Formare i giovani nella fede, sulle orme di San Giuseppe

Who is St. Joseph? è un libretto di preghiere, pensieri e aneddoti di spiritualità giuseppina che testimonia che il Santo Patriarca ha ispirato numerosi ordini religiosi nati anche all’estero proprio (e non è un caso) negli stessi anni in cui soprattutto in Piemonte operano le figure di numerosi ‘santi sociali’, tra cui Leonardo Murialdo, Felice Prinetti, Clemente Marchisio e Giuseppe Marello, i quali con zelo apostolico si impegnano a contrastare una diffusa cultura anticlericale e massonica restando saldi nella fede tenace del padre putativo di Gesù.

 Questo volumetto è stato scritto dal cardinale Herbert Vaughan (1832-1903), fondatore della Società Missionaria di San Giuseppe di Mill Hill in un sobborgo di Londra. Arcivescovo di Westmister, Vaughan inaugura in Tirolo, Germania e Belgio la sua congregazione al fine di reclutare missionari. Dietro suggerimento di papa Pio IX, nel 1871 si trasferisce con quattro missionari dall’Inghilterra negli Stati Uniti d’America per svolgere apostolato tra gli ex schiavi neri liberati dopo la guerra di secessione americana. Nel 1892, grazie alla preziosa collaborazione col sacerdote statunitense John Slattery (1851-1926), costituisce una nuova congregazione nel nome di San Giuseppe, quella dei missionari di San Giuseppe del Sacro Cuore, i quali si dedicano all’evangelizzazione delle comunità afroamericane e sono presenti dall’Alabama alla California, dalla Louisiana al Texas.

Anne-Marie Javouhey (1779-1851) arriva nella Guyana francese con le sue Suore di San Giuseppe di Cluny per servire i bambini più poveri e abbandonati, i malati nel corpo e di mente, per liberare le persone da ogni tipo di schiavitù morale o sociale perché siano rispettate nella loro dignità di figli di Dio. La spiritualità giuseppina di tali suore consiste nell’avere orecchie di discepolo, docili all’ascolto della Parola in unione intima e costante con il Padre proprio come San Giuseppe, per avere una visione chiara del mondo leggendo i segni dei tempi alla luce del Vangelo e così rispondere con coraggio alle sfide quotidiane, dando speranza soprattutto a tutti i ‘feriti dalla vita’.

 «Tutti voi che vi siete dedicati alla sacra opera dell’educazione, amate, amate i bambini. Ma c’è amore e amore. Parlo qui di amore vero, profondo e illuminato; amore pastorale e paterno; questo amore è tutto e tutto compie. In una parola, siate loro come dei padri e se, questo non basta, siate anche come delle madri. Dovete amare i figli e far sentire loro che li amate, non solo evitando ogni durezza ingiustificata e scoraggiante severità, ma curandoli con tenerezza e avendo per loro un affetto benedetto e cordiale, facendogli vedere che dedicate loro la vita, che siete felice di stare con loro». Questo scrive padre Costante Guillaume van Crombrugghe (1789-1965) ai suoi figli spirituali, i Giuseppini nel Belgio. Inizialmente chiamati a istruire ed educare alla fede i figli della borghesia ottocentesca delle Fiandre, si dedicano successivamente alle missioni anche tra i giovani più poveri in America Latina, Zaire e Camerun.

Le Suore di San Giuseppe del Messico e i Missionari di San Giuseppe del Messico sono stati invece fondati dal sacerdote spagnolo José María Vilaseca (1831-1910) in America Latina allo scopo di evangelizzare e formare soprattutto i più giovani. «Fai sempre e in tutto il meglio!», «Sii utilmente impegnato» e perciò «Avanti! Sempre avanti! San Giuseppe lo chiede», era solito affermare il fondatore. Egli si impegnò notevolmente nella diffusione del culto dell’‘Uomo del silenzio di Nazareth’. Scrive di lui: «Il divino Giuseppe è una creatura unica dinanzi a Dio. Fu divinamente predestinato al suo compito. Occupa nella mente dell’Altissimo un posto privilegiato. I suoi doni sono superiori a quelli di chiunque. Così che l’eloquenza umana non potrà mai descriverlo, né le belle immagini sacre ritrarlo come veramente Egli è, né gli impegni più alti potranno farcelo conoscere. Per questo i sapienti Gerson e Isolano affermano: “Tutto ciò che potrete pensare di bello su San Giuseppe non potrà mai eguagliare i suoi meriti”. Il suo corpo era bello e l’anima era ancor più splendente, l’intelligenza elevata, la volontà interamente inclinata al bene, il cuore era il cielo della grazia, il palazzo della virtù e il trono della verginità».

Anche i Fratelli Giuseppini del Rwanda (noti anche come Bayozefiti), presenti pure in Burundi e nella Repubblica Democratica del Congo e fondati dal vescovo francese Classe (1874-1945) missionario in Africa, si dedicano all’evangelizzazione dei giovani, alla preparazione dei catecumeni, alla formazione scolastica, all’uso del digitale e al lavoro manuale, in specie di falegname e muratore, nelle missioni in cui operano.

Alla luce di tali figure la priorità missionaria delle congregazioni della famiglia spirituale di San Giuseppe all’estero consiste nell’iniziare ed educare alla fede e ai sacramenti, ma anche nel formare attraverso lo studio e il lavoro soprattutto i giovani, in particolare nei contesti di profondo disagio sociale, culturale ed economico, sulle orme del loro santo patrono, il quale abbracciò con l’integrità della sua persona la missione di custode del fanciullo Gesù mettendo a frutto tutti i doni del Creatore.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

I carismi di san Giuseppe e i tanti ordini in suo onore

«Ognuno prende le proprie ispirazioni dal suo modello San Giuseppe che fu il primo sulla terra a curare gli interessi di Gesù, esso che ce lo custodì infante e lo protesse fanciullo e gli fu in luogo di padre nei primi trent’anni della sua vita qui in terra». Da questa consapevolezza del santo sacerdote torinese poi vescovo di Acqui Giuseppe Marello (1844-1895) nasce nel 1878 la nuova Compagnia di San Giuseppe, meglio nota col nome di Oblati di San Giuseppe.

Nascondimento, operosità e paternità spirituale nel solco del padre putativo di Gesù sono i tratti che contraddistinguono il nucleo di giovani a servizio di un orfanotrofio presso l’Opera Pia Michelerio; «certosini in casa e apostoli fuori casa», si impegnano a educare cristianamente i giovani nelle scuole e nei convitti e ad alleviare le sofferenze dei più poveri. Catechesi, attività scolastiche e oratoriali, discernimento vocazionale in centri d’accoglienza sono il cuore della carità operosa anche del ramo femminile della stessa congregazione, le Oblate di San Giuseppe, attive nell’apostolato in special modo in Brasile, Filippine, Perù e Nigeria.

«Tu che dopo la Vergine benedetta primo stringesti al seno il Redentore Gesù, sii il nostro esemplare nel nostro ministero che, come il tuo, è ministero di relazione intima col Divin Verbo». In una preghiera composta dal sacerdote torinese San Giuseppe è invocato quale modello per la vocazione sacerdotale, ma anche come patrono e intercessore per chiunque desideri coniugare sulle sue orme vita interiore e autentico zelo apostolico. Di qui il vescovo di Acqui lo invoca ancora con parole che lasciano trasparire grande fiducia nel suo celeste patrocinio: «Eccoci tutti per Te e Tu sii tutto per noi. Tu ci segni la via, ci sorreggi in ogni passo, ci conduci dove la Divina Provvidenza vuole che arriviamo, sia lungo o breve il cammino, piano o malagevole, si vegga o non si vegga per vista umana la meta. O in fretta o adagio noi con Te siamo sicuri di andar sempre bene». Consacrati e laici donano perciò docilmente e continuamente la propria volontà al Padre buono quale oblazione a Dio gradita nel carisma del Santo Patriarca perché, come scrive Marello, «ogni momento che passa è una nuova occasione che dobbiamo sfruttare e della quale ci tocca rispondere un giorno al cospetto di Dio».

«Il nostro santo». Viene chiamato così San Giuseppe dai Giuseppini di San Leonardo Murialdo (1828-1900). Sacerdote torinese come Marello, Murialdo manifesta una grande e sincera devozione per il padre putativo di Gesù. In diverse conferenze medita con sapienza teologica sulla sua figura: «San Giuseppe ha la missione di nascondere Gesù Cristo fino all’ora della sua manifestazione. Siccome oscurare la glora divina è maggior miracolo che manifestarla, l’onnipotenza e la sapienza di Dio non si manifestarono meno grandi in San Giuseppe che in tutti gli altri santi. La gloria di San Giuseppe brilla agli occhi di Dio e degli angeli in ragione della sua oscurità agli occhi degli uomini. Dotato di ogni virtù in grado più eminente, è stato sollevato all’altissima dignità di sposo della più gloriosa fra tutte le donne mortali, della quale fu custode, come di Gesù, il più ricco tesoro che c’è non solo sulla terra ma anche in cielo, dignità che lo rende oggetto di santa invidia da parte degli angeli. Assume per lui cuore e tenerezza di padre e diviene per lui per affetto ciò che non è per natura. Il cielo e la terra ubbidiscono a un cenno di Dio e Dio vuol ubbidire ad ogni cenno di Giuseppe; tutti gli uomini della terra invocano Dio col nome di Padre e il Figlio di Dio chiama Giuseppe con questo dolce nome. San Giuseppe è modello perfetto e protettore della vita interiore. La sua vita fu un’orazione e una contemplazione continua; le azioni esteriori non hanno mai interrotto il suo raccoglimento e la sua attenzione alla presenza di Dio. Giuseppe fu la Provvidenza di Gesù e di Maria. Gesù Cristo esaudisce i suoi servi, non esaudirà il suo padre putativo? Ci benedica il Signore e ci benedica il caro e venerato san Giuseppe nel quale, dopo Dio e Maria, noi mettiamo ogni nostra speranza».

Tale devozione profonda traspare anche nella scelta del nome della congregazione che fonda nel 1873, ancorata ai principi di «obbedienza pronta al volere del Padre in spirito di fede; scelta evangelica della vita povera, oscura, laboriosa di Gesù; spirito di famiglia vissuto nell’umiltà, nella carità e nell’accoglienza verso tutti, specie i più umili; impegno nella formazione dei giovani (a imitazione di san Giuseppe che educò il suo figlio Gesù)». Forte dell’esperienza maturata al Collegio degli Artigianelli di Torino, fonda la prima casa-famiglia d’Italia e considera l’educazione umana e  cristiana dei giovani, soprattutto la formazione professionale di quelli più poveri e svantaggiati, il cuore dell’apostolato della sua famiglia spirituale.

«Vi chiamerete Figlie di San Giuseppe, perché a imitazione di questo grande santo, dovete essere le custodi di Gesù Sacramentato conducendo una vita santa ad imitazione della Sacra Famiglia di Nazareth. Lì dovrete specchiarvi, cercando di praticare le virtù che si ritrovano in quella Santa Casa». Con queste parole un altro santo sociale piemontese dell’Ottocento, il Beato Clemente Marchisio (1833-1903), spiega le ragioni del nome dato alle sue figlie spirituali, le Figlie di San Giuseppe di Rivalba. Figlio di un umile calzolaio di Racconigi, padre Clemente fa costruire un asilo infantile e un laboratorio tessile per le ragazze, poi un’intuizione improvvisa: vuole che le suore si occupino di rendere degno tutto ciò che avviene sull’altare, poiché durante le missioni si rammarica che chiese e paramenti sacri siano di frequente indecorosi e indegni del Signore. Inizia così il lavoro delle suore di produzione delle ostie e del vino che diventeranno Corpo e Sangue di Gesù Cristo. «Questa volta il Signore ha finalmente voluto pensare a sé stesso!», commenta con ironia il papa Leone XIII rispetto al loro carisma. Di tale primato di Cristo nella vita consacrata Marchisio era profondamente consapevole, perciò ripeva spesso: «La Messa è la mia vita».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Ippolito e il cardinale Biffi spiegano l’Anticristo

«Gesù Cristo è leone a motivo della regalità e della gloria; l’Anticristo a motivo della tirannide e della violenza; re il Cristo e re terrestre l’Anticristo; il Salvatore si è mostrato come agnello, e anche lui si farà vedere come agnello, pur essendo dentro un lupo. Il Signore ha mandato gli apostoli a tutte le genti ed egli ugualmente manderà pseudo-apostoli». Se Cristo è la Verità, l’Anticristo è chiunque insegni ogni falsa dottrina.

 Queste parole sono riprese dal primo trattato sul diavolo scritto nel 200 da Ippolito di Roma, pubblicato recentemente in Cristo e l’Anticristo nella pregevole collana “I Talenti” delle Edizioni Studio Domenico e delle Edizioni San Clemente con testo greco a fronte a cura di Maria Benedetta Artioli, insieme a un’antica Omelia pasquale e a Due discorsi sull’Anticristo pungenti e ironici del cardinale Giacomo Biffi.

Dall’anticristologia dell’autore emerge a contrario anche la sua cristologia, nella misura in cui egli accosta sapientemente le figure di Cristo e del diavolo in parallelo, perché risalti ancor più che la scimmia di Dio è palesemente tutto ciò che il Messia non è. Secondo Ippolito l’Anticristo discenderebbe da una stirpe ebraica, quella del giudice e re tiranno Dan, in quanto nella Genesi si legge: «Sia Dan un serpente appiattato sulla strada, che morde il garretto del cavallo» (Gen 49, 17). L’esegesi biblica di questo passo, rispetto al quale Ippolito segue il suo maestro Ireneo di Leone, è però supportata sostanzialmente soltanto dal fatto che tale tribù non rientra nel novero di quelle salvate.

 La venuta di Cristo nella gloria determinerà la fine del regno dell’Anticristo il quale, presagendo la definitiva sconfitta, «esaltatosi nel suo cuore, comincia a innalzarsi e a glorificare se stesso come Dio, perseguitando i santi e bestemmiando il Cristo». Presentatosi «con le due corna simili a quelle di un agnello per farsi simile al Figlio di Dio», il principe dei demoni parla in realtà come un drago «perché è un seduttore e non parla con verità». Egli viene a «opprimere e scacciare dal mondo i servi di Dio perché non gli danno gloria»; promette di dare ai propri seguaci potere e regni terreni solo per essere adorato alla stregua del Creatore; «chiama a sé l’umanità volendo far suo ciò che gli è estraneo, annunciando a tutti una falsa redenzione, mentre non può salvare se stesso».

Tuttavia la «donna vestita di sole» (Ap 12, 1), figura della Chiesa, non se ne sta a guardare, e anche nel tempo della prova e della persecuzione «non cessa di generare dal suo cuore il Verbo», affinché ogni credente, come il Teofilo destinatario del trattato di Ippolito, possa vivere in comunione con Lui e «custodirsi irreprensibile davanti a Dio e agli uomini, fino a quando Cristo, risuscitati i santi, con essi si rallegrerà, glorificando il Padre».

Nell’Omelia pasquale, che ricalca nello schema un testo per la veglia della notte santa e ha come fonte uno scritto dello stesso Ippolito andato perduto, emerge il cuore della fede delle comunità dell’antichità cristiana. La Pasqua è accolta nel duplice e originario significato di «passione e passaggio»: come al tempo della Legge il popolo ebreo ha patito in Egitto le piaghe e la morte dei primogeniti prima di poter celebrare la Pasqua passando il Mar Rosso, così allo stesso modo è stato necessario che il Figlio di Dio patisse fino alla morte di croce perché il suo popolo santo passasse dalla morte alla vita nuova secondo la sua grazia. Il segno della vittoria del Risorto è la croce, celebrata quale albero per i cui «fiori fiorisco; dei suoi frutti godo pienamente, quei frutti che fin dal principio mi erano stati tenuti in serbo, li raccolgo liberamente; anche le sue foglie sono spirito di vita. È mio rifugio quando temo Dio, sostegno quando vacillo; quando lotto è il mio premio e, quando vinco, il mio trofeo». Essa è ancora magnificata quale «pianta immortale fissata tra cielo e terra, appoggio di tutte le cose, supporto dell’universo, fondamento di tutta la terra, vincolo cosmico che tiene insieme la multiforme natura umana, inchiodandola con i chiodi dello Spirito affinché, ora che è congiunta armoniosamente al divino, non possa più esserne sciolta».

Nel solco del lirismo poetico del preconio pasquale, l’autore contempla il mistero grande della salvezza: «O Pasqua, bagliore di fiaccolata nuova e fulgore delle torce verginali! È per te che non si spengono più le lampade delle anime, perché divinamente e spiritualmente il fuoco della grazia procurato dall’olio di Cristo, a tutti come torcia è trasmesso, nel corpo e nello spirito».

Commentando I tre dialoghi e il racconto dell’Anticristo di Solov’ëv di cui è un profondo conoscitore, il cardinale Giacomo Biffi ravvisa in appendice al volume nella figura del diavolo «un’ipostatizzazione della religiosità confusa e ambigua di questi nostri anni». In tale opera l’Anticristo si configura quale «convinto spiritualista, ammirevole filantropo, pacifista impegnato e solerte, vegetariano osservante, animalista determinato e convinto, eccellente ecumenista, senza un’ostilità di principio verso Cristo, ma censurandone la sua assoluta unicità» in nome di «un cristianesimo dei valori, del dialogo, delle aperture, che riduce la militanza di fede ad azione umanitaria e genericamente culturale». Si comprende allora chiaramente l’identità del nemico da combattere, il quale si arroga persino il merito «di aver purificato il messaggio cristiano da ciò che è inaccettabile all’uomo di oggi», mentre rimane per il cristiano il rischio di apostasia se «per amore di apertura al mondo e di buon vicinato con tutti, stempera quasi senza avvedersene il fatto salvifico nell’esaltazione di traguardi secondari».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

La spiritualità giuseppina del venerabile Prinetti

«Giuseppe è il custode dei misteri divini, il più nascosto dei Santi, unico nella grazia e nell’ufficio, il più vicino a Maria, l’ombra dell’Eterno Padre. E Giuseppe adorava con fede, umiltà ed amore; amore umile, amore tenero, amore paterno. Giuseppe prostrato ginocchioni, le braccia tese, gli occhi sfavillanti, il petto ansante per l’emozione contempla e adora». In queste parole, tratte dagli scritti del Venerabile Padre Felice Prinetti, è racchiuso il cuore della profonda devozione al Santo Patriarca del fondatore delle “Figlie di San Giuseppe di Genoni”, prima congregazione femminile interamente sarda.

Nato a Voghera il 14 maggio 1842, terzogenito di sei in una famiglia cattolica che dona tre sacerdoti alla Chiesa, Felice Prinetti si arruola nell’esercito piemontese, ingegnere e «capitano d’artiglieria decorato nella terza guerra d’indipendenza rinucia a prendere a cannonate il papa nel 1870 e ai roboanti proclami risorgimentali e ai lustrini dei salotti preferisce il silenzio raccolto della preghiera, al posto della distruzione in nome della patria sceglie il concreto aiuto al prossimo in nome di Dio» (R. Cammilleri, Ufficiale e sacerdote, San Paolo 20002). Accusato di bigottismo, di infangare la divisa facendosi sorprendere col Rosario tra le mani in processione, sceglie di abbandonarla. Suo fratello don Giacomo «aveva messo gli amici a pregare San Giuseppe» per la vocazione di Felice al sacerdozio.

Animato dal desidero di servire la chiesa con maggiore fedeltà, Felice entra negli Oblati di Maria Vergine. Il 20 settembre 1888, proprio nell’anniversario della Breccia di Porta Pia, grazie alla collaborazione con la signora Eugenia Montixi – una vedova pia che dopo la morte prematura della figlia decide di consacrarsi – fonda nel ‘sud del sud’ d’Italia le “Figlie di San Giuseppe di Genoni” (dal nome del paese della diocesi di Oristano, dove acquista una casa rilevando un’azienda agricola che diviene la Casa Madre dell’Istituto), al fine di contribuire principalmente, mediante il loro servizio, alla formazione dei futuri sacerdoti, imitando l’operosità nascosta e silenziosa del Santo Patriarca. Cominciano facendo con amore le pulizie in Seminario perché di questo vi è esigenza. D’altra parte hanno quale direttiva del proprio carisma il «preferire sempre, salva l’ubbidienza, gli uffici più bassi, nascosti, mortificati».

E probabilmente è proprio San Giuseppe a salvare la vita a don Prinetti. Un giorno d’estate di caldo asfissiante, Padre Felice siede sulla sua sedia dopo pranzo. Un giovanotto bussa alla porta chiedendo urgentemente di lui e, mentre corre verso l’uscio non scorgendo nessuno, crolla il soffitto della stanza dove era fino a un attimo prima.

In una lettera alla sue figlie spirituali Padre Prinetti scrive: «Io desidero che vi ricordiate che San Giuseppe è il vostro modello nel servire Gesù e Maria; egli li servì nel silenzio, nella preghiera, nel lavoro. San Giuseppe tace e vive oscuro e ignorato nella sua bottega. Ma era con Gesù e Maria! E viveva unito a Dio con la più continua preghiera e lavorava per insegnarci a fuggire l’ozio». Padre Prinetti ritiene che i gradi dell’amore di Dio siano tre: «Pensare a Lui, operare per Lui, soffrire per Lui. Il terzo comprende i primi due, e questo solo trasforma pienamente ad immagine di Gesù Cristo».

Egli invita perciò le suore ad avere San Giuseppe quale modello di riferimento per la propria vita interiore tra contemplazione amorosa e generoso servizio di Cristo nei fratelli: «Giuseppe! L’esercizio della sua autorità che altro è se non la pratica della sublime obbedienza? La sua anima piena di adorazione, scende negli abissi dell’umiltà, mentre la sua larga mano guida la tenera mano del giovinetto a qualche lavoro e il suo sguardo interiore lo mira risplendente di gloria e la sua fede lo riconosce e adora Onnipotente Creatore!». Di qui padre Prinetti le esorta: «Entrate nelle vie del Signore e vedrete che l’andare avanti non vi sarà grave». Le Figlie di San Giuseppe sono chiamate all’obbedienza quotidiana alla volontà del Padre, proprio come accade nella stessa Santa Famiglia, ove «si opera la salvezza del mondo» anche nello spirito di Giuseppe, ossia «nell’umiltà, nell’oscurità, nella solitudine, nella vita interiore». D’altra parte, scrive ancora il santo sacerdote, «il Regno di Gesù Cristo è tutto interiore: consiste nello escludere dall’anima ogni altro spirito e giudicare, amare, operare in conformità a Gesù», il quale «spazzava la casa, andava con la madre alla fonte ad attingere acqua, faticava nel duro mestiere del falegname, ripuliva le stoviglie, l’Onnipotente, Signore del creato».

E in effetti è bene che soprattutto un’anima consacrata a Dio coltivi tale fedeltà nel vivere con amore quanto le accade quotidianamente proprio come San Giuseppe, in quanto «con la perfezione delle piccole cose rendiamo un più profondo omaggio a Dio, perché si richiede motivo più puro, fede più viva. L’esiguità, la noncuranza degli uomini, l’apparente facilità ci lasciano soli dinanzi a Dio. La perfezione delle piccole cose costa di più, merita di più. Non c’è pericolo d’orgoglio, non vi è soddisfazione». Agendo in questo modo la grazia di giungere alla meta della santità è certa, nella misura in cui «facciamo con perfezione crescente i doveri comuni del nostro stato, impiegando i mezzi che ci sono dati», perché «la vita è bella quando è via al Cielo».

Con oltre trecento suore distribuite in sessantasei case tra Italia, Africa, India, Brasile e Argentina, il carisma di padre Felice Prinetti continua a vivere in ospedali, asili, scuole, collegi, case di riposo, istituti di assistenza al clero, frutto della carità operosa e silenziosa delle Figlie di San Giuseppe.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Il profeta Isaia nel commento di San Tommaso

I santi sono stelle, gigli e aquile. Come le stelle sono numerose nel cielo, ordinate nel loro moto e disposte circolarmente, differenti per grado di luminosità eppure intensamente splendide, così i santi godono in paradiso di una beatitudine assoluta e nel contempo proporzionata ai loro meriti. I santi sono assimilabili anche a dei gigli dallo stelo alto «per la costanza nelle tribolazioni», forti «per la linfa dello Spirito che scorre in loro» e col «profumo della buona fama». Cristo «li veste quanto ai doni delle virtù, tra di essi riposa compiaciuto e li raccoglie per i premi eterni». I santi nel cielo sono anche aquile che volano in alto e in modo veloce, per l’altezza della contemplazione e per la prontezza e operosità della loro carità. Aquile che cambiano il piumaggio, segno dell’impegno costante dei santi nell’autocorrezione; aquile maestose per la bellezza delle virtù e sollecite verso i piccoli come lo sono i santi nei confronti del prossimo.

Queste splendide similitudini sono alcune delle immagini contenute nel Commento a Isaia di San Tommaso d’Aquino, pubblicato recentemente nella pregevole collana “I Talenti” delle Edizioni Studio Domenico e delle Edizioni San Clemente con testo latino a fronte, grazie al paziente e accurato lavoro di traduzione di padre Giuseppe Barzaghi.

Quello Super Isaiam è di fatto il primo commento esegetico dell’Aquinate alla Sacra Scrittura.

L’expositio ad litteram, ossia il commento versetto per versetto del libro del grande profeta, è corredata da note ‘a margine’ essenziali che consentono di cogliere i molteplici dettagli delle immagini e similitudini proposte dall’autore sacro mentre lasciano trasparire l’animo speculativo e contemplativo dell’Angelico Dottore, il quale si sofferma volentieri su di esse perché i fedeli possano trarne linfa per la propria meditazione spirituale.

Le ricche similitudini presenti nel testo del profeta Isaia sono, secondo Tommaso, «belle e gradevoli e ci sono necessarie a causa della connaturale disposizione del senso alla ragione: per natura infatti la nostra ragione apprende dalle cose sensibili, per cui essa capisce in modo più chiaro le cose di cui vede una somiglianza nell’ordine sensibile». Tra gli elementi naturali, per esempio, l’acqua allude al «refrigerio della consolazione contro il caldo della tribolazione»; è immagine di benedizione e sapienza divina oltre che della purificazione battesimale; «risana chi è infermo, purifica chi è impuro, disseta l’assetato».

Relativamente ai peccati del popolo d’Israele e all’esigenza di una sua purificazione (cf. Is 1, 18), Tommaso sottolinea che non è sufficiente fuggire il male attraverso la «purificazione del passato», ma occorre evidentemente anche «la cautela rispetto al futuro», ossia è necessario che «il cuore non pensi il male e non dia compimento con le opere ai suoi pensieri», bensì «si adoperi nella sequela del bene e nel soccorso ai miseri».

Rispetto alla profezia dell’avvento di un virgulto dal tronco di Iesse (Is 11, 1), il Messia discendente dalla stirpe di Davide, Cristo è presentato come restauratore che manifesta un perfetto uso di tutti i doni dello Spirito Santo «secondo il modo più alto del loro esercizio, così come lo si avrà in paradiso» per i beati. La rettitudine del Signore nell’operare e nel giudicare dà luogo a una «sovrabbondanza di pace» e a un banchetto di grasse vivande preparato su di un monte (Is 25, 6), perché «lì Cristo ha patito e di lì sono pervenuti a noi tutti i beni».

Riguardo al tempo della promessa della consolazione per Israele, nel primo canto del Servo del Signore (Is 42), il profeta «mostra l’amore divino in base al figlio che ha promesso» e nel contempo la sua «equità e verità nel giudizio». Ciò comporta inesorabilmente «la caduta dei malvagi e la risurrezione dei buoni». Di qui egli invita il popolo a innalzare al Padre un canto di lode e ringraziamento per tale disegno di salvezza che, «in senso mistico, riguarda la conversione delle genti alla fede».

Tale mistero di salvezza ha la croce quale via privilegiata per attuarsi e comunicarsi agli uomini. Pertanto nei celebri canti del Servo sofferente emerge la «perfetta obbedienza» del Figlio che «indica la difesa già pronta», ossia la fiducia nel Padre rispetto a quanto lo attende nella sua passione (Is 50). Nello stesso tempo traspare «la sua umiltà quanto al nascondimento della sua maestà, rispetto all’abbondanza dei beni interni ed esterni» che restano celati lungo la salita dolorosa al Calvario del Cristo, per cui Egli non ha apparenza né bellezza, «nascosta a causa della debolezza assunta», per attirare gli sguardi degli astanti (Is 53, 2-3).

San Tommaso commenta dunque il libro del profeta Isaia mediante un’esegesi che collega sapientemente ogni versetto ad altri riferimenti scritturali, nella radicata consapevolezza che sostanzialmente solo la Parola può spiegare la Parola, sebbene sia necessario coniugare la conoscenza biblica con le argomentazioni razionali per favorirne un’interpretazione più feconda. Lo sottolinea egli stesso in una nota: «Le parole di Dio sono utili per rischiarare l’intelletto, per il dilettarsi dell’affetto, per suscitare l’amore, per dirigere l’azione, per conseguire la gloria e per istruire gli altri».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

I commenti al Vangelo di Benedetto XVI svelano la vita

«L’uomo è vivo finché attende, finché nel suo cuore è viva la speranza. E dalle sue attese l’uomo si riconosce: la nostra ‘statura’ morale e spirituale si può misurare da ciò che attendiamo, da ciò in cui speriamo». Così si esprime Benedetto XVI durante un Angelus nella prima domenica d’avvento, secondo quanto ripreso nei Commenti ai Vangeli del Pontefice emerito pubblicati di recente in un’ampia raccolta a cura di Mattia Pittau (Palumbi, pp. 622).

In tali commenti la Parola del Vangelo di ogni giorno e tempo dell’anno liturgico A, B e C – sia essa festiva, feriale, di una Memoria, Festa o Solennità – è accompagnata da una breve e profonda riflessione di Benedetto XVI, particolarmente feconda per la meditazione spirituale di ogni fedele che desidera custodire nel cuore e nella mente ogni parola di verità che esce dalla bocca del Signore. Si tratta di citazioni che riprendono stralci di omelie, di udienze generali, di discorsi pronunciati in diverse occasioni, nelle quali «Benedetto XVI riesce a fondere insieme la mente e il cuore, la riflessione profonda e il sentimento che commuove» in un «linguaggio semplice, accessibile e diretto», per dirla con le parole della prefazione al volume di Mons. Angelo Comastri.

Parole vive e sempre attuali, che rilevano come «nella Chiesa sia sempre in atto una lotta tra il deserto e il giardino, tra il peccato che inaridisce la terra e la grazia che la irriga perché produca frutti abbondanti di santità». Di qui, sull’esigenza di compiere sempre la volontà del Padre, Joseph Ratzinger evidenza con grande chiarezza che «la gloria di Dio, la sua signoria, la sua volontà è sempre più importante e più vera che il mio pensiero e la mia volontà. Ed è questo l’essenziale nella nostra preghiera e nella nostra vita: apprendere questo ordine giusto della realtà; accettarlo intimamente; confidare in Dio e credere che Egli sta facendo la cosa giusta; che la sua volontà è la verità e l’amore; che la mia vita diventa buona se imparo ad aderire a quest’ordine. Vita, morte e resurrezione di Gesù sono per noi la garanzia che possiamo veramente fidarci di Dio. È in questo modo che si realizza il Suo regno».

Parole, queste di Benedetto XVI, ancorate alla Verità che salva. D’altra parte «se la Verità fosse solo una formula matematica, in un certo senso si imporrebbe da sé. Se invece la Verità è Amore, domanda la fede, il ‘sì’ del nostro cuore. E cosa cerca, in effetti, il nostro cuore, se non una Verità che sia Amore? La cerca il bambino, con le sue domande, così disarmanti e stimolanti; la cerca il giovane, bisognoso di trovare il senso profondo della propria vita; la cercano l’uomo e la donna nella loro maturità, per guidare e sostenere l’impegno nella famiglia e nel lavoro; la cerca la persona anziana, per dare compimento all’esistenza terrena». Tale anelito alla Verità che si è fatta carne deve dunque anche tradursi in un impegno concreto per l’edificazione del Regno, diventando così «lievito dell’umanità: se mancasse, verrebbe meno la forza che manda avanti il vero sviluppo», che non è evidentemente quello ‘sostenibile’ millantato dall’ideologia ecologista, bensì «la spinta a collaborare per il bene comune, al servizio disinteressato del prossimo, alla lotta pacifica per la giustizia». E in effetti «la signoria di Dio si manifesta nella guarigione integrale dell’uomo», sempre e comunque prima di ogni conseguente tutela del creato.

Il Pontefice emerito sottolinea che «la fede cristiana non è ideologia, ma incontro personale con Cristo crocifisso e risorto. Da questa esperienza, personale e comunitaria, scaturisce poi un nuovo modo di pensare e di agire: ha origine, come testimoniano i santi, un’esistenza segnata dall’amore». Sul piano operativo si tratta allora «di lasciare che la grazia trasformi la nostra volontà egoistica e la apra ad uniformarsi alla volontà divina», anche attraverso «il cammino esigente della croce che Gesù indica a tutti i suoi discepoli», in quanto «non esiste altra via per sperimentare la gioia e la vera fecondità dell’Amore che la via del darsi, del donarsi, del perdersi per ritrovarsi». È questa «la nostra missione nella storia cui dobbiamo cercare di corrispondervi, dando ciascuno il proprio contributo», evitando ogni forma di complicità con il male e connivenza con il peccato e imparando ad avere «non paura, ma responsabilità e preoccupazione per la nostra salvezza e per la salvezza di tutto il mondo».

 Quando ciò non accade e l’uomo, al contrario, «si sbarazza di Dio e non attende da Lui la salvezza, crede di poter fare ciò che gli piace e di potersi porre come sola misura di se stesso e del proprio agire, si estendono l’arbitrio del potere, gli interessi egoistici, l’ingiustizia e lo sfruttamento, la violenza in ogni sua espressione per cui, alla fine, l’uomo si ritrova più solo e la società più divisa e confusa». «In un mondo, così pieno di libertà fittizie che distruggono l’ambiente e l’uomo – osserva ancora acutamente Joseph Ratzinger – vogliamo, con la forza dello Spirito Santo, imparare insieme la libertà vera».

Traendo linfa dalla perenne novità del Vangelo, Benedetto XVI ricorda infatti che «lo Spirito Santo ci rende figli e figlie di Dio. Egli ci coinvolge nella stessa responsabilità di Dio per il suo mondo, per l’umanità intera. Ci insegna a guardare il mondo, l’altro e noi stessi con gli occhi di Dio». E in effetti il «programma del cristiano, appreso dall’insegnamento di Gesù, è un ‘cuore che vede’ dove c’è bisogno di amore e agisce in modo conseguente».

Scorrendo le sapienti meditazioni di Benedetto XVI ci si mette con piacere alla scuola dell’ascolto della Parola quotidiana del Maestro e così, per dirla ancora con Mons. Comastri, «il Vangelo diventa vivo, attuale, salutarmente provocante e capace di illuminare il buio della modernità spesso vuota e prostrata ad incensare il ‘niente’. Leggete, meditate e mi darete ragione e, in silenzio, arriverete ad esclamare: “Grazie, Papa Benedetto!”».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

L’Eucaristia e il sacerdozio, i doni del Giovedì Santo

«Proprio nel momento in cui chiaramente si manifestava la nostra indegnità, Gesù ci ha raggiunto con un gesto di Amore infinito» – scrive il cardinale Angelo Comastri, che è stato Vicario Generale di Sua Santità per la Città del Vaticano e Arciprete della Basilica Papale di San Pietro –, nel suo recente volume Nella notte in cui fui tradito (San Paolo 2021, pp. 112), in cui raccoglie preziose meditazioni spirituali sui misteri d’amore del Giovedì Santo, l’Eucarestia e il sacerdozio.

 «Cari sacerdoti, non abituatevi a questo miracolo, ma stupitevi ogni volta che celebrate una Santa Messa!», suggerisce una volta il grande scienziato Enrico Medi a un gruppo di sacerdoti. Allo stesso modo San Francesco afferma con fervore mistico e poetico: «Dell’Altissimo Figlio di Dio nient’altro vedo corporalmente, in questo mondo, se non il Santissimo Corpo e il Santissimo Sangue che essi soli consacrano ed essi soli possono donarci».

Gli fa eco il santo curato d’Ars: «Tolto il sacerdote, noi non avremmo più la presenza di Gesù nel tabernacolo. Chi lo ha riposto nel tabernacolo? Il sacerdote! Chi ha accolto la vostra anima al primo entrare nella vita con il Battesimo? Il sacerdote. Chi la nutre con l’Eucaristia per darle la forza di compiere il suo pellegrinaggio verso il Cielo? Il sacerdote. Chi la preparerà a comparire innanzi a Dio, lavandola per l’ultima volta nel sangue di Gesù Cristo? Il sacerdote, sempre il sacerdote. E se quest’anima viene a morire per il peccato, chi la risusciterà, chi le darà il perdono di Dio? Ancora il sacerdote. Dopo Dio, il sacerdote è tutto! Lui stesso si capirà bene soltanto in Cielo».

Nel volume il cardinal Comastri denuncia altresì «la situazione tragica dell’uomo contemporaneo che avverte il bisogno di un punto di appoggio, ma allo stesso tempo è convinto che non ci sia! C’è da impazzire!». Citando il filosofo Hans Jonas evidenzia come «oggi il massimo potere si unisca al massimo vuoto e il massimo di capacità va insieme al minimo sapere intorno agli scopi ultimi della vita». In questo contesto, però, «la fede ci svela il senso della vita e accende una lampada alla nostra libertà».

Sul cammino della fede s’incontra Maria, che il cardinale invoca con queste parole: «O Maria esperta di libertà, pronuncia il Tuo ‘sì’ nella selva dei nostri ‘no’ e rieduca il nostro cuore alla gioia di seguire il Signore, per essere liberi attraverso il dono e la fedeltà al dono di noi stessi». Sul modello della Vergine Madre – di contro a «una errata impostazione della pastorale che punta unicamente al fare» e al rischio di un «apostolato ridotto a spettacolo» per strappare qualche applauso da parte dei fedeli e dei media – bisogna riproporre «una testimonianza che suppone la santità e la vita interiore» in quanto «l’apostolato è l’interiorità che affiora», per dirla con un Piccolo Fratello di Charles De Foucauld.

Il primato della vita spirituale sulle ‘buone azioni’ è testimoniato infatti da Gesù stesso che, «per la preghiera, sacrificava anche la carità per insegnarci che, senza Dio, siamo troppo poveri per poter aiutare i poveri», come sottolinea madre Teresa di Calcutta, la quale precisa anche che l’adorazione del Santissimo Sacramento è il motore della carità operosa: «Noi Missionarie della Carità non apriamo nuove case, bensì apriamo nuovi Tabernacoli. Tutto parte da Lì: da Lì parte la nostra carità».

Nell’Eucarestia il discepolo viene raggiunto in maniera incomparabile dall’onnipotenza dell’amore del Maestro. Ciò è testimoniato in modo mirabile nel mistero inaugurato durante la Cena del Signore, ove «il comportamento di Gesù è lontano da ogni logica umana. Egli sapeva che Giuda aveva deciso di tradirlo, sapeva che Pietro l’avrebbe rinnegato, sapeva che gli altri sarebbero tutti scappati e l’avrebbero lasciato solo e, pertanto, poteva sentirsi provocato e giustificato a gesti di legittimo sdegno: poteva gridare, poteva rovesciare la tavola dell’amicizia tradita, poteva chiudere i conti con quegli uomini ingrati (che, in verità, siamo tutti noi!) e invece… ecco il comportamento di Dio: si mette a lavare i piedi!». In un gesto riservato agli schiavi si rivela tutta l’umile grandezza dell’amore del Padre che, sebbene «circondato da uomini che non incoraggiavano nessun gesto di amore», sceglie di consegnarsi a ciascuno senza riserve attraverso l’Eucarestia. È questo il «dono, attraverso il quale l’Amore maternamente e paternamente dirompente di Dio dà la vita ai suoi figli nutrendoli d’amore: è l’amore, infatti, il cibo eucaristico».

A questo punto la meditazione del cardinale si fa preghiera: «Vogliamo lealmente seguirti nell’amore fino al segno estremo, fino alla lavanda dei piedi espressa ogni giorno in piccoli gesti di carità fraterna che tutti possiamo fare. Aiutaci, o Signore! Aiutaci a cominciare fin da oggi una vita diversa, una vita che profumi di umiltà, una vita che non rinneghi il tuo gesto di Divina Umiltà, che ripetiamo ogni Giovedì Santo». Egli invita a elevare al Padre anche una preghiera di ringraziamento per il dono grande dei sacerdoti: «Grazie per il sacerdote che ci ha battezzato, per il sacerdote che ci ha dato il primo perdono, per i sacerdoti che ci perdonano ogni giorno e ogni giorno ci regalano la Santa Eucaristia; grazie per il sacerdote che ci darà l’ultimo perdono nell’ultimo giorno della nostra vita! Signore, abbi pietà di noi e manda oggi santi sacerdoti alla tua Chiesa!».

D’altra parte, «se la gente capisse il valore di una Santa Messa, ci sarebbe la fila fuori dalla Chiesa per poter entrare», per dirla con San Pio. E in effetti «è più facile che il mondo possa vivere senza il sole piuttosto che senza l’Eucaristia», esclama ancora il frate di Pietrelcina. Un amore al Santissimo Sacramento che sostiene la vita anche in condizioni durissime, come quelle vissute in una cella buia e fredda dal cardinale vietnamita Van Thuán che, con appena tre gocce di vino e un’ostia, celebra quotidianamente in solitudine la Santa Messa, la quale diviene sorgente misteriosa di grazia e conversione per diversi carcerieri.

Nella sera della sua ultima Cena il Signore ci conceda dunque di poter corrispondere al suo mistero d’amore attraverso una ‘vita eucaristica’ spesa per il prossimo con la stessa lucida consapevolezza di Madre Teresa: «Non potrei vivere senza l’Eucaristia: è l’Eucaristia che mi riempie di amore e mi dà la forza per servire i poveri e per chinarmi con amore sulle loro piaghe».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

San Giuseppe e i carmelitani: una pioggia di grazie

«Giuseppe è il servo silenzioso della Parola che si cancella dietro la sua missione, con la quale fa corpo finanche nel suo nome. Giuseppe è ‘quello che fa crescere e che veglia sulla crescita’ del Figlio di Dio». Eppure «il Signore ha riunito in Giuseppe, come in un sole, tutte le prerogative e tutto ciò che i santi hanno insieme di luce e di splendore», come osserva acutamente San Gregorio di Nazianzo.

Di qui, in un tempo di «profonda crisi della paternità, faremmo forse bene a volgere i nostri sguardi ed i nostri cuori verso colui che incarnò, nel cuore del mondo, quella paternità divina ‘da cui fuoriesce ogni altra paternità in cielo e sulla terra’ (cfr. Ef 3, 15). Perché non seguire dunque l’esempio del ‘Papa buono’, Giovanni XXIII, che confessava in tutta semplicità: “San Giuseppe lo amo molto, a tal punto che non posso cominciare la mia giornata, né finirla, senza che la mia prima parola ed il mio ultimo pensiero non siano per lui”».

 Un appello accorato a una sincera e profonda devozione a San Giuseppe, soprattutto in quest’anno a lui dedicato, emerge dalle pagine del recente volume I santi carmelitani e la devozione a San Giuseppe (Edizioni Segno 2021, pp. 140) del noto angelologo Marcello Stanzione.

Onorato quasi esclusivamente in relazione a Gesù e Maria, San Giuseppe diviene motivo di devozione popolare soltanto a partire dal 1522, anno di pubblicazione di un libro in suo onore da parte del frate domenicano Isidoro de Isolani, fino a esser proclamato, per volere di Papa Pio IX, ‘Patrono della Chiesa Universale’ nel 1870, così da proseguire in cielo quel patrocinio iniziato sulla terra allorquando gli «venne dato il sacro compito di prendersi cura della Santa Famiglia di Nazareth».

Nelle encicliche di papa Leone XIII è invocato subito dopo Maria con i superlativi di San Giuseppe «beatissimo, castissimo, purissimo, santissimo, gloriosissimo, immacolato». Nella mirabile Redemptoris Custos il Santo Padre Giovanni Paolo II esorta tutti i fedeli a «imparare da lui a servire l’economia della salvezza. Che san Giuseppe diventi per tutti un singolare maestro nel servire la missione salvifica di Cristo, compito che nella Chiesa spetta a ciascuno e a tutti: agli sposi e ai genitori, a coloro che vivono del lavoro delle proprie mani o di ogni altro lavoro, alle persone chiamate alla vita contemplativa come a quelle chiamate all’apostolato».

Nella schiera di queste anime occupa sicuramente un posto di primo piano la suora carmelitana Teresa d’Avila. «Colta da una paralisi totale, nella sua immobilità, viene inchiodata al letto da dolori acutissimi. È malmenata dai medici, dichiarata poi inguaribile, prende una decisione importante: scegliersi un medico nel cielo. Teresa trova e sceglie san Giuseppe». Di lui dirà: «Vidi chiaramente che questo mio padre e patrono mi trasse fuori sia da quella situazione, sia da altre più gravi in cui erano in gioco il mio onore e la salvezza dell’anima mia, meglio di quanto io non sapessi chiedergli. Ho ricevuto grazie da questo santo benedetto». In una visione estatica è sempre San Giuseppe a rivestirla di una veste bianchissima, come segno esteriore di una purificazione interiore dai peccati.

Un supporto operativo, quello del Santo Patriarca, che si manifesta anche nelle ristrettezze economiche: «Una volta, trovandomi in tale situazione da non sapere che fare né come pagare alcuni operai, mi apparve san Giuseppe, mio vero padre e protettore, e mi fece comprendere che il denaro non mi sarebbe mancato; pertanto pattuissi pure il prezzo». Di qui la radicata convinzione di Santa Teresa che la sospinge ad affermare: «Io vorrei persuadere tutti a essere devoti di questo glorioso Santo, per la grande esperienza che ho dei beni che ottiene da Dio».

Santa Teresa è dunque profondamente consapevole del patrocinio, ossia «del potere universale d’intercessione» per ogni necessità di San Giuseppe, il quale è anche «modello delle anime oranti» ed è presente nella sua spiritualità mistica «in stretto rapporto con Gesù e Maria».

Dopo Santa Teresa, padre Girolamo Graciàn scrive la Josefina, un libro di spiritualità e devozione giuseppina nel quale ripercorre la vita dell’‘uomo giusto’, le sue virtù, il suo lavoro, il suo esempio di ‘angelica castità’, soffermandosi soprattutto sul suo «amore fervoroso, forte e tenero» verso i due tesori che gli sono affidati, la Sposa e il Figlio. Il padre carmelitano evidenzia con venature poetiche che «non solo Giuseppe dormì sul petto di Gesù, ma innumerevoli volte Gesù si addormentò sul petto di Giuseppe, ponendo la sua bocca divina sopra quel cuore, saccheggiandolo, abbracciandolo, frantumandolo e producendovi ferite d’amore. E Giuseppe vegliava sul suo sonno, contemplando i misteri racchiusi nel Cristo». Nel solco della spiritualità teresiana sorsero presto tanti conventi e case dell’ordine carmelitano dedicate proprio a San Giuseppe.

«Chi non ha maestro, si rivolga a San Giuseppe, maestro di orazione. Il suo magistero è tutto nella sua paternità spirituale, con la quale attira e stringe a Gesù e Maria», scrive nelle Lettere pastorali padre Antonio di Sant’Alberto, vescovo carmelitano in Argentina vissuto nel 1700. Egli sottolinea opportunamente anche che, essendo San Giuseppe morto fra le braccia di Gesù e di Maria, «gode di un potere di protezione e grazia particolare per i suoi devoti nell’ora della loro morte».

«Oh! il buon san Giuseppe; Oh! quanto lo amo!», esclama spesso un’altra Teresa, la giovane santa del Carmelo di Lisieux. Ella si pone sotto il manto di San Giuseppe fin dall’infanzia, perché intravede in lui «un valido esempio per vivere a servizio di Gesù e Maria, di passare in silenzio e contemplazione le giornate offerte per la salvezza del mondo». Gli dedica anche una poesia e, in un testo scritto per essere rappresentato, mette sulla bocca di Giuseppe queste parole: «O Bimbo, com’è dolce il tuo sorriso! Ma è proprio vero che io, il povero falegname Giuseppe, ho la felicità di portare tra le mie braccia il Re del Cielo, il Salvatore degli uomini? È vero che ho ricevuto la missione sublime di essere il padre putativo di Colui che sazia con la sua presenza gli ardenti serafini e dà il nutrimento a tutte le creature? È vero che sono lo sposo della Madre di Dio, il custode della sua verginità? O Maria, ditemi, che profondo mistero è mai questo?». E in un’altra scena, a chi gli domanda perché Dio non punì con la morte il crudele Erode durante la strage degli innocenti, Giuseppe replica: «Io non posso sondare la profondità dei pensieri divini e li adoro senza comprenderli».

Un’altra santa carmelitana, Teresa Benedetta della Croce, al secolo Edith Stein, in un componimento in onore di San Giuseppe che si fa preghiera, scrive: «Custodisce il bambino Gesù con la Madre di tutte le madri. Perciò in lui si trovano al sicuro le madri fedeli di tutti i bambini. San Giuseppe, alle nostre mamme dona ampia benedizione. Oggi poniamo nel tuo cuore tutte le loro domande». In una chiesa di Auschwitz a lui dedicata «per salvaguardare il futuro da un deprecabile rinnovato furore di uomo contro uomo», egli è invocato dai carmelitani scalzi polacchi quale «potente Taumaturgo della nostra speranza».

Il volume di don Marcello Stanzione documenta accuratamente anche la storia del culto con una ricognizione delle feste liturgiche e delle pie pratiche di devozione in onore del padre putativo di Gesù e riporta in appendice sia una lettera dei Superiori Generali Carmelitani sul patrocinio di San Giuseppe sul Carmelo, sia un’ampia raccolta di preghiere per invocare il provvido custode della Santa Famiglia per ogni esigenza spirituale e necessità concreta.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

‘Il freddo dentro’, padre Botta risponde alle domande dei giovani

Paura, affettività e amore, dipendenze, paternità e Gesù “che piace a me”. Sono questi i temi dei “Cinque passi al Mistero” raccolti da padre Maurizio Botta nel recente volume Il freddo dentro (San Paolo, 2020, pp. 183). Si tratta di un «libro necessario, che bisogna avere in casa per forza»; «un libro profondamente imbevuto di fede ma che parte dal punto di vista di chi alle domande si mette davanti da uomo, prima che da uomo di fede», scrive Costanza Miriano nella prefazione. Il volume riporta fedelmente le catechesi di un giovane sacerdote oratoriano «che profuma di Cristo» – per dirla ancora con le parole della Miriano -, di un educatore di tanti giovani nel solco del carisma del “Pippo buono”, san Filippo Neri, le cui «intuizioni non basta ascoltarle una volta sola. Bisogna fermarci sopra il cuore. Leggere e rileggere».

Il “primo passo” è dedicato alla paura. Stando ai risultati di Google, «nella speciale classifica delle paure, conquista il podio la paura della morte, seguita dalla solitudine, dalla paura della gente e dalla paura della paura». Seguono ancora quella di essere incinta, di essere traditi e di amare e, addirittura, di vivere. Insomma «le nostre paure hanno un volto, sono fatte di carne e ossa, anche se magari non osiamo ammetterlo». In relazione alla paura di sbagliare, molto diffusa non solo tra i più giovani, Padre Maurizio esclama con veemenza: «Basta con il terrore dell’errore, con questo essere sempre frenati, tremebondi, divorati, paralizzati dalla paura!». Al contrario, la nostra vita è basata sulla fiducia, «la fiducia nell’amico che ti consiglia un posto dove si mangia bene, che ti invita a leggere un libro, ad ascoltare una canzone». Inoltre, non è un caso che nella Bibbia l’invito a “Non aver paura” ricorra 365 volte. E in effetti «la paura muore se c’è un Tu»; come è stato per il Figlio nella consegna fiduciosa di sé al Padre sulla croce. Di qui è vinta la paura della morte e quella della malattia che, pur rimanendo tale, «assume sembianze diverse perché hai vicino qualcuno che ti aiuta a vivere e sopportare il dolore e l’ansia». Insomma «ammettere e riconoscere le proprie paure e avere anche il coraggio di raccontarle è essere persone veramente forti».

Relativamente ad affettività e amore – oggetto del secondo passo -, padre Maurizio ripropone la bellezza impopolare dell’amor cortese rispetto ai sentimentalismi dei fuochi fatui di oggi, perché in fondo «ogni donna vuole essere guardata negli occhi in modo unico e irripetibile, vuole sentire intimamente di essere stata scelta tra mille. “Io ho scelto te, ho combattuto per te, ti sono rimasto accanto e continuo a sceglierti veramente”: questo è quello che ogni donna sogna di sentirsi dire». Anche rispetto all’ipersessualizzazione attuale, il sacerdote oratoriano non usa mezzi termini: «Il consumo sessuale “usa e getta” sta mangiando il cuore dei ragazzi. È un po’ come per i quadri: se ti posizioni a due soli centimetri da essi, non ne godrai appieno la bellezza. È una questione di distanza: serve la giusta distanza per apprezzare la bellezza, così come l’amore». In tale prospettiva assume un senso profondo anche la castità, che «diventa un’occasione per vivere all’altezza del proprio desiderio», perché «l’amore fisico è un amore orientato: biologicamente e scientificamente ha una direzione, una tensione, un fine». Si tratta allora – prosegue il sacerdote oratoriano – «di corrispondere alla grazia, di immergere i nostri innamoramenti dentro il fuoco incandescente della passione, dell’Amore di Cristo, per poter vivere rapporti e relazioni completamente diversi».

Il terzo passo è dedicato alla tendenza diffusa di costruirsi un Gesù à la carte, dove «come in un ristorante, di Gesù scegli quello che ti piace e lasci quello che proprio non mandi giù», ossia quella consapevolezza che «sei solo un povero peccatore, bisognoso della grazia e del sacrificio di Cristo per poter vivere». Insomma «per avere il Gesù pieno, il vero Gesù, bisogna armonizzare e tenere insieme in modo maturo tutte le Sue parole, proprio tutte».

Per quanto concerne il rapporto tra libertà e dipendenza, nella classifica di Google c’è al primo posto la dipendenza affettiva, poi quella da Internet. E in effetti «siamo tutti piccoli re circondati da una corte di plastica, da prendere a nostro piacimento per riempire i vuoti, da consumare in ogni momento e poi buttare». Così «fuggiamo in paradisi artificiali che sono sempre gli stessi, sempre identici a sé stessi». Allora si tratta di sostituire «le alienazioni di una vita semplicemente noiosa o le dipendenze mortali di una grande sofferenza con una dipendenza vitale divina».

Sulla paternità, oggetto del quinto passo, il sacerdote oratoriano ricorda, riprendendo la figura dell’eroe omerico Ettore, che «un padre ‘eleva’ ed è un gesto in cui riconosce il dono della paternità; ‘benedice’, fa un augurio, una parola benedicente sul figlio, ed è un gesto rituale molto forte; e poi ‘inizia’ perché da sempre è stato colui che inizia alla vita sociale». Allo stesso modo san Giuseppe protegge fisicamente la vita di Gesù e lo presenta al Tempio per la circoncisione: «l’iniziazione di Gesù avviene per mezzo di Giuseppe; Gesù entra nel mondo sociale e pubblico attraverso Suo padre e anche quando ormai è grande sarà il “figlio del carpentiere”». Nella società odierna purtroppo queste tappe sono state bruciate, per cui «non c’è più nessuna differenza tra figli e genitori perché troppi uomini sono solo maschi e non diventano mai padri». E invece, sul modello del custode della Santa Famiglia, «la paternità è frutto di una scelta intenzionale che richiede impegno, cura, decisione».

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Il dizionario dei ‘grandi convertiti’

Agostino, Bakhita, Buffalo Bill, Chesterton, Alexis Carrel, Paul Claudel, Bruno Cornacchiola, Christopher Dawson, Jacques Fesch, André Frossard, Ignazio di Loyola, Manzoni, Maritain, Thomas Merton, Bernard Nathanson, John Henry Newman, Papini, Rebora, Stenone, Paul Verlaine, Gary Cooper e John Wayne solo alcuni dei 168 volti e storie di conversione raccolte nel Dizionario elementare dei grandi convertiti (pp. 369), appena pubblicato dall’Istituto di Apologetica, a cura di Mario Arturo Iannaccone e Luisella Scrosati.

C’è spazio per le conversioni più celebri «per via della loro spettacolarità, per via della notorietà dei soggetti, o ancora per il fatto che siano state scritte delle memorie del processo e dell’evento della conversione». Storie personali riprese per offrire luce e conforto, «per vedere come Dio abbia aperto dei varchi nei cuori più induriti, attendendo il tempo propizio, un tempo che appare sempre tardivo allo sguardo umano, ma che si manifesta invece come il tempo propizio; per rendersi conto di come Egli sia in grado di avvalersi di ogni elemento di bene e di verità presente anche al di fuori dei confini visibili della Chiesa, non per lasciare ognuno lì dove si trova, ma per ricondurlo all’unico Ovile da Lui voluto; per constatare l’instancabile insistenza dell’amore di Dio per salvare gli uomini: tutto questo attesta che Dio è il Signore del tempo, della storia, degli uomini e nessun ostacolo esterno può impedire alla sua grazia di raggiungere il fine della nostra salvezza».

Pietro Abelardo, il grande maestro di arti liberali del XII secolo evirato per la sua tresca amorosa con Eloisa, diventa un monaco benedettino irreprensibile negli ultimi due anni della sua vita, come testimonia Pietro il Venerabile in una lettera alla stessa Eloisa divenuta poi monaca: «Non ricordo di aver visto nessuno che si vestisse e si comportasse con pari umiltà…leggeva continuamente e pregava spesso, non rompeva mai il silenzio, a meno che non lo spingessero a parlare le familiari riunioni con i confratelli o i pubblici discorsi che egli teneva loro sulle cose divine». Egli muore infatti raccomandando a Dio corpo e anima.

John Adams è un ministro della Chiesa anglicana che si converte al cattolicesimo. Divenuto sacerdote cattolico durante la restaurazione protestante operata in Inghilterra da Elisabetta I, avrebbe dovuto lasciare entro 40 giorni il regno in base a un decreto della regina, pena la morte. Adams prosegue invece la sua opera di evangelizzazione. Catturato, viene «attaccato a un palo o pannello di legno e trascinato da un cavallo fino al luogo dell’esecuzione; qui è stato impiccato e, in procinto di morire, evirato, eviscerato e quindi decapitato. Poi il suo cadavere venne fatto oggetto di vilipendio mediante lo squartamento in quattro pezzi».

Giuseppina Bakhita, pur essendo stata maltrattata dai negrieri dai quali era stata comprata quale schiava, con la freschezza della convertita, una volta divenuta suora, scrive nel suo Diario: «Se incontrassi quei negrieri che mi hanno rapita e anche quelli che mi hanno torturata, mi inginocchierei a baciare loro le mani, perché, se non fosse accaduto ciò, non sarei ora cristiana e religiosa». La ‘Madre Moretta’ è infatti profondamente consapevole nei confronti del Creatore del fatto che «tutta la mia vita è stata un dono suo: gli uomini sono strumenti; grazie a loro ho avuto il dono della fede».

Lo sciamano dei pellerossa soprannominato ‘Alce Nero’ non solo si converte al cattolicesimo, ma è anche un missionario zelante che, «per la sua saggezza e capacità comunicativa dà una grande spinta affinché molti indiani abbraccino la fede».

Camillo de’ Lellis è un rampollo di una famiglia militare. A causa di un’ulcera al piede, è costretto ad abbandonare l’esercito. Di qui si dedica ai piaceri e al vizio del gioco che lo riduce alla miseria, costringendolo a mendicare. Accolto in un convento di cappuccini, dopo aver ascoltato padre Angelo, «per tutta la notte, nella sua testa non si rincorrono che queste parole: “Dio è tutto, il resto è nulla!”». Di qui la sua richiesta di farsi frate e dedicare la sua vita al servizio dei malati più poveri e abbandonati, per i quali fonda l’Ordine regolare dei Ministri degli Infermi.

Tra i convertiti contemporanei c’è sicuramente Massimo Caprara. Intellettuale comunista tra i fondatori del quotidiano Il Manifesto, scorge molte ingiustizie da parte dei ‘compagni’ di Togliatti per cui, leggendo il Vangelo, ben presto «scopre che, a differenza di quanto aveva creduto per tanti anni, manipolato dalla catechesi comunista, il cattolicesimo libera e non chiude, esalta la critica e non la ottunde».

 Che il massone e anticlericale Giosuè Carducci si sia convertito in segreto al cattolicesimo e abbia chiesto la confessione prima di morire è data conferma da alcune confidenze ricevute da don Orione, il quale rivela come il poeta dell’Inno a Satana fosse «troppo debole per dirlo forte». Al contrario, il medico scettico e positivista Alexis Carrel si converte dopo aver assistito a una guarigione miracolosa a Lourdes, riconoscendo umilmente: «Lo scopo della vita è la santità e non la scienza. Ma la santità non può, senza l’aiuto della scienza, organizzare e guidare la vita. Il compito della scienza è quello di permettere agli uomini di raggiungere la santità». Con termini simili e ancor più icastici si esprime il grande scrittore inglese Chesterton: «Diventare cattolico non è smettere di pensare, ma imparare a pensare».

Insomma, dirompente o silenziosa, sconvolgente o interiore che sia, ogni conversione si configura pur sempre, per dirla con le parole del poeta Paul Claudel, quale riscoperta e riconoscimento di «una relazione d’amore tra questa persona che sono e questa persona che è Dio!».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana