Pace interiore, il frutto della Spiritherapy di Chiara Amirante

C’è una ‘pandemia dell’anima’ di cui non ci son dati, una ‘malattia interiore pandemica’ il cui fattore dominante è l’ansia, per la quale «si moltiplicano i pensieri e gli stati d’animo negativi: paura, insicurezza, rab­bia, frustrazione, dolore, inquietudine, sfinimento, impotenza, solitudine». Lo sottolinea con forza Chiara Amirante nel volume La pace interiore (Piemme 2022, pp. 192), in cui propone una Spiritherapy, un percorso spirituale concreto articolato in diverse tappe per crescere nella conoscenza di sé e nell’arte di amare, per lasciarsi guarire il cuore e così ottenere in dono la pace.

Tale pace è un dono che Chiara ha imparato a custodire in prima persona anche in circostanze difficili e dolorose legate in particolare sia alle sue condizioni di salute sempre molto precarie, sia alle frequenti minacce di morte ricevute da persone accolte in comunità. Di qui Chiara «condivide alcuni suggerimenti che sono stati di grande aiuto per me e per tanti altri, per liberarci dal vortice dei pensieri negativi, vivere ogni attimo al meglio, supe­rare ansia, stress e paure condizionanti e trasformare sempre più velocemente gli stati d’animo negativi in positivi».

«Non temete! Si apriranno gli occhi dei ciechi!» (Is 35, 4-5). È questa la Parola che trafigge di luce le tenebre nell’anima di Chiara dopo la diagnosi infausta di uveite che l’avrebbe portata progressivamente alla completa cecità. E invece sorprendentemente, da «una brutta malattia, la scoperta di una pace che come per magia si contrappone agli allucinanti livelli di sofferenza raggiunti, poi il miracolo della guari­gione e l’inizio di una nuova avventura nel mondo della strada per ringraziare della straordinaria grazia ricevuta!».

Più che l’esperienza di guarigione fisica Chiara racconta ciò che sperimenta interiormente nella quotidianità, ossia «la scoperta che esiste una pace che è più forte della disperazione e che resiste anche quando la croce è talmente pesante che ci fa cadere a terra senza più alcuna forza per poterci rialzare». Tante le croci incontrate nelle pieghe dei volti di quel ‘popolo della notte’ al quale Chiara si dedica dal 1991, chiamata a infondere coraggio, fiducia e speranza ai tanti accolti nelle comunità di Nuovi Orizzonti per imparare a camminare su strade nuove.

Radicato nel vissuto esistenziale di Chiara, il programma di ‘spiritherapy’ intende scardinare «le tante abitudini disfunzionali che con­tinuano a generare malessere nella nostra vita», curando le ferite del cuore per far brillare quella scintilla divina che abita nell’anima di ciascuno e che è invito a una vita bella, gioiosa e piena, nella consapevolezza che «l’Amore è l’unico tesoro che più si dona agli altri senza aspet­tare niente in cambio, più si moltiplica». Si tratta di un percorso che richiede costanza, impegno e voglia di mettersi in discussione, ma anche il confronto in gruppi di condivisione per imparare con pazienza l’arte di dissodare il cuore da «ferite profonde, condizionamenti, vizi, dipendenze, ‘catene’ più o meno forti che sono di ostacolo e talvolta ci rendono inconsapevolmente ‘disabili’ nel dona­re e ricevere amore».

Se amare se stessi è il punto di partenza per poter amare gli altri, occorre allora anzitutto pacificarsi con il proprio ‘bambino ferito’, con la propria storia, cominciando con «l’acquisire consapevolezza di quale sia la vera causa del nostro stare male», tutt’altro che scontato, se si tiene presente che ci si riduce spesso a trovare qualche capro espiatorio o ‘anestetico’ al malessere senza individuarne le ragioni profonde. Attraverso ‘l’esercizio dello stop’ è possibile, per esempio, fermare il vortice di pensieri negativi di cui talvolta siamo in balia e aprirci a pensieri positivi, coltivando la gratitudine verso Dio, gli altri e la vita per tutti i doni ricevuti e valorizzando le persone che ci sono accanto.

Di qui si giunge alla consapevolezza che «la nostra felicità dipende soprattutto dal come noi decidiamo di vivere una determinata situazione, positiva o difficile che sia», imparando a vivere al meglio ogni cosa che la vita ci regala, senza vivere passivamente le situazioni e reagendo al male col bene. Si tratta di custodire lo stupore, posizionando la ‘telecamera interiore’ sul bicchiere mezzo pieno, nella consapevolezza che «in ogni evento c’è un regalo nascosto, un filo d’oro tutto da scoprire e che l’amore illumina la bellezza nascosta in ogni persona e situazione». Per migliorare lo stato d’animo occorre intervenire sui propri pensieri, trasformando le difficoltà in opportunità, riscoprendo la motivazione di fondo sottesa al nostro agire che, quanto più «sarà legata alla ricerca del Bene, tanto più potremo fare esperienza di quella pienezza di pace e di gioia che è un frutto proprio di chi cammina nello Spirito e cerca di rimanere sempre nell’Amore».

 

Per progredire in tale cammino è poi necessario liberarsi dai giudizi di condanna sugli altri e imparare a entrare in punta di piedi nelle loro storie e fragilità, cercando «la perla preziosa racchiusa nel cuore di ogni uomo»; liberarsi dall’ansia e dallo stress eccessivo anche mediante lo sport, la preghiera e la meditazione; focalizzare le proprie priorità per non lasciarsi travolgere dalle cose da fare e per stare nel ‘qui e ora’ alla luce della missione che Dio ci affida. Occorre lasciarsi alle spalle le paure condizionanti, come la paura di sbagliare, di non essere approvati, di deludere le aspettative altrui, e imparare l’arte di sdrammatizzare attraverso autoironia e un po’ di sano umorismo. Chiara smaschera anche il tentativo ingannevole di colmare la paura di soffrire con piccole gratificazioni: «La ricerca del piacere, quando non è accompagnata da una certa autodisciplina, dominio di sé, forza di volontà, maturità, senso del sacrificio, crea personalità dipendenti che cercano sempre nuo­ve modalità di fuga da ogni tipo di dolore».

Insomma in questo agile volume la fondatrice di Nuovi Orizzonti non dispensa semplicemente indicazioni teoriche per la guarigione della propria interiorità, ma offre esercizi pratici con domande-guida mirate per la riflessione, la preghiera del cuore e la meditazione personale, corredati da ‘parole di luce’ tratte dalla Parola per favorire nel cammino quotidiano di ciascuno un’autentica esperienza rivelatrice della pace di Cristo.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

La contemplazione di Dio nel silenzio dei chiostri

«Tutto il bene per l’uomo è conoscere e amore il suo Creatore», scrive San Bernardo. Perciò «la contemplazione non è un ‘giardino chiuso’, riservato a pochi iniziati, ma è il destino di ogni uomo che deve e può tendere all’unione con Dio, usando dei mezzi che Egli ci ha messi a disposizione in Gesù Cristo», come afferma il certosino Poisson nella premessa di Alla scuola del silenzio (Rubbettino, pp. 534), una corposa antologia di brani di autori monastici sulla contemplazione del mistero d’amore di Dio.

Salendo «la scala dei monaci, mediante la quale essi sono sollevati dalla terra al cielo, ossia lettura, meditazione, preghiera, contemplazione» – per dirla con Guigo II, priore della Certosa di Grenoble della fine del XII secolo –  il lettore contemporaneo può percorrere un proprio ‘itinerarium mentis in Deum’, dal momento che i brani proposti sono poi suddivisi proficuamente per ordine tematico.

Purificazione del cuore e umiltà sono le vie maestre per rimuovere l’ostacolo del peccato e favorire un graduale e fiducioso abbandono dell’anima alla volontà divina. Da San Bruno di Colonia a Guigo II; da Marguerite d’Oyngt a Nicolò Albergati; da Dionigi, Lanspergio e Le Masson a Pollien, Simoni e Guillerand sono in tanti a diffondere il carisma plurisecolare della spiritualità certosina.

I monaci ruminano costantemente la Parola di Dio. Lo evidenzia bene Guigo II nella sua Lettera sulla vita contemplativa, in cui sostiene che «la lettura cerca la dolcezza della vita beata, la meditazione la trova, la preghiera la chiede, la contemplazione la gusta».

 «Facile è la strada verso Dio perché si percorre liberandosi dai pesi», scrive Guigo. Si tratta di imparare a corrispondere generosamente a «quell’amore con cui fummo amati prima che fossimo che è la causa di tutti i nostri beni», come prosegue lo stesso priore di Certosa. Pollien, monaco certosino morto nel 1931, rileva invece che «Dio ci porta fra le sue braccia e l’amorosa tenerezza della Sua volontà è interamente dedicata alla mia santificazione. Egli non si accontenta di volere la mia santificazione, ma la compie» in forza della sua azione incessante d’amore. Allo stesso modo Guillerand assimila la carità divina a un sole, la cui luce «brilla, riscalda e feconda», per cui «non abbiamo che da aprire le finestre immense e si dona come un fiotto; il raggio penetra, illumina, mostra tutto sotto una luce nuova; è come un levarsi d’aurora; tutto si riveste di bellezza, tutto è ringiovanito e sembra rinascere». È l’esperienza profonda della vita spirituale quella descritta da quest’altro monaco certosino, il quale intuisce «che il Verbo di Dio, accolto da un’anima, riproduce in essa e per mezzo di essa ciò che fa nel seno del Padre e ciò che è venuto a fare tra di noi», ossia rivelare «che il fondo di tutto è l’Amore». Per custodire la grazia e la presenza dello Spirito in noi è necessario «pregare senza posa», in quanto «la vita in noi è come un fiore fragile».

 Tra i rimedi per combattere la tentazione, Dionigi il Certosino raccomanda infatti la «continua e fervida preghiera a Dio per ottenere soccorso» insieme al rivolgere altrove il proprio pensiero, ossia alle realtà spirituali che giovano alla salvezza eterna, e una «frequente e devota meditazione della Passione di Gesù Cristo». Rispetto all’anelito alla conversione, Laspergio lascia parlare il Signore: «Quando cadi in qualsiasi difetto, convertiti a me senza indugio, gemi ai miei piedi e appoggiati in me; rialzati in piedi, confidando nella mia potenza. Io desidero vedere soprattutto buona volontà. Niente vale tanto quanto la buona volontà». In questo modo – lo evidenzia Porion, un certosino morto nel 1987 – «le tentazioni saranno un trampolino per elevarmi verso Dio. Metterò sempre di più le mie facoltà e tutto il mio essere a disposizione di Dio; la sua voce parlerà sempre più chiaramente in me. La fede si fortificherà, la speranza diventerà più sicura, la carità più ardente».

Sull’importanza di coltivare il silenzio, San Bruno di Colonia, fondatore dell’ordine certosino, scrive che chi ne fa esperienza «acquista quello sguardo pieno di serenità che ferisce d’amore lo Sposo celeste, quell’occhio puro e luminoso che vede Dio. Qui Dio dona ai suoi atleti, per la fatica del combattimento, la ricompensa desiderata: la pace che il mondo non conosce e la gioia dello Spirito Santo». Nel silenzio germoglia la carità e «così il fervido amor di Dio eccita la mente amante, la muove e la solleva verso Dio, assieme ai suoi pensieri ed ai suoi affetti, e solo in lui si riposa, non trovando pace e riposo altrove», come sottolinea Dionigi il Certosino.

Gabriele Fulconis, certosino dell’Ottocento, scrive di Cristo che è il «mio sposo di sangue, dal momento che quest’unione gli è costata tutto il suo sangue. Egli è mio pastore, perché non solo mi conduce e mi difende, ma mi nutre anche con la sua stessa carne e il suo sangue. Egli è mio medico, poiché si è incarnato su questa terra per guarire tutti i miei mali. Ecco come in Gesù Cristo io ho ogni cosa, per Gesù devo raggiungere ogni cosa e a Gesù devo attribuire ogni cosa». Di qui «la Passione di Cristo ci forma alla pazienza, mentre la Resurrezione ci anima alla speranza, per mostrare in noi attraverso la sua persona due vite, una faticosa a cui dobbiamo far fronte, l’altra beata che dobbiamo sperare», come rileva Ludolfo di Sassonia nel Trecento. Relativamente a Maria, san Bruno evidenzia infine con finezza poetica: «Meritò che il Signore dal cielo guardasse la terra».

Tale antologia è dunque uno scrigno di perle preziose di profonda spiritualità certosina radicata nella Parola di Dio, ruminata nel silenzio e meditata nell’ascolto sapiente dello Spirito che abita nell’anima del monaco e in quella di ogni cristiano che custodisce la grazia del Padre.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

La libertà di Maria secondo il cardinale Comastri

«Nessuna epoca ha saputo meno della nostra che cosa sia la libertà». Parafrasando Heidegger, si potrebbe dire della libertà quello che lo stesso filosofo tedesco scriveva dell’uomo. Lo rileva il cardinale Angelo Comastri nel suo ultimo saggio Cos’è la libertà. Te lo dice Maria (San Paolo 2022, pp. 144). E in effetti il cardinale osserva come «oggi abbiamo aumentato gli spazi della libertà, ma abbiamo svuotato la libertà togliendole la sapienza che poteva e doveva guidarla e orientarla». Per cui la libertà appare come «una forza cieca che non vede un orizzonte e non ha una meta alta da raggiungere».

A tal proposito egli rievoca l’immagine del filosofo danese Kierkegaard di una nave finita nelle mani del cuoco di bordo che ripete al megafono cosa si mangerà domani senza indicare alcuna rotta. D’altra parte «la civiltà del consumismo non vuole gente capace di pensare; vuole soltanto consumatori, bocche che mangiano, corpi che cercano sensazioni fino allo stordimento». Di qui, «se lo scopo della vita sta tutto nell’esaudire i propri capricci, allora aspettiamoci un’epidemia di giovani crudeli e criminali», come testimoniano numerosi fatti di cronaca che vedono i ragazzi coinvolti in atti deplorevoli.

Ma il Creatore nella sua bontà non lascia la sua creatura in balia di se stessa. Così «chiama l’uomo alla collaborazione, anche se Dio può coinvolgere l’uomo, nella misura in cui l’uomo si presenta nella verità della sua povertà, della sua piccolezza, della sua umiltà». È avvenuto questo per tanti personaggi biblici, per Giacobbe, e in particolare per Maria. È lei «la testimone dell’Annunciazione che ha raccontato il fatto. Ascoltando il racconto, noi possiamo pertanto immaginare la voce di Maria che, con delicatezza, ci sussurra all’orecchio la sua storia perché diventi la nostra storia».

Di qui, attraverso una sapiente esegesi del racconto dell’annunciazione del vangelo di Luca, il cardinal Comastri ne coglie e medita anche gli aspetti più reconditi, tra i quali il fatto che l’arcangelo si rechi da Maria al sesto mese. Il numero sei allude in realtà al giorno di creazione dell’umanità; con l’annuncio dell’angelo «sta avvenendo una nuova creazione, cioè sta iniziando la salvezza». Una salvezza che Dio opera «bussando alla porta della libertà di Maria». Come per Maria così per noi, «la fede è la più grande ricchezza perché permette alla nostra libertà di costruire sulla roccia e non sulla sabbia».

Tale libertà genera gioia, la stessa che Maria manifesta anche nella visita a Elisabetta, e deriva dalla consapevolezza che «Dio ha posato lo sguardo sulla sua piccolezza, sulla sua umiltà». Una felicità, un gaudio e una grande pace interiore che sperimenta nella notte di Natale del 1886 lo scrittore Paul Claudel il quale, ateo, «sentendo il Magnificat, cadde in ginocchio e si ritrovò tra le braccia di Dio». La straordinarietà dell’ordinario assenso di Maria al disegno d’amore del Padre viene celebrato da Santa Teresa di Lisieux con queste parole: «Tu sei l’incomparabile Madre che va con loro per la strada comune per guidarli al Cielo».

Una strada stretta, quella della libertà vera, che ciascun uomo sulla scia di Maria è chiamato a percorrere e che non disdegna la china della fatica e della croce che ogni amore autentico richiede. «Maria capisce che la Passione e la Morte di Gesù sono un atto di amore: sono la risposta di Dio alla cattiveria umana, sono la riscossa di Dio, che aggredisce l’odio con la forza dell’Amore e del Perdono: perché l’Amore è la forza di Dio ed è la forza vincente! Maria ci crede e resta accanto alla Croce del Figlio: resta con la fede; la fede che le dà la certezza che Gesù Crocifisso non è uno sconfitto, ma è il vincitore del male ed è la mano tesa verso l’uomo per tirarlo fuori dal male e dalla cattiveria».

 La libertà di Maria è dunque la libertà di una fede umile che riconosce la bontà di Dio e perciò si abbandona fiduciosa al Padre in ogni circostanza lieta o dolorosa che sia. Infine la riflessione del cardinale Comastri si fa invocazione di intercessione perché dal luminoso esempio della Madre impariamo a essere figli veramente liberi come lei e suo Figlio: «O Maria, mettici negli occhi la luce di Dio e accompagnaci nel viaggio della vita, affinché i nostri passi siano semi che lasciano dovunque briciole di amore pronte a sbocciare in felicità vera e duratura».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

I pastorelli di Fatima, una vita trasformata da Dio

«“Signore, fammi santa, mantieni il mio cuore sempre puro, dedicato soltanto a te”. E le sembrò di ricevere nel fondo del proprio cuore la ri­sposta di Dio: “La grazia che oggi ti è concessa ri­marrà viva nella tua anima, producendo frutti di vita eterna”. Queste parole, che rievocano il dialogo intimo tra Lucia e Gesù dopo la Prima Comunione, sono opportunamente riprese ne I pastorelli di Fatima (Ares 2022, pp. 196) di Madalena Fontoura, psicologa e scrittrice portoghese che dagli anni ’80 si dedica allo studio della personalità dei tre veggenti della Cova d’Iria.

La profonda devozione eucaristica costituisce il cuore della spiritualità dei tre pastorelli di Fatima. Lo testimonia in modo particolare un dialogo tra Giacinta e Lucia, sua cugina maggiore, che rivela la loro abitudine di chiamare l’Eucarestia ‘Gesù nascosto’: «“E tu, quando ricevi la Comunione, parli con lui?”. “Certo”. “E perché non lo vedi?”. “Perché è nascosto”. Allo stesso modo Giacinta si commuove e piange quanto sente la cugina raccontarle la Passione di Gesù, mentre brama di baciare e abbracciare il Crocifisso.

Si manifesta loro l’Angelo del Portogallo per prepararli alle apparizioni mariane. Lucia racconta che «erano concentrati in Dio» e godevano di pace e felicità interiore. Poi il 13 maggio, quando vedono «la Signora, tutta vestita di bianco», non si lasciano vincere dal timore. Suor Lucia ribadirà in proposito che «le apparizioni della Madonna non infondono paura né timore, ma sorpresa». L’autrice commenta inoltre che «con dolcezza, ma senza giri di parole, la Madon­na disse loro la verità, prendendo sul serio l’offerta di se stessi che avevano appena fatto: “Allora soffrirete molto, ma la grazia di Dio sarà il vostro conforto”.

Il cuore puro e lo spirito contemplativo di Francesco, un bambino di soli 9 anni, emerge in un altro aneddoto raccontato da Lucia. Mentre rincorre farfalle insieme a lui, sua cugina si accorge che Francesco ha preso particolarmente sul serio l’invito della Mamma celeste a recitare il Rosario. Di qui se ne sta in disparte e così giustifica tale decisione: «Sto pensando a Dio, che è così triste a causa di tanti peccati. Se fossi capace di dargli gioia!».

Giacinta, la pastorella più giovane, è invece la «prima apostola degli avvenimenti di Fatima» e sin dall’annuncio dell’apparizione manifesta «una passione infiammata, che non le face­va tacere quanto aveva incontrato, né rimanere tran­quilla davanti a quanto succedeva». La visione infernale, prima parte del segreto di Fatima, la sospinge a offrire con gioia ogni sorta di mortificazioni e penitenze per strappare le anime al maligno. Tra l’altro, come osserva acutamente l’autrice, «sottolineare l’esistenza dell’inferno nel secolo che avrebbe visto la caduta di tutte le certezze significa affermare la libertà dell’uomo e l’esistenza di un de­stino. È anche un appello alla solidarietà, per il fat­to che si affida alle mani dei credenti la possibilità e la necessità concreta di fare di tutto perché ciascuno possa conoscere l’amore di Dio». Di qui «Fatima sfida il pensiero del mondo con la logica della penitenza».

Mirando ai tre pastorelli, «la loro fedeltà alla preghiera, la generosità con cui facevano sacrifici, il loro orrore per il peccato, il loro zelo per la conversione dei peccatori, l’amore che nutrivano per Gesù e per il Cuore Immacolato di Ma­ria» costituiscono in effetti il terreno fecondo nel quale germogliano frutti di vita eterna. Nello specifico, la sensibilità e delicatezza davanti alla sofferenza di Francesco fanno fiorire il suo amore oblativo, per cui «si consegnò con cuore indiviso a quel Dio ferito, che gli chiedeva aiuto, e a quella Signora tanto buona che tutti i mesi gli appariva e lo chiamava per nome», giungendo alla morte con il sorriso tre anni più tardi. Parimenti Giacinta «mandava a dire a ‘Gesù nascosto’ che ave­va nostalgia di Lui, chiamava ‘Mammina del Cielo’ il Cuore Immacolato di Maria e dava baci ai santini che le davano. Era anche intrepi­da nella sofferenza, ferma nella speranza e imbattibi­le nell’amore». E ancora Lucia «con le apparizioni assunse il ruolo di interlocu­trice con l’Angelo e con la Madonna, spiegava ai cu­gini quanto aveva udito, rispondeva ai loro dubbi e li incoraggiava in modo esigente ma buono. Era sem­pre in prima linea negli incontri, sia con persone che credevano sia con i non credenti, cosa che le fece in­teriorizzare la sua missione di testimone».

In sostanza Francesco, Giacinta e Lucia hanno gradualmente imparato ad amare Cristo nella loro carne segnata dal peccato, ma anche dalla trasformante grazia divina. La loro vicenda è «se­gno del fatto che il Cielo ci vuole così come siamo e al contempo disponibili a vivere in rapporto con Dio. Come un bambino accoglie la realtà, così a noi viene proposto di accogliere il Suo amore su di noi», osserva mons. Massimo Camisasca nella postfazione. Attraverso le apparizioni di Fatima, insomma, «la prima preoccupazione del Cielo fu quella di scegliere, sulla ter­ra, tre cuori innocenti che battessero al ritmo stesso del cuore sofferente di Cristo e di quello premuroso di Maria», mostrando «quale dialogo affettivo si instauri tra Dio e l’anima che accetta di amarlo, di rispondere alle sue attese e richieste».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Il “sì” di Maria e Giuseppe aiuta madri e padri di oggi

«Siamo tutti padri putativi. Vuol dire che i nostri figli, prima di essere ‘nostri’, sono figli di Dio, ci sono in qualche modo ‘affidati’». Con questa provocazione critica nei confronti di una cultura contemporanea che ha cancellato la figura del padre, il professor Franco Nembrini –  nel suo recente volume (San Paolo, pp. 128) – propone tre sguardi inediti su Maria e Giuseppe attraverso l’arte figurativa e poetica che offrono una prospettiva originale per leggere la quotidianità di padri, madri e figli e l’arte di educare secondo la logica di Dio.

 Il proprio sguardo raccoglie lo stupore provato dallo stesso autore dinanzi a L’accettazione della maternità di Maria da parte di Giuseppe, affresco custodito nella chiesa di Sant’Andrea a Spello e attribuito a Dono Doni. Si tratta probabilmente di un unicum fra le rappresentazioni della Sacra Famiglia, in quanto è Giuseppe a sorreggere la madre di Dio in un «umanissimo gesto di accasciarsi». Esso «‘fotografa’ proprio l’attimo decisivo, l’attimo in cui la tensione di Maria si scioglie, l’attimo in cui lei tocca con mano che Dio è fedele alla Sua promessa – perché un conto è saperlo, un conto toccarlo con mano –, che non la lascia sola nel suo compito più che umano. Che Dio l’abbraccia e la sostiene nel suo compito di generare Dio nella carne con un abbraccio e un sostegno carnale. L’abbraccio di Giu­seppe. E Maria, consolata, a questo abbrac­cio si abbandona, certa che è l’abbraccio con cui Dio la raggiunge». Nello stesso affresco Giuseppe ha i colori delle vesti speculari a quelli di Maria rappresentata anche in una mandorla nella gloria del paradiso, i quali sono in effetti gli stessi delle icone della Vergine e del Figlio, il blu per la divinità e il rosso per l’umanità.

Riconoscere che i figli sono ‘miei’ non alla stregua di cose di cui disporre, ma come «qualcosa a cui io appar­tengo» – come «la mia storia, la terra in cui sono nato, la famiglia da cui provengo: sono ‘mie’, ma non le ho fatte io, le ho ricevute in dono e in custodia» – consente infatti di «mettersi nella posizione giusta per amarli e servirli fino in fondo, nel modo più adeguato». Il presupposto per essere padri e madri autentici è allora quello di riconoscersi, come San Giuseppe, ‘padri putativi’, «gente a cui un Altro ha affidato la vita di altri».

D’altra parte i figli sono creati ‘a Sua immagine’, per cui non bisogna pretendere né che crescano a immagine dei loro padri, né tanto meno secondo l’immagine che ci si fa di essi, per la quale «abbiamo un’immagine di quel che loro dovrebbero es­sere, e li misuriamo per differenza rispetto a quell’immagine, perché non corrispondono mai all’immagine che abbiamo di loro». Al contrario, proprio perché creati a immagine del Creatore, «dobbiamo accompagnarli a diventare qualcosa che va sempre al di là della nostra misura».

Di qui Nembrini coglie con grande acume il paradosso dell’educazione, «quella cosa che avviene quando non sei impegnato a educare», ossia quando «i nostri figli ci guardano». Il segreto della paternità dunque «non è: “Come faccio a essere padre?”, ma: “Di chi sono figlio?”. Si tratta di mostrare ai figli per Chi davvero vale la pena vivere, imparando a ‘stare’ più che a ‘fare’ come il Padre misericordioso della parabola evangelica. D’altra parte i figli imparano non da mille prediche, ma «dai nostri gesti, dai nostri atti, dagli sguardi che rivolgiamo loro, che ci scambiamo fra mariti e mogli». Perciò l’essenza di ogni padre deve essere la misericordia, ossia la capacità di «abbracciare l’altro per quello che è», senza condizionare il bene che si vuole ai figli al loro essere più buoni o più studiosi. Anche perché, come osserva ancora il professore bergamasco, «uno non cambia mai perché l’altro gli dice: “Sei sbagliato”; uno cambia perché l’al­tro gli dice: “Sei una cosa grande”, e allora magari gli viene anche voglia di essere all’al­tezza di questa grandezza».

Naturalmente un bravo educatore fa sempre appello alla libertà, che non è frutto dello spontaneismo e dell’emotività del momento, bensì «una lotta per restare fedeli all’intuizione che ci ha fatto intravedere uno spiraglio di bene, di buono e di vero».

Tornando all’affresco, occorre evidenziare altresì che «abbracciando Maria, Giuseppe abbrac­cia Gesù che lei porta dentro di sé». Ciò significa che nella carne dell’altro il marito abbraccia la moglie e viceversa e, proprio in tale gesto, accoglie Cristo, in quanto «Gesù che arriva, si fa presente, mi raggiunge attraverso la carne, l’abbraccio della donna o dell’uomo che ho sposato». È quanto testimonia nel canto XXX del Purgatorio lo stesso Dante allorquando annuncia Beatrice con il maschile ‘Benedictus qui venis’, quasi a «identificare Beatrice con Gesù: “Benedetto tu, Gesù, che vieni nella carne di Beatrice”».

Relativamente alla dignità e al ruolo della donna, Nembrini osserva che quest’ultima «ha una capacità di servizio più grande», stando alla prospettiva evangelica che ha reso il servizio «la nuova legge della vita». A sua volta, un uomo che «si senta accolto e sostenuto nel suo bisogno, si mette a sua volta a servi­zio della donna, dà la vita per lei», cui allude in maniera icastica il cavaliere medievale inginocchiato davanti alla sua dama.

Inoltre Dante stesso avrebbe celato mirabilmente la presenza di San Giuseppe poiché è ‘il santo del silenzio’ e una «presenza fondamentale e sempre in secondo piano» – negli incipit delle terzine a partire dall’ultima strofa dell’Inno alla Vergine (Par. XXXIII, vv. 19-31):

«In te misericordia, in te pietate […]

Or questi, che da l’infima lacuna […]

Supplica a te, per grazia, di virtute […]

E io, che mai per mio veder non arsi […]

Perché tu ogne nube li disleghi […]»

Nei successivi incipit si scorge ancora un ‘AV’, un accenno al saluto dell’angelo e a quel sì di Maria che è il primo movimento che innesca conseguentemente l’abbraccio fiducioso di Giuseppe, suo sposo, che la sostiene e conforta. In tale dinamica amorosa si comprende anche il significato autentico della verginità, «infinita distanza, per la quale uno non pretende di afferrare e ridurre l’altro a sé stesso e alla propria misura, ma lo afferma nel suo rapporto con l’Infinito, che è al tempo stesso e proprio per questo il possesso vero, la vera prossimità». Un amore casto è infatti «libertà dal possesso», proprio come quello di Dio per l’uomo.

Ogni cristiano – che sia padre, madre, sacerdote o suora – è pertanto chiamato a far rilucere la verginità e nel contempo la maternità e paternità di Dio attraverso un amore oblativo capace di amare nella libertà i propri ‘figli’. Le parole della preghiera rivolta da san Bernardo a Maria possono così essere incarnate da ogni fedele: ciascuno è ‘vergine e madre’ e ‘figlio del proprio figlio’, nella misura in cui i «figli santi con famiglie in gravi difficoltà, si fanno carico della situazione, fino a rigene­rare – letteralmente, ridestare alla vita – i propri genitori», ed è ‘termine fisso’, nella misura in cui è voluto da Dio dall’eternità. Nella sua umile grandezza, Maria è «il vertice dell’umanità di ciascuno» e la «sicurezza della nostra speranza» (don Giussani).

Infine Nembrini si sofferma su un bassorilievo di Gaudì del Portale del Rosario della Sagrada familia, il quale mostra Giuseppe che, con umile fierezza, posa il suo sguardo su Maria e il Figlio al capezzale di un moribondo per salvargli l’anima. Ponendo la mano sulla gamba del moribondo, San Giuseppe ci mette del suo, rivelandosi non solo ‘patrono della morte santa’, ma anche provvido e forte custode del cammino di ciascuno fino alla meta. Perché la salvezza passa sì per il ‘sì’ di Maria, ma si compie anche attraverso il ‘sì’ altrettanto umile e concreto di Giuseppe al grande disegno d’amore del Padre.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Gesù crocifisso e la Morte sconfitta negli inni di Efrem il Siro

«La croce lo portò come ucciso. Il cielo lo portò come Dio. Sul legno lo appesero come un ucciso, nel sepolcro lo posero come un cadavere. Chi per noi, Signore, come te? Il Grande che si fece piccolo, il Vigilante che si addormentò, il Puro che fu battezzato, il Vivente che perì, il Re che fu disprezzato per dare a tutti onore».

Medita così il mistero dell’Agnello immolato Efrem il Siro (306-373), poeta, teologo, polemista di grande acume intellettuale, diacono e asceta vissuto nell’antica Mesopotamia nel IV secolo e morto a Edessa dopo aver contratto la peste mentre curava gli ammalati. Efrem scruta i libri attraverso cui Dio parla, ossia la Scrittura e la natura, e illumina con profonda sapienza teologica e attraverso «paradossi e immagini», per dirla con Benedetto XVI, i misteri della fede cristiana. Nella sua udienza dedicata al teologo siriaco, il Pontefice emerito ha sottolineato come «Efrem si serva di questi inni per diffondere, in occasione delle feste liturgiche, la dottrina della Chiesa. Nel tempo essi si sono rivelati un mezzo catechetico estremamente efficace per la comunità cristiana».

«Tu che solo sei senza peccato, per me peccatore indegno, Ti sei offerto alla morte e alla morte di croce. Così hai liberato le anime dalle insidie del male. Che cosa ti renderò, o Signore, per tanta bontà? Gloria a te, o amico degli uomini! Gloria a te, o Dio di misericordia! Gloria a te, o paziente! Gloria a te, che perdoni i peccati! Gloria a te, che sei venuto per salvare le nostre anime!». Il mistero della croce, cuore della fede cristiana, è al centro della teologia poetica di Efrem il Siro condensata negli Inni pasquali (Paoline, pp. 371), pubblicati con un’accurata introduzione e traduzione a cura di Ignazio De Francesco.

Il Cenacolo è inteso da Efrem quale luogo profetico della realtà sacramentale della Chiesa: «Beato sei tu, luogo del Giusto, poiché in te il Signore nostro ha spezzato il proprio corpo. Un piccolo luogo fu specchio di tutta la creazione che fu riempita da lui. L’alleanza grande uscì da una piccola dimora e riempì la terra. Beato sei tu, luogo, poiché la tua piccolezza è posta di fronte a tutta la creazione. Beata la tua dimora, nella quale fu spezzato quel pane proveniente dal covone benedetto. In te il nostro Signore ha mangiato la piccola Pasqua e divenne egli stesso la grande Pasqua. Una Pasqua che passò e un’altra che non passa: simboli e compimento. In te fu spremuto il grappolo venuto da Maria, calice della salvezza: il nostro Signore che si fece vero altare, sacerdote, pane e calice della salvezza, altare e agnello, sacrificio e sacrificatore, sacerdote e cibo».

La creazione tutta beneficia degli effetti salvifici della redenzione operata da Cristo. Di qui il giardino del Getsemani diviene il nuovo Eden, nel quale la volontà di Adamo contraria a quella di Dio è ricondotta al Padre nella volontà umana e divina del Figlio: «Beato sei tu, luogo, perché hai fatto gioire il giardino delle delizie con le tue preghiere. In esso si era divisa la volontà di Adamo verso il suo Creatore. Nel giardino Gesù entrò, pregò e ricompose la volontà che si era divisa nel giardino con le proprie preghiere. Disse: “Non la mia ma la tua volontà!”». E «la Sua volontà è la grande chiave mediante la quale sono aperti i magazzini della misericordia».

Meditando sulla Passione, Efrem rievoca le ingratitudini e le sofferenze accolte da Cristo, «Sapienza di Dio che scese tra gli stolti. Donò sapienza con il suo insegnamento. Come mercede per i suoi aiuti la presero a schiaffi. Sulla propria guancia lo schiavo affrancato riceve il segno: qui fu colpito Colui che affranca tutti». Tuttavia il buon ladrone, riconoscendo la regalità del Signore dalla propria croce, si rivela quale suo discepolo fedele: «Beato anche tu, ladrone, poiché a causa della tua morte la Vita ti ha incontrato. Il nostro Signore ti ha preso e adagiato nell’Eden. Giuda tradì con inganno, anche Simone rinnegò e i discepoli fuggendo si nascosero: tu però lo hai annunziato». E in un altro inno aggiunge: «Mediante la croce tutti sono vinti dalla morte, Egli la prese e con essa la vinse».

Relativamente al mistero del Sabato Santo, il diacono di Nisibi scrive: «Colui che disse ad Adamo “Dove sei?”, è sceso agli inferi dietro a lui, l’ha trovato, l’ha chiamato e gli ha detto: “Vieni, tu che sei a mia immagine e somiglianza! Io sono disceso dove tu sei per riportarti alla tua terra promessa!”».

Il sepolcro diviene allora anche immagine di un grembo che accoglie e fa germogliare il germe della vita nuova: «Beato sei anche tu, sepolcro unico, poiché la Luce unigenita sorse in te. Dentro di te fu vinta la morte orgogliosa, che in te il Vivente morto ha cacciato via. Il suo sepolcro e il suo giardino sono simbolo dell’Eden nel quale Adamo morì di una morte invisibile. Il Vivente sepolto che risuscitò nel giardino risollevò colui che era caduto nel giardino». La Morte si ritrova allora a meditare sulla propria sconfitta: «La morte di Gesù è un tormento per me, vorrei averlo lasciato vivo: sarebbe stato meglio per me che la sua morte. Qui c’è un morto la cui morte trovo detestabile; alla morte di ogni altro io gioisco, ma la sua morte mi tormenta. Correrò e chiuderò le porte dello Sheol davanti a questo Morto la cui morte mi ha rapinato. Un farmaco di vita è entrato nello Sheol e ha riportato i suoi morti indietro alla vita. Chi, vedendo la tua croce potrebbe dubitare che sei veramente uomo? Chi, quando vede il tuo potere, mancherebbe di credere che sei anche Dio? Da queste due indicazioni io ho imparato a confessarti insieme uomo e Dio. Gesù re, accogli la mia preghiera, e con la mia preghiera prendi i tuoi ostaggi, porta via, come tuo grande ostaggio, Adamo in cui tutti i morti sono nascosti – così come, quando l’ho ricevuto, in lui tutti i vivi erano contenuti. Come primo ostaggio io ti do il corpo di Adamo. Ascendi ora e regna su tutto e quando io ascolterò il suono della tua tromba, con le mie stesse mani condurrò i morti alla tua venuta». Infatti «quell’Agnello vivente aprì ai sepolti una via dal sepolcro».

La ri-creazione operata dalla Resurrezione di Cristo è così celebrata dal poeta teologo siriaco: «Come un chicco di grano cadde poi nello sheol e salì come covone e pane nuovo. E la chiave fu per me la tua croce, fu essa ad aprire il paradiso. Dal giardino di delizie portai, raccolsi e recai dal paradiso rose e fiori eloquenti. Eccoli sparsi durante la tua festa, negli inni, sull’umanità. Ecco la festa gioiosa che è tutta bocche e lingue. Donne e uomini casti furono in essa come trombe e corni. Bambini e bambine furono in essa arpe e cetre. Si intrecciarono le voci nelle voci, salirono e giunsero tutte al cielo, diedero gloria al Signore della gloria». Coniugando mirabilmente teologia e poesia in una produzione innodica adatta tanto per la recita quanto per il canto liturgico, Efrem si rivela davvero quale ‘cetra dello Spirito Santo’.

 

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Vita spirituale, Garrigou-Lagrange guida all’unione con Dio

«Questa sarà per noi la vita eterna: conoscere Dio come lui si conosce, amarlo come lui si ama. In cielo tutta la Trinità abita nell’anima dei beati come in un tempio di gloria in cui è conosciuta e amata». Gloria e grazia sono il fine della vita cristiana; il male, il peccato e le sue conseguenze ne sono gli ostacoli; la sorgente è Cristo e la sua opera redentrice. Sono queste le tre direttrici delle meditazioni degli esercizi spirituali predicati dal padre domenicano Garrigou-Lagrange, ora raccolte nel volume Vita spirituale (ESD 2022, pp. 240).

Se il fine dell’uomo è la comunione perfetta nell’amore divino, di cui è preludio sulla terra la vita di grazia, il peccato è follia, un «puerile capriccio e la più nera ingratitudine» che induce ad anteporre la propria volontà alla volontà di Dio, ostacolando il ‘sì’ alla chiamata del Padre che vuole attirarci a sé. Allo stesso modo il peccato veniale, anche se «non distrugge la carità, la paralizza nella sua azione e nel suo sviluppo, la raffredda, ne ostacola il volo. Non dà la morte all’anima, ma la lascia senza forze e senza energie per il bene».

Per arginare le seduzioni del peccato occorre allora «la forza dell’azione redentrice di Cristo» che, mediante la sua grazia, «lavora in noi assimilandoci a sé e insegnandoci a cooperare alla sua azione», se glielo consentiamo. D’altra parte, «l’amore di Dio per noi è eccesso e follia», scrive padre Garrigou-Lagrange, evidenziando come il Creatore «ci ha creati per puro amore di benevolenza» e ci ha ricreati nel suo Figlio attraverso la follia della croce, «riparazione della follia del peccato», paradosso di un «Dio, offeso, che muore per la creatura colpevole che lo disprezza e fugge da lui». Insomma, per dirla citando le parole di Cristo alla mistica sant’Angela da Foligno, «non è per scherzo che ti ho amato». Un amore al quale non è bastato versare il sangue, ma «ha voluto essere mangiato da noi per poterci ancor più trasformare e assimilare a sé».

A tale fiamma divorante di carità rispondono proficuamente i santi che «si son fatti ‘cibo’ di Dio» con la loro vita. Tra le fila numerose di costoro c’è spazio non solo per Domenico di Guzman e Tommaso d’Aquino, ma anche per Caterina da Siena, Giovanni della Croce, Teresa d’Avila, Margherita Maria Alacoque e Benedetto Labre, di cui il padre domenicano riprende volentieri citazioni ed episodi significativi della vita. Volendo precisare la natura della carità verso i fratelli, Garrigou-Lagrange se da un lato rileva che «l’amore naturale ci fa amare il prossimo per i benefici che ne abbiamo ricevuto o per le sue buone qualità», dall’altro evidenzia che è «la carità che ce lo fa amare per Dio, perché è figlio di Dio o chiamato a diventarlo». Con grande acume teologico, egli sottolinea ancora in proposito che «in realtà la carità ama non solo Dio nell’uomo, ma anche l’uomo in Dio e per Dio, poiché ama ciò che egli deve diventare: parte eterna del Corpo mistico di Cristo». In buona sostanza, «la carità ama l’uomo in se stesso, con lo stesso amore con cui ama Dio», per cui abbraccia ogni uomo sulla terra, in purgatorio o in paradiso; «si arresta solo dinanzi all’inferno» relativamente ai dannati.

Per alimentare il fuoco della carità è necessario mortificare nella gioia e sempre per amor di Dio soprattutto egoismo e volontà propria, ma anche l’orgoglio spirituale. Bisogna inoltre custodire l’umiltà, perché «davanti a Dio è meglio fare un errore di grammatica che mancare di obbedienza e di umiltà» (San Tommaso d’Aquino), e la povertà di spirito «per non invidiare le grazie date ad altre anime e spogliarci dei nostri meriti». È necessario poi imparare ad abbracciare la croce, «proporzionata al grado di gloria al quale Dio vuole condurci». Rispetto a tale esigenza Garrigou-Lagrange osserva che la sofferenza è un potente mezzo di salvezza che, associandoci all’opera di redenzione del Signore, «ci spoglia dei beni sui quali avevamo concentrato la nostra affezione, e misericordiosamente viene a domandarci per sé questa parte di amore che non pensavamo di dargli».

 Inoltre, affinché preghiere e opere siano perfette, è necessario che «lo Spirito Santo intervenga abitualmente» e che si sia docili alla sua voce, rivolgendosi al Padre come il pubblicano, perché i misteri più reconditi di Dio sono riservati agli umili. Per il padre domenicano, «la preghiera è il vero strumento d’azione, il più potente; essa è la prima condizione e l’anima della vita apostolica», per cui «l’apostolato della preghiera deve costantemente sostenere quello della parola e dell’azione», in special modo dei religiosi chiamati ad aver «sete delle anime fino a morirne».

Il fine della vita interiore è dunque l’unione della creatura con il suo Creatore, intesa quale «riposo dell’anima in Dio, che vi si trova e vi si fa sentire sempre presente, pur tra le fatiche e le sofferenze». I mezzi per custodirla sono la perseveranza nell’umiltà e nell’amore, la devozione a Maria e la comunione quotidiana che alimenta i doni dello Spirito, rende operosa la carità e accresce lo zelo per la salvezza delle anime a maggior gloria di Dio. Vissuta così, la vita interiore fiorisce, gode la pace del cuore e viene gustata realmente quale «principio della felicità del cielo».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

La sequela di Cristo lungo la via dolorosa

«Davanti al dolore si rimane in silenzio, in ginocchio, e si prega. Gesù non è venuto a spiegarlo, a darci risposte e spiegazioni. Però ha preso su di sé tutto il dolore, lo ha portato per noi ed è vicino ai suoi figli che soffrono». Così scrive Costanza Miriano nella prefazione alla recente Via Crucis. Il dono più prezioso (2022, pp.160) pubblicata dalle Edizioni Shalom, che raccoglie le profonde meditazioni spirituali di sette sacerdoti sul cammino di Gesù lungo la via dolorosa della sua Passione.

Si tratta di «una miniera di riflessioni inattese, un aiuto formidabile per rendere il nostro cuore più vicino a quello di Gesù, un invito a fargli compagnia nel momento in cui è più solo e sofferente». Per dirla con Sant’Alfonso Maria de’ Liguori: «Questa devozione deve praticarsi con tutta la tenerezza, pensando che stiamo accompagnando il Salvatore con le nostre lacrime per compatirlo e ringraziarlo».

Meditando su Gesù nell’orto degli Ulivi, don Pierangelo Pedretti sottolinea che «Dio vuole ‘fare Quaresima’ con noi, vuole venire a ‘ricreare’ il nostro giardino deformato e rovinato dal peccato; comportandosi come il chicco di grano che, deposto nella terra, muore e, morendo, produce frutto ridonando vita». Di qui egli invita a domandare al Signore nella preghiera «di aiutarci a strappare da noi la stoltezza delle ideologie, la superbia delle nostre culture e dei nostri diritti; dei nostri progressi, delle nostre conquiste, delle nostre rivalse verso le persone», dal momento che «Gesù abbraccia la croce per noi, al posto nostro, in modo tale che possiamo imparare da lui, ricevendo da lui la capacità di abbracciare la nostra croce senza esserne distrutti, senza lasciarci travolgere da quel dolore sordo che potrebbe avvelenarci la vita». A ciascuno è dato però il compito di individuare la propria croce, nella consapevolezza che essa «è il segreto laccio d’amore attraverso il quale il Signore attira a sé, per poi tutto compensare, tutto riempire, tutto saziare».

Sulla prima caduta di Gesù lungo la via dolorosa, riprendendo la metafora della partita di calcio, don Antonello Iapicca, sottolinea l’importanza di esser consapevoli che «l’avversario contro cui scendiamo in campo è di gran lunga più forte e astuto di noi, ma non ha Gesù Cristo in campo che sa fare gol anche all’ultimo minuto. Perché il Signore sia il nostro fuoriclasse che vince la partita, però, dobbiamo stare nella sua squadra. È a questo punto che entra in gioco l’opera della grazia, che va accolta, conquistata e difesa». D’altra parte, «il nostro Dio, per insegnarci a cadere, è caduto lui stesso: Gesù si è mischiato con quella polvere che siamo noi». Dunque bisogna «imparare a cadere bene», senza cioè scandalizzarsi per le proprie cadute, fiduciosi dell’amore misericordioso del Padre cui riorientare la propria vita.

Sul sostegno offertogli lungo la via della croce, don Alessio Geretti fa notare che Gesù «che non avrebbe bisogno di nulla, vuole essere aiutato da noi, anche se conosce i nostri limiti, gli stessi di quel Simone di Cirene che si ritrova a portare il patibolo contro voglia, ma poi lo aiuta con generosità. E Gesù non sta a guardare con che animo iniziamo a dargli una mano; ha la delicatezza di considerarci così preziosi e importanti da chiederci se vogliamo andare in suo soccorso». Il fatto che il Cireneo tornasse dal lavoro dei campi è un segnale del fatto che «in diversi momenti e diversi luoghi in cui Egli ci aspetta ‘al varco’ per dirci e darci qualcosa». Lo stesso sacerdote sottolinea, invece, rispetto al delicato gesto della Veronica, che esso allude alle «tante persone che sono state capaci di amare Dio e il prossimo in modo indimenticabile», cioè ricorda «la nostra missione: far tornare a brillare il volto dell’uomo per rendere, così, più visibile il volto di Dio», soprattutto nei momenti più bui della storia.

Nella meditazione sulla seconda caduta, don Vincent Nagle evidenzia che «Gesù si alza, ritrova la forza che credeva di aver esaurito, continua a bere il calice della salvezza, per dire che è con noi nella salita e che non ci abbandona mai».

Eppure a un amore così grande del Creatore per la sua creatura, l’uomo può sottrarsi. È proprio il pensiero che per molti tale salita lungo il Calvario sarebbe stata inutile a far cadere Gesù una terza volta, come rileva don Roberto De Meo, sottolineando che «la grande sofferenza del Signore viene dalla libertà dell’uomo che dice ‘no’». È il nostro ‘no’ al suo amore il patibolo che grava sulle spalle di Cristo. Di qui Egli è spogliato delle vesti, «perché l’uomo peccatore è spogliato di tutto; l’uomo è nudo per il peccato; il peccato non porta nessuna ricchezza, non porta nulla nella vita dell’uomo».

Cristo viene quindi condotto su una collina a ovest di Gerusalemme che nasconde il profilo di un cranio e sotto la quale, secondo un’antica tradizione, vi era lo stesso teschio di Adamo, come molte rappresentazioni artistiche evidenziano. Rifiutando l’anestetico dell’aceto mescolato con fiele, «Gesù ci mostra che si può attraversare la sofferenza senza ricorrere a questa forma di fuga; vuole esserci pienamente nel culmine della sua missione» – afferma fra Roberto Pasolini –, laddove la società contemporanea cerca in ogni modo di evitare con ogni mezzo il dolore. L’acme più tragico cui giunge tale logica è la richiesta di eutanasia. Infatti «davanti alla propria croce viene in mente il nostro pensiero autentico: “Salva te stesso”» che rende «vittime di un egoismo che uccide in noi l’immagine di Dio», perché fa guardare solo e soltanto i propri interessi. Dunque «la croce ci fa terribilmente paura, perché prima di essere un modo di morire è un modo di vivere». Relativamente al silenzio del Padre dinanzi al grido di abbandono del Figlio, il frate milanese commenta che «lo sguardo così austero eppure così dolce del Padre talvolta non accarezza i suoi figli solo perché sa che ce la stanno facendo».

Relativamente alla deposizione di Cristo nel sepolcro, padre Maurizio Botta trae spunto dal quadro celeberrimo di Caravaggio, nel quale Nicodemo non solo guarda lo spettatore ma lo stesso Cristo presente nell’Eucarestia quando il sacerdote eleva l’ostia durante la consacrazione, dato che era collocato originariamente come pala d’altare proprio nella Chiesa Nuova a Roma. In sostanza, «l’artista sta facendo dire a Nicodemo: “Vi rendete conto che sta accadendo questo?” e Gesù, deposto dalla croce, indicando la pietra angolare, ci dice: “Voi che siete limo, voi che siete fango, potete trovare consistenza solo in me”». Nella tela di Merisi, infatti, il corpo di Gesù deposto tocca con il dito proprio «quella pietra angolare su cui costruire la vita» che è Cristo stesso.

«Io sì amo la croce sola, la amo perché la vedo sempre alle spalle di Gesù», diceva Padre Pio. Con lo stesso cuore grato siamo chiamati a entrare nel mistero del Sabato Santo, interrogandoci nel silenzio su «Cosa sarebbe la mia vita senza Gesù?» – come ci esorta a fare il sacerdote oratoriano nell’ultima tappa della Via Crucis – ed elevando al Padre un sentito ringraziamento per il dono immenso della salvezza e la grazia di «imparare ad amare come ama Dio».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Le meditazioni spirituali del beato de Foucauld

«Bisogna cercare di lasciarsi impregnare dallo spirito di Gesù, leggendo e rileggendo, meditando e rimeditando continuamente le sue parole e i suoi esempi: passino nelle nostre anime come la goccia d’acqua che cade e ricade su una pietra, sempre nello stesso punto». È stato questa pietra il beato Charles de Foucauld, presenza silenziosa e invisibile dell’amore a Dio e ai fratelli. Le sue meditazioni ‘infuocate’ sul Vangelo e la preghiera del Padre Nostro, maturate ai piedi di Gesù Eucarestia e alla luce della Parola nel silenzio notturno dell’adorazione, sono ora raccolte nel volume Come un viaggiatore nella notte (2021, pp.192) grazie all’editore Monasterium.

«Una vita, la sua, apparentemente inutile, fallimentare, eppure quei due occhi abitati dalla Vittoria di Cristo, da una mansuetudine celeste che riposa nella carne di una creatura umana», per dirla con le parole della prefazione al testo di padre Maurizio Botta. Sono insomma pagine – la maggior parte delle quali scritte a Nazareth tra il 1887 e il 1889 – «di chi brucia dal desiderio di entrare nell’intimità di Gesù».

«La conformazione è la misura dell’amore», scrive de Foucauld in calce a una meditazione in cui riflette in preghiera sul mistero della carità di Cristo: «Sacro Cuore di Gesù, grazie di aver abbracciato per noi, fin dalla culla, dalla nascita, le croci, le fughe, la fatica, un lungo viaggio, la persecuzione, l’esilio, il freddo, la fame e sete, i pericoli, la privazione, l’abbandono, tutte le sofferenze dei tuoi santi genitori che il tuo tenero Cuore patisce per loro, divide con loro e a loro impone per noi. Grazie perché tu trasformi così, per il futuro, queste spine in rose, per i cuori che ti amano».

Relativamente alle preghiere che sembrano restare inascoltate, il religioso francese afferma che ciò accade perché «la nostra domanda non era abbastanza illuminata ed Egli ci ha concesso invece qualcosa di meglio». Recuperando il legame tra preghiera e azione, de Foucauld sottolinea che «non dobbiamo agire senza pregare (giammai) ma neppure pregare senza agire quando abbiamo il modo di agire; ma agire pregando, se abbiamo i mezzi per agire; accontentarci di pregare, se non abbiamo alcun mezzo». D’altra parte, il Signore vede e provvede, dandone ai suoi amici anche nel sonno, come recita il salmo 127. Di qui, riguardo ai sogni di san Giuseppe, sono rilevati come la strada privilegiata dal Padre per manifestarsi ai suoi figli soprattutto nei momenti di sofferenza, dubbio, paura e buio interiore e, confidenzialmente, come «la tua maniera di condurre le anime».

All’invito amoroso del Padre occorre però rispondere col dono di sé, nella consapevolezza che «abbiamo ricevuto tutto gratuitamente: i doni soprannaturali, le grazie, i doni naturali dell’anima e del corpo, i beni materiali, tutto abbiamo ricevuto gratuitamente da Dio: diamo tutto senza misurare, mettiamo a servizio degli altri pienamente, interamente, sia i doni soprannaturali che Dio ci ha fatto, sia le forze della nostra anima e del nostro corpo, sia i beni materiali che abbiamo a nostra disposizione…e senza altri limiti che l’obbedienza…perché un padre che ama così teneramente tutti i suoi figli vuole che tra loro essi agiscano così, donandosi pienamente gli uni agli altri». Di conseguenza, «accogliere il prossimo è accogliere un membro di Gesù, una porzione del corpo di Gesù, una parte di Gesù».

Per ricambiare l’amore del Padre, dal momento che «Gesù ha legato la salvezza a ciò che tutti, tutti assolutamente, tutti possono dargli, a ciò che ogni essere umano, chiunque sia, può dargli, mettendoci un po’ di buona volontà: un po’ di buona volontà, è tutto quello che serve per guadagnare questo cielo che Gesù vincola qui all’umiltà, al farsi piccoli». In ciò risiede «il modo per sapere se cresci, se stai progredendo nell’amore di Dio e in tutte le virtù; nel vedere se cresci nell’amore del prossimo e nell’umiltà. Se cresci in queste due cose, è certo che cresci in ogni perfezione».

Il beato, che sarà proclamato santo il prossimo 15 maggio, ricorda che «se ci si svuota di sé, è per essere riempiti di Dio; se ci si dimentica di sé, è per non pensare ad altro che a Dio; se non si cerca più il proprio bene, è per cercare in ogni istante il bene di Dio: quindi rinnegare se stessi significa dimenticare completamente il proprio io».

Relativamente alla dimensione salvifica della sofferenza vissuta in Cristo, de Foucauld sottolinea che «non dobbiamo mai imporci una croce da noi stessi, ma accettare sempre quella che Dio vuole da noi, prendere la nostra croce non vuol dire altro che obbedirgli». In un’altra, poiché il diavolo è sempre all’opera, mette invece in guardia il fedele da un rischio diffuso: «Più soffriamo, più siamo tentati e più fatichiamo a pregare; la tattica del demonio è quella di avvilupparci come dentro una nube, di annegarci in qualche modo nella nostra sofferenza o nella nostra tentazione, e d’impedirci di elevare la voce e gli occhi al cielo…Squarciamo questa rete, questa nube, non cadiamo in questo tranello, poiché lo conosciamo, e quanto più soffriamo, quanto più siamo tentati, tanto più ardentemente, tanto più di tutto cuore gettiamoci in Dio, chiamiamolo in aiuto con fede e amore!».

Negli scritti spirituali del beato Charles de Foucaud la meditazione e contemplazione del mistero d’Amore si effonde sempre in una preghiera accorata come la seguente: «Mio Dio, dammi la grazia di amarti così, di amarti più che posso, tu che hai acquistato la mia anima e il mio amore a così caro prezzo! Tu hai dato la tua vita per me, o mio Sposo! Concedimi la grazia di donare anch’io la mia per Te, ti supplico con tutte le mie forze, non avendo altro che un solo desiderio, una sola domanda: glorificarti quanto più mi è possibile, o mio Diletto».

 Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Gridiamo il Vangelo, la vita di fede spiegata da Comastri

«Quando predichi, ricordati che la tua vita parla più forte delle tue parole. Se la tua vita smentisce le tue parole, la gente guarderà la tua vita e non ascolterà le tue parole. E porta sempre un esempio concreto: l’idea facilmente si dimentica, mentre l’esempio resta impresso nella memoria. E poi: prega e preparati bene! Se ti prepari, dici cose sensate…e sei breve!». Fa tesoro di quanto gli disse un giorno confidenzialmente Santa Madre Teresa di Calcutta il cardinale Angelo Comastri nel suo recente volume Gridiamo il Vangelo (Palumbi 2021, pp. 480), che raccoglie i testi di tutte le omelie sui Vangeli festivi dell’anno liturgico C in corso, il quale riprende principalmente il Vangelo secondo Luca.

Si tratta di testi ancorati alla Parola di Dio e legati alla pastorale, che nascono dal cuore e dalla sapienza teologica di un cardinale molto amato dai fedeli e ammirato per la sua capacità oratoria, capace di parlare ai colti come ai semplici. Le sue omelie si rivelano infatti come un prezioso strumento particolarmente utile tanto per i sacerdoti per la preparazione delle omelie festive, quanto per i laici che desiderino approfondire e meditare la Parola che salva.

 «Gesù ha scelto come collaboratori gli uomini meno idonei al successo. Ha scelto un pugno di pescatori, gente che non contava socialmente e li ha invitati per le strade del mondo per un’avventura che, umanamente parlando, era destinata a sicuro fallimento. Invece, questi uomini hanno scosso le fondamenta dell’impero romano, hanno affrontato persecuzioni, e hanno versato il sangue senza paura…e hanno vinto i loro persecutori. Tutto questo è stato possibile soltanto perché Gesù è Dio», scrive Comastri relativamente al cuore della proposta cristiana.

Egli avverte del rischio da parte dell’uomo «di fare di Dio una pericolosa

Gridiamo al Vangelo. Omelie sui Vangeli festivi. Anno C

caricatura», mentre ricorda che «Dio non è soltanto l’infinitamente grande, ma è anche l’infinitamente felice e l’infinitamente buono e gioisce nel condividere con qualcuno la Sua gioia». Di qui egli richiama, nell’omelia del Battesimo di Gesù, il valore dell’esempio nella trasmissione della fede: «La famiglia e soltanto la famiglia può ridare vita e ossigeno al Battesimo dei bambini. Oggi le nostre famiglie offrono un clima di esempi, in cui i figli possono percepire la bellezza della vita battesimale? Nei genitori si vede una via da seguire o si vede soltanto un cristianesimo esteriore contraddetto dalla vita di ogni giorno?». Così se da un lato ricorda in proposito che il battesimo è «il dono della vita di Dio messo dentro la nostra libertà perché lo accolga o lo lasci crescere»; dall’altro cita quanto constatato con amarezza dal cardinal Suenens: «Mi tormenta che noi abbiamo tanti battezzati, ma pochi cristiani».

 Nell’omiletica del cardinal Comastri si ritrovano suggerimenti e provocazioni per scuotere il torpore dei fedeli, e soprattutto, tanti fatti concreti e aneddoti innestati in un cristianesimo che si fa carne ogni giorno nelle membra della Chiesa.

Sul vangelo che apre il tempo di quaresima, Comastri cita il biblista Rinaldo Fabris: «Il racconto delle tentazioni è un Vangelo in miniatura, nel quale sono drammatizzate le scelte fondamentali di Gesù». Rispetto alla parabola del Padre misericordioso, in relazione alla reazione del secondo figlio nei confronti del fratello ritornato sui propri passi, sottolinea: «Questo figlio rappresenta i falsi buoni, i falsi amici di Dio, i falsi adoratori di Dio; coloro che non si convertono ai sentimenti di Dio». Allo stesso modo ricorda che «Dio è felice di perdonare quando trova un cuore pentito».

Parole poetiche e vere quelle pronunciate dal cardinal Comastri in calce all’omelia della Domenica delle Palme che apre la Settimana Santa, «storia di un amore sanguinante» mediante la quale «Cristo ci risponde con la sua passione e ci rivela chi siamo noi e chi è Dio». Riguardo al mistero pasquale della nostra salvezza il cardinale toscano proclama con forza: «La Pasqua non è dietro a noi, ma davanti a noi. Cristo Risorto: in Lui abbiamo riconosciuto la risposta di Dio alle ferite di angoscia, di nostalgia, di paura, di debolezza, che sono nel cuore di ogni uomo». Di qui l’invito a «gettare semi di risurrezione dove viviamo, seminando la bontà intorno a noi e in mezzo a noi, anticipando il trionfo finale della bontà con piccoli gesti di bontà, di perdono, di generosità senza meschini calcoli umani. Cominciando dalla nostra famiglia e dal nostro ambiente quotidiano di vita».

E ciò per contrastare «il primato del benessere senza anima, il primato degli omicidi, il primato dei suicidi, il primato della droga, il primato degli aborti, il primato dei divorzi, il primato della frivolezza» che ci rende «i primi in graduatoria nella tabella dell’egoismo»; per combattere solitudine, tristezza e nevrosi che testimoniano proprio che «non ci manca qualcosa, ma Qualcuno», in quanto solo «se si vive donando se stessi, la vita acquista un sapore nuovo».

 Alla luce di tali considerazioni e nella prospettiva del dono della propria vita, è necessario riscoprire tanto la bellezza del disegno divino sulla famiglia, nella consapevolezza che «paternità e maternità sono due modi che Dio ha scelto per presentarsi al mondo», quanto «gettare ogni giorno un seme di bontà per preparare la primavera del mondo». Per far questo non basta la buona volontà, occorre anche e soprattutto lasciar operare la grazia di Dio in noi. Lo sapeva bene anche Chesterton, il quale afferma con l’ironia che lo contraddistingue: «Essere buoni è un’avventura ben più grande e ben più ardita che fare il giro del mondo con una barca a vela».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana