La dignità della persona, un principio da recuperare

«La persona dell’uomo è il diritto umano sussistente: quindi anco l’essenza del diritto», scrive Antonio Rosmini. Quest’affermazione del beato di Rovereto ben sintetizza il legame tra persona e diritto al centro di un volume Personalismi o dignità della persona? (Fede e Cultura 2021, pp. 208) a cura di Samuele Cecotti, che raccoglie preziosi contributi di giuristi, filosofi e teologi alla ricerca di antidoti in materia alle deviazioni ideologiche del mondo cattolico.

Tale volume propone il recupero del principio fondamentale della dignità della persona umana nella riflessione di San Tommaso d’Aquino quale rimedio necessario per liberarsi dai personalismi. E in effetti, considerando la persona come un assoluto, le ideologie della modernità hanno chiuso Dio nell’uomo e divinizzato l’uomo, facendo in questo modo decadere il Creatore quale fondamento metafisico della stessa creatura razionale.

Nella disanima del contesto attuale, Stefano Fontana osserva acutamente che il personalismo novecentesco è erede del naturalismo politico ottocentesco, poiché dissolve i concetti di natura e persona che pure presume paradossalmente di difendere sul piano filosofico, nella misura in cui costruisce «un’antropologia autopoietica» e autoreferenziale all’interno della quale viene sussunta la stessa dimensione metafisica e teologica, dal momento che Dio si comunica alla coscienza storica dell’uomo. D’altra parte, secondo il teologo della ‘svolta antropologica’ Karl Rahner che tanto influenza anche le posizioni dei padri conciliari del Vaticano II, la teologia è sostanzialmente antropologia.

 «La dignità habet fundamentum in re», scrive Tommaso d’Aquino. Sulla scia della riflessione speculativa dell’Angelico Dottore, il professor Giovanni Turco si sofferma sulla dignità umana da intendersi non quale attribuzione estrinseca, bensì come una connotazione intrinseca che allude alla bontà di una realtà per se stessa. La stessa nozione di dignitas rimanda ai principi primi, ai postulati indimostrabili che sono alla base di ogni ragionamento. In quanto principio dell’agire, presuppone l’essere, non può prescindere dal soggetto cui inerisce ed è partecipata negli enti in conformità alla natura di ciascuno. Sul piano etico «la dignità consiste in una perfezione: la perfezione (obiettiva) dell’atto (secondo) o dell’abito (buono)», che quindi «consente l’adempimento del proprio dover essere». Di qui la dignità etica dipende dal valore morale degli atti che l’uomo compie, perciò può essere smarrita, a differenza di quella ontologica. Dio è invece la dignità che eccede qualsiasi altra dignità. Tra le dignità soprannaturali che perfezionano quella ontologica dell’uomo vi è la ‘dignità di figlio di Dio’ la quale, in relazione al compito, al grado più alto, consiste nell’essere cooperatori del Padre, agendo sempre in conformità alla volontà divina.

 La dignità dell’uomo viene illuminata sotto il profilo teologico nel contributo di padre Arturo A. Ruiz Freites che critica duramente il personalismo di matrice liberal-maritainiano, secondo il quale «non sarebbe compito della società e dell’ambito pubblico, bensì della persona nella sua dimensione privata, della propria coscienza intima, attuare le scelte in conformità con la propria trascendenza spirituale». In sostanza, l’umanesimo integrale di cui parla Maritain costituirebbe di fatto una «resa alla secolarizzazione liberale-laicista della società». Un altro bersaglio polemico del saggio di padre Ruiz Freites è la «pseudo-teologia rahneriana», giudicata di matrice gnostica ed hegelo-esistenzialista, per cui alla fine «Dio è dissolto nel Pensiero come pura possibilità e nulla di essere, e la persona umana è la mediazione storica del suo divenire coscienza riflessa di pensiero», con il conseguente svuotamento della creaturalità della persona nell’ordine metafisico prestabilito. Di qui è necessaria «la carità di Cristo per ridare la dimensione creaturale alla persona e la dimensione personale-creaturale alla società, rifondandole in Dio Creatore e Salvatore, e, dunque, nell’ordine teleologico della Salvezza eterna, supremo bene comune dell’umanità».

Padre Andrés J. Bonello ribadisce che le posizioni personaliste di Maritain e di Mounier non sono per niente fedeli alla lettera dei testi dell’Aquinate che essi interpretano molto liberamente. Anche per il professor Danilo Castellano «il personalismo contemporaneo, essendo la radicalizzazione dell’individualismo liberale, è dottrina irrazionale» che finisce con l’identificare la persona con la sua volontà e i suoi desideri con i suoi ‘diritti’. Lungi dal riprendere il concetto classico boeziano e tommasiano di persona, il personalismo contemporaneo, che permea in larga parte anche la cultura cattolica, cerca a tutti i costi una conciliazione con la modernità, «subordinandosi sempre alla cultura egemone nel tentativo di non perdere il presunto treno della storia, andando a rimorchio dei pensieri dominanti».

Di qui, se l’uomo è ridotto alla sua volontà, «il più fondamentale dei diritti fondamentali diventa coerentemente, alla luce di questo modo d’intendere la persona, l’autodeterminazione, non come capacità/possibilità di scelta (uso del libero arbitrio), ma come ‘diritto’ di fare sempre e comunque quello che contingentemente si vuole, senza interferenze di volontà altrui e senza considerare l’ordine naturale delle ‘cose’». Questo concetto di autodeterminazione, che permea la cultura giuridica dal divorzio alla stepchil adoption per le coppie omosessuali, ha alle spalle una pretesa gnostica. Infatti «se Adamo ed Eva pretesero di diventare come Dio, gli gnostici moderni pretendono di essere superiori a Dio. Pretendono, infatti, da una parte di essere liberati dalla legge, da ogni legge, dall’ordine naturale; dall’altra di usare la legge come strumento per l’esercizio pieno, assoluto, libero da ogni criterio, dell’autodeterminazione». Al contrario, il diritto soggettivo è realmente tale solo nella misura partecipa dell’ordine oggettivo della giustizia, come rilevato dal dottor Rudi Di Marco.

Insomma, volendo individuare un filo rosso che leghi i diversi contributi, l’antidoto a tale deriva teoretica, socio-culturale e per certi versi anche pastorale è uno solo: ripristinare, nel solco del realismo tommasiano, «la persona umana metafisicamente, la natura umana come normativa, la lex naturalis come criterio d’ogni legge positiva, la Realtà come espressiva di un ordine obiettivo di giustizia universalmente vincolante», così da rimanere fedeli all’autentica dottrina sociale della Chiesa.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Da re degli aborti a pro vita, l’autobiografia di Nathanson

«Dell’aborto conosco ogni sfaccettatura. Sono stato una delle sue balie; ho aiutato a nutrire la creatura nella sua infanzia, a grandi sorsi di sangue e denaro; l’ho guidato nella sua adolescenza mentre cresceva a dismisura». Queste parole di Bernard Nathanson condensano la confessione spietamente realistica di un pioniere del più grande genocidio silenzioso del nostro tempo, ossia l’aborto di innocenti indifesi nel grembo materno. Sono tratte da La mano di Dio, l’autobiografia del celebre abortista statunitense disponibile per la prima volta in italiano (Tau Editrice 2020, pp. 244).

 Dopo aver eseguito migliaia di aborti, anche sul suo stesso figlio, promosso la legalizzazione in USA e guidato la più grande clinica abortiva del mondo, Bernard Nathanson riconosce la realtà del concepito e da convinto abortista diventa uno strenuo difensore della vita umana dal concepimento alla morte naturale. Nel volume egli smaschererà il sistema, gli inganni della politica, dei media e di certa pseudo scienza medica con parole profetiche: «Viviamo in un’epoca in cui la definizione di persona è così al rialzo che un numero sempre minore di noi vi trova posto, un’epoca in cui si abiurano i valori morali così che possiamo trattare la gente come oggetti – e sì, l’aborto ci ha aiutati ad imparare a farlo».

Figlio di un medico ebreo che abbandona la fede, matura la convinzione «che la religione non avesse niente da darmi, che fosse solo un peso»; non accoglie l’idea di un Dio assimiliabile al Mosè di Michelangelo «massiccio, leonino, minaccioso». D’altra parte dal padre riceve solo pressioni psicologiche e «nessuna coerenza di norme morali». Frequentata la facoltà di medicina in Canada, professa quel giuramento di Ippocrate che avrebbe smentito nei fatti praticando aborti.

La prima di tali vittime è il figlio ‘non desiderato’ avuto con Ruth. «E questo fu il primo dei miei settantacinquemila incontri con l’aborto. La notte prima dell’aborto dormimmo insieme abbracciati; piangemmo entrambi, per il bimbo che stavamo per perdere, e per l’amore che entrambi sapevamo sarebbe stato irreparabilmente danneggiato da quello che stavamo per fare. Non sarebbe mai più stato lo stesso per noi», commenta lo stesso Nathanson nel ricordare quella decisione scellerata. Un aborto clandestino, non senza complicazioni per lei, al termine del quale i due si ritrovano abbracciati «come complici di un crimine innominabile».

Dopo due matrimoni falliti, procura l’aborto anche alla madre di un altro suo figlio. Descrive quest’atto ignobile in tutte le sue fasi in maniera asettica, riferendo la preoccupazione «che tutto il tessuto sia evacuato», senza provare alcun sentimento né il benché minimo rimorso, ma solo «senso di soddisfazione e orgoglio della mia competenza e professionalità».

 «Io ho fatto abortire i figli dei miei amici, dei miei colleghi, delle conoscenze casuali e perfino dei miei insegnanti. Mai un filo di dubbio, mai un tentennamento di quella suprema fiducia nel fatto che stavo rendendo un grandissimo servizio a coloro che me lo avevano chiesto». Confessa che «questa era la disinvoltura con cui parlavamo di queste faccende a metà degli anni 60 e negli anni 70; ora viene fuori che ci potrebbe essere una relazione tra aborto e cancro al seno; in realtà migliaia di donne sono rimaste sterili in seguito a un aborto fatto male».

Avendo avuto modo di constatare che «miserevoli donne in povertà che continuavano ad arrivare in ambulanza nel nostro pronto soccorso in preda a violenta emorragia, in shock settico, collasso cardiaco, quando non morte», Nathanson si fa presto promotore di una battaglia culturale per sottrarre l’aborto all’illegalità e renderlo libero e gratuito. A tale scopo «la manipolazione dei media fu cruciale ma facile, con le giuste pubbliche relazioni, soprattutto un costante tamtam di comunicati stampa dai dubbi risultati di inchieste e sondaggi, in effetti profezie che si autoavveravano, in quanto proclamavano che il popolo americano già credeva in ciò che presto sarebbe accaduto: che ogni persona ragionevole sapeva che le leggi sull’aborto dovevano essere liberalizzate». E, in effetti, rileva che se «negli Stati Uniti c’erano forse più o meno trecento donne che morivano per aborti illegali ogni anno negli anni 60, NARAL (associazione pro-choiche, ndr) dichiarava di avere in mano dati che riportavano la cifra di cinquemila donne morte», laddove «un’indagine presso le maggiori compagnie di assicurazione nelle cause per negligenza poneva l’aborto tra i tre o quattro casi con maggiori denunce».

La presa di coscienza del dottor Nathanson ha luogo quando «cominciammo ad osservare il cuore del feto sul monitor elettronico. Per la prima volta cominciai a pensare a quello che realmente facevamo nella clinica. La tecnica degli ultrasuoni spalancò un mondo nuovo. Per la prima volta potevamo realmente vedere il feto umano, misurarlo, osservarlo, controllarlo, e addirittura legarci ad esso, e amarlo». Perciò «nel 1979 feci il mio ultimo aborto. Ero arrivato alla conclusione che non c’era nessuna ragione per l’aborto, mai; questa persona nel grembo è un essere umano vivente e noi non potevamo continuare a fare una guerra contro il più indifeso degli esseri umani».

Quella del «re degli aborti» è una ‘conversione’ dettata esclusivamente dall’evidenza scientifica, da uno sguardo onesto sulla realtà di ogni figlio nel grembo materno. Tale riconoscimento dello zigote quale «nuovo individuo lanciato lungo un vettore di vita di inimmaginabile operosità», lo porta ad ammettere conseguentemente che «l’aborto è un crimine».

Di qui «nel 1984 dissi a un mio amico che faceva quindici, o forse venti aborti al giorno: “Guarda, fammi un favore, Jay. Sabato prossimo, mentre fai tutti questi aborti, sistema un apparecchio di ultrasuoni sulla madre e fammi una registrazione”». Da quel filmato sono poi state tratte le immagini eloquenti del video The Silent Scream (‘L’urlo silenzioso’), un documentario che avrebbe aperto gli occhi di tanti pro-choice sulla brutale violenza della pratica abortiva.

Nathanson diviene così un paladino del diritto alla vita, denunciando anche il commercio vergognoso di tessuti fetali abortiti per curare le malattie di altre persone, e accoglie il dono della fede cristiana, scoprendo il volto di «un dio che mi aveva fatto attraversare i proverbiali cerchi dell’inferno, solo per mostrarmi il cammino della redenzione e della misericordia attraverso la Sua grazia».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Un manuale pratico per uscire dalle relazioni ambigue

«Chi si ama si dona, chi non si ama si svende». In questa citazione di Nicoletta Musso, counselor di Incontro Matrimoniale – un movimento nato in ambito cattolico che promuove un metodo per migliorare il dialogo in coppia per fidanzati o sposi – è condensato il cuore del recente volume di Alessandra Lucca Trombamica d’eccezione. 5 mosse per uscire dalle relazioni ambigue (StreetLib 2020, pp. 353), che addita un percorso per uscire da un’affettività irrisolta ed entrare in una relazione vera con l’altro, in cui amare ed essere amati sul serio per essere pienamente felici.

L’autrice è una giovane mamma lucana di 4 figli. Insieme al marito Francesco Rao sono influencer cattolici di professione per vocazione e coautori del blog 5 pani e 2 pesci. Avventure di Provvidenza quotidiana (5p2p.it) con dirette video frequenti molto seguite sui social dedicate ai ‘nuclei di morte’ delle relazioni affettive e ad altri temi legati alla vocazione all’Amore.

«La bellezza invece, soprattutto per una donna, è missione: rende l’uomo più uomo», scrive Padre Giovanni Marini nella prefazione. Eppure sono tante le ragazze oggi che vivono una situazione affettiva d’ambiguità, che si buttano in storie da ‘amiche di letto’, trombamiche senza impegno né responsabilità, mancando così il bersaglio della felicità, che consiste nell’amare ed essere amate pienamente nella verità del proprio essere. «La felicità si trova quando trovi il tuo posto nel mondo – precisa Alessandra Lucca –, riguarda le viscere di chi sono e di chi voglio essere». Ma la trovi solo manifestando un’affettività matura, che sappia andare oltre le farfalle nello stomaco. D’altra parte una tale felicità «non dipende da quello che succede, ma da cosa ci fai con quello che accade».

L’autrice, che attinge a piene mani al bagaglio della propria esperienza, non è indulgente con se stessa ma è anche molto ironica. Dice di sé che si vestiva da maschiaccio e aveva i brufoli; «ero quella che bisognava amare dentro..peccato che nessun ragazzo si avvicinava per vedere cosa c’era dentro».

Tra trombamici il must è solo sesso e niente sentimenti di mezzo, eppure si dimentica così che «il piacere sessuale è proporzionale alla profondità della relazione». Tra coloro che vivono relazioni ambigue si collocano anche le donne che preferiscono il ruolo di crocerossine o quelle che si lamentano che gli uomini son tutti uguali. Per uscire da questi loop che conducono solo all’infelicità è perciò necessario recuperare anzitutto l’equilibrio tra Sé ideale e Sé percepito, ovvero una buona autostima.

L’autostima non è solo l’immagine che gli altri ci rimandano di noi stessi, ma ha a che fare anche con il nostro modo di entrare in relazione, di «guardare le cose non come sono, ma come siamo». Per avere una buona autostima, che si costruisce sin dall’infanzia, è necessario scardinare l’equazione per cui se «nessuno mi si fila, allora non valgo nulla»; occorre evitare la mania del confronto con gli altri a tutti i costi per stabilire il proprio valore e imparare «ad essere gratuiti, avere pensieri positivi ed essere naturalmente capaci di ringraziare per le cose che viviamo».

Di qui il suggerimento di Alessandra Lucca è di imparare a benedire ogni parte del proprio corpo, cioè «di amarsi prima di cominciare a dimagrire perché se dimagrisci per amarti non funzionerà». L’autostima cresce infatti durante l’adorazione eucaristica, cioè «nel sentirsi guardata e amata in profondità dall’unico Padre che ti ama sempre, anche nelle tue fragilità, perché sei unica e fichissima». D’altra parte «se sono bella e mi tratto bene non permetterò a nessuno di trattarmi male».

Insomma bisogna «cominciare a dare un taglio a scelte/azione distruttive per la mia vita e iniziare a volersi bene» per poter entrare adeguatamente in relazione con l’altro. Per far questo occorre superare mancanza di autostima, vittimismo e idealizzazione amorosa; allontanare il fantasma del proprio ex, combattere la dipendenza dai propri genitori e non considerare l’attrazione fisica quale unica porta d’ingresso di una relazione. Poi occorre definire le proprie priorità (lavoro, amore, famiglia), perché le energie personali sono limitate e si rischia spesso di cadere nella pretesa di fatto irrealistica di porle sullo stesso piano, dedicandovi pari risorse in termini di impegno e tempo.

Dunque «una relazione equilibrata è una relazione in cui tanto quanto si cresce in tenerezza/contatto fisico si cresce in responsabilità», secondo quanto si evince dal triangolo di Sternberg che pone ai suoi tre vertici alla base amore e sesso e in alto il matrimonio. Secondo tale schema l’apice della responsabilità (il matrimonio) coincide con l’apice del contatto fisico (il sesso), altrimenti la relazione è inevitabilmente sbilanciata a favore di un solo dei tre poli. In tale prospettiva si tratta allora di «verginizzare l’uomo per portarlo al suo livello più elevato di uomo gratuito e generoso, capace di dare la vita per te». D’altra parte «se la castità fa verità sempre, la sessualità è l’apice della libertà che si esprime nel dono gratuito di sé all’altro». E in effetti, riconosce l’autrice, «la gratuità è l’unico presupposto che azzera le ambiguità, perché annulla pregiudizi e attese».

Amicizia, stima e rispetto sono al contrario le porte d’ingresso per una relazione autentica, per la quale bisogna lottare, altrimenti «se non dedichi le tue migliori energie a prenderti cura della tua affettività non ti rimangono che briciole insoddisfacenti, ovvero una relazione amorosa eccessivamente squilibrata verso la corporeità». Occorre tener presente che «l’amore se non cresce muore», muore se non ce ne prendiamo cura. E ricordare la bellezza della propria unicità anche nel modo di amare, poiché «l’uomo ragiona con gli occhi, è attratto dalla bellezza. La donna ragiona con l’orecchio, segue le parole».

Riprendendo l’esperienza personale, l’autrice sfata il luogo comune del matrimonio come prigione e ‘tomba dell’amore’: «A vent’anni ci siamo sposati e a ventisei avevo tre figli, cambiato tre nazioni, imparato tre lingue e preso una laurea in Italia. Alla faccia del #matrimonioèunagalera! Insomma un buon matrimonio dà la carica per viaggiare, imparare cose nuove, studiare di notte per dare gli esami».

Pertanto il segreto di una relazione autentica in cui ci si dona completamente e ci si sente completamente amati si regge sulla Roccia, che è Cristo. D’altra parte, «se vuoi amare da Dio, ci devi mettere Dio!». Tuttavia la fede da sola non basta, perché siamo fatti di spirito sì, ma anche di corpo e psiche, per cui può esser necessario, oltre al padre spirituale, anche un buon psicoterapueta per lavorare su ferite e traumi di un’affettività irrisolta. In questo modo si smette di essere ‘trombamici’ e si impara ad amare sul serio, lavorando costantemente per la propria felicità mentre nel contempo la si attende come dono, perché «noi siamo quello che doniamo».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Casti alla meta, 50 sfumature dell’amore vero

Guardare al proprio corpo e a quello della persona amata con occhi limpidi e sguardo puro per riscoprire la bellezza della sessualità come dono. Non è un saggio ma la condivisione di una profonda esperienza personale quella che Cecilia Galatolo racconta nel suo recente volume Casti alla meta. 50 sfumature dell’amore vero (Mimep-Docete 2020, pp. 141). L’autrice è una donna marchigiana, sposata, madre di due bambini e autrice in particolare di alcuni romanzi sulle vite di Santa Gianna Beretta Molla e del beato Carlo Acutis.

«Sei prezioso, unico, irripetibile, non esiste nessuno come te! Sei libero, creativo e puoi rendere il mondo un posto migliore. Butteresti in un pozzo un diamante?». Di qui l’invito dell’autrice a custodire gelosamente e integralmente se stessi, corpo e spirito, fisicità e interiorità. Un appello per niente scontato se si considerano le raccomandazioni in voga tra i più giovani, per cui «ti avran detto che “il corpo è tuo” e puoi farci quello che vuoi; “l’importante è che lo fai con la testa, usando le giuste precauzioni”; “sesso libero, ma sicuro”». In questo modo «puoi unirti a tanti e, in fondo, a nessuno; puoi decidere di ‘giocare’, di cercare esclusivamente il tuo piacere e soddisfare quello di un altro. Oppure guardarti allo specchio e dirti: “No, io valgo più di così”».

La Galatolo confessa apertamente di aver creduto in passato «che la castità significasse ‘privazione’. Pensavo fosse sinonimo di ‘castrarsi’; ora invece penso sia come il fuoco, che brucia i rovi, ma fa brillare l’oro». L’autrice racconta come i propri genitori si siano sforzati di trasmetterle il valore della purezza, di imparare ad attendere l’uomo cui donarsi totalmente; ricorda la scelta avventata di cedere inizialmente alla logica dei rapporti prematrimoniali per poi fare un passo indietro e accogliere con consapevolezza nuova le ‘buone ragioni’ degli insegnamenti dei genitori.

Nel suo racconto trova spazio anche la scelta coraggiosa di un fidanzamento casto condivisa con Marco, divenuto poi suo marito. Grazie a lui Cecila scopre in pratica quanto aveva appreso solo in teoria dalla testimonianza di una giovane coppia di sposi cristiani, che cioè castità significa «Voglio fare sul serio con te», perché «quando fai l’amore, con il tuo corpo stai dicendo Sono tuo e sarò tuo per sempre, ma se affermi questo prima di aver accolto per la vita quell’uomo o quella donna, ciò che dici col corpo è una menzogna».

Oggi invece tra i millennials si è convinti che sia necessario testare preventivamente la ‘sintonia’ sotto le lenzuola. Eppure «il sesso è un linguaggio, una via per manifestare l’amore che c’è. Non è il fine, è il mezzo», perché l’altro non sia considerato un ‘partner sessuale’. Esso è «un modo per esprimere amore, ma non è l’amore». In tale prospettiva, anche per una coppia di sposi, vivere in castità non è sinonimo di astinenza, ma di «vivere la sessualità come dono sincero di sé e non mera ricerca di un piacere limitato ed egoistico», perché «l’altro non è un oggetto da usare».

La castità è un dono utile perché «ti fa vedere la ‘solitudine’ come un tempo prezioso per conoscerti», perché per amare bisogna innanzitutto esser capaci di amarsi, «aiutandoti a dare valore a te stesso e agli altri», nella consapevolezza che gli altri non sono ‘funzionali’ a sè; «ti fa crescere nella gratuità e nella capacità di dono», e dunque aiuta a costruire legami veri, lontani dalle logiche utilitaristiche e del possesso; aiuta a riscoprire la bellezza della tenerezza e «permette di vivere in modo ancora più intenso l’atto sessuale con tua moglie/marito» per poter essere un modello positivo per i figli. «Ti incoraggia nella ricerca della tua vocazione, preparandoti a viverla», e così, « aiutandoti a guardare gli altri come Lui li vede, ti avvicinerai più a Dio».

«La castità nel fidanzamento – prosegue l’autrice – aiuta a mettere al centro la relazione personale, stimola a parlare, a conoscersi in profondità, insegnando il valore dell’attesa; contribuisce a creare un’intimità anche mediante il dialogo, preservando la passione vera», laddove il sesso «crea un’intimità fittizia, l’illusione di un’intimità che nel cuore non c’è». Tra l’altro tale scelta se da un lato «rende anche meno difficile il distacco se si sceglie di prendere strade diverse», dall’altro «fa crescere il desiderio se l’amore è vero».

La castità aiuta in sostanza a vedere l’altro come un ‘bene in se stesso’, e non un ‘bene per te’, rafforzando autocontrollo, spirito di sacrificio e forza di volontà e, in questo modo, tempra la coppia preparandola ad affrontare le difficoltà che incontrerà nel matrimonio. Certo occorre anche chiedere a Dio con fede, umiltà e perseveranza la grazia di custodirsi e custodire l’altro nella purezza.

Attingendo all’esperienza personale, l’autrice sottolinea la fortezza del futuro marito durante il fidanzamento: «La fermezza con cui ha portato avanti il proposito della castità, nonostante fosse difficile, mi ha svelato in gran parte la sua fortezza, la sua capacità di dare la vita prima di cercare la sua soddisfazione».

Il libro raccoglie anche diverse testimonianze di giovani coppie di Cuori Puri, un’associazione nata a Medjugorie da un’iniziativa di Padre Renzo Gobbi e di Ania Goledzinowska, ex modella convertita, e offre molti preziosi suggerimenti per educare al valore di questa fondamentale virtù. Insomma, per dirla con una di queste, che sia nel fidanzamento o nel matrimonio, la castità è la via maestra che conduce alla vera libertà d’amare perché fa «vivere tutto come dono».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Risposami, consigli perchè duri per sempre

Avere il coraggio di scegliere ogni giorno la persona che si è scelta il giorno del sospirato ‘sì’. È questo il segreto di un matrimonio felice che estirpi alla radice ogni pseudo ‘crisi di mezz’età’, rinsaldando l’amore di coppia. Lo illustra, nel solco della sua esperienza professionale di consulente di coppia, Mariolina Ceriotti Migliarese – neuropsichiatra infantile e psicoterapeuta – nel suo recente saggio Risposami (Ares 2020, pp. 184).

In amore occorrono creatività e capacità di rimettersi in gioco con umiltà ogni giorno. E ciò vale tanto più nella società attuale, nella quale «le coppie vivono una contraddizione sempre più profonda tra le loro legittime aspettative di felicità, i loro buoni progetti di vita e le concrete difficoltà che incontrano per realizzarli»; nella quale non può essere data più per scontata né «l’attribuzione di compiti e ruoli; né la progettualità generativa». Oggi esistono molte «coppie innamorate ma fragili», con una scarsa maturità sul piano affettivo, per cui risulta necessario «mettere a fuoco cosa rende il matrimonio una relazione così specifica, ricca e insieme complessa».

Nel focalizzare il tema, la dottoressa Ceriotti Migliarese riprende anche storie ed esperienze concrete di alcuni suoi ‘pazienti’ che hanno vissuto una ‘crisi di coppia’ all’interno del proprio matrimonio, dalla quale sono poi usciti fortificati nel loro amore proprio grazie all’aiuto esterno che hanno avuto il coraggio e l’umiltà di richiedere in tempo utile. Approfondendo alcune dinamiche disfunzionali della propria relazione, ne hanno così apprese gradualmente altre più consone a un fecondo rinnovamento del loro rapporto di coppia.

In tale prospettiva è fondamentale «che marito e moglie imparino a leggere in tempo i segnali di malessere dell’uno o dell’altra e a confrontarsi su di essi con piena libertà alla ricerca di equilibri nuovi». Minimizzare o evitare di affrontare i problemi non fa che ingigantirli, in quanto si perde progressivamente «la capacità di rispondere in modo soddisfacente al bisogno vitale di sviluppo dell’uno e/o dell’altra».

Tuttavia – sottolinea la stessa psicoterapeuta – spesso una crisi matrimoniale profonda segna «la fine di un certo modo di quella coppia di stare in relazione», generando una consapevolezza inedita del fatto che «perché un rapporto possa riprendere a vivere con pienezza è necessario un lavoro specifico di decodifica e ricostruzione, che può iniziare solo dalla decisione consapevole di rifondare, su basi nuove, la relazione stessa».

Il legame matrimoniale, «che ha come presupposto condiviso l’impegno reciproco alla continuità e alla durata, è davvero una storia nella quale ciascuno dei due è l’unico, vero testimone della vita dell’altro», dal momento che lo osserva costantemente in situazione e ne conosce i lati più nascosti di cui nemmeno egli stesso è talvolta consapevole. D’altra parte «solo quando l’orizzonte è davvero quello del ‘per sempre’ – evidenzia opportunamente la dottoressa Ceriotti Migliarese – il rapporto tra l’uomo e la donna acquista il sapore speciale delle grandi avventure, di quelle che impegnano la fantasia e il coraggio, e che ci obbligano a confrontarci continuamente con noi stessi». La sfida più grande che il matrimonio esige consiste nell’accettare di essere «indifesi uno davanti all’altra senza possibilità di barare», in un rapporto dinamico di incontro-scontro che non manca mai anche in una coppia ‘sana’.

Dinanzi alle storie concrete di delusioni e tradimenti, che pure la dottoressa racconta, «la cosa più importante non è stabilire i fatti nella loro oggettività, o sforzarsi di ricostruire come sono andate le cose (magari cercando nel terapeuta colui che sentenzia su chi ha ragione); è importante invece introdurre una lettura nuova e condivisa delle due soggettività, imparando a dare piena legittimità a due punti di vista talvolta anche molto differenti».

Una fonte di energia positiva per la coppia in crisi è offerta frequentemente dal racconto che marito e moglie possono fare del proprio innamoramento. L’innamoramento è infatti quella fase d’entusiasmo iniziale, cui segue l’‘idealizzazione’, in virtù della quale ciascuno «percepisce in modo forte e preciso qualcosa del vero Sé dell’altro, prima che l’altro si sia davvero rivelato a noi». Dopo questa tappa si affaccia invece il disincanto o la ‘de-idealizzazione’, un confronto sempre più serrato con la nuda realtà dell’altro, perciò si pone per la coppia l’esigenza di una ‘riorganizzazione’.

Senza dubbio «una tra le cose più difficili della vita di coppia, è quella di trovare il giusto equilibrio tra ciò che dobbiamo imparare ad accettare e ciò che possiamo (a volte dobbiamo) chiedere all’altro di cambiare», nella consapevolezza che «il cambiamento vero dipende sempre dalla scelta personale di ciascuno». Se certamente non esiste una ricetta predefinita per la felicità di coppia, bisogna impegnarsi a bilanciare adeguatamente e coniugare impegni familiari e interessi personali; lo spazio del ‘noi’ con quello da dedicare a figli e amicizie personali, custodendo un’interdipendenza reciproca positiva anche sul piano economico tra spese condivise e personali. Marito e moglie non devono poi «avere paura di dirsi le cose, perché stare bene insieme richiede anche la possibilità di dirsi ciò che non va, con rispetto ma apertamente». In sostanza il segreto per superare, o meglio prevenire, ogni ‘crisi’, è amarsi con tenacia, rinsaldando l’alleanza reciproca nella fatica della ferialità, perché l’amore è una scelta da rinnovare ogni giorno.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

La libertà creatrice di Dio, fondamento della vera libertà

“Volendo mettere la libertà dove non è, la si distrugge dove Dio l’ha messa. L’uomo che non accetta di essere relativamente libero sarà assolutamente schiavo”. Questa citazione del ‘filosofo contadino’ Gustave Thibon sintetizza mirabilmente la concezione della libertà espressa dal cardinale Camillo Ruini nel suo recente dialogo col senatore Gaetano Quagliariello, appena pubblicato in Un’altra libertà. Contro i nuovi profeti del paradiso in terra (Rubbettino 2020, pp. 136).

Un libro sulla vera libertà, quella che necessita di un perimetro e di confini, dal momento che “in una società in cui il diritto naturale viene sempre più messo in discussione – come si legge nella prefazione – difendere la persona e la sua autentica libertà diventa un imperativo categorico per chiunque abbia a cuore le sorti dell’Occidente e della stessa umanità”.

Attualmente si assiste infatti alla “tendenza a evadere da noi stessi e dalla realtà” e la libertà è intesa “quale criterio assoluto delle nostre scelte, pretesa sbagliata perché la nostra vita e la nostra libertà vengono da Dio, sono legate a Lui e in ultima analisi dipendono a Lui”, sottolinea Ruini. E in effetti, relativamente ai temi etici, a farla da padrone oggi nei dibattiti televisivi e sulle pagine dei quotidiani è il principio di autodeterminazione che, come rileva Quagliariello, considera “l’individuo a prescindere dagli altri e persino dal dato di realtà di se stesso”, come un “tutto interessato unicamente alla sua affermazione”, mentre ai suoi antipodi si colloca il concetto di persona figlio della cultura e tradizione cristiana, che intende l’uomo come “un tutto che si rapporta a un altro tutto per cui il corpo sociale non lo sovrasta e non ne cancella l’autonomia”.

Di qui, relativamente al progresso delle tecnoscienze, il senatore Quagliariello rileva con preoccupazione come esso “non sia inteso come conoscenza e applicazione al servizio dell’uomo, ma quale pretesa di superare l’umano per giungere al post-umano”. Per non assecondare tale delirio d’onnipotenza dei nuovi profeti del paradiso in terra, il cardinale Ruini addita una strada, “riconciliarsi con la propria finitudine”, un rimedio umile e particolarmente attuale anche per i tempi di psicosi da Covid-19 che stiamo vivendo.

Allo stesso modo, sui temi della nascita, della genitorialità e dell’eutanasia, per arginare la “via giudiziaria alla creazione dell’uomo nuovo che cerca scorciatoie e percorsi giudiziali obliqui senza bisogno di sporcarsi le mani” è opportuno, secondo il senatore, “tornare a chiamare le cose col proprio nome” in ossequio alla propria ragione. E così, senza mezzi termini, il cardinale ricorda le parole dell’Evangelium vitae di San Giovanni Paolo II sull’aborto, definito quale “uccisione volontaria di un essere umano innocente sempre gravemente immorale”.

Riguardo all’eutanasia, se da un lato Ruini sottolinea il fatto che la vita terrena sia una realtà ‘penultima’ e non ‘ultima’, per cui vi “si può rinunciare per salvare e proteggere i nostri fratelli in umanità” o magari per affrontare il martirio; dall’altro “tutto questo non implica affatto una subordinazione della vita e del suo valore alla nostra libertà: in concreto non comporta che avremmo diritto di rinunciare alla vita semplicemente perché non ci piace più”, perché “la libertà non può essere sganciata dalla realtà del nostro essere; se va contro di questa va contro se stessa e quindi si autodistrugge”. Ancora sul tema, relativamente alla mutata considerazione dei sostegni vitali in terapie, Quagliariello rileva che “nessuno è mai riuscito a spiegare quali siano le malattie che vengono curate con acqua e cibo”. Inoltre nelle ‘disposizioni anticipate di trattamento’ egli ravvisa il pericolo “di una libertà assoluta dell’individuo-monade, che finisce col negare quella degli altri, rendendo il medico un mero esecutore della propria volontà”. Così, dietro “la gelida asetticità dei protocolli sanitari e privando i medici della libertà di tener fede al proprio giuramento”, si è tolta la vita a Charlie Gard e ad Alfie Evans, in barba anche al volere dei genitori di continuare a prendersene cura. Eppure per risvegliare la ragione dagli effetti devastanti del suo sonno basterebbe considerare che “la stessa evoluzione dei diritti dell’uomo dalla Dichiarazione Universale fino alle ultime dichiarazioni promulgate da organizzazioni sovranazionali”, nei termini del positivismo giuridico, non si comprenderebbe pienamente “senza considerare il grado di universalità del precetto della sacralità della vita”, che è alla base del diritto naturale.

Proprio in tali “prese di posizione definitive e non riformabili” risiede, secondo il porporato, la grande attualità dell’Evangelium vitae, nella misura in cui pone la cultura occidentale dinanzi a un bivio: “o la strada di un post-umanesimo che in realtà è un integrale naturalismo, dove l’‘eccezione umana’ cessa di esistere”, o la possibilità di “trarre dalle radici sia cristiane che ‘laiche’ del proprio umanesimo la linfa per un suo nuovo sviluppo e una sua nuova pienezza, dove la centralità dell’uomo non sia alternativa al valore della natura e alla centralità di Dio”, perché è “nella libertà creatrice di Dio” che affonda le proprie radici la possibilità di un’autentica e vera libertà per l’uomo.

Nel solco di tale consapevolezza deve radicarsi anche l’impegno politico dei cattolici, chiamati a “non tacere sulle cose concrete della vita” per non “rendere il Vangelo insignificante”. Insomma, relativamente ai principi non negoziabili, che si tratti dei temi di bioetica o del transumanesimo propugnato dall’ideologia gender, “la fede deve tradursi in cultura – conclude il porporato –, in capacità di valutazione e di giudizio. Quando è in gioco la verità sull’uomo, la Chiesa può e deve parlare”; “se tacesse su questi temi, non farebbe invero molto onore né a se stessa, né all’Italia” (Benedetto XVI). D’altra parte, per dirla anche con San Giovanni Paolo II, “non si tratta di imporre ai non credenti una prospettiva di fede, ma di interpretare e difendere i valori radicati nella natura stessa dell’essere umano”. Parole allora profetiche, oggi ancora profondamente attuali.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Se la critica all’utero in affitto arriva da ‘sinistra’

“L’utero in affitto viola i diritti delle donne e dei bambini”. A pronunciare queste parole non è Papa Francesco o Donald Trump, bensì la filosofa femminista Sylviane Agacinski in un’intervista rilasciata di recente a Tempi. Moglie dell’ex primo ministro socialista Lionel Jospin e autrice di un saggio dal titolo eloquente, Corps en miettes (‘Corpi sbriciolati’), la Agacinski ha contestato lo slogan femminista ‘Bastano due genitori’ rilevando che, nel caso della maternità surrogata, “due genitori dello stesso sesso non bastano affatto per avere un figlio. C’è bisogno di una terza persona, di un corpo terzo. In California, questo corpo umano parcellizzato è diventato una risorsa biologica disponibile sul mercato”. La Agacinski non è nuova a tali esternazioni. Aveva già denunciato questa abominevole prassi nel 2015, opponendovisi anche attraverso petizioni per sensibilizzare l’opinione pubblica non solo francese al grido di “Stop surrogacy now!”. Tra i firmatari della mozione #Stopsurrogacy per rendere illegale sul piano internazionale la ‘gestazione per altri’ (gpa), è possibile rintracciare anche Michel Onfray, filosofo libertario dichiaratamente ateo, anarchico ed edonista, profondamente convinto che si tratti di “una pratica sociale ingiusta e che lede i diritti fondamentali dell’essere umano”.

Dunque a sinistra non sono tutti omologati alla dittatura del pensiero unico, non solo in Francia. In Spagna, ad esempio, si è potuto leggere esplicitamente sui corpi seminudi delle Femen: “La mia pancia non si affitta!” e in un loro tweet: “Lo sfruttamento non è un’opzione”.

In Italia le critiche all’utero in affitto sono piovute persino tra le file degli omosessualisti militanti. Daniela Danna, lesbica, ricercatrice sociologa dell’Università di Milano, autrice di diversi libri sulle coppie omosessuali ed esponente della comunità Lgbt, ha dichiarato a Famiglia Cristiana che “non è accettabile cancellare la madre biologica per legge. Le coppie gay che rivendicano il ‘diritto al figlio’ dovrebbero riflettere meglio su cosa significa questo supposto diritto per noi donne, che ne deduco avremmo il dovere di fornire bambini”. Ha poi spiegato che “non esiste una maternità surrogata ‘altruistica’, per non chiamare questo istituto giuridico con il suo nome, cioè un commercio di bambini, si finge che le donne non siano retribuite in quanto riceverebbero solo un ‘rimborso spese’”.

Una posizione critica nei confronti della pratica dell’utero in affitto, e per questo motivo ‘non allineata’ a quella main stream condivisa dall’Arcigay e dalle altre associazioni della galassia Lgbt, è costata ad ArciLesbica l’estromissione dal famigerato Cassero bolognese. “Una legge contro l’omofobia la chiediamo da anni – ha affermato il presidente nazionale Cristina Gramolini in un comunicato diffuso recentemente dall’agenzia di stampa DIRE – ma qualcuno vorrebbe utilizzarla per far passare l’autorizzazione a comprare figli all’estero, nonostante in Italia sia vietato dalla legge. Fare mercato di esseri umani e presentarla come libertà. Gran parte delle persone progressiste sono contro l’utero in affitto. Non è vero che lottare contro l’utero in affitto è di destra, è di sinistra”. D’altra parte, ha ribadito la Gramolini, “chi si sottopone alla maternità surrogata non è più titolare del proprio corpo” e spesso purtroppo drammaticamente non se ne rende neanche conto.

Le fa eco la femminista Marina Terragni che sul suo blog scrive: “Noi femministe lottiamo da tempo e a mani nude contro l’utero in affitto e, in mancanza di direttive inequivoche da parte del ministro Salvini (chiacchiere-e-distintivo), a Milano siamo andate personalmente a contrastare le trascrizioni dei due padri e la cancellazione della madre, proponendo come soluzione quella già adottata in Francia, Spagna, Svezia: la trascrizione del solo genitore biologico. Come abbiamo sempre detto: genitorialità per tutti, Gpa per nessuno”. Anche sui social l’associazione ArciLesbica non usa mezzi termini: “C’era una volta la sinistra, l’ecologia, la libertà. Oggi il mercato (dei corpi), l’inquinamento (dei corpi), il liberismo (dei corpi)”. E così con un post su Facebook condivide la petizione di change.org per chiedere alla trasmissione Piazza Pulita, andata in onda su La7 con un panegirico sull’utero in affitto, un’altra puntata ‘riparatrice’ che “dia voce anche alle voci contrarie, madri surrogate pentite comprese”. A farla da padrone sul piccolo schermo è stata infatti ancora una volta l’idea che la maternità surrogata sia “una pratica gratuita e solidale, una bella storia di amore relazionale. Eppure è noto che Vendola e il suo compagno per avere Tobia si sono rivolti all’agenzia Extraordinary Conceptions di Sacramento dove i prezzi variano tra i 130mila e i 160mila dollari. È anche un fatto che le madri surrogate firmano dei contratti in cui abdicano al diritto di decidere del proprio corpo e non possono mai cambiare idea. Viene del tutto omesso che nel mondo milioni di donne e femministe si battono per la messa al bando della maternità surrogata e che la Gpa è permessa solo in 18 paesi su 206”. In Emilia Romagna l’utero in affitto è stato il pomo della discordia persino nell’agone politico, a causa di un emendamento presentato da Giuseppe Paruolo e da Giuseppe Boschini e firmato da circa un terzo dei consiglieri del Partito Democratico relativamente a un disegno di legge in discussione sull’omotransnegatività. In esso la maternità surrogata è stata accostata a buon diritto alle altre forme di “sfruttamento e violazione della dignità della persona, con particolare riferimento a violenza sessuale, abuso di minori e sfruttamento della prostituzione, stalking”.

L’ingiustizia morale perpetrata da tale pratica è stata rilevata con dovizia di argomenti, pur da una prospettiva filosofica filomarxista, anche da Diego Fusaro. Nel suo corposo saggio Il nuovo ordine erotico. Elogio dell’amore e della famiglia ha osservato: “L’ipocrisia del pensiero unico e l’astuzia della neolingua hanno scelto di chiamarla, con discrezione, ‘maternità surrogata’: e questo nel tentativo di occultare la mercificazione dell’umano – del corpo della donna e del nascituro ridotto ad articolo di commercio – come essenza di questa e di simili pratiche salutate come emancipative e progressiste” scelte da “oltreuomini di illimitata volontà di potenza consumistica”, segno manifesto di “una deeticizzazione in atto” che vanta “conquiste di una liberazione tali solo per il capitale e per i suoi agenti”. Di qui la sua denuncia di un pensiero ‘eroticamente corretto’ che “confuta l’antico adagio secondo cui mater semper certa est, nella misura in cui considera “il diritto del nascituro, alla stregua di un oggetto senza dignità, mero articolo di commercio e semplice prodotto del capriccio dell’individuo adulto”. Tale mercificazione senza scrupoli della dignità di una madre, spesso indigente, con la conseguente negazione del diritto del figlio ad avere una mamma e un papà in forza della pretesa dei suoi pseudo-genitori, si rivela quale ultima frontiera del ‘nar-cinismo’ contemporaneo, della tendenza narcisistica propria di chi ama l’altro come proiezione di sé e, per gratificare ancor di più il proprio ego smodato, è disposto a compiere la scelta più cinica e spietata che un uomo possa decidere, quella di strappare un figlio dalle braccia della madre che l’ha portato in grembo e partorito.

Fonte: Il Timone (maggio 2019)

 

Figli genderless, l’ultima folle moda hollywoodiana

Crescere i propri figli ‘genderless’, ovvero ‘senza genere’ è l’ultimo trend diffuso tra le star di Hollywood o forse soltanto un modo ‘politicamente corretto’ per continuare a far parlare di sé e riempire le copertine patinate dei rotocalchi.

Lo conferma quanto dichiarato in una recente intervista rilasciata ad AOL dall’attrice statunitense Kate Hudson: “Vesto la neonata con abitini da donna ma sono comunque aperta ad ogni possibilità. Deve essere mia figlia a scegliere chi vuole essere”. Questo l’annuncio della decisione della star – che ha già due figli maschi di 17 e 14 anni, frutto di due precedenti relazioni – presa insieme all’attuale compagno Danny Fujikawa relativamente all’educazione della terzogenita Rani Rose nata lo scorso ottobre.

Eppure, nel corso della stessa intervista, la Hudson è costretta ad ammettere che “le piace molto comprarle vestitini da femmina”, a fiorellini, perché si sa, la realtà è profondamente diversa dall’ideologia di genere che ha sposato. E ancora, con una certa sorpresa, l’attrice americana si lascia andare a considerazioni autocontraddittorie e non proprio ‘gender free’, nella misura in cui constata che “al momento sembra incredibilmente femminile in fatto di energia, dei suoi suoni e modi”. Insomma le sue parole lasciano trapelare l’evidenza di un dato biologico incontrovertibile, quello della differenza tra uomo e donna, tra una personalità e un ‘modo di essere’ maschile e una personalità e un ‘modo’ di essere femminile. D’altra parte chi nasce femmina non muore maschio, perché ogni cellula del proprio corpo, dalla più piccola alla più grande, è sessuata. Studi scientifici hanno abbondantemente dimostrato che la stessa conformazione cerebrale di uomini e donne evidenzia una sostanziale divergenza delle connessioni neuronali degli uni rispetto alle altre. Un altro dato che prescinde chiaramente da qualsivoglia forma di educazione. Senza dubbio tale scelta della Hudson è anche condizionata da un disagio vissuto in prima persona nel proprio contesto familiare; a tal proposito l’attrice confessa “di esser cresciuta come ‘un maschiaccio’ dai suoi genitori”.

Così la nuova filosofia genderless continua a mietere proseliti tra i divi dello star system. Infatti la stessa figlia di Angelina Jolie e Brad Pitt, Shiloh, è stata educata in maniera ‘gender free’ e non in conformità al suo esser femmina. Il risultato? Oggi ha dodici anni, preferisce indossare pantaloni e abiti maschili, portare i capelli corti come un maschio e farsi chiamare ‘John’. La follia di tale ideologia sembra aver pervaso anche i regnanti di casa Windsor, in quanto ad attendere il royal baby di Henry e Meghan, che nascerà nella prossima primavera, pare non ci sarà una cameretta dalle pareti bianche, azzurre o rosa, bensì una dai muri grigi. Se essere maschi o femmine è un retaggio del passato, un vecchio stereotipo culturale, azzurro e rosa sono colori decisamente fuori moda. È allora il grigio il colore neutro per eccellenza che rispecchia, forse più dei colori dell’arcobaleno, la pretesa ideologica di chi desidera a tutti costi negare che ogni cosa sia bianca o nera.

La moda del ‘genderless’ nell’educazione dei propri figli è dunque l’ennesima conferma di una rivoluzione culturale e politica in atto che ha coinvolto già diversi Stati soltanto in America. Ad offrire la nuova opzione è dapprima l’Oregon nel luglio 2017, seguono poi California, Montana, New Jersey, lo Stato di Washington, e ora la città della Grande Mela, New York, dove sarà finalmente possibile scegliere, accanto a maschio e femmina, la dicitura ‘gender X’, in modo da permettere ai genitori di cambiare arbitrariamente il genere dei figli sul certificato di nascita anche senza l’autorizzazione del medico. Così, ancora una volta, l’ideologia soppianta la realtà, la cultura sovverte la natura e il ‘divieni ciò che vuoi’ sostituisce il ‘divieni ciò che sei’ di nietzschiana memoria.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

“L’innesto”: la commedia pro life di Luigi Pirandello

Si è abituati fin dai banchi di scuola a conoscere Luigi Pirandello soprattutto per il conflitto di personalità de “Il fu Mattia Pascal” e la crisi d’identità di Vitangelo Moscarda, protagonista dell’altro celebre romanzo “Uno, nessuno e centomila”. L’uomo e le sue maschere, il contrasto tra la vita e le sue forme, il confine tra la vita e il teatro, l’umorismo e il relativismo conoscitivo ed etico sono certamente alcuni dei temi principali cari allo scrittore agrigentino. Alcuni di questi si compenetrano nel grande capolavoro metateatrale dei “Sei personaggi in cerca d’autore”, che inaugura una capacità drammaturgica inedita di un teatro che si guarda allo specchio per aver modo di rivedere in maniera riflessa le proprie trame, i propri schemi e meccanismi.

Tra le opere che costituiscono la vasta produzione dello scrittore siciliano c’è anche “L’innesto”, una commedia in tre atti considerata minore dalla critica e per questo raramente rappresentata. Scritto nel 1917, “L’innesto” è stato messo in scena per la prima volta nel 1919. Si tratta di un’opera sconosciuta spesso anche agli stessi cultori di Pirandello probabilmente proprio a motivo della marginalità cui è relegato sul piano sociale il tema che affronta, quello dell’aborto. Onore dunque al merito della compagnia “La Piccola Crocchia” del Teatro La Mennola di Salerno, che l’ha rappresentata con la regia di Flavio Donatantonio.

La commedia racconta la vicenda di Laura Banti, sposata da sette anni con suo marito Giorgio, dal quale però non riesce ad avere figli. Nella tranquillità della loro vita coniugale irrompe all’improvviso un evento drammatico: Laura subisce una violenza carnale. Viene così brutalmente leso anche l’onore di suo marito. Tale violenza sessuale subita da Laura si rivela naturalmente gravida di conseguenze traumatiche anche sul piano psicologico e viene assimilata dal genio di Pirandello a una metafora, quella dell’innesto, che dà il titolo all’opera. L’innesto è una pratica agronomica che affiora coi suoi dettagli nel racconto dell’esperienza del giardiniere di casa Banti:

Filippo: Eh, ma l’arte ci vuole! Se non ci hai l’arte, signora, tu vai per dar vita a una pianta, e la pianta ti muore.

Laura: Perché può anche morirne, la pianta?

Filippo: E come! Si sa! Tu tagli – a croce, mettiamo – a forca – a zeppa – a zampogna – c’è tanti modi d’innestare! – applichi la buccia o la gemma, cacci dentro uno di questi talli qua; leghi bene; impiastri o impeci – a seconda -; credi d’aver fatto l’innesto; aspetti… – che aspetti? Hai ucciso la pianta. – Ci vuol l’arte, ci vuole! Ah, forse perché è l’opera d’un villano? D’un villano che, Dio liberi, se con la sua manaccia ti tocca, ti fa male? Ma questa manaccia… Ecco qua. Qua c’è una pianta. Tu la guardi: è bella, sì; te la godi, ma per vista soltanto: frutto non te ne dà! Vengo io, villano, con le mie manacce; ed ecco, vedi? Comincia a sfrondarla, per fare l’innesto; parla e agisce, prendendosi tutto il tempo che bisognerà per compire l’azione. Pare che in un momento t’abbia distrutto la pianta: ho strappato: ora taglio, ecco; taglio – taglio – e ora incido – aspetta un poco – e senza che tu ne sappia niente, ti faccio dare il frutto. – Che ho fatto? Ho preso una gemma da un’altra pianta e l’ho innestata qua.

Con queste parole Pirandello illustra metaforicamente quanto accaduto a Laura, mostrando da subito come persino un’azione così brutale commessa da un ignoto avventore possa trasformarsi addirittura in un innesto fecondo per la stessa pianta. In questo modo una ferita profonda nell’anima e nel corpo di Laura si rivela nel contempo foriera di vita nuova, capace cioè di far germogliare una pianta che sembrava destinata a non produrre alcun frutto. Laura porta infatti nel proprio grembo il frutto della violenza subita. Tuttavia non può una madre dimenticarsi del frutto delle proprie viscere, la sua carne è chiamata a essere utero che accoglie. Così la carne di Laura, rivivificata dall’amore, diviene capace di perdonarsi e di aprirsi, senza l’ombra di un’esitazione, alla vita che ospita in sé.

«Omnia vincit amor», scriveva Virgilio. È l’amore soltanto il balsamo che guarisce e l’unguento che cicatrizza le sue ferite e che colma i monti dell’orgoglio del marito Giorgio che vorrebbe invece immediatamente farla abortire perché non riesce ad accettare quel figlio che non gli appartiene e lo scandalo che ne sarebbe derivato. Ma Laura sa bene che l’aborto sarebbe solamente un presunto «rimedio più odioso del male»rappresentato dalla violenza già perpetrata nei suoi confronti. Grazie al suo coraggio e alla sua determinazione, Laura riesce alla fine a vincere con l’amore l’ostilità del marito nei confronti del bruto violentatore e, proprio in forza dell’amore per il suo sposo, convince Giorgio ad accogliere il figlio come proprio.

Purtroppo le storie drammatiche di innesti, cioè di figli non abortiti dalle loro madri nonostante fossero frutto di stupri, giungono sino ai giorni nostri. Storie di bimbi partoriti e magari affidati alla nascita a una madre adottiva, perché con la loro semplice presenza avrebbero forse ulteriormente scavato in una ferità già in sé tanto difficile da rimarginare nel cuore delle loro madri. Eppure anche nel caso dello stupro esiste un solo diritto, quello alla vita. Certamente la violenza sessuale è, dopo l’omicidio, la violazione più grave che si possa commettere contro la dignità della donna. Tuttavia il il figlio di una violenza non ha alcuna colpa; sarebbe soltanto, in caso di aborto, un’ulteriore vittima innocente. Infatti se sua madre si decidesse per l’aborto andrebbe soltanto ad aggiungere alla ferita che le è stata brutalmente inferta un’altra ferita di cui sarebbe invece direttamente responsabile.

Anche la moglie dell’attore Martin Sheen avrebbe potuto essere abortita perché frutto di uno stupro. Ma quell’amore speciale che ogni madre nutre per ciascuno dei suoi figli fu in grado di colmare l’odio per l’oltraggio subito. Così l’attore americano può oggi ringraziare sua suocera che, accogliendo sua figlia, le ha donato la compagna di una vita intera.

“L’innesto” pirandelliano ha ispirato recentemente anche il film “La scelta” di Michele Placido con Raul Bova e Ambra Angiolini al cinema dal prossimo 2 aprile. La storia di Laura Banti, come quella di ogni donna violentata che porti in grembo il frutto di un abuso, testimoniano chiaramente che per quanto una madre possa sforzarsi di soffocare l’impeto naturale d’amore nei confronti del figlio della propria carne, non riesce a spegnerlo. Tale amore materno si ridesta infatti traboccante nel suo cuore come un’onda in grado di travolgere anche le dighe del più becero orrore pur di raggiungere quel cuoricino che già batte accanto al suo.

Fonte: Aleteia

L’aborto non risolve nulla: evviva l’adozione!

Sappiamo che l’aborto non è una soluzione ai problemi delle donne incinte in difficoltà. Anzi: dopo l’aborto esse si ritrovano con gli stessi problemi economici o sociali che le hanno indotte al folle gesto e in più ad essere madri di un bambino morto.

Con piacere, quindi apprendiamo che gli Universitari per la Vita hanno lanciato in questi giorni, in vista del Natale,  una campagna sui social con gli hashtag  “#Abortonosoluzione  #Wl’adozione”.

La vita è il ‘dono dei doni’, il primo regalo che abbiamo ricevuto, quello che è alla base di tutti gli altri doni che il Padre celeste quotidianamente elargisce alla nostra esistenza. Ne sono ben consapevoli gli Universitari per la Vita, che hanno appena lanciato una campagna social in vista del Natale ormai alle porte.

In un post su Facebook scrivono: “Natale ormai si avvicina sempre di più ed abbiamo deciso di far partire una campagna che incarna il dono più importante che ognuno di noi ha ricevuto: la Vita! L’hashtag ufficiale della campagna è #abortonosoluzione e #Wl’adozione. Ogni giorno fino a Natale, pubblicheremo sul nostro sito le testimonianze di persone adottate, nostri amici, colleghi di università, ma anche quelle dei genitori adottivi che hanno accolto, pur nella più difficile delle condizioni, il loro figlio. Aiutaci anche tu!”.

Scopo di questa campagna è dunque “ricordare al mondo che l’aborto in Italia uccide 1 bambino ogni 5 minuti!”. Si tratta di “un essere umano, la cui vita è preziosa, unica ed irripetibile, che muore a pochi passi da casa nostra”. Tuttavia laddove “l’aborto uccide, l’adozione salva”.

Di qui chiunque desideri raccontare la propria storia o abbia una testimonianza da offrire, può scrivere liberamente poche righe o anche soltanto inviare una foto significativa all’indirizzo mail: uniperlavita@gmail.com. Contribuirà in questo modo alla diffusione della cultura della vita, suggerendo una logica alternativa a quella dell’utile, troppo spesso dominante: la logica del dono.

“Donare è un segno di affetto verso una persona a cui teniamo, un modo per dimostrare gratitudine a chi ci è stato vicino e ci ha aiutato. L’adozione è ciò che incarna meglio questo concetto. Una coppia che fa una scelta simile compie il più grande gesto d’amore immaginabile – sottolineano ancora gli Universitari per la Vita -: dona gioia, felicità, serenità e affetto sia al proprio figlio che ad una famiglia. Per questo motivo noi Universitari per la Vita abbiamo voluto fare a nostra volta un dono in segno di gratitudine per queste persone: da oggi fino al 25 dicembre, ogni giorno sarà pubblicata una testimonianza di una famiglia adottiva o di una persona adottata o una foto a sostegno dei genitori che hanno scelto l’adozione anziché l’aborto, che hanno scelto la vita e non la morte”.

D’altra parte il Natale è l’accoglienza nella gioia della Vita che si è fatta visibile e ha posto la sua dimora in mezzo a noi; la festa preparata dal Padre mediante il dono del suo Figlio per la salvezza del genere umano. Soltanto l’accoglienza di tale Dono conferisce un senso e il significato autentico anche al nostro scambio di auguri e di regali.

Fonte: NotizieProVita