Tutti i giorni con Maria

La Madonna appare. Non solo a Rue du Bac, Lourdes, Fatima, Guadalupe e Medjugorie: la Vergine santa si è manifestata e ancora si manifesta a uomini e donne di ogni estrazione socio-culturale ed epoca storica, nei luoghi più disparati della terra, siano essi metropoli o piccoli villaggi. Come ogni mamma, è una presenza costante e premurosa, sempre accanto ai suoi figli per ricondurli al Figlio.

 Di tali apparizioni e manifestazioni Rino Cammilleri offre una ricognizione molto documentata ma condensata in brevi schede nel suo recente volume Tutti i giorni con Maria (Ares 2020, pp. 760). Si tratta di un vero e proprio calendario mariano, in cui l’autore si cimenta nell’impresa di ordinare per data e giorno le innumerevoli apparizioni della Madre celeste. C’è dunque ampio spazio per quelle ufficialmente riconosciute dalla Chiesa; per quelle oggetto di culti locali, alla base dell’edificazione di santuari dedicati e di «rinnovate forme di devozione che ancora perdurano», o per descrivere alcune manifestazioni soprannaturali che La riguardano, in cui «la Madonna si limita a muovere (miracolosamente, ovvio) gli occhi o la mano in un quadro o una statua che la raffigura, oppure a piangere».

Nella prefazione Cammilleri offre provocatoriamente anche uno spunto di riflessione ai teologi, mediante un’acuta osservazione, ossia «la predilezione della Madonna per le pastorelle, preferibilmente sordomute e magari dalla nascita. Be’, un sordomuto nato che improvvisamente parla e sente è la migliore prova della verità di un’apparizione. Ma forse c’è anche qualcos’altro. Esiste, infatti, una specie di favor pastoris che percorre tutta la Bibbia, a cominciare da Abele, passando per Davide e i pastori di Betlemme, per finire con Cristo che si autoqualifica Buon Pastore».

La prima apparizione mariana di cui si abbia notizia è quella della Vergine del ‘Pilar’ (colonna di granito) a San Giacomo il Maggiore, avvenuta il 3 gennaio del 40 a Saragozza. A tale santuario è legato uno dei miracoli più incredibili e sorprendenti della storia. «La sera del 29 marzo 1640 a Calanda, in Aragona, il giovane contadino spagnolo Miguel Juan Pellicer, privo di una gamba, si svegliò con due gambe. Non si trattò di una ‘ricrescita’, perché la nuova gamba era la vecchia, la sua insomma, quella che gli era stata amputata a suo tempo. Cocciutamente fiducioso nella Vergine, tutte le sere ungeva il moncherino con l’olio della lampada che ardeva davanti alla statua della Madonna-sul-Pilastro».

A Garbagna di Tortona (Alessandria) il 26 gennaio 1321 la Madonna appare a una pastorella sordomuta per comunicarle che avrebbe riportato la pace nelle lotte tra guelfi e ghibellini se gli abitanti del paese avessero costruito una chiesa in suo onore. Facendo seguito all’invito, la giovane si precipita dai compaesani «che le credettero quando si accorsero che parlava speditamente». Una storia simile accade a Valleluogo di Ariano Irpino (Avellino) nel tardo medioevo e porta all’edificazione di una cappella dedicata alla Madonna invocata per questo quale ‘Salute degli infermi’. In tempi più recenti, il 5 gennaio 1924 a Cernusco sul Naviglio l’intercessione della Vergine guarisce in maniera immediata e totale una suora cieca e paralizzata, quale segno visibile per tutti della veridicità dell’apparizione che quest’ultima aveva ricevuto.

Il 13 gennaio 1933 a Banneaux in Belgio Maria appare quale ‘Madonna dei Poveri’ a una giovane di undici anni, Mariette Béco, che la vede nella neve. In una successiva apparizione alla stessa ragazza, la Vergine fa sgorgare un rigagnolo d’acqua destinato ai malati, proprio come a Lourdes. A Vercelli c’è, invece, addirittura una statua della Madonna dello Schiaffo, «che presenta come un’ecchimosi sulla guancia», a causa di un giocatore che la percosse sulle gote dopo aver perso tutto. Tale fatto si è verificato alla metà del XVI secolo.

Anche il celebre inno dell’Akathistos (“In piedi”) deve le sue origini a un’apparizione della Vergine a san Johannes Koukouzelis (morto nel 1360) il quale, «dopo aver passato ore in piedi a cantarlo, stanco, si addormentò nella stalla del suo monastero. Gli apparve la Madonna in sogno. Gli disse: “Canta per me e non ti abbandonerò”, e gli mise una moneta d’oro in mano. Divenne primo cantore alla Corte di Bisanzio, poi monaco sul Monte Athos e compositore di inni davanti all’icona di Maria». Apparendo a san Pietro Nolasco, il 1 agosto 1218, gli chiede di fondare «un Ordine religioso che si incaricasse di riscattare gli schiavi e i prigionieri cristiani». Nacquero così i Mercedari in onore di Nostra Signora della Mercede.

E ancora, il 20 gennaio 1842 la Madonna appare e converte al cattolicesimo il cuore di Alphonse Ratisbonne, figlio di un banchiere ebreo, che cade in ginocchio nella chiesa di Sant’Andrea delle Fratte a Roma, dove egli era entrato solo per attendere un amico con una Medaglia Miracolosa nella tasca. Divenuto prete, fonda insieme al fratello, anch’egli sacerdote, la Congregazione di Nostra Signora di Sion, «allo scopo di accogliere gli ebrei diventati cattolici».

«Il 22 gennaio 1980 la Madonna apparve a un diacono del monastero copto di Durunka in Egitto». Dieci anni più tardi, nel 1990, appare ancora nelle grotte sottostanti «a dei monaci circonfusa di luce. È tradizione dei cristiani copti che la Madonna, con san Giuseppe e il Bambino, si siano rifugiati in quella grotta durante la loro fuga in Egitto. Le apparizioni si ripeterono nel 2001».

«La Patrona dell’Honduras è una piccola statua lignea della Vergine, trovata miracolosamente in un campo, il 3 febbraio 1747, da alcuni indios che tornavano dal lavoro», dopo che la Vergine era apparsa qualche giorno prima a un pastore del posto in compagnia di un bambino.

Talvolta la Madonna interviene senza manifestarsi sensibilmente. È successo il 5 febbraio1882, allorquando il vescovo di Haiti, al termine della processione per le strade della capitale Cap Haitien, benedisse il popolo con il quadro della Vergine del Perpetuo Soccorso e, «nel giro di un mese, l’epidemia di vaiolo scomparve completamente».

 Dinanzi a molti testimoni, «nel 1789 la Madonna apparve più volte a Saint-Laurent-de-la- Plaine, in diocesi di Angers», accanto a una vecchia quercia che i giacobini fecero abbattere, nel vano tentativo di sradicare la ‘superstizione cattolica’. Ma se la Rivoluzione finì nel Terrore, la fede cattolica rimane salda e la Vergine continua a manifestarsi.

 Tra le ultime apparizioni mariane ufficialmente riconosciute dalla Chiesa vi sono quelle avvenute il 28 novembre 1981 a Kibeho in Rwanda a diversi scolaretti africani, spettatori anche della ‘danza del sole’ in cielo come a Fatima e destinatari di visioni storiche profetiche, tra le quali quella dei cruenti genocidi del 1994 e 1995 che avrebbero condotto alla morte circa un milione di persone tra Tutsi e Hutu.

Nonostante la sua mole, la poderosa opera di Rino Cammilleri non assume un taglio accademico, ma ha un carattere divulgativo, per cui si legge piacevolmente, anche perché è ricca di storie e curiosità legate alle apparizioni mariane inedite ai più, radicate nelle tradizioni di culto popolare ma non per questo meno degne di credito. È insomma, per dirla col suo autore, «un semplice Calendario a uso del popolo» da tenersi sul comodino quale ulteriore modo per ogni figlio di lasciarsi accompagnare ogni giorno dalla sua Mamma celeste.

Fonte: Il Timone

L’arte di guarire, il segreto per la vita interiore

“La guarigione inizia da una parola udita e deve finire con una parola detta. Se voglio guarire è il mio amore che deve guarire. La guarigione più profonda è la guarigione del mio affetto. Infatti io sono me stesso fino in fondo solo se amo di un amore sano, autentico. Solo l’amore vero dà la felicità vera”. È questo il cuore dell’ultimo libro di don Fabio Rosini.

 Dopo L’arte di ricominciare sul discernimento spirituale, ne L’arte di guarire (San Paolo 2020, pp. 336) don Fabio Rosini – Direttore del Servizio per le Vocazioni della Diocesi di Roma e ideatore del percorso sul Decalogo e sui conseguenti Sette Segni del Vangelo di Giovanni – delinea un itinerario spirituale per la propria guarigione interiore, ponendosi con la propria testimonianza di vita accanto al suo lettore.

Diagnosi, terapia e guarigione sono le tappe da attraversare in cammino verso una vita sana, per la quale occorre il ‘tocco’ della grazia di Cristo. Per questo motivo è l’emorroissa del Vangelo di Marco (Mc 5) la figura paradigmatica che accompagna il lettore in tale cammino di purificazione interiore, per togliersi “lo scafandro del ‘buon cristiano’” e recuperare un rapporto autentico a “‘tu per tu’, ‘faccia a faccia’ e ‘occhi negli occhi’”con un Tu che guarisce, restituisce a se stessi e libera.

Si tratta innanzitutto “di chiamare per nome i molti vuoti che portiamo dentro senza scoraggiarsi”, per uscire da “una tranquillità da paese dei balocchi esistenziale, imboccare la via della libertà e non lasciarla più”. Per cui, dopo aver suggerito al lettore di armarsi per questo viaggio “con tutta la pacatezza di cui si è dotati, tutta la pazienza possibile con sé stessi e qualcuno più esperto di noi nella fede a cui appoggiarsi nelle difficoltà”, don Fabio lo invita a mettersi realmente in tale cammino di conversione rispondendo personalmente, compiendo ogni passo in ascolto dello Spirito Santo, alle diverse ‘provocazioni’ che egli gradualmente suggerisce, perché “ci vuole tutta l’eternità di Dio per guarire il mio cuore”.

Il primo passo consiste nell’imparare a riconoscere i propri sintomi, nella consapevolezza che i sintomi non sono il male. Certo “non bisogna dunque né banalizzare né assolutizzare i sintomi”, ma ricercarne la causa, senza essere né troppo indulgenti né eccessivamente rigorosi con se stessi, laddove “la nostra è un’epoca anestetica, palliativa, onirica. Siamo nel tempo dell’industria del divertimento e della sedazione e ci serviamo di raffinati strumenti di narcosi”. Insomma si tratta di scoprire cosa si nasconde dietro “la vergogna, la mancanza di libertà, la chiusura, la possessività, la timidezza, le dipendenze, i cuori freddi, l’ansia di sedurre, le aggressività e le balbuzie affettive di ogni genere”. Sicuramente ciò che si oppone all’amore è la paura, “quel flagello che pulsa interiormente e storce gli atteggiamenti, rende aggressivi o remissivi, impone rassicurazioni, compensazioni, detta i tempi delle compulsioni, spegne o ferisce l’amore nel nostro cuore”. Infatti dietro il desiderio di piacere a tutti i costi si cela la “paura di non avere importanza. E per questo attacco a straparlare, manipolo i racconti, faccio il maschio-alfa, entro in competizione, denigro gli altri, scimmiotto i sentimenti, mi pavoneggio con i miei successi e le mie abilità, oppure patisco i caratteri forti, ho terrore delle umiliazioni, mi svendo per non essere escluso, mi faccio compatire”. Allo stesso modo, dietro il “darsi continue compensazioni” cadendo nelle dipendenze, c’è “la paura di soffrire, per cui “mostrifico ogni possibile rischio. Esorcizzo il dolore cercando il piacere e mi fisso sulle cose con avidità, imbarcandomi in troppe cose. Probabilmente anche per questa paura faccio un’epopea dei miei dolori e non dimentico i torti subiti”. Insomma dietro ogni vizio capitale c’è una paura da riconoscere. Ma la radice di ogni paura rimane il disprezzo di sé, “un pensiero cattivo su se stessi, un seme di auto-sabotaggio nel nostro sistema operativo, un pensiero nero di delusione su noi stessi”.

“Io non ho paura dei problemi della gente, io ho paura delle soluzioni della gente”, scrive ancora Rosini, alludendo alle diverse forme di compensazioni che schiavizzano l’uomo, al desiderio di potere che lo asserve al compromesso o ai progetti di autorealizzazione; a tutte quelle illusioni che danno soddisfazione a “una tecnica tipica del Maligno: far apparire un bene ipotetico in nome del quale compromettere un bene reale che al momento appare secondario”. Agendo in questo modo, però, “perdo l’opportunità preziosa di imparare a stare dove la vita mi mette”. Perciò occorre anche un po’ di santa ira verso i propri errori, per cominciare a smettere di sacrificare ai propri idoli la propria capacità di amare, in quanto “non si esce mai da un male senza dirgli di no”.

Allora “non c’è da chiedersi se siamo amati ma da lasciarsi amare e da accettare di essere amati tanto poveri” lasciandosi guidare dallo Spirito, che “ha il potere di visitare ogni storia e renderla gravida di Cristo”. Di qui “la Croce di Cristo è la verità che contesta le letture amare della vita che ci portiamo dentro, e sta lì, mitemente, umilmente, pazientemente a dire ad ogni uomo: Calmati, la vita non è difendersi, la vita è amare”. E Gesù ha scelto di farlo, non “prendendomi la manina e portandomi per la retta via perché io la mano non me la lascio prendere, non mi fido, non mi lascio andare, ma permettendo che l’onda di tutto il male che io ho dentro, l’onda di tutta l’invidia, l’ira, l’accidia, l’avarizia, la lussuria, la gola, la superbia che porto in me, arrivassero addosso a Lui, si scatenassero sul suo corpo”. Non bisogna assolutamente dimenticare che ciascuno, qualunque sia il suo peccato, “vale il sangue di Cristo”, perciò è così prezioso agli occhi del Padre.

E “Dio sa fare anche della nostra povertà una strada per incontrarci”. Per incontrare il suo Figlio vivo e vero, “toccare i suoi sentimenti nei nostri confronti”, ci sono infatti la Chiesa, la Parola, i sacramenti, le opere di misericordia spirituali e corporali. Di qui occorre saper far memoria e raccontare come Dio mi ha salvato, ossia “entrare nella lettura riconoscente della nostra vita”, imparare l’arte della gratitudine al Padre per ogni bene, grazia e anche dolore ricevuto: è questo in effetti il principio di un’autentica guarigione del cuore e il segreto per custodire la pace interiore per una vita veramente ‘sana’ perché santa.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Suor Bernadette, miracolata ‘per la gloria di Dio’

“Sono una povera suora che fu pesantemente handicappata e invalidata. Mi trovavo fuori dalla barca della vita e messa da parte. Ma poi sono stata miracolosamente sanata”. Inizia così a raccontare la propria storia redatta insieme a Jean-Marie Guénois, la suora francese Bernadette Moriau ne La mia vita è un miracolo (San Paolo 2019, pp. 239). C’è lucida consapevolezza e profonda gratitudine a Dio nelle parole e nell’animo di questa suora mentre ripercorre le tappe della propria vita fino alla prodigiosa guarigione dalla cosiddetta ‘sindrome della cauda equina’ al ritorno da Lourdes. Tale guarigione costituisce il settantesimo miracolo ‘certificato’ operato dall’Immacolata presso la grotta di Massabielle su circa 6400 dossier di guarigioni inspiegabili aperti presso il Bureau des Constatations Médicales della città pirenaica.

Ella confessa di non aver mai chiesto la propria guarigione e di aver piuttosto pregato per quella degli altri. Eppure proprio a lei, una suora francescana Oblata del Sacro Cuore di Gesù, un’infermiera ormai anziana, ciò che era insperato si è realizzato. Bernadette nel 2008 ha 69 anni e vive paralizzata da 42, “il piede sinistro era in una stabile posizione di inversione quasi completa. La schiena, la colonna vertebrale, il bacino erano ridotti in poltiglia. Erano sostenuti da un rigido busto cervico-toracico-lombo-sacrale che però non mi impediva di soffrire”. Sedata dalla morfina quando il dolore diventava insostenibile, nel viaggio di ritorno dal suo pellegrinaggio, suor Bernadette prega, soffre e offre le sue sofferenze per i malati che ha visto a Lourdes anche in condizioni peggiori della sua. Non si lamenta, nella consapevolezza “che il mio stato di religiosa è per loro, per tutti gli altri, non per me. Ho offerto la vita, che Dio mi ha donato, a Lui e agli altri. Se la mia salute non mi permette più di aiutarli – io ero infermiera – posso almeno pregare per loro a tempo pieno: per la loro guarigione, per il loro benessere”.

Suor Bernadette è stata già diverse nel luogo delle apparizioni, anche se vi mancava dal 1985. Spronata dal proprio medico curante, mediante il quale era Dio stesso a chiamarla, aveva deciso di farvi ritorno bagnandosi anche nelle sue piscine, “nell’acqua della Resurrezione di Gesù”. Poi, durante la benedizione eucaristica al termine della processione nel sacro perimetro del santuario, ode dall’Ostia Santa il Maestro che le sussurra al cuore: “Vedo la tua sofferenza e quella dei tuoi fratelli e sorelle malati. Dammi tutto”. Rientrata in convento, dopo tre giorni di cui scrive: “Le mie ossa urlano, la mia anima canta”, percepisce sensibilmente quell’ ‘oceano di pace’ che è un grande dono di grazia per molti pellegrini.

L’acqua delle piscine e il fuoco dell’amore eucaristico sono “i segni dell’inizio di una vita nuova”. Alle 17.45 dell’11 luglio è ai piedi di Gesù Eucaristica durante l’adorazione nella cappella del suo convento di Bresles. Improvvisamente avverte un calore interiore e, rientrata in camera, una voce che la invita: “Togliti gli apparecchi”. Il suo corpo ritorna inspiegabilmente perfettamente in salute, il piede non più torto, il dolore completamente svanito e la gioia incontenibile. Eppure, come spesso accade in questi eventi straordinari, è tenuta a custodire il silenzio e la segretezza ed è chiamata a raccontare principalmente nelle sedi opportune quanto le è capitato. Di qui ritorna come paziente negli studi dei dottori che l’avevano avuta in cura sino ad allora; compare con la propria cartella clinica dinanzi a medici che non la conoscono e si presenta innanzi a commissioni schierate di teologi e monsignori che hanno necessità di esaminare il suo ‘caso’.

Nel volume c’è ampio spazio per la narrazione di un’odissea durata ben dieci anni, vissuta in obbedienza alla volontà di Dio e della sua Chiesa, perché sia riconosciuta la straordinarietà della sua guarigione, a beneficio di tutto il popolo di Dio. Essa è stata infatti certificata dall’esame accurato di circa 300 medici, mentre il miracolo è stato appurato da una commissione teologica appositamente costituita.

La nuova vita di suor Bernadette dopo il grande dono ricevuto è consistita nell’ “accettare di uscire dalla riservatezza per essere disponibile a raccontare le meraviglie di Dio senza appartenersi più”. D’altra parte, per la suora francese, il miracolo ricevuto è un “piccolo germoglio di grazia”, nella consapevolezza che “se il Signore ha voluto fare di me un ‘segno’ è per manifestare la Sua gloria, non la mia”. Perciò, una volta recuperata la salute fisica, ella non si è tirata indietro dinanzi alla responsabilità di tale compito, anzi “si è rimessa al servizio della sua comunità, della sua parrocchia, dell’Ospitalità e dei malati di Lourdes”, a testimonianza del fatto che – come ha rilevato opportunamente il vescovo di Beauvais Jacques Benoît-Gonnin – “una vita ritrovata è una vita feconda nel dono di sé”.ù

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

San Tommaso e il Vangelo di Giovanni, un commento che illumina

“La sua contemplazione è perfetta; poiché tale atto è perfetto quando colui che contempla viene sollevato fino all’altezza della realtà contemplata. Ora, siccome Giovanni insegnò non solo che il Cristo Gesù, Verbo di Dio, è Dio elevato al di sopra di ogni essere, e che per mezzo di lui tutto è stato creato, ma altresì che siamo stati santificati per mezzo di lui e che a lui aderiamo mediante la grazia che egli ci infonde, è evidente che la sua contemplazione è perfetta”.

In queste parole di San Tommaso d’Aquino è racchiuso il cuore del suo poderoso commento al Vangelo secondo Giovanni (2019, 2 voll, pp. 3000), pubblicato ora nella pregevole collana “I Talenti” delle Edizioni Studio Domenico e delle Edizioni San Clemente con testo latino a fronte, grazie al paziente e accurato lavoro di traduzione dei Padri Domenicani Tito Sante Centi e Roberto Coggi. In tale commento Tommaso rielabora le citazioni dei vari autori spesso senza menzionarne esplicitamente le fonti, a differenza dell’altro suo monumentale commento ai Vangeli, noto come Catena Aurea, nel quale invece le auctoritates dei Padri della Chiesa sono riprese testualmente. Secondo Tolomeo di Lucca, che ne catalogò le opere, l’Aquinate avrebbe scritto di suo pugno solo il commento ai primi cinque capitoli, mentre il resto sarebbe frutto di una fedele trasposizione da parte del segretario fra’ Reginaldo degli appunti delle sue lezioni, naturalmente rivisti dal maestro prima di essere pubblicati.

 Il fascino intellettuale, spirituale e mistico del Vangelo di Giovanni costituisce una miniera inesauribile di tesori per la ragione acuta e illuminata dalla grazia di Tommaso. Quella dell’Aquinate, però, non vuole essere un’esegesi storico-critica, bensì una “reinterpretazione esistenziale” del testo giovanneo inteso quale Parola ispirata capace di generare ancora vita di fede in colui che l’accoglie nella propria esistenza di ogni giorno. D’altra parte “mentre gli altri evangelisti trattano principalmente dell’umanità di Cristo, Giovanni insiste sulla Divinità di Cristo senza per questo tralasciare i misteri della sua umanità”, sottolinea ancora il Doctor Angelicus.

Giovanni, assimilato all’aquila “perché volle fissare con gli occhi acutissimi dell’anima la luce della verità immutabile”, insegna a Tommaso che è per mezzo dell’umanità di Cristo che bisogna tendere a Dio. D’altra parte Egli è “Via secondo la sua umanità ed è termine secondo la sua divinità”. Nel tentativo di immergersi con l’evangelista nelle profondità del mistero del Verbo divino Tommaso, che al solo commento del Prologo (Gv 1) dedica circa 250 pagine focalizzando la propria riflessione e meditazione su ciascuna parola, scrive: “Siccome Dio con un solo atto, mediante la sua essenza, conosce se stesso e tutto ciò che egli sa, l’unico Verbo divino esprime tutto quello che è in Dio: non solo per quanto riguarda le Persone divine, ma anche per quanto riguarda le creature; altrimenti sarebbe imperfetto”. Particolarmente significativa è anche la sua puntualizzazione sulla traduzione latina di Logos con ‘verbum’ e non con ‘ratio’. A tal proposito l’Aquinate precisa che, a differenza del termine ‘ratio’ che allude solo “al concepire della nostra mente quale fatto mentale”, verbum “invece indica pure l’espressione esteriore”, e dunque implica “un riferimento a cose esterne”, ossia alle realtà create che mediante tale Parola divina sono fatte esistere.

Il Verbo di Dio è la ‘luce vera’ (Gv 1, 9), cioè “la luce per essenza”; dunque né quella di cui partecipano le creature, né quella “falsa che i filosofi si vantano di possedere”. Di qui a ciascun uomo è stato dato ‘il potere di diventare figlio di Dio’ (Gv 1, 12), ossia “il potere proprio della grazia per l’acquisto della perfezione delle opere e il conseguimento della gloria”.

Relativamente al miracolo di Gesù alle nozze di Cana, Tommaso rileva “la pietà e la misericordia della Madre nel considerare il bisogno altrui come proprio” quando venne a mancare il vino; “la riverenza verso Cristo e la sua sollecitudine e diligenza” nel non attendere che “il bisogno fosse estremo”, rimettendosi “al modo di agire proprio di Dio”.

Tra i numerosi spunti di riflessione che offre il suo commento al capitolo 6 di Giovanni sul discorso di Gesù quale ‘pane di vita’, Tommaso sottolinea che “come l’uomo Cristo riceve la vita spirituale dall’unione con Dio, così anche noi riceviamo la vita spirituale nella comunione del sacramento”, poiché l’anima vive nella misura in cui aderisce al Verbo di Dio. Cristo è infatti la Via, nella misura in cui “è il fine a cui aspira la vita dell’uomo; e l’uomo desidera soprattutto due cose: primo, la conoscenza della verità, che è una sua prerogativa; secondo, il prolungamento della propria esistenza”. In tal senso, il Signore è allora anche la Verità e la Vita.

Di qui, se da un lato “un bene creato non acquieta perfettamente il desiderio e la brama dell’uomo e dunque non è possibile avere una gioia piena”, dall’altro invece “la nostra gioia sarà piena quando possederemo il bene nel quale si trovano in maniera sovrabbondante tutti i beni che possiamo desiderare. E questo bene è soltanto Dio, il quale riempie di beni il nostro desiderio”. A tale desiderio del cuore umano viene incontro il desiderio profondo di Cristo stesso morente sulla croce che, nell’espressione ‘Ho sete’ (Gv 19, 28), grida e testimonia pienamente il proprio “ardente desiderio della salvezza del genere umano”.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Cattolici nel mondo, un vademecum per i fedeli di oggi

La Regola di San Benedetto può costituire un vademecum imprescindibile per la vita di ogni cristiano, e dunque non solo dei monaci? Quella che può apparire come una provocazione è la sfida raccolta nei brevi saggi di Luisella Scrosati, firma cara ai lettori de La Nuova Bussola Quotidiana; di Marco Sermarini, Presidente della Società Chestertoniana Italiana e alla guida della Compagnia dei Tipi Loschi del beato Pier Giorgio Frassati a Grottammare nelle Marche; e di Dom. Massimo Lapponi, benedettino dell’Abbazia di Farfa.

Si tratta di brevi postille alla magna carta del monachesimo occidentale raccolte in un agile manuale destinato a fedeli laici e famiglie e non ai chierici come invece ci si aspetterebbe, dal titolo: Cattolici nel mondo. Uso e manutenzione (2019, pp. 98). In effetti la Regola di San Benedetto “non è una raccolta di belle massime, magari da aprire a caso per avere il pensiero del giorno”, bensì una ‘scuola di servizio del Signore’ fatta di direttive concrete perché ciascun cristiano progredire in un costante cammino di conversione con l’aiuto di Dio stesso mediante il suo Santo Spirito.

Uno dei pilastri della Regola è certamente la stabilità che, in tale ottica, “significa famiglie insieme che si aiutano nel concreto e nel quotidiano e che hanno criteri e obiettivi comuni”. Ciò comporta il vivere nella consapevolezza che “nessuna delle cose che creiamo in questa vita è eterna, ma dobbiamo costruirle come se lo fossero”. Questo vale, per esempio, quando due giovani decidono di sposarsi.

L’anima della vita del monaco è la preghiera. Allo stesso modo anche il laico è chiamato a pregare con i Salmi e la Lectio divina, cercando di “blindare 20-30 minuti al giorno” per quest’ultima, memorizzando una o due frasi della Parola, perché siano “la nostra compagnia durante la giornata e il lievito che pian piano farà fermentare la nostra anima”. In particolare, è molto preziosa la preghiera al mattino in famiglia poiché “darà il giusto tono a tutta la giornata, quali che siano le diverse incombenze di ognuno”. E, allo stesso modo, sarebbe altrettanto fecondo abituarsi a pregare insieme anche la sera “in preparazione al riposo notturno”.

La Regola di San Benedetto non si ferma alla preghiera e alla dimensione contemplativa, ricercando attraverso il lavoro anche quella attiva. Bisogna lavorare per vincere l’ozio ma senza troppa frenesia, e dunque combattere l’accidia “che fa desiderare di essere altrove da dove si è, che fa fare altro da quanto si deve fare, portandoci lontano dalla concreta volontà Dio”. Occorre inoltre lavorare “per il bene nostro e altrui”, con spirito di servizio e umiltà, adoperandosi facendo anche in casa ciascuno la propria parte. Tuttavia anche “il riposo è necessario; e a noi oggi manca il riposo ancor più che il lavoro. Il riposo è fratello del silenzio. A noi manca il riposo come manca il silenzio”. Di qui l’esortazione a impiegare costruttivamente la sera proprio in vista del riposo, poiché “il sonno lavora e bisogna farlo lavorare preparandogli il lavoro la sera”. Solo in tale prospettiva ‘la notte porta consiglio’.

Per quanto riguarda la consumazione dei pasti, sulla scia del padre del monachesimo occidentale, è opportuno evitare di mangiare smodatamente e quando se ne ha voglia senza rispettare dei tempi prestabiliti, così come ricercare cibi raffinati a ogni costo piuttosto che accontentarsi di ‘quel che passa il convento’. Bisogna altresì impegnarsi a conversare a tavola, evitando le interruzioni di tv e smartphone e abituarsi a rendere grazie a Dio insieme prima e dopo il pasto, nella consapevolezza che quello che si ha la possibilità di mangiare è anche un suo dono e non solo frutto del proprio lavoro.

E ancora San Benedetto raccomanda caldamente di custodire il silenzio, e dunque la propria lingua e interiorità, ossia di “parlare solo per dire cose buone, di parlare poco e appropriatamente e di non dire sciocchezze”. Ciò non significa che in famiglia non bisogna parlare, bensì che occorre “imparare ad ascoltarsi, rivolgendosi gli uni agli altri con umiltà e prudenza”. I genitori, in particolare, sono chiamati a essere autorevoli, cioè severi e teneri al tempo stesso, evitando di lasciar correre ove vi sia invece da individuare e punire il male commesso: tutti in famiglia “devono sapere cosa si può fare e cosa no ed essere avvertiti delle conseguenze” di eventuali trasgressioni.

Infine anche una fuga mundi, in specie dalla mentalità dominante, risulta essenziale per andare controcorrente, “per vivere la libertà della verità, per abbattere gli idoli che inevitabilmente hanno occupato aree più o meno vaste della nostra mente e del nostro cuore” e per avere una vita autentica e pienamente felice perché radicata in Cristo.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Gabrielle Bossis, la mistica che parlava con Gesù

“Il Mio Amore segreto e tenero è in realtà per ogni anima che vive in questo mondo”, confidò Gesù stesso a Gabrielle Bossis, una delle grandi mistiche del secolo scorso. È questo il senso più intimo e profondo della trascrizione fedele dei loro colloqui in un diario, recentemente pubblicato in edizione integrale (Lui e io, Edizioni Ares 2019, pp. 600), nel quale ogni dialogo di Gabrielle col Divino Maestro è puntualmente datato e brevemente contestualizzato.

Nata nel 1874, coetanea di Santa Teresa di Lisieux, “Gabrielle non fu una monaca di clausura; visse a lungo nel mondo interessandosi di musica, di danza e di letteratura, scrivendo opere teatrali e mettendole in scena in varie parti del mondo, perfino in Palestina e in Marocco”, sottolinea padre Sicari nell’introduzione all’opera.

Gesù desidera che Gabrielle scriva anche le sue preghiere e le intima di rivolgersi a Lui con parole d’amore: “Ripeti: ‘Che a ogni nuovo istante Tu sia il più grande amore della mia vita. Così, crescerai in Me’”. E le sussurra: “Non ti fermare ai dettagli. Cammina con lo sguardo fisso sul Mio Amore. Cadi? Rialzati e guardaMi di nuovo”. La invita a essere “il Mio sorriso per tutti, la Mia voce amabile”.

Allo stesso modo il Signore la esorta a pregare, mentre le confida: “Cambio le tue preghiere in preghiere Mie, ma se tu non preghi…Posso far fiorire una pianta se tu non la semini?”. Di qui le precisa: “Quando non ti parlo, vuol dire che è giunto per te il momento dell’azione. Parla con gli altri come pensi che Io parlerei con te. Ti aiuterò”.

In un appello accorato la esorta ad alimentare il suo amore per Lui: “VediMi in ogni cosa; considera ogni cosa in vista dell’eternità; esci dalle tue solite misure, amaMi di più”. In un’altra circostanza la esorta a vivere radicata nella sua divina volontà: “Sradicati da te stessa, piantati in Me”, affinché “la tua vita sia un costante raccoglimento, un’incessante conversazione col tuo Signore”. L’invito alla carità verso il prossimo è condensato nelle espressioni: “FamMi crescere negli altri”, dal momento che “quello che fai agli altri, è a Me che lo fai”. Gesù l’invita a percorrere la via dell’amore sulla scia di Maria: “Mia Madre non viveva che per Dio. Non aveva alcun egoismo, alcun ripiegamento su sé stessa. Rispondeva esattamente allo scopo del Creatore, mentre La creava. ImitaLa”.

Suor Gabrielle pone dunque Cristo al centro della propria esistenza. E ciò, come le spiega il Divino Maestro, “vuol dire pensare a Me. Parlare con Me come con il migliore e più dolce amico. Cercare i Miei interessi. Soffrire per causa Mia. Avere cura del Mio Regno. Ricordarsi delle Mie sofferenze. Lasciar fluire il proprio amore nel Mio amore in ogni momento della vita e tutto quel che consegue da ciò”. L’unione mistica della sua anima con Cristo viene evocata anche attraverso questa bella immagine: “Io sono l’Ostia. Tu sei l’ostensorio. I raggi d’oro sono le Mie Grazie attraverso di te”.

Un amore totale richiede un amore totale. E allora, “visto che Mi do tutto intero, donati tutta intera, senza neanche pensare che potresti riservare qualcosa per te”. Ecco perché il Maestro le sussurra con amore: “Sei dunque a casa tua nel Mio Cuore, Mia piccola figlia: anche sulla terra, esso è la tua vera casa” e “famMi posto nel tuo cuore: entrerò con tutte le Mie Grazie”.

 Gesù la invita spesso a un’adeguata considerazione di ogni realtà, compresa la più piccola, e di ogni suo atto: “Non essere mai sorpresa delle Mie Bontà. Quelle che puoi vedere sono minori di quelle che ti circondano”. E ancora: “Non ti ho detto che nulla è piccolo ai Miei occhi? Che tutto sta nel modo di amore con cui lo si compie?” Di qui il motivo del suggerimento: “Metti la tua felicità nel servirMi sin nei più piccoli dettagli. Nulla è piccolo quando si tratta di amore”, in quanto “ogni piccolo sforzo, un vostro minimo gesto, Mi incanta, come una madre è gioiosa quando il suo piccolino assume una nuova espressione”.

In relazione alla compartecipazione di Suor Gabrielle alle sofferenze di Cristo, Egli le ripete: “Sopporta le spine di ogni giorno per amor Mio. Questo prepara la tua anima alla virtù eroica. Comprendi che l’unione con Dio altro non è che fare la volontà di Dio”. Il Signore non è un giudice severo, ma un Padre misericordioso che si identifica metaforicamente con il personaggio biblico di Sansone allorquando le rivela: “Perdo la Mia forza di giudice quando un’anima Mi esprime la fedeltà del suo amore. Non che quest’amore sia un grande amore, ma è il più grande che lei sia capace di offrirMi. Allora, Mi tocca sul vivo e sono incline a piegarMi alla sua volontà, che adotto come Mia”.

Così fa il Divino Maestro anche nel momento in cui chiama sé la sua sposa fedele Gabrielle la quale, durante la sua ultima Messa, invoca il suo Sposo con fiduciosa speranza: “Dove sei amorosa Presenza?…E dopo, che sarà?”. E Gesù le risponde: “Sarò Io, sarò sempre Io”.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Il Fatto di Cristo, un ‘già’ che fa desiderare il ‘non ancora’

“Solo quando il futuro è certo come realtà positiva, diventa vivibile anche il presente”, scrive Papa Benedetto XVI nella sua Spe salvi. Dunque è solo nella prospettiva dell’avvenimento cristiano che “vita e storia assumono significato e direzione” (mons. Negri) in un contesto sociale come quello attuale dominato dal nichilismo, dal ‘pensiero debole’ che non riconosce alcuna certezza e dalla liquidità dei legami interpersonali.

S’inscrive nel solco di questa consapevolezza e di coloro che riconosce esplicitamente come propri maestri, don Giussani e il cardinale Giacomo Biffi, la riflessione sull’Avvenimento di Cristo e della Chiesa sviluppata da don Pietro Re nel suo recente saggio Già e non ancora (Edizioni Ares 2019, pp. 246). Il volume è impreziosito da un apparato iconografico di dieci tavole a colori di Sieger Köder e dal commento artistico e spirituale ad esse di Suor Maria Gloria Riva, nota ai lettori de La Nuova Bussola Quotidiana.

L’autore conduce il lettore dalla scoperta dei “principali desideri radicati nell’io profondo della persona umana, che così riconosce la sua identità naturale”, sulle orme di Sant’Agostino, Dante, Leopardi, Pascal, Ungaretti, Rebora, Pasolini, Gide, all’avvenimento di Cristo e alla docilità allo Spirito in una vita vissuta nel mistero sacramentale della Chiesa. In una cultura del vuoto e di desertificazione spirituale quale è quella attuale, è necessario infatti ripartire da un’esperienza elementare dell’uomo, quella appunto del desiderio, che costituisce “il motore interiore dell’indomabile tensione di ogni persona verso il suo totale compimento”. E in effetti “il desiderio è come una scintilla, un motore che deve manovrare tutto per arrivare alla felicità”. E il desiderio in tutti i suoi aspetti – esistenziale, storico e sociale – è sostanzialmente un desiderio di verità e di bene.

“La vita di un buon cristiano è tutta un santo desiderio. Viviamo dunque di desiderio. In questo consiste la nostra vita: esercitarci nel desiderio. Dilatiamoci col desiderio di Lui”, scriveva Sant’Agostino. La natura del desiderio profondo del cuore umano è dunque l’amore, “quella verità-forza vivente che si radica nell’intimo della persona, spegne l’egoismo e ci libera dai limiti dell’autoaffermazione, riconosce all’altro un’importanza assoluta e, mediante la fede, congiunge l’individuo alla sfera unitiva della totalità finale del reale”. Perché l’amore, come scrive San Giovanni della Croce, “è l’unico tesoro che si moltiplica nella condivisione”.

A un tale desiderio infinito del cuore umano “non offrono risposta le ideologie degli stati totalitari, che tragicamente hanno deluso la promessa di felicità per tutti; tanto meno le pretese del razionalismo, illuminista e positivista, e delle tante scienze e tecnologie”, ma solo l’Avvenimento cristiano, il quale “non è una dottrina, ma una comunicazione di esistenza” (Kierkegaard). Si tratta di un Fatto che sollecita la libera adesione dell’uomo, “altrimenti la Sua sarebbe una salvezza da schiavi”, per dirla con Peguy. In questo modo alla ‘mendicanza dell’uomo’ risponde la ‘mendicanza di Cristo’ che invita l’uomo a “un incontro d’amore, nel quale conosca veramente se stesso, ritrovi i suoi veri valori e sia ricreato” (San Giovanni Paolo II).

È il rapporto d’amore con Cristo che ci costituisce e – istante dopo istante – trasforma la profondità del nostro essere. È un rapporto che non umilia la nostra dignità, è un rapporto di appartenenza a una Presenza che è oltre noi stessi e rende l’uomo una sola cosa con il Cristo che lo fa. Nessun altro può dire a una persona: ‘Tu mi appartieni’”. Con il mistero della sua Passione, Morte e Resurrezione, Egli spiana “la strada della felicità, che è percorsa da chi si lascia prendere per mano da Cristo e impara la gioia dalle sue gioie. La felicità non sarà la spensieratezza effimera e illusoria, che davanti alle grandi questioni resta muta e disperata. Sarà un percorso verso la verità e il bene, lungo il quale si impara a fare pace in sé stessi, sapendo di essere immensamente amati da lui e mettendosi al servizio degli altri”, evidenzia ancora don Re.

 Tale incontro della creatura con Cristo, generatore di vita nuova, bellezza e santità, si realizza ora nella Chiesa, nel cui mistero Gesù si fa contemporaneo di ciascun uomo. Il cristiano è così chiamato a dare la propria testimonianza nello Spirito Santo. Testimone è allora colui “le cui opere compiute ogni santo giorno – affetti, lavoro, riposo fanno risplendere la presenza di Cristo Risorto”.

Di qui, “dal principio alla fine, nella pienezza dei tempi, al cuore del disegno salvifico rivelato c’è l’Avvenimento di Cristo. Il suo dipanarsi nel tempo e nello spazio è l’evento ecclesiale, nel quale va riconosciuta la Presenza redentrice per la potenza dello Spirito di Cristo risorto”. Infatti – conclude don Pietro Re citando De Lubac– “il mistero di Cristo è anche il nostro. Ciò che si è compiuto nella testa deve compiersi anche nelle membra. Incarnazione, Morte e Risurrezione; radicamento, distacco e trasfigurazione. Non c’è spiritualità cristiana senza questo ritmo in tre tempi. Noi dobbiamo far penetrare il cristianesimo nel più intimo delle realtà umane, ma non lasciarvelo perdere o snaturare, non per svuotarlo della sua sostanza spirituale; ma perché agisca dentro di noi e nella società, come il fermento che lievita tutta la pasta; perché tutto si trasfiguri e giunga a maturazione; perché, all’interno di ogni realtà, un principio nuovo faccia sentire dovunque l’esigenza e l’urgenza dell’appello divino”.

Tale considerazione risuona anche nel commento spirituale e artistico di suor Gloria Riva al dipinto di Köder Albero genealogico di Gesù, nel quale così descrive la figura di Maria: “Il suo corpo è di cielo, perché verginale fu il suo concepimento, come verginale è il concepimento della Chiesa. Il suo volto è coperto dal Volto del Figlio, perché ‘caro Christi caro Mariae’, diceva Tertulliano: la carne di Cristo è carne di Maria. E, infine, alla sommità di quest’albero, come frutto maturo ed eterno, ecco il Cristo, il Verbo di Dio fatto carne. Il Cristo è nudo perché si constati la veridicità della sua carne, uguale alla nostra; e tiene le braccia in croce, perché più di noi è nato per morire. Ecco: la Vergine Madre di Köder è radice, tronco e cima. Possiede la fede di Abramo, tiene nel grembo la vera Toràh di Mosè ed estende alla Chiesa il senso vero e ultimo del suo esistere: quel Dio Bambino. Egli ci ha portato dritti nelle braccia del Padre, ha inviato lo Spirito ad abitare in mezzo a noi e ha fatto della Chiesa la testimone fra gli uomini di un Regno qui e ora, in un misterioso ‘già e non ancora’, che tuttavia porta il frutto della pace”.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Jacques Fesch, la canonizzazione del santo assassino

“Fu condotto ai piedi del marchingegno. Lì lo aspettava padre Jean Devoyod. Molte volte si era stretto al suo abito bianco di figlio di san Domenico e gli dispiacque di non poterlo fare anche in quel momento perché i polsi erano legati. Padre Devoyod gli si avvicinò fino a sussurrargli qualcosa sul volto, lo segnò, gli sorrise. Insieme salirono gli scalini. Poi trascorse un secolo che durò un minuto. Jacques fu messo giù. L’anima gli fu penetrata da un lampo nel quale passarono le mille verità della sua vita. Si udì un comando. Immediato – un grido: ‘Il Crocifisso! Il Crocifisso!’’. E davanti alle mani di padre Devoyod, che reggevano la Croce, la lama della ghigliottina precipitò con tonfo pesante”.

La modalità di andare incontro alla morte dice molto, se non tutto, del valore e significato riconosciuto alla propria vita. Ecco perché il racconto della vita di Jacques Fesch, un assassino che salirà presto agli onori degli altari, prende le mosse proprio dai suoi ultimi istanti per poi svilupparsi come un lungo flashback narrato con ritmo incalzante da Curzia Ferrari, scrittrice e giornalista, ne I giorni di Jacques (pp. 208, Ares, 2019).

Tormentato dal dèmone dell’avidità perché del denaro non può farne a meno, Jacques è un giovane che guadagna già 60.000 franchi al mese nell’istituto di credito del padre, per cui si lascia andare volentieri ad alcol, bagordi e gioco d’azzardo. Sposa Pierrette, una donna di origine ebrea, dalla quale ha una figlia, ma ben presto abbondona entrambe e torna a vivere dalla madre. In preda alla passione amorosa verso un’altra donna di cui s’invaghisce, si macchia di una terribile violenza per poi abbandonarla senza riconoscerne il figlio. Un fatidico giorno il padre si rifiuta di dargli il suo compenso, per cui per rabbia gli ruba la rivoltella che custodiva in un cassetto. In quel periodo Jacques desiderava comprare una barca a vela, ma non ne aveva il denaro necessario. Così organizza un colpo di mano e fugge via con la refurtiva. Inseguito da un poliziotto che gli intima di alzare subito le mani in alto, si trova di fronte un cancello senza altra via di fuga. Di qui istintivamente mette mano alla rivoltella e preme il grilletto: nel sangue di quell’uomo ucciso vede chiudersi i propri giorni di persona libera. Confinato in dieci metri quadrati di spazio vitale per tre anni nella prigione de La Santé, mentre è tentato di pensare che solo una severa condanna potrebbe redimerlo da tutti i mali compiuti, tra il silenzio e la solitudine, si fa strada progressivamente una ricerca profonda del volto di Dio che traspare vivida nelle sue lettere raccolte durante la fase di postulazione della causa di beatificazione.

L’amore del Padre lo visita attraverso le letture spirituali, gli viene incontro nel cappellano del carcere e soprattutto gli si fa prossimo mediante il suo avvocato, un terziario carmelitano “certo al novantanove per cento che avrebbero condannato alla pena capitale” il suo assistito. Nonostante tale timore, “egli mette in gioco l’ipotesi di rendere Jacques felice”, esortandolo a pentirsi e ad accogliere il perdono del Padre misericordioso. In preda all’angoscia, a sera, il condannato grida in cella ripetutamente: “Dio mio! Dio mio!” e la grazia del Padre viene a consolarlo. La racconta con queste parole: “Una grande gioia si è impossessata di me e soprattutto una grande pace. Tutto è diventato chiaro in pochi istanti…Quindi è venuta la lotta, silenziosamente tragica, fra ciò che sono stato e ciò che sono diventato, perché la creatura nuova innestata in me implora una risposta alla quale resto libero di rifiutarmi”.

Eppure Jacques è già stato condannato alla pena capitale nel momento in cui ha ucciso un agente, secondo quanto scrivono i giornali, perché nella Francia della prima metà del ‘900 la vita di un poliziotto veniva considerata di maggior valore rispetto a quella di un comune passante, per cui di conseguenza la sua colpa era causa di maggiore riprovazione sociale. In forza del peso politico del Sindacato di Polizia francese, l’affaire Fesch diviene allora presto un caso di giustizia di rilevanza nazionale.

Se ciò è motivo di sofferenza per l’animo di Jacques è anche nel contempo fonte di feconda espiazione. In cella Jacques prega il Rosario, recita la liturgia delle ore, si comunica e legge le vite dei santi. Nell’ultima sua Pasqua invita un amico in carcere a gioire esclamando che “è la festa della nostra felicità”, mentre confessa all’avvocato carmelitano di aver ricevuto per due volte un messaggio da Gesù: “Tu ricevi le grazie della tua morte”. Di qui, dopo la condanna definitiva, dirà nell’ultimo abbraccio al suo fido avvocato: “Vi starò sempre accanto: se Dio me lo concede, vi assisterò di lassù”. Paul Baudet morirà il 6 aprile 1972, a 15 anni esatti dalla fine del processo.

La fede di Jacques radicata nell’amore del Padre fa capolino anche nella serena accettazione della pena di morte. Egli offre la sua testa al carnefice “come un fiorellino primaverile”, consapevole che “per essere ammessi a contemplare Cristo, bisogna purificarsi per mezzo della sofferenza e uccidere in noi tutto ciò che ci è proprio” e che “se l’anima gioisce, il corpo è morto e più nulla conta, a parte i baci che si mandano al cielo”. In tale spirito di umiltà sposa anche religiosamente sua moglie Pierrette e perdona i suoi carnefici. Prima di salire sul patibolo afferma: “Io non muoio, non faccio che cambiare vita e sono tanto felice che padre Thomas celebri la Messa ogni giorno per le mie intenzioni. Con la Santa Ostia ogni mattina sale al cielo Jacques Fesch!”. Il sigillo sulla sua morte in odore di santità lo metterà l’arcivescovo di Parigi che nel 1987 apre la causa di beatificazione.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Nasi lunghi gambe corte, tra pulsioni e passi verso il Mistero

Oggi c’è un mostro che soffoca la vita. È l’ansia che, venendo costantemente iperalimentata, rende indisponibili all’attesa, segue la logica del ‘tutto e subito’ e ci fa perdere il gusto di aspettare. Lo sottolinea con fermezza padre Maurizio Botta – giovane sacerdote della Parrocchia di Santa Maria in Vallicella a Roma e brillante predicatore oratoriano nel solco del carisma di San Filippo Neri –, nel primo dei ‘Cinque passi al Mistero’ raccolti nel suo recente volume Nasi lunghi gambe corte (Edizioni Studio Domenicano 2019, pp. 159).

L’ansia è “uno stato della mente e del corpo che in determinate circostanze tutti gli esseri umani conoscono e sperimentano”. Egli sottolinea infatti che esiste un’ansia positiva, ‘adattiva’, “che ci consente di adattarci meglio all’ambiente e alla realtà che ci circonda, che aumenta il nostro stato di vigilanza e ci aiuta focalizzare un elemento degno di attenzione”, e un’ansia altrettanto benefica che si manifesta come ‘percezione di vulnerabilità’ relativamente a quanto abbiamo paura di perdere. Se contenuta entro certi limiti, l’ansia è dunque un fattore positivo legato alla capacità previsionale dell’uomo, al futuro. L’ansia negativa è invece disadattiva e consiste “nella sovrastima del pericolo e nella sottostima delle risorse personali per fronteggiarlo”. Una simile ansia è anche il “male spirituale di ogni tempo, che nasce dall’illusione di poter controllare la realtà, dal delirio d’onnipotenza sulle nostre capacità, dalla schiavitù logorante di voler affermare se stessi”. Contro l’ansia, stando all’appello di padre Maurizio, il rimedio è uno solo: rimanere nel presente, fidandosi del fatto che c’è un Padre che ci ama, “e offrire a Dio la sofferenza dei propri respiri dolorosi” che talvolta sembrano soffocarci, nella consapevolezza che è Cristo e non se stessi il metro di giudizio del proprio valore.

Nel ‘secondo passo’ dedicato alla pigrizia padre Botta rileva come tale vizio abbia in sé qualcosa di disgustoso e vergognoso. Lo attesta la stessa “irrefrenabilità con cui ci appelliamo alle giustificazioni” ogniqualvolta veniamo accusati di essere pigri. “La pigrizia è la ruggine della bellezza”, diceva Buddha. Lo si legge anche nella Scrittura allorquando “il fastidio nel vedere un pigro che esegue un compito affidatogli è paragonato al sapore di aceto o al fumo negli occhi (cf. Prov 26, 14)”. E ancora, nel libro del Siracide il pigro è addirittura assimilato a una palla di sterco (cf. Sir 22, 2). Oggi invece sin da piccoli si assiste a ‘un’istigazione alla pigrizia’, instillata da genitori troppo apprensivi, pronti a evitare ogni minima fatica ai propri figli, e favorita da insegnanti disponibili ad accettare anche una pessima calligrafia dai loro studenti, abituati a scrivere per abbreviazioni sui social. Per non parlare della pigrizia nella lettura e di quella ben più grave nel fare il bene. Infatti, per dirla con un proverbio significativo, “la pigrizia è la stupidità del corpo, la stupidità la pigrizia dello spirito”. Di qui se “rifiutiamo il sacrificio della pazienza, la sofferenza dell’attesa, non impareremo né insegneremo mai nulla”. Allo stesso modo “la madre perfetta fa la figlia inetta”, per dirla con un altro proverbio popolare, nella misura in cui fa tutto lei e non permette che la si aiuti. Così, frustrando ogni tentativo dei figli, li si impigrisce. Tale vizio può essere sia il frutto del perfezionismo altrui, sia l’esito della ‘cultura dell’aiutino’ che demonizza il sacrificio come del nichilismo contemporaneo. D’altra parte perché ci si dovrebbe sacrificare se nulla ha valore e significato? Ecco allora l’altra faccia della medaglia della pigrizia, ossia la tristezza, “quella tristezza diabolica che ingloba il senso ultimo della vita e il senso possibile di tutti gli atti umani, la tentazione di dire e di pensare che tutto è inutile”, per cui a nulla serve impegnarsi per qualcosa, né tanto meno perseguire con fatica il bene. Allora il canto, il vivere la vita come un pellegrinaggio, la carità operosa, la preghiera e la liturgia costituiscono alcune vie maestre per uscire dal nichilismo e scrollarsi di dosso la pigrizia, in quanto è solo riacquistando il senso e assaporando il gusto di una vita piena che si è spinti ad alzarsi dal divano.

Relativamente al ‘terzo passo’ dedicato al tema della scelta, il sacerdote oratoriano evidenzia come la nostra sia una ‘libertà da’, mentre quella vera, autentica, è la ‘libertà per’. Certo bisogna anche rassegnarsi al fatto che ogni scelta ‘libera per’ implichi una rinuncia. D’altra parte “se scegli qualcosa inevitabilmente ti privi di un’altra”. Occorre dunque liberarsi “dell’illusione luccicante delle mille possibilità aperte”. La regola fondamentale che deve animare ogni scelta umana dovrebbe quindi essere la gloria di Dio e la salvezza dell’anima propria e dei fratelli, come insegna Sant’Ignazio di Loyola, evitando di scambiare i mezzi (es. vocazione al matrimonio o alla vita consacrata) con i fini. In tale prospettiva i consigli sono di “non prendere mai una decisione importante quando si è nella tristezza” e di “non mettere mai in discussione una decisione presa nella luce, nella pace, nella gioia e nella bellezza”. È necessario altresì considerare che “non esiste scelta e libertà vera senza gli altri. È sempre un altro a dirti chi sei, ad aiutarti a capire negli snodi fondamentali della vita”.

Rispetto alla menzogna del ‘quarto passo’, padre Maurizio individua, tra le ragioni per cui si mente, la paura, il timore di essere rimproverati e la pigrizia per evitare la fatica di dover dare delle spiegazioni. Ma il rischio più grande lo corre chi mente a se stesso o vive nella menzogna. Allora il rimedio è lasciarsi attrarre da Cristo come da una calamita in modo tale che “tutto ciò che nella tua vita è menzogna, che non è verità incarnata, scivoli via”. Il demonio è infatti il padre della menzogna; “le sue bugie sono anche sistemi di pensiero, idee, immagini, programmi televisivi costruiti per alimentare lo sconforto e sedimentare le voci disperanti”. Ma persino “le menzogne vissute, le più dolorose, cadono in un rapporto vivo e vero con Cristo”.

L’ultimo passo è relativo all’ossessione del confronto e al bisogno di sentirsi migliori degli altri. “La superbia – afferma padre Botta – gode dell’inferiorità altrui”. Per il superbo non essere vincente o ‘la più bella del reame’ equivale a non essere nessuno. Eppure la diversità di amore con cui il Padre ama ciascuno non deve dar luogo a un confronto invidioso tra fratelli. L’amore di Dio non può esser misurato in termini di ‘più’ o di ‘meno’, come fu per Caino in relazione al gradimento da parte del Padre dell’offerta del fratello Abele. Di qui “il problema di Caino è proprio la non accettazione del modo in cui Dio ama lui e di conseguenza del modo con cui ama Abele”. L’antidoto al bisogno di sentirsi migliori degli altri si radica allora in tale amore del Creatore, diverso e unico per ogni sua creatura. E in effetti, per dirla con Lewis, “se vi è uguaglianza, è nel Suo amore, non in noi”, nella misura in cui “nell’amore immenso di Dio per ciascuno di noi – conclude il sacerdote oratoriano – le nostre differenze vengono non solo custodite, ma esaltate”, per cui “ciò che è uguale è la potenza dell’amore di Dio”.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Luisa Piccarreta, fare la Divina volontà è il cielo in terra

“Bisogna imparare a vivere solo il Volere di Dio per vivere la vita del cielo stando sulla terra”. Questa citazione, tratta dai quaderni di Luisa Piccarreta, costituisce la sintesi mirabile dell’esistenza terrena di questa grande mistica del secolo scorso.

Tutto comincia “una sera durante la cena quando Luisa, avendo la visione di Cristo, si impietrisce, cioè cade in uno stato di completa incoscienza ed irrigidimento tanto da non potersi muovere e da sembrare improvvisamente morta”. Questo fenomeno le capiterà ancora molte volte perché ella sceglie di offrirsi al Signore come vittima d’espiazione per i peccati degli uomini. Luisa Piccarreta diviene così ‘secretaria del divin voler’, nella consapevolezza che “l’anima tutta consumata nella divina Volontà disarma la giustizia di Dio che ritira la sua mano punitrice, perché quest’anima, vivendo la Sua Volontà, diviene parafulmine della Divina”. Tale è stata Luisa, che ha trascorso a letto 70 dei suoi 82 anni in obbedienza fiduciosa e amorosa al disegno del Padre.

Nata a Corato in Puglia nel 1865, Luisa ha numerose visioni estatiche. Nel 1886 “Gesù le chiede di immolarsi per liberare la sua città dal morbo del colera che si andava diffondendo”. Ella è perciò costretta a letto tra dolori atroci ma, dopo soli tre giorni, il colera nel suo paese è debellato. Di qui il primo gennaio Gesù le preannunzia un matrimonio mistico. Dai suoi numerosi quaderni, nei quali la mistica raccoglie i dialoghi con il Divino Maestro e il contenuto delle sue visioni, il noto angelologo Marcello Stanzione trae un pensiero spirituale al giorno sul cuore della fede cristiana, soprattutto sui temi dell’Eucarestia e dell’abbandono in Dio e alla sua volontà per 365 giorni con Luisa Piccarreta (Edizioni Segno, 2019).

“L’anima che grida ‘Ti amo’ nel Suo Volere, sente la nota dell’amore eterno di Dio percepisce l’amore creato, nascosto nell’amore increato, e Dio si sentirà amato dalle creature con un amore eterno, infinito, immenso: col suo stesso amore”. Con grande fervore Luisa asseconda il disegno d’amore del Padre e, ammaestrata dal suo Figlio, diviene progressivamente sempre più consapevole che “le anime che vivono la Volontà di Dio sono il piede del missionario, la lingua dei predicatori, la forza dei deboli, la pazienza degli ammalati, il governo dei superiori, la docile obbedienza dei sudditi, la tolleranza di coloro che calunniano, fermezza nei pericoli; posseggono l’eroismo degli eroi, il coraggio dei martiri, la santità dei santi. Chi vive la Volontà di Dio viene a far parte di tutto il bene che è nei cieli e sulla terra. Chi vive la Volontà di Dio è ostia viva, anima piena di vita”. In questo modo “l’anima che s’immerge nella Volontà di Dio concorre al bene di tutte le creature e diventa collaboratrice di Cristo nella salvezza di esse”. In effetti “l’unica cosa che può farci rassomigliare al Creatore è il vivere la Sua Volontà, e la creatura, vivendo nella Volontà di Dio, realizza lo scopo della Sua creazione”. D’altra parte, se la “vera Santità sta nel fare la mia Volontà e nel riordinare tutte le cose in Me”, allora “nella volontà di Dio è il riposo dell’anima, è il riposo di Dio nell’anima; la volontà di Dio è il paradiso dell’anima sulla Terra e il paradiso di Dio sulla Terra; la volontà di Dio è l’unica chiave per aprire ed accedere ai segreti ed ai tesori dell’Onnipotente”. Pertanto chi si sforza di compiere la volontà divina “può dire che vive pienamente la sua vita umana”.

Fare la volontà del Padre comporta anche imparare ad abbracciare la propria croce come il Figlio. A tal proposito Luisa Piccarreta scrive: “Le anime che liberamente accettano la croce nelle sofferenze quotidiane hanno la forza nell’Eucarestia. Queste anime sono bellissime davanti a Dio perché crescono continuamente nella bellezza del patire; gli occhi di Dio restano ammirati nel guardarle perché scorge in esse la sua stessa immagine”.

E relativamente al mistero ineffabile dell’Eucarestia, afferma che “l’atto supremo d’amore di Cristo verso le creature, il centro di un’anima cristiana”, dal momento che “Gesù è nascosto nell’Ostia per dare vita a tutti; nel suo nascondimento abbraccia tutti i secoli e dà luce a tutti. Così noi, nascondendoci in Lui, con le nostre preghiere e riparazioni daremo luce e vita a tutti, e anche agli stessi eretici e infedeli perché Gesù non esclude nessuno”.

Una lettura dunque agevole e nel contempo profondamente utile alla propria anima, dal momento che un pensiero spirituale al giorno toglie il diavolo di torno o perlomeno lo allontana.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana