Regali per ciclisti

Tra i regali per ciclisti appassionati di high-tech c’è un misuratore di potenza (€ 500) o un navigatore di bordo (€ 300) resistente alle intemperie e agli urti, collegabile anche allo smartphone, così da avere a disposizione in tempo reale il segnale GPS per la posizione, il meteo e tutte le informazioni sul tracciato che si sta percorrendo. Tra i regali per ciclisti tecnologici leggermente più economici, trovi un cardiofrequenzimetro da polso (€ 100) o una telecamera portatile (€ 70).

Se invece vuoi cercare il tuo regalo per ciclisti nel settore abbigliamento, puoi orientarti tra una pratica giacca antivento e antipioggia (€ 70) e un giubbotto invernale termico (€ 100). Se vuoi scegliere tra gli accessori il tuo regalo per ciclisti, puoi prendere un casco aperto o integrale omologato (€ 40), uno zaino idrico con protezione per la schiena (€ 90), una sella (€ 70) nuova e più comoda o un manubrio in fibra di carbonio (€ 120) leggero e maneggevole. Tra i regali per ciclisti che vogliono viaggiare su strada in tutta sicurezza ci sono diversi tipi di luci: i fanalini applicabili manualmente (€ 10) sulla bicicletta, quelli catarinfrangenti (€ 5) per le ruote, o anche delle semplici strisce catarifrangenti per indumenti (€ 15).

Regali per cicliste

Tra i regali per ciclisti al femminile c’è sicuramente una custodia impermeabile con supporto porta cellulare (€ 20) per buttare un occhio alla strada e uno allo smartphone. Alla signora che non vuole rinunciare a fare la spesa in bici, si può donare in regalo un bel cesto di vimini (€ 25) o n ecopelle (€ 30), in stile vintage, o una capiente borsa posteriore impermeabile (€ 40), posizionabile in modo da distribuire equamente il peso su entrambi i lati del telaio e della ruota posteriore. Per la donna che vuole la sua bici sempre impeccabile c’è un pratico kit con detergente, lucidante, spazzola e spugna (€ 20) per avere a portata di mano tutti i prodotti occorrenti per mantenerla pulita. A colei che desidera essere fashion anche in bici si possono regalare un paio di guanti (€ 15), dei calzini termici (€ 10), delle calze a compressione (€ 10), un copriscarpe (€ 20) o qualche altro capo d’abbigliamento sempre rigorosamente coordinato con il brand e i colori della bici.

Regali per ciclisti in crescita

Se cerchi dei regali per ciclisti in crescita, magari per tuo figlio che muove i suoi primi passi in bici, puoi scegliere tra gli accessori un campanello (€ 7) a forma di animaletto, un paio di guanti da bici e un casco (€ 20) con Peppa Pig o Topolino e i personaggi Disney o Pixar (€ 15). Certamente lo farai contento!

Fonte: BikeStoreUdine

Luci per bici: i fanali da scegliere per la tua sicurezza

I fanali della bici sono un dispositivo essenziale per la tua sicurezza su strada. Le luci della bici, che si tratti di riflettori catarifrangenti, lampade al LED o semplici fanali, sono infatti fondamentali per vedere ed essere visti  in specie quando le condizioni di visibilità sono limitate.

Per questo motivo i fanali non sono soltanto un accessorio che deve incontrare il gusto estetico di chi acquista una nuova bici, ma costituiscono un elemento fondamentale per chi viaggia su strade scarsamente illuminate, al crepuscolo o di sera, specialmente in inverno, quando le ore di luce sono decisamente minori.

Stranamente però l’impianto dei fanali non rientra quasi mai tra i criteri che influenzano la scelta di chi compra una nuova bici, anche perché viene frequentemente sottovalutato dagli stessi produttori che devono rispettare poche leggi per rientrare nei parametri previsti dalla normativa vigente in materia di sicurezza.

Attualmente il mercato offre un ampio ventaglio di opportunità per l’illuminazione della tua bici: i fanali possono essere posizionati sulla forcella, sul manubrio o sul casco del conducente e possono essere alimentati con la dinamo, a batteria o secondo sistemi a induzione.

Avremo fatto sicuramente l’esperienza di andare su una vecchia bici e di osservare quella dinamo che, poggiando sul copertone, faceva molto rumore e richiedeva tanta fatica per generare poca luce per i fanali. Oggi anche questo tipo di alimentazione si è perfezionato e prevede il posizionamento della dinamo nel mozzo della ruota, per cui è decisamente più silenziosa. A seconda delle sue dimensioni, una dinamo piuttosto grande consente di alimentare fanali con lampade al LED che generano un fascio di luce decisamente maggiore per vedere, ma soprattutto per essere visti nel traffico o su strade buie.

Un impianto con dinamo e fanali al LED garantisce dunque la massima efficienza energetica e un basso consumo, per cui è vivamente consigliabile per la tua sicurezza in bici anche nel traffico.

Chi preferisse invece dei fanali anteriori sempre al LED, ma alimentati a batteria, tenga conto che non avrà la stessa potenza del faro a dinamo. Tuttavia, nel caso si decida per l’acquisto di tali fanali, è consigliabile prevedere un display sul dorso della lampada che indichi il consumo e lo stato di carica della batteria, per evitare lo spiacevole caso di rimanere di sera improvvisamente al buio, magari su una strada non sufficientemente illuminata.

Le luci posteriori, di dimensioni più ridotte, siano esse fanali o semplici catarifrangenti, necessitano generalmente di una minore carica rispetto a quelle anteriori. Tuttavia, se per il retro della tua bicicletta desiderassi fanali che funzionino senza batteria e senza dinamo, puoi senz’altro considerare il sistema a induzione che, grazie a dei semplici magneti permanenti, genera un discreto campo elettrico sufficiente a far lampeggiare i LED posteriori.

Scegliendo dei fanali anteriori e posteriori adeguati, non correrai il rischio di non essere visto, anzi sarai maggiormente visibile, di giorno e di notte, nel traffico e su strade isolate e non illuminate, senza alcun pericolo per la tua sicurezza.

 

Fonte: BikeStoreUdine

Modernariato: oggetti di interior design

Appendiabiti di Enzo Mari 

Disegnato da uno dei maggiori teorici avanguardisti del secolo scorso, l’appendiabito del 1977 di Enzo Mari è un oggetto singolare ed estremamente funzionale. La sua forma essenziale, che si compone di tre aste in metallo che terminano con altrettanti dischi vivaci sistemati come cappelli colorati, traduce plasticamente un tema tanto caro al designer piemontese, quello cioè dell’aspetto sociale del design legato alla sua funzione nella vita quotidiana.

Mobiletto portachiavi di Thomas Sandell

Disegnato da Thomas Sandell, uno degli architetti e designer svedesi più rinomati, che vanta collaborazioni con Cappellini, Mobileffe e Tronconi, il mobiletto portachiavi in metallo giallo anni ’90 è un buco della serratura dal colore vivace molto vintage. Una volta aperto, presenta numerosi pioli disposti in serie e atti a ospitare in maniera ordinata tutte le tue chiavi.

Lampadario Relemme di Achille Castiglioni

“Abbiamo messo insieme due idee di lampade vecchie: il solito piatto di metallo verniciato che si metteva in cucina, e una lampada industriale molto diffusa, unendo le virtù e scartando i difetti. Nella prima la luce feriva ma l’attacco era giustamente esterno: nella seconda la luce era protetta ma l’attacco era interno e scaldava”. Achille Castiglioni presenta così la sua creazione. La sua lampada a sospensione del 1962 disegnata per Flos con funzionale saliscendi ha un riflettore a conca in metallo verniciato color marrone e sagomato in modo da mascherare il portalampada lasciato all’esterno e da generare una superficie riflettente bianca uniformemente illuminata.

Servizio olio e aceto di Andrea Branzi

Progettato per la produzione Alessi, il servizio di olio e aceto in stile vintage anni ’70 di Andrea Branzi, uno tra i maggiori esponenti del Nuovo design italiano, è un set ironico, che presenta una base circolare in marmo nero con venature bianche e due coperchi in ceramica smaltata bianca adagiati come due facce con singolare mimica sui rispettivi contenitori a forma di cono rovesciato.

Tagliapane di Lino Sabatini

Disegnato da una pietra miliare del design italiano, il tagliapane dell’artista argentiere Lino Sabbatini risponde all’esigenza, a lungo ricercata dal designer emiliano, di “nobilitare la materia grazie alle forme”. Il suo tagliapane anni ’70 è infatti una forma pulita ed essenziale, si compone di una pregevole tavola in legno di acero e di una squadra in acciaio.

Coppia di portatovaglioli di Ettore Sottsass

“Il funzionalismo non è sufficiente. Il design dovrebbe essere anche sensuale ed eccitante”. Risponde a tale esigenza creativa la coppia di portatovaglioli del 1994 di Ettore Sottsass, celebre designer industriale e architetto eclettico. Il suo originale portatovaglioli prodotto per Twergi, si compone di tre semplici anelli concentrici in legno di faggio tinto. Alternando il nero al color legno, ogni triade di anelli è anche, sul piano cromatico, perfettamente speculare all’altra.

Vaso cornovaso di Alessio Tasca

“Il cornovaso è un’idea prima che un oggetto, è un archetipo a cui ricondurre una molteplicità di varianti possibili, un segmento estrapolato dalla traiettoria tracciata dall’estrusione, ricavato dalla semiretta immaginaria che sgorga dalla trafila e che possiamo seguire nel suo procedere all’infinito”. Così Alessio Tasca, designer e ceramista vicentino, presenta il frutto della sua intuizione creativa. Il suo cornovaso del 1970 in materiale grès bianco è un vaso realizzato mediante una particolare tecnica di estrusione: l’impasto d’argilla inserito nella trafila è costretto dalla forte pressione ad attraversare una matrice di ferro che gli conferisce una peculiare forma tubolare triangolare simile alle corna di un ariete.

Specchio finestra di Giuseppe Raimondi

Progettato per la Cristal Art, lo specchio di Giuseppe Raimondi, architetto e designer attivo nel campo dell’edilizia, dell’arredamento e del design industriale, è una finestra cieca in materiale plastico termoforato con gli stipiti e le ante di vivace colore rosso che “gioca con la riflessione della forme e della luce”.

Scrivania di BBPR

Progettata da Gian Luigi Banfi, Lodovico Barbiano di Belgiojoso, Enrico Peressutti, Ernesto Nathan Rogers, gruppo di designers italiani noti con l’acronimo BBPR che operò nel dopoguerra mediante “un linguaggio in continuità con la tradizione e in opposizione all’accettazione passiva dell’International style”, questa scrivania presenta un lungo ripiano in legno di forma ottagonale adagiato su una possente struttura in ferro stratificato.

Poltrona Campiello

Progettata per Zanotta nel 1984 dal trio di designers italiani, Jonathan De Pas, Donato D’Urbino e Paolo Lomazzi, noti anche con l’acronimo DDL e ideatori della celebre poltrona gonfiabile Blow, la poltrona Campiello presenta uno schienale particolarmente alto e avvolgente in pelle nera e una seduta rivestita in tessuto completamente sfoderabile con cuscino lombare di color verde acqua che costituisce un elemento di ulteriore comfort nella zona più bassa della schiena.

Fonte: InternoC65.com

Scarica il file completo di tutte le mie descrizioni di interior design

 

Con Botox addio rughe

Pur essendo un farmaco a base di tossina botulinica, se iniettato a piccoli dosi, il Botox produce un rilassamento dei muscoli facciali tale da eliminare progressivamente le rughe del volto e gli inestetismi legati all’invecchiamento della pelle. Il botulino è infatti una proteina purificata di tipo A dotata di una proprietà miorilassante, in grado cioè di inibire l’eccessiva motilità della mimica facciale. In questo modo tale tossina genera una paralisi muscolare locale limitata che consente di attenuare sensibilmente ogni forma di ruga. Mediante un’iniezione di botulino è così possibile cancellare le rughe d’espressione, le ‘zampe di gallina’, le rughe della fronte, quelle interciliari o della labbra, per una pelle immediatamente più giovane e vellutata. L’effetto collaterale più comune riscontrato a seguito dell’infiltrazione consiste sicuramente in un arrossamento della zona interessata dal trattamento, cui potrebbe accompagnarsi un leggero bruciore, che dura comunque soltanto poche ore. L’effetto positivo ringiovanente inizia invece a essere visibile pochi giorni dopo l’iniezione e perdura fino a 3-6 mesi. Effettuando altre infiltrazioni nei mesi successivi il paziente, senza correre alcun rischio per la propria salute, ottiene una maggiore efficacia del trattamento stesso e ne prolunga gli effetti benefici. Indebolendo l’azione delle ghiandole sudoripare, l’iniezione di Botox produce ancora un’altra ricaduta positiva nelle persone che soffrono di un’eccessiva sudorazione, in quanto contribuisce notevolmente a ridurre l’iperidrosi.

Le iniezioni di botulino costituiscono pertanto una vantaggiosa opportunità per combattere le rughe senza il ricorso alla chirurgia plastica e cancellare, mediante trattamenti non invasivi, gli inestetismi dovuti all’invecchiamento. Tali infiltrazioni contribuiscono in effetti in maniera decisiva al ringiovanimento della cute e assicurano un aspetto esteticamente più gradevole, favorendo uno stato di benessere psico-fisico.

Fonte: Botoxviso.com

Con Botox elimini le rughe per un volto visibilmente più giovane

Prodotta dal batterio Clostridium botulinum, la tossina botulinica è una proteina naturale raffinata di tipo A che, iniettata a piccole dosi, impedisce la costante contrazione dei muscoli facciali. Intervenendo a limitare fortemente la mimica facciale evita così il formarsi di inestetismi sul viso.

È sufficiente un’iniezione quasi indolore di tossina botulinica per eliminare le rughe della fronte, quelle dell’accigliamento, le piccole rughe che possono formarsi intorno agli occhi o anche le imperfezioni di mento, collo e labbra. Appena 3 giorni dopo il trattamento, tale infiltrazione produce un effetto ringiovanente che dura circa 4 mesi per poi scomparire gradualmente. Nelle persone di età compresa tra i 40 e i 50 anni l’effetto ringiovanente è di 5-8 anni. Tuttavia, poiché non produce effetti collaterali particolarmente negativi, se non qualche eventuale lieve rossore o leggero livore, questo trattamento può essere ripetuto una seria illimitata di volte per ottenere un effetto estetico sempre più duraturo. L’iniezione di botulino agisce infatti soltanto sulla zona del viso interessata dall’inestetismo per eliminare prontamente anche le semplici rughe d’espressione. La tossina botulinica presenta inoltre un ulteriore beneficio nelle persone che hanno una sudorazione eccessiva, in quanto è in grado di rimuoverne le cause, garantendo ascelle, mani e piedi decisamente più asciutti e un effetto ringiovanente durevole addirittura fino a 8 mesi.

Le infiltrazioni di Botox rappresentano dunque la soluzione più opportuna al trattamento dei lievi inestetismi del viso, in quanto consentono di ottenere, senza dover ricorrere a un’operazione di chirurgia estetica, un volto visibilmente più giovane e un aspetto migliore, capaci di incidere positivamente sulla percezione del proprio benessere psico-fisico.

Fonte: Botoxviso.it

La scienza moderna? Nasce nel Medioevo

«Se ho visto più lontano, è perché stavo sulle spalle di giganti», scriveva Isaac Newton in una lettera all’amico Robert Hooke, anch’egli membro della Royal Society e protagonista meno conosciuto della rivoluzione scientifica del Seicento. Nel rilevare che le scoperte scientifiche moderne avessero in realtà radici antiche, il padre della legge di gravitazione universale citava però testualmente e, probabilmente in modo inconsapevole, un altro grande filosofo francese e teologo medievale. Si tratta di Bernardo di Chartres, maestro di una delle più importanti scuole cattedrali del XII secolo, divenuto celebre proprio per il noto aforisma: «Siamo nani sulle spalle dei giganti».

Anche nel Medioevo si ritrova dunque la stessa consapevolezza degli scienziati moderni, la coscienza cioè che ogni scoperta scientifica non è l’esito di un’intuizione astorica di un ‘illuminato’, quanto piuttosto il frutto di un’attenta e lucida capacità di leggere la realtà della natura per rintracciare in essa i rapporti e i legami tra le diverse cose. Non bisogna perciò accostarsi alla realtà con tesi preconfezionate o mettere in questione un fenomeno prima ancora di osservarlo, bensì è opportuno cogliere e accogliere la realtà a partire dalla bellezza che si dischiude sotto i propri occhi.

I medievali sapevano bene infatti di non essere scopritori di nuovi fenomeni, ma soltanto meri inventores (dal verbo latino invenire, cioè trovare), “trovatori” nella realtà creaturale di rapporti qualitativi e quantitativi tra le cose in grado di manifestare con maggiore evidenza la costante dipendenza nell’essere dall’Essere, ossia delle creature dal Creatore. I metodi attuati per stabilire questi rapporti al servizio di tale scopo furono le arti liberali, cioè le discipline del trivio (la grammatica, la dialettica e la retorica), ma soprattutto quelle del quadrivio (la matematica, la geometria, la musica e l’astronomia). Lo studio delle sette arti liberali iniziò a essere praticato sin dagli albori dell’Alto Medioevo per poi essere incentivato in età carolingia, grazie al notevole contributo del maestro di corte di Carlo Magno, Alcuino di York, colui che contestò fortemente all’imperatore franco la conversione dei Sassoni a fil di spada. Egli promosse lo studio di queste discipline come propedeutico a quello della lectio biblica e del sapere teologico. Mediante una metafora particolarmente efficace sul piano comunicativo, Alcuino associò le sette arti liberali alle sette colonne che sorreggono il tempio della Sapienza.

Coloro che studiavano tali discipline furono allora tutt’altro che i beceri e rozzi ignoranti vissuti nei ‘secoli bui’ dominati dalla superstizione religiosa dipinti da una certa storiografia che si è sovrapposta alla storia nella pretesa di coprire la verità con la menzogna, allo scopo di screditare la Chiesa Cattolica e la ‘vittoria della ragione’ nella civiltà cristiana, per dirla parafrasando il titolo di un bel volume del sociologo americano Rodney Stark. Tralasciare, o peggio, ignorare intenzionalmente queste fonti medievali significa pertanto precludersi ogni possibilità di autentica comprensione dell’avvento della scienza moderna, e con essa, delle ragioni profonde sottese allo stesso metodo scientifico messo a punto da Galilei.

Nel solco di tale riflessione si sviluppa l’indagine molto ricca e accurata di James Hannam, fisico e dottore di ricerca in storia e filosofia della scienza presso il Pembroke College dell’Università di Cambridge. Egli è autore del volume Gods Philosophers, pubblicato dapprima nel Regno Unito nel 2009, poi riedito nel 2011 negli Stati Uniti col titolo The genesis of Science e tradotto recentemente in italiano (La genesi della scienza. Come il Medioevo ha posto le basi della scienza moderna, a cura di Maurizio Brunetti, D’Ettoris Editori, Crotone 2015, pp. 493, € 26,90).

All’alto Medioevo risalgono infatti invenzioni e tecniche che contribuirono a migliorare l’agricoltura, quali il sistema di rotazione dei tre campi, l’aratro in ferro e il bilancino, ossia un tronco disposto orizzontalmente al quale veniva imbrigliato l’animale da soma che consentì di aumentare il peso dei carichi e di uniformare le forze dei buoi e dei cavalli. Nei primi secoli del Medioevo si diffuse anche la pratica della ferratura degli zoccoli dei cavalli, al fine di migliorarne le prestazioni. Nell’Europa medievale furono inventati gli occhiali; gli orologi meccanici, straordinarie espressioni del patrimonio di conoscenze meccaniche dell’epoca; la staffa, che trasformò la cavalleria leggera in pesante e i mulini a vento. Furono poi potenziate e perfezionate le invenzioni provenienti dall’Oriente, quali la bussola, la carta, la stampa e la polvere da sparo, raggiungendo risultati sorprendenti.

Che la scienza medievale abbia preparato il terreno a quella moderna lo attestano numerosi personaggi illustri, che sono ecclesiastici, monaci, maestri di arti liberali attivi nelle scuole cattedrali francesi e inglesi e nelle università. Innanzitutto Gerberto d’Aurillac (950-1003), monaco e primo papa francese, che assunse il nome di Silvestro II, grande studioso di matematica e astronomia, che contribuì alla diffusione dei numeri indo-arabi in Occidente anche mediante l’invenzione dell’abaco e che redasse probabilmente un manuale d’istruzione per l’utilizzo dell’astrolabio, uno strumento che consentiva di ricavare l’ora locale dall’osservazione della posizione delle stelle e dei pianeti. Riguardo allo studio dei fenomeni naturali fu poi significativa la figura di Guglielmo di Conches (1085-1154), maestro della scuola di Chartres che tentò di conciliare la Genesi con il naturalismo del Timeo platonico. Egli introdusse un’importante distinzione tra la causa prima delle realtà create, che è sempre il Creatore, e le cause seconde, ossia le legge naturali, considerate invariabili e regolari, la cui indagine non pregiudicava assolutamente l’onnipotenza divina. In virtù di tale distinzione «egli non solo possedeva una giustificazione per indagare la natura senza violare la sovranità di Dio, ma aveva anche una ragione per credere che la natura fosse sufficientemente regolare nel suo funzionamento da meritarsi di essere esplorata in dettaglio» (p. 92). Ben prima di Galileo i medievali furono in realtà consapevoli che il mondo naturale fosse un libro scritto dal dito di Dio quasi alla stregua della Scrittura e che, in quanto tale, dovesse essere esplorato.

Per l’acquisizione di elementi scientifici su cui fondare lo studio delle discipline del quadrivio prima dell’arrivo in Occidente dei testi di fisica di Aristotele furono particolarmente utili alcune traduzioni di opere di autori antichi realizzate nel XII secolo. Mentre l’inglese Adelardo di Bath tradusse dal greco in latino gli Elementi di Euclide, un testo basilare per la conoscenza della geometria; Gerardo da Cremona tradusse nella stessa lingua direttamente dall’arabo l’Almagesto, ossia il Trattato matematico di Tolomeo, che costituiva una summa delle conoscenze astronomiche greche. Con le traduzioni e i commenti agli scritti di fisica aristotelici si diffusero le più svariate interpretazioni della realtà naturale soprattutto nel mondo arabo. E, contrariamente a quanto si possa pensare, nemmeno la condanna del 1277 di 219 tesi averroiste da parte del vescovo di Parigi Tempier, che pure inasprì la diatriba tra filosofi e teologi, poté arrestare la possibilità di nuove ricerche scientifiche. Anzi, proprio grazie a tale divieto, «i filosofi naturali non erano più costretti a seguire pedissequamente Aristotele, ma potevano fare appello alla libertà di Dio di fare le cose diversamente per sviluppare teorie al di fuori del paradigma aristotelico» (p. 138). Così poté cominciare già nel XIV secolo, con le formulazioni dei maestri calculatores del Merton College di Oxford, un processo di matematizzazione dei fenomeni naturali che sarà poi condensato nelle leggi fisiche moderne sul moto e sulla velocità.

È allora indubbiamente un falso mito quello secondo il quale nell’età medievale l’autorità della Scrittura avrebbe impedito o comunque limitato e influenzato negativamente la ricerca in ambito naturale. Se fosse realmente accaduto ciò, non si spiegherebbe perché, nonostante nel libro di Giobbe si parli dei «lembi» (Gb 38, 13) della terra, pressoché nessun medievale abbia mai creduto che la Terra fosse piatta. E ancora, basti ricordare che un pontefice come Innocenzo III (1198-1216), mediante l’osservazione, sapeva bene che quella della luna fosse soltanto una luce riflessa dal sole, nonostante la Genesi descrivesse «due luci grandi» (Gen 1, 16).

Contro il pregiudizio ideologico della storiografia dapprima protestante, poi illuministica e infine scientista di un passaggio traumatico dalla non scienza dell’età antica al metodo sperimentale della modernità, che tralascia e oltrepassa la «grande interruzione» dei ‘secoli bui’, l’indagine storica ed epistemologica condotta da Hannam sulle radici medievali della scienza moderna ha dunque il grande pregio di mostrare attraverso le fonti una storia troppo spesso misconosciuta di uomini che, mediante la fatica dello studio e della ricerca, hanno contribuito notevolmente al lento e graduale evolversi della conoscenza scientifica.

Fonte: Il Timone (Rivista mensile di informazione e formazione apologetica)

 

Come Chiara Amirante scoprì la gioia del Vangelo

“E gioia sia!”. Gridano queste parole a più riprese i numerosi giovani che hanno affollato il Duomo di Salerno per celebrare la festa diocesana loro dedicata. Una festa all’insegna della gioia vera e alla riscoperta di una letizia nello Spirito Santo come quella che ha toccato il cuore di Chiara Amirante, testimone di una gioia che attrae e che è capace di trasformare anche i cuori più induriti. Chiara, come tutti i giovani, ha cercato inizialmente la gioia nelle lusinghe del mondo e ne ha ricavato delusione e amarezza insieme alla consapevolezza che il mondo non è in grado di soddisfare la sete d’amore del proprio cuore, anzi delude piuttosto le sue attese.

A 17 anni Chiara rischia di perdere la vita in un brutto incidente stradale. L’amico alla guida è ubriaco, l’auto sbanda, va fuori strada, sta precipitando in un burrone ma ella, insieme ai suoi amici, riesce a catapultarsi fuori, ad aggrapparsi a un albero e a mettersi in salvo, tirando un respiro di sollievo mentre osserva la macchina in fiamme. Una scena da film americano, ma purtroppo tragicamente reale. Nell’imminenza della morte lo scampato pericolo le pone innanzi la cruda verità: tutto passa, solo l’amore resta.

Finché un bel giorno Chiara scopre il segreto della gioia vera nell’incontro con la Parola di verità: «Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti rimarrete nel mio Amore. Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena. Questo è il mio comandamento che vi amiate gli uni gli altri come io vi ho amato, nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15, 9-12). Sono bastati questi pochi versetti del Vangelo seminati nella terra fertile del suo cuore a radicarle il desiderio di vivere in pienezza la propria esistenza per custodire la gioia vera di chi rimane nell’amore di Dio anche nei momenti di difficoltà.

A 21 anni Chiara viene infatti colpita da una terribile malattia che aveva intaccato la stessa retina e che rischiava di renderla completamente cieca. Ma nonostante avesse perso già otto decimi della sua vista, i suoi occhi interiori rimanevano saldi nell’amore divino e il suo desiderio di portare Cristo a tutti coloro che incontrava, soprattutto agli ultimi e agli emarginati, non le dava tregua, anzi cresceva sempre di più. Così un bel giorno Chiara presentò il suo anelito al Padre in una semplice preghiera: «Signore, se questo desiderio così folle di andare di notte in strada sei tu a mettermelo nel cuore, mettimi tu nelle condizioni di poterlo realizzare! A te niente è impossibile! Io desidero solo la tua volontà!». La risposta del Padre misericordioso non tardò ad arrivare. All’indomani, quando riaprì gli occhi, Chiara si accorse di vedere meglio. Si recò però ugualmente in ospedale per fare le iniezioni periodiche dentro l’occhio, pensando si trattasse di un miglioramento soltanto temporaneo. I medici tuttavia dovettero constatare che non solo la sua malattia era scomparsa, ma addirittura Chiara era passata da meno otto decimi a una vista pari a più undici decimi.

D’altra parte se Dio le aveva posto nel cuore il desiderio di servire il prossimo per edificare il Suo Regno, è evidente che le avrebbe concesso anche la forza per farlo. Così ha inizio il suo viaggio «nell’inferno della strada» per soddisfare quella spinta interiore che l’esortava ad andare in giro di notte a cercare i fratelli più disperati e abbandonati, gli alcolizzati, i carcerati, i drogati e le prostitute. Non senza un po’ di timore Chiara discende negli inferi della stazione Termini a Roma, dove s’imbatte in una rissa in atto. C’è chi agita bottiglie di vetro e chi invece per colpire tira fuori il coltello. Sarebbe stato sicuramente più prudente fuggire via, ma lo sguardo di Chiara si posa su un giovane che giaceva disteso a terra per overdose. Le tornano in mente le parole di Gesù: “Amatevi come io vi ho amati”. Non poteva dunque lasciarlo lì così. «Dopo qualche scossone, Angelo si è ripreso e io sono stata ad ascoltarlo per un’ora, forse anche di più. Mi ha raccontato tutta la sua vita, fatta di carcere, spaccio, droga». Chiara si preoccupò allora di rispondere al grido di dolore di Angelo, cercandogli un centro, una comunità che avrebbe potuto accoglierlo, ma non ne trovò. All’indomani quando lo incontra nuovamente, Angelo l’abbraccia dicendole: «Chiara, ti ho preso un regalo. Volevo ringraziarti perché mi hai salvato la vita». E Chiara gli risponde: «Ma come ti ho salvato la vita, se non sono neanche stata capace di trovarti un posto dove andare a dormire?». Angelo la invita a seguirlo, le mostra un murales con la scritta: “Nonostante la vostra indifferenza noi esistiamo” e le spiega di averlo dipinto prima di aver deciso di suicidarsi con un’overdose. Poi Angelo aggiunge: «In tutti questi anni di vita di strada, tu sei la prima persona che si è fermata ad ascoltarmi. Allora ho pensato che se anche esiste una sola persona sulla faccia della terra disposta a spendere un’ora del suo tempo con uno come me, allora vale la pena vivere. E poi ho visto nei tuoi occhi quella gioia che io da sempre cercavo. Ora so che esiste e voglio incontrare quel Gesù che te l’ha donata e ti ha portato a rischiare la tua vita per noi».

«Quest’Angelo mi ha fatto comprendere – ha proseguito Chiara nel suo racconto – che responsabilità abbiamo quando non diamo un bicchier d’acqua al fratello che ci dice: “Ho sete”, ho sete del tuo amore, perché da un bicchiere d’amore può dipendere la speranza o la disperazione di qualcuno».

Da quel giorno nel «popolo della notte» Chiara ha incontrato tante storie di abbandono e di disperazione e accarezzato tanti volti che, trasfigurati dall’amore di Dio, da deserti aridi sono divenuti terre rifiorite. Di qui ella ha maturato la decisione di lasciare la propria casa, i suoi genitori e il suo lavoro per dedicarsi agli ultimi e donare loro un raggio di quella gioia vera che porta nel cuore. La Provvidenza divina le ha così ispirato e dischiuso “nuovi orizzonti”. Un’opera costituita di 207 centri di accoglienza, formazione e orientamento; 5 Cittadelle Cielo nel mondo, 450.000 Cavalieri della Luce, profeti di verità ed evangelizzatori di strada. Una missione che ha suscitato e favorito la carità di tanti che si sono fatti carico degli ingenti oneri economici dei diversi progetti del movimento per sostenere un popolo della luce desideroso di comunicare e testimoniare con impegno costante e dedizione apostolica la gioia vera del Cristo Risorto anche negli angoli più oscuri della terra, dove regnano le tenebre del male e dell’indifferenza.

Fonte: La Croce Quotidiano

Don Maurizio Patriciello, testimone di speranza nella terra dei fuochi

«Aurora e Mattia. Hanno entrambi 8 anni. Entrambi sono ricoverati in ospedale. Mattia dona ad Aurora uno spicchio del suo mandarino. Stupendo. Impariamo da loro. Preghiamo per loro. Ho ricevuto dai genitori il permesso di pubblicare la foto. Per portare queste meravigliose creature nelle vostre case e nei vostri cuori. Per far sapere a tutti che Aurora e Mattia sono tra coloro che nella terra dei fuochi lottano, soffrono, sperano. Dio li benedica mille volte». Con queste parole e una foto padre Maurizio Patriciello pubblicava più di un mese fa sulla propria bacheca di facebook il dolore bisognoso di condivisione dei genitori di questi due bambini. È un’immagine di una tenerezza infinita che muove a un’intima compassione.

Aurora e Mattia non sono purtroppo i soli a lottare contro il cancro, che continua a mietere le sue vittime in una piccola striscia di terra compresa tra le provincie di Napoli e Caserta, rimbalzata tristemente agli onori della cronaca locale, nazionale e internazionale come ‘terra dei fuochi’. Sono infatti tante le mamme e i papà e molti i nati di età compresa tra i 22 mesi e i 14 anni che sono saliti al cielo negli ultimi decenni. Don Maurizio Patriciello ha celebrato i loro funerali e ne ricorda i nomi su facebook giorno per giorno in un elenco che sembra destinato drammaticamente a non avere una fine imminente.

Egli ha raccontato nell’auditorium del Centro Sociale di Salerno la sua battaglia quotidiana nella ‘terra dei fuochi’, una terra avvelenata dallo sversamento di milioni di tonnellate di rifiuti speciali, industriali, chimici, farmaceutici, bruciati illegalmente «nelle campagne o ai margini delle strade, che vengono incendiati, dando luogo a roghi, i cui fumi diffondono nell’atmosfera e nelle terre circostanti sostanze tossiche, tra cui diossina; in altri casi i predetti rifiuti sono stati e sono intombati nel suolo, contaminando i terreni agricoli e le falde acquifere con danni incalcolabili per l’uomo determinati dall’avvelenamento della catena alimentare».

«Un patto scellerato tra camorra, industrie e una politica ignava, se non collusa e corrotta» – ha commentato don Patriciello – , sottolineando soprattutto le tragiche ricadute di un giro di affari di milioni di euro consumato sulle salute e la pelle degli abitanti di quelle terre. Terre di quella che fu la Campania felix.

Maurizio Patriciello è di Frattaminore. Si allontanò dalla Chiesa, ma vi fu ricondotto da un incontro, attraverso il quale il Signore tornò a bussare alla porta del suo cuore. Nell’estate del 1985, nei pressi del bosco di Capodimonte, diede un passaggio in auto un frate francescano scalzo. Fu sufficiente quella chiacchierata con fra’ Riccardo perché il Dio vivo fosse riconosciuto nuovamente presente nella sua esistenza. Di lì a poco Maurizio lasciò l’ospedale dove lavorava in qualità di paramedico per entrare in seminario. Ordinato sacerdote a 34 anni, è divenuto parroco di Caivano.

«Nel giugno del 2012 sentii un fetore persistente entrare nella mia casa e in quella dei vicini, mi arrabbiai molto e compresi che il Signore mi chiedeva di agire. Se a questa gente viene rubata l’aria, io posso far finta di non vedere?». Da quella data Padre Maurizio si autodefinisce, con quell’ironia tipicamente napoletana che lo contraddistingue, il «prete della munnezza». «Tuttavia – ci tiene a precisare – non sono né un prete ambientalista, né un prete anticamorra. Sono semplicemente un prete. D’altra parte tutto ciò che riguarda l’uomo riguarda il cristiano». Lungi dall’ingaggiare una personale congiura politica contro i politici di turno, egli vuole innanzitutto «tenere alta l’attenzione al problema». Lo scopo primario della sua missione consiste nell’annunciare il Vangelo, difendendo nello stesso tempo il diritto alla salute della gente della sua terra e soprattutto dando voce al dolore di tante famiglie che hanno perso i propri figli in tenera età.

Quella di Padre Maurizio è anche una battaglia culturale, tesa a ridestare la coscienza di un popolo a cui la criminalità organizzata ha rubato la fiducia e la speranza nel futuro, nella ferma consapevolezza che «chi si ammala muore di cancro grazie anche ai rifiuti tossici provenienti dalle industrie e non dalle nostre case». Una battaglia vissuta in Cristo che ha dato e continua a portare i suoi frutti. Infatti nel 2012 egli si recò dal Presidente della Repubblica con 13 giovanissime mamme che avevano accompagnato nelle lacrime i propri figli al camposanto. All’udire il loro dramma Giorgio Napolitano si commosse fino a piangere. Seguì nel dicembre 2013 una “legge sulla terra dei fuochi”, lo stanziamento di 25 milioni di euro per lo screening sanitario dei pazienti e, di lì a poco, la firma da parte dei vescovi campani di due severi documenti sul tema.

Padre Maurizio si è soffermato ancora sull’attività di “Noi genitori di tutti”, un’associazione di volontari che si preoccupa soprattutto di venire incontro alle esigenze pratiche delle famiglie in difficoltà economiche con bambini ammalati di tumore che necessitano talvolta di cure mediche in centri specializzati situati fuori dalla Campania.

Egli non ha nascosto infine i rischi che la sua missione comporta, le difficoltà e le spine del cammino, come l’amarezza provata recentemente rispetto alla decisione del governo di deviare ben 9,7 milioni dei 10 previsti per continuare ad assicurare la presenza dell’esercito in Campania per garantire la sicurezza dell’Expo di Milano.

Mentre dinanzi a coloro che sulla base dei risultati ottenuti dalle analisi condotte sui terreni finora censiti, sia nel mondo della politica che in quello dell’informazione, minimizzano l’entità del problema e dei danni sulla salute delle persone, don Patriciello cita soltanto due dati significativi. Il primo è tratto da uno studio del geologo Giovanni Balestri, il quale profetizza che il peggio non è ancora giunto, ma arriverà nel 2064 quando il percolato che si sprigiona dalle tonnellate di rifiuti industriali giacenti nella zona vasta di Giugliano avrà raggiunto le falde acquifere. Il secondo è invece il frutto di un’indagine realizzata dal medico Luigi Costanzo. Egli, analizzando le sole richieste di esenzione dal ticket compilate dai malati di cancro col modulo 048 nel distretto sanitario di Frattamaggiore, ha constatato che dal 2008 al 2012 esse sono aumentate del 300%.

Tra le vittime innocenti delle ecomafie vi è anche lo stesso fratello di don Maurizio, ucciso da una leucemia aggressiva lo scorso 19 settembre. Ma il parroco di Caivano non si è perso d’animo e, pur presagendo il rischio di infiltrazioni camorristiche anche nelle stesse operazioni di bonifica delle aree contaminate, rimane consapevole del fatto che «solo la Chiesa può dire la verità nella carità», poiché si pone al di là di ogni sorta di pressione e di interesse politico ed economico e guarda esclusivamente al bene e alla dignità di ogni uomo. Perciò padre Maurizio Patriciello continua a «chiamare a raccolta i buoni e a metterli insieme» e a essere per la sua gente un testimone di fede e di speranza, di una speranza che non può perire e che nessuna violenza può estirpare perché radicata in Cristo Gesù.

Fonte: Agire (Settimanale della Diocesi di Salerno)

Contro la realtà: i padrini del gender

Ogni teoria scientifica che si rispetti ha il suo padre fondatore in colui che l’ha elaborata in ossequio alla realtà e alla natura delle cose. Essa nasce dunque dallo stupore che la realtà stessa desta nell’intelligenza umana che l’ammira. Gli studi di genere nascono invece non dall’osservazione del dato reale, ma da tesi filosofiche sedicenti tali costruite a tavolino con lo scopo pratico di destabilizzare quel modello binario maschile/femminile, considerato come la causa di tutti i mali. Il nemico pubblico da cancellare è il sistema maschilista e logofallocentrico della tradizione metafisica classica, colpevole di aver veicolato nella storia e nella società un ruolo della donna subordinato e quindi inferiore rispetto a quello imperante dell’uomo.

L’ideologia di genere affonda infatti le proprie radici filosofiche nel decostruttivismo di Derrida (1930-2004), per il quale l’essere non è monolite, bensì è in se stesso differenza irriducibile. Secondo tale dottrina, che intende decostruire la metafisica tradizionale, il significato delle cose non è comprensibile in maniera univoca, ma rimanda piuttosto a una pluralità di senso che non può mai essere colta dall’uomo nella sua totalità. Tale pensiero filosofico influenza a sua volta sul piano teoretico le teorie femministe e muove i suoi primi passi sul piano pratico con la rivoluzione sessuale del 1968.

La filosofa francese Simone de Beauvoire (1908-1986), nella sua opera “Il secondo sesso” (1949), considerata il manifesto del femminismo, riteneva che la diversità tra uomo e donna fosse alla base di stereotipi comuni consolidati e di ruoli di genere tradizionali da scardinare, poiché frutto di condizionamenti sociali imposti e forieri di una visione della donna subordinata al modello culturalmente dominante che è quello maschile. È suo il noto slogan: «Donna non si nasce, ma si diventa!». L’idea preconfezionata che sia il papà a dover lavorare per portare i soldi a casa e che la madre sia la custode del focolare domestico va dunque respinta fermamente come un retaggio del passato di una società rigorosamente maschilista.

Allo stesso modo, secondo la filosofa statunitense Donna Haraway, classe 1944, l’uomo è stato concepito tradizionalmente mediante una serie di dualismi che vanno superati, quali sé/altro, mente/corpo, maschile/femminile, natura/cultura. Con l’avanzamento delle tecnologie, la creatura razionale è trasformata piuttosto in un cyborg, in un uomo-macchina che è un ibrido di materiale organico e tecnica, ossia un individuo non determinabile in maniera univoca dal dato biologico, e dunque libero di scegliere la propria sessualità secondo il proprio gusto del momento. In questo contesto la donna-cyborg non è più dominata dall’uomo, né determinata dal proprio sesso, ma può sperimentare tutte le possibili trasformazioni di esso, liberando i propri desideri e facendo valere i propri diritti, in specie quelli riproduttivi, per essere artefice del proprio destino.

Sulla scia d tali idee il pensiero della differenza di matrice femminista, che intende decostruire quella concezione della donna ancorata al modello patriarcale, approda a una nuova categoria elaborata recentemente dalla filosofa Rosi Braidotti, quella della ‘soggettività nomade’. Una soggettività post-identitaria, liquida, ibrida, mai predeterminata o determinabile in modo univoco, ma perennemente esposta alla possibilità di mutare secondo il proprio desiderio.

La gender theory non ha tuttavia alle proprie spalle soltanto le femministe, ma anche i suoi padri ignobili. Innanzitutto il berlinese di origine ebraica Magnus Hirschfeld (1868-1935), considerato uno dei pionieri della sessuologia. Dichiaratamente omosessuale, nel 1897 fondò il “Comitato Scientifico Umanitario”, una tra le prime associazioni per i diritti delle persone omosessuali, che difese strenuamente battendosi per l’abrogazione del paragrafo 175 del Codice Penale tedesco che criminalizzava l’omosessualità. Egli elaborò la teoria di un terzo sesso mediano tra quello maschile e quello femminile. Si deve a lui inoltre la coniatura del termine travestitismo. Magnus si travestiva spesso e per le sue iniziative nel merito fu soprannominato “Zia Magnesia”. Fu proprio il dottor Hirschfeld a realizzare l’operazione per il cambiamento di sesso che trasformò Mogens Einar Wegener, un’artista danese nato maschio, in una donna di nome Lili Elbe. Il primo transessuale della storia subì ben cinque operazioni in due anni e sembra che la causa del suo decesso sia con buona probabilità attribuibile proprio a un rigetto successivo al trapianto dell’utero.

Più celebre di Hirshfeld è certamente Alfred Charles Kinsey (1894-1956), un entomologo americano che, nei suoi due volumi dedicati al comportamento sessuale dell’uomo e della donna finanziati dalla Rockefeller Foundation, si divertì a raccontare ogni sorte di perversione sessuale, ritenendo lecita non solo l’omosessualità ma persino la pedofilia e la zoofilia. Nei “rapporti Kinsey” fu però manipolato lo stesso campione dei soggetti intervistati sui propri comportamenti sessuali. Infatti furono presi in esame esclusivamente testimoni volontari, che non erano nemmeno tanto attendibili se si considera solo che il 25% di essi aveva precedenti penali per crimini sessuali. Appare allora evidente il fine ideologico delle sue ricerche, volto a sovvertire la morale sessuale tradizionale per imporre la liceità d’ogni forma di perversione. Oltre alla raccolta di dati e alla diffusione di materiale pornografico, nei due volumi di Kinsey compare anche esplicitamente un riferimento ai quattro generi sessuali (Lesbian, Gay, Bisexual e Transgender), dai quali deriva l’ormai noto acronimo LGBT.

Ogni teoria scientifica propriamente tale deve essere supportata da almeno una conferma sperimentale. Tale opportunità si presentò allorquando, nello studio di Baltimora dello psicologo e sessuologo neozelandese John William Money (1921-2006), giunsero due gemelli omozigoti nati in Canada nel 1965: i gemelli Bruce e Brian Reimer. Purtroppo quello che doveva essere un semplice intervento di circoncisione per curare la fimosi di Bruce a sette mesi dalla nascita, a causa di un banale incidente avvenuto in sala operatoria, riportò una tragica conseguenza. L’organo sessuale di Bruce rimase irrimediabilmente bruciato. Al dottor Money si presentò così l’occasione che attendeva da una vita e che gli avrebbe consentito di coronare i suoi studi di genere con una fama imperitura. Guadagnato il consenso dei genitori di Bruce, ebbe infatti l’opportunità di riassegnare a questo bambino una sessualità diversa da quella biologica e consigliò alla madre e al padre di crescerlo come una ragazza. Fu allora che Bruce, completamente ignaro di quanto gli stesse succedendo e a seguito di cure ormonali e di un intervento chirurgico, divenne Brenda. Ma qualcosa andò storto. E mentre il dottor Money continuava a scrivere pubblicazioni pseudo-scientifiche sul caso che stava seguendo personalmente, Bruce-Brenda sviluppò un comportamento aggressivo, mostrava di preferire le macchine alle bambole, in bagno faceva la pipì in piedi e disdegnava la compagnia delle amiche. Nonostante avesse iniziato le cure ormonali, mostrò presto di non gradire affatto l’invasività di quel medico. Pertanto, dopo numerose e inefficaci sedute psicologiche, pretese dai genitori di conoscere la sua reale identità. Di qui Bruce-Brenda decise di sottoporsi a ulteriori interventi chirurgici e a cure ormonali nel disperato tentativo di ripristinare la propria identità maschile, un’identità sessuale sopita e anestetizzata, ma di fatto impossibile da sradicare, perché scritta in ogni fibra della sua carne e nel DNA di ogni cellula del suo corpo. Così a 14 anni Bruce-Brenda tornò a essere maschio col nome di David. A 25 anni sposò una donna che aveva avuto già tre figli da tre uomini differenti. Ma la sua vita continuava ad essere segnata da una profonda infelicità che culminò, dopo il suicidio del fratello Brian, con la scelta di seguirlo nella medesima sorta sparandosi un colpo alla testa (chi desiderasse saperne di più su questa storia, può leggere il volume del giornalista John Colapinto, Bruce, Brenda e David. Il ragazzo che fu cresciuto come una ragazza, edito da San Paolo nel 2014). Un esperimento compiuto sì, ma tragicamente fallito.

Ancora una volta è la verità dei fatti a smentire le teorie e a mostrare come nasce un’ideologia, la quale non è altro che il tentativo di piegare la realtà a proprio piacimento per farla rientrare in uno schema ideale prestabilito, calato dall’alto e funzionale soltanto a un sistema di potere. E se la realtà delle cose non rispecchia tale paradigma ideologico, tanto peggio per la realtà. Invece ogni cellula del nostro corpo è sessuata, è XX o XY. Il dato biologico è dunque un elemento imprescindibile, inalienabile e incontrovertibile che struttura l’identità sessuale di ciascuno e non può essere inteso come l’ostacolo da superare con ogni mezzo per imporre altri generi. Insomma, capovolgendo l’ideologia gender, la natura, la cultura e la storia umana concordano nel rilevare che maschi e femmine si nasce, non si diventa.

Fonte: La Croce Quotidiano

Come si fa a dire ancora famiglia?

C’era una volta la famiglia, oggi ci sono invece la “famiglia tradizionale” e le “famiglie arcobaleno”. Mediante l’aggiunta di aggettivi accanto al sostantivo famiglia che non sembrano modificare più di tanto il referente concreto di un termine, viene stravolto invece un significato originario e la “società naturale fondata sul matrimonio” si trova di fatto a essere equiparata ad altre forme di unioni che famiglia non sono. È sufficiente un semplice aggettivo e il gioco è fatto. Alcuni parlano di “gestazioni per altri”, altri semplicemente di “gestazione di sostegno”, mentre coloro che sono maggiormente ancorati alla realtà preferiscono l’espressione più rude di “utero in affitto”. Tuttavia la cosa designata, l’azione di compravendita di un organo dell’apparato riproduttivo femminile, cui tali espressioni alludono, è la medesima. Talvolta basta una perifrasi, breve o lunga che sia, e la realtà appare sfocata, mascherata, e dunque misconosciuta.

In questo modo il political correct esercita il suo potere e, attraverso i media di cui dispone, preferisce parlare, per restare all’ultimo esempio citato, di “gestazione per altri”, di “gestazione di sostegno”, nel tentativo di ammantare di nobiltà una pratica barbara, dal momento che la maternità surrogata prevede l’affitto dell’utero femminile e sfrutta la condizione di bisogno di molte donne, comprandone la dignità. Quella dignità inviolabile che il filosofo illuminista Kant sosteneva non avere prezzo.

«La parola è un gran dominatore che, con un corpo piccolissimo e invisibile, sa compiere cose straordinarie; riesce infatti a calmar la paura, a eliminare il dolore, a suscitare la gioia e ad aumentar la pietà (…). La forza dell’incantesimo, accompagnandosi all’opinione dell’anima, la seduce e la persuade e la trasforma per mezzo del suo incanto». Ne era consapevole il sofista Gorgia quando nel V sec. a. C. celebrava la forza della parola nel suo Encomio di Elena, opera in cui si sforzava di ricercare tutte le giustificazioni possibili per scagionare la moglie di Menelao rapita da Paride dall’aver causato la guerra di Troia. Eppure contro tale uso retorico della parola si scagliò duramente forse il più grande filosofo di tutti i tempi, che denunciò tale capacità subdola del linguaggio «di render forte il discorso debole». Platone contrappose infatti all’uso sofistico del linguaggio una teoria differente, secondo cui le parole hanno il compito fondamentale di tradurre in fonemi significanti quei modelli immutabili ed eterni della realtà, cioè le idee, di cui le cose sono copia. Tale concezione platonica del linguaggio fu poi ripresa anche nel Medioevo nella corrispondenza stabilita fra tre livelli ontologici distinti: l’ordine della realtà, l’ordine delle idee e quello delle parole. Insomma ogni parola fa riferimento a un concetto, il quale a sua volta rimanda alla cosa. Un realismo molto semplice, radicato nel senso comune, ripreso dalla tradizione filosofica classica e utilizzato dagli scienziati come dai bambini quando fanno nuove scoperte, perché conforme alla natura stessa dell’essere delle cose.

La dittatura del pensiero unico, con le sue mistificazioni linguistiche, vuol farci credere piuttosto che questo metodo realista sia ormai obsoleto, che il senso comune inganni, che le cose non siano mai state o comunque non siano più comprensibili in questi termini. La neolingua non vuole guardare la realtà delle cose di cui parla, né dire la verità, anzi vuole coprire intenzionalmente l’una e l’altra con una menzogna che non risulti mai banale, formalmente corretta, meglio ancora se pseudo-scientificamente acclarata, in modo da essere difficilmente smascherabile nella sua falsità.

Il nuovo linguaggio inventa così false contrapposizioni logiche. Ai pro-life dovrebbe contrapporre i pro-dead e invece ecco coloro che sono pro-choice e il gioco degli abortisti è compiuto. Come se la maternità non fosse una scelta, come se l’unica ‘scelta’ che tuteli la libertà della donna sia quella di abortire.

«Parole dette per non dire quello che si ha paura di dire» – questa è l’antilingua – volendo citare il celebre romanzo 1984 dello scrittore George Orwell. Un linguaggio talvolta costitutivamente ossimorico, che parla di “aborto terapeutico”, quasi che l’uccisione di un essere umano possa essere considerata alla stregua di una terapia. Ma per chi? Certamente non per il bambino, cui viene preclusa la possibilità di nascere, né tanto meno per la madre che, nella stragrande maggioranza dei casi, subirà sulla propria pelle le conseguenze traumatiche della sindrome postabortiva. Allo stesso modo la legge 194 è tutta fondata sull’antilingua. Essa non parla tanto di aborto, ma preferisce celarsi dietro la sigla asettica di IVG, di “interruzione volontaria di gravidanza”; non parla né di madre, né di figlio, ma genericamente di donna, concepito, feto e con ironia tragica di nascituro, in riferimento al figlio che non nascerà. Questa legge del 22 maggio del 1978, menzognera fin nel suo titolo, si propone di offrire “norme per la tutela sociale della maternità”, ma, di fatto, non concede nulla affinché una madre sia aiutata ad accogliere il proprio figlio e siano rimosse le cause che la spingerebbero a ricorrere all’aborto. Anzi se la madre vuole abortire, il servizio sanitario nazionale nella sua generosità si dichiara pronto ad accollarsi senza problemi l’onere delle spese dell’intervento chirurgico. Inoltre se la realtà mostra palesemente che prima di ogni embrione non esistono che i gameti (gli spermatozoi e l’ovocita); pur di contraddire la realtà, ecco che ci s’inventa una nuova categoria, quella di pre-embrione. Lo scienziato che formulò la teoria del quattordicesimo giorno così si espresse: «Non c’è dubbio che sin dal concepimento si sviluppa un essere umano, ma risulta utile stabilire un termine convenzionale che ci permetta di poter effettuare studi scientifici». Insomma la ‘nobiltà’ del fine giustificherebbe non solo i mezzi illeciti, ma anche la considerazione meramente strumentale della stessa persona umana. Ben venga dunque per gli antilinguisti il pre-embrione, soprattutto se può esser anche funzionale a vendere scatole di pillole abortive come banali contraccettivi. Purché si rimpinguino le casse delle case farmaceutiche, si può anche far passare sotto silenzio quel primo viaggio dalla tuba all’utero che ciascuno ha compiuto nella prima settimana della propria esistenza e che risulta essenziale per la sua crescita successiva.

I bugiardini della pillola estroprogestinica, di quella “del giorno dopo” e di EllaOne, la pillola dei cinque giorni dopo, parlano chiaro. Si soffermano esclusivamente sull’effetto che tali pillole possono avere nell’impedire il concepimento, mentre trascurano quello che esse riporterebbero a fecondazione già avvenuta. In tal caso, rendendo inospitale l’endometrio della parete uterina, non consentono di fatto l’annidamento di una creatura che ha già circa sette giorni di vita. Quest’effetto abortivo viene omesso intenzionalmente, affinché l’animo della potenziale madre non venga turbato, anzi, sia rinfrancato dalla presunta scientificità del foglietto illustrativo. Così ella potrà liberarsi del suo eventuale figlio a cuor leggero, senza nemmeno accorgersene, buttando giù una pillola con un bicchier d’acqua.

Tale uso antilinguistico delle parole nasce dunque da una sorta di terrore semantico e si nutre della paura, perciò dice e nel contempo smentisce o afferma mezze verità, delineando un perimetro in cui «i significati sono costantemente allontanati, relegati in fondo ad una prospettiva di vocaboli che di per se stessi non vogliono dir niente o vogliono dire qualcosa di vago e di sfuggente» (I. Calvino, in un articolo apparso su «Il Giorno» il 3 febbraio 1965).

Questa paura per i significati autentici delle parole si ritrova anche nella perifrasi “procreazione medicalmente assistita” sintetizzata nella sigla PMA. Di pro-creativo, di generazione al servizio di un Creatore, c’è poco e nulla. Si tratta in realtà di una fabbricazione artificiale e artificiosa dell’umano, medicalmente sostituita, in quanto è il medico il protagonista assoluto, il supervisore e l’addetto alla mescolanza dei gameti. Dal sesso senza figli della contraccezione si passa così ai figli senza sesso voluti ad ogni costo con il ricorso alle tecniche di fecondazione artificiale, scindendo nel primo caso la sessualità dalla fecondità e nel secondo la fecondità dalla corporeità.

Relativamente al fine vita la logica antilinguistica è la stessa: si parla di “eutanasia”, ma la “buona morte” non allude a quella del moribondo che, ricevuta l’estrema unzione, chiude gli occhi nella beata speranza di riaprirli al cospetto del suo Salvatore. Anche l’espressione “lasciar morire”, peculiare della biopolitica, di un potere statuale onnipervasivo che pretende di farsi carico della vita e della morte dei suoi cittadini, distoglie colpevolmente l’attenzione dal soggetto che compie materialmente l’azione, staccando la spina o facendo un’iniezione letale. In tale contesto mortifero anche la compassione viene snaturata nel suo significato autentico di cum-pati, cioè di soffrire insieme, facendosi carico della sofferenza altrui, lenendo il dolore con più amore. Così la lingua si ritorce nuovamente contro se stessa in ossequio a un’ideologia che, pur di costringere la realtà entro le proprie maglie, preferisce fregarsene della realtà.

Come ogni ideologia che si rispetti, la stessa ideologia del gender ha adottato la medesima logica. Ha sostituito all’identità sessuale il genere, al dato biologico il fattore culturale, denigrando contestualmente come “omofobo” chiunque si azzardi a sostenere pubblicamente, pur non discriminando le persone con tendenze omosessuali, che maschi e femmine si nasce e non si diventa.

Alla luce di questi ragionamenti appare evidente che ogni falso mito di progresso è innanzitutto il frutto di una mistificazione linguistica della realtà tesa a scardinare il senso comune e la verità delle cose. Rimanendo in una dialettica antilinguistica in cui le parole non dicono quello che dicono, possiamo concludere infine con una buona dose d’ironia e qualche infingimento neanche troppo surreale che nella cultura dominante ne uccide più la lingua che la spada.

Fonte: La Croce Quotidiano