I Sermoni di Newman, antidoto al relativismo

“Faceva la teologia già predicando e i suoi sermoni li pensava teologicamente”. Con queste parole il gesuita Carlo Huber introduce i Sermoni anglicani di John Henry Newman, recentemente riproposti da Jaca Book che sta pubblicando meritoriamente l’Opera Omnia del cardinale inglese in una nuova edizione. Tali sermoni costituiscono per i pastori della Chiesa “un esempio di come dovrebbe essere un’omelia: intelligente, profonda, ma chiara e facile da comprendere; non piatta, banale, contorta e difficile”.

Pronunciate tra il 1825 e il 1843, quando era ancora pastore anglicano, le omelie di Newman contenute nei Sermoni anglicani non compromettono sul piano dottrinale l’ortodossia della fede cattolica. Nella predica per la festa di San Tommaso apostolo, egli afferma che nessuno dei discepoli in realtà, eccetto Giovanni, credette immediatamente alla risurrezione del Signore finché non lo vide e riconobbe, così come fu per Tommaso. Tale episodio del discepolo incredulo offre al futuro cardinale l’occasione per precisare che Gesù, come nel caso della fede del centurione, loda “la fede di crede prontamente”. Fede è fare affidamento nelle parole di un altro”, o meglio – sottolinea il beato Newman – mettere da parte il proprio io per vivere sulle parole di Colui che parla nei Vangeli”, secondo quanto scrive in un’altra omelia. Di qui “la religione deve essere realizzata in atti particolari al fine di poter continuare ad essere viva”, per dirla con le sue parole pronunciate nel sermone per il lunedì della Settimana di Pasqua.

In diverse omelie egli esorta i fedeli a fuggire la tentazione di una ‘religione-fai-da-te’, abbracciando un relativismo teologico tuttora piuttosto in voga, in nome del quale ci si potrebbe presto accorgere di star adorando “un mero nome astratto oppure una vaga creazione della mente al posto del Figlio Semprevivo, insegnando una religione del cuore senza ortodossia di dottrina”. Egli denuncia altresì “la corruzione di una filosofia spregiudicata e presuntuosa disseminata sopra la nostra fede, come una precisa volontà di estrarre il nostro Credo, ognuno per proprio conto, come meglio può, dalle fonti profonde della verità”.

 Riguardo alla Provvidenza del Creatore, evidenzia con parole mirabili la prossimità del Padre ai suoi figli nelle circostanze liete e dolorose della vita: “Tu non ami te stesso meglio di quanto Egli ti ami. Tu non puoi sfuggire al dolore più di quanto Egli si dolga del tuo doverlo sopportare”.

Relativamente all’amore verso gli amici, Newman ritiene che sia “il solo esercizio preparatorio per l’amore verso tutti gli uomini”. Infatti “noi non possiamo amare color dei quali non conosciamo nulla; eccetto il caso che li consideriamo in Cristo, come obiettivi della Sua Redenzione, cioè, nella fede piuttosto che nell’amore”.

In un’omelia su “Il pericolo della ricchezza”, egli mette in guardia i fedeli dal rischio di cadere nella trappola di confidare eccessivamente nella “sicurezza temporale alla quale le ricchezze conducono”. Newman chiarisce in proposito che “ogniqualvolta compiamo le nostre azioni riferendoci a un oggetto di questo mondo, quand’anche sia il più puro, siamo esposti alla tentazione di fissare i nostri cuori allo scopo di ottenerlo”. Si tratta dunque in realtà di ‘eccitamenti’ “che ci proiettano fuori dalla serenità e stabilità della fede, facendo convergere i nostri pensieri su qualcosa che è privo di ciò che è infinitamente alto ed eterno”. E in effetti “una vita dedicata al far quattrini è una vita piena di preoccupazioni” vissuta nell’ansia di perdere quelle ricchezze che con tanta fatica si è cercato di accumulare.

In relazione al sacramento della confessione e al significato del pentimento, il beato Newman ribadisce con la stessa chiarezza che contraddistingue il suo linguaggio omiletico che “la condotta più decorosa di un peccatore coscienzioso è una resa incondizionata di se stesso a Dio”, in quanto “tenendo presente i diritti del Benefattore che egli ha offeso e vergognosamente colpito e il senso della propria ingratitudine, egli deve arrendersi al suo legittimo Sovrano”.

Riguardo al rapporto tra Chiesa e realtà mondana scrive ancora in un sermone dedicato al tema della ‘Sottomissione all’autorità della Chiesa’: “La fede non si sente a proprio agio a portare il linguaggio del mondo nel suo sacro ovile, o a mettere le gelosie del mondo nel suo sistema di governo divino, a pretendere diritti, ad adulare i molti, o a corteggiare i potenti. Qual è il più grande desiderio della fede, il suo massimo godimento? Un santo che muore vi risponderà”. Insomma la testimonianza del martire rimane la ‘prova provata’ della fede del cristiano e l’obbedienza la virtù per eccellenza dell’uomo di fede, la quale consiste “nel non aver bisogno di fare delle scelte per conto proprio”. Il cristiano è chiamato a comprendere che la vera libertà non è la libertà dalla legge, bensì la libertà della Legge e dei precetti divini. Per questo egli deve avere un altro metro di giudizio e assecondare un altro criterio d’azione che risponde a una logica inversa e opposta ai canoni del pensiero mainstream e che valuta addirittura quale “disgrazia capitata a un peccatore quella libertà di pensiero e azione di cui il mondo si vanta come del massimo bene”. D’altra parte – afferma infine il beato inglese – “il cielo è un traguardo che esige il nostro amore più alto e i nostri sforzi più tenaci”.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Pasqua di Resurrezione. Nella vita nuova del Cristo risorto

“È il giorno di cui il profeta Zaccaria dice che non è simile agli altri giorni e la notte che non è come le altre notti – osserva San Gregorio di Nissa in relazione alle prime luci della domenica di Resurrezione – Questa è la notte che ha fatto cessare i dolori della morte e ha fatto nascere il primogenito dei morti. In questa furono stritolate le ferree porte di morte e spezzate le catene di bronzo degli inferi. Adesso si spalanca il carcere della morte. Adesso si proclama ai detenuti la liberazione. Adesso i ciechi recuperano la vista. Adesso per quelli che sedevano nelle tenebre e nell’ombra della morte, sorge la luce dall’alto”. Allora “se hai paura della morte – suggerisce Sant’Agostino – ama la risurrezione”; se “la morte di Cristo è la morte della mia morte” come scrive San Bernardo di Chiaravalle non c’è dunque più nulla da temere e tutta una vita da vivere in pienezza.

Come rivela la sua etimologia, Pasqua vuol dire ‘passaggio’, poiché “nella Passione e Risurrezione del Signore vien messo in risalto il passaggio dalla presente vita mortale a quella immortale, ossia il passaggio dalla morte alla vita. Presentemente noi compiamo questo passaggio per mezzo della fede che ci ottiene il perdono dei peccati e la speranza della vita eterna – prosegue il vescovo di Ippona – se amiamo Dio e il prossimo”.

 Nel Cristo risorto l’uomo è ri-creato, nasce nuovamente alla vita secondo la grazia, poiché Gesù è la primizia di una “nuova creazione, in cui il sole è la vita pura, le stelle sono le virtù, l’aria è la vita trasparente, il mare è l’abisso della ricchezza della sapienza e della scienza, le erbe e i germogli sono il buon insegnamento e le divine verità, di cui si nutre il popolo del pascolo, cioè il gregge di Dio, gli alberi fruttiferi sono l’esecuzione dei precetti – come rileva ancora San Gregorio di Nissa – In questa creazione è formato il vero uomo, ad immagine e somiglianza di Dio”.

Perciò “questa è la nostra festa annuale, questa è la nostra Pasqua, non più figurata nell’uccisione dell’agnello, come per il popolo antico, ma portata a compimento per il popolo nuovo nell’immolazione del Salvatore”, come sottolinea Sant’Agostino. “Oggi è la salvezza per il mondo, sia visibile che invisibile – gli fa eco San Gregorio di Nazianzo – Cristo è risorto dai morti: risorgete insieme; Cristo è rientrato in sé: ritornate; Cristo si è liberato dal sepolcro: liberatevi dalle catene del peccato. La morte è sconfitta, il vecchio Adamo è deposto, il nuovo diventa più perfetto. Se in Cristo siete nuova creatura, rinnovatevi”.

Adamo di San Vittore eleva un cantico di lode al Padre per la vittoria pasquale del suo Figlio, in cui proclama con gioia: “Ecco il giorno solenne! La luce succede alle tenebre, la risurrezione alla morte; la tristezza lasci posto alla gioia, poiché più grande è la gloria della vergogna antica; la verità metta in fuga l’ombra, la novità la vecchiezza, la consolazione il pianto. Celebrate la pasqua nuova; quel che splende nel capo, lo sperino le singole membra. Cancellando la colpa, non la natura, crea nuova la creatura, contenendo in sé il legame dell’uno e dell’altro popolo. Gloria al capo e concordia alle membra. Amen”.

L’opera della salvezza portata a compimento da Cristo è davvero il dono per eccellenza per tutti gli uomini, che risuona come una chiamata universale per ciascuno a lasciarsi raggiungere da tale sovrabbondanza d’amore effusa nel sacrificio di soave odore di Gesù per rispondervi generosamente con la propria vita nell’umile servizio a Dio e ai fratelli. Niente e nessuno al mondo, né tribolazione né morte, può separarci dal suo Amore, poiché dal fianco squarciato del Redentore sono scaturiti fiumi d’acqua viva, di vita nuova, di grazia su grazia e di benedizione del Padre per ogni uomo.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Sabato Santo con i Padri. ‘Il Re dorme’, ma l’attesa è carica di speranza

Oggi la terra rimane in silenzio perché il Re dorme, come scrive sant’Agostino: “Cristo dormì perché stessimo svegli noi, Lui che era morto perché fossimo vivi noi. Oggi il Re dorme. Il suo sonno, la sua discesa agli inferi, però, risveglia l’uomo decaduto, ha il potere di sciogliere le catene del peccato e della morte”. Tuttavia il silenzio che caratterizza questo giorno, in cui la Chiesa celebra solo la liturgia delle ore, è il segno esteriore di un’attesa colma di fiduciosa speranza. La speranza che il peccato e la morte non siano l’ultima parola rispetto al destino di ogni uomo, a cui Cristo, con la sua morte e risurrezione, offre la salvezza.

Un’antica omelia sul Sabato Santo, scritta da un autore del III secolo, immagina un dialogo negli inferi tra Cristo e Adamo, tanto significativo sul piano teologico quanto poetico su quello letterario, che merita di essere riportato integralmente, anche perché costituisce una delle rare testimonianze dei primi secoli in grado di fare luce sul mistero della condizione di Cristo dopo la sua morte. «Che cosa è avvenuto? Oggi sulla terra c’è grande silenzio, grande silenzio e solitudine. Grande silenzio perché il Re dorme: la terra è rimasta sbigottita e tace perché il Dio fatto carne si è addormentato e ha svegliato coloro che da secoli dormivano. Dio è morto nella carne ed è sceso a scuotere il regno degli inferi. Certo egli va a cercare il primo padre, come la pecorella smarrita. Egli vuole scendere a visitare quelli che siedono nelle tenebre e nell’ombra di morte. Dio e il Figlio suo vanno a liberare dalle sofferenze Adamo ed Eva che si trovano in prigione. Il Signore entrò da loro portando le armi vittoriose della croce. Appena Adamo, il progenitore, lo vide, percuotendosi il petto per la meraviglia, gridò a tutti e disse: “Sia con tutti il mio Signore”. E Cristo rispondendo disse ad Adamo: “E con il tuo spirito”. E, presolo per mano, lo scosse, dicendo: “Svegliati, tu che dormi, e risorgi dai morti, e Cristo ti illuminerà. Io sono il tuo Dio, che per te sono diventato tuo figlio; che per te e per questi, che da te hanno avuto origine, ora parlo e nella mia potenza ordino a coloro che erano in carcere: Uscite! A coloro che erano nelle tenebre: Siate illuminati! A coloro che erano morti: Risorgete! A te comando: Svegliati, tu che dormi! Infatti non ti ho creato perché rimanessi prigioniero nell’inferno. Risorgi dai morti. Io sono la vita dei morti. Risorgi, opera delle mie mani! Risorgi mia effige, fatta a mia immagine! Risorgi, usciamo di qui! Tu in me e io in te siamo infatti un’unica e indivisa natura. Per te io, tuo Dio, mi sono fatto tuo figlio. Per te io, il Signore, ho rivestito la tua natura di servo. Per te, io che sto al di sopra dei cieli, sono venuto sulla terra e al di sotto della terra. Per te uomo ho condiviso la debolezza umana, ma poi son diventato libero tra i morti. Per te, che sei uscito dal giardino del paradiso terrestre, sono stato tradito in un giardino e dato in mano ai Giudei, e in un giardino sono stato messo in croce. Guarda sulla mia faccia gli sputi che io ricevetti per te, per poterti restituire a quel primo soffio vitale. Guarda sulle mie guance gli schiaffi, sopportati per rifare a mia immagine la tua bellezza perduta. Guarda sul mio dorso la flagellazione subita per liberare le tue spalle dal peso dei tuoi peccati. Guarda le mie mani inchiodate al legno per te, che un tempo avevi malamente allungato la tua mano all’albero. Morii sulla croce e la lancia penetrò nel mio costato, per te che ti addormentasti nel paradiso e facesti uscire Eva dal tuo fianco. Il mio costato sanò il dolore del tuo fianco. Il mio sonno ti libererà dal sonno dell’inferno. La mia lancia trattenne la lancia che si era rivolta contro di te. Sorgi, allontaniamoci di qui. Il nemico ti fece uscire dalla terra del paradiso. Io invece non ti rimetto più in quel giardino, ma ti colloco sul trono celeste. Ti fu proibito di toccare la pianta simbolica della vita, ma io, che sono la vita, ti comunico quello che sono. Ho posto dei cherubini che come servi ti custodissero. Ora faccio sì che i cherubini ti adorino quasi come Dio, anche se non sei Dio. Il trono celeste è pronto, pronti e agli ordini sono i portatori, la sala è allestita, la mensa apparecchiata, l’eterna dimora è addobbata, i forzieri aperti. In altre parole, è preparato per te dai secoli eterni il regno dei cieli”».

Anche se inserita in una cornice narrativa fittizia, questa mirabile catechesi rivela il desiderio profondo del cuore del Padre di riportare l’uomo, mediante il sacrificio del suo Figlio, allo splendore della sua prima immagine, quella di creatura appena uscita dalle mani del Creatore e non ancora segnata dal peccato, affinché possa vivere con l’ausilio della Grazia in conformità al suo disegno originario. Per questo motivo la volontà salvifica del Padre prende le mosse dalla liberazione degli uomini giusti, dei patriarchi, dei profeti e di quanti, pur essendo nati prima della venuta del Signore sulla terra, attendevano con ansia e trepidazione la consolazione di Israele, alla stregua del vecchio Simeone e di Anna, e videro venirsi incontro finalmente l’oggetto e la fonte della loro speranza, il Cristo Salvatore.

Il Sabato Santo è preludio al compimento di tale promessa: nella discesa nelle viscere della terra del “nuovo Adamo” per liberare Adamo, dell’uomo nuovo per soppiantare l’uomo vecchio, è in effetti adombrato e racchiuso il germe della vita nuova inaugurata da Cristo. Nella prospettiva di un simile progetto d’amore del Padre – realizzato pienamente nel mistero della Passione, Morte e Risurrezione del Figlio – persino la colpa di Adamo, una volta riscattata, diviene “felice”, per dirla parafrasando sant’Agostino, perché ci ha meritato un Redentore così grande!

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Venerdì Santo con i Padri. Stat crux dum volvitur orbis, mentre il mondo ignaro insegue idoli e chimere

“Stat Crux dum volvitur orbis”. Il motto ruminato dai monaci certosini sintetizza mirabilmente il mistero del Venerdì Santo: una croce, la Croce di Cristo, che rimane salda lì sulla roccia del Calvario, sospesa tra terra e cielo, mentre ora come allora passa la scena di un mondo che prosegue ignaro la sua corsa effimera continuando a inseguire idoli e chimere. Eppure, issato sulla croce in segno di perenne alleanza tra Dio e gli uomini, durante i suoi ultimi spasimi e nel momento in cui il suo costato viene trapassato da una lancia, il Figlio bagna ancora la terra col suo sangue perché nessuno dei suoi fratelli si perda, ma ognuno ritorni pentito al Padre volgendo lo sguardo a Colui che ha trafitto col proprio peccato.

“Non taccia la nostra lingua e dica: Ecco Cristo ha sofferto, il compratore ha mostrato il compenso, ecco il prezzo che ha dato, il suo sangue è stato versato. Nel sacco del suo Corpo portava il nostro prezzo; è stato colpito dalla lancia, il sacco si è aperto e ne è disceso il prezzo di tutta la terra – commenta Sant’Agostino – Cristo è così per noi vincitore e vittima, anzi, vincitore perché vittima; per noi, al tuo cospetto sacerdote e sacrificio, anzi, in tanto sacerdote in quanto sacrificio: e ci ha fatti da servi figli, fattosi Egli, Figlio, schiavo per noi”. “Colui che viene portato al martirio è in realtà il vincitore quando è legato, flagellato, scorticato e ucciso. Ciò che nelle guerre costituisce sconfitta, presso di noi è vittoria. I dolori e la passione che Cristo soffrì sono la nostra nobiltà. Perciò noi non vinciamo mai facendo il male, bensì sopportando il male”, rileva San Giovanni Crisostomo.

“E la croce lo innalzò realmente e simbolicamente – sottolinea San Gregorio di Nissa –, perché con la sua passione a tutti si rivelasse chiara la sua potenza e la sua maestà. Estendendo sul patibolo le mani, dilatò anche le ali verso Oriente e Occidente, affinché sotto di esse si raccogliessero tutte le genti da ogni parte del mondo a trovar pace”.

“Ti era necessario il legno della sua umiltà – nota ancora acutamente il vescovo Agostino – Infatti ti eri gonfiato di superbia ed eri stato cacciato lontano dalla patria; la via era stata interrotta dai flutti di questo secolo, e non c’è altro modo di compiere la traversata e raggiungere la patria che nel lasciarti portare dal legno. Ingrato! Irridi a Colui che è venuto per riportarti di là. Egli stesso si è fatto via, una via attraverso il mare. È per questo che ha voluto camminare sul mare, per mostrarti che la via è attraverso il mare. Ma tu, che non puoi camminare sul mare come lui, lasciati trasportare da questo vascello, lasciati portare dal legno: credi nel Crocifisso e potrai arrivare. È per te che si è fatto crocifiggere, per insegnarti l’umiltà; e anche perché, se fosse venuto come Dio, non sarebbe stato riconosciuto. Se fosse venuto come Dio, infatti, non sarebbe venuto per quelli che erano incapaci di vedere Dio. Credi nel crocifisso, perché la tua fede possa elevarsi fino alla croce. Non verrai sommerso, ma sarà la croce a portarti”. È necessario però anche “portare la croce e seguire il Signore – come ricorda San Gregorio Magno – che significa dominare la carne e avere compassione del prossimo, sentendo i suoi bisogni come se fossero propri, per vero zelo della beatitudine. Chi fa ciò solo con fine umano, porta la croce, ma non segue il Signore”.

In questo giorno siamo invitati a tenere fisso il nostro sguardo sul volto di Gesù sfigurato dal sangue e sul suo corpo martoriato dalle percosse per ammirare “con occhi interiori le piaghe del Crocifisso, le cicatrici del Risorto, il sangue del morente, il prezzo versato per il credente, lo scambio effettuato dal Redentore. Pensate al valore di tutte queste cose e ponetelo sulla bilancia dell’amore, affinché vi si imprima in tutto il cuore Colui che per voi fu confitto in croce”, come suggerisce Sant’Agostino, il quale esclama ancora: “Quanto grande è l’amore di Dio per gli uomini, quanta tenerezza, amare i peccatori fino a tal punto da morire per essi di amore!”.

Adorando la Santa Croce possiamo perciò rivolgere con San Pier Damiani queste parole al talamo e trono della nostra salvezza: “O croce beata che meritasti di reggere, peso mirabile, Colui che il cielo e la terra non possono portare! O croce più tersa del vetro, più fiammeggiante dell’oro, che fosti adorna, come da lucide gemme o perle, delle membra del Salvatore! Tu sola meritasti di sostenere quel peso per cui tutto l’edificio del mondo si libra nello spazio senza precipitare. O albero veramente famoso, che cresci da cespite terreno, ma spandi i tuoi rami felici oltre gli astri del cielo! O croce beata! Poiché il sole nascose i suoi raggi per non vedere il sacrilegio, quando la terra tremò, quando gli elementi vacillanti palpitarono di terrore, tu sola meritasti di essere compagna al Signore morente, di sottoporre al suo corpo le braccia devote e di raccoglierlo nel tuo mite grembo”.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Giovedì Santo con i Padri. Non può morire chi mangia la Vita

“Li amò sino alla fine” (Gv 13, 1). Il Giovedì Santo, che apre il Triduo Pasquale, cuore dell’anno liturgico, è annuncio e memoriale del desiderio ardente del cuore di Cristo, un roveto che brucia senza consumarsi. Come scrive sant’Agostino commentando il passo dell’evangelista Giovanni: “Questa frase del Vangelo può anche essere interpretata in senso umano, nel senso cioè che Cristo amò i suoi fino alla morte. Questa è un’opinione umana, non divina: non si può dire infatti che ci amò solo fino a questo punto colui che ci ama sempre e senza fine. Lungi da noi pensare che con la morte abbia finito di amarci colui che non è finito con la morte”. Perciò quest’espressione “va intesa nel senso che li amò tanto da morire per loro”, ossia “che fu proprio l’amore a condurlo alla morte”.

Così, alla vigilia della sua Passione, dopo aver reso partecipi i suoi della propria volontà di essere una sola cosa con loro, Gesù istituisce il sacramento dell’amore, la Santa Eucarestia, affinché lo Sposo possa restare sempre con la sua Sposa, la Chiesa. “Riconoscete nel pane quello stesso corpo che pendette sulla croce e nel calice quello stesso sangue che sgorgò dal suo fianco. Prendete dunque e mangiate il corpo di Cristo, ora che anche voi siete diventati membra di Cristo nel corpo di Cristo; prendete e abbeveratevi col sangue di Cristo. Per non distaccarvi, mangiate quel che vi unisce; per non considerarvi da poco, bevete il vostro prezzo. Come questo, quando ne mangiate e bevete, si trasforma in voi, così anche voi vi trasformate nel corpo di Cristo, se vivete obbedienti e devoti. Se dunque avrete in lui la vita, sarete con lui in una sola carne. Non è infatti che questo sacramento dia il corpo di Cristo per poi lasciarvene separati”. In queste parole del vescovo di Ippona è rivelato il mistero mirabile del “segno dell’amore supremo del Figlio” che, nel sacramento del suo Corpo e Sangue, prefigura e compie il dono della propria vita umana e divina.

In questo modo, per dirla con san Leone Magno, “diveniamo portatori integrali, in anima e corpo, di Colui col quale e nel quale siamo morti, sepolti e risuscitati”. Allora, scrive sant’Ambrogio, “sta a te prendere questo pane. Accostati a questo pane o lo prenderai. Se ti allontanerai da Cristo morirai, se ti avvicinerai a Cristo vivrai. Questo è il pane della vita: dunque, chi mangia la Vita, non può morire. Come potrà morire chi ha per cibo la Vita? Come potrà venir meno chi avrà la Vita per sostentamento? Accostatevi a Lui e saziatevi: Egli è pane. Accostatevi a Lui e bevete: Egli è la sorgente. Accostatevi a Lui e lasciatevi illuminare: Egli è la luce. Accostatevi a Lui e lasciatevi liberare: infatti dove c’è lo Spirito del Signore, lì c’è la libertà. Accostatevi a Lui e lasciatevi sciogliere dai legami: Egli è la remissione dei peccati”.

La consegna senza riserve di Cristo durante l’Ultima Cena si traduce anche nell’umile gesto del Maestro che si china a lavare i piedi dei discepoli, ulteriore testimonianza di una regalità che si fa servizio generoso di sé ai fratelli, “i quali già erano puliti e mondi”. In questo modo, però, scrive sant’Agostino, “Gesù volle farci riflettere che noi, a causa dei nostri legami e contatti terreni, nonostante tutti i nostri progressi sulla via della giustizia, non siamo esenti dal peccato; dal quale peraltro Egli ci purifica intercedendo per noi, quando preghiamo il Padre che è nei cieli che rimetta a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori. Questo sublime gesto del Signore costituisce per noi un grande impegno: quello di confessarci a vicenda le nostre colpe e di pregare gli uni per gli altri, così come Cristo per tutti noi intercede”.

La lavanda dei piedi costituisce dunque un segno visibile anche di quella dignità sacerdotale di cui partecipa ciascun battezzato e, spiega ancora il Doctor Gratiae, di “un ministero di carità e di umiltà” che ci esorta, unitamente a Cristo, a servirlo nel prossimo lavando i piedi gli uni agli altri. Poi “sta a lui esaudirci, purificarci da ogni contaminazione di peccato per Cristo e in Cristo e sciogliere in cielo ciò che noi sciogliamo in terra, cioè i debiti che noi avremo rimesso ai nostri debitori”, nella misura in cui “Egli è colui che prega per noi, che prega in noi e che è pregato da noi. Prega per noi come nostro sacerdote; prega in noi come nostro capo; è pregato da noi come nostro Dio. Riconosciamo dunque in lui la nostra voce e in noi la sua voce”.

Eucarestia e lavanda dei piedi appaiono allora come due risvolti di un medesimo gesto proteso a sottolineare la donazione totale del Figlio dell’uomo al Padre, agli amici e ancor di più ai nemici. La notte dell’Ultima Cena è infatti anche la notte del tradimento di Giuda, del rinnegamento di Pietro e della consegna di Gesù nelle mani di malfattori e peccatori di ogni genere, siano essi sommi sacerdoti, farisei, scribi, soldati romani o gente comune. È la notte tenebrosa degli insulti, dello scherno, delle percosse e del sudore di sangue che nell’orto del Getsemani riga il volto del Redentore e allude tanto al peso del peccato di ciascun uomo per cui ogni goccia è donata, quanto al sangue dei martiri che sarebbe stato versato nel suo Corpo mistico. In questo modo, per dirla ancora con l’Ipponate, “Egli volle farsi simbolo anche di quei tali che nel suo corpo, cioè nella sua Chiesa, avrebbero voluto fare la propria volontà, ma poi si sarebbero sottomessi alla volontà di Dio”.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Le sette parole di Gesù in croce, per imparare a morire con Lui

Le “sette parole” che Gesù pronunciò sulla croce costituiscono il testamento spirituale d’amore del Cristo morente. Lo rileva monsignor Angelo Comastri, vicario generale di Sua Santità per la Città del Vaticano e arciprete della Basilica di San Pietro, nel suo recente volume Le ultime parole di Gesù (San Paolo 2019, pp. 176), in cui la meditazione sulle parole di Nostro Signore è accostata sapientemente ai gesti concreti di coloro che, con la loro testimonianza di vita, hanno incarnato il lascito di tale manifesto d’amore.

“Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno” (Lc 23, 34)

La prima espressione del Crocifisso è una parola di perdono per i suoi crocifissori. Rivela che, come sottolinea Comastri, “l’onnipotenza di Dio è onnipotenza di amore. Sulla Croce di Gesù è stata definitivamente inchiodata ogni immagine di Dio che vorrebbe caratterizzarlo come onnipotenza di forza irresistibile e di potere che schiaccia e punisce”. Questo amore che perdona e non serba odio nei confronti dei carnefici è stato testimoniato mirabilmente da san Massimiliano Maria Kolbe, allorquando decise di offrire la propria vita in cambio di quella di un padre di famiglia condannato a morte dai nazisti come ritorsione per la fuga di un prigioniero. Il santo, “con un atto di amore, ha reso presente l’Amore di Dio in un inferno di odio”.

“In verità Io ti dico: oggi sarai con me nel paradiso” (Lc 23, 43)

Queste stesse parole sono state fatte proprie da Maria Goretti quando, colpita per ben 14 volte da un giovane con un punteruolo che voleva attentare alla sua verginità, fu trasportata sanguinante in ospedale. «Il parroco, indicando il Crocifisso, ha l’ispirazione di chiedere a Maria: “Marietta, vuoi perdonare Alessandro come Gesù perdonò i suoi crocifissori?”. La bambina resta in silenzio per qualche secondo e poi risponde: “Sì, lo perdono di cuore. E lo voglio con me in Paradiso”», racconta Comastri. Così, mentre era in carcere, una notte Alessandro sognò Maria Goretti che raccoglieva per lui dei gigli e gli si avvicinava. Il giovane si svegliò di soprassalto e, rasserenato, pensò in cuor suo: «Ormai mi salvo anch’io – dico tra me – perché sono certo che Marietta prega per me. È venuta a trovarmi e a darmi il suo perdono. Da quel giorno non sento più l’orrore di prima per la mia vita». Ciò accadde verso la fine del 1906. Alessandro fu poi accolto dai Padri Cappuccini e, con sua profonda gioia, ricevette anche il perdono da parte della madre di Maria.

“Donna, ecco tuo figlio!”. “Ecco tua madre!” (Gv 19, 26-27)

«Voleva dirle: “Mamma, non pensare a me! Io sto vivendo il gesto del più grande amore: e questo mio amore è l’unica ancora di salvezza per l’umanità! Mamma, insegnalo a Giovanni! Fagli da mamma! E, dopo Giovanni, fai da mamma a tutti gli uomini che appariranno nello scenario della storia”». In relazione alla maternità di Maria, padre Comastri ricorda come la potente intercessione della Vergine a Lourdes abbia liberato dall’ateismo il chirurgo Alexis Carrel (premio Nobel per la medicina), in seguito a un miracolo accaduto a una sua paziente e di cui è stato spettatore. Allo stesso modo la premura materna di Maria ha impedito il suicidio di Giuseppe Battista Tomassi, che aveva deciso di spararsi. Intervenendo prontamente nello stesso luogo santo, la Madonna guarì le ferite del cuore di Giuseppe e così, “da una rivoltella diventata inutile; da una disperazione diventata speranza; dallo spettacolo dell’amore vissuto, nel quale un giovane disperato incontrò Dio; dalla gratitudine di un ragazzo guarito nel cuore dalla Madonna”, è affiorata l’idea dell’Unitalsi, la nota associazione che prosegue ancora oggi nella sua missione al servizio dei disabili e dei malati.

“Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mc 15, 34)

«Queste parole sono l’inizio del Salmo 21, un salmo che gli scribi e i farisei conoscevano alla perfezione. Si tratta di una impressionante cronaca della Passione di Gesù: è una fotografia scattata prima dell’evento, una fotografia che Dio solo poteva scattare. L’Amore infinito ha attraversato la nostra cattiveria in tutta la sua ampiezza e l’ha vinta: l’ha sconfitta con l’ampiezza dell’Amore. L’abbiamo capito? Gesù continua a gettare sprazzi di luce nel buio di ogni tempo», spiega il cardinale. Jacques Fesch è un giovane del secolo scorso, un omicida che riuscì ad affrontare serenamente persino la ghigliottina. Dopo aver condotto una vita da dissoluto, fece penitenza in carcere, sposò la sua compagna con rito religioso, scrisse parole commoventi alla sua bambina e morì ricevendo i sacramenti nella grazia di Dio, fiducioso nella misericordia del Padre.

“Ho sete” (Gv 19, 28)

«La sete di Gesù è sete di amore e il suo grido attraversa i secoli e interroga anche ciascuno di noi», commenta il teologo Comastri. A tal proposito Madre Teresa di Calcutta, la cui vita è stata una risposta a tale grido di Cristo, si rivolgeva così al Signore: «Gesù, ti disseto! Dovunque andrò, seminerò amore! E te lo porgerò per dissetare la tua insaziabile sete di amore».

“Tutto è compiuto” (Gv 19, 30)

«Che cosa è compiuto? È compiuto lo svelamento del vero volto di Dio! Sulla Croce è caduto il velo di tante caricature di Dio costruite dagli uomini ed è apparso il vero e affascinante volto di Dio: Dio è Amore e la sua onnipotenza è esclusivamente Onnipotenza di Amore». Kirk Kilgour è stato un atleta, nonché assistente allenatore di pallavolo della Nazionale italiana. Nel 1976 rimase paralizzato a tutti e quattro gli arti, a seguito di una lussazione alla vertebra cervicale con lesione al midollo spinale che lo costrinse sulla sedia a rotelle. Eppure sperimentò la potenza dell’amore di Cristo. In una sua preghiera ebbe infatti il coraggio e la grazia di scrivere: «Domandai a Dio che mi desse la salute per realizzare grandi imprese: Egli mi ha dato il dolore per comprenderla meglio».

“Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito” (Lc 23, 46)

L’ultima espressione sulle labbra del Crocifisso testimonia che «la morte non è un salto nel buio né, tantomeno, è un salto nell’abisso del niente: la morte è un abbraccio con Dio! Come sono belle le ultime parole di Gesù e come sono rassicuranti per noi! Il viaggio della nostra vita va verso un incontro: e noi dobbiamo prepararci a quell’incontro per essere pronti e capaci di rispondere all’abbraccio di Dio». Come rispondere a tale amore? Sicuramente «attraverso l’amore scelto e vissuto negli anni dell’attesa!». È stato così, ad esempio, per Giovanni XXIII, il “Papa buono”, che «alle ore undici, dopo aver ricevuto il Santo viatico, si rivolge agli astanti che sono ancora in ginocchio e pronuncia parole di fede grandissima: “Questo letto è un altare, l’altare vuole una vittima: eccomi pronto! Offro la mia vita per la Chiesa, la continuazione del Concilio, la pace del mondo, l’unione dei cristiani. Il segreto del mio sacerdozio sta nel Crocifisso. Quelle braccia allargate dicono che Egli è morto per tutti, per tutti, nessuno è respinto dal suo amore e dal suo perdono”». D’altra parte, sottolinea infine padre Comastri, «con Gesù, e soltanto con Gesù, è possibile morire sorridendo, cantando e sentendo vicina la gioiosa melodia del Paradiso. Preghiamo perché la nostra morte sia così»

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Giuseppina Bakhita: il fascino di una donna libera

“Bakhita è donna. Senza tentennamenti donna. Orgogliosamente donna. Bakhita non nasconde le sue debolezze, i suoi dolori, il suo amore, ma comunque impone la propria femminilità. Caparbia sceglie e percorre tappa dopo tappa la sua strada. Si propone per quello che è, spontaneamente, e diventa un esempio da imitare, una luce a cui rivolgersi, un cuore a cui affidarsi”. È questo il ritratto che emerge tra le pagine di Bakhita. Il fascino di una donna libera (San Paolo 2019, pp. 156), terzo libro dedicato alla ‘santa moretta’ da Roberto Italo Zanini, giornalista della redazione romana di Avvenire.

“Bakhita è un dono. Un dono di Dio per il nostro tempo. Un volto della grazia divina che chiede di essere accolto, anche solo per un istante, anche solo per assaporare il senso intimo della libertà. È ‘la Sorella universale’ – come ebbe a dire di lei San Giovanni Paolo II – perché ci rivela il segreto della felicità più vera: le Beatitudini”. Discriminata perché nera, schiava, costretta a sopportare sul suo corpo violenze inaudite, tra le quali scarificazioni profonde su braccia e schiena e il torcimento del seno sin da quando è soltanto una giovane ragazza. Nel suo diario racconta però la gioia grande che provò quando ottenne un padrone decisamente più mite, un console italiano che l’avrebbe portata fuori da quell’inferno sudanese e dunque probabilmente in condizioni di vita meno dure. Giunta a Ziniago in Veneto, viene ‘regalata’ a un’altra famiglia per fare la domestica e, quando il suo padrone decide di aprire un’attività alberghiera a Suakin, torna in Sudan, ma solo per un breve periodo, lavorando nel bar dell’albergo.

Una svolta determinante nella sua vita è segnata da un regalo. Il fattore della famiglia Michieli presso la quale lavora come domestica le dona un crocifisso d’argento, che ella confessa di aver inizialmente nascosto per paura che la sua padrona glielo potesse sottrarre. “Ogni tanto lo guardavo e sentivo una cosa in me che non sapevo spiegare”. È l’inizio di un percorso di maturazione di fede e libertà interiore che la induce a dare progressivamente risposta a quell’anelito del proprio cuore che, sin da quando era in Africa, la spinge a chiedersi “dinanzi alle bellezze della natura, quali il sole, la luna e le stelle: ‘Chi è mai il padrone di queste belle cose?’”, e di conseguenza ad ammettere: “E provavo una voglia grande di vederlo, di conoscerlo”.

Poi impara a ripetere in cuor suo spesso: “Il Signore è sempre stato buono con me”; “Il Signore mi ha sempre voluto bene”; “Tutta la mia vita è stata un dono di Dio”. Tale consapevolezza culmina nella scelta di consacrarsi a Lui. Di qui Bakhita “viveva di Dio e si commuoveva fino alle lacrime pensando alla grazia e alla bontà di Dio nei suoi riguardi, per essere stata chiamata al battesimo e alla vita religiosa”. Prima di prendere i voti è don Giuseppe Sarto, il futuro Papa Pio X, a esaminare la sua scelta vocazionale e a esortarla con queste parole: “Pronunciate i voti senza timori. Gesù vi vuole, Gesù vi ama. Voi amatelo e servitelo sempre così”.

Divenuta suora, si apre a una forma di “perdono che giunge al paradosso del ringraziamento: ‘Se incontrassi quei negrieri che mi hanno rapita e quelli che mi hanno torturata, mi inginocchierei a baciare le loro mani, perché se non mi fossero accadute quelle cose non sarei ora cristiana e consacrata’”. Immersa in un Amore che tutto trasfigura, diceva di vivere “non sul Calvario, ma sul Tabor”.

Quando è ormai prossima alla morte, tra dicembre del 1946 e gennaio del 1947 Bakhita raccontava a chi andava a visitarla mentre era molto malata di essere particolarmente stanca per aver due valigie da portare, alla stregua degli attendenti di un generale, “una piena di debiti e l’altra piena dei meriti di Gesù”. Eppure non aveva alcun timore, poiché diceva: “Appena sarò sulla porta del Paradiso, coprirò i miei debiti con i meriti della Madonna, poi aprirò l’altra e dirò: Eterno Padre, giudicate per quello che vedete”. Ella aveva dunque compreso, come ricordato dallo stesso Papa Francesco, che “è il dipendere da Lui che ci libera dalle schiavitù e ci porta a riconoscere la nostra dignità” di figli di Dio.

Nel suo libro Zanini intervalla la vicenda biografica di Bakhita con quella di uomini, donne, famiglie e testimoni che l’hanno conosciuta e invocata e che, soprattutto grazie all’incontro con la ‘santa moretta’ nel santuario di Schio dove sono ora custodite le sue spoglie, hanno ritrovato la fede e il coraggio di affidarsi a Dio nella malattia, nelle difficoltà, nel dolore, durante una gravidanza difficile o nei propri problemi familiari, rimettendosi alla sua intercessione. Lo stesso autore racconta anche una serie di ‘coincidenze’ della propria vita che rivelano il suo legame speciale con Bakhita, ma nel contempo sono segni evidenti della presenza di Dio, della sua grazia operante e della comunione dei santi.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

“Nati guasti”. Cinque passi al Mistero con Padre Maurizio Botta

“Gli uomini si dividono in due categorie, quelli che credono al peccato originale e gli sciocchi”, scriveva Nicolás Gómez Davila. Per non rientrare tra le fila dei secondi, dovremmo umilmente prendere consapevolezza che “noi siamo questa impossibilità a fare quello che vorremmo, siamo una volontà di potenza sovradimensionata rispetto alle nostre possibilità, un desiderio di velocità sovradimensionato rispetto alla nostra lentezza. Noi siamo questa contraddizione vivente chiamata dalla Chiesa ‘peccato originale’”. Per questo “abbiamo bisogno del Redentore sempre, perché se ogni istante della nostra vita non è liberato da Lui, rimaniamo sotto il giogo di una legge che non vogliamo ma da cui non riusciamo a liberarci e continueremo a sentire dentro un debito che non potremo mai saldare da soli”.

È questo il cuore di ‘Volere è potere?’, il primo dei ‘Cinque passi al Mistero’ raccolti da padre Maurizio Botta nel recente volume Nati guasti (San Paolo 2019, pp. 190). Si tratta di un libro che riporta fedelmente le catechesi del giovane e brillante sacerdote che predica nel solco del carisma di San Filippo Neri e risponde in maniera puntuale alle domande di giovani e adulti in dialogo con lui sulle ragioni della fede, secondo una formula vincente che ormai da dieci anni rende gremita la Chiesa di S. Maria in Vallicella a Roma. Come rileva Costanza Miriano nella Prefazione “padre Botta riesce nel miracolo di parlare ai lontani e anche ai lontanissimi, ma senza fare alcuno sconto nei contenuti, semplificando senza impoverire, traducendo senza tradire, rendendo potabile senza annacquare, avvicinando i lontani senza mai, neanche per un attimo, allontanarsi da Colui che, si sente a ogni frase, sta al centro del suo cuore e dei suoi pensieri, Gesù Cristo”.

Il primo passo da compiere consiste dunque nel liberarsi dall’illusione dell’autosufficienza che traspare nello stesso ‘mito del buon selvaggio’, “secondo il quale l’uomo è buono per natura ed è la società a corromperlo, per cui cambiando la società salveremo anche l’uomo”. La realtà dell’uomo però non è questa da quando egli ha preteso di sostituirsi a Dio, mangiando “quel frutto, quell’unico frutto e non tutti gli altri, che Dio avrebbe voluto riservarsi di staccarlo Lui stesso ogni volta e donarlo con amore, perché l’amore di quel dono diretto era l’unico antidoto. In Cristo questo era il progetto, non drammatico: farci dono Lui, continuamente, della conoscenza del bene e del male, ma noi abbiamo allungato la mano per prenderla, una volta per tutte”. Assecondando il proprio delirio di onnipotenza, la creatura umana si trova piuttosto a sperimentare costantemente la propria impotenza. Dunque “l’uomo – prosegue il sacerdote oratoriano – non è buono, ha un cuore malato ed è questo guasto che lo danneggia, non ciò che viene da fuori. Ognuno di noi dovrebbe guardare a questa malattia che ha dentro di sé, partire da quella, da se stesso, invece di accusare sempre gli altri. L’uomo è abitato da questa contrapposizione tra desideri grandissimi, intelligenza acutissima e limiti: una lotta continua che lo porta a precipitare. Senza Cristo, l’uomo non ce la fa, non riesce”.

Se limite e finitezza contraddistinguono l’uomo in quanto tale, è “transumanesimo – puntualizza padre Maurizio – quando sogno di superare i limiti dell’umano”; così come è “scientismo quando ripongo nel progresso scientifico una sorta di fiducia messianica per la salvezza dell’uomo”. Perciò da una parte è necessario prender coscienza del fatto che “siamo dei nobili decaduti con pretese ingiustificate e sproporzionate rispetto a quel che siamo realmente: un ammasso di limiti incredibile, una bolla che con un niente può scoppiare”. Però dall’altro ciò non deve scoraggiare, perché il credente è chiamato a superare in forza della grazia divina il proprio limite in una maniera del tutto inedita. Infatti “il superamento del limite cristiano è quello che ti porta a vivere la vita di Dio dentro la carne: ‘Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me’ (Gal 2, 20). È questo l’inaudito cristiano: noi siamo piccole creature qua e Dio è irraggiungibile là ma, uniti a Cristo, siamo inseriti nella vita eterna della Trinità”.

Allo stesso modo, nel ‘passo’ dedicato ai social e alla dipendenza da smartphone, padre Maurizio suggerisce come rimedi “un ‘digiuno’, che sia quotidiano o almeno settimanale, e la decisione d’intraprendere attività in cui ti privi volontariamente, anche quando dolorosamente, della connessione”. Imparando a trascorrere più tempo con se stessi infatti si valorizza quella dimensione preziosa del silenzio, che “Satana odia mortalmente e considera assai pericolosa perché è nel silenzio che può essere ascoltata la parola trasformante dell’amore”.

La catechesi sui temi del lavoro e del tempo libero prende le mosse da una constatazione, quella per cui il mercato globale è ormai ridotto “a un oligopolio di pochi e grandi che esclude i tanti e piccoli”, e da una considerazione, ossia che “il dogma dell’efficienza del mercato è una gran panzana, poiché il mercato non detta legge, sono gli uomini e la politica a dover scrivere le regole e a doverlo gestire”. Di qui, rispetto all’attuale modo di vivere la propria professione senza contemplare la possibilità di santificare la domenica, padre Maurizio non fa sconti ricordando che “se Dio ‘ci comanda’ il riposo – e non lo suggerisce, non ci rivolge un invito, non ci dà un consiglio, proprio lo ‘comanda’ – lo fa non solo per la nostra felicità, ma perché sa che una parte di noi, istintivamente, sarebbe portata a non viverlo”. È necessario allora modificare la propria “visione del tempo come ora d’aria rispetto a un lavoro vissuto invece come schiavitù guastatrice della festa” per vivere il proprio otium non quale “tempo ‘libero da’, ma come tempo ‘libero per’, in quanto la festa vera è il luogo dove decidi come utilizzare la tua libertà e porta con sé la logica del dono”. Una logica sicuramente da riscoprire e di cui sembra del tutto priva “la festa moderna, tutta individualistica, in cui ci si stordisce da soli e ci si ubriaca da soli, che è il contrario della festa cristiana che è sempre comunitaria”.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

San Giovanni Bosco, il devoto dell’angelo custode

“Renditi familiare con gli angeli, osservali spesso invisibilmente presenti nelle tue azioni, ama ed onora gli angeli della persona vivente con te, e particolarmente il tuo angelo custode; pregali spesso e rendi loro omaggio di lode, invoca il loro aiuto e il loro soccorso in ogni tua impresa spirituale e temporale: essi coopereranno alle tue intenzioni”, scriveva san Francesco di Sales nella sua Introduzione alla vita devota, meglio nota come Filotea.

Gli fa eco san Giovanni Bosco che inscrive la propria missione proprio nel solco del carisma del vescovo ginevrino, chiamando per questo “salesiani” i propri figli spirituali. Il santo educatore torinese si premurò infatti che i giovani del suo oratorio coltivassero la devozione angelica e scrisse anche un opuscolo sul tema dal titolo: Il divoto dell’Angelo Custode. Lo ricorda il noto angelologo Marcello Stanzione nel recente volume Gli angeli di San Giovanni Bosco (La Fontana di Siloe, pp. 192). Don Bosco stesso beneficiò per vari anni della sua vita di una “misteriosa custodia angelica”. Si tratta del Grigio, un grosso cane che non mangiava, non beveva, compariva all’improvviso per soccorrere il Santo nei pericoli e misteriosamente scompariva. Senza dubbio un cane non ordinario, anche se “dire che sarebbe un angelo forse farebbe ridere”, per dirla con le stesse parole del santo amico dei giovani.

Relativamente agli angeli, don Bosco era solito ricordare ai ragazzi: “Fatevi buoni per dare allegrezza al vostro Angelo Custode”. Nello stesso tempo suggeriva loro: “In ogni afflizione e disgrazia, anche spirituale, ricorrete all’Angelo con piena fiducia ed esso vi aiuterà”. Un suggerimento semplice e comprensibile, che diventava per questo anche praticabile, come i moniti: “Ricordati che hai un Angelo, per custode, compagno e amico”, per cui “se vuoi piacere a Gesù e a Maria, obbedisci alle ispirazioni del tuo Angelo custode”. D’altra parte l’angelo custode rappresenta un aiuto nelle tentazioni, anche in virtù del “suo desiderio di aiutarti” soprattutto nei pericoli.

Così, tra i figli spirituali del santo sacerdote, “San Domenico Savio era convinto di avere sempre vicino il compagno celeste, ricorreva a lui con fiducia e ne riceveva favori e aiuti speciali”. Allo stesso modo, un altro dei giovani dell’oratorio poté sperimentare in prima persona tale potenza della tutela angelica. Un giorno, mentre lavorava come muratore al restauro di una casa, cadde dall’impalcatura insieme ad altri due coetanei. Uno purtroppo morì, l’altro finì in ospedale, egli invece rimase illeso proprio per aver invocato il proprio angelo custode che intervenne prontamente a sua protezione mentre precipitava a terra dall’alto.

Nel libricino Il divoto dell’Angelo Custode – che il volume di don Marcello ha il pregio di riportare in appendice in versione integrale – don Bosco condensa in dieci considerazioni fondamentali tale forma di devozione angelica. Muovendo dalla riflessione sulla bontà di Dio nel destinare agli uomini i Santi Angeli Custodi, egli ricorda che queste creature celesti li amano per riguardo a Gesù e Maria, manifestando tale amore attraverso una speciale assistenza quotidiana, e in particolare nel tempo della preghiera, nella tentazione, nelle tribolazioni, nell’ora della morte e confortando l’anima in Purgatorio. Insomma la tenerezza dell’angelo custode nei confronti di ogni peccatore è talmente grande da non abbandonarlo mai nel corso della vita. Perciò è opportuno che ciascuno lo preghi con animo grato con queste parole: “Tenerissimo Custode dell’anima mia, che di continuo specchiandovi ne’ Sacri Cuori di Gesù e di Maria, nuove fiamme traete d’amor divino; fate che il mio cuore per l’avvenire non pensi più che amare Voi, amar Gesù mio Redentore, amare Maria madre mia amantissima”.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

“Campioni del Rosario”. Eroi e storia di un’arma spirituale

“La gente, oggi, deve sapere che esiste un’arma in grado di combattere e vincere l’immoralità e il male. Fidatevi: ho toccato con mano quanto il Rosario possa contribuire alla conversione di un’anima”. Con la freschezza del convertito Donald H. Calloway racconta nel suo Campioni del Rosario. Eroi e storia di un’arma spirituale (D’Ettoris Editori, pp. 280), i prodigi operati dal Santo Rosario nella storia dei popoli e nella propria esistenza.

“Ricordo che mi infilai nella piccola cappella militare di Nostra Signora della Vittoria, presso la base navale di Norfolk, in Virginia. Ero agitato e tremante, pienamente consapevole di non essere in buoni rapporti con Dio”. L’autore, nato negli Stati Uniti nel 1972, ricorda così l’inizio della sua conversione avvenuta all’età di vent’anni, dopo un’adolescenza costellata di esperienze borderline e di periodi di detenzione. Donald entra in una chiesa e scorge alcune donne sgranare la corona, le quali lo invitano prontamente a unirsi alla loro preghiera. Da allora la sua devozione alla Vergine è sbocciata e maturata fino a divenire il carisma peculiare del suo stesso ministero di sacerdote della Congregazione dei Mariani dell’Immacolata Concezione.

“Il Rosario è un’arma spirituale, una spada celeste forgiata dalla mano di un Artefice divino. La lavorazione di una qualunque spada richiede molto tempo e molta abilità: per la fabbricazione di quella celeste c’è voluto un lavorio di secoli. Si tratta di un’arma diversa da tutte le altre. Infatti, ha il potere di uccidere draghi, di convertire i peccatori e di conquistare cuori. La lama è stata forgiata nel fuoco della parola vivente di Dio, il martello dell’ispirazione divina ne ha definito la sagoma e, una volta ultimata, è stata affidata alla Regina del Cielo e ai suoi eletti. Quando finalmente fu pronta per l’uso in battaglia, e l’Artefice divino ebbe stabilito che era giunto il momento di sfoderarla, la Regina del Cielo, la Beata Vergine Maria, la rivelò al mondo, scegliendosi un santo predicatore come cavaliere. Ella lo investì del potere della spada divina, incaricandolo di predicarla in lungo e in largo a chiunque avesse il desiderio di brandirla”.

Nel volume Calloway ripercorre la storia della forma di devozione mariana più diffusa e cara ai fedeli a partire dai suoi ‘antecedenti’, ossia dalle parole di saluto dell’arcangelo Gabriele e di Elisabetta alla Vergine che confluirono nella prima parte dell’Ave Maria, all’uso documentato fin dal III secolo di sgranare coroncine e cordicelle composte di piccoli nodi “per tenere il conto delle preghiere già proferite”, in specie “per adempiere a una penitenza o a un voto”. Certo le prime corone di ‘grani’ che venivano portate, come le spade dei cavalieri, alla cintola di religiosi e sacerdoti che parteciparono alla prima crociata (1096-1099) erano composte di Paternoster. Infatti fino all’Alto Medioevo chierici analfabeti e laici potevano sostituire la preghiera dei Salmi della liturgia delle ore in latino con la recita di altrettanti Padre nostro.

Con l’avvento di certosini e cistercensi e, grazie soprattutto al contributo di San Bernardo, crebbe la devozione mariana, per cui molti monaci cominciarono a “sviluppare un salterio dedicato a Maria che ricalcasse il breviario dei poveri, recitando centocinquanta Ave Maria al posto di centocinquanta Padre nostro. Nel giro di breve tempo, la preghiera fu intercalata da quindici Padre Nostro, che divisero le Ave Marie in quindici ‘decine’”. Ma non era ancora il Rosario.

Bisogna attendere l’apparizione della Vergine a Domenico di Guzman che, per sostenerlo nella lotta contro l’eresia albigese, si rivolse al frate con queste parole: «Non meravigliarti se finora hai ottenuto sì pochi frutti dalle tue fatiche: hai profuso le tue forze su un terreno arido non ancora irrigato dalla rugiada della grazia divina. Quando Dio decise di rinnovare la faccia della terra, Egli inviò la pioggia fertilizzante del saluto angelico. Tu predica dunque il mio Salterio». Il frate intuì che la recita dell’Ave Maria, unita alla contemplazione di alcuni dei principali misteri della vita di Cristo che gli suggerì la Vergine, potesse costituire “una diretta risposta agli errori diffusi dagli albigesi, perché tali misteri si concentravano sull’Incarnazione, sulla Passione e sul Trionfo glorioso del suo Divin Figlio”. Mettendo in pratica il suggerimento della Madonna, Domenico entrava così senza timore in ogni villaggio eretico e, per dirla con padre Lagrange, “predicava alcuni istanti su ognuno di questi quindici misteri, facendo poi recitare dieci Ave Maria. Dove non arrivavano le parole del predicatore, era la dolce preghiera dell’Ave Maria a instillarle nel profondo dei cuori”. Con San Domenico il salterio mariano, unito alla contemplazione dei misteri divini, assunse dunque una dimensione evangelizzatrice e apostolica nuova. Ecco perché egli è a buon diritto considerato il fondatore del Rosario, che però rimase noto al tempo come ‘salterio mariano’. Dietro il nome Rosarium si cela l’uso di omaggiare la Vergine con le rose nel mese di maggio e la crescente consapevolezza che ogni Ave Maria del salterio mariano sia una ‘rosa’ offerta alla Vergine, come testimonia l’“Ave, o Rosa” che si legge nell’incipit dell’Ave Maria de Il Salterio della Vergine Maria del benedettino Engelberto di Admont (1250-1331).

La diffusione del Rosario subisce una battuta d’arresto durante la peste e lo scisma del Trecento per essere poi rilanciata con il beato Alano della Rupe e la nascita della Confraternita del Rosario. È in effetti proprio la preghiera del Rosario ad assicurare il trionfo della Madonna della Vittoria e delle armate cristiane a Lepanto nel 1571 e nuovamente nel 1683 a Vienna. Ogni secolo ha poi i suoi santi e testimoni illustri del Rosario, da San Luigi Maria Grignion di Montfort a Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, dal beato Federico Ozanam a padre Massimiliano Kolbe. Ogni secolo miete i suoi martiri che, dalla Vandea al Messico, confermarono con il proprio sangue il loro amore al Figlio, pregando la Madre con il Rosario e mostrandone la corona pubblicamente senza timore né vergogna. ‘Il secolo di Maria’, quello che si estende dalle apparizioni di Rue du Bac nel 1830 a Caterina Labourè all’Anno Mariano del 1954, vede la Vergine manifestarsi nei più disparati luoghi della terra spesso proprio con una corona tra le mani, per invitare i fedeli a recitare il Rosario in specie per la conversione dei peccatori. Il Rosario diventa dunque centrale anche nel magistero dei Papi; basti pensare che Leone XIII dedicò undici encicliche a tale forma di devozione.

Di qui la scelta di padre Calloway, attraverso due brevi appendici al suo volume, di offrire anche alcuni preziosi suggerimenti su come e perché pregare il Santo Rosario, la “catena dolce che ci rannoda a Dio”, per dirla con il Beato Bartolo Longo, e che riconduce ogni figlio al Figlio tramite l’abbraccio e le cure amorevoli della più tenera fra le madri.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana