La realtà secondo i media, tra propaganda e manipolazione

I media informano o fanno propaganda? A questa domanda risponde attraverso un’accurata e acuta analisi della macchina della manipolazione mediatica l’ultimo saggio di Giuliano Guzzo, firma nota ai lettori de Il Timone, dal titolo: Propagande. Segreti e peccati dei mass media (La Vela, pp. 203). “Le notizie non vanno solo apprese. Sarebbe troppo semplice. Vanno anche esaminate”; perché “la verità esiste e, nonostante tutto, resiste. Ma non deve mai essere data per scontata”. È questo anelito al vero, a smascherare ogni forma di menzogna spacciata per verità, a muovere l’indagine di Guzzo soprattutto su temi bioetici.

Edward Bernays, uno degli spin doctor che compare nel novero dei 100 uomini più influenti del XX secolo secondo la rivista Life, nel suo saggio Propaganda, pubblicato nel 1928, ha riconosciuto esplicitamente che “il vero potere dominante è nelle mani di coloro che regolano i meccanismi nascosti della società, concludendo che noi siamo governati, le nostre menti vengono modellate, i nostri gusti formati, le nostre idee ispirate in gran parte da uomini di cui non abbiamo mai sentito parlare”. Non si tratta qui di aderire a teorie complottiste, ma di constatare un dato di fatto.

Per esempio, in relazione all’aborto Bernard Nathanson, il noto abortista americano poi divenuto pro-life, ha rilevato proprio l’intenzionalità manipolatoria della campagna mediatica pro-choice: “Cominciammo convincendo i mass media che quella per la liberalizzazione dell’aborto era una battaglia liberale, progressista e intellettualmente raffinata”. E così “anche se il numero delle donne morte per le conseguenze di aborto illegali si aggirava su 200-250 l’anno, indicammo ai media che era 10 mila. Questi falsi numeri penetrarono nelle coscienze degli americani, convincendo molti che era necessario eliminare la legge che proibiva l’aborto”, ha confessato lo stesso dottore. Anche in Italia si diedero i numeri: 25000 sarebbero state le donne vittima dell’aborto clandestino. Peccato però che tale cifra si sia rivelata addirittura superiore al numero totale delle donne in età feconda decedute nel 1972 che fu pari a 15116. In tempi recenti la copertura mediatica sulle principali emittenti americane della March for Life 2018, nonostante ad essa abbia partecipato anche Donald Trump, è stata di soli 2 minuti e 6 secondi; mentre all’indomani quella femminista ha avuto uno spazio tre volte maggiore, ossia ben 6 minuti e 43 secondi.

Relativamente all’eutanasia, la narrazione del ‘caso pietoso’ è piuttosto strumentale a “un’intenzione non già d’informare le persone, come sarebbe giusto, ma di generare in esse un senso di profonda pietà e indulgenza nei confronti di quanti hanno preferito porre fine alla sofferenza di una persona piuttosto che prolungarne un’esistenza dolorosa”. E così la ragione economica viene anteposta alla dignità del paziente.

Si procede con lo stesso metodo anche riguardo al tema della violenza sulle donne, sul quale si continua a insistere imputandone la colpa principale alla famiglia ‘tradizionale’. Si mistifica in questo modo ancora una volta la realtà, in quanto “la maggior parte delle violenze alle donne non si manifesta all’interno del matrimonio, anzi è vero l’opposto: la condizione coniugale è mediamente una garanzia, rispetto a tutte le altre, per la sicurezza femminile”.

Di frequente diventa legittimo anche ricorrere a palesi fake news, pur di gettare fango sulla Chiesa. Basti ricordare che “si raccontava che Benedetto XVI se ne andasse in giro con scarpe di Prada, quando esse erano in realtà un prodotto artigianale donato al Santo Padre da un artigiano novarese”. Attualmente però pare che la tecnica manipolatoria abbia cambiato il suo registro. “Da qualche tempo – sottolinea infine acutamente Guzzo – si assiste a una sorprendente mutazione genetica che, all’insistenza martellante, preferisce i giochi di parole, alla difesa di un credo la sponsorizzazione di opinioni, alla promozione di ideologie collettive quella di convinzioni individuali, ma non  per  questo meno ideologiche e meno funzionali a logiche di dominio”. Il rimedio resta dunque sempre lo stesso: vigilare e vagliare per rimanere fedeli alla realtà.

“L’innesto”: la commedia pro life di Luigi Pirandello

Si è abituati fin dai banchi di scuola a conoscere Luigi Pirandello soprattutto per il conflitto di personalità de “Il fu Mattia Pascal” e la crisi d’identità di Vitangelo Moscarda, protagonista dell’altro celebre romanzo “Uno, nessuno e centomila”. L’uomo e le sue maschere, il contrasto tra la vita e le sue forme, il confine tra la vita e il teatro, l’umorismo e il relativismo conoscitivo ed etico sono certamente alcuni dei temi principali cari allo scrittore agrigentino. Alcuni di questi si compenetrano nel grande capolavoro metateatrale dei “Sei personaggi in cerca d’autore”, che inaugura una capacità drammaturgica inedita di un teatro che si guarda allo specchio per aver modo di rivedere in maniera riflessa le proprie trame, i propri schemi e meccanismi.

Tra le opere che costituiscono la vasta produzione dello scrittore siciliano c’è anche “L’innesto”, una commedia in tre atti considerata minore dalla critica e per questo raramente rappresentata. Scritto nel 1917, “L’innesto” è stato messo in scena per la prima volta nel 1919. Si tratta di un’opera sconosciuta spesso anche agli stessi cultori di Pirandello probabilmente proprio a motivo della marginalità cui è relegato sul piano sociale il tema che affronta, quello dell’aborto. Onore dunque al merito della compagnia “La Piccola Crocchia” del Teatro La Mennola di Salerno, che l’ha rappresentata con la regia di Flavio Donatantonio.

La commedia racconta la vicenda di Laura Banti, sposata da sette anni con suo marito Giorgio, dal quale però non riesce ad avere figli. Nella tranquillità della loro vita coniugale irrompe all’improvviso un evento drammatico: Laura subisce una violenza carnale. Viene così brutalmente leso anche l’onore di suo marito. Tale violenza sessuale subita da Laura si rivela naturalmente gravida di conseguenze traumatiche anche sul piano psicologico e viene assimilata dal genio di Pirandello a una metafora, quella dell’innesto, che dà il titolo all’opera. L’innesto è una pratica agronomica che affiora coi suoi dettagli nel racconto dell’esperienza del giardiniere di casa Banti:

Filippo: Eh, ma l’arte ci vuole! Se non ci hai l’arte, signora, tu vai per dar vita a una pianta, e la pianta ti muore.

Laura: Perché può anche morirne, la pianta?

Filippo: E come! Si sa! Tu tagli – a croce, mettiamo – a forca – a zeppa – a zampogna – c’è tanti modi d’innestare! – applichi la buccia o la gemma, cacci dentro uno di questi talli qua; leghi bene; impiastri o impeci – a seconda -; credi d’aver fatto l’innesto; aspetti… – che aspetti? Hai ucciso la pianta. – Ci vuol l’arte, ci vuole! Ah, forse perché è l’opera d’un villano? D’un villano che, Dio liberi, se con la sua manaccia ti tocca, ti fa male? Ma questa manaccia… Ecco qua. Qua c’è una pianta. Tu la guardi: è bella, sì; te la godi, ma per vista soltanto: frutto non te ne dà! Vengo io, villano, con le mie manacce; ed ecco, vedi? Comincia a sfrondarla, per fare l’innesto; parla e agisce, prendendosi tutto il tempo che bisognerà per compire l’azione. Pare che in un momento t’abbia distrutto la pianta: ho strappato: ora taglio, ecco; taglio – taglio – e ora incido – aspetta un poco – e senza che tu ne sappia niente, ti faccio dare il frutto. – Che ho fatto? Ho preso una gemma da un’altra pianta e l’ho innestata qua.

Con queste parole Pirandello illustra metaforicamente quanto accaduto a Laura, mostrando da subito come persino un’azione così brutale commessa da un ignoto avventore possa trasformarsi addirittura in un innesto fecondo per la stessa pianta. In questo modo una ferita profonda nell’anima e nel corpo di Laura si rivela nel contempo foriera di vita nuova, capace cioè di far germogliare una pianta che sembrava destinata a non produrre alcun frutto. Laura porta infatti nel proprio grembo il frutto della violenza subita. Tuttavia non può una madre dimenticarsi del frutto delle proprie viscere, la sua carne è chiamata a essere utero che accoglie. Così la carne di Laura, rivivificata dall’amore, diviene capace di perdonarsi e di aprirsi, senza l’ombra di un’esitazione, alla vita che ospita in sé.

«Omnia vincit amor», scriveva Virgilio. È l’amore soltanto il balsamo che guarisce e l’unguento che cicatrizza le sue ferite e che colma i monti dell’orgoglio del marito Giorgio che vorrebbe invece immediatamente farla abortire perché non riesce ad accettare quel figlio che non gli appartiene e lo scandalo che ne sarebbe derivato. Ma Laura sa bene che l’aborto sarebbe solamente un presunto «rimedio più odioso del male»rappresentato dalla violenza già perpetrata nei suoi confronti. Grazie al suo coraggio e alla sua determinazione, Laura riesce alla fine a vincere con l’amore l’ostilità del marito nei confronti del bruto violentatore e, proprio in forza dell’amore per il suo sposo, convince Giorgio ad accogliere il figlio come proprio.

Purtroppo le storie drammatiche di innesti, cioè di figli non abortiti dalle loro madri nonostante fossero frutto di stupri, giungono sino ai giorni nostri. Storie di bimbi partoriti e magari affidati alla nascita a una madre adottiva, perché con la loro semplice presenza avrebbero forse ulteriormente scavato in una ferità già in sé tanto difficile da rimarginare nel cuore delle loro madri. Eppure anche nel caso dello stupro esiste un solo diritto, quello alla vita. Certamente la violenza sessuale è, dopo l’omicidio, la violazione più grave che si possa commettere contro la dignità della donna. Tuttavia il il figlio di una violenza non ha alcuna colpa; sarebbe soltanto, in caso di aborto, un’ulteriore vittima innocente. Infatti se sua madre si decidesse per l’aborto andrebbe soltanto ad aggiungere alla ferita che le è stata brutalmente inferta un’altra ferita di cui sarebbe invece direttamente responsabile.

Anche la moglie dell’attore Martin Sheen avrebbe potuto essere abortita perché frutto di uno stupro. Ma quell’amore speciale che ogni madre nutre per ciascuno dei suoi figli fu in grado di colmare l’odio per l’oltraggio subito. Così l’attore americano può oggi ringraziare sua suocera che, accogliendo sua figlia, le ha donato la compagna di una vita intera.

“L’innesto” pirandelliano ha ispirato recentemente anche il film “La scelta” di Michele Placido con Raul Bova e Ambra Angiolini al cinema dal prossimo 2 aprile. La storia di Laura Banti, come quella di ogni donna violentata che porti in grembo il frutto di un abuso, testimoniano chiaramente che per quanto una madre possa sforzarsi di soffocare l’impeto naturale d’amore nei confronti del figlio della propria carne, non riesce a spegnerlo. Tale amore materno si ridesta infatti traboccante nel suo cuore come un’onda in grado di travolgere anche le dighe del più becero orrore pur di raggiungere quel cuoricino che già batte accanto al suo.

Fonte: Aleteia

L’aborto non risolve nulla: evviva l’adozione!

Sappiamo che l’aborto non è una soluzione ai problemi delle donne incinte in difficoltà. Anzi: dopo l’aborto esse si ritrovano con gli stessi problemi economici o sociali che le hanno indotte al folle gesto e in più ad essere madri di un bambino morto.

Con piacere, quindi apprendiamo che gli Universitari per la Vita hanno lanciato in questi giorni, in vista del Natale,  una campagna sui social con gli hashtag  “#Abortonosoluzione  #Wl’adozione”.

La vita è il ‘dono dei doni’, il primo regalo che abbiamo ricevuto, quello che è alla base di tutti gli altri doni che il Padre celeste quotidianamente elargisce alla nostra esistenza. Ne sono ben consapevoli gli Universitari per la Vita, che hanno appena lanciato una campagna social in vista del Natale ormai alle porte.

In un post su Facebook scrivono: “Natale ormai si avvicina sempre di più ed abbiamo deciso di far partire una campagna che incarna il dono più importante che ognuno di noi ha ricevuto: la Vita! L’hashtag ufficiale della campagna è #abortonosoluzione e #Wl’adozione. Ogni giorno fino a Natale, pubblicheremo sul nostro sito le testimonianze di persone adottate, nostri amici, colleghi di università, ma anche quelle dei genitori adottivi che hanno accolto, pur nella più difficile delle condizioni, il loro figlio. Aiutaci anche tu!”.

Scopo di questa campagna è dunque “ricordare al mondo che l’aborto in Italia uccide 1 bambino ogni 5 minuti!”. Si tratta di “un essere umano, la cui vita è preziosa, unica ed irripetibile, che muore a pochi passi da casa nostra”. Tuttavia laddove “l’aborto uccide, l’adozione salva”.

Di qui chiunque desideri raccontare la propria storia o abbia una testimonianza da offrire, può scrivere liberamente poche righe o anche soltanto inviare una foto significativa all’indirizzo mail: uniperlavita@gmail.com. Contribuirà in questo modo alla diffusione della cultura della vita, suggerendo una logica alternativa a quella dell’utile, troppo spesso dominante: la logica del dono.

“Donare è un segno di affetto verso una persona a cui teniamo, un modo per dimostrare gratitudine a chi ci è stato vicino e ci ha aiutato. L’adozione è ciò che incarna meglio questo concetto. Una coppia che fa una scelta simile compie il più grande gesto d’amore immaginabile – sottolineano ancora gli Universitari per la Vita -: dona gioia, felicità, serenità e affetto sia al proprio figlio che ad una famiglia. Per questo motivo noi Universitari per la Vita abbiamo voluto fare a nostra volta un dono in segno di gratitudine per queste persone: da oggi fino al 25 dicembre, ogni giorno sarà pubblicata una testimonianza di una famiglia adottiva o di una persona adottata o una foto a sostegno dei genitori che hanno scelto l’adozione anziché l’aborto, che hanno scelto la vita e non la morte”.

D’altra parte il Natale è l’accoglienza nella gioia della Vita che si è fatta visibile e ha posto la sua dimora in mezzo a noi; la festa preparata dal Padre mediante il dono del suo Figlio per la salvezza del genere umano. Soltanto l’accoglienza di tale Dono conferisce un senso e il significato autentico anche al nostro scambio di auguri e di regali.

Fonte: NotizieProVita

I baroni contro la vita: la Jessen non entra in ateneo

La dittatura del ‘politicamente corretto’ colpisce ancora. All’Università di Roma Tre non si può parlare d’aborto. È stato infatti censurato l’incontro pubblico di Gianna Jessen con gli studenti universitari, in programma questo pomeriggio alle 15 presso l’aula 17 del Dipartimento di Studi Umanistici in via Ostiense. La Jessen avrebbe dovuto semplicemente parlare di sé e raccontare la sua storia. Eppure questo diritto le è stato negato. Perché? Semplicemente perché la Jessen è “nata per un aborto salino”. Si legge questo sul certificato di nascita di Gianna, la quale è incredibilmente sopravvissuta a tale cruenta pratica abortiva diffusa negli Stati Uniti e riservata a feti di ormai 6 mesi. Anche a Gianna è stata iniettata una soluzione salina che avrebbe dovuto corroderla perché fosse partorita morta il giorno seguente. Ma, con grande sorpresa di tutti, Gianna ha potuto venire alla luce, grazie soprattutto al soccorso di un’infermiera che la fece trasferire repentinamente in ambulanza dalla clinica a un ospedale. “Il medico che avrebbe dovuto abortirmi non ha vinto  ̶  afferma la Jessen in una testimonianza pubblica tenuta al parlamento di Victoria in Australia, il cui video sottotitolato in italiano è reperibile su YouTube,  ̶  anzi ha dovuto firmare il mio certificato di nascita. Io sono la bambina di Dio!”.

Organizzato in collaborazione con CitizenGo, Notizie ProVita e La Quercia Millenaria onlus, l’evento è stato promosso dagli Universitari per la Vita, un’associazione studentesca “apartitica e aconfessionale, che s’impegna a diffondere la ‘cultura per la vita’ negli atenei italiani a partire da quelli della capitale, promuovendo campagne di sensibilizzazione, attività di formazione ed eventi e coinvolgendo studenti di diverse nazionalità anche attraverso degli aperitivi in università, allo scopo di tutelare e custodire il diritto alla vita di ogni essere umano dal concepimento alla morte naturale”.

Secondo ‘voci di corridoio’ già il titolo dell’evento, “Sopravvissuta all’aborto”, avrebbe infastidito alcuni professori, avvalorando il loro pregiudizio che in università si sarebbe svolto “un incontro contro l’aborto”. Di qui, probabilmente dopo aver guardato le altre testimonianze della Jessen in rete, tali docenti avrebbero giudicato il personaggio ‘scomodo’, anche perché “colpevole, sul piano politico, di sostenere in America la destra repubblicana”. Insomma, senza ascoltarla dal vivo, costoro hanno deciso preventivamente che il suo stile sarebbe stato poco dialogante e dunque non idoneo a un’aula universitaria. Così, a meno di ventiquattro ore dall’evento, gli Universitari per la Vita si sono visti negare la concessione dell’aula precedentemente accordata, in quanto la richiesta della stessa sarebbe stata improvvisamente valutata invalida sul piano formale. Il Consiglio della Facoltà di Lettere ha infatti contestato al gruppo di non aver indirizzato correttamente tale richiesta, deliberando che l’incontro con la Jessen fosse confinato in uno spazio ritenuto più congruo all’iniziativa, ossia quello della Cappellania di Roma Tre nei pressi della Basilica di San Paolo fuori le mura. Se il motivo fosse stato soltanto di natura burocratica, un’aula libera si sarebbe magari comunque potuta trovare anche all’ultimo momento. I fatti lasciano invece presagire che la motivazione è di ben altra natura. “Siamo esterrefatti da questa scelta liberticida – ha commentato Filippo Saverese di CitizenGo Italia. Si dimostra che esiste un regime di pensiero che impedisce ad alcune persone di esprimere liberamente e democraticamente il loro pensiero, violando la Costituzione”.

Adottando un simile ostruzionismo, l’università che da un lato invoca il dialogo, dall’altro lo nega di fatto a priori e, privando i suoi studenti dell’opportunità di un sereno e fecondo confronto sul tema dell’aborto, di fatto ne squalifica la riflessione sul piano razionale, relegandolo alla sfera confessionale. Eppure, contrariamente a quanto si potrebbe presumere, il motivo per cui in Italia i ginecologi obiettori sono 7 su 10 è di carattere scientifico, non certamente religioso: i loro occhi vedono la realtà del concepito e, in larga parte, agiscono di conseguenza, tutelandone il diritto alla vita. Essi son ben consapevoli che alla terza settimana dal concepimento, a soli 21 giorni, il cuore di ogni figlio comincia a battere prima ancora che sua madre s’accorga di essere incinta. Nella sua singolarità, questo dato scientifico è sufficiente a testimoniare che l’ideologia può soltanto mistificare ed edulcorare la realtà, ma la natura umana dell’embrione non può che essere riconosciuta da uno sguardo libero da pregiudizi.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Il ’68 fu vera ‘liberazione’?

Una gioventù sessualmente liberata (o quasi) di Thérèse Hargot

“Siate Pocahontas e lasciate Biancaneve ai nani!”. Nel suo libro Una gioventù sessualmente liberata (o quasi) (pp. 170, Sozogno 2017, € 16.50), tradotto in italiano da Giovanni Marcotullio, Thérèse Hargot  sollecita con questa provocazione le sue studentesse parigine a custodire la propria femminilità, a non concedersi al primo che capita, imparando anche l’arte di saper stare da sole quando necessario.

L’autrice è una giovane sessuologa belga, classe 1984, sposata e madre di 3 figli, laureata in filosofia con un master in scienze sociali alla Sorbona. Nel suo recente volume ha raccolto le testimonianze di molti suoi studenti legate a esperienze sessuali precoci e ne ha analizzato le pesanti ricadute sulla loro crescita e maturazione affettiva. Attraverso il suo lavoro di educatrice e formatrice in materia, la Hargot s’impegna infatti quotidianamente ad aiutare i giovani innanzitutto a conoscere il proprio corpo, a verbalizzare le proprie emozioni, i propri sentimenti e desideri, nella consapevolezza che non può esserci consenso all’atto sessuale senza autonomia né considerazione del suo significato.

In un contesto sociale in cui il sesso è invece spesso vissuto in una dimensione ludica come mera genitalità, la Hargot evidenzia soprattutto gli effetti drammatici della pornografia sulla sfera affettiva dei ragazzi, che li abitua a pensare al proprio partner come “una cosa da rivoltare per il proprio piacere” (p. 31). Col suo “nuovo must: dal ‘dovere di riprodursi’ al ‘dovere di godere’” (p. 31), la pornografia “è divenuta una valvola di sfogo del desiderio proibito: quello di lasciarsi dominare e di dominare” (p. 137). Il suo consumo favorisce l’insorgere di fantasie erotiche destinate a rimanere tali e dunque un motivo in più di frustrazione, in quanto non sono affatto compatibili con una relazione amorosa che voglia definirsi tale.

Nel suo saggio la Hargot rileva in particolar modo le numerose contraddizioni insite negli stessi slogan della ‘rivoluzione sessuale’. “Vietato vietare” o “L’utero è mio e lo gestisco io” ha comportato infatti che “sottraendo al corpo il suo valore sacro, di cui la morale paternalista si voleva garante, ha guadagnato per esso un valore di scambio, cioè di mercato” (p. 80). Per cui oggi nelle relazioni sessuali a farla da padrone è una ‘morale del consenso’, come la definisce la Hargot, dove quello che conta è semplicemente l’assenso tra i due amanti. Basta una volontà concorde a stabilire la moralità della pratica sessuale, nulla importa se si tratti soltanto di un’egoistica e reciproca strumentalizzazione per il proprio piacere. Tale tendenza, che sovverte palesemente la logica del dono sottesa a ogni vera relazione amorosa, emerge in particolar modo nella consolidata prassi della contraccezione. Parlare di sesso oggi non significa più parlare d’amore, ma trattare dei rischi e delle conseguenze di un rapporto sessuale: la contraccezione ha reso la sessualità “come potenzialmente foriera di una minaccia” (p. 73). Laddove “l’amore chiama alla fiducia e all’abbandono”, “il preservativo serve a proteggersi dall’altro” (p. 69).

E ancora, rispetto all’assunzione della ‘pillola del giorno dopo’, la Hargot sottolinea un evidente paradosso: “Le donne si proclamano a gran voce ‘libere, liberate’ quando sono permanentemente sotto il controllo di ormoni che fanno tacere il loro corpo” e “vantano le virtù di una pillola che diminuisce la loro potenza sessuale” (p. 102). In effetti, riducendo la libido sessuale, la ‘pillola del giorno dopo’ fissa gli ormoni femminili allo stato d’infertilità, ponendo in qualche misura sottocontrollo ormonale la loro libertà. Inoltre, se “sopprimere il ciclo mestruale significa permettere alle donne di lavorare ‘come degli uomini’” (p. 162), allora il femminismo ha fallito anche sul piano sociale, per cui le donne rimangono asservite a un sistema maschilista corroborato nel suo potere paradossalmente dalle loro stesse decisioni.

Un altro slogan della rivoluzione sessantottina recitava: “Un bambino, se voglio io, quando voglio io!”. Allora, se la pillola dovesse fallire, ecco pronto il rimedio definitivo a una gravidanza indesiderata, l’ultima frontiera della ‘liberazione sessuale’ delle donne: l’aborto. Esso viene definito dall’autrice con ironia tragica quale “servizio clienti della contraccezione” (p. 112). Un ‘servizio’ che fa due vittime: il nascituro e il cuore della madre che resterà segnato, con l’uccisione del proprio figlio, da una ferita indelebile e difficilmente rimarginabile.

A questo punto viene spontaneo chiedersi: ma fu vera ‘liberazione’? Alla luce di questi elementi sembrerebbe proprio di no. Tuttavia, secondo la Hargot, sulle macerie dell’ideologia femminista, è possibile, anzi è doveroso ricostruire proprio a partire da coloro che ora pagano il prezzo più alto di tale ‘liberazione’ sessuale, ossia le giovani generazioni, le quali necessitano di una nuova alfabetizzazione della dimensione affettiva e sessuale, che muova dalla consapevolezza che “l’amore non è un discorso, s’incarna nel quotidiano” (p. 152).

Fonte: FarodiRoma

Quaranta giorni per la vita

Si chiama “40 giorni per la vita” e si svolgerà dal 1 marzo fino al prossimo 9 aprile l’iniziativa di preghiera promossa per la prima volta anche a Roma dal gruppo degli ‘Universitari per la Vita’. Un Rosario al giorno recitato insieme dinanzi all’Azienda Ospedaliera “San Giovanni Addolorata” in Via dell’Amba Aradan, 9; una presenza orante di circa 12 ore quotidiane per sostenere il ‘sì alla vita’ delle madri in difficoltà, tentate di abortire il proprio bambino nella solitudine e nell’abbandono.

Tale iniziativa è stata organizzata da una realtà apartitica e aconfessionale, ossia da un gruppo di giovani che s’impegna a diffondere la cultura pro-life negli atenei italiani a partire da quelli della capitale, promuovendo campagne di sensibilizzazione, attività di formazione ed eventi e coinvolgendo studenti di diverse nazionalità anche attraverso degli aperitivi in università, allo scopo di tutelare e custodire il diritto alla vita di ogni essere umano dal concepimento alla morte naturale, un diritto negato ai 6 milioni di bambini abortiti in Italia dalla legge 194.

Per fronteggiare tale iniqua strage di innocenti e dar voce a chi non ha voce, la preghiera risulta sicuramente l’arma più potente che deve sostenere e accompagnare sempre ogni azione in difesa della vita del bambino non ancora nato. In tutte le sue apparizioni la Vergine Maria, in specie a Lourdes, Fatima e  Medjugorje, ha ricordato la preziosità di una preghiera costante e generosa. Infatti dal 2007 a oggi la “catena dolce che ci rannoda a Dio” recitata davanti agli ospedali ha contribuito a strappare all’aborto 12.668 bambini in tutto il mondo. “40 Days for Life” è nata in America, e più precisamente in Texas, ed è ormai attiva in circa 50 Stati, ma anche in Inghilterra, Spagna, Germania, Argentina e Australia. Il fondatore americano del movimento, Shawn Carney ha evidenziato a più riprese che si tratta di una preghiera pacifica sostenuta spesso anche dal digiuno, che desidera contribuire “ad aprire gli occhi della gente, affinché si renda conto che gli aborti avvengono, purtroppo, anche a pochi passi da casa nostra”.

Pertanto chi desiderasse sostenere tale iniziativa e ricoprire uno o più turni di preghiera, può comunicare ancora la propria adesione personale tramite il sito: http://doodle.com/poll/zcxyeeyzhaqmb7e2

Alla preghiera deve però seguire l’azione. Lo sanno bene gli “Universitari per la Vita”, che sono infatti anche tra i promotori della 7a Marcia per la Vita, il più grande evento nazionale pro-life, che si terrà il prossimo sabato 20 maggio a Roma con partenza alle ore 15 da Piazza della Repubblica.

Fonte: FrammentidiPace