San Giuseppe Moscati, uomo di scienza e di carità

«Medico, scienziato e benefattore dell’umanità, primario dell’Ospedale degli Incurabili di Napoli. Giuseppe Moscati fu sempre orientato a Dio e al bene supremo dell’essere umano. Sin dall’inizio della sua carriera fu considerato un medico controcorrente nell’ambiente sanitario del suo tempo, così pervaso di positivismo scientifico e di idealismo filosofico. Ogni mattina, prima di recarsi in ospedale, si alzava presto per visitare gratuitamente a domicilio la povera gente. Nel suo studio privato, come onorario, vi era un cestino con la scritta: “Chi può, metta qualcosa. Chi ha bisogno, prenda”. Medico eccellente e caritatevole, insigne ricercatore e docente, uomo di grande dirittura morale e di fede profonda, giunse alla santità incarnando nell’ordinaria concretezza dell’esistenza quotidiana l’ideale del laico cristiano».

Così lo scrittore e medico Paolo Gulisano introduce la figura del santo medico nel suo volume Giuseppe Moscati (2022, pp. 167), che inaugura la nuova meritoria collana Un santo per amico delle Edizioni Ares.

Nato a Benevento nel 1880 da una famiglia molto devota, settimo di nove figli, Moscati è uno studente brillante, si laurea col massimo dei voti. Gli viene affidato l’incarico di libero docente di chimica fisiologica, ma egli preferisce le corsie dell’ospedale e la prossimità ai pazienti alla carriera accademica, facendo della «professione una palestra dell’apostolato». La morte della madre a causa del diabete lo spinge a cercarne una cura con ogni sforzo intellettuale, per cui è il primo medico a sperimentare con successo l’insulina.

Moscati non è uno ‘scapolo’, ma prende «la fermissima decisione di custodire la sua purezza», per cui «vive il suo celibato come una scelta di dedizione totale alla missione di medico». «Moscati ha un metodo, una via: l’ospedale è a misura d’uomo quando chi vi lavora rende visibile e credibile la motivazione profonda che guida i suoi gesti, secondo una scienza animata dal desiderio di aiuto, in autentico spirito di servizio, senza trascurare il fatto che il primo essenziale soccorso umano è quello che aiuta il malato a vivere con dignità la propria malattia e la propria cura».

Con l’eruzione del Vesuvio del 1906 si preoccupa in prima persona delle operazioni di evacuazione e d’assistenza degli ammalati nella succursale dell’ospedale a Torre del Greco, il cui tetto sarebbe crollato a breve. Quando scoppia l’epidemia di colera nel 1911 anche a Napoli, Moscati non ha timore «di entrare nelle case dei malati ad alleviare specialmente le sofferenze dei poveri, che gli stanno tanto a cuore quali immagini vive e toccanti di Cristo sofferente».

Durante le visite più delicate lo si sente invocare: «Cuore di Gesù, soccorrete i medici». Quando prega l’Ave Maria, invece, pensa per ogni espressione che la compone a un’immagine diversa della Vergine, da quella di Pompei quando ripete ‘Dominus tecum’ a quella di Lourdes per l’‘Ora pro nobis peccatoribus’. Nutre anche una devozione profonda per san Giuseppe, san Ciro, san Francesco d’Assisi, san Michele Arcangelo e il suo Angelo Custode.

Scienziato umile e acuto, ha il merito di aver intuito l’importanza del metabolismo dei polisaccaridi per la terapia diabetica. Significativi sono poi i suoi studi sulla biochimica della placenta, il cui contributo viene riconosciuto anche oltreoceano. Quando c’è da prender posizione, relativamente al dibattito sull’eugenetica, scrive con fermezza: «Il movimento moderno sull’eugenetica, partito da una concezione altissima, quella di proteggere la razza umana dalla decadenza, propone per conseguire questo fine, mezzi di cui alcuni appaiono lesivi della libertà umana, o dell’etica della vita, o antifisiologici. Non è senza molto scetticismo che si apprendono tali proposte, per eliminare i deboli. Sono mezzi antiumani. I cosiddetti cromosomi sanno aggrupparsi meglio di quanto non ingiungano loro gli eugenisti».

 Nel campo della diagnostica non c’è nessuno che lo eguagli: «Sembra che in questa sua spiccatissima facoltà di individuare con esattezza la presenza e l’evoluzione di una malattia, ci sia qualcosa di soprannaturale. Con un semplice sguardo, con una leggera palpazione effettuata tenendo l’occhio rivolto al cielo come per esserne ispirato, con una auscultazione, egli entra in possesso degli elementi necessari per formulare le diagnosi più difficili». Il decorso della malattia gli dà in effetti sempre ragione. Egli ha anche il carisma di leggere interiormente gli spiriti; accanto alle medicine per la terapia invita alla preghiera e ai sacramenti, in particolare quanti sono lontani da una partecipazione assidua, poiché lo ritiene indispensabile tanto per la fortezza nella prova quanto per chiedere e ottenere la guarigione.

Moscati ha trentacinque anni quando scoppia la Grande Guerra. Primario all’Ospedale degli Incurabili, è pronto con la sua carità operosa a lenire le ferite del corpo e dell’anima di tanti giovani che arrivano dalla trincea nel reparto militare di cui assume la direzione. Egli è pronto a fronteggiare anche l’epidemia di spagnola che comincia a dilagare.

Io posso tutto in Colui che mi conforta’, replica parafrasando San Paolo a quanti constatano il suo eccessivo affaticarsi. Il beato Bartolo Longo, promotore della costruzione del Santuario di Pompei per la sua devozione al Rosario, è un suo paziente e Moscati gli è accanto nel giorno della morte.

Moscati sa consolare, difatti «le famiglie che richiedono le sue prestazioni mediche sanno che con esse arriva anche il bene del conforto cristiano». Il 12 aprile 1927 Moscati, mentre è nel suo studio, alle tre del pomeriggio si sente male, si accascia sulla poltrona e muore. I poveri in studio, appresa la notizia, esclamano: “O Gesù! E ora, come faremo?”. Nel rendere omaggio alla sua salma, l’arcivescovo di Napoli, il cardinale Asclesi esclama: «Il professore non apparteneva a voi, ma alla Chiesa. Non quelli di cui ha sanato i corpi, ma quelli che ha salvato nell’anima, gli sono andati incontro quando è salito lassù». Canonizzato nel 1987, ha vissuto una ‘beatitudine’ di cui egli stesso ha scritto: «Beati noi medici tanto spesso incapaci ad allontanare una malattia, beati noi se ci ricordiamo che oltre i corpi abbiamo di fronte delle anime immortali, per le quali urge il precetto evangelico di amarle come noi stesse».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Alle radici di una storia, Cristo spiegato da don Gius

«Il Verbo si è fatto carne. La mia vita fin da giovanissimo è stata letteralmente investita da questo: sia come memoria che persistentemente percuoteva il mio pensiero, sia come stimolo a una rivalutazione della banalità quotidiana. Tutto ciò che era bello, attraente, affascinante, fin come possibilità, trovava in quel messaggio la sua ragion d’essere, come certezza di presenza e come speranza mobilitatrice che tutto faceva abbracciare».

 Scrive così ai giovani don Luigi Giussani in uno dei suoi scritti fondamentali ora raccolti in Alle radici di una storia (Rizzoli 2022, pp. 320) che ripercorre il percorso umano e spirituale del santo sacerdote di Desio nel centenario della nascita. Una fede ‘incarnata’ quale accadimento ed esperienza del Mistero per una conoscenza più profonda della realtà, di se stessi e degli altri; la cultura dell’incontro e, in special modo, l’educazione dei giovani, sono solo alcuni dei temi pregnanti di questa ricca antologia di pagine scelte.

«Iniziamo a giudicare: è l’inizio della liberazione», osserva ancora il ‘Gius’, additando un metodo preciso per indagare la realtà mediante una ragione aperta al Mistero che non pretenda di esserne invece la misura e il criterio ultimo. Una ragione che non esclude il sentimento, appassionata e umile «coscienza del senso e corrispondenza con la realtà», riconosce infatti che «questa è la grandezza dell’uomo: la parola ‘felicità’ può essere pronunciata, sentita, vissuta solo dall’io». Tale esigenza di felicità è la vera mancanza, il grido autentico del cuore di ogni uomo inteso come inesauribile tensione alla quale soltanto Cristo può rispondere pienamente. «Il cristianesimo è un ‘fatto’», l’avvenimento di «un uomo che ha detto: “Io sono la salvezza della tua vita. Io sono il significato della tua vita”».

D’altra parte se «la coscienza di sé fino in fondo percepisce al fondo di sé un Altro» è evidentemente Cristo tale Presenza con la passione per l’uomo. Allora la creatura, consapevole che non si dà l’essere da se stessa, si riscopre quale “Io-sono-Tu che mi fai”. Poi Gesù si lascia incontrare «dentro la compagnia di coloro che lo hanno udito e gli hanno detto ‘sì’, lo riconoscono e sono insieme perché c’è Lui». E in effetti, come sottolinea il sacerdote di Desio, «l’annuncio cristiano è: un uomo che, mangiando, camminando, consumando normalmente la sua esistenza di uomo ha detto: “Io sono il vostro destino”, “Io sono Colui di cui tutto il cosmo è fatto”».

 La cifra dell’amore di Cristo è la sua misericordia, definita da don Giussani «quale abbraccio ultimo del Mistero, contro cui l’uomo – anche il più lontano e il più perverso – non può opporre niente: può disertarlo, ma disertando se stesso e il proprio bene».

 Certo «non è compito di Gesù risolvere i vari problemi, ma richiamare alla posizione in cui l’uomo più correttamente può cercare di risolverli», ribadisce Giussani. Lo si può fare dunque in pratica amando la verità più di se stessi, più delle proprie idee e pregiudizi. Questa è la morale, secondo il fondatore di ‘Comunione e Liberazione’, una posizione netta e precisa di fronte al valore, ossia a ciò per cui vale la pena impegnarsi nella vita, che scaturisce però dal ‘sì’ alla Presenza, come il triplice di Pietro nell’incontro con il Risorto dopo il rinnegamento. Infatti «solo l’uomo che vive questa speranza in Cristo continua tutta la sua vita nell’ascesi, nello sforzo per il bene».

Don Luigi Giussani è stato anche un sapiente educatore di tante generazioni di giovani, consapevole che «educare significa aiutare l’animo dell’uomo a entrare nella totalità della realtà» e che «esser giovani vuol dire dire aver fiducia in uno scopo». Si tratta dunque di educare alla libertà, intesa quale «livello in cui la natura diventa capace di rapporto con l’infinito», «desiderio di felicità e di soddisfazione totale» per rimanere fedeli al proprio cuore. Perché, come sottolinea Papini, «l’uomo è libero solo di diventare ciò che nella sua originaria essenza era già: sete di felicità».

«La vita che non è vita, è dura!». Risponde così il Gius a Gisella Corsico che gli chiedeva come si sentisse durante il tempo della sofferenza e della prova. Egli custodisce sempre il suo cuore grato a Dio, nella lucida e fiduciosa consapevolezza maturata sin dagli anni del seminario che «ogni istante che trascorro in questa forzata inattività può essere un immenso atto d’amore che serva alla felicità dei miei fratelli uomini ed alla gloria del mio Amico Divino, più di quanto l’avrebbe potuto il mio esteriore ardore». Anche di tali semi, affacciandosi oggi dai granai del Cielo, Luigi Giussani può scorgere lieto e col cuore finalmente pieno copiosi frutti di vita eterna.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Nella Bibbia la mappa del tesoro della nostra vita

«La Bibbia è davvero la mappa del tesoro, una guida alla realtà, ma solo se la prendi sul serio, cioè se la metti alla prova. Perché il miracolo che succede quando la leggi, la rileggi e la impasti con la vita è che non sei più tu a leggere lei, ma è lei a leggere te». Così scrive Costanza Miriano nella sua ultima fatica Il libro che ci legge (Sonzogno 2022, pp. 160) dedicata alle grandi storie della Sacra Scrittura messe a fuoco nella loro perenne novità quali chiavi di lettura per vivere ogni circostanza della propria vita con lo sguardo di Dio.

«L’ostacolo principale a tale prospettiva è rappresentato dalla presunzione che io so bene come deve andare la mia vita, e vorrei che Dio mi assecondasse, seguendo le mie indicazioni. Per cercarlo e trovarlo, dunque, serve una decisione libera. E serve la disponibilità a fare piazza pulita di tutte le nostre idee di Dio (quello con cui fare i baratti, quello che giudica, quello che premia i buoni e mena i cattivi eccetera». Il presupposto di un dialogo autentico con la Parola viva è sicuramente la disponibilità a mettersi in discussione e ad ascoltare.

Perciò «“ascolta, Israele”. Sta’ contento che ho scelto di parlare proprio a te: ti sto offrendo di essere il mio popolo. La prima cosa da fare, dunque, è togliere il comando a sogni, fantasie, emozioni e sentimenti; combattere innanzitutto per usare la ragione, e poi per lasciare che sulla ragione trionfi la fede, che le è superiore e mai in contrasto».  Il cristiano infatti è colui che fa spazio a Dio e così diventa più fedele a se stesso.

Di qui si può riscoprire che «la storia dell’Esodo potrebbe avere qualcosa a che fare anche con il tuo, il nostro soffrire; magari ha qualcosa da dire su una quotidianità fatta di fatica, di incomprensioni: parla della moglie che rompe sempre, dei genitori o dei fi­gli che non ci capiscono, del lavoro che è (o sembra) arido e senza prospettiva; parla di quando abbiamo pochi soldi o ci sentiamo poco amati, di quando non proviamo neppure più a cambiare – oppure ci proviamo ma, nonostante tutta la buona volontà, non ci riusciamo – e nulla muta in noi o nella nostra situazione.  Circostanze ripetitive e invariabili, esattamente come quelle degli ebrei che, anno dopo anno, impastavano il fango per il faraone per una paga da fame».

Il cammino di liberazione che Dio propone mediante Mosè al suo popolo è anche paradigma di una storia di conversione di coppia. Qui il suggerimento che la Miriano offre all’uomo in crisi matrimoniale è che «se stai così male, devi cambiare tu. Cambiare il tuo cervello. Attraversare il deserto. Partire come il popolo di Israele e lasciare il faraone – che è la tua voce interiore che parla contro il tuo matrimonio, a favore del tuo egoismo». E ancora, l’autrice fa notare con acutezza che «la storia, fatta di un viaggio rischioso, notturno, scomodo, ignoto, non c’entra niente con le nostre rassicuranti pratiche religiose, che spesso vanno solo a confortare le nostre nevrosi e ci confermano, inducendoci a rimanere esattamente dove siamo. C’entra invece con lo scomodarsi, con il mettere in discussione i sentimenti, le decisioni, le emozioni, le abitudini. Ci dice che Dio lo incontri se ti metti in cammino».

C’è poi Giuditta che «ci insegna come affrontare il nemico», senza dialogare, o peggio, scendere a compromessi col male, ma tagliandogli subito la testa, procedendo nel modo seguente: «Non ascoltare le tue fanta­sie. Il nemico cinge l’assedio: chiudi le porte e preparati a resistere. Così fanno gli abitanti di una piccola città, Betulia: co­minciano a prepararsi alla guerra, costruiscono fortificazio­ni, bloccano i valichi (a proposito, lo sai che l’iPhone ha la funzione «blocca contatto»?)». Di qui l’invito della Miriano a ripercorrere la propria personale storia di salvezza con cuore grato a Dio: «Ognuno sa cosa significhi, per la propria vita, dare il co­mando a Dio. Le simpatie e le antipatie, i desideri: tutto viene vagliato e consegnato a Dio nella preghiera, perché ci faccia il miracolo di riuscire ad amare».

La vicenda di Rut propone un interessante rimedio al delirio d’onnipotenza che spesso ci contraddistingue, ossia la consapevolezza che «della tua storia decidi pochissimo, però puoi decidere la cosa più importante di tutte: come stare nel posto che ti è dato, a partire dai dati di realtà, senza concederti di pensa­re come sarebbe stato bello e diverso se». Anche perché la fede autentica è quella per cui «se tu ti fidi di Dio, sco­pri che quello che ti viene dato è il meglio per te». Così «Rut finalmente avrà figli. E non figli qualsiasi: genererà Obed, padre di Iesse e nonno del re Davide, an­tenato di Gesù. Da questa obbedienza alla realtà è venuto tanto, tantissimo bene. Il bene massimo, che però è anche la felicità delle persone singole: nella storia di Dio c’è sempre e solo bene, nonostante a volte sia parec­chio travestito». Vedova di Chilion (‘sfinito’), avrà come marito Booz (‘potente’). E in effetti «il nostro amore, ogni amore, ha bisogno di essere gua­rito di continuo, senza posa, progressivamente. Quando tu guarirai il tuo modo di amare, tuo ma­rito guarirà il suo: siamo noi donne che generiamo l’uomo, sempre, ogni giorno».

La storia di Salomone insegna ad imparare cosa chiedere a Dio e a lasciarsi fare da Lui, proprio come «i santi, che sono quelli che cambiano, mentre noi di solito ci difendiamo dal cambiamento, proviamo a rimanere come siamo: abbiamo paura di perdere qualcosa, se allentiamo il controllo sulla nostra vita». Dalla vicenda di Giuseppe venduto dai fratelli si impara a chiedere la grazia di riuscire a perdonare gli altri e fare pace con la propria storia; da Tobia e Sara a diventare coppia secondo il cuore di Dio; da Rebecca a trovare un fidanzato riconoscendo la ‘situazione pozzo’ per entrare in una relazione senza difese.

Insomma il volume di Costanza Miriano ridesta il desiderio di prendere in mano la Sacra Scrittura per lasciarsi leggere dalla Parola, «criterio di verità su di noi, mettendo una croce sul cuore», nella consapevolezza che «Dio ha saputo creare una storia stre­pitosa, la storia della salvezza, da persone che sembravano perdute – tanto per ricordarci chi è che fa le cose». E Dio «esagera col bene: se noi ci attacchiamo come cozze alla sua Parola, ci ricopre di regali».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

L’umorismo di Gesù spiegato da Berger

«L’umorismo di Gesù è il padre di tutta la sua sapienza; un mezzo eccellente per ritrovare la realtà nella sua verità». Così scrive Klaus Berger – uno dei maggiori esegeti di lingua tedesca del Nuovo Testamento morto nel 2020 e la cui poderosa opera Gesù  è stata anche raccomandata dallo stesso Benedetto XVI – nel volume Un cammello per la cruna di un ago? pubblicato recentemente da Queriniana (2022, pp. 223).

Gesù ha uno spiccato senso dello humour. Assurdità, provocazioni, contrasti, esagerazioni, contraddizioni, sproporzioni, scherno divengono strumento di critica profetica: se Gesù sbeffeggia, è perché si possa riconoscere la verità; se distorce le cose, è perché si impari a vedere bene; se inverte il grande col piccolo, è per indicare le giuste priorità. I vangeli apocrifi ci mostrano un Gesù che ride, ma soprattutto che induce il riso affinché i suoi interlocutori – siano essi scribi, farisei o gli stessi apostoli –  si liberino di tante sovrastrutture mentali vuote di senso.

«Il suo umorismo fa parte delle cose con cui egli evita la banalità e allo stesso tempo esige il massimo. Perché egli non aggiunge mai se sta esagerando o se si esprime in termini radicali, se vuole davvero intimorire o intende se stesso come un soccorritore». Di qui il piccolo diventa grande, in specie nelle ricadute dell’episodio dell’obolo della vedova o nella considerazione sullo sguardo lussurioso dell’uomo sulla donna.

«Molte parole piene di humour di Gesù presentano un modo di agire al quale ogni persona ragionevole risponderebbe con un ‘no’ o ‘nessuno’. Nessuno farebbe festa per un centesimo smarrito e poi ritrovato. Nessuno può semplicemente rinunciare a sorvegliare 99 pecore. Nessun cieco guida altri ciechi; nessun morto può seppellire altri morti; nessun cammello può passare per la cruna di un ago. Tale umorismo porta a essere consapevoli dei limiti delle forze e degli spazi di azione umani», sottolinea ancora l’esegeta tedesco.

Nel Vangelo c’è spazio per l’irrisione caustica di Gesù rispetto al modo di pregare dei pagani che credono di esser ascoltati a forza di parole e per la sproporzione relativamente al bicchier d’acqua dato sufficiente per raggiungere il cielo. Ci sono poi le provocazioni, tra le quali la prostituta lodata perché ha molto amato; la macina al collo e la lode dall’amministratore disonesto che non viene esortato a cambiare, per cui Gesù «manifesta la propria simpatia per il criminale». In queste occasioni il Maestro «induce i lettori/uditori a saltare insieme a lui al di là dei muri della morale, perché al di fuori delle rappresentazioni morali usuali si trovino soluzioni inconsuete ma non ‘criminali’».

Allo stesso modo la scena grottesca del passaggio del cammello per la cruna dell’ago allude in modo umoristico allo sforzo richiesto per passare attraverso la porta stretta del Regno. Come per la pagliuzza e la trave, la medesima logica grottesca è sottesa anche alla critica ai farisei di filtrare i moscerini e inghiottire cammelli, volta a evidenziare con la forza dell’immagine metaforica il loro atteggiamento di «perfezionismo nella ricerca degli errori e cecità di fronte ai grandi problemi».

 Relativamente al troncare un membro del proprio corpo in via preventiva, le affermazioni di Gesù paiono crudeli e irrealistiche, sebbene inoppugnabili sul piano logico, dal momento che è evidente che sia preferibile «un castigo nel tempo a un castigo eterno». In realtà si tratta di una logica che intende provocare la reazione degli interlocutori come quando, additato di essere un mangione e beone, Gesù assume nel proprio discorso il giudizio che altri hanno espresso su di lui.

La moltiplicazione dei pani e dei pesci e il miracolo alle nozze di Cana evidenziano che «l’umorismo di Gesù è anche in sintonia col modo di donare proprio di Dio». La sovrabbondanza al di là del bisogno libera infatti l’uomo dalla preoccupazione per il futuro ed è segno mirabile della paternità divina. Allo stesso modo, durante la pesca miracolosa, Gesù contraddice le regole stesse del mestiere, invitando a gettare le reti in mare in pieno giorno.

Nell’episodio del tale che si reca a mezzanotte dall’amico per chiedergli del pane, «l’umorismo di Dio consiste nel rimanere un amico fedele malgrado le richieste impertinenti che subisce». Muovendo dalla constatazione che «ad ambiti diversi della vita appartengono perle (ornamento e bellezza) e porci (stalla e impurità pagana)», l’accostamento delle perle ai porci esorta a dare a ciascuno ciò che gli si addice e che può tollerare.

L’umorismo di Gesù è funzionale al capovolgimento delle logiche di potere e della ragione umana – come osserva acutamente Berger – e dunque «una diretta emanazione della libertà di Gesù che riguarda la proprietà, la preoccupazione per il futuro, la famiglia e la morte». «Rispecchia l’esperienza della liberazione dalle cianfrusaglie insensate e dalle false rappresentazioni che sono loro collegate»; perciò è «strumento di critica profetica» e soprattutto «è connesso con la gioia, elemento religioso centrale, per cui si tratta di non impedire o ostacolare la gioia degli altri».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Quando non sai a che santo votarti

‘Qualunque mestiere facciate, qualsiasi problema abbiate, esiste il Santo a cui rivolgervi’. È questo il sottotitolo dell’ultimo lavoro del nostro Rino Cammilleri, Il Grande libro dei santi protettori (Ares 2022, pp. 687), un’opera poderosa sapientemente suddivisa secondo la tipologia dei santi patrocini: dalle malattie a matrimonio e maternità; dalle professioni, arti, mestieri e vocazioni a ‘guai vari’.

«I santi sono persone che hanno preso sul serio le parole di Cristo. I Santi, grazie al Cielo, sono tantissimi, e il buon senso popolare li ha ‘specializzati’, ciascuno in grazie particolari. Vuoi trovare una cosa smarrita? Rivolgiti a sant’Antonio da Padova. Sì, qualunque Santo può fare lo stesso, ma con lui fai prima. Ti si è ammalato il maiale? C’è l’altro Antonio, l’abate». E in effetti, come testimonia l’insistenza quasi impertinente della donna siro-cananea con Gesù rispetto alle briciole date in pasto ai cagnolini, «anche la sfacciataggine e la sfrontatezza diventano ‘sante’ se rivolte, per uno scopo buono, a chi di dovere».

Tra le fila dei ‘santi protettori della salute’ vi sono anche due grandi luminari della scienza medica del secolo scorso, Riccardo Pampuri e Giuseppe Moscati, cui è bene chiedere l’intercessione per la guarigione fisica propria o altrui e la protezione da ogni malattia. Cosma e Damiano, che esercitarono la professione medica senza compenso, intercedono per la guarigione dei calcoli renali: a Costantinopoli, nella basilica loro dedicata, i malati si addormentavano e venivano da loro guariti durante il sonno secondo il fenomeno dell’‘incubazione’. Lucia è considerata la giovane martire siracusana protettrice della vista, anche se in realtà il motivo della sua intercessione può essere ascritto a diversi fattori parimenti plausibili: il nome «evocante la luce»; il fatto che forse fu anche accecata prima di subire il martirio o perché «fu lei stessa a strapparsi gli occhi, bellissimi, perché il suo ex fidanzato cessasse di perseguitarla».

San Bartolomeo, ossia l’apostolo di Gesù che si chiamava Natanaele e secondo la tradizione fu scuoiato vivo, «è invocato da tutti coloro che lavorano le pelli; e anche contro le convulsioni, le crisi spasmodiche e le malattie nervose». Per la trasverberazione, ossia il fenomeno per cui «un angelo le trafiggeva il cuore con un dardo di fuoco, nello stesso punto in cui Cristo fu colpito dalla lancia», Santa Teresa d’Avila protegge dai malanni del cuore.

Invocato per la protezione da numerose malattie, dati gli innumerevoli prodigi che compì ancora in vita, compresa la rianimazione di un catecumeno morto e di uno schiavo impiccato, san Martino di Tours è celebre non solo per il ritorno di un po’ di tepore nell’estate novembrina che porta il suo nome, ma anche perché «nel suo giorno si beveva il vino nuovo (‘vino di san Martino’), cominciava l’anno giudiziario, dei Parlamenti e delle scuole, si svolgevano le elezioni municipali, si rinnovavano i contratti e si pagavano le locazioni. L’olio delle lampade della sua tomba era portato via dai pellegrini perché guariva i malati. È invocato per moltissime intercessioni. La sua famosa cappa fu custodita in un luogo che prese appunto il nome di ‘cappella’; il primo ad averne l’onore fu Ugo, detto perciò ‘Capeto’, fondatore della monarchia francese».

Oltre San Giuseppe e l’arcangelo Michele, anche san Benedetto è patrono della ‘buona morte’, in quanto «si fece reggere le braccia dai discepoli per l’ultima preghiera, poi spirò in estasi». Lo stesso dicasi per Sant’Anna, la quale è onorata da «madri di famiglia, donne desiderose di prole, ricamatrici, lavandaie, ma anche orefici, ebanisti, falegnami, minatori. Pure i palafrenieri pontifici l’avevano a patrona. La cosiddetta ‘acqua di sant’Anna’ curava le febbri e gli ossessi. È sempre rappresentata con un manto verde, colore della speranza che germoglia».

San Pietro d’Alcantara, padre spirituale di Teresa d’Avila, «con pioggia o sole, non si copriva mai la testa col cappuccio del rozzo saio che indossava sul corpo nudo. Mangiava solo ogni tre giorni e parlava solo se interrogato…per questo è intercessore contro le febbri maligne». Il franco san Leonardo di Nobiliacum è invece patrono degli obesi soltanto per l’aspetto assunto in alcune delle sue icone in cui viene rappresentato «piuttosto paffuto».

Per la salute dei polmoni e contro il contagio in tempo di pandemia si può invocare, oltre san Rocco, il patrono dei giovani san Luigi Gonzaga il quale, oltre a soffrire di polmonite, morì proprio per la carità operosa verso gli appestati. Contro il mal di testa c’è Santa Bibiana, martire sotto Giuliano l’Apostata, poiché «l’erba del giardino della chiesa sorta sulla sua tomba veniva essiccata e utilizzata come infuso contro le malattie, specialmente i mal di testa».

Le donne desiderose di aver figli possono invocare i santi Francesco di Paola e Rita; quelle desiderose di averne molti santa Felicita, martire romana madre di sette figli. Quando nella coppia si fa strada una gelosia pericolosa, allora si può invocare santa Marciana di Albi, in quanto «un suo miracolo fece riconoscere la fedeltà di alcune gentildonne di Albi ingiustamente sospettate di adulterio dai mariti».

 Tra le fila dei santi protettori di arti, mestieri e professioni si ritrovano Giovanni il Battista, Marta, sorella di Lazzaro, e Zaccheo – capo dei pubblicani che si impegna a restituire quattro volte il maltolto dopo l’incontro con Gesù – quali patroni di albergatori e addetti alle mense. Matteo protegge guardie di finanza, ragionieri e statistici; Gabriele Arcangelo ambasciatori, corrieri, postini e addetti alle telecomunicazioni; Giuseppe d’Arimatea le onoranze funebri; Girolamo bibliotecari, librai e bibliofili; Carlo Borromeo e Roberto Bellarmino i catechisti. Tommaso apostolo è patrono dei periti; Lorenzo dei vigili del fuoco e dei rosticcieri e il buon ladrone – il primo santo ‘canonizzato’ da Cristo stesso – dei condannati a morte. Mattia apostolo e Benedetto di Hermillon intercedono invece per gli ingegneri. Quest’ultimo era un umile pastorello che, per assecondare il contenuto di una visione, si reca ad Avignone e riesce a convincere non il vescovo ma il podestà della bontà del progetto di costruire un ponte sul Rodano.

 Attraverso il volume di Cammilleri si riscopre la preziosità della comunione dei santi, di avere così tanti amici in Paradiso pronti a intercedere presso il Padre per ogni esigenza in vista del bene spirituale e fisico di ciascun fedele.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Fidarsi di Dio anche nel dolore. Il lascito di padre Emidio

«Il Vangelo ha la capacità di trasformare il nostro kaos in logos; il metodo di Gesù è parlare alle folle e fare discepoli». Questo era solito ripetere padre Emidio Alessandrini, la cui vita viene ripercorsa nel recente volume Con grande potenza (Edizioni Porziuncola 2022, pp. 152) a cura di Valerio Grimaldi, attraverso una raccolta di suoi scritti e una serie di testimonianze di chi lo ha conosciuto.

Il titolo dell’opera evoca il carisma di un uomo che ha preso Dio sul serio annunciandolo, come egli stesso amava ripetere, ‘con grande potenza’. Tra Assisi e Roma infatti frate Emidio accoglie e accompagna benevolmente quale ‘padre spirituale’ e confessore instancabile schiere di giovani e meno giovani a scoprire le radici della propria vocazione sacerdotale o sponsale alla luce della Parola «che si fa strada e domanda di essere accolta e vissuta», nella consapevolezza che «quando uno diventa cristiano sul serio cambia l’aria: pensa come Cristo, parla come Cristo, agisce come Cristo». Egli, come osserva acutamente padre Francesco Piloni nella prefazione al volume, «non dava soluzioni, consegnava semi».

Nato a Mentana, classe 1956, Emidio è un giovane studente di medicina quando all’Eremo delle Carceri abbraccia la vocazione nel carisma francescano, rispondendo sì alla chiamata del Signore che gli chiedeva di venire ad Assisi perché lì avrebbe ricevuto indicazioni sulla sua vita. Sacerdote dal 1985, consegue il dottorato in teologia morale. Attento alle radici speculativi dei ‘fenomeni mistici’, non disdegna nel contempo i lavori manuali, dalla raccolta di olive al giardinaggio e alla falegnameria. Si dedica però sostanzialmente al discernimento vocazionale di tante anime, in particolare di molte giovani coppie che accorrono a lui anche soltanto per un consiglio spirituale.

«La tua Parola, Signore, zittì chiacchiere mie», ricorda padre Alessandrini ai suoi ‘figli spirituali’ citando Rebora e ribadendo la centralità del Vangelo nella vita spirituale del cristiano. In occasione dei suoi trent’anni di sacerdozio, invita i fedeli a non riflettere sul mistero del male, perché «il male non ha spiegazioni; lo puoi portare con Cristo, ma non lo puoi spiegare» e a considerare che «non si può essere più buoni di Dio. È Lui a dirci come stanno le cose, poi si affrontano le varie esperienze». Nella stessa omelia il frate ricorda che quando capita una cosa ‘storta’ è spesso «Dio a volerci far fare un salto di qualità», ossia «il Signore pota chi fa il bene perché porti più frutto».

Un’esperienza, quella del dolore, che padre Emidio ha saputo trasfigurare nell’incontro con Cristo, secondo quanto egli stesso racconta: «Una volta ho sognato il Crocifisso della Sindone vivo e gli domandai cosa fosse tutto quel dolore che soffriva. “È il dolore di un bambino innocente. Lo vuoi portare tu?” mi chiese; e io: “Va bene”, e improvvisamente ho sentito una spada che mi trafiggeva l’anima, duecento battiti cardiaci per un’ora: ero certo che sarei morto. Ho capito allora cosa fosse l’anima: qualcosa che c’è, che esiste per sempre e prova dolori e gioie intense. Il dolore, fisico e spirituale, bisogna metterlo in conto perché non si può essere cristiani senza la sofferenza. Cambi quando il dolore nella tua vita ti trasforma. Il cristianesimo rende meravigliosi ed è allora che la gente vi cerca e vuole stare con voi senza neanche sapere il perché». E in effetti «sostituire alle nostre povere idee, spesso confuse e contraddittorie, il pensiero, l’agire e il soffrire di Gesù Cristo, trasforma la realtà».

Di qui egli esorta a vivere la Parola nella concretezza della vita ordinaria, chiedendo con insistenza al Padre il dono dello Spirito Santo, che invece «allontaniamo ogni volta che diciamo una malignità, una cattiveria o ci arrabbiamo». Il “porgi l’altra guancia” risulta allora come un invito del Signore a «evitare il broncio quotidiano»; a non prendersela con gli altri per ogni cosa imparando piuttosto a «donare, mettersi in gioco, consumarsi» per il prossimo sulle orme dei santi.

Persona poliedrica e creativa, di grande libertà di spirito e trasparenza interiore, con uno sguardo puro, bello e sereno e il dono di guardare dentro, padre Emidio si mostra sempre disponibile al telefono o di persona per suggerire come sbrogliare anche le situazioni più complesse. È anche un eccezionale comunicatore soprattutto dell’azione concreta di Dio nelle esperienze della vita (suo il conio del termine Dioincidenza), come quando durante un viaggio in India fu salvato da una febbre altissima di colera da una ragazza ex-tossicodipendente o dai passeggeri di un autobus mentre un giovane stava per accoltellarlo per rubargli il bel sitar che aveva comprato.

Tra le testimonianze riportate, la sorella Giovanna ricorda che suo fratello si mostrava sempre allegro e molto sensibile, utilizzava anche le barzellette come strumento di catechesi. Maestro nell’arte d’accompagnare – ricorda don Fabio Pieroni – desiderava che «ciascuno arrivasse a fare i propri passi» e perciò lo seguiva «con amore, attenzione, tenerezza, gratuità». Uomo di grande spessore intellettuale, di una ‘sapienza senza saccenza’, si è interessato non solo di filosofia e teologia, ma anche di psicologia, cinema e letteratura (da Guerre Stellari a Il Signore degli Anelli e con una biblioteca personale di 3000 volumi!), teatro e musica, fotografia. Un frate gioioso che salutava tutti così: «Che la Forza sia con te!». La sua carità operosa è testimoniata anche dal fatto che, quando acquistava libri, chiedeva che gli dessero il resto in monete da 50 centesimi per poterle dare ai poveri che incontrava.

«Al massimo suora in un convento di frati!», ha esclamato con ironia una volta a una giovane in discernimento, additandole una chiamata non alla vita di consacrata bensì a quella matrimoniale. Ribadiva sostanzialmente a coloro che incontrava, e continua a farlo oggi dal cielo, che «seguirLo ti conviene, conviene sempre!» e «quanto è bella la vita se ti fidi di Dio! Alla sera sei stanco ma Lui è intervenuto con te!».

Meditazioni per innamorarsi della propria vita

«Provo a pregare, ma non cambia niente. Non si può pretendere di vedere risultati come se si trattasse di un diritto che mi sono comprato attraverso una quantità sufficiente di orazioni e parole. Qual è allora il frutto che chiedo iniziando la mia preghiera? Il frutto è il mio rapporto con Dio, perché la preghiera non è un commercio ma una relazione, fatta di dono e di accoglienza del dono. Pregare significa coltivare la mia relazione con Dio, dedicargli tempo e dedicargli cuore».

Va dritto al cuore del tema della preghiera don Carlo De Marchi nel suo Fammi innamorare della mia vita (Ares 2022, pp. 160), un volume che raccoglie una serie di meditazioni rivedute e adattate a partire dai podcast «Meditazioni in tangenziale – per chi vuole pregare un po’ a partire dal Vangelo quando rimane imbottigliato sulla tangenziale». Come spiega il sacerdote milanese, l’atteggiamento adeguato della creatura che prega è quello della gratitudine verso il suo Creatore. C’è poi anche «una preghiera dolorosa che consiste nello stare accanto alla propria croce, amando la volontà di Dio; vuol dire saper dire sì alle persone e alle situazioni che il Signore ci pone accanto».

Nel solco del carisma di san Josemaría Escrivá de Balaguer, l’autore ricorda che la santità si raggiunge attraverso la realtà, il lavoro e la famiglia per portare «luce e affetto lì dove mi trovo già». Una santità che si dispiega nelle pieghe dell’ordinario, laddove «spesso tendiamo a pensare che la coerenza cristiana dipenda dalla decisione ben determinata di cambiare vita. Invece la mia fede, la mia relazione con Dio dipende dal lasciar fare a Lui, rispettando i suoi tempi, dall’accettare che Dio non cambia il mondo, non lo rimette in ordine con un colpo di bacchetta magica, ma è lì povero, un bambino che dipende dai suoi genitori, e anche la sua famiglia sembra appesa a un filo come spesso ci sentiamo e siamo anche noi».

Relativamente al tema del riposo, don De Marchi sottolinea che «siamo abituati a misurare il tempo in termini di efficienza, scadenze, ritardi e recuperi magari in extremis. Gesù invece amava riposarsi con i suoi amici e il Vangelo ci racconta che lo faceva abitualmente, per esempio a Betania, a casa di Marta, Maria e Lazzaro, e nell’Orto degli Ulivi, che prima di essere il teatro dell’agonia estrema del Signore è stato il luogo di tranquille serate trascorse in amicizia». Benedetto XVI lo ha detto chiaramente che «non perdiamo il nostro tempo libero se lo offriamo a Dio. Se Dio entra nel nostro tempo, tutto il tempo diventa più grande, più ampio, più ricco». Il tempo libero è in effetti proprio quello «in cui mi sento liber, cioè figlio che sa di trovarsi sotto lo sguardo affettuoso di suo Padre, e che quindi si sente a casa». Inoltre, «per aiutarci a trovare ristoro, cioè per alleggerire le nostre pesantezze, Gesù ci incoraggia a guardare nella nostra intimità», a non anestetizzare il cuore. Corriamo in effetti «il rischio di subire la nostra vita, che allora diventa un peso insopportabile, laddove possiamo prenderla, accoglierla con amore, come un dono, mettendo in gioco la nostra libertà».

Nell’affrontare il tema della morte, don De Marchi parte dal considerare come attualmente «di fronte alla morte due imperativi sembrano governare la nostra sensibilità: “Evitare di spaventare gli altri” e “Non essere invadenti”, violando la privacy dell’amico, della collega, del vicino di casa che sta vivendo un lutto», laddove al contrario «un balsamo necessario nel lutto è proprio la condivisione degli amici, che aiuta ad affrontare la tentazione di rinchiudersi e restare ammutoliti nel proprio dolore», oltre alla consapevolezza profonda che la dipartita di una persona cara non spezza la nostra comunione in Cristo.

Meditando sulla parabola del Padre misericordioso, lo stesso sacerdote si sofferma sulla sindrome del fratello maggiore, che «ricorda quell’hashtag ricorrente che ripete in modo deluso e disincantato #mainagioia: non funziona mai nulla, non me ne va bene una, e adesso ci mancava solo questa». Eppure il padre che esce a ‘supplicare’, «cioè mette tutto l’impegno necessario per far rientrare il figlio maggiore», rivela che «il Signore mi viene incontro, da vicino o da lontano, e cerca di farmi ‘entrare’, cioè mi aiuta a capire la realtà, ossia la verità su noi stessi». Insomma «riconciliarmi con Dio Padre mi riconcilia con me stesso e mi rende capace di riconciliazione sempre nuova con gli altri. C’è sempre qualcosa di nuovo da scoprire nella nostra vita, nel nostro cuore».

Nella meditazione su san Giuseppe, don De Marchi sottolinea come il padre putativo di Gesù sia «patrono di chi cerca di scoprire la volontà del Signore nella propria vita quotidiana, di chi vuole vedere la vita intera come vocazione, senza aspettare decisioni straordinarie che portano a lasciare tutto e, per esempio, andare a fare i missionari in terre lontane; di chi resta lì dov’è e cerca di fare tutto quello che è chiamato a fare con una luce vocazionale negli occhi». È in effetti in tale prospettiva che ci si può innamorare davvero della vita quale tempo per amare ed essere amati, per dirla con Papa Francesco, imparando a «vedere la vita ordinaria, quella in cui mi sto muovendo, con una luce nuova, col sorriso di chi scopre una cosa bella».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Pace interiore, il frutto della Spiritherapy di Chiara Amirante

C’è una ‘pandemia dell’anima’ di cui non ci son dati, una ‘malattia interiore pandemica’ il cui fattore dominante è l’ansia, per la quale «si moltiplicano i pensieri e gli stati d’animo negativi: paura, insicurezza, rab­bia, frustrazione, dolore, inquietudine, sfinimento, impotenza, solitudine». Lo sottolinea con forza Chiara Amirante nel volume La pace interiore (Piemme 2022, pp. 192), in cui propone una Spiritherapy, un percorso spirituale concreto articolato in diverse tappe per crescere nella conoscenza di sé e nell’arte di amare, per lasciarsi guarire il cuore e così ottenere in dono la pace.

Tale pace è un dono che Chiara ha imparato a custodire in prima persona anche in circostanze difficili e dolorose legate in particolare sia alle sue condizioni di salute sempre molto precarie, sia alle frequenti minacce di morte ricevute da persone accolte in comunità. Di qui Chiara «condivide alcuni suggerimenti che sono stati di grande aiuto per me e per tanti altri, per liberarci dal vortice dei pensieri negativi, vivere ogni attimo al meglio, supe­rare ansia, stress e paure condizionanti e trasformare sempre più velocemente gli stati d’animo negativi in positivi».

«Non temete! Si apriranno gli occhi dei ciechi!» (Is 35, 4-5). È questa la Parola che trafigge di luce le tenebre nell’anima di Chiara dopo la diagnosi infausta di uveite che l’avrebbe portata progressivamente alla completa cecità. E invece sorprendentemente, da «una brutta malattia, la scoperta di una pace che come per magia si contrappone agli allucinanti livelli di sofferenza raggiunti, poi il miracolo della guari­gione e l’inizio di una nuova avventura nel mondo della strada per ringraziare della straordinaria grazia ricevuta!».

Più che l’esperienza di guarigione fisica Chiara racconta ciò che sperimenta interiormente nella quotidianità, ossia «la scoperta che esiste una pace che è più forte della disperazione e che resiste anche quando la croce è talmente pesante che ci fa cadere a terra senza più alcuna forza per poterci rialzare». Tante le croci incontrate nelle pieghe dei volti di quel ‘popolo della notte’ al quale Chiara si dedica dal 1991, chiamata a infondere coraggio, fiducia e speranza ai tanti accolti nelle comunità di Nuovi Orizzonti per imparare a camminare su strade nuove.

Radicato nel vissuto esistenziale di Chiara, il programma di ‘spiritherapy’ intende scardinare «le tante abitudini disfunzionali che con­tinuano a generare malessere nella nostra vita», curando le ferite del cuore per far brillare quella scintilla divina che abita nell’anima di ciascuno e che è invito a una vita bella, gioiosa e piena, nella consapevolezza che «l’Amore è l’unico tesoro che più si dona agli altri senza aspet­tare niente in cambio, più si moltiplica». Si tratta di un percorso che richiede costanza, impegno e voglia di mettersi in discussione, ma anche il confronto in gruppi di condivisione per imparare con pazienza l’arte di dissodare il cuore da «ferite profonde, condizionamenti, vizi, dipendenze, ‘catene’ più o meno forti che sono di ostacolo e talvolta ci rendono inconsapevolmente ‘disabili’ nel dona­re e ricevere amore».

Se amare se stessi è il punto di partenza per poter amare gli altri, occorre allora anzitutto pacificarsi con il proprio ‘bambino ferito’, con la propria storia, cominciando con «l’acquisire consapevolezza di quale sia la vera causa del nostro stare male», tutt’altro che scontato, se si tiene presente che ci si riduce spesso a trovare qualche capro espiatorio o ‘anestetico’ al malessere senza individuarne le ragioni profonde. Attraverso ‘l’esercizio dello stop’ è possibile, per esempio, fermare il vortice di pensieri negativi di cui talvolta siamo in balia e aprirci a pensieri positivi, coltivando la gratitudine verso Dio, gli altri e la vita per tutti i doni ricevuti e valorizzando le persone che ci sono accanto.

Di qui si giunge alla consapevolezza che «la nostra felicità dipende soprattutto dal come noi decidiamo di vivere una determinata situazione, positiva o difficile che sia», imparando a vivere al meglio ogni cosa che la vita ci regala, senza vivere passivamente le situazioni e reagendo al male col bene. Si tratta di custodire lo stupore, posizionando la ‘telecamera interiore’ sul bicchiere mezzo pieno, nella consapevolezza che «in ogni evento c’è un regalo nascosto, un filo d’oro tutto da scoprire e che l’amore illumina la bellezza nascosta in ogni persona e situazione». Per migliorare lo stato d’animo occorre intervenire sui propri pensieri, trasformando le difficoltà in opportunità, riscoprendo la motivazione di fondo sottesa al nostro agire che, quanto più «sarà legata alla ricerca del Bene, tanto più potremo fare esperienza di quella pienezza di pace e di gioia che è un frutto proprio di chi cammina nello Spirito e cerca di rimanere sempre nell’Amore».

 

Per progredire in tale cammino è poi necessario liberarsi dai giudizi di condanna sugli altri e imparare a entrare in punta di piedi nelle loro storie e fragilità, cercando «la perla preziosa racchiusa nel cuore di ogni uomo»; liberarsi dall’ansia e dallo stress eccessivo anche mediante lo sport, la preghiera e la meditazione; focalizzare le proprie priorità per non lasciarsi travolgere dalle cose da fare e per stare nel ‘qui e ora’ alla luce della missione che Dio ci affida. Occorre lasciarsi alle spalle le paure condizionanti, come la paura di sbagliare, di non essere approvati, di deludere le aspettative altrui, e imparare l’arte di sdrammatizzare attraverso autoironia e un po’ di sano umorismo. Chiara smaschera anche il tentativo ingannevole di colmare la paura di soffrire con piccole gratificazioni: «La ricerca del piacere, quando non è accompagnata da una certa autodisciplina, dominio di sé, forza di volontà, maturità, senso del sacrificio, crea personalità dipendenti che cercano sempre nuo­ve modalità di fuga da ogni tipo di dolore».

Insomma in questo agile volume la fondatrice di Nuovi Orizzonti non dispensa semplicemente indicazioni teoriche per la guarigione della propria interiorità, ma offre esercizi pratici con domande-guida mirate per la riflessione, la preghiera del cuore e la meditazione personale, corredati da ‘parole di luce’ tratte dalla Parola per favorire nel cammino quotidiano di ciascuno un’autentica esperienza rivelatrice della pace di Cristo.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

La contemplazione di Dio nel silenzio dei chiostri

«Tutto il bene per l’uomo è conoscere e amore il suo Creatore», scrive San Bernardo. Perciò «la contemplazione non è un ‘giardino chiuso’, riservato a pochi iniziati, ma è il destino di ogni uomo che deve e può tendere all’unione con Dio, usando dei mezzi che Egli ci ha messi a disposizione in Gesù Cristo», come afferma il certosino Poisson nella premessa di Alla scuola del silenzio (Rubbettino, pp. 534), una corposa antologia di brani di autori monastici sulla contemplazione del mistero d’amore di Dio.

Salendo «la scala dei monaci, mediante la quale essi sono sollevati dalla terra al cielo, ossia lettura, meditazione, preghiera, contemplazione» – per dirla con Guigo II, priore della Certosa di Grenoble della fine del XII secolo –  il lettore contemporaneo può percorrere un proprio ‘itinerarium mentis in Deum’, dal momento che i brani proposti sono poi suddivisi proficuamente per ordine tematico.

Purificazione del cuore e umiltà sono le vie maestre per rimuovere l’ostacolo del peccato e favorire un graduale e fiducioso abbandono dell’anima alla volontà divina. Da San Bruno di Colonia a Guigo II; da Marguerite d’Oyngt a Nicolò Albergati; da Dionigi, Lanspergio e Le Masson a Pollien, Simoni e Guillerand sono in tanti a diffondere il carisma plurisecolare della spiritualità certosina.

I monaci ruminano costantemente la Parola di Dio. Lo evidenzia bene Guigo II nella sua Lettera sulla vita contemplativa, in cui sostiene che «la lettura cerca la dolcezza della vita beata, la meditazione la trova, la preghiera la chiede, la contemplazione la gusta».

 «Facile è la strada verso Dio perché si percorre liberandosi dai pesi», scrive Guigo. Si tratta di imparare a corrispondere generosamente a «quell’amore con cui fummo amati prima che fossimo che è la causa di tutti i nostri beni», come prosegue lo stesso priore di Certosa. Pollien, monaco certosino morto nel 1931, rileva invece che «Dio ci porta fra le sue braccia e l’amorosa tenerezza della Sua volontà è interamente dedicata alla mia santificazione. Egli non si accontenta di volere la mia santificazione, ma la compie» in forza della sua azione incessante d’amore. Allo stesso modo Guillerand assimila la carità divina a un sole, la cui luce «brilla, riscalda e feconda», per cui «non abbiamo che da aprire le finestre immense e si dona come un fiotto; il raggio penetra, illumina, mostra tutto sotto una luce nuova; è come un levarsi d’aurora; tutto si riveste di bellezza, tutto è ringiovanito e sembra rinascere». È l’esperienza profonda della vita spirituale quella descritta da quest’altro monaco certosino, il quale intuisce «che il Verbo di Dio, accolto da un’anima, riproduce in essa e per mezzo di essa ciò che fa nel seno del Padre e ciò che è venuto a fare tra di noi», ossia rivelare «che il fondo di tutto è l’Amore». Per custodire la grazia e la presenza dello Spirito in noi è necessario «pregare senza posa», in quanto «la vita in noi è come un fiore fragile».

 Tra i rimedi per combattere la tentazione, Dionigi il Certosino raccomanda infatti la «continua e fervida preghiera a Dio per ottenere soccorso» insieme al rivolgere altrove il proprio pensiero, ossia alle realtà spirituali che giovano alla salvezza eterna, e una «frequente e devota meditazione della Passione di Gesù Cristo». Rispetto all’anelito alla conversione, Laspergio lascia parlare il Signore: «Quando cadi in qualsiasi difetto, convertiti a me senza indugio, gemi ai miei piedi e appoggiati in me; rialzati in piedi, confidando nella mia potenza. Io desidero vedere soprattutto buona volontà. Niente vale tanto quanto la buona volontà». In questo modo – lo evidenzia Porion, un certosino morto nel 1987 – «le tentazioni saranno un trampolino per elevarmi verso Dio. Metterò sempre di più le mie facoltà e tutto il mio essere a disposizione di Dio; la sua voce parlerà sempre più chiaramente in me. La fede si fortificherà, la speranza diventerà più sicura, la carità più ardente».

Sull’importanza di coltivare il silenzio, San Bruno di Colonia, fondatore dell’ordine certosino, scrive che chi ne fa esperienza «acquista quello sguardo pieno di serenità che ferisce d’amore lo Sposo celeste, quell’occhio puro e luminoso che vede Dio. Qui Dio dona ai suoi atleti, per la fatica del combattimento, la ricompensa desiderata: la pace che il mondo non conosce e la gioia dello Spirito Santo». Nel silenzio germoglia la carità e «così il fervido amor di Dio eccita la mente amante, la muove e la solleva verso Dio, assieme ai suoi pensieri ed ai suoi affetti, e solo in lui si riposa, non trovando pace e riposo altrove», come sottolinea Dionigi il Certosino.

Gabriele Fulconis, certosino dell’Ottocento, scrive di Cristo che è il «mio sposo di sangue, dal momento che quest’unione gli è costata tutto il suo sangue. Egli è mio pastore, perché non solo mi conduce e mi difende, ma mi nutre anche con la sua stessa carne e il suo sangue. Egli è mio medico, poiché si è incarnato su questa terra per guarire tutti i miei mali. Ecco come in Gesù Cristo io ho ogni cosa, per Gesù devo raggiungere ogni cosa e a Gesù devo attribuire ogni cosa». Di qui «la Passione di Cristo ci forma alla pazienza, mentre la Resurrezione ci anima alla speranza, per mostrare in noi attraverso la sua persona due vite, una faticosa a cui dobbiamo far fronte, l’altra beata che dobbiamo sperare», come rileva Ludolfo di Sassonia nel Trecento. Relativamente a Maria, san Bruno evidenzia infine con finezza poetica: «Meritò che il Signore dal cielo guardasse la terra».

Tale antologia è dunque uno scrigno di perle preziose di profonda spiritualità certosina radicata nella Parola di Dio, ruminata nel silenzio e meditata nell’ascolto sapiente dello Spirito che abita nell’anima del monaco e in quella di ogni cristiano che custodisce la grazia del Padre.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

La libertà di Maria secondo il cardinale Comastri

«Nessuna epoca ha saputo meno della nostra che cosa sia la libertà». Parafrasando Heidegger, si potrebbe dire della libertà quello che lo stesso filosofo tedesco scriveva dell’uomo. Lo rileva il cardinale Angelo Comastri nel suo ultimo saggio Cos’è la libertà. Te lo dice Maria (San Paolo 2022, pp. 144). E in effetti il cardinale osserva come «oggi abbiamo aumentato gli spazi della libertà, ma abbiamo svuotato la libertà togliendole la sapienza che poteva e doveva guidarla e orientarla». Per cui la libertà appare come «una forza cieca che non vede un orizzonte e non ha una meta alta da raggiungere».

A tal proposito egli rievoca l’immagine del filosofo danese Kierkegaard di una nave finita nelle mani del cuoco di bordo che ripete al megafono cosa si mangerà domani senza indicare alcuna rotta. D’altra parte «la civiltà del consumismo non vuole gente capace di pensare; vuole soltanto consumatori, bocche che mangiano, corpi che cercano sensazioni fino allo stordimento». Di qui, «se lo scopo della vita sta tutto nell’esaudire i propri capricci, allora aspettiamoci un’epidemia di giovani crudeli e criminali», come testimoniano numerosi fatti di cronaca che vedono i ragazzi coinvolti in atti deplorevoli.

Ma il Creatore nella sua bontà non lascia la sua creatura in balia di se stessa. Così «chiama l’uomo alla collaborazione, anche se Dio può coinvolgere l’uomo, nella misura in cui l’uomo si presenta nella verità della sua povertà, della sua piccolezza, della sua umiltà». È avvenuto questo per tanti personaggi biblici, per Giacobbe, e in particolare per Maria. È lei «la testimone dell’Annunciazione che ha raccontato il fatto. Ascoltando il racconto, noi possiamo pertanto immaginare la voce di Maria che, con delicatezza, ci sussurra all’orecchio la sua storia perché diventi la nostra storia».

Di qui, attraverso una sapiente esegesi del racconto dell’annunciazione del vangelo di Luca, il cardinal Comastri ne coglie e medita anche gli aspetti più reconditi, tra i quali il fatto che l’arcangelo si rechi da Maria al sesto mese. Il numero sei allude in realtà al giorno di creazione dell’umanità; con l’annuncio dell’angelo «sta avvenendo una nuova creazione, cioè sta iniziando la salvezza». Una salvezza che Dio opera «bussando alla porta della libertà di Maria». Come per Maria così per noi, «la fede è la più grande ricchezza perché permette alla nostra libertà di costruire sulla roccia e non sulla sabbia».

Tale libertà genera gioia, la stessa che Maria manifesta anche nella visita a Elisabetta, e deriva dalla consapevolezza che «Dio ha posato lo sguardo sulla sua piccolezza, sulla sua umiltà». Una felicità, un gaudio e una grande pace interiore che sperimenta nella notte di Natale del 1886 lo scrittore Paul Claudel il quale, ateo, «sentendo il Magnificat, cadde in ginocchio e si ritrovò tra le braccia di Dio». La straordinarietà dell’ordinario assenso di Maria al disegno d’amore del Padre viene celebrato da Santa Teresa di Lisieux con queste parole: «Tu sei l’incomparabile Madre che va con loro per la strada comune per guidarli al Cielo».

Una strada stretta, quella della libertà vera, che ciascun uomo sulla scia di Maria è chiamato a percorrere e che non disdegna la china della fatica e della croce che ogni amore autentico richiede. «Maria capisce che la Passione e la Morte di Gesù sono un atto di amore: sono la risposta di Dio alla cattiveria umana, sono la riscossa di Dio, che aggredisce l’odio con la forza dell’Amore e del Perdono: perché l’Amore è la forza di Dio ed è la forza vincente! Maria ci crede e resta accanto alla Croce del Figlio: resta con la fede; la fede che le dà la certezza che Gesù Crocifisso non è uno sconfitto, ma è il vincitore del male ed è la mano tesa verso l’uomo per tirarlo fuori dal male e dalla cattiveria».

 La libertà di Maria è dunque la libertà di una fede umile che riconosce la bontà di Dio e perciò si abbandona fiduciosa al Padre in ogni circostanza lieta o dolorosa che sia. Infine la riflessione del cardinale Comastri si fa invocazione di intercessione perché dal luminoso esempio della Madre impariamo a essere figli veramente liberi come lei e suo Figlio: «O Maria, mettici negli occhi la luce di Dio e accompagnaci nel viaggio della vita, affinché i nostri passi siano semi che lasciano dovunque briciole di amore pronte a sbocciare in felicità vera e duratura».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana