I commenti al Vangelo di Benedetto XVI svelano la vita

«L’uomo è vivo finché attende, finché nel suo cuore è viva la speranza. E dalle sue attese l’uomo si riconosce: la nostra ‘statura’ morale e spirituale si può misurare da ciò che attendiamo, da ciò in cui speriamo». Così si esprime Benedetto XVI durante un Angelus nella prima domenica d’avvento, secondo quanto ripreso nei Commenti ai Vangeli del Pontefice emerito pubblicati di recente in un’ampia raccolta a cura di Mattia Pittau (Palumbi, pp. 622).

In tali commenti la Parola del Vangelo di ogni giorno e tempo dell’anno liturgico A, B e C – sia essa festiva, feriale, di una Memoria, Festa o Solennità – è accompagnata da una breve e profonda riflessione di Benedetto XVI, particolarmente feconda per la meditazione spirituale di ogni fedele che desidera custodire nel cuore e nella mente ogni parola di verità che esce dalla bocca del Signore. Si tratta di citazioni che riprendono stralci di omelie, di udienze generali, di discorsi pronunciati in diverse occasioni, nelle quali «Benedetto XVI riesce a fondere insieme la mente e il cuore, la riflessione profonda e il sentimento che commuove» in un «linguaggio semplice, accessibile e diretto», per dirla con le parole della prefazione al volume di Mons. Angelo Comastri.

Parole vive e sempre attuali, che rilevano come «nella Chiesa sia sempre in atto una lotta tra il deserto e il giardino, tra il peccato che inaridisce la terra e la grazia che la irriga perché produca frutti abbondanti di santità». Di qui, sull’esigenza di compiere sempre la volontà del Padre, Joseph Ratzinger evidenza con grande chiarezza che «la gloria di Dio, la sua signoria, la sua volontà è sempre più importante e più vera che il mio pensiero e la mia volontà. Ed è questo l’essenziale nella nostra preghiera e nella nostra vita: apprendere questo ordine giusto della realtà; accettarlo intimamente; confidare in Dio e credere che Egli sta facendo la cosa giusta; che la sua volontà è la verità e l’amore; che la mia vita diventa buona se imparo ad aderire a quest’ordine. Vita, morte e resurrezione di Gesù sono per noi la garanzia che possiamo veramente fidarci di Dio. È in questo modo che si realizza il Suo regno».

Parole, queste di Benedetto XVI, ancorate alla Verità che salva. D’altra parte «se la Verità fosse solo una formula matematica, in un certo senso si imporrebbe da sé. Se invece la Verità è Amore, domanda la fede, il ‘sì’ del nostro cuore. E cosa cerca, in effetti, il nostro cuore, se non una Verità che sia Amore? La cerca il bambino, con le sue domande, così disarmanti e stimolanti; la cerca il giovane, bisognoso di trovare il senso profondo della propria vita; la cercano l’uomo e la donna nella loro maturità, per guidare e sostenere l’impegno nella famiglia e nel lavoro; la cerca la persona anziana, per dare compimento all’esistenza terrena». Tale anelito alla Verità che si è fatta carne deve dunque anche tradursi in un impegno concreto per l’edificazione del Regno, diventando così «lievito dell’umanità: se mancasse, verrebbe meno la forza che manda avanti il vero sviluppo», che non è evidentemente quello ‘sostenibile’ millantato dall’ideologia ecologista, bensì «la spinta a collaborare per il bene comune, al servizio disinteressato del prossimo, alla lotta pacifica per la giustizia». E in effetti «la signoria di Dio si manifesta nella guarigione integrale dell’uomo», sempre e comunque prima di ogni conseguente tutela del creato.

Il Pontefice emerito sottolinea che «la fede cristiana non è ideologia, ma incontro personale con Cristo crocifisso e risorto. Da questa esperienza, personale e comunitaria, scaturisce poi un nuovo modo di pensare e di agire: ha origine, come testimoniano i santi, un’esistenza segnata dall’amore». Sul piano operativo si tratta allora «di lasciare che la grazia trasformi la nostra volontà egoistica e la apra ad uniformarsi alla volontà divina», anche attraverso «il cammino esigente della croce che Gesù indica a tutti i suoi discepoli», in quanto «non esiste altra via per sperimentare la gioia e la vera fecondità dell’Amore che la via del darsi, del donarsi, del perdersi per ritrovarsi». È questa «la nostra missione nella storia cui dobbiamo cercare di corrispondervi, dando ciascuno il proprio contributo», evitando ogni forma di complicità con il male e connivenza con il peccato e imparando ad avere «non paura, ma responsabilità e preoccupazione per la nostra salvezza e per la salvezza di tutto il mondo».

 Quando ciò non accade e l’uomo, al contrario, «si sbarazza di Dio e non attende da Lui la salvezza, crede di poter fare ciò che gli piace e di potersi porre come sola misura di se stesso e del proprio agire, si estendono l’arbitrio del potere, gli interessi egoistici, l’ingiustizia e lo sfruttamento, la violenza in ogni sua espressione per cui, alla fine, l’uomo si ritrova più solo e la società più divisa e confusa». «In un mondo, così pieno di libertà fittizie che distruggono l’ambiente e l’uomo – osserva ancora acutamente Joseph Ratzinger – vogliamo, con la forza dello Spirito Santo, imparare insieme la libertà vera».

Traendo linfa dalla perenne novità del Vangelo, Benedetto XVI ricorda infatti che «lo Spirito Santo ci rende figli e figlie di Dio. Egli ci coinvolge nella stessa responsabilità di Dio per il suo mondo, per l’umanità intera. Ci insegna a guardare il mondo, l’altro e noi stessi con gli occhi di Dio». E in effetti il «programma del cristiano, appreso dall’insegnamento di Gesù, è un ‘cuore che vede’ dove c’è bisogno di amore e agisce in modo conseguente».

Scorrendo le sapienti meditazioni di Benedetto XVI ci si mette con piacere alla scuola dell’ascolto della Parola quotidiana del Maestro e così, per dirla ancora con Mons. Comastri, «il Vangelo diventa vivo, attuale, salutarmente provocante e capace di illuminare il buio della modernità spesso vuota e prostrata ad incensare il ‘niente’. Leggete, meditate e mi darete ragione e, in silenzio, arriverete ad esclamare: “Grazie, Papa Benedetto!”».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

L’Eucaristia e il sacerdozio, i doni del Giovedì Santo

«Proprio nel momento in cui chiaramente si manifestava la nostra indegnità, Gesù ci ha raggiunto con un gesto di Amore infinito» – scrive il cardinale Angelo Comastri, che è stato Vicario Generale di Sua Santità per la Città del Vaticano e Arciprete della Basilica Papale di San Pietro –, nel suo recente volume Nella notte in cui fui tradito (San Paolo 2021, pp. 112), in cui raccoglie preziose meditazioni spirituali sui misteri d’amore del Giovedì Santo, l’Eucarestia e il sacerdozio.

 «Cari sacerdoti, non abituatevi a questo miracolo, ma stupitevi ogni volta che celebrate una Santa Messa!», suggerisce una volta il grande scienziato Enrico Medi a un gruppo di sacerdoti. Allo stesso modo San Francesco afferma con fervore mistico e poetico: «Dell’Altissimo Figlio di Dio nient’altro vedo corporalmente, in questo mondo, se non il Santissimo Corpo e il Santissimo Sangue che essi soli consacrano ed essi soli possono donarci».

Gli fa eco il santo curato d’Ars: «Tolto il sacerdote, noi non avremmo più la presenza di Gesù nel tabernacolo. Chi lo ha riposto nel tabernacolo? Il sacerdote! Chi ha accolto la vostra anima al primo entrare nella vita con il Battesimo? Il sacerdote. Chi la nutre con l’Eucaristia per darle la forza di compiere il suo pellegrinaggio verso il Cielo? Il sacerdote. Chi la preparerà a comparire innanzi a Dio, lavandola per l’ultima volta nel sangue di Gesù Cristo? Il sacerdote, sempre il sacerdote. E se quest’anima viene a morire per il peccato, chi la risusciterà, chi le darà il perdono di Dio? Ancora il sacerdote. Dopo Dio, il sacerdote è tutto! Lui stesso si capirà bene soltanto in Cielo».

Nel volume il cardinal Comastri denuncia altresì «la situazione tragica dell’uomo contemporaneo che avverte il bisogno di un punto di appoggio, ma allo stesso tempo è convinto che non ci sia! C’è da impazzire!». Citando il filosofo Hans Jonas evidenzia come «oggi il massimo potere si unisca al massimo vuoto e il massimo di capacità va insieme al minimo sapere intorno agli scopi ultimi della vita». In questo contesto, però, «la fede ci svela il senso della vita e accende una lampada alla nostra libertà».

Sul cammino della fede s’incontra Maria, che il cardinale invoca con queste parole: «O Maria esperta di libertà, pronuncia il Tuo ‘sì’ nella selva dei nostri ‘no’ e rieduca il nostro cuore alla gioia di seguire il Signore, per essere liberi attraverso il dono e la fedeltà al dono di noi stessi». Sul modello della Vergine Madre – di contro a «una errata impostazione della pastorale che punta unicamente al fare» e al rischio di un «apostolato ridotto a spettacolo» per strappare qualche applauso da parte dei fedeli e dei media – bisogna riproporre «una testimonianza che suppone la santità e la vita interiore» in quanto «l’apostolato è l’interiorità che affiora», per dirla con un Piccolo Fratello di Charles De Foucauld.

Il primato della vita spirituale sulle ‘buone azioni’ è testimoniato infatti da Gesù stesso che, «per la preghiera, sacrificava anche la carità per insegnarci che, senza Dio, siamo troppo poveri per poter aiutare i poveri», come sottolinea madre Teresa di Calcutta, la quale precisa anche che l’adorazione del Santissimo Sacramento è il motore della carità operosa: «Noi Missionarie della Carità non apriamo nuove case, bensì apriamo nuovi Tabernacoli. Tutto parte da Lì: da Lì parte la nostra carità».

Nell’Eucarestia il discepolo viene raggiunto in maniera incomparabile dall’onnipotenza dell’amore del Maestro. Ciò è testimoniato in modo mirabile nel mistero inaugurato durante la Cena del Signore, ove «il comportamento di Gesù è lontano da ogni logica umana. Egli sapeva che Giuda aveva deciso di tradirlo, sapeva che Pietro l’avrebbe rinnegato, sapeva che gli altri sarebbero tutti scappati e l’avrebbero lasciato solo e, pertanto, poteva sentirsi provocato e giustificato a gesti di legittimo sdegno: poteva gridare, poteva rovesciare la tavola dell’amicizia tradita, poteva chiudere i conti con quegli uomini ingrati (che, in verità, siamo tutti noi!) e invece… ecco il comportamento di Dio: si mette a lavare i piedi!». In un gesto riservato agli schiavi si rivela tutta l’umile grandezza dell’amore del Padre che, sebbene «circondato da uomini che non incoraggiavano nessun gesto di amore», sceglie di consegnarsi a ciascuno senza riserve attraverso l’Eucarestia. È questo il «dono, attraverso il quale l’Amore maternamente e paternamente dirompente di Dio dà la vita ai suoi figli nutrendoli d’amore: è l’amore, infatti, il cibo eucaristico».

A questo punto la meditazione del cardinale si fa preghiera: «Vogliamo lealmente seguirti nell’amore fino al segno estremo, fino alla lavanda dei piedi espressa ogni giorno in piccoli gesti di carità fraterna che tutti possiamo fare. Aiutaci, o Signore! Aiutaci a cominciare fin da oggi una vita diversa, una vita che profumi di umiltà, una vita che non rinneghi il tuo gesto di Divina Umiltà, che ripetiamo ogni Giovedì Santo». Egli invita a elevare al Padre anche una preghiera di ringraziamento per il dono grande dei sacerdoti: «Grazie per il sacerdote che ci ha battezzato, per il sacerdote che ci ha dato il primo perdono, per i sacerdoti che ci perdonano ogni giorno e ogni giorno ci regalano la Santa Eucaristia; grazie per il sacerdote che ci darà l’ultimo perdono nell’ultimo giorno della nostra vita! Signore, abbi pietà di noi e manda oggi santi sacerdoti alla tua Chiesa!».

D’altra parte, «se la gente capisse il valore di una Santa Messa, ci sarebbe la fila fuori dalla Chiesa per poter entrare», per dirla con San Pio. E in effetti «è più facile che il mondo possa vivere senza il sole piuttosto che senza l’Eucaristia», esclama ancora il frate di Pietrelcina. Un amore al Santissimo Sacramento che sostiene la vita anche in condizioni durissime, come quelle vissute in una cella buia e fredda dal cardinale vietnamita Van Thuán che, con appena tre gocce di vino e un’ostia, celebra quotidianamente in solitudine la Santa Messa, la quale diviene sorgente misteriosa di grazia e conversione per diversi carcerieri.

Nella sera della sua ultima Cena il Signore ci conceda dunque di poter corrispondere al suo mistero d’amore attraverso una ‘vita eucaristica’ spesa per il prossimo con la stessa lucida consapevolezza di Madre Teresa: «Non potrei vivere senza l’Eucaristia: è l’Eucaristia che mi riempie di amore e mi dà la forza per servire i poveri e per chinarmi con amore sulle loro piaghe».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

San Giuseppe e i carmelitani: una pioggia di grazie

«Giuseppe è il servo silenzioso della Parola che si cancella dietro la sua missione, con la quale fa corpo finanche nel suo nome. Giuseppe è ‘quello che fa crescere e che veglia sulla crescita’ del Figlio di Dio». Eppure «il Signore ha riunito in Giuseppe, come in un sole, tutte le prerogative e tutto ciò che i santi hanno insieme di luce e di splendore», come osserva acutamente San Gregorio di Nazianzo.

Di qui, in un tempo di «profonda crisi della paternità, faremmo forse bene a volgere i nostri sguardi ed i nostri cuori verso colui che incarnò, nel cuore del mondo, quella paternità divina ‘da cui fuoriesce ogni altra paternità in cielo e sulla terra’ (cfr. Ef 3, 15). Perché non seguire dunque l’esempio del ‘Papa buono’, Giovanni XXIII, che confessava in tutta semplicità: “San Giuseppe lo amo molto, a tal punto che non posso cominciare la mia giornata, né finirla, senza che la mia prima parola ed il mio ultimo pensiero non siano per lui”».

 Un appello accorato a una sincera e profonda devozione a San Giuseppe, soprattutto in quest’anno a lui dedicato, emerge dalle pagine del recente volume I santi carmelitani e la devozione a San Giuseppe (Edizioni Segno 2021, pp. 140) del noto angelologo Marcello Stanzione.

Onorato quasi esclusivamente in relazione a Gesù e Maria, San Giuseppe diviene motivo di devozione popolare soltanto a partire dal 1522, anno di pubblicazione di un libro in suo onore da parte del frate domenicano Isidoro de Isolani, fino a esser proclamato, per volere di Papa Pio IX, ‘Patrono della Chiesa Universale’ nel 1870, così da proseguire in cielo quel patrocinio iniziato sulla terra allorquando gli «venne dato il sacro compito di prendersi cura della Santa Famiglia di Nazareth».

Nelle encicliche di papa Leone XIII è invocato subito dopo Maria con i superlativi di San Giuseppe «beatissimo, castissimo, purissimo, santissimo, gloriosissimo, immacolato». Nella mirabile Redemptoris Custos il Santo Padre Giovanni Paolo II esorta tutti i fedeli a «imparare da lui a servire l’economia della salvezza. Che san Giuseppe diventi per tutti un singolare maestro nel servire la missione salvifica di Cristo, compito che nella Chiesa spetta a ciascuno e a tutti: agli sposi e ai genitori, a coloro che vivono del lavoro delle proprie mani o di ogni altro lavoro, alle persone chiamate alla vita contemplativa come a quelle chiamate all’apostolato».

Nella schiera di queste anime occupa sicuramente un posto di primo piano la suora carmelitana Teresa d’Avila. «Colta da una paralisi totale, nella sua immobilità, viene inchiodata al letto da dolori acutissimi. È malmenata dai medici, dichiarata poi inguaribile, prende una decisione importante: scegliersi un medico nel cielo. Teresa trova e sceglie san Giuseppe». Di lui dirà: «Vidi chiaramente che questo mio padre e patrono mi trasse fuori sia da quella situazione, sia da altre più gravi in cui erano in gioco il mio onore e la salvezza dell’anima mia, meglio di quanto io non sapessi chiedergli. Ho ricevuto grazie da questo santo benedetto». In una visione estatica è sempre San Giuseppe a rivestirla di una veste bianchissima, come segno esteriore di una purificazione interiore dai peccati.

Un supporto operativo, quello del Santo Patriarca, che si manifesta anche nelle ristrettezze economiche: «Una volta, trovandomi in tale situazione da non sapere che fare né come pagare alcuni operai, mi apparve san Giuseppe, mio vero padre e protettore, e mi fece comprendere che il denaro non mi sarebbe mancato; pertanto pattuissi pure il prezzo». Di qui la radicata convinzione di Santa Teresa che la sospinge ad affermare: «Io vorrei persuadere tutti a essere devoti di questo glorioso Santo, per la grande esperienza che ho dei beni che ottiene da Dio».

Santa Teresa è dunque profondamente consapevole del patrocinio, ossia «del potere universale d’intercessione» per ogni necessità di San Giuseppe, il quale è anche «modello delle anime oranti» ed è presente nella sua spiritualità mistica «in stretto rapporto con Gesù e Maria».

Dopo Santa Teresa, padre Girolamo Graciàn scrive la Josefina, un libro di spiritualità e devozione giuseppina nel quale ripercorre la vita dell’‘uomo giusto’, le sue virtù, il suo lavoro, il suo esempio di ‘angelica castità’, soffermandosi soprattutto sul suo «amore fervoroso, forte e tenero» verso i due tesori che gli sono affidati, la Sposa e il Figlio. Il padre carmelitano evidenzia con venature poetiche che «non solo Giuseppe dormì sul petto di Gesù, ma innumerevoli volte Gesù si addormentò sul petto di Giuseppe, ponendo la sua bocca divina sopra quel cuore, saccheggiandolo, abbracciandolo, frantumandolo e producendovi ferite d’amore. E Giuseppe vegliava sul suo sonno, contemplando i misteri racchiusi nel Cristo». Nel solco della spiritualità teresiana sorsero presto tanti conventi e case dell’ordine carmelitano dedicate proprio a San Giuseppe.

«Chi non ha maestro, si rivolga a San Giuseppe, maestro di orazione. Il suo magistero è tutto nella sua paternità spirituale, con la quale attira e stringe a Gesù e Maria», scrive nelle Lettere pastorali padre Antonio di Sant’Alberto, vescovo carmelitano in Argentina vissuto nel 1700. Egli sottolinea opportunamente anche che, essendo San Giuseppe morto fra le braccia di Gesù e di Maria, «gode di un potere di protezione e grazia particolare per i suoi devoti nell’ora della loro morte».

«Oh! il buon san Giuseppe; Oh! quanto lo amo!», esclama spesso un’altra Teresa, la giovane santa del Carmelo di Lisieux. Ella si pone sotto il manto di San Giuseppe fin dall’infanzia, perché intravede in lui «un valido esempio per vivere a servizio di Gesù e Maria, di passare in silenzio e contemplazione le giornate offerte per la salvezza del mondo». Gli dedica anche una poesia e, in un testo scritto per essere rappresentato, mette sulla bocca di Giuseppe queste parole: «O Bimbo, com’è dolce il tuo sorriso! Ma è proprio vero che io, il povero falegname Giuseppe, ho la felicità di portare tra le mie braccia il Re del Cielo, il Salvatore degli uomini? È vero che ho ricevuto la missione sublime di essere il padre putativo di Colui che sazia con la sua presenza gli ardenti serafini e dà il nutrimento a tutte le creature? È vero che sono lo sposo della Madre di Dio, il custode della sua verginità? O Maria, ditemi, che profondo mistero è mai questo?». E in un’altra scena, a chi gli domanda perché Dio non punì con la morte il crudele Erode durante la strage degli innocenti, Giuseppe replica: «Io non posso sondare la profondità dei pensieri divini e li adoro senza comprenderli».

Un’altra santa carmelitana, Teresa Benedetta della Croce, al secolo Edith Stein, in un componimento in onore di San Giuseppe che si fa preghiera, scrive: «Custodisce il bambino Gesù con la Madre di tutte le madri. Perciò in lui si trovano al sicuro le madri fedeli di tutti i bambini. San Giuseppe, alle nostre mamme dona ampia benedizione. Oggi poniamo nel tuo cuore tutte le loro domande». In una chiesa di Auschwitz a lui dedicata «per salvaguardare il futuro da un deprecabile rinnovato furore di uomo contro uomo», egli è invocato dai carmelitani scalzi polacchi quale «potente Taumaturgo della nostra speranza».

Il volume di don Marcello Stanzione documenta accuratamente anche la storia del culto con una ricognizione delle feste liturgiche e delle pie pratiche di devozione in onore del padre putativo di Gesù e riporta in appendice sia una lettera dei Superiori Generali Carmelitani sul patrocinio di San Giuseppe sul Carmelo, sia un’ampia raccolta di preghiere per invocare il provvido custode della Santa Famiglia per ogni esigenza spirituale e necessità concreta.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

‘Il freddo dentro’, padre Botta risponde alle domande dei giovani

Paura, affettività e amore, dipendenze, paternità e Gesù “che piace a me”. Sono questi i temi dei “Cinque passi al Mistero” raccolti da padre Maurizio Botta nel recente volume Il freddo dentro (San Paolo, 2020, pp. 183). Si tratta di un «libro necessario, che bisogna avere in casa per forza»; «un libro profondamente imbevuto di fede ma che parte dal punto di vista di chi alle domande si mette davanti da uomo, prima che da uomo di fede», scrive Costanza Miriano nella prefazione. Il volume riporta fedelmente le catechesi di un giovane sacerdote oratoriano «che profuma di Cristo» – per dirla ancora con le parole della Miriano -, di un educatore di tanti giovani nel solco del carisma del “Pippo buono”, san Filippo Neri, le cui «intuizioni non basta ascoltarle una volta sola. Bisogna fermarci sopra il cuore. Leggere e rileggere».

Il “primo passo” è dedicato alla paura. Stando ai risultati di Google, «nella speciale classifica delle paure, conquista il podio la paura della morte, seguita dalla solitudine, dalla paura della gente e dalla paura della paura». Seguono ancora quella di essere incinta, di essere traditi e di amare e, addirittura, di vivere. Insomma «le nostre paure hanno un volto, sono fatte di carne e ossa, anche se magari non osiamo ammetterlo». In relazione alla paura di sbagliare, molto diffusa non solo tra i più giovani, Padre Maurizio esclama con veemenza: «Basta con il terrore dell’errore, con questo essere sempre frenati, tremebondi, divorati, paralizzati dalla paura!». Al contrario, la nostra vita è basata sulla fiducia, «la fiducia nell’amico che ti consiglia un posto dove si mangia bene, che ti invita a leggere un libro, ad ascoltare una canzone». Inoltre, non è un caso che nella Bibbia l’invito a “Non aver paura” ricorra 365 volte. E in effetti «la paura muore se c’è un Tu»; come è stato per il Figlio nella consegna fiduciosa di sé al Padre sulla croce. Di qui è vinta la paura della morte e quella della malattia che, pur rimanendo tale, «assume sembianze diverse perché hai vicino qualcuno che ti aiuta a vivere e sopportare il dolore e l’ansia». Insomma «ammettere e riconoscere le proprie paure e avere anche il coraggio di raccontarle è essere persone veramente forti».

Relativamente ad affettività e amore – oggetto del secondo passo -, padre Maurizio ripropone la bellezza impopolare dell’amor cortese rispetto ai sentimentalismi dei fuochi fatui di oggi, perché in fondo «ogni donna vuole essere guardata negli occhi in modo unico e irripetibile, vuole sentire intimamente di essere stata scelta tra mille. “Io ho scelto te, ho combattuto per te, ti sono rimasto accanto e continuo a sceglierti veramente”: questo è quello che ogni donna sogna di sentirsi dire». Anche rispetto all’ipersessualizzazione attuale, il sacerdote oratoriano non usa mezzi termini: «Il consumo sessuale “usa e getta” sta mangiando il cuore dei ragazzi. È un po’ come per i quadri: se ti posizioni a due soli centimetri da essi, non ne godrai appieno la bellezza. È una questione di distanza: serve la giusta distanza per apprezzare la bellezza, così come l’amore». In tale prospettiva assume un senso profondo anche la castità, che «diventa un’occasione per vivere all’altezza del proprio desiderio», perché «l’amore fisico è un amore orientato: biologicamente e scientificamente ha una direzione, una tensione, un fine». Si tratta allora – prosegue il sacerdote oratoriano – «di corrispondere alla grazia, di immergere i nostri innamoramenti dentro il fuoco incandescente della passione, dell’Amore di Cristo, per poter vivere rapporti e relazioni completamente diversi».

Il terzo passo è dedicato alla tendenza diffusa di costruirsi un Gesù à la carte, dove «come in un ristorante, di Gesù scegli quello che ti piace e lasci quello che proprio non mandi giù», ossia quella consapevolezza che «sei solo un povero peccatore, bisognoso della grazia e del sacrificio di Cristo per poter vivere». Insomma «per avere il Gesù pieno, il vero Gesù, bisogna armonizzare e tenere insieme in modo maturo tutte le Sue parole, proprio tutte».

Per quanto concerne il rapporto tra libertà e dipendenza, nella classifica di Google c’è al primo posto la dipendenza affettiva, poi quella da Internet. E in effetti «siamo tutti piccoli re circondati da una corte di plastica, da prendere a nostro piacimento per riempire i vuoti, da consumare in ogni momento e poi buttare». Così «fuggiamo in paradisi artificiali che sono sempre gli stessi, sempre identici a sé stessi». Allora si tratta di sostituire «le alienazioni di una vita semplicemente noiosa o le dipendenze mortali di una grande sofferenza con una dipendenza vitale divina».

Sulla paternità, oggetto del quinto passo, il sacerdote oratoriano ricorda, riprendendo la figura dell’eroe omerico Ettore, che «un padre ‘eleva’ ed è un gesto in cui riconosce il dono della paternità; ‘benedice’, fa un augurio, una parola benedicente sul figlio, ed è un gesto rituale molto forte; e poi ‘inizia’ perché da sempre è stato colui che inizia alla vita sociale». Allo stesso modo san Giuseppe protegge fisicamente la vita di Gesù e lo presenta al Tempio per la circoncisione: «l’iniziazione di Gesù avviene per mezzo di Giuseppe; Gesù entra nel mondo sociale e pubblico attraverso Suo padre e anche quando ormai è grande sarà il “figlio del carpentiere”». Nella società odierna purtroppo queste tappe sono state bruciate, per cui «non c’è più nessuna differenza tra figli e genitori perché troppi uomini sono solo maschi e non diventano mai padri». E invece, sul modello del custode della Santa Famiglia, «la paternità è frutto di una scelta intenzionale che richiede impegno, cura, decisione».

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Il dizionario dei ‘grandi convertiti’

Agostino, Bakhita, Buffalo Bill, Chesterton, Alexis Carrel, Paul Claudel, Bruno Cornacchiola, Christopher Dawson, Jacques Fesch, André Frossard, Ignazio di Loyola, Manzoni, Maritain, Thomas Merton, Bernard Nathanson, John Henry Newman, Papini, Rebora, Stenone, Paul Verlaine, Gary Cooper e John Wayne solo alcuni dei 168 volti e storie di conversione raccolte nel Dizionario elementare dei grandi convertiti (pp. 369), appena pubblicato dall’Istituto di Apologetica, a cura di Mario Arturo Iannaccone e Luisella Scrosati.

C’è spazio per le conversioni più celebri «per via della loro spettacolarità, per via della notorietà dei soggetti, o ancora per il fatto che siano state scritte delle memorie del processo e dell’evento della conversione». Storie personali riprese per offrire luce e conforto, «per vedere come Dio abbia aperto dei varchi nei cuori più induriti, attendendo il tempo propizio, un tempo che appare sempre tardivo allo sguardo umano, ma che si manifesta invece come il tempo propizio; per rendersi conto di come Egli sia in grado di avvalersi di ogni elemento di bene e di verità presente anche al di fuori dei confini visibili della Chiesa, non per lasciare ognuno lì dove si trova, ma per ricondurlo all’unico Ovile da Lui voluto; per constatare l’instancabile insistenza dell’amore di Dio per salvare gli uomini: tutto questo attesta che Dio è il Signore del tempo, della storia, degli uomini e nessun ostacolo esterno può impedire alla sua grazia di raggiungere il fine della nostra salvezza».

Pietro Abelardo, il grande maestro di arti liberali del XII secolo evirato per la sua tresca amorosa con Eloisa, diventa un monaco benedettino irreprensibile negli ultimi due anni della sua vita, come testimonia Pietro il Venerabile in una lettera alla stessa Eloisa divenuta poi monaca: «Non ricordo di aver visto nessuno che si vestisse e si comportasse con pari umiltà…leggeva continuamente e pregava spesso, non rompeva mai il silenzio, a meno che non lo spingessero a parlare le familiari riunioni con i confratelli o i pubblici discorsi che egli teneva loro sulle cose divine». Egli muore infatti raccomandando a Dio corpo e anima.

John Adams è un ministro della Chiesa anglicana che si converte al cattolicesimo. Divenuto sacerdote cattolico durante la restaurazione protestante operata in Inghilterra da Elisabetta I, avrebbe dovuto lasciare entro 40 giorni il regno in base a un decreto della regina, pena la morte. Adams prosegue invece la sua opera di evangelizzazione. Catturato, viene «attaccato a un palo o pannello di legno e trascinato da un cavallo fino al luogo dell’esecuzione; qui è stato impiccato e, in procinto di morire, evirato, eviscerato e quindi decapitato. Poi il suo cadavere venne fatto oggetto di vilipendio mediante lo squartamento in quattro pezzi».

Giuseppina Bakhita, pur essendo stata maltrattata dai negrieri dai quali era stata comprata quale schiava, con la freschezza della convertita, una volta divenuta suora, scrive nel suo Diario: «Se incontrassi quei negrieri che mi hanno rapita e anche quelli che mi hanno torturata, mi inginocchierei a baciare loro le mani, perché, se non fosse accaduto ciò, non sarei ora cristiana e religiosa». La ‘Madre Moretta’ è infatti profondamente consapevole nei confronti del Creatore del fatto che «tutta la mia vita è stata un dono suo: gli uomini sono strumenti; grazie a loro ho avuto il dono della fede».

Lo sciamano dei pellerossa soprannominato ‘Alce Nero’ non solo si converte al cattolicesimo, ma è anche un missionario zelante che, «per la sua saggezza e capacità comunicativa dà una grande spinta affinché molti indiani abbraccino la fede».

Camillo de’ Lellis è un rampollo di una famiglia militare. A causa di un’ulcera al piede, è costretto ad abbandonare l’esercito. Di qui si dedica ai piaceri e al vizio del gioco che lo riduce alla miseria, costringendolo a mendicare. Accolto in un convento di cappuccini, dopo aver ascoltato padre Angelo, «per tutta la notte, nella sua testa non si rincorrono che queste parole: “Dio è tutto, il resto è nulla!”». Di qui la sua richiesta di farsi frate e dedicare la sua vita al servizio dei malati più poveri e abbandonati, per i quali fonda l’Ordine regolare dei Ministri degli Infermi.

Tra i convertiti contemporanei c’è sicuramente Massimo Caprara. Intellettuale comunista tra i fondatori del quotidiano Il Manifesto, scorge molte ingiustizie da parte dei ‘compagni’ di Togliatti per cui, leggendo il Vangelo, ben presto «scopre che, a differenza di quanto aveva creduto per tanti anni, manipolato dalla catechesi comunista, il cattolicesimo libera e non chiude, esalta la critica e non la ottunde».

 Che il massone e anticlericale Giosuè Carducci si sia convertito in segreto al cattolicesimo e abbia chiesto la confessione prima di morire è data conferma da alcune confidenze ricevute da don Orione, il quale rivela come il poeta dell’Inno a Satana fosse «troppo debole per dirlo forte». Al contrario, il medico scettico e positivista Alexis Carrel si converte dopo aver assistito a una guarigione miracolosa a Lourdes, riconoscendo umilmente: «Lo scopo della vita è la santità e non la scienza. Ma la santità non può, senza l’aiuto della scienza, organizzare e guidare la vita. Il compito della scienza è quello di permettere agli uomini di raggiungere la santità». Con termini simili e ancor più icastici si esprime il grande scrittore inglese Chesterton: «Diventare cattolico non è smettere di pensare, ma imparare a pensare».

Insomma, dirompente o silenziosa, sconvolgente o interiore che sia, ogni conversione si configura pur sempre, per dirla con le parole del poeta Paul Claudel, quale riscoperta e riconoscimento di «una relazione d’amore tra questa persona che sono e questa persona che è Dio!».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Tu scendi dalle stelle per la nostra gioia

«La vita umana presenta inequivocabilmente le ferite della sofferenza e dell’insufficienza, le ferite del tradimento e della cattiveria…ma dentro questa ruvida greppia umana…Dio è nato e nasce ancora!» – scrive il cardinal Angelo Comastri, Vicario Generale di Sua Santità per la Città del Vaticano e Arciprete della Basilica Papale di San Pietro –, nel suo recente volume Tu scendi dalle stelle…ed è Natale! (San Paolo 2020, pp. 140), che raccoglie diverse meditazioni spirituali sul grande mistero dell’Incarnazione del Verbo nella storia e sul senso autentico del Natale stesso, soprattutto nel particolare momento storico che stiamo vivendo.

 Cristo è e rimane l’unica speranza viva per l’umanità sofferente, ieri come oggi. Un Re che ha sulle spalle il suo potere, come scrive il profeta Isaia. Allo stesso modo le mirabili profezie di Daniele e Zaccaria sulla venuta di un Messia umile, i canti del servo sofferente di Isaia e il Salmo 22 focalizzano soltanto alcuni aspetti salienti della figura di Cristo, in quanto – come ha acutamente osservato Dyson Hogue – «nella Bibbia noi abbiamo il più impressionante ritratto di un uomo perfettamente somigliante, realizzato non da uno, ma da venticinque artisti, nessuno dei quali aveva visto la persona che loro stavano dipingendo».

È necessario allora recuperare un senso di umile stupore dinanzi a tali parole di verità, scritte tanti secoli prima di Cristo eppure così incredibilmente rispondenti agli eventi concreti della sua vita, e in particolare al mistero della sua morte e resurrezione, e pertanto degne di fede. L’uomo contemporaneo si lascia invece più facilmente irretire da fiumi di parole vacue piuttosto che prestare l’orecchio alla Parola che salva; si lascia abbagliare dalle tante luci natalizie che scorge per le strade e non apre gli occhi alla Luce vera, perché «la montagna del nostro orgoglio non entra nell’angusto spazio della grotta».

Eppure basterebbe considerare i fatti storici. «Da questo Bambino – rileva il cardinale – è partita la più grande e benefica trasformazione dell’umanità: da questo Bambino è nata la civiltà dell’amore e del rispetto, mentre, ogni volta che ci si è allontanati da questo Bambino, è riemersa la barbarie del sopruso e del calpestamento della dignità umana. Come dovremmo commuoverci, intenerirci, sentirci inondati di gioia! Dio, l’infinito, si è fatto vicino e si è legato irreversibilmente a noi per puro amore, per irresistibile esplosione di bontà: questo fatto deve farci amare la vita e deve ricolmarci di ottimismo a tutta prova».

Da Paolo di Tarso a Madre Teresa di Calcutta i santi incarnano lo spirito autentico del Natale, che consiste proprio nell’«accorgersi di Gesù, accoglierlo nella vita e lasciar continuare in noi la novità della santità sbocciata, come un inatteso miracolo, nella povera mangiatoia di Betlemme». Una santità possibile che è la vocazione di tutti i battezzati e custodisce il segreto della vera gioia, che è «accogliere Dio, farGli spazio, cioè diventare la povera e umile mangiatoia di Betlemme, perché Dio nasce sempre e solo nella mangiatoia di Betlemme. Occorre pertanto togliere l’orgoglio dal cuore, eliminare l’egoismo, abbattere i muri dell’indifferenza e del rancore, affinché Gesù possa nascere in noi e diventare Lui la nostra gioia. È lo scopo del Natale che ritorna. Facciamo spazio a Gesù perché Gesù è Dio: l’unico capace di farci sorridere ancora! Sì, perché Dio è il proprietario esclusivo della gioia. Esclusivo! Ricordatelo».

La gioia cristiana è infatti seme e frutto di chi vive secondo la logica del dono. Lo evidenzia acutamente ancora l’Arciprete della Basilica Papale di San Pietro, quando sottolinea che «la gioia si trova percorrendo un altro itinerario: l’itinerario del dono di sé, l’itinerario che va dall’egoismo al servizio umile e generoso presso le tante grotte di Betlemme, che sono disseminate dovunque: anche accanto a noi! Non ci manca, infatti, qualcosa per essere felici: abbiamo, invece, qualcosa in più che ci pesa perché non l’abbiamo donata a Gesù, presente nella povera Betlemme, che è nel pianerottolo della nostra stessa casa».

A coloro che desiderano vivere il Natale con questo spirito in maniera concreta, il cardinal Comastri ricorda infine il significato degli stessi auguri che ci scambiamo reciprocamente in questi giorni: «Vi auguro di cuore: Buon Natale! Buon Natale vuol dire: se hai un po’ di orgoglio, buttalo via; e sarai tanto felice. Se hai un po’ di egoismo, mettilo sotto i piedi; e sperimenterai la gioia dell’amore che è esperienza di Dio. Buon Natale a tutti. Provate a uscire dall’egoismo e sentirete il canto degli angeli e proverete la gioia di Maria e di Giuseppe. Anche oggi, anche in questo momento!».

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Avvento. Sant’Agostino: “Aspettate il Signore per riconoscerLo”

«Vieni, Signore Gesù». È questa l’invocazione che ciascun cristiano è chiamato a ruminare come un monaco nel tempo di avvento. Come rivela l’etimo stesso della parola, avvento è ad-ventum, il venirci incontro del Figlio di Dio nell’oggi del nostro tempo e della propria storia personale. Tra la sua prima venuta nell’umiltà della carne umana e nella sottomissione alla volontà del Padre e la seconda venuta alla fine dei tempi del Cristo nella gloria come giudice misericordioso c’è infatti la venuta del Signore dei secoli e dell’eternità nel ‘già e non ancora’ dell’oggi, di questo Natale 2020.

Il Signore viene come un ladro nella notte; «il non conoscere l’ora della sua venuta mira forse proprio a questo: a farti stare sempre pronto», scrive Sant’Agostino. Chi sono allora quelli che non si fanno sorprendere dalla venuta improvvisa del Signore? «Coloro che fanno affidamento più sull’Autore dei doni ricevuti che non sulle cose ricevute in dono senza asservirsi ad esse – sottolinea il vescovo d’Ippona – e, quanto alle cose in se stesse, vi vedono un tratto della sua misericordia che viene a consolarli. Per cui non si appagano dei doni per non precipitare lontano dal Donatore. Persone di questo genere non saranno prese alla sprovvista dal giungere di quell’ora, che sarà come il giungere di un ladro». In tale prospettiva l’avvento costituisce un monito a riscoprire ogni cosa per quella che realmente è, a considerarla in ordine al fine per cui è stata creata, ossia un dono di grazia di cui giovarsi per render maggior gloria a Dio anche nel servizio operoso ai fratelli.

Cristo è luce che viene a rischiarare le tenebre del peccato di ogni uomo per farlo vivere della e nella Sua luce. Ogni uomo, in realtà, in se stesso «non è altro che tenebre, Tu invece sei la luce che fuga le tenebre e che m’illumina; luce per me che non si sprigiona da me, bensì luce ch’è parte di quella che proviene da te». In questo tempo di preparazione al Santo Natale il discepolo di Gesù è chiamato a convertirsi, ossia a combattere il peccato e a conformarsi alla volontà del Padre per vivere nel suo amore da vero figlio della luce. Il vescovo di Ippona avverte infatti che «crescere male è un menomarsi. Sia dunque Dio a crescere in te, Dio che è sempre perfetto. Quanto più conosci Dio e quanto più lo accogli in te, tanto più apparirà che Dio cresce in te; in sé però non diminuisce, essendo sempre perfetto».

D’altra parte solo chi vive ogni giorno alla presenza del Padre, in compagnia del Figlio e nella grazia santificante dello Spirito Santo può divenire, sulla scia di Giovanni il Battista, una ‘voce che grida nel deserto’, cioè annunciatore credibile perché testimone di vita piena nel vuoto di una società che continua a vivere come se non vi fosse mai stata una mangiatoia a Betlemme. Dunque «che significa gridare verso Cristo, fratelli, se non corrispondere alla grazia di Cristo con le opere buone? Dico ciò, fratelli, affinché non facciamo strepito con le parole e rimaniamo poi muti con le opere buone. Chi è che grida verso Cristo affinché sia rimossa la cecità interiore al suo passaggio? Chi è che grida verso Cristo? Grida verso il Cristo chi disprezza il mondo e i piaceri mondani. Grida a Cristo chi non con la lingua, ma con la vita dice: ‘Il mondo per me è morto e io per il mondo sono morto’ (cf. Gal 6, 14)», offrendo le proprie gioie e sofferenze quotidiane del tempo presente come sacrificio spirituale gradito a Dio perché la salvezza operata dal Verbo raggiunga ogni uomo.

Perciò, nell’attesa gioiosa del Natale del Signore, ciascuno contempli il grande mistero del Verbo che si fa carne della nostra carne. Infatti poiché «Dio si è fatto uomo per te, uomo, ti devi credere davvero cosa grande; ma ti devi abbassare per poter salire, perché anche Dio si è fatto uomo abbassandosi. Attaccati alla medicina che ti cura, imita chi si è fatto tuo maestro, riconosci il tuo Signore, abbraccia in lui il fratello, riconosci il tuo Dio».

Allora «venga il Signore a visitare il vostro cuore: nelle ore di svago e fra le occupazioni, in casa, nel letto, durante la consumazione del pasto, la conversazione o il passeggio e in ogni luogo. Venga la pioggia divina e il seme che è stato sparso produca i suoi frutti! Là, dove noi non arriviamo e mentre noi ce ne stiamo riposando tranquilli o badiamo ad altre occupazioni, venga Iddio a far crescere le sementi che abbiamo sparse, di modo che possiamo anche rallegrarci del frutto».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Il Dio Bambino, tra santi e artisti devoti al piccolo Gesù

Dal Bambino Gesù di Praga a quelli di Siviglia e dell’Aracoeli a Roma, la pratica della devozione al piccolo Gesù Bambino è diffusa in tutta Europa, e non solo. D’altra parte «il rapporto del cristiano con Cristo, bambino o adulto che lo si voglia vedere, è per sua natura un rapporto di amore. Non solo, ma di un amore che tende all’identificazione, fino al traguardo segnato da san Paolo: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me”».

Tale devozione ha radici molto antiche. Nel III secolo Origene scriveva: «Preghiamo Dio onnipotente e lo stesso Bambin Gesù, con il quale desideriamo conversare e tenerlo in braccio, affinché anche noi possiamo prendere il Figlio di Dio e stringerlo al cuore».

Lo evidenzia don Michele Doltz nel suo Il Dio bambino (Ares 2020, pp. 406), un’opera colta ma divulgativa, che coniuga la tradizione delle devozioni dei santi per Gesù Bambino – la quale si effonde in preghiere, meditazioni spirituali e canti liturgici celeberrimi quali Tu scendi dalle stelle di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori – con la storia iconografica del Bambinello nelle raffigurazioni di grandi artisti. In effetti, è paradossalmente proprio dalla figura di Gesù «depurata dalla superflua fantasia e addirittura dall’immoralità» dei Vangeli Apocrifi che emerge un’immagine di Lui quale «Piccolo Re che impone rispetto, che unisce all’innocenza infantile la potenza della divina regalità. È un Bambino che sa e che può tutto».

 La devozione a Gesù Bambino suscita un movimento del cuore di tenerezza e affetto che è alla base di meditazioni spirituali dense di carità e poesia, ma radicate nella concretezza di un evento che ha cambiato la storia. A tal proposito il cisterciense Nicola di Clairvaux, nei suoi sermoni di Natale, scrive: «O Betlemme, città del Dio altissimo, in te e nei tuoi dintorni si sono viste oggi cose meravigliose. Dio si aggrappa al seno, è deposto in una mangiatoia, viene avvolto in fasce, estende felice le sue mani e la braccine nella piccola culla, chiama la Vergine, sorride a Maria». Allo stesso modo San Francesco «nominando il Bambino di Betlemme oppure dicendo ‘Gesù’, si lambiva con la lingua le labbra, quasi a gustare la dolcezza di questo nome».

Gli fa eco San Bonaventura, che relativamente all’esigenza per il fedele di generare il Verbo spiritualmente così come la Vergine lo ha generato nella carne, scrive: «Dopo tale gioiosa nascita, essa comprende e gusta quanto è soave il Signore Gesù. In realtà è soave quando lo si alimenta di sante meditazioni, quando lo si lava con la fonte di devote e calde lacrime, quando lo si avvolge in vesti di casti desideri, lo si porta tra le braccia dell’amore santo, lo si bacia con frequenti sentimenti di devozione e lo si riscalda nel petto mistico del proprio spirito».

Nelle Meditazioni della vita di Cristo Cola, un altro francescano del XIII secolo, scrive parole di rara dolcezza in relazione alle premure della Vergine Madre verso il suo Bambino: «Mio Dio, di quanta premura e diligenza lo fa oggetto perché non gli manchi nulla. Con che devozione e delicatezza, con quale timorosità lo tratta, sapendo che è il suo Dio e Signore, quando inginocchiata lo prende in mano per adagiarlo nella culla. Ma con che gioia insieme e confidenza e diritto materno se lo abbraccia, se lo sbaciucchia, se lo stringe al petto con dolcezza e se lo gusta, sapendo che è figlio suo!».

Una devozione pienamente ‘incarnata’, dunque, spirituale e nel contempo estremamente concreta, che può contribuire a generare una consapevolezza profonda da parte della creatura di appartenere al suo Creatore. Di qui «salendo le scale del monastero dell’Assunzione, ad Ávila, Teresa racconta così l’incontro con un grazioso bambino che le domandò: “Come ti chiami?”. La santa rispose: “Io sono Teresa di Gesù”. E il bimbo: “Io sono Gesù di Teresa”».

«Da sua mamma, donna Assunta Cavaliere, – racconta ancora padre Doltz – il piccolo Alfonso de’ Liguori imparò l’amore a Gesù Bambino». Infatti «quando era già lontano dalla famiglia, la mamma gli regalò la sua statua del Bambino e ne fu così lieto che il 25 di ogni mese la faceva esporre nel coro attorniata da ceri, e davanti a essa i suoi discepoli meditavano sugli esempi di Betlemme e rinnovavano i loro voti». Lo stesso Sant’Alfonso predicherà ai fedeli che si preparano a vivere il Natale con queste parole: «Molti cristiani sogliono per lungo tempo avanti preparare nelle loro case il presepe per rappresentare la nascita di Gesù Cristo; ma pochi sono quelli che pensano a preparare i loro cuori, affinché possa nascere in essi e riposarsi Gesù Cristo. Tra questi pochi però vogliamo essere ancora noi, acciocché siamo fatti degni di restare accesi di questo felice fuoco, che rende le anime contente in questa terra e beate nel cielo». Il cantore di Tu scendi dalle stelle ama effondersi anche in numerose liriche accese d’amore per il Divin Figliuolo: «Io t’amo, o Dio d’amor, ch’essendo amante,/per farti amar da me nascesti Infante». Come rileva acutamente Oreste Gregorio, la meditazione alfonsiana esprime la consapevolezza che «la croce ha le sue radici nella culla; a Betlemme comincia il Calvario del Verbo fatto carne». Tra i santi più recenti merita di essere ricordata Santa Faustina Kowalska, la quale racconta il suo incontro mistico con Gesù, ripetendo frequentemente: «Vedo spesso il Bambino Gesù durante la santa Messa».

Il volume di don Michele Doltz approfondisce anche le ragioni teologiche di tale devozione e ne ripercorre le tappe fondamentali della storia iconografica attraverso un commento puntuale a immagini di statuine e dipinti d’autore, che testimoniano la bellezza di un affetto profondo da parte di artisti, santi e semplici fedeli verso Gesù Bambino.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Come occorre pregare? Ce lo insegna il santo Newman

«Nel mondo ci sono due essere assoluti, di luminosa evidenza: io e il mio Creatore. La preghiera è una conversazione con Dio e, «per la vita spirituale, ciò che è il battito per il polso». Quest’espressione di John Henry Newman lascia trasparire da subito la consapevolezza del suo legame intimo e profondo con Dio mantenuto sempre vivo attraverso la preghiera. 

Il dialogo col Padre «divenne l’occupazione preferita di Newman, scandì tutti i suoi giorni, assumendo aspetti nuovi nelle fasi successive della sua vita. Essa lo accompagnò e lo confortò nel periodo in cui fu studente a Oxford; si fece più frequente e aperta agli altri quando fu nominato parroco della chiesa universitaria di St. Mary e tutor nel college di Oriel; divenne appassionata durante il movimento di Oxford nel 1833». Con la sua conversione al cattolicesimo divenne «più semplice, più fiduciosa», valorizzando maggiormente anche le pratiche di devozione popolare. Così Giovanni Velocci e Francesca Valente introducono i sermoni Sulla preghiera di John Henry Newman – recentemente riproposti da Jaca Book che sta pubblicando meritoriamente l’Opera Omnia del cardinale inglese in una nuova edizione – soffermandosi analiticamente sul valore che il cardinale riconosce al dialogo con Dio nelle sue diverse forme.

Abbeverandosi alle sue fonti – la Scrittura e la Tradizione dei Padri, ma anche i teologi anglicani e il Prayer Book – egli loda la misericordia del Padre affinché, una volta piegato il suo orgoglio, lo renda «un soldato fedele».

Anima orante, alla vigilia della sua ordinazione sacerdotale, prega così: «Fa’ di me il tuo strumento, usami, se vuoi, fammi a pezzi. Fa’ che io sia tuo, in vita e in morte, nella fortuna e nella sfortuna, nella salute e nell’infermità, nell’onore e nel disonore».

La preghiera lo sostiene anche nelle necessità materiali. Quando teme di non riuscire a saldare un debito si rivolge al Padre con fiducia e, rientrato in camera, trova una lettera con 35 sterline. Il cardinale inglese è solito comporre anche delle liste quali promemoria, del tipo: Pregare per…In parrocchia: vigilanza, instancabilità, presenza di spirito, dolcezza di spirito, semplicità, prontezza, immediatezza di risposte, amore, umiltà, discernimento degli spiriti. Nelle visite ai malati: modestia, misericordia, fiducia in Cristo, giudizio, cognizione, fermezza, candore. Nel catechizzare etc.: pazienza, gentilezza, cortesia, buon umore, chiarezza nell’esporre, sapienza. Verso i dissidenti: umiltà, carità, misericordia, pazienza, sapienza, parlare a proposito». Insomma la preghiera è per Newman l’anima di una vita autentica in vista della santità. Egli aveva infatti fatto proprio il motto di Thomas Scott: «La santità piuttosto che la pace».

Tra le preghiere preferite del cardinale c’è la recita dei Salmi. Di qui l’invito accorato innanzitutto a se stesso, poi ai fedeli, affinché «il Salterio di Davide sia familiare a ciascuno come le parole della sua bocca». Dà spazio anche alle mortificazioni e al digiuno da ogni dolce e bibita che non sia acqua, soprattutto in Quaresima, nella consapevolezza che «la più grande mortificazione è compiere bene il nostro dovere quotidiano».

Relativamente alla Santa Messa, contempla così il compiersi dei divini misteri: «Signore, tu sei morto per me e io in contraccambio mi consegno nelle tue mani». Devoto del Santo Rosario, quando durante la vecchiaia le sue mani si irrigidiscono, si fa comperare delle corone composte di grani sempre più grandi in modo da poterli sgranare con maggiore facilità. Una volta entrato nella Congregazione dell’Oratorio, compone splendide preghiere in onore di San Filippo Neri e meditazioni sulle virtù del ‘Pippo buono’.

Il cardinale inglese sostiene fermamente che «la preghiera, la lode, il ringraziamento, la contemplazione sono lo speciale privilegio e il dovere di un cristiano». Per questo motivo «non è fatto per abitare il cielo chi al linguaggio del cielo non si è abituato».

Rispetto alle diverse forme di preghiera, ritiene che «serbare un’accurata memoria di tutto ciò che Dio ha dato per noi» sia il cuore della preghiera di ringraziamento, mentre relativamente a quella di intercessione, precisa che «Cristo intercede in cielo e il cristiano in terra».

La preghiera ottiene anche effetti particolarmente benefici per l’orante, quali la sottomissione delle passioni, il distacco dal mondo, l’amore e l’unione con Dio, e soprattutto, la trasformazione interiore di se stessi. Per questo «l’uomo che prega non è più quello di prima»; ha l’ardire di chiedere al Padre: «Fa’ che io abbia nella mia persona ciò che tu hai dato a Gesù per natura», e così ogni virtù e dono, il fervore dello Spirito e la carità.

Al contrario «chi tralascia la preghiera non gode più della cittadinanza divina, ma corre anche il rischio di perderne il possesso». Perciò l’intera vita del cristiano deve esser preghiera, un cantico di lode e ringraziamento al Padre buono, «adorazione raccolta e servizio attivo» sulla scia evangelica di Marta e Maria, «aspirando a essere ciò che Cristo vuol far di noi».

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

I sette sacramenti spiegati da Fulton Sheen

«Ogni elemento è rivelatore di qualcos’altro. Guardiamo alla purezza del fiocco di neve e vedremo qualcosa della bontà di Dio. Il mondo è pieno di poesia, è un peccato volgerlo in prosa». In questa prospettiva l’universo stesso assume una valenza sacramentale, nella misura in cui ogni elemento visibile rimanda a un significato ‘invisibile’, la materialità al senso spirituale della realtà stessa. Tale consapevolezza traspare nella riflessione teologica e pastorale dell’arcivescovo statunitense Fulton John Sheen (1895-1979) condensata nel saggio I sette sacramenti, pubblicato nel 1964 e ora finalmente disponibile anche in edizione italiana (Ares 2020, pp. 252).

«I sacramenti trasmettono la vita divina o grazia», ricorda Sheen parafrasando il Catechismo. E in effetti «quando Dio ci ha creati, ci ha donato noi stessi. Quando egli ci ha donato la grazia, ci ha dato sé stesso». Di qui, prosegue l’arcivescovo statunitense, se quando è venuto tra gli uomini Gesù «si serviva della sua natura umana come strumento della divinità e delle cose materiali faceva segni e simboli per donare la sua misericordia, nello stesso modo ora si serve di altre nature umane e di altri elementi materiali quali strumenti per comunicare la stessa vita divina».

Esistono perciò «sette condizioni per condurre, a livello personale, la vita cristiana: 1) dobbiamo nascere spiritualmente, nel sacramento del Battesimo; 2) dobbiamo alimentare la vita divina nell’anima, con l’Eucaristia; 3) dobbiamo crescere nella maturità spirituale e assumerci in pieno le responsabilità di membri dell’armata spirituale della Chiesa, con la Confermazione; 4) dobbiamo guarire le ferite del peccato, con la Penitenza; 5) dobbiamo eliminare le tracce della malattia del peccato, con l’Unzione degli infermi; 6) dobbiamo vivere sotto il governo spirituale della Chiesa, grazie all’Ordine Sacro; 7) dobbiamo prolungare e propagare il Regno di Dio sulla terra, grazie al Matrimonio». Tutti i sacramenti sono stati istituiti da Cristo, necessitano di un segno esterno, hanno il potere di conferire la grazia e derivano la propria efficacia dal mistero fecondo della passione, morte e risurrezione del Signore.

«Cristo non ci inserisce in lui a meno che noi non ci offriamo a lui liberamente». Ciò è vero per il battesimo, ma in generale per ogni sacramento che testimonia tale desiderio di comunione del Figlio con i suoi figli nell’unità della Chiesa. E in special modo per l’Eucarestia, dal momento che «ogni cuore cerca la felicità fuori di sé, e poiché l’amore perfetto è Dio, allora il cuore dell’uomo e il cuore di Cristo devono fondersi in qualche modo».

Nel partecipare a tale mistero d’amore, «linfa divina del Corpo mistico di Cristo, di cui si nutre ogni membro», i fedeli sono invitati a pregare il Padre durante la consacrazione con queste parole: «La vera sostanza del mio essere, il mio intelletto e la mia volontà, cambiali! Transustanziali! Così che il mio io si perda in te e il mio intelletto sia uno con la tua verità e la mia volontà sia una cosa sola con i tuoi desideri! Non m’importa che restino le specie, le apparenze della mia vita; vale a dire i miei doveri, le mie occupazioni, i miei appuntamenti nel tempo e nello spazio. Ma ciò che io sono essenzialmente, lo dono a te».

La consapevolezza dell’arcivescovo statunitense di quanto accade durante la Santa Messa è così lucida e profonda, che lo porta a esclamare con convinzione: «Nessuna preghiera umana, nessun atto umano né abnegazione, nessun sacrificio è sufficiente a squarciare il cielo. Solo il sacrificio della croce può farlo ed è ciò che avviene nella Messa. Quando la celebriamo, per noi è come essere appesi alle sue vesti, aggrappati ai suoi piedi durante l’ascensione, stretti alle sue mani piagate mentre offre sé stesso al Padre celeste. Nascondendoci in lui, le nostre preghiere e i nostri sacrifici hanno il suo stesso valore».

Per quanto riguarda il sacramento della Riconciliazione, Fulton Sheen scrive che «il dolore dei peccati include necessariamente la risoluzione di non peccare più; non è solo un desiderio privo di risvolti pratici».

Relativamente al sacramento del matrimonio, l’arcivescovo statunitense precisa dapprima opportunamente la distinzione tra amore erotico e quello personale. Se «nell’amore personale non è possibile sostituire la persona, si ama questa persona e non un’altra; nell’amore carnale o erotico, dal momento che è necessario amare un’altra persona ma c’è solo l’amore di sé, è possibile trovare un sostituto di chi fornisce il piacere. L’amore sessuale sostituisce un’occasione di piacere con l’altra, ma il vero amore non conosce sostituzioni». Su questo amore personale si innesta quello cristiano «che ama ciascuno come potenziale o attuale figlio di Dio, redento da Cristo; è un amore che ama senza alcuna speranza di contraccambio. Ama l’altro, non per l’attrattiva, i talenti o la simpatia, ma per Dio». Di qui «la santità della vita coniugale non è qualcosa che ha luogo accanto al matrimonio, ma dal e attraverso il matrimonio. La vocazione sponsale è una chiamata alla felicità che implica la santità». Infatti, tra marito e moglie, «c’è un ritrovarsi che genera una nuova vita e ne fa una trinità terrena».

Insomma è «dal momento in cui la natura si è ribellata, quando si è ribellato l’uomo, che anche Dio se ne serve per santificare gli uomini nella forma dell’acqua, del grano, dell’uva, dell’olio e dei gesti umani. Grazie ai segni visibili riceviamo la grazia invisibile. L’acqua ci aiuta a capire che veniamo purificati; una mano che si eleva tracciando un segno di croce e pronunciando parole di assoluzione, ci mostra il perdono della Croce che si riversa sulle nostre anime; l’apparenza del pane ci aiuta a comprendere che veniamo nutriti dal vero Pane della vita. Benché tutti conferiscano la grazia, un sacramento sorpassa gli altri in dignità e tutti guardano a esso: si tratta dell’Eucaristia. Gli altri sacramenti donano la grazia, ma l’Eucaristia dona l’autore della grazia. Gli altri sacramenti sono fiumi di grazia, l’Eucaristia è la sorgente». È questo il cuore della vita sacramentale illustrato con semplicità e sapienza teologica da Fulton Sheen.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana