Se la critica all’utero in affitto arriva da ‘sinistra’

“L’utero in affitto viola i diritti delle donne e dei bambini”. A pronunciare queste parole non è Papa Francesco o Donald Trump, bensì la filosofa femminista Sylviane Agacinski in un’intervista rilasciata di recente a Tempi. Moglie dell’ex primo ministro socialista Lionel Jospin e autrice di un saggio dal titolo eloquente, Corps en miettes (‘Corpi sbriciolati’), la Agacinski ha contestato lo slogan femminista ‘Bastano due genitori’ rilevando che, nel caso della maternità surrogata, “due genitori dello stesso sesso non bastano affatto per avere un figlio. C’è bisogno di una terza persona, di un corpo terzo. In California, questo corpo umano parcellizzato è diventato una risorsa biologica disponibile sul mercato”. La Agacinski non è nuova a tali esternazioni. Aveva già denunciato questa abominevole prassi nel 2015, opponendovisi anche attraverso petizioni per sensibilizzare l’opinione pubblica non solo francese al grido di “Stop surrogacy now!”. Tra i firmatari della mozione #Stopsurrogacy per rendere illegale sul piano internazionale la ‘gestazione per altri’ (gpa), è possibile rintracciare anche Michel Onfray, filosofo libertario dichiaratamente ateo, anarchico ed edonista, profondamente convinto che si tratti di “una pratica sociale ingiusta e che lede i diritti fondamentali dell’essere umano”.

Dunque a sinistra non sono tutti omologati alla dittatura del pensiero unico, non solo in Francia. In Spagna, ad esempio, si è potuto leggere esplicitamente sui corpi seminudi delle Femen: “La mia pancia non si affitta!” e in un loro tweet: “Lo sfruttamento non è un’opzione”.

In Italia le critiche all’utero in affitto sono piovute persino tra le file degli omosessualisti militanti. Daniela Danna, lesbica, ricercatrice sociologa dell’Università di Milano, autrice di diversi libri sulle coppie omosessuali ed esponente della comunità Lgbt, ha dichiarato a Famiglia Cristiana che “non è accettabile cancellare la madre biologica per legge. Le coppie gay che rivendicano il ‘diritto al figlio’ dovrebbero riflettere meglio su cosa significa questo supposto diritto per noi donne, che ne deduco avremmo il dovere di fornire bambini”. Ha poi spiegato che “non esiste una maternità surrogata ‘altruistica’, per non chiamare questo istituto giuridico con il suo nome, cioè un commercio di bambini, si finge che le donne non siano retribuite in quanto riceverebbero solo un ‘rimborso spese’”.

Una posizione critica nei confronti della pratica dell’utero in affitto, e per questo motivo ‘non allineata’ a quella main stream condivisa dall’Arcigay e dalle altre associazioni della galassia Lgbt, è costata ad ArciLesbica l’estromissione dal famigerato Cassero bolognese. “Una legge contro l’omofobia la chiediamo da anni – ha affermato il presidente nazionale Cristina Gramolini in un comunicato diffuso recentemente dall’agenzia di stampa DIRE – ma qualcuno vorrebbe utilizzarla per far passare l’autorizzazione a comprare figli all’estero, nonostante in Italia sia vietato dalla legge. Fare mercato di esseri umani e presentarla come libertà. Gran parte delle persone progressiste sono contro l’utero in affitto. Non è vero che lottare contro l’utero in affitto è di destra, è di sinistra”. D’altra parte, ha ribadito la Gramolini, “chi si sottopone alla maternità surrogata non è più titolare del proprio corpo” e spesso purtroppo drammaticamente non se ne rende neanche conto.

Le fa eco la femminista Marina Terragni che sul suo blog scrive: “Noi femministe lottiamo da tempo e a mani nude contro l’utero in affitto e, in mancanza di direttive inequivoche da parte del ministro Salvini (chiacchiere-e-distintivo), a Milano siamo andate personalmente a contrastare le trascrizioni dei due padri e la cancellazione della madre, proponendo come soluzione quella già adottata in Francia, Spagna, Svezia: la trascrizione del solo genitore biologico. Come abbiamo sempre detto: genitorialità per tutti, Gpa per nessuno”. Anche sui social l’associazione ArciLesbica non usa mezzi termini: “C’era una volta la sinistra, l’ecologia, la libertà. Oggi il mercato (dei corpi), l’inquinamento (dei corpi), il liberismo (dei corpi)”. E così con un post su Facebook condivide la petizione di change.org per chiedere alla trasmissione Piazza Pulita, andata in onda su La7 con un panegirico sull’utero in affitto, un’altra puntata ‘riparatrice’ che “dia voce anche alle voci contrarie, madri surrogate pentite comprese”. A farla da padrone sul piccolo schermo è stata infatti ancora una volta l’idea che la maternità surrogata sia “una pratica gratuita e solidale, una bella storia di amore relazionale. Eppure è noto che Vendola e il suo compagno per avere Tobia si sono rivolti all’agenzia Extraordinary Conceptions di Sacramento dove i prezzi variano tra i 130mila e i 160mila dollari. È anche un fatto che le madri surrogate firmano dei contratti in cui abdicano al diritto di decidere del proprio corpo e non possono mai cambiare idea. Viene del tutto omesso che nel mondo milioni di donne e femministe si battono per la messa al bando della maternità surrogata e che la Gpa è permessa solo in 18 paesi su 206”. In Emilia Romagna l’utero in affitto è stato il pomo della discordia persino nell’agone politico, a causa di un emendamento presentato da Giuseppe Paruolo e da Giuseppe Boschini e firmato da circa un terzo dei consiglieri del Partito Democratico relativamente a un disegno di legge in discussione sull’omotransnegatività. In esso la maternità surrogata è stata accostata a buon diritto alle altre forme di “sfruttamento e violazione della dignità della persona, con particolare riferimento a violenza sessuale, abuso di minori e sfruttamento della prostituzione, stalking”.

L’ingiustizia morale perpetrata da tale pratica è stata rilevata con dovizia di argomenti, pur da una prospettiva filosofica filomarxista, anche da Diego Fusaro. Nel suo corposo saggio Il nuovo ordine erotico. Elogio dell’amore e della famiglia ha osservato: “L’ipocrisia del pensiero unico e l’astuzia della neolingua hanno scelto di chiamarla, con discrezione, ‘maternità surrogata’: e questo nel tentativo di occultare la mercificazione dell’umano – del corpo della donna e del nascituro ridotto ad articolo di commercio – come essenza di questa e di simili pratiche salutate come emancipative e progressiste” scelte da “oltreuomini di illimitata volontà di potenza consumistica”, segno manifesto di “una deeticizzazione in atto” che vanta “conquiste di una liberazione tali solo per il capitale e per i suoi agenti”. Di qui la sua denuncia di un pensiero ‘eroticamente corretto’ che “confuta l’antico adagio secondo cui mater semper certa est, nella misura in cui considera “il diritto del nascituro, alla stregua di un oggetto senza dignità, mero articolo di commercio e semplice prodotto del capriccio dell’individuo adulto”. Tale mercificazione senza scrupoli della dignità di una madre, spesso indigente, con la conseguente negazione del diritto del figlio ad avere una mamma e un papà in forza della pretesa dei suoi pseudo-genitori, si rivela quale ultima frontiera del ‘nar-cinismo’ contemporaneo, della tendenza narcisistica propria di chi ama l’altro come proiezione di sé e, per gratificare ancor di più il proprio ego smodato, è disposto a compiere la scelta più cinica e spietata che un uomo possa decidere, quella di strappare un figlio dalle braccia della madre che l’ha portato in grembo e partorito.

Fonte: Il Timone (maggio 2019)

 

Figli genderless, l’ultima folle moda hollywoodiana

Crescere i propri figli ‘genderless’, ovvero ‘senza genere’ è l’ultimo trend diffuso tra le star di Hollywood o forse soltanto un modo ‘politicamente corretto’ per continuare a far parlare di sé e riempire le copertine patinate dei rotocalchi.

Lo conferma quanto dichiarato in una recente intervista rilasciata ad AOL dall’attrice statunitense Kate Hudson: “Vesto la neonata con abitini da donna ma sono comunque aperta ad ogni possibilità. Deve essere mia figlia a scegliere chi vuole essere”. Questo l’annuncio della decisione della star – che ha già due figli maschi di 17 e 14 anni, frutto di due precedenti relazioni – presa insieme all’attuale compagno Danny Fujikawa relativamente all’educazione della terzogenita Rani Rose nata lo scorso ottobre.

Eppure, nel corso della stessa intervista, la Hudson è costretta ad ammettere che “le piace molto comprarle vestitini da femmina”, a fiorellini, perché si sa, la realtà è profondamente diversa dall’ideologia di genere che ha sposato. E ancora, con una certa sorpresa, l’attrice americana si lascia andare a considerazioni autocontraddittorie e non proprio ‘gender free’, nella misura in cui constata che “al momento sembra incredibilmente femminile in fatto di energia, dei suoi suoni e modi”. Insomma le sue parole lasciano trapelare l’evidenza di un dato biologico incontrovertibile, quello della differenza tra uomo e donna, tra una personalità e un ‘modo di essere’ maschile e una personalità e un ‘modo’ di essere femminile. D’altra parte chi nasce femmina non muore maschio, perché ogni cellula del proprio corpo, dalla più piccola alla più grande, è sessuata. Studi scientifici hanno abbondantemente dimostrato che la stessa conformazione cerebrale di uomini e donne evidenzia una sostanziale divergenza delle connessioni neuronali degli uni rispetto alle altre. Un altro dato che prescinde chiaramente da qualsivoglia forma di educazione. Senza dubbio tale scelta della Hudson è anche condizionata da un disagio vissuto in prima persona nel proprio contesto familiare; a tal proposito l’attrice confessa “di esser cresciuta come ‘un maschiaccio’ dai suoi genitori”.

Così la nuova filosofia genderless continua a mietere proseliti tra i divi dello star system. Infatti la stessa figlia di Angelina Jolie e Brad Pitt, Shiloh, è stata educata in maniera ‘gender free’ e non in conformità al suo esser femmina. Il risultato? Oggi ha dodici anni, preferisce indossare pantaloni e abiti maschili, portare i capelli corti come un maschio e farsi chiamare ‘John’. La follia di tale ideologia sembra aver pervaso anche i regnanti di casa Windsor, in quanto ad attendere il royal baby di Henry e Meghan, che nascerà nella prossima primavera, pare non ci sarà una cameretta dalle pareti bianche, azzurre o rosa, bensì una dai muri grigi. Se essere maschi o femmine è un retaggio del passato, un vecchio stereotipo culturale, azzurro e rosa sono colori decisamente fuori moda. È allora il grigio il colore neutro per eccellenza che rispecchia, forse più dei colori dell’arcobaleno, la pretesa ideologica di chi desidera a tutti costi negare che ogni cosa sia bianca o nera.

La moda del ‘genderless’ nell’educazione dei propri figli è dunque l’ennesima conferma di una rivoluzione culturale e politica in atto che ha coinvolto già diversi Stati soltanto in America. Ad offrire la nuova opzione è dapprima l’Oregon nel luglio 2017, seguono poi California, Montana, New Jersey, lo Stato di Washington, e ora la città della Grande Mela, New York, dove sarà finalmente possibile scegliere, accanto a maschio e femmina, la dicitura ‘gender X’, in modo da permettere ai genitori di cambiare arbitrariamente il genere dei figli sul certificato di nascita anche senza l’autorizzazione del medico. Così, ancora una volta, l’ideologia soppianta la realtà, la cultura sovverte la natura e il ‘divieni ciò che vuoi’ sostituisce il ‘divieni ciò che sei’ di nietzschiana memoria.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

“L’innesto”: la commedia pro life di Luigi Pirandello

Si è abituati fin dai banchi di scuola a conoscere Luigi Pirandello soprattutto per il conflitto di personalità de “Il fu Mattia Pascal” e la crisi d’identità di Vitangelo Moscarda, protagonista dell’altro celebre romanzo “Uno, nessuno e centomila”. L’uomo e le sue maschere, il contrasto tra la vita e le sue forme, il confine tra la vita e il teatro, l’umorismo e il relativismo conoscitivo ed etico sono certamente alcuni dei temi principali cari allo scrittore agrigentino. Alcuni di questi si compenetrano nel grande capolavoro metateatrale dei “Sei personaggi in cerca d’autore”, che inaugura una capacità drammaturgica inedita di un teatro che si guarda allo specchio per aver modo di rivedere in maniera riflessa le proprie trame, i propri schemi e meccanismi.

Tra le opere che costituiscono la vasta produzione dello scrittore siciliano c’è anche “L’innesto”, una commedia in tre atti considerata minore dalla critica e per questo raramente rappresentata. Scritto nel 1917, “L’innesto” è stato messo in scena per la prima volta nel 1919. Si tratta di un’opera sconosciuta spesso anche agli stessi cultori di Pirandello probabilmente proprio a motivo della marginalità cui è relegato sul piano sociale il tema che affronta, quello dell’aborto. Onore dunque al merito della compagnia “La Piccola Crocchia” del Teatro La Mennola di Salerno, che l’ha rappresentata con la regia di Flavio Donatantonio.

La commedia racconta la vicenda di Laura Banti, sposata da sette anni con suo marito Giorgio, dal quale però non riesce ad avere figli. Nella tranquillità della loro vita coniugale irrompe all’improvviso un evento drammatico: Laura subisce una violenza carnale. Viene così brutalmente leso anche l’onore di suo marito. Tale violenza sessuale subita da Laura si rivela naturalmente gravida di conseguenze traumatiche anche sul piano psicologico e viene assimilata dal genio di Pirandello a una metafora, quella dell’innesto, che dà il titolo all’opera. L’innesto è una pratica agronomica che affiora coi suoi dettagli nel racconto dell’esperienza del giardiniere di casa Banti:

Filippo: Eh, ma l’arte ci vuole! Se non ci hai l’arte, signora, tu vai per dar vita a una pianta, e la pianta ti muore.

Laura: Perché può anche morirne, la pianta?

Filippo: E come! Si sa! Tu tagli – a croce, mettiamo – a forca – a zeppa – a zampogna – c’è tanti modi d’innestare! – applichi la buccia o la gemma, cacci dentro uno di questi talli qua; leghi bene; impiastri o impeci – a seconda -; credi d’aver fatto l’innesto; aspetti… – che aspetti? Hai ucciso la pianta. – Ci vuol l’arte, ci vuole! Ah, forse perché è l’opera d’un villano? D’un villano che, Dio liberi, se con la sua manaccia ti tocca, ti fa male? Ma questa manaccia… Ecco qua. Qua c’è una pianta. Tu la guardi: è bella, sì; te la godi, ma per vista soltanto: frutto non te ne dà! Vengo io, villano, con le mie manacce; ed ecco, vedi? Comincia a sfrondarla, per fare l’innesto; parla e agisce, prendendosi tutto il tempo che bisognerà per compire l’azione. Pare che in un momento t’abbia distrutto la pianta: ho strappato: ora taglio, ecco; taglio – taglio – e ora incido – aspetta un poco – e senza che tu ne sappia niente, ti faccio dare il frutto. – Che ho fatto? Ho preso una gemma da un’altra pianta e l’ho innestata qua.

Con queste parole Pirandello illustra metaforicamente quanto accaduto a Laura, mostrando da subito come persino un’azione così brutale commessa da un ignoto avventore possa trasformarsi addirittura in un innesto fecondo per la stessa pianta. In questo modo una ferita profonda nell’anima e nel corpo di Laura si rivela nel contempo foriera di vita nuova, capace cioè di far germogliare una pianta che sembrava destinata a non produrre alcun frutto. Laura porta infatti nel proprio grembo il frutto della violenza subita. Tuttavia non può una madre dimenticarsi del frutto delle proprie viscere, la sua carne è chiamata a essere utero che accoglie. Così la carne di Laura, rivivificata dall’amore, diviene capace di perdonarsi e di aprirsi, senza l’ombra di un’esitazione, alla vita che ospita in sé.

«Omnia vincit amor», scriveva Virgilio. È l’amore soltanto il balsamo che guarisce e l’unguento che cicatrizza le sue ferite e che colma i monti dell’orgoglio del marito Giorgio che vorrebbe invece immediatamente farla abortire perché non riesce ad accettare quel figlio che non gli appartiene e lo scandalo che ne sarebbe derivato. Ma Laura sa bene che l’aborto sarebbe solamente un presunto «rimedio più odioso del male»rappresentato dalla violenza già perpetrata nei suoi confronti. Grazie al suo coraggio e alla sua determinazione, Laura riesce alla fine a vincere con l’amore l’ostilità del marito nei confronti del bruto violentatore e, proprio in forza dell’amore per il suo sposo, convince Giorgio ad accogliere il figlio come proprio.

Purtroppo le storie drammatiche di innesti, cioè di figli non abortiti dalle loro madri nonostante fossero frutto di stupri, giungono sino ai giorni nostri. Storie di bimbi partoriti e magari affidati alla nascita a una madre adottiva, perché con la loro semplice presenza avrebbero forse ulteriormente scavato in una ferità già in sé tanto difficile da rimarginare nel cuore delle loro madri. Eppure anche nel caso dello stupro esiste un solo diritto, quello alla vita. Certamente la violenza sessuale è, dopo l’omicidio, la violazione più grave che si possa commettere contro la dignità della donna. Tuttavia il il figlio di una violenza non ha alcuna colpa; sarebbe soltanto, in caso di aborto, un’ulteriore vittima innocente. Infatti se sua madre si decidesse per l’aborto andrebbe soltanto ad aggiungere alla ferita che le è stata brutalmente inferta un’altra ferita di cui sarebbe invece direttamente responsabile.

Anche la moglie dell’attore Martin Sheen avrebbe potuto essere abortita perché frutto di uno stupro. Ma quell’amore speciale che ogni madre nutre per ciascuno dei suoi figli fu in grado di colmare l’odio per l’oltraggio subito. Così l’attore americano può oggi ringraziare sua suocera che, accogliendo sua figlia, le ha donato la compagna di una vita intera.

“L’innesto” pirandelliano ha ispirato recentemente anche il film “La scelta” di Michele Placido con Raul Bova e Ambra Angiolini al cinema dal prossimo 2 aprile. La storia di Laura Banti, come quella di ogni donna violentata che porti in grembo il frutto di un abuso, testimoniano chiaramente che per quanto una madre possa sforzarsi di soffocare l’impeto naturale d’amore nei confronti del figlio della propria carne, non riesce a spegnerlo. Tale amore materno si ridesta infatti traboccante nel suo cuore come un’onda in grado di travolgere anche le dighe del più becero orrore pur di raggiungere quel cuoricino che già batte accanto al suo.

Fonte: Aleteia

L’aborto non risolve nulla: evviva l’adozione!

Sappiamo che l’aborto non è una soluzione ai problemi delle donne incinte in difficoltà. Anzi: dopo l’aborto esse si ritrovano con gli stessi problemi economici o sociali che le hanno indotte al folle gesto e in più ad essere madri di un bambino morto.

Con piacere, quindi apprendiamo che gli Universitari per la Vita hanno lanciato in questi giorni, in vista del Natale,  una campagna sui social con gli hashtag  “#Abortonosoluzione  #Wl’adozione”.

La vita è il ‘dono dei doni’, il primo regalo che abbiamo ricevuto, quello che è alla base di tutti gli altri doni che il Padre celeste quotidianamente elargisce alla nostra esistenza. Ne sono ben consapevoli gli Universitari per la Vita, che hanno appena lanciato una campagna social in vista del Natale ormai alle porte.

In un post su Facebook scrivono: “Natale ormai si avvicina sempre di più ed abbiamo deciso di far partire una campagna che incarna il dono più importante che ognuno di noi ha ricevuto: la Vita! L’hashtag ufficiale della campagna è #abortonosoluzione e #Wl’adozione. Ogni giorno fino a Natale, pubblicheremo sul nostro sito le testimonianze di persone adottate, nostri amici, colleghi di università, ma anche quelle dei genitori adottivi che hanno accolto, pur nella più difficile delle condizioni, il loro figlio. Aiutaci anche tu!”.

Scopo di questa campagna è dunque “ricordare al mondo che l’aborto in Italia uccide 1 bambino ogni 5 minuti!”. Si tratta di “un essere umano, la cui vita è preziosa, unica ed irripetibile, che muore a pochi passi da casa nostra”. Tuttavia laddove “l’aborto uccide, l’adozione salva”.

Di qui chiunque desideri raccontare la propria storia o abbia una testimonianza da offrire, può scrivere liberamente poche righe o anche soltanto inviare una foto significativa all’indirizzo mail: uniperlavita@gmail.com. Contribuirà in questo modo alla diffusione della cultura della vita, suggerendo una logica alternativa a quella dell’utile, troppo spesso dominante: la logica del dono.

“Donare è un segno di affetto verso una persona a cui teniamo, un modo per dimostrare gratitudine a chi ci è stato vicino e ci ha aiutato. L’adozione è ciò che incarna meglio questo concetto. Una coppia che fa una scelta simile compie il più grande gesto d’amore immaginabile – sottolineano ancora gli Universitari per la Vita -: dona gioia, felicità, serenità e affetto sia al proprio figlio che ad una famiglia. Per questo motivo noi Universitari per la Vita abbiamo voluto fare a nostra volta un dono in segno di gratitudine per queste persone: da oggi fino al 25 dicembre, ogni giorno sarà pubblicata una testimonianza di una famiglia adottiva o di una persona adottata o una foto a sostegno dei genitori che hanno scelto l’adozione anziché l’aborto, che hanno scelto la vita e non la morte”.

D’altra parte il Natale è l’accoglienza nella gioia della Vita che si è fatta visibile e ha posto la sua dimora in mezzo a noi; la festa preparata dal Padre mediante il dono del suo Figlio per la salvezza del genere umano. Soltanto l’accoglienza di tale Dono conferisce un senso e il significato autentico anche al nostro scambio di auguri e di regali.

Fonte: NotizieProVita

Charlie. Sgomento e amarezza tra gli Universitari per la Vita

La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo ha ormai decretato la morte di Charlie Gard, il piccolo di 10 mesi affetto da sindrome da deperimento mitocondriale. “Siamo caduti nel baratro più profondo, nell’aberrazione più nera, nella disumanizzazione più completa”. Con queste parole Chiara Chiessi, Presidente degli Universitari per la Vita, commenta con sgomento e amarezza la decisione della CEDU di porre fine alle cure per il piccolo Charlie, nonostante la volontà contraria dei suoi genitori che si sono offerti di portarlo in America per sottoporlo a una terapia sperimentale a proprie spese e senza alcun ulteriore aggravio per lo Stato.

A nulla dunque è servito l’accorato appello inviato all’attenzione del Presidente della CEDU, l’On. Guido Raimondi, sottoscritto e firmato da 33 rappresentanti di associazioni pro vita e pro famiglia italiane, tra le quali i Comitati ‘Difendiamo i nostri figli’ e alcune sezioni dei Centri di Aiuto alla Vita e del Movimento per la Vita italiano, allo scopo di auspicare un’altra decisione che fosse “di conforto per i genitori e di speranza per la vita di Charlie”: la tutela del suo diritto alla vita. Nel ringraziare pubblicamente i firmatari dell’appello, Chiara Chiessi dichiara con forza che “questo bambino interroga le coscienze di ognuno di noi” e che, dinanzi a tale palese ingiustizia sotto gli occhi di tutti, “non si può stare in silenzio, non ci si può fermare”. Di qui l’esigenza di un rinnovato impegno degli Universitari per la Vita a costruire, mediante attività di sensibilizzazioni soprattutto tra i giovani, “un’Europa in cui la dignità di ogni vita umana, specialmente la più fragile, sia rispettata e difesa dalle istituzioni, dalla società, da tutti”.

Fonte: FarodiRoma

“Marcia per la Vita 2017”: in 25.000 per dire sì alla vita, senza compromessi

Roma, Piazza della Repubblica. Sono le ore 15, il cielo si è finalmente aperto dopo la pioggia battente delle ultime ore. Una folla silenziosa comincia a radunarsi, priva di colori e simboli politici, per dire sì alla vita, senza compromessi, dal concepimento alla morte naturale. Si tratta di una fiumana che si ingrossa lungo il percorso, raggiungendo le 25.000 persone. Sono uomini, donne, bambini, ma soprattutto giovani famiglie e religiosi, movimenti, associazioni laicali ed ecclesiali, tutti desiderosi di dare voce a chi non ha voce, quale è ogni bimbo nel grembo materno, il cui cuore comincia a pulsare già alla terza settimana di gravidanza, ossia prima ancora che sua madre s’accorga di essere incinta. A percorrere le vie del centro di Roma fino a Piazza Madonna di Loreto non è soltanto il volto giovane della Chiesa, ma una folla di persone di buona volontà che avanza lentamente, cantando e inneggiando alla vita, perché consapevole attraverso la ragione che la tutela del diritto alla vita è il fondamento imprescindibile di ogni società realmente civile, in quanto la vita è un bene indisponibile che nessuno può darsi da se stesso. Perciò una larga parte di tale popolo della vita ha di conseguenza anche il coraggio di pregare pubblicamente, perché riconosce con lo sguardo della fede che la propria esistenza è un dono prezioso di un Padre buono che ama tutti i suoi figli.

Numerosi i testimoni della cultura della vita che si succedono sul palco in piazza Madonna di Loreto. Tra questi l’imprenditore vicentino Roberto Brazzale, patron di un’azienda leader nella filiera lattiero-casearia, che si premura di dare un ‘baby bonus’ da 1500 euro ai suoi dipendenti per ogni nuovo nato, favorendo e non ostacolando in questo modo il congedo parentale. Così Roberto Panella, giovane che i medici avevano già dato per spacciato a seguito di un terribile incidente stradale e che si è poi risvegliato dal coma, ricorda il dovere dello Stato di provvedere sempre alle cure dei più fragili, piuttosto che preoccuparsi di garantire una morte paventata come indolore, ossia l’eutanasia. La giovane Katy racconta invece di essere figlia di una donna che rimase incinta di lei quando aveva appena 12 anni, a seguito di una violenza sessuale. Eppure se sua madre non fosse stata adeguatamente sostenuta dai volontari della comunità Papa Giovanni XXIII, avrebbe optato per l’aborto e Kay non sarebbe lì sul palco a testimoniare che solo una sovrabbondanza d’amore può lenire ferite interiori tanto profonde. Il docente di filosofia Stéphane Mercier racconta ancora la sua sospensione dall’insegnamento nell’Università Cattolica di Lovanio per avere spiegato durante un suo corso cosa sia l’aborto, ricorrendo al semplice uso della ragione. Egli ha voluto “parlare apertamente agli studenti della dignità umana” e, anche se ad oggi rischia il licenziamento, è sereno in coscienza, poiché consapevole che “nel giorno del giudizio non sarà giudicato dalle autorità accademiche”. Poi è stata la volta della special guest, Gianna Jessen, nota testimonial pro-life americana “nata da un aborto”, o meglio sopravvissuta a una cruenta pratica abortiva diffusa negli Stati Uniti per i feti di 6 mesi. Ella è però nata viva in una clinica abortista di Los Angeles il 6 aprile 1977. “Il medico che mi abortì quel giorno era assente per cui, grazie a un’infermiera, sono stata trasferita di corsa in un ospedale a 49 settimane. Pesavo soltanto 1 kg, ma per me è un dono la paralisi cerebrale. Sono viva grazie a Gesù e non mi vergogno di Lui. Come posso vergognarmi di Dio che mi ha salvato?”, ha esclamato con un sorriso pieno di commozione la Jessen.

Infine è la portavoce del Comitato della Marcia Nazionale per la Vita, la Dr.ssa Virginia Coda Nunziante, a ribadire senza mezzi termini che “nessuno si è dato la vita da sé, perciò noi non possiamo toglierla a qualcuno, non ne abbiamo il diritto. Perché la vita di ciascuno è un bene indisponibile che non appartiene neanche alla madre che l’ha in grembo”. Se da un lato la portavoce ricorda la tragicità di un genocidio silenzioso che, a livello europeo, annovera un aborto ogni 11 secondi, dall’altro esorta con forza “i governi a smettere di finanziare la cultura della morte e a dare piuttosto tali soldi alle famiglie in difficoltà per far crescere i propri figli”. Perché in fondo “una nazione che non promuove la vita è un paese che muore”, Italia compresa.

Fonte: FarodiRoma

I baroni contro la vita: la Jessen non entra in ateneo

La dittatura del ‘politicamente corretto’ colpisce ancora. All’Università di Roma Tre non si può parlare d’aborto. È stato infatti censurato l’incontro pubblico di Gianna Jessen con gli studenti universitari, in programma questo pomeriggio alle 15 presso l’aula 17 del Dipartimento di Studi Umanistici in via Ostiense. La Jessen avrebbe dovuto semplicemente parlare di sé e raccontare la sua storia. Eppure questo diritto le è stato negato. Perché? Semplicemente perché la Jessen è “nata per un aborto salino”. Si legge questo sul certificato di nascita di Gianna, la quale è incredibilmente sopravvissuta a tale cruenta pratica abortiva diffusa negli Stati Uniti e riservata a feti di ormai 6 mesi. Anche a Gianna è stata iniettata una soluzione salina che avrebbe dovuto corroderla perché fosse partorita morta il giorno seguente. Ma, con grande sorpresa di tutti, Gianna ha potuto venire alla luce, grazie soprattutto al soccorso di un’infermiera che la fece trasferire repentinamente in ambulanza dalla clinica a un ospedale. “Il medico che avrebbe dovuto abortirmi non ha vinto  ̶  afferma la Jessen in una testimonianza pubblica tenuta al parlamento di Victoria in Australia, il cui video sottotitolato in italiano è reperibile su YouTube,  ̶  anzi ha dovuto firmare il mio certificato di nascita. Io sono la bambina di Dio!”.

Organizzato in collaborazione con CitizenGo, Notizie ProVita e La Quercia Millenaria onlus, l’evento è stato promosso dagli Universitari per la Vita, un’associazione studentesca “apartitica e aconfessionale, che s’impegna a diffondere la ‘cultura per la vita’ negli atenei italiani a partire da quelli della capitale, promuovendo campagne di sensibilizzazione, attività di formazione ed eventi e coinvolgendo studenti di diverse nazionalità anche attraverso degli aperitivi in università, allo scopo di tutelare e custodire il diritto alla vita di ogni essere umano dal concepimento alla morte naturale”.

Secondo ‘voci di corridoio’ già il titolo dell’evento, “Sopravvissuta all’aborto”, avrebbe infastidito alcuni professori, avvalorando il loro pregiudizio che in università si sarebbe svolto “un incontro contro l’aborto”. Di qui, probabilmente dopo aver guardato le altre testimonianze della Jessen in rete, tali docenti avrebbero giudicato il personaggio ‘scomodo’, anche perché “colpevole, sul piano politico, di sostenere in America la destra repubblicana”. Insomma, senza ascoltarla dal vivo, costoro hanno deciso preventivamente che il suo stile sarebbe stato poco dialogante e dunque non idoneo a un’aula universitaria. Così, a meno di ventiquattro ore dall’evento, gli Universitari per la Vita si sono visti negare la concessione dell’aula precedentemente accordata, in quanto la richiesta della stessa sarebbe stata improvvisamente valutata invalida sul piano formale. Il Consiglio della Facoltà di Lettere ha infatti contestato al gruppo di non aver indirizzato correttamente tale richiesta, deliberando che l’incontro con la Jessen fosse confinato in uno spazio ritenuto più congruo all’iniziativa, ossia quello della Cappellania di Roma Tre nei pressi della Basilica di San Paolo fuori le mura. Se il motivo fosse stato soltanto di natura burocratica, un’aula libera si sarebbe magari comunque potuta trovare anche all’ultimo momento. I fatti lasciano invece presagire che la motivazione è di ben altra natura. “Siamo esterrefatti da questa scelta liberticida – ha commentato Filippo Saverese di CitizenGo Italia. Si dimostra che esiste un regime di pensiero che impedisce ad alcune persone di esprimere liberamente e democraticamente il loro pensiero, violando la Costituzione”.

Adottando un simile ostruzionismo, l’università che da un lato invoca il dialogo, dall’altro lo nega di fatto a priori e, privando i suoi studenti dell’opportunità di un sereno e fecondo confronto sul tema dell’aborto, di fatto ne squalifica la riflessione sul piano razionale, relegandolo alla sfera confessionale. Eppure, contrariamente a quanto si potrebbe presumere, il motivo per cui in Italia i ginecologi obiettori sono 7 su 10 è di carattere scientifico, non certamente religioso: i loro occhi vedono la realtà del concepito e, in larga parte, agiscono di conseguenza, tutelandone il diritto alla vita. Essi son ben consapevoli che alla terza settimana dal concepimento, a soli 21 giorni, il cuore di ogni figlio comincia a battere prima ancora che sua madre s’accorga di essere incinta. Nella sua singolarità, questo dato scientifico è sufficiente a testimoniare che l’ideologia può soltanto mistificare ed edulcorare la realtà, ma la natura umana dell’embrione non può che essere riconosciuta da uno sguardo libero da pregiudizi.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Quaranta giorni per la vita

Si chiama “40 giorni per la vita” e si svolgerà dal 1 marzo fino al prossimo 9 aprile l’iniziativa di preghiera promossa per la prima volta anche a Roma dal gruppo degli ‘Universitari per la Vita’. Un Rosario al giorno recitato insieme dinanzi all’Azienda Ospedaliera “San Giovanni Addolorata” in Via dell’Amba Aradan, 9; una presenza orante di circa 12 ore quotidiane per sostenere il ‘sì alla vita’ delle madri in difficoltà, tentate di abortire il proprio bambino nella solitudine e nell’abbandono.

Tale iniziativa è stata organizzata da una realtà apartitica e aconfessionale, ossia da un gruppo di giovani che s’impegna a diffondere la cultura pro-life negli atenei italiani a partire da quelli della capitale, promuovendo campagne di sensibilizzazione, attività di formazione ed eventi e coinvolgendo studenti di diverse nazionalità anche attraverso degli aperitivi in università, allo scopo di tutelare e custodire il diritto alla vita di ogni essere umano dal concepimento alla morte naturale, un diritto negato ai 6 milioni di bambini abortiti in Italia dalla legge 194.

Per fronteggiare tale iniqua strage di innocenti e dar voce a chi non ha voce, la preghiera risulta sicuramente l’arma più potente che deve sostenere e accompagnare sempre ogni azione in difesa della vita del bambino non ancora nato. In tutte le sue apparizioni la Vergine Maria, in specie a Lourdes, Fatima e  Medjugorje, ha ricordato la preziosità di una preghiera costante e generosa. Infatti dal 2007 a oggi la “catena dolce che ci rannoda a Dio” recitata davanti agli ospedali ha contribuito a strappare all’aborto 12.668 bambini in tutto il mondo. “40 Days for Life” è nata in America, e più precisamente in Texas, ed è ormai attiva in circa 50 Stati, ma anche in Inghilterra, Spagna, Germania, Argentina e Australia. Il fondatore americano del movimento, Shawn Carney ha evidenziato a più riprese che si tratta di una preghiera pacifica sostenuta spesso anche dal digiuno, che desidera contribuire “ad aprire gli occhi della gente, affinché si renda conto che gli aborti avvengono, purtroppo, anche a pochi passi da casa nostra”.

Pertanto chi desiderasse sostenere tale iniziativa e ricoprire uno o più turni di preghiera, può comunicare ancora la propria adesione personale tramite il sito: http://doodle.com/poll/zcxyeeyzhaqmb7e2

Alla preghiera deve però seguire l’azione. Lo sanno bene gli “Universitari per la Vita”, che sono infatti anche tra i promotori della 7a Marcia per la Vita, il più grande evento nazionale pro-life, che si terrà il prossimo sabato 20 maggio a Roma con partenza alle ore 15 da Piazza della Repubblica.

Fonte: FrammentidiPace

39a Giornata per la Vita

L’invito di Mons. Leuzzi:  “Ripensare la cultura della vita in una nuova progettualità sociale”

“Siate protagonisti di una nuova stagione della cultura della vita”. Con queste parole Mons. Lorenzo Leuzzi, Direttore dell’Ufficio per la Pastorale Universitaria e incaricato per la Pastorale Sanitaria, ha aperto la sua omelia durante la S. Messa celebrata in occasione della 39a Giornata per la vita nella parrocchia di Santa Maria in Traspontina.

Egli ha ribadito la necessità di essere “donne e uomini per la vita nel solco di Santa Teresa di Calcutta”, secondo quanto recita il messaggio della CEI. “La presenza silenziosa e possente dello Spirito Santo in ciascuno non può e non deve suscitare in noi paura e timore dinanzi alle nuove sfide della nostra società”. Di qui l’invito del vescovo ausiliare di Roma a chiedersi “cosa avrebbe detto e fatto Madre Teresa oggi per non perdere il sapore del sale e non mettere sotto il moggio la lampada”. Per contrastare la logica della denatalità e il crollo demografico, è necessario dunque – ha proseguito Mons. Leuzzi – “ripensare la cultura della vita in una nuova progettualità sociale”.

Una progettualità sociale che muova dalla consapevolezza che “la presenza del Risorto della storia è il fondamento della grandezza dell’uomo” e operi una conversione culturale “dal ‘tutti noi’ al ‘noi tutti’, in cui ciascuno non è un prodotto ma un dono”, secondo la via indicata dal Santo Padre.

Il compito delle famiglie cristiane è allora quello di invertire tale tendenza attualmente dominante a costruire “relazioni strumentali e non generative dove l’io prevale sul noi”, impegnandosi “con generosità e competenza al servizio della vita”. Egli ha perciò ringraziato alla fine tutte “le coppie   che testimoniano quotidianamente la gratuità del loro amore”.

Essere sale e luce per i nostri fratelli significa dunque anche custodire la dignità di ogni essere umano dal concepimento alla morte naturale. Per questo motivo il messaggio di questa Giornata non guarda soltanto ai bambini appena concepiti che sono il futuro della civiltà umana, “sono la forza, quelli che portano avanti, sono quelli in cui riponiamo la speranza” – per dirla con Papa Francesco – ma anche ai nonni che ne sono la memoria storica; “sono la memoria della famiglia, sono quelli che ci hanno trasmesso la fede. Un popolo che non sa prendersi cura dei bambini e dei nonni è un popolo senza futuro, perché non ha la forza e non ha la memoria per andare avanti”.

Perciò, relativamente al fine vita, abbiamo chiesto a Carlo Casini, storico fondatore e ora Presidente onorario del Movimento per la Vita italiano, cosa pensasse in merito alla preoccupante proposta di legge sulle dichiarazioni anticipate di trattamento, ovvero sul testamento biologico, in discussione alla Camera il prossimo 20 febbraio. “È una legge certamente non necessaria o comunque da riscrivere completamente” – ha affermato Casini –, manifestando le proprie perplessità soprattutto rispetto alle modalità in cui viene ridefinito il rapporto tra medico e paziente, non più presentato come un’alleanza terapeutica, in quanto il medico sarebbe ridotto a passivo esecutore della volontà di autodeterminazione del paziente. Il fine della professione medica è invece chiaramente quello di “non uccidere nessuno”, tutelando il diritto alla salute dei propri pazienti.

Contro la piaga sociale dell’aborto e lo spettro dell’eutanasia anche in Italia la ricetta è una sola e l’ha illustrata Papa Francesco all’Angelus di questa mattina con la chiarezza che lo contraddistingue e senza mezzi termini: “Ogni vita è sacra. La cultura della vita è la risposta alla cultura dello scarto”.

Fonte: FarodiRoma

Contro la realtà: i padrini del gender

Ogni teoria scientifica che si rispetti ha il suo padre fondatore in colui che l’ha elaborata in ossequio alla realtà e alla natura delle cose. Essa nasce dunque dallo stupore che la realtà stessa desta nell’intelligenza umana che l’ammira. Gli studi di genere nascono invece non dall’osservazione del dato reale, ma da tesi filosofiche sedicenti tali costruite a tavolino con lo scopo pratico di destabilizzare quel modello binario maschile/femminile, considerato come la causa di tutti i mali. Il nemico pubblico da cancellare è il sistema maschilista e logofallocentrico della tradizione metafisica classica, colpevole di aver veicolato nella storia e nella società un ruolo della donna subordinato e quindi inferiore rispetto a quello imperante dell’uomo.

L’ideologia di genere affonda infatti le proprie radici filosofiche nel decostruttivismo di Derrida (1930-2004), per il quale l’essere non è monolite, bensì è in se stesso differenza irriducibile. Secondo tale dottrina, che intende decostruire la metafisica tradizionale, il significato delle cose non è comprensibile in maniera univoca, ma rimanda piuttosto a una pluralità di senso che non può mai essere colta dall’uomo nella sua totalità. Tale pensiero filosofico influenza a sua volta sul piano teoretico le teorie femministe e muove i suoi primi passi sul piano pratico con la rivoluzione sessuale del 1968.

La filosofa francese Simone de Beauvoire (1908-1986), nella sua opera “Il secondo sesso” (1949), considerata il manifesto del femminismo, riteneva che la diversità tra uomo e donna fosse alla base di stereotipi comuni consolidati e di ruoli di genere tradizionali da scardinare, poiché frutto di condizionamenti sociali imposti e forieri di una visione della donna subordinata al modello culturalmente dominante che è quello maschile. È suo il noto slogan: «Donna non si nasce, ma si diventa!». L’idea preconfezionata che sia il papà a dover lavorare per portare i soldi a casa e che la madre sia la custode del focolare domestico va dunque respinta fermamente come un retaggio del passato di una società rigorosamente maschilista.

Allo stesso modo, secondo la filosofa statunitense Donna Haraway, classe 1944, l’uomo è stato concepito tradizionalmente mediante una serie di dualismi che vanno superati, quali sé/altro, mente/corpo, maschile/femminile, natura/cultura. Con l’avanzamento delle tecnologie, la creatura razionale è trasformata piuttosto in un cyborg, in un uomo-macchina che è un ibrido di materiale organico e tecnica, ossia un individuo non determinabile in maniera univoca dal dato biologico, e dunque libero di scegliere la propria sessualità secondo il proprio gusto del momento. In questo contesto la donna-cyborg non è più dominata dall’uomo, né determinata dal proprio sesso, ma può sperimentare tutte le possibili trasformazioni di esso, liberando i propri desideri e facendo valere i propri diritti, in specie quelli riproduttivi, per essere artefice del proprio destino.

Sulla scia d tali idee il pensiero della differenza di matrice femminista, che intende decostruire quella concezione della donna ancorata al modello patriarcale, approda a una nuova categoria elaborata recentemente dalla filosofa Rosi Braidotti, quella della ‘soggettività nomade’. Una soggettività post-identitaria, liquida, ibrida, mai predeterminata o determinabile in modo univoco, ma perennemente esposta alla possibilità di mutare secondo il proprio desiderio.

La gender theory non ha tuttavia alle proprie spalle soltanto le femministe, ma anche i suoi padri ignobili. Innanzitutto il berlinese di origine ebraica Magnus Hirschfeld (1868-1935), considerato uno dei pionieri della sessuologia. Dichiaratamente omosessuale, nel 1897 fondò il “Comitato Scientifico Umanitario”, una tra le prime associazioni per i diritti delle persone omosessuali, che difese strenuamente battendosi per l’abrogazione del paragrafo 175 del Codice Penale tedesco che criminalizzava l’omosessualità. Egli elaborò la teoria di un terzo sesso mediano tra quello maschile e quello femminile. Si deve a lui inoltre la coniatura del termine travestitismo. Magnus si travestiva spesso e per le sue iniziative nel merito fu soprannominato “Zia Magnesia”. Fu proprio il dottor Hirschfeld a realizzare l’operazione per il cambiamento di sesso che trasformò Mogens Einar Wegener, un’artista danese nato maschio, in una donna di nome Lili Elbe. Il primo transessuale della storia subì ben cinque operazioni in due anni e sembra che la causa del suo decesso sia con buona probabilità attribuibile proprio a un rigetto successivo al trapianto dell’utero.

Più celebre di Hirshfeld è certamente Alfred Charles Kinsey (1894-1956), un entomologo americano che, nei suoi due volumi dedicati al comportamento sessuale dell’uomo e della donna finanziati dalla Rockefeller Foundation, si divertì a raccontare ogni sorte di perversione sessuale, ritenendo lecita non solo l’omosessualità ma persino la pedofilia e la zoofilia. Nei “rapporti Kinsey” fu però manipolato lo stesso campione dei soggetti intervistati sui propri comportamenti sessuali. Infatti furono presi in esame esclusivamente testimoni volontari, che non erano nemmeno tanto attendibili se si considera solo che il 25% di essi aveva precedenti penali per crimini sessuali. Appare allora evidente il fine ideologico delle sue ricerche, volto a sovvertire la morale sessuale tradizionale per imporre la liceità d’ogni forma di perversione. Oltre alla raccolta di dati e alla diffusione di materiale pornografico, nei due volumi di Kinsey compare anche esplicitamente un riferimento ai quattro generi sessuali (Lesbian, Gay, Bisexual e Transgender), dai quali deriva l’ormai noto acronimo LGBT.

Ogni teoria scientifica propriamente tale deve essere supportata da almeno una conferma sperimentale. Tale opportunità si presentò allorquando, nello studio di Baltimora dello psicologo e sessuologo neozelandese John William Money (1921-2006), giunsero due gemelli omozigoti nati in Canada nel 1965: i gemelli Bruce e Brian Reimer. Purtroppo quello che doveva essere un semplice intervento di circoncisione per curare la fimosi di Bruce a sette mesi dalla nascita, a causa di un banale incidente avvenuto in sala operatoria, riportò una tragica conseguenza. L’organo sessuale di Bruce rimase irrimediabilmente bruciato. Al dottor Money si presentò così l’occasione che attendeva da una vita e che gli avrebbe consentito di coronare i suoi studi di genere con una fama imperitura. Guadagnato il consenso dei genitori di Bruce, ebbe infatti l’opportunità di riassegnare a questo bambino una sessualità diversa da quella biologica e consigliò alla madre e al padre di crescerlo come una ragazza. Fu allora che Bruce, completamente ignaro di quanto gli stesse succedendo e a seguito di cure ormonali e di un intervento chirurgico, divenne Brenda. Ma qualcosa andò storto. E mentre il dottor Money continuava a scrivere pubblicazioni pseudo-scientifiche sul caso che stava seguendo personalmente, Bruce-Brenda sviluppò un comportamento aggressivo, mostrava di preferire le macchine alle bambole, in bagno faceva la pipì in piedi e disdegnava la compagnia delle amiche. Nonostante avesse iniziato le cure ormonali, mostrò presto di non gradire affatto l’invasività di quel medico. Pertanto, dopo numerose e inefficaci sedute psicologiche, pretese dai genitori di conoscere la sua reale identità. Di qui Bruce-Brenda decise di sottoporsi a ulteriori interventi chirurgici e a cure ormonali nel disperato tentativo di ripristinare la propria identità maschile, un’identità sessuale sopita e anestetizzata, ma di fatto impossibile da sradicare, perché scritta in ogni fibra della sua carne e nel DNA di ogni cellula del suo corpo. Così a 14 anni Bruce-Brenda tornò a essere maschio col nome di David. A 25 anni sposò una donna che aveva avuto già tre figli da tre uomini differenti. Ma la sua vita continuava ad essere segnata da una profonda infelicità che culminò, dopo il suicidio del fratello Brian, con la scelta di seguirlo nella medesima sorta sparandosi un colpo alla testa (chi desiderasse saperne di più su questa storia, può leggere il volume del giornalista John Colapinto, Bruce, Brenda e David. Il ragazzo che fu cresciuto come una ragazza, edito da San Paolo nel 2014). Un esperimento compiuto sì, ma tragicamente fallito.

Ancora una volta è la verità dei fatti a smentire le teorie e a mostrare come nasce un’ideologia, la quale non è altro che il tentativo di piegare la realtà a proprio piacimento per farla rientrare in uno schema ideale prestabilito, calato dall’alto e funzionale soltanto a un sistema di potere. E se la realtà delle cose non rispecchia tale paradigma ideologico, tanto peggio per la realtà. Invece ogni cellula del nostro corpo è sessuata, è XX o XY. Il dato biologico è dunque un elemento imprescindibile, inalienabile e incontrovertibile che struttura l’identità sessuale di ciascuno e non può essere inteso come l’ostacolo da superare con ogni mezzo per imporre altri generi. Insomma, capovolgendo l’ideologia gender, la natura, la cultura e la storia umana concordano nel rilevare che maschi e femmine si nasce, non si diventa.

Fonte: La Croce Quotidiano