di fede; scelta evangelica della vita povera, oscura, laboriosa di Gesù; spirito di famiglia vissuto nell’umiltà, nella carità e nell’accoglienza verso tutti, specie i più umili; impegno nella formazione dei giovani (a imitazione di san Giuseppe che educò il suo figlio Gesù)». Forte dell’esperienza maturata al Collegio degli Artigianelli di Torino, fonda la prima casa-famiglia d’Italia e considera l’educazione umana e  cristiana dei giovani, soprattutto la formazione professionale di quelli più poveri e svantaggiati, il cuore dell’apostolato della sua famiglia spirituale.

«Vi chiamerete Figlie di San Giuseppe, perché a imitazione di questo grande santo, dovete essere le custodi di Gesù Sacramentato conducendo una vita santa ad imitazione della Sacra Famiglia di Nazareth. Lì dovrete specchiarvi, cercando di praticare le virtù che si ritrovano in quella Santa Casa». Con queste parole un altro santo sociale piemontese dell’Ottocento, il Beato Clemente Marchisio (1833-1903), spiega le ragioni del nome dato alle sue figlie spirituali, le Figlie di San Giuseppe di Rivalba. Figlio di un umile calzolaio di Racconigi, padre Clemente fa costruire un asilo infantile e un laboratorio tessile per le ragazze, poi un’intuizione improvvisa: vuole che le suore si occupino di rendere degno tutto ciò che avviene sull’altare, poiché durante le missioni si rammarica che chiese e paramenti sacri siano di frequente indecorosi e indegni del Signore. Inizia così il lavoro delle suore di produzione delle ostie e del vino che diventeranno Corpo e Sangue di Gesù Cristo. «Questa volta il Signore ha finalmente voluto pensare a sé stesso!», commenta con ironia il papa Leone XIII rispetto al loro carisma. Di tale primato di Cristo nella vita consacrata Marchisio era profondamente consapevole, perciò ripeva spesso: «La Messa è la mia vita».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Ippolito e il cardinale Biffi spiegano l’Anticristo

«Gesù Cristo è leone a motivo della regalità e della gloria; l’Anticristo a motivo della tirannide e della violenza; re il Cristo e re terrestre l’Anticristo; il Salvatore si è mostrato come agnello, e anche lui si farà vedere come agnello, pur essendo dentro un lupo. Il Signore ha mandato gli apostoli a tutte le genti ed egli ugualmente manderà pseudo-apostoli». Se Cristo è la Verità, l’Anticristo è chiunque insegni ogni falsa dottrina.

 Queste parole sono riprese dal primo trattato sul diavolo scritto nel 200 da Ippolito di Roma, pubblicato recentemente in Cristo e l’Anticristo nella pregevole collana “I Talenti” delle Edizioni Studio Domenico e delle Edizioni San Clemente con testo greco a fronte a cura di Maria Benedetta Artioli, insieme a un’antica Omelia pasquale e a Due discorsi sull’Anticristo pungenti e ironici del cardinale Giacomo Biffi.

Dall’anticristologia dell’autore emerge a contrario anche la sua cristologia, nella misura in cui egli accosta sapientemente le figure di Cristo e del diavolo in parallelo, perché risalti ancor più che la scimmia di Dio è palesemente tutto ciò che il Messia non è. Secondo Ippolito l’Anticristo discenderebbe da una stirpe ebraica, quella del giudice e re tiranno Dan, in quanto nella Genesi si legge: «Sia Dan un serpente appiattato sulla strada, che morde il garretto del cavallo» (Gen 49, 17). L’esegesi biblica di questo passo, rispetto al quale Ippolito segue il suo maestro Ireneo di Leone, è però supportata sostanzialmente soltanto dal fatto che tale tribù non rientra nel novero di quelle salvate.

 La venuta di Cristo nella gloria determinerà la fine del regno dell’Anticristo il quale, presagendo la definitiva sconfitta, «esaltatosi nel suo cuore, comincia a innalzarsi e a glorificare se stesso come Dio, perseguitando i santi e bestemmiando il Cristo». Presentatosi «con le due corna simili a quelle di un agnello per farsi simile al Figlio di Dio», il principe dei demoni parla in realtà come un drago «perché è un seduttore e non parla con verità». Egli viene a «opprimere e scacciare dal mondo i servi di Dio perché non gli danno gloria»; promette di dare ai propri seguaci potere e regni terreni solo per essere adorato alla stregua del Creatore; «chiama a sé l’umanità volendo far suo ciò che gli è estraneo, annunciando a tutti una falsa redenzione, mentre non può salvare se stesso».

Tuttavia la «donna vestita di sole» (Ap 12, 1), figura della Chiesa, non se ne sta a guardare, e anche nel tempo della prova e della persecuzione «non cessa di generare dal suo cuore il Verbo», affinché ogni credente, come il Teofilo destinatario del trattato di Ippolito, possa vivere in comunione con Lui e «custodirsi irreprensibile davanti a Dio e agli uomini, fino a quando Cristo, risuscitati i santi, con essi si rallegrerà, glorificando il Padre».

Nell’Omelia pasquale, che ricalca nello schema un testo per la veglia della notte santa e ha come fonte uno scritto dello stesso Ippolito andato perduto, emerge il cuore della fede delle comunità dell’antichità cristiana. La Pasqua è accolta nel duplice e originario significato di «passione e passaggio»: come al tempo della Legge il popolo ebreo ha patito in Egitto le piaghe e la morte dei primogeniti prima di poter celebrare la Pasqua passando il Mar Rosso, così allo stesso modo è stato necessario che il Figlio di Dio patisse fino alla morte di croce perché il suo popolo santo passasse dalla morte alla vita nuova secondo la sua grazia. Il segno della vittoria del Risorto è la croce, celebrata quale albero per i cui «fiori fiorisco; dei suoi frutti godo pienamente, quei frutti che fin dal principio mi erano stati tenuti in serbo, li raccolgo liberamente; anche le sue foglie sono spirito di vita. È mio rifugio quando temo Dio, sostegno quando vacillo; quando lotto è il mio premio e, quando vinco, il mio trofeo». Essa è ancora magnificata quale «pianta immortale fissata tra cielo e terra, appoggio di tutte le cose, supporto dell’universo, fondamento di tutta la terra, vincolo cosmico che tiene insieme la multiforme natura umana, inchiodandola con i chiodi dello Spirito affinché, ora che è congiunta armoniosamente al divino, non possa più esserne sciolta».

Nel solco del lirismo poetico del preconio pasquale, l’autore contempla il mistero grande della salvezza: «O Pasqua, bagliore di fiaccolata nuova e fulgore delle torce verginali! È per te che non si spengono più le lampade delle anime, perché divinamente e spiritualmente il fuoco della grazia procurato dall’olio di Cristo, a tutti come torcia è trasmesso, nel corpo e nello spirito».

Commentando I tre dialoghi e il racconto dell’Anticristo di Solov’ëv di cui è un profondo conoscitore, il cardinale Giacomo Biffi ravvisa in appendice al volume nella figura del diavolo «un’ipostatizzazione della religiosità confusa e ambigua di questi nostri anni». In tale opera l’Anticristo si configura quale «convinto spiritualista, ammirevole filantropo, pacifista impegnato e solerte, vegetariano osservante, animalista determinato e convinto, eccellente ecumenista, senza un’ostilità di principio verso Cristo, ma censurandone la sua assoluta unicità» in nome di «un cristianesimo dei valori, del dialogo, delle aperture, che riduce la militanza di fede ad azione umanitaria e genericamente culturale». Si comprende allora chiaramente l’identità del nemico da combattere, il quale si arroga persino il merito «di aver purificato il messaggio cristiano da ciò che è inaccettabile all’uomo di oggi», mentre rimane per il cristiano il rischio di apostasia se «per amore di apertura al mondo e di buon vicinato con tutti, stempera quasi senza avvedersene il fatto salvifico nell’esaltazione di traguardi secondari».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

La spiritualità giuseppina del venerabile Prinetti

«Giuseppe è il custode dei misteri divini, il più nascosto dei Santi, unico nella grazia e nell’ufficio, il più vicino a Maria, l’ombra dell’Eterno Padre. E Giuseppe adorava con fede, umiltà ed amore; amore umile, amore tenero, amore paterno. Giuseppe prostrato ginocchioni, le braccia tese, gli occhi sfavillanti, il petto ansante per l’emozione contempla e adora». In queste parole, tratte dagli scritti del Venerabile Padre Felice Prinetti, è racchiuso il cuore della profonda devozione al Santo Patriarca del fondatore delle “Figlie di San Giuseppe di Genoni”, prima congregazione femminile interamente sarda.

Nato a Voghera il 14 maggio 1842, terzogenito di sei in una famiglia cattolica che dona tre sacerdoti alla Chiesa, Felice Prinetti si arruola nell’esercito piemontese, ingegnere e «capitano d’artiglieria decorato nella terza guerra d’indipendenza rinucia a prendere a cannonate il papa nel 1870 e ai roboanti proclami risorgimentali e ai lustrini dei salotti preferisce il silenzio raccolto della preghiera, al posto della distruzione in nome della patria sceglie il concreto aiuto al prossimo in nome di Dio» (R. Cammilleri, Ufficiale e sacerdote, San Paolo 20002). Accusato di bigottismo, di infangare la divisa facendosi sorprendere col Rosario tra le mani in processione, sceglie di abbandonarla. Suo fratello don Giacomo «aveva messo gli amici a pregare San Giuseppe» per la vocazione di Felice al sacerdozio.

Animato dal desidero di servire la chiesa con maggiore fedeltà, Felice entra negli Oblati di Maria Vergine. Il 20 settembre 1888, proprio nell’anniversario della Breccia di Porta Pia, grazie alla collaborazione con la signora Eugenia Montixi – una vedova pia che dopo la morte prematura della figlia decide di consacrarsi – fonda nel ‘sud del sud’ d’Italia le “Figlie di San Giuseppe di Genoni” (dal nome del paese della diocesi di Oristano, dove acquista una casa rilevando un’azienda agricola che diviene la Casa Madre dell’Istituto), al fine di contribuire principalmente, mediante il loro servizio, alla formazione dei futuri sacerdoti, imitando l’operosità nascosta e silenziosa del Santo Patriarca. Cominciano facendo con amore le pulizie in Seminario perché di questo vi è esigenza. D’altra parte hanno quale direttiva del proprio carisma il «preferire sempre, salva l’ubbidienza, gli uffici più bassi, nascosti, mortificati».

E probabilmente è proprio San Giuseppe a salvare la vita a don Prinetti. Un giorno d’estate di caldo asfissiante, Padre Felice siede sulla sua sedia dopo pranzo. Un giovanotto bussa alla porta chiedendo urgentemente di lui e, mentre corre verso l’uscio non scorgendo nessuno, crolla il soffitto della stanza dove era fino a un attimo prima.

In una lettera alla sue figlie spirituali Padre Prinetti scrive: «Io desidero che vi ricordiate che San Giuseppe è il vostro modello nel servire Gesù e Maria; egli li servì nel silenzio, nella preghiera, nel lavoro. San Giuseppe tace e vive oscuro e ignorato nella sua bottega. Ma era con Gesù e Maria! E viveva unito a Dio con la più continua preghiera e lavorava per insegnarci a fuggire l’ozio». Padre Prinetti ritiene che i gradi dell’amore di Dio siano tre: «Pensare a Lui, operare per Lui, soffrire per Lui. Il terzo comprende i primi due, e questo solo trasforma pienamente ad immagine di Gesù Cristo».

Egli invita perciò le suore ad avere San Giuseppe quale modello di riferimento per la propria vita interiore tra contemplazione amorosa e generoso servizio di Cristo nei fratelli: «Giuseppe! L’esercizio della sua autorità che altro è se non la pratica della sublime obbedienza? La sua anima piena di adorazione, scende negli abissi dell’umiltà, mentre la sua larga mano guida la tenera mano del giovinetto a qualche lavoro e il suo sguardo interiore lo mira risplendente di gloria e la sua fede lo riconosce e adora Onnipotente Creatore!». Di qui padre Prinetti le esorta: «Entrate nelle vie del Signore e vedrete che l’andare avanti non vi sarà grave». Le Figlie di San Giuseppe sono chiamate all’obbedienza quotidiana alla volontà del Padre, proprio come accade nella stessa Santa Famiglia, ove «si opera la salvezza del mondo» anche nello spirito di Giuseppe, ossia «nell’umiltà, nell’oscurità, nella solitudine, nella vita interiore». D’altra parte, scrive ancora il santo sacerdote, «il Regno di Gesù Cristo è tutto interiore: consiste nello escludere dall’anima ogni altro spirito e giudicare, amare, operare in conformità a Gesù», il quale «spazzava la casa, andava con la madre alla fonte ad attingere acqua, faticava nel duro mestiere del falegname, ripuliva le stoviglie, l’Onnipotente, Signore del creato».

E in effetti è bene che soprattutto un’anima consacrata a Dio coltivi tale fedeltà nel vivere con amore quanto le accade quotidianamente proprio come San Giuseppe, in quanto «con la perfezione delle piccole cose rendiamo un più profondo omaggio a Dio, perché si richiede motivo più puro, fede più viva. L’esiguità, la noncuranza degli uomini, l’apparente facilità ci lasciano soli dinanzi a Dio. La perfezione delle piccole cose costa di più, merita di più. Non c’è pericolo d’orgoglio, non vi è soddisfazione». Agendo in questo modo la grazia di giungere alla meta della santità è certa, nella misura in cui «facciamo con perfezione crescente i doveri comuni del nostro stato, impiegando i mezzi che ci sono dati», perché «la vita è bella quando è via al Cielo».

Con oltre trecento suore distribuite in sessantasei case tra Italia, Africa, India, Brasile e Argentina, il carisma di padre Felice Prinetti continua a vivere in ospedali, asili, scuole, collegi, case di riposo, istituti di assistenza al clero, frutto della carità operosa e silenziosa delle Figlie di San Giuseppe.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Il profeta Isaia nel commento di San Tommaso

I santi sono stelle, gigli e aquile. Come le stelle sono numerose nel cielo, ordinate nel loro moto e disposte circolarmente, differenti per grado di luminosità eppure intensamente splendide, così i santi godono in paradiso di una beatitudine assoluta e nel contempo proporzionata ai loro meriti. I santi sono assimilabili anche a dei gigli dallo stelo alto «per la costanza nelle tribolazioni», forti «per la linfa dello Spirito che scorre in loro» e col «profumo della buona fama». Cristo «li veste quanto ai doni delle virtù, tra di essi riposa compiaciuto e li raccoglie per i premi eterni». I santi nel cielo sono anche aquile che volano in alto e in modo veloce, per l’altezza della contemplazione e per la prontezza e operosità della loro carità. Aquile che cambiano il piumaggio, segno dell’impegno costante dei santi nell’autocorrezione; aquile maestose per la bellezza delle virtù e sollecite verso i piccoli come lo sono i santi nei confronti del prossimo.

Queste splendide similitudini sono alcune delle immagini contenute nel Commento a Isaia di San Tommaso d’Aquino, pubblicato recentemente nella pregevole collana “I Talenti” delle Edizioni Studio Domenico e delle Edizioni San Clemente con testo latino a fronte, grazie al paziente e accurato lavoro di traduzione di padre Giuseppe Barzaghi.

Quello Super Isaiam è di fatto il primo commento esegetico dell’Aquinate alla Sacra Scrittura.

L’expositio ad litteram, ossia il commento versetto per versetto del libro del grande profeta, è corredata da note ‘a margine’ essenziali che consentono di cogliere i molteplici dettagli delle immagini e similitudini proposte dall’autore sacro mentre lasciano trasparire l’animo speculativo e contemplativo dell’Angelico Dottore, il quale si sofferma volentieri su di esse perché i fedeli possano trarne linfa per la propria meditazione spirituale.

Le ricche similitudini presenti nel testo del profeta Isaia sono, secondo Tommaso, «belle e gradevoli e ci sono necessarie a causa della connaturale disposizione del senso alla ragione: per natura infatti la nostra ragione apprende dalle cose sensibili, per cui essa capisce in modo più chiaro le cose di cui vede una somiglianza nell’ordine sensibile». Tra gli elementi naturali, per esempio, l’acqua allude al «refrigerio della consolazione contro il caldo della tribolazione»; è immagine di benedizione e sapienza divina oltre che della purificazione battesimale; «risana chi è infermo, purifica chi è impuro, disseta l’assetato».

Relativamente ai peccati del popolo d’Israele e all’esigenza di una sua purificazione (cf. Is 1, 18), Tommaso sottolinea che non è sufficiente fuggire il male attraverso la «purificazione del passato», ma occorre evidentemente anche «la cautela rispetto al futuro», ossia è necessario che «il cuore non pensi il male e non dia compimento con le opere ai suoi pensieri», bensì «si adoperi nella sequela del bene e nel soccorso ai miseri».

Rispetto alla profezia dell’avvento di un virgulto dal tronco di Iesse (Is 11, 1), il Messia discendente dalla stirpe di Davide, Cristo è presentato come restauratore che manifesta un perfetto uso di tutti i doni dello Spirito Santo «secondo il modo più alto del loro esercizio, così come lo si avrà in paradiso» per i beati. La rettitudine del Signore nell’operare e nel giudicare dà luogo a una «sovrabbondanza di pace» e a un banchetto di grasse vivande preparato su di un monte (Is 25, 6), perché «lì Cristo ha patito e di lì sono pervenuti a noi tutti i beni».

Riguardo al tempo della promessa della consolazione per Israele, nel primo canto del Servo del Signore (Is 42), il profeta «mostra l’amore divino in base al figlio che ha promesso» e nel contempo la sua «equità e verità nel giudizio». Ciò comporta inesorabilmente «la caduta dei malvagi e la risurrezione dei buoni». Di qui egli invita il popolo a innalzare al Padre un canto di lode e ringraziamento per tale disegno di salvezza che, «in senso mistico, riguarda la conversione delle genti alla fede».

Tale mistero di salvezza ha la croce quale via privilegiata per attuarsi e comunicarsi agli uomini. Pertanto nei celebri canti del Servo sofferente emerge la «perfetta obbedienza» del Figlio che «indica la difesa già pronta», ossia la fiducia nel Padre rispetto a quanto lo attende nella sua passione (Is 50). Nello stesso tempo traspare «la sua umiltà quanto al nascondimento della sua maestà, rispetto all’abbondanza dei beni interni ed esterni» che restano celati lungo la salita dolorosa al Calvario del Cristo, per cui Egli non ha apparenza né bellezza, «nascosta a causa della debolezza assunta», per attirare gli sguardi degli astanti (Is 53, 2-3).

San Tommaso commenta dunque il libro del profeta Isaia mediante un’esegesi che collega sapientemente ogni versetto ad altri riferimenti scritturali, nella radicata consapevolezza che sostanzialmente solo la Parola può spiegare la Parola, sebbene sia necessario coniugare la conoscenza biblica con le argomentazioni razionali per favorirne un’interpretazione più feconda. Lo sottolinea egli stesso in una nota: «Le parole di Dio sono utili per rischiarare l’intelletto, per il dilettarsi dell’affetto, per suscitare l’amore, per dirigere l’azione, per conseguire la gloria e per istruire gli altri».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

I commenti al Vangelo di Benedetto XVI svelano la vita

«L’uomo è vivo finché attende, finché nel suo cuore è viva la speranza. E dalle sue attese l’uomo si riconosce: la nostra ‘statura’ morale e spirituale si può misurare da ciò che attendiamo, da ciò in cui speriamo». Così si esprime Benedetto XVI durante un Angelus nella prima domenica d’avvento, secondo quanto ripreso nei Commenti ai Vangeli del Pontefice emerito pubblicati di recente in un’ampia raccolta a cura di Mattia Pittau (Palumbi, pp. 622).

In tali commenti la Parola del Vangelo di ogni giorno e tempo dell’anno liturgico A, B e C – sia essa festiva, feriale, di una Memoria, Festa o Solennità – è accompagnata da una breve e profonda riflessione di Benedetto XVI, particolarmente feconda per la meditazione spirituale di ogni fedele che desidera custodire nel cuore e nella mente ogni parola di verità che esce dalla bocca del Signore. Si tratta di citazioni che riprendono stralci di omelie, di udienze generali, di discorsi pronunciati in diverse occasioni, nelle quali «Benedetto XVI riesce a fondere insieme la mente e il cuore, la riflessione profonda e il sentimento che commuove» in un «linguaggio semplice, accessibile e diretto», per dirla con le parole della prefazione al volume di Mons. Angelo Comastri.

Parole vive e sempre attuali, che rilevano come «nella Chiesa sia sempre in atto una lotta tra il deserto e il giardino, tra il peccato che inaridisce la terra e la grazia che la irriga perché produca frutti abbondanti di santità». Di qui, sull’esigenza di compiere sempre la volontà del Padre, Joseph Ratzinger evidenza con grande chiarezza che «la gloria di Dio, la sua signoria, la sua volontà è sempre più importante e più vera che il mio pensiero e la mia volontà. Ed è questo l’essenziale nella nostra preghiera e nella nostra vita: apprendere questo ordine giusto della realtà; accettarlo intimamente; confidare in Dio e credere che Egli sta facendo la cosa giusta; che la sua volontà è la verità e l’amore; che la mia vita diventa buona se imparo ad aderire a quest’ordine. Vita, morte e resurrezione di Gesù sono per noi la garanzia che possiamo veramente fidarci di Dio. È in questo modo che si realizza il Suo regno».

Parole, queste di Benedetto XVI, ancorate alla Verità che salva. D’altra parte «se la Verità fosse solo una formula matematica, in un certo senso si imporrebbe da sé. Se invece la Verità è Amore, domanda la fede, il ‘sì’ del nostro cuore. E cosa cerca, in effetti, il nostro cuore, se non una Verità che sia Amore? La cerca il bambino, con le sue domande, così disarmanti e stimolanti; la cerca il giovane, bisognoso di trovare il senso profondo della propria vita; la cercano l’uomo e la donna nella loro maturità, per guidare e sostenere l’impegno nella famiglia e nel lavoro; la cerca la persona anziana, per dare compimento all’esistenza terrena». Tale anelito alla Verità che si è fatta carne deve dunque anche tradursi in un impegno concreto per l’edificazione del Regno, diventando così «lievito dell’umanità: se mancasse, verrebbe meno la forza che manda avanti il vero sviluppo», che non è evidentemente quello ‘sostenibile’ millantato dall’ideologia ecologista, bensì «la spinta a collaborare per il bene comune, al servizio disinteressato del prossimo, alla lotta pacifica per la giustizia». E in effetti «la signoria di Dio si manifesta nella guarigione integrale dell’uomo», sempre e comunque prima di ogni conseguente tutela del creato.

Il Pontefice emerito sottolinea che «la fede cristiana non è ideologia, ma incontro personale con Cristo crocifisso e risorto. Da questa esperienza, personale e comunitaria, scaturisce poi un nuovo modo di pensare e di agire: ha origine, come testimoniano i santi, un’esistenza segnata dall’amore». Sul piano operativo si tratta allora «di lasciare che la grazia trasformi la nostra volontà egoistica e la apra ad uniformarsi alla volontà divina», anche attraverso «il cammino esigente della croce che Gesù indica a tutti i suoi discepoli», in quanto «non esiste altra via per sperimentare la gioia e la vera fecondità dell’Amore che la via del darsi, del donarsi, del perdersi per ritrovarsi». È questa «la nostra missione nella storia cui dobbiamo cercare di corrispondervi, dando ciascuno il proprio contributo», evitando ogni forma di complicità con il male e connivenza con il peccato e imparando ad avere «non paura, ma responsabilità e preoccupazione per la nostra salvezza e per la salvezza di tutto il mondo».

 Quando ciò non accade e l’uomo, al contrario, «si sbarazza di Dio e non attende da Lui la salvezza, crede di poter fare ciò che gli piace e di potersi porre come sola misura di se stesso e del proprio agire, si estendono l’arbitrio del potere, gli interessi egoistici, l’ingiustizia e lo sfruttamento, la violenza in ogni sua espressione per cui, alla fine, l’uomo si ritrova più solo e la società più divisa e confusa». «In un mondo, così pieno di libertà fittizie che distruggono l’ambiente e l’uomo – osserva ancora acutamente Joseph Ratzinger – vogliamo, con la forza dello Spirito Santo, imparare insieme la libertà vera».

Traendo linfa dalla perenne novità del Vangelo, Benedetto XVI ricorda infatti che «lo Spirito Santo ci rende figli e figlie di Dio. Egli ci coinvolge nella stessa responsabilità di Dio per il suo mondo, per l’umanità intera. Ci insegna a guardare il mondo, l’altro e noi stessi con gli occhi di Dio». E in effetti il «programma del cristiano, appreso dall’insegnamento di Gesù, è un ‘cuore che vede’ dove c’è bisogno di amore e agisce in modo conseguente».

Scorrendo le sapienti meditazioni di Benedetto XVI ci si mette con piacere alla scuola dell’ascolto della Parola quotidiana del Maestro e così, per dirla ancora con Mons. Comastri, «il Vangelo diventa vivo, attuale, salutarmente provocante e capace di illuminare il buio della modernità spesso vuota e prostrata ad incensare il ‘niente’. Leggete, meditate e mi darete ragione e, in silenzio, arriverete ad esclamare: “Grazie, Papa Benedetto!”».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana