Il Beato Angelico, “il pittore della tenerezza”.

Vallini: “Ha interiorizzato il mistero e l’ha espresso nella bellezza”

“È stato un grande artista. Potremmo definirlo il pittore della tenerezza, che ha interiorizzato il mistero di Cristo e lo ha espresso nella bellezza delle sue opere”. Il cardinale vicario Agostino Vallini ha descritto con queste parole il Beato Angelico nel giorno della memoria liturgica, celebrando i vespri in Santa Maria sopra Minerva, la basilica che ne ospita le spoglie mortali. La liturgia – molto suggestiva – è stata conclusa da una breve omelia, nella quale il porporato ha voluto esortare coloro che operano nei beni culturali a essere “custodi di un patrimonio da valorizzare anche quale espressione della bellezza di Dio”. Ed infine ha invocato: “Salga dunque al Padre, da parte di ogni fruitore delle sue opere d’arte, un canto di ringraziamento nei termini dell’orazione finale dei vespri nella sua memoria, un inno di lode a Dio che ha “ispirato con paterna provvidenza il beato Giovanni Angelico a raffigurarci la pace e la dolcezza del paradiso”.

I salmi sono stati cantati in gregoriano dai frati domenicani e dalla Schola del Pontificio Istituto di Musica Sacra, diretta da Raúl Orlando Arreguín Rosales. E il rito è stato arricchito da brevi intermezzi musicali strumentali affidati al flauto a becco, alla viola da gamba e all’organo suonati rispettivamente da Giulia Ciarla, Jasmina Capitanio e Federico Del Sordo, mentre i canti del Magnificat di Giovanni da Palestrina e del Salve Regina di Poulenc sono stati eseguiti dal Coro polifonico Musicanova diretto da Fabrizio Barchi.

Noto semplicemente come il Beato Angelico, fra Giovanni da Fiesole era un umile frate domenicano, nato intorno al 1395 col nome di Guidolino di Pietro Trosini e morto nel 1455. La sua la vocazione religiosa accompagnò quella alla pittura, che si è espressa nel rappresentare i grandi misteri della fede attraverso figure realistiche investite di una luce dorata che le fa risplendere della grazia divina. Ecco perché subito dopo la sua morte il popolo, che ne aveva apprezzato le opere, iniziò ad appellarlo Beato Angelico prima che fosse proclamato tale nel 1982 da Giovanni Paolo II, che lo additò anche quale “patrono universale degli artisti”. Il Beato Angelico maturò una visione mistica del mondo insieme a una resa realistica delle figure umane. Coniugando luce e colore, attenzione alla natura e al dato prospettico, se da un lato si riallaccia alle modalità pittoriche di Masaccio, dall’altro anticipa la nuova temperie artistica rinascimentale.

Fonte: FarodiRoma

39a Giornata per la Vita

L’invito di Mons. Leuzzi:  “Ripensare la cultura della vita in una nuova progettualità sociale”

“Siate protagonisti di una nuova stagione della cultura della vita”. Con queste parole Mons. Lorenzo Leuzzi, Direttore dell’Ufficio per la Pastorale Universitaria e incaricato per la Pastorale Sanitaria, ha aperto la sua omelia durante la S. Messa celebrata in occasione della 39a Giornata per la vita nella parrocchia di Santa Maria in Traspontina.

Egli ha ribadito la necessità di essere “donne e uomini per la vita nel solco di Santa Teresa di Calcutta”, secondo quanto recita il messaggio della CEI. “La presenza silenziosa e possente dello Spirito Santo in ciascuno non può e non deve suscitare in noi paura e timore dinanzi alle nuove sfide della nostra società”. Di qui l’invito del vescovo ausiliare di Roma a chiedersi “cosa avrebbe detto e fatto Madre Teresa oggi per non perdere il sapore del sale e non mettere sotto il moggio la lampada”. Per contrastare la logica della denatalità e il crollo demografico, è necessario dunque – ha proseguito Mons. Leuzzi – “ripensare la cultura della vita in una nuova progettualità sociale”.

Una progettualità sociale che muova dalla consapevolezza che “la presenza del Risorto della storia è il fondamento della grandezza dell’uomo” e operi una conversione culturale “dal ‘tutti noi’ al ‘noi tutti’, in cui ciascuno non è un prodotto ma un dono”, secondo la via indicata dal Santo Padre.

Il compito delle famiglie cristiane è allora quello di invertire tale tendenza attualmente dominante a costruire “relazioni strumentali e non generative dove l’io prevale sul noi”, impegnandosi “con generosità e competenza al servizio della vita”. Egli ha perciò ringraziato alla fine tutte “le coppie   che testimoniano quotidianamente la gratuità del loro amore”.

Essere sale e luce per i nostri fratelli significa dunque anche custodire la dignità di ogni essere umano dal concepimento alla morte naturale. Per questo motivo il messaggio di questa Giornata non guarda soltanto ai bambini appena concepiti che sono il futuro della civiltà umana, “sono la forza, quelli che portano avanti, sono quelli in cui riponiamo la speranza” – per dirla con Papa Francesco – ma anche ai nonni che ne sono la memoria storica; “sono la memoria della famiglia, sono quelli che ci hanno trasmesso la fede. Un popolo che non sa prendersi cura dei bambini e dei nonni è un popolo senza futuro, perché non ha la forza e non ha la memoria per andare avanti”.

Perciò, relativamente al fine vita, abbiamo chiesto a Carlo Casini, storico fondatore e ora Presidente onorario del Movimento per la Vita italiano, cosa pensasse in merito alla preoccupante proposta di legge sulle dichiarazioni anticipate di trattamento, ovvero sul testamento biologico, in discussione alla Camera il prossimo 20 febbraio. “È una legge certamente non necessaria o comunque da riscrivere completamente” – ha affermato Casini –, manifestando le proprie perplessità soprattutto rispetto alle modalità in cui viene ridefinito il rapporto tra medico e paziente, non più presentato come un’alleanza terapeutica, in quanto il medico sarebbe ridotto a passivo esecutore della volontà di autodeterminazione del paziente. Il fine della professione medica è invece chiaramente quello di “non uccidere nessuno”, tutelando il diritto alla salute dei propri pazienti.

Contro la piaga sociale dell’aborto e lo spettro dell’eutanasia anche in Italia la ricetta è una sola e l’ha illustrata Papa Francesco all’Angelus di questa mattina con la chiarezza che lo contraddistingue e senza mezzi termini: “Ogni vita è sacra. La cultura della vita è la risposta alla cultura dello scarto”.

Fonte: FarodiRoma

Dritti, mezzacorsa, corsa: scegli il manubrio che fa per te

La scelta del manubrio della tua bicicletta non è secondaria. Infatti il manubrio determina innanzitutto la manovrabilità della tua bici. È perciò opportuno scegliere il manubrio della bicicletta più comodo, funzionale e idoneo al proprio stile di pedalata, a seconda che si preferisca una guida sportiva o urbana. D’altra parte il manubrio, sia esso dritto, da corsa o mezza corsa, influisce notevolmente sulla posizione che il tuo corpo assume in sella alla bicicletta, e dunque sul tuo comfort. Ecco perché è  importante una piega del manubrio né troppo grande, né troppo piccola rispetto alla larghezza delle tue spalle, al fine di evitare problemi muscolari o di respirazione.

 

Il manubrio da corsa

Se cerchi, oltre alla sicurezza e alla comodità, un alto livello di prestazione, il manubrio per la tua bicicletta è sicuramente quello con la piega da corsa. Tale tipologia di manubrio fu introdotta dallo statunitense Major Taylor nel 1890 per garantire una posizione del corpo più aerodinamica. Negli anni ’50 fu la casa produttrice italiana Ambrosio a costruire la prima piega in alluminio che, con il mod. 64 della Cinelli, si diffuse a livello mondiale. Naturalmente con l’invenzione del celebre cambio Shimano, per ospitare i nuovi comandi, fu necessario ridefinire l’assetto della curvatura della piega del manubrio stesso.

 

Oltre alla larghezza, anche la lunghezza della piega del manubrio della bicicletta è decisiva per la posizione da assumere in sella, per non stare né troppo eretti né eccessivamente sdraiati sul tubo orizzontale, dovendo comunque sempre poggiare le mani sul paramani. Per un maggior comfort in sella è invece vivamente consigliabile un manubrio di forma ergonomica. C’è poi il manubrio mezza corsa, in stile vintage, che consente una seduta più comoda e una posizione del corpo più alta e meno piegata rispetto al classico manubrio da corsa.

 

Nella scelta del manubrio non bisogna poi trascurare il materiale di cui è costituito. Naturalmente, al di là dell’alluminio tuttora molto utilizzato, i materiali più pregevoli sono il titanio e le fibre di carbonio poiché, in virtù delle loro proprietà, sono in grado di attenuare proficuamente le vibrazioni e le asperità del terreno, garantendo nel contempo leggerezza e resistenza, ma soprattutto una prestazione di guida ottimale della tua bicicletta.

 

Il manubrio dritto

 

Se cerchi invece un manubrio dritto per la tua mountain bike e non solo, devi tener presente che un manubrio più largo, presentando un braccio di leva maggiore, richiede una forza minore per la sterzata. Si tratta perciò di un manubrio da preferire per rispondere repentinamente ai cambi di direzioni improvvisi richiesti da una strada impervia o in discesa. Oggi c’è la tendenza a costruire  manubri in alluminio più lunghi delle misure standard e con una leggera inclinazione all’indietro, in modo da avere un manubrio decisamente più reattivo negli spostamenti e più aerodinamico per vincere facilmente ogni attrito, consentendo una postura sempre più da race.

 

Fonte: BikeStoreUdine

Regali per ciclisti

Tra i regali per ciclisti appassionati di high-tech c’è un misuratore di potenza (€ 500) o un navigatore di bordo (€ 300) resistente alle intemperie e agli urti, collegabile anche allo smartphone, così da avere a disposizione in tempo reale il segnale GPS per la posizione, il meteo e tutte le informazioni sul tracciato che si sta percorrendo. Tra i regali per ciclisti tecnologici leggermente più economici, trovi un cardiofrequenzimetro da polso (€ 100) o una telecamera portatile (€ 70).

Se invece vuoi cercare il tuo regalo per ciclisti nel settore abbigliamento, puoi orientarti tra una pratica giacca antivento e antipioggia (€ 70) e un giubbotto invernale termico (€ 100). Se vuoi scegliere tra gli accessori il tuo regalo per ciclisti, puoi prendere un casco aperto o integrale omologato (€ 40), uno zaino idrico con protezione per la schiena (€ 90), una sella (€ 70) nuova e più comoda o un manubrio in fibra di carbonio (€ 120) leggero e maneggevole. Tra i regali per ciclisti che vogliono viaggiare su strada in tutta sicurezza ci sono diversi tipi di luci: i fanalini applicabili manualmente (€ 10) sulla bicicletta, quelli catarinfrangenti (€ 5) per le ruote, o anche delle semplici strisce catarifrangenti per indumenti (€ 15).

Regali per cicliste

Tra i regali per ciclisti al femminile c’è sicuramente una custodia impermeabile con supporto porta cellulare (€ 20) per buttare un occhio alla strada e uno allo smartphone. Alla signora che non vuole rinunciare a fare la spesa in bici, si può donare in regalo un bel cesto di vimini (€ 25) o n ecopelle (€ 30), in stile vintage, o una capiente borsa posteriore impermeabile (€ 40), posizionabile in modo da distribuire equamente il peso su entrambi i lati del telaio e della ruota posteriore. Per la donna che vuole la sua bici sempre impeccabile c’è un pratico kit con detergente, lucidante, spazzola e spugna (€ 20) per avere a portata di mano tutti i prodotti occorrenti per mantenerla pulita. A colei che desidera essere fashion anche in bici si possono regalare un paio di guanti (€ 15), dei calzini termici (€ 10), delle calze a compressione (€ 10), un copriscarpe (€ 20) o qualche altro capo d’abbigliamento sempre rigorosamente coordinato con il brand e i colori della bici.

Regali per ciclisti in crescita

Se cerchi dei regali per ciclisti in crescita, magari per tuo figlio che muove i suoi primi passi in bici, puoi scegliere tra gli accessori un campanello (€ 7) a forma di animaletto, un paio di guanti da bici e un casco (€ 20) con Peppa Pig o Topolino e i personaggi Disney o Pixar (€ 15). Certamente lo farai contento!

Fonte: BikeStoreUdine

Luci per bici: i fanali da scegliere per la tua sicurezza

I fanali della bici sono un dispositivo essenziale per la tua sicurezza su strada. Le luci della bici, che si tratti di riflettori catarifrangenti, lampade al LED o semplici fanali, sono infatti fondamentali per vedere ed essere visti  in specie quando le condizioni di visibilità sono limitate.

Per questo motivo i fanali non sono soltanto un accessorio che deve incontrare il gusto estetico di chi acquista una nuova bici, ma costituiscono un elemento fondamentale per chi viaggia su strade scarsamente illuminate, al crepuscolo o di sera, specialmente in inverno, quando le ore di luce sono decisamente minori.

Stranamente però l’impianto dei fanali non rientra quasi mai tra i criteri che influenzano la scelta di chi compra una nuova bici, anche perché viene frequentemente sottovalutato dagli stessi produttori che devono rispettare poche leggi per rientrare nei parametri previsti dalla normativa vigente in materia di sicurezza.

Attualmente il mercato offre un ampio ventaglio di opportunità per l’illuminazione della tua bici: i fanali possono essere posizionati sulla forcella, sul manubrio o sul casco del conducente e possono essere alimentati con la dinamo, a batteria o secondo sistemi a induzione.

Avremo fatto sicuramente l’esperienza di andare su una vecchia bici e di osservare quella dinamo che, poggiando sul copertone, faceva molto rumore e richiedeva tanta fatica per generare poca luce per i fanali. Oggi anche questo tipo di alimentazione si è perfezionato e prevede il posizionamento della dinamo nel mozzo della ruota, per cui è decisamente più silenziosa. A seconda delle sue dimensioni, una dinamo piuttosto grande consente di alimentare fanali con lampade al LED che generano un fascio di luce decisamente maggiore per vedere, ma soprattutto per essere visti nel traffico o su strade buie.

Un impianto con dinamo e fanali al LED garantisce dunque la massima efficienza energetica e un basso consumo, per cui è vivamente consigliabile per la tua sicurezza in bici anche nel traffico.

Chi preferisse invece dei fanali anteriori sempre al LED, ma alimentati a batteria, tenga conto che non avrà la stessa potenza del faro a dinamo. Tuttavia, nel caso si decida per l’acquisto di tali fanali, è consigliabile prevedere un display sul dorso della lampada che indichi il consumo e lo stato di carica della batteria, per evitare lo spiacevole caso di rimanere di sera improvvisamente al buio, magari su una strada non sufficientemente illuminata.

Le luci posteriori, di dimensioni più ridotte, siano esse fanali o semplici catarifrangenti, necessitano generalmente di una minore carica rispetto a quelle anteriori. Tuttavia, se per il retro della tua bicicletta desiderassi fanali che funzionino senza batteria e senza dinamo, puoi senz’altro considerare il sistema a induzione che, grazie a dei semplici magneti permanenti, genera un discreto campo elettrico sufficiente a far lampeggiare i LED posteriori.

Scegliendo dei fanali anteriori e posteriori adeguati, non correrai il rischio di non essere visto, anzi sarai maggiormente visibile, di giorno e di notte, nel traffico e su strade isolate e non illuminate, senza alcun pericolo per la tua sicurezza.

 

Fonte: BikeStoreUdine

Modernariato: oggetti di interior design

Appendiabiti di Enzo Mari 

Disegnato da uno dei maggiori teorici avanguardisti del secolo scorso, l’appendiabito del 1977 di Enzo Mari è un oggetto singolare ed estremamente funzionale. La sua forma essenziale, che si compone di tre aste in metallo che terminano con altrettanti dischi vivaci sistemati come cappelli colorati, traduce plasticamente un tema tanto caro al designer piemontese, quello cioè dell’aspetto sociale del design legato alla sua funzione nella vita quotidiana.

Mobiletto portachiavi di Thomas Sandell

Disegnato da Thomas Sandell, uno degli architetti e designer svedesi più rinomati, che vanta collaborazioni con Cappellini, Mobileffe e Tronconi, il mobiletto portachiavi in metallo giallo anni ’90 è un buco della serratura dal colore vivace molto vintage. Una volta aperto, presenta numerosi pioli disposti in serie e atti a ospitare in maniera ordinata tutte le tue chiavi.

Lampadario Relemme di Achille Castiglioni

“Abbiamo messo insieme due idee di lampade vecchie: il solito piatto di metallo verniciato che si metteva in cucina, e una lampada industriale molto diffusa, unendo le virtù e scartando i difetti. Nella prima la luce feriva ma l’attacco era giustamente esterno: nella seconda la luce era protetta ma l’attacco era interno e scaldava”. Achille Castiglioni presenta così la sua creazione. La sua lampada a sospensione del 1962 disegnata per Flos con funzionale saliscendi ha un riflettore a conca in metallo verniciato color marrone e sagomato in modo da mascherare il portalampada lasciato all’esterno e da generare una superficie riflettente bianca uniformemente illuminata.

Servizio olio e aceto di Andrea Branzi

Progettato per la produzione Alessi, il servizio di olio e aceto in stile vintage anni ’70 di Andrea Branzi, uno tra i maggiori esponenti del Nuovo design italiano, è un set ironico, che presenta una base circolare in marmo nero con venature bianche e due coperchi in ceramica smaltata bianca adagiati come due facce con singolare mimica sui rispettivi contenitori a forma di cono rovesciato.

Tagliapane di Lino Sabatini

Disegnato da una pietra miliare del design italiano, il tagliapane dell’artista argentiere Lino Sabbatini risponde all’esigenza, a lungo ricercata dal designer emiliano, di “nobilitare la materia grazie alle forme”. Il suo tagliapane anni ’70 è infatti una forma pulita ed essenziale, si compone di una pregevole tavola in legno di acero e di una squadra in acciaio.

Coppia di portatovaglioli di Ettore Sottsass

“Il funzionalismo non è sufficiente. Il design dovrebbe essere anche sensuale ed eccitante”. Risponde a tale esigenza creativa la coppia di portatovaglioli del 1994 di Ettore Sottsass, celebre designer industriale e architetto eclettico. Il suo originale portatovaglioli prodotto per Twergi, si compone di tre semplici anelli concentrici in legno di faggio tinto. Alternando il nero al color legno, ogni triade di anelli è anche, sul piano cromatico, perfettamente speculare all’altra.

Vaso cornovaso di Alessio Tasca

“Il cornovaso è un’idea prima che un oggetto, è un archetipo a cui ricondurre una molteplicità di varianti possibili, un segmento estrapolato dalla traiettoria tracciata dall’estrusione, ricavato dalla semiretta immaginaria che sgorga dalla trafila e che possiamo seguire nel suo procedere all’infinito”. Così Alessio Tasca, designer e ceramista vicentino, presenta il frutto della sua intuizione creativa. Il suo cornovaso del 1970 in materiale grès bianco è un vaso realizzato mediante una particolare tecnica di estrusione: l’impasto d’argilla inserito nella trafila è costretto dalla forte pressione ad attraversare una matrice di ferro che gli conferisce una peculiare forma tubolare triangolare simile alle corna di un ariete.

Specchio finestra di Giuseppe Raimondi

Progettato per la Cristal Art, lo specchio di Giuseppe Raimondi, architetto e designer attivo nel campo dell’edilizia, dell’arredamento e del design industriale, è una finestra cieca in materiale plastico termoforato con gli stipiti e le ante di vivace colore rosso che “gioca con la riflessione della forme e della luce”.

Scrivania di BBPR

Progettata da Gian Luigi Banfi, Lodovico Barbiano di Belgiojoso, Enrico Peressutti, Ernesto Nathan Rogers, gruppo di designers italiani noti con l’acronimo BBPR che operò nel dopoguerra mediante “un linguaggio in continuità con la tradizione e in opposizione all’accettazione passiva dell’International style”, questa scrivania presenta un lungo ripiano in legno di forma ottagonale adagiato su una possente struttura in ferro stratificato.

Poltrona Campiello

Progettata per Zanotta nel 1984 dal trio di designers italiani, Jonathan De Pas, Donato D’Urbino e Paolo Lomazzi, noti anche con l’acronimo DDL e ideatori della celebre poltrona gonfiabile Blow, la poltrona Campiello presenta uno schienale particolarmente alto e avvolgente in pelle nera e una seduta rivestita in tessuto completamente sfoderabile con cuscino lombare di color verde acqua che costituisce un elemento di ulteriore comfort nella zona più bassa della schiena.

Fonte: InternoC65.com

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Con Botox addio rughe

Pur essendo un farmaco a base di tossina botulinica, se iniettato a piccoli dosi, il Botox produce un rilassamento dei muscoli facciali tale da eliminare progressivamente le rughe del volto e gli inestetismi legati all’invecchiamento della pelle. Il botulino è infatti una proteina purificata di tipo A dotata di una proprietà miorilassante, in grado cioè di inibire l’eccessiva motilità della mimica facciale. In questo modo tale tossina genera una paralisi muscolare locale limitata che consente di attenuare sensibilmente ogni forma di ruga. Mediante un’iniezione di botulino è così possibile cancellare le rughe d’espressione, le ‘zampe di gallina’, le rughe della fronte, quelle interciliari o della labbra, per una pelle immediatamente più giovane e vellutata. L’effetto collaterale più comune riscontrato a seguito dell’infiltrazione consiste sicuramente in un arrossamento della zona interessata dal trattamento, cui potrebbe accompagnarsi un leggero bruciore, che dura comunque soltanto poche ore. L’effetto positivo ringiovanente inizia invece a essere visibile pochi giorni dopo l’iniezione e perdura fino a 3-6 mesi. Effettuando altre infiltrazioni nei mesi successivi il paziente, senza correre alcun rischio per la propria salute, ottiene una maggiore efficacia del trattamento stesso e ne prolunga gli effetti benefici. Indebolendo l’azione delle ghiandole sudoripare, l’iniezione di Botox produce ancora un’altra ricaduta positiva nelle persone che soffrono di un’eccessiva sudorazione, in quanto contribuisce notevolmente a ridurre l’iperidrosi.

Le iniezioni di botulino costituiscono pertanto una vantaggiosa opportunità per combattere le rughe senza il ricorso alla chirurgia plastica e cancellare, mediante trattamenti non invasivi, gli inestetismi dovuti all’invecchiamento. Tali infiltrazioni contribuiscono in effetti in maniera decisiva al ringiovanimento della cute e assicurano un aspetto esteticamente più gradevole, favorendo uno stato di benessere psico-fisico.

Fonte: Botoxviso.com

Con Botox elimini le rughe per un volto visibilmente più giovane

Prodotta dal batterio Clostridium botulinum, la tossina botulinica è una proteina naturale raffinata di tipo A che, iniettata a piccole dosi, impedisce la costante contrazione dei muscoli facciali. Intervenendo a limitare fortemente la mimica facciale evita così il formarsi di inestetismi sul viso.

È sufficiente un’iniezione quasi indolore di tossina botulinica per eliminare le rughe della fronte, quelle dell’accigliamento, le piccole rughe che possono formarsi intorno agli occhi o anche le imperfezioni di mento, collo e labbra. Appena 3 giorni dopo il trattamento, tale infiltrazione produce un effetto ringiovanente che dura circa 4 mesi per poi scomparire gradualmente. Nelle persone di età compresa tra i 40 e i 50 anni l’effetto ringiovanente è di 5-8 anni. Tuttavia, poiché non produce effetti collaterali particolarmente negativi, se non qualche eventuale lieve rossore o leggero livore, questo trattamento può essere ripetuto una seria illimitata di volte per ottenere un effetto estetico sempre più duraturo. L’iniezione di botulino agisce infatti soltanto sulla zona del viso interessata dall’inestetismo per eliminare prontamente anche le semplici rughe d’espressione. La tossina botulinica presenta inoltre un ulteriore beneficio nelle persone che hanno una sudorazione eccessiva, in quanto è in grado di rimuoverne le cause, garantendo ascelle, mani e piedi decisamente più asciutti e un effetto ringiovanente durevole addirittura fino a 8 mesi.

Le infiltrazioni di Botox rappresentano dunque la soluzione più opportuna al trattamento dei lievi inestetismi del viso, in quanto consentono di ottenere, senza dover ricorrere a un’operazione di chirurgia estetica, un volto visibilmente più giovane e un aspetto migliore, capaci di incidere positivamente sulla percezione del proprio benessere psico-fisico.

Fonte: Botoxviso.it

La scienza moderna? Nasce nel Medioevo

«Se ho visto più lontano, è perché stavo sulle spalle di giganti», scriveva Isaac Newton in una lettera all’amico Robert Hooke, anch’egli membro della Royal Society e protagonista meno conosciuto della rivoluzione scientifica del Seicento. Nel rilevare che le scoperte scientifiche moderne avessero in realtà radici antiche, il padre della legge di gravitazione universale citava però testualmente e, probabilmente in modo inconsapevole, un altro grande filosofo francese e teologo medievale. Si tratta di Bernardo di Chartres, maestro di una delle più importanti scuole cattedrali del XII secolo, divenuto celebre proprio per il noto aforisma: «Siamo nani sulle spalle dei giganti».

Anche nel Medioevo si ritrova dunque la stessa consapevolezza degli scienziati moderni, la coscienza cioè che ogni scoperta scientifica non è l’esito di un’intuizione astorica di un ‘illuminato’, quanto piuttosto il frutto di un’attenta e lucida capacità di leggere la realtà della natura per rintracciare in essa i rapporti e i legami tra le diverse cose. Non bisogna perciò accostarsi alla realtà con tesi preconfezionate o mettere in questione un fenomeno prima ancora di osservarlo, bensì è opportuno cogliere e accogliere la realtà a partire dalla bellezza che si dischiude sotto i propri occhi.

I medievali sapevano bene infatti di non essere scopritori di nuovi fenomeni, ma soltanto meri inventores (dal verbo latino invenire, cioè trovare), “trovatori” nella realtà creaturale di rapporti qualitativi e quantitativi tra le cose in grado di manifestare con maggiore evidenza la costante dipendenza nell’essere dall’Essere, ossia delle creature dal Creatore. I metodi attuati per stabilire questi rapporti al servizio di tale scopo furono le arti liberali, cioè le discipline del trivio (la grammatica, la dialettica e la retorica), ma soprattutto quelle del quadrivio (la matematica, la geometria, la musica e l’astronomia). Lo studio delle sette arti liberali iniziò a essere praticato sin dagli albori dell’Alto Medioevo per poi essere incentivato in età carolingia, grazie al notevole contributo del maestro di corte di Carlo Magno, Alcuino di York, colui che contestò fortemente all’imperatore franco la conversione dei Sassoni a fil di spada. Egli promosse lo studio di queste discipline come propedeutico a quello della lectio biblica e del sapere teologico. Mediante una metafora particolarmente efficace sul piano comunicativo, Alcuino associò le sette arti liberali alle sette colonne che sorreggono il tempio della Sapienza.

Coloro che studiavano tali discipline furono allora tutt’altro che i beceri e rozzi ignoranti vissuti nei ‘secoli bui’ dominati dalla superstizione religiosa dipinti da una certa storiografia che si è sovrapposta alla storia nella pretesa di coprire la verità con la menzogna, allo scopo di screditare la Chiesa Cattolica e la ‘vittoria della ragione’ nella civiltà cristiana, per dirla parafrasando il titolo di un bel volume del sociologo americano Rodney Stark. Tralasciare, o peggio, ignorare intenzionalmente queste fonti medievali significa pertanto precludersi ogni possibilità di autentica comprensione dell’avvento della scienza moderna, e con essa, delle ragioni profonde sottese allo stesso metodo scientifico messo a punto da Galilei.

Nel solco di tale riflessione si sviluppa l’indagine molto ricca e accurata di James Hannam, fisico e dottore di ricerca in storia e filosofia della scienza presso il Pembroke College dell’Università di Cambridge. Egli è autore del volume Gods Philosophers, pubblicato dapprima nel Regno Unito nel 2009, poi riedito nel 2011 negli Stati Uniti col titolo The genesis of Science e tradotto recentemente in italiano (La genesi della scienza. Come il Medioevo ha posto le basi della scienza moderna, a cura di Maurizio Brunetti, D’Ettoris Editori, Crotone 2015, pp. 493, € 26,90).

All’alto Medioevo risalgono infatti invenzioni e tecniche che contribuirono a migliorare l’agricoltura, quali il sistema di rotazione dei tre campi, l’aratro in ferro e il bilancino, ossia un tronco disposto orizzontalmente al quale veniva imbrigliato l’animale da soma che consentì di aumentare il peso dei carichi e di uniformare le forze dei buoi e dei cavalli. Nei primi secoli del Medioevo si diffuse anche la pratica della ferratura degli zoccoli dei cavalli, al fine di migliorarne le prestazioni. Nell’Europa medievale furono inventati gli occhiali; gli orologi meccanici, straordinarie espressioni del patrimonio di conoscenze meccaniche dell’epoca; la staffa, che trasformò la cavalleria leggera in pesante e i mulini a vento. Furono poi potenziate e perfezionate le invenzioni provenienti dall’Oriente, quali la bussola, la carta, la stampa e la polvere da sparo, raggiungendo risultati sorprendenti.

Che la scienza medievale abbia preparato il terreno a quella moderna lo attestano numerosi personaggi illustri, che sono ecclesiastici, monaci, maestri di arti liberali attivi nelle scuole cattedrali francesi e inglesi e nelle università. Innanzitutto Gerberto d’Aurillac (950-1003), monaco e primo papa francese, che assunse il nome di Silvestro II, grande studioso di matematica e astronomia, che contribuì alla diffusione dei numeri indo-arabi in Occidente anche mediante l’invenzione dell’abaco e che redasse probabilmente un manuale d’istruzione per l’utilizzo dell’astrolabio, uno strumento che consentiva di ricavare l’ora locale dall’osservazione della posizione delle stelle e dei pianeti. Riguardo allo studio dei fenomeni naturali fu poi significativa la figura di Guglielmo di Conches (1085-1154), maestro della scuola di Chartres che tentò di conciliare la Genesi con il naturalismo del Timeo platonico. Egli introdusse un’importante distinzione tra la causa prima delle realtà create, che è sempre il Creatore, e le cause seconde, ossia le legge naturali, considerate invariabili e regolari, la cui indagine non pregiudicava assolutamente l’onnipotenza divina. In virtù di tale distinzione «egli non solo possedeva una giustificazione per indagare la natura senza violare la sovranità di Dio, ma aveva anche una ragione per credere che la natura fosse sufficientemente regolare nel suo funzionamento da meritarsi di essere esplorata in dettaglio» (p. 92). Ben prima di Galileo i medievali furono in realtà consapevoli che il mondo naturale fosse un libro scritto dal dito di Dio quasi alla stregua della Scrittura e che, in quanto tale, dovesse essere esplorato.

Per l’acquisizione di elementi scientifici su cui fondare lo studio delle discipline del quadrivio prima dell’arrivo in Occidente dei testi di fisica di Aristotele furono particolarmente utili alcune traduzioni di opere di autori antichi realizzate nel XII secolo. Mentre l’inglese Adelardo di Bath tradusse dal greco in latino gli Elementi di Euclide, un testo basilare per la conoscenza della geometria; Gerardo da Cremona tradusse nella stessa lingua direttamente dall’arabo l’Almagesto, ossia il Trattato matematico di Tolomeo, che costituiva una summa delle conoscenze astronomiche greche. Con le traduzioni e i commenti agli scritti di fisica aristotelici si diffusero le più svariate interpretazioni della realtà naturale soprattutto nel mondo arabo. E, contrariamente a quanto si possa pensare, nemmeno la condanna del 1277 di 219 tesi averroiste da parte del vescovo di Parigi Tempier, che pure inasprì la diatriba tra filosofi e teologi, poté arrestare la possibilità di nuove ricerche scientifiche. Anzi, proprio grazie a tale divieto, «i filosofi naturali non erano più costretti a seguire pedissequamente Aristotele, ma potevano fare appello alla libertà di Dio di fare le cose diversamente per sviluppare teorie al di fuori del paradigma aristotelico» (p. 138). Così poté cominciare già nel XIV secolo, con le formulazioni dei maestri calculatores del Merton College di Oxford, un processo di matematizzazione dei fenomeni naturali che sarà poi condensato nelle leggi fisiche moderne sul moto e sulla velocità.

È allora indubbiamente un falso mito quello secondo il quale nell’età medievale l’autorità della Scrittura avrebbe impedito o comunque limitato e influenzato negativamente la ricerca in ambito naturale. Se fosse realmente accaduto ciò, non si spiegherebbe perché, nonostante nel libro di Giobbe si parli dei «lembi» (Gb 38, 13) della terra, pressoché nessun medievale abbia mai creduto che la Terra fosse piatta. E ancora, basti ricordare che un pontefice come Innocenzo III (1198-1216), mediante l’osservazione, sapeva bene che quella della luna fosse soltanto una luce riflessa dal sole, nonostante la Genesi descrivesse «due luci grandi» (Gen 1, 16).

Contro il pregiudizio ideologico della storiografia dapprima protestante, poi illuministica e infine scientista di un passaggio traumatico dalla non scienza dell’età antica al metodo sperimentale della modernità, che tralascia e oltrepassa la «grande interruzione» dei ‘secoli bui’, l’indagine storica ed epistemologica condotta da Hannam sulle radici medievali della scienza moderna ha dunque il grande pregio di mostrare attraverso le fonti una storia troppo spesso misconosciuta di uomini che, mediante la fatica dello studio e della ricerca, hanno contribuito notevolmente al lento e graduale evolversi della conoscenza scientifica.

Fonte: Il Timone (Rivista mensile di informazione e formazione apologetica)

 

Come Chiara Amirante scoprì la gioia del Vangelo

“E gioia sia!”. Gridano queste parole a più riprese i numerosi giovani che hanno affollato il Duomo di Salerno per celebrare la festa diocesana loro dedicata. Una festa all’insegna della gioia vera e alla riscoperta di una letizia nello Spirito Santo come quella che ha toccato il cuore di Chiara Amirante, testimone di una gioia che attrae e che è capace di trasformare anche i cuori più induriti. Chiara, come tutti i giovani, ha cercato inizialmente la gioia nelle lusinghe del mondo e ne ha ricavato delusione e amarezza insieme alla consapevolezza che il mondo non è in grado di soddisfare la sete d’amore del proprio cuore, anzi delude piuttosto le sue attese.

A 17 anni Chiara rischia di perdere la vita in un brutto incidente stradale. L’amico alla guida è ubriaco, l’auto sbanda, va fuori strada, sta precipitando in un burrone ma ella, insieme ai suoi amici, riesce a catapultarsi fuori, ad aggrapparsi a un albero e a mettersi in salvo, tirando un respiro di sollievo mentre osserva la macchina in fiamme. Una scena da film americano, ma purtroppo tragicamente reale. Nell’imminenza della morte lo scampato pericolo le pone innanzi la cruda verità: tutto passa, solo l’amore resta.

Finché un bel giorno Chiara scopre il segreto della gioia vera nell’incontro con la Parola di verità: «Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti rimarrete nel mio Amore. Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena. Questo è il mio comandamento che vi amiate gli uni gli altri come io vi ho amato, nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15, 9-12). Sono bastati questi pochi versetti del Vangelo seminati nella terra fertile del suo cuore a radicarle il desiderio di vivere in pienezza la propria esistenza per custodire la gioia vera di chi rimane nell’amore di Dio anche nei momenti di difficoltà.

A 21 anni Chiara viene infatti colpita da una terribile malattia che aveva intaccato la stessa retina e che rischiava di renderla completamente cieca. Ma nonostante avesse perso già otto decimi della sua vista, i suoi occhi interiori rimanevano saldi nell’amore divino e il suo desiderio di portare Cristo a tutti coloro che incontrava, soprattutto agli ultimi e agli emarginati, non le dava tregua, anzi cresceva sempre di più. Così un bel giorno Chiara presentò il suo anelito al Padre in una semplice preghiera: «Signore, se questo desiderio così folle di andare di notte in strada sei tu a mettermelo nel cuore, mettimi tu nelle condizioni di poterlo realizzare! A te niente è impossibile! Io desidero solo la tua volontà!». La risposta del Padre misericordioso non tardò ad arrivare. All’indomani, quando riaprì gli occhi, Chiara si accorse di vedere meglio. Si recò però ugualmente in ospedale per fare le iniezioni periodiche dentro l’occhio, pensando si trattasse di un miglioramento soltanto temporaneo. I medici tuttavia dovettero constatare che non solo la sua malattia era scomparsa, ma addirittura Chiara era passata da meno otto decimi a una vista pari a più undici decimi.

D’altra parte se Dio le aveva posto nel cuore il desiderio di servire il prossimo per edificare il Suo Regno, è evidente che le avrebbe concesso anche la forza per farlo. Così ha inizio il suo viaggio «nell’inferno della strada» per soddisfare quella spinta interiore che l’esortava ad andare in giro di notte a cercare i fratelli più disperati e abbandonati, gli alcolizzati, i carcerati, i drogati e le prostitute. Non senza un po’ di timore Chiara discende negli inferi della stazione Termini a Roma, dove s’imbatte in una rissa in atto. C’è chi agita bottiglie di vetro e chi invece per colpire tira fuori il coltello. Sarebbe stato sicuramente più prudente fuggire via, ma lo sguardo di Chiara si posa su un giovane che giaceva disteso a terra per overdose. Le tornano in mente le parole di Gesù: “Amatevi come io vi ho amati”. Non poteva dunque lasciarlo lì così. «Dopo qualche scossone, Angelo si è ripreso e io sono stata ad ascoltarlo per un’ora, forse anche di più. Mi ha raccontato tutta la sua vita, fatta di carcere, spaccio, droga». Chiara si preoccupò allora di rispondere al grido di dolore di Angelo, cercandogli un centro, una comunità che avrebbe potuto accoglierlo, ma non ne trovò. All’indomani quando lo incontra nuovamente, Angelo l’abbraccia dicendole: «Chiara, ti ho preso un regalo. Volevo ringraziarti perché mi hai salvato la vita». E Chiara gli risponde: «Ma come ti ho salvato la vita, se non sono neanche stata capace di trovarti un posto dove andare a dormire?». Angelo la invita a seguirlo, le mostra un murales con la scritta: “Nonostante la vostra indifferenza noi esistiamo” e le spiega di averlo dipinto prima di aver deciso di suicidarsi con un’overdose. Poi Angelo aggiunge: «In tutti questi anni di vita di strada, tu sei la prima persona che si è fermata ad ascoltarmi. Allora ho pensato che se anche esiste una sola persona sulla faccia della terra disposta a spendere un’ora del suo tempo con uno come me, allora vale la pena vivere. E poi ho visto nei tuoi occhi quella gioia che io da sempre cercavo. Ora so che esiste e voglio incontrare quel Gesù che te l’ha donata e ti ha portato a rischiare la tua vita per noi».

«Quest’Angelo mi ha fatto comprendere – ha proseguito Chiara nel suo racconto – che responsabilità abbiamo quando non diamo un bicchier d’acqua al fratello che ci dice: “Ho sete”, ho sete del tuo amore, perché da un bicchiere d’amore può dipendere la speranza o la disperazione di qualcuno».

Da quel giorno nel «popolo della notte» Chiara ha incontrato tante storie di abbandono e di disperazione e accarezzato tanti volti che, trasfigurati dall’amore di Dio, da deserti aridi sono divenuti terre rifiorite. Di qui ella ha maturato la decisione di lasciare la propria casa, i suoi genitori e il suo lavoro per dedicarsi agli ultimi e donare loro un raggio di quella gioia vera che porta nel cuore. La Provvidenza divina le ha così ispirato e dischiuso “nuovi orizzonti”. Un’opera costituita di 207 centri di accoglienza, formazione e orientamento; 5 Cittadelle Cielo nel mondo, 450.000 Cavalieri della Luce, profeti di verità ed evangelizzatori di strada. Una missione che ha suscitato e favorito la carità di tanti che si sono fatti carico degli ingenti oneri economici dei diversi progetti del movimento per sostenere un popolo della luce desideroso di comunicare e testimoniare con impegno costante e dedizione apostolica la gioia vera del Cristo Risorto anche negli angoli più oscuri della terra, dove regnano le tenebre del male e dell’indifferenza.

Fonte: La Croce Quotidiano