“La vita ferma: sguardi sul dolore del ricordo” al Teatro India

Un ‘dramma mentale’ sulla dolorosa elaborazione del lutto

“Il ricordo rimane indietro e non la smette mai di ripetere quello stesso identico spettacolo che metteva in scena al momento in cui l’avevamo lasciato, quando non era ancora un ricordo”. Queste parole dello scrittore e drammaturgo austriaco Thomas Bernhard esprimono il leit motiv de La Vita ferma, “un dramma di pensiero in tre atti che accoglie, sviluppa e inquadra il problema della complessa, sporadica e sempre piuttosto colpevolizzante, gestione interiore dei defunti”.

Scritto e diretto da Lucia Calamaro, drammaturgo, regista e attrice che ha costruito il suo percorso artistico tra Italia, Francia e Uruguay, La vita ferma è in scena al Teatro India fino a domenica 14 maggio. Il dramma scandaglia la psiche umana con uno sguardo efficace e leggero, nel contempo attento e penetrante da un lato e divertito e tragicomico dall’altro anche dinanzi al ‘grande abisso’ della morte e al dolore lancinante per la perdita di un proprio caro.

Il sipario si apre pertanto su “uno squarcio di vita di tre vivi qualunque – padre, madre, figlia – attraverso l’incidente e la perdita”, su “uno spazio mentale” che, mediante un costante ricorso al flusso di coscienza, è alle prese con la dolorosa elaborazione del lutto. I dialoghi serrati ora densi di filosofemi, ora schietti e familiari, tra un padre e una figlia costretti a convivere con una presenza schiacciante e ingombrante, quella dello ‘spettro’ di Simona, rispettivamente moglie di Riccardo e madre di Alice, sono resi magistralmente dagli attori Riccardo Goretti, Simona Senzacqua e Alice Redini.

Una famiglia sui generis, in cui il dramma prima della malattia e poi della morte di uno dei suoi componenti è vissuto nella spasmodica ricerca di un senso, la quale non può che rimanere disattesa e senza una risposta adeguata in un orizzonte chiuso alla prospettiva della fede cristiana. Per Riccardo, storico comunista che confessa d’aver dimenticato persino come si fa il segno della croce, alla morte non c’è altro rimedio che il ricordo perché i morti sono morti. Punto. Nella prospettiva cristiana invece la malattia e la sofferenza non costituiscono un muro contro cui si può soltanto sbattere invano la testa, ma sono preziose occasioni di grazia per la salvezza propria e altrui, se offerte in unione al sacrificio di Cristo. Inoltre “ai fedeli la vita non è tolta, ma trasformata”, perciò i morti in grazia di Dio sono più vivi degli stessi vivi perché godono di una vita piena nel Signore che li ha redenti.

Non essendo illuminato da tale ottica, il dramma della Calamaro si concentra dunque essenzialmente sulla costante tensione esistente tra la memoria e l’oblio di tale ricordo, in quanto da una parte il defunto ‘vuole’ essere ricordato, anzi pretende che la memoria di lei rimanga viva nella mente e nel cuore dei propri cari; mentre dall’altra la cristallizzazione del ricordo pare condannare inesorabilmente chi rimane ancora su questa terra a una ‘vita ferma’, per cui l’oblio diventa uno strumento altrettanto necessario affinché la vita riprenda il suo consueto flusso. Per questo motivo il ricordo che Riccardo ha di sua moglie deve sbiadire progressivamente fino all’inverosimile, che accade allorquando egli manifesta apertamente a sua figlia, ormai cresciuta e in attesa di un figlio, di non ricordare nemmeno più dove si trovi la tomba di Simona, poiché la vita gli impone ormai di “pensare a lei senza tristezza”. Perché in fondo, secondo l’autrice romana, ogni ricordo doloroso è così, non lascia scampo e pone dinanzi a un bivio: “O ci pensi e ti sfaceli o non ci pensi”.

Fonte: FarodiRoma

Politica come vocazione laicale. La ‘lezione inattuale’ di Giuseppe Lazzati

Mi raccomando costruite l’uomo sono tra le ultime parole sussurrate, in attesa della morte, dal prof. Giuseppe Lazzati. Tali parole sono il manifesto programmatico della sua intensa e tribolata esistenza di laico cristiano impegnato nel mondo e nella Chiesa”. Con queste parole Marcello Stanzione, noto angelologo e parroco dell’Abbazia di S. Maria La Nova a Campagna (SA) introduce la sua biografia del professore e politico milanese: Giuseppe Lazzati. Vita e pensiero di un laico cattolico ‘serio’ (pp. 104, Edizioni Segno, €9).

Nato a Milano nel 1901, il giovane Lazzati si laureò in letteratura cristiana con una tesi su Teofilo d’Alessandria. La pubblicazione del suo studio segnò l’inizio di una brillante carriera accademica. Docente di letteratura cristiana antica all’Università Cattolica divenne infatti prima preside della Facoltà di Lettere e Filosofia, poi Rettore della medesima università negli anni difficili delle contestazioni studentesche. “Deputato nella Democrazia Cristiana, apparteneva alla corrente programmatica e riformista che faceva capo all’on. Dossetti e che molto influenzò la stesura della carta costituzionale”, visse anche dal 1943 al 1945 un periodo di prigionia nei lager nazisti per aver rifiutato di aderire alla ‘proposta fascista’.

La sua fede viva traspare in tutta la sua forza in quest’ultima drammatica esperienza ed è stata fonte di sicura speranza e di luce per sé e gli altri internati. Infatti Lazzati “si premurò per assicurare in quelle condizioni di pericolo la santa messa, organizzò il rosario meditato, il Gruppo del Vangelo, tanto che in pochissimi giorni la figura del biondo professore era nota in tutto il vasto campo e il suo nome in bocca a tutti e le sue parole a sera attesissime”.

A soli diciannove anni, durante un corso di esercizi spirituali, affermò: “Voglio diventare santo. Cercherò anzitutto di possedere le verità della fede con tutta l’anima, di farle succo del mio sangue, perché ad esse ogni mio attimo si conformi. Che cosa è in fondo il cristianesimo? È Cristo in noi”. Approfondendo tale anelito del cuore, egli intraprese presto la strada della consacrazione laicale tra i “Missionari della Regalità di Cristo” di padre Agostino Gemelli.

Lazzati non fu semplicemente un politico, ma è stato soprattutto “un filosofo e un ideologo della politica” , ossia “un mediatore lineare tra fede e storia, attraverso la ricerca della giusta dosatura del loro rapporto e della loro reciproca autonomia”. Egli aveva chiara la propria vocazione di cattolico impegnato in politica per edificare la città dell’uomo in conformità alla città di Dio: “Chi ispira il suo impegno all’amore, vincendo l’avidità e l’egoismo, opera nella linea della crescita vera dell’uomo; chi invece s’ispira alla ricerca del potere per il potere e dell’affermazione egoistica del proprio io, lavora a costruire una città dell’uomo contro l’uomo stesso”. Tuttavia egli riconosceva altresì che “talvolta i cristiani sono stati accusati di attendere alle cose del cielo e di non impegnarsi nelle cose delle terra; se è vero, tutto ciò è assai grave perché li colpisce in un punto nel quale dovrebbero essere modelli perché loro compito primario è di esercitare la loro intelligenza, volontà e abilità per ridurre a servizio dell’uomo tutte le realtà che sono nel mondo; se il cristiano non fa ciò non realizza neanche in misura piena la sua umanità”.

Per favorire la crescita di una società civile retta occorre infatti ribadire il primato della dimensione morale e “operare, da cristiani, la costruzione della città dell’uomo, a misura d’uomo”, nella consapevolezza che “il laico cristiano si santifica santificando la realtà del mondo”. È questa in sintesi la lezione di Giuseppe Lazzati, purtroppo ignorata e disattesa anche da tanti politici che pure si professano cattolici.

Fonte: FarodiRoma

Viganò racconta la comunicazione del “Papa della prossimità”

“La gente veniva a Roma per vedere Karol Wojtyla; veniva per ascoltare Benedetto XVI e viene ora per incontrare Papa Francesco”. Vedere, ascoltare e incontrare sono dunque tre verbi che condensano l’atteggiamento sostanziale dei fedeli nei confronti degli ultimi tre pontefici. Parafrasa l’espressione del cardinal Tauran monsignor Dario Edoardo Viganò, nell’iniziare il suo racconto della comunicazione di Papa Francesco, colui che definisce subito come “l’uomo della prossimità”. Quand’era direttore del Centro Televisivo Vaticano, mons. Viganò aveva raccontato l’ultimo saluto di Benedetto XVI mentre sorvolava su Roma verso Castel Gandolfo. Lo aveva fatto con discrezione, sfruttando tutta la potenza delle immagini e rievocando l’apertura de ‘La dolce vita’ del celebre film di Fellini. Ora egli è prefetto della Segreteria della comunicazione della Santa Sede, e dunque a capo di un progetto di riforma dei media vaticani.

In un’intervista pubblica con Pierluigi Sassi, presidente di Earth Day Italia, mons. Viganò ha focalizzato principalmente la sua attenzione sui diversi aspetti della comunicazione del pontefice argentino: “Questa la differenza e lo specifico di Papa Francesco, che è l’uomo della prossimità. È certamente una prossimità fisica, ma anche legata a situazioni concrete. Nessuno si percepisce come opponente a ciò che lui racconta, cioè il Vangelo di felicità per l’umano. Per questo motivo affascina credenti e non credenti”. Rispetto alle nuove sfide comunicative che attendono la chiesa di Francesco, egli ha sottolineato innanzitutto il contesto postmediale in cui viviamo, ove “i media hanno perso il loro connotato identitario” e la connessione digitale subentra prepotentemente all’incontro reale con una persona. Pur considerando che attualmente “il contagio della fede non avviene più come una volta, imparando una preghiera sulle ginocchia della propria madre” e che “la parrocchia non è più semplicemente un territorio, ma è anche la rete dei legami on-line e off-line, il problema di comunicazione della Chiesa non è un problema di tecnologia”. Non si tratta quindi di trasferire i medesimi contenuti dei bollettini parrocchiali dalla carta stampata al portale, bensì di operare una “convergenza digitale”, ossia di “elaborare contenuti multimediali, immagini, videonews e podcast, sfruttando tutto il potenziale della rete per collegare popoli e culture”. Consapevole che “il Vangelo ha a che fare con la vita concreta delle persone”, Viganò ha precisato scherzando, ma con un giudizio netto: “Non credo si possa arrivare alla cyberparrocchia, un concetto tanto enfatizzato quanto evanescente”.

Nel merito dei contenuti della comunicazione, lo spin doctor del Papa ha evidenziato che quella di “Francesco non è una teologia del vittimismo. Egli insiste sull’uomo peccatore, perché nel peccato scorgo la forza di Dio che si fa carne della mia carne per salvarla. Non che, banalmente, la Chiesa sia oggi di manica larga”. Per sgombrare il campo da fraintendimenti più o meno intenzionali, Viganò ha affermato infatti, senza mezzi termini, che Francesco è ben lontano dal cedere a condizionamenti esterni, anzi “decide molto lui, sulla base di criteri che sono i suoi e non di altri; ha anche molto fiuto e, dove non arriva, domanda”. Per cui, anche allorquando si concede ai selfie, Bergoglio non lo fa in maniera narcisistica, ma perché comprende l’importanza della condivisione, presentandosi “come corpo che si consegna, come carne di Cristo”. Confrontando le immagini del primo affaccio dopo l’elezione da parte del pontefice regnante e di quello emerito, Viganò ha invitato inoltre a notare come, al contrario di quanto ci si aspetterebbe, pare che i due si scambino le personalità, nel senso che “Benedetto XVI gesticola e assume un modo di muoversi da sudamericano, mentre Bergoglio si mostra con le braccia distese lungo i fianchi, come corpo che si consegna”.

Anche se “ha una radio, ma non la televisione”, Papa Francesco si mantiene al passo coi tempi, per essere “compagno della cultura digitale”. Lo ha manifestato, con un linguaggio chiaro e diretto, soprattutto nel suo videomessaggio ai giovani allorquando, mostrando un iPhone, ha sottolineato che senza Gesù non c’è campo. Infine il prefetto della Segreteria della comunicazione della Santa Sede ha rivelato che la stessa scelta del pontefice di visitare le parrocchie periferiche “è strategica, perché dove si muove lui, porta l’attenzione su di esse”, affinché tali realtà non siano considerate come dei dormitori, ma siano riscoperte quali “luoghi di socialità da cui è possibile vedere meglio il centro”. Allo stesso modo Viganò ha ricordato l’autoironia del pontefice argentino, che avrebbe guardato con simpatia ai murales di Borgo Pio che lo ritraevano come un supereroe, per cui chi li ha poi coperti ha reso un cattivo servigio alla genialità del popolo romano.  Insomma, “in un sistema digitale dove tutto è riconducibile a 0 e 1 e in cui la verità sta più nelle sfumature che non nelle polarizzazioni”, è necessario che giornalisti e operatori dei mass media mettano “un paio di occhiali spirituali per raccontare la Chiesa” e la comunicazione di Papa Francesco in maniera adeguata ed efficace all’uomo del nostro tempo.

Fonte: FarodiRoma

“In lotta contro il maligno”. Il nuovo libro di don Marcello Stanzione

 “Bruciante d’amore e di fervore, egli riverbera la luce divina, proiettandola sugli altri angeli, rivelando loro, con la sua intelligenza sublime, la più alta che Dio ha creata, i segreti divini che, solo, egli è atto comprendere quasi nella loro pienezza”. Muove la propria indagine dalla descrizione di Lucifero e dal ‘gran rifiuto’ di adorare il suo Creatore il recente libro di don Marcello Stanzione, uno dei massimi esperti di angelologia e parroco dell’Abbazia di S. Maria La Nova a Campagna (SA) dal titolo: In lotta contro il maligno. Gli spiriti tenebrosi e noi (pp. 185, Edizioni Segno 2017, € 15).

L’angelo più bello e più intelligente di tutti i Serafini, non appena vide Cristo e la Vergine, si rifiutò di prostrarsi in adorazione dinanzi a due persone, il Signore e Maria, che riteneva inferiori a sé per la loro commistione con la materia, sostituendo così di fatto la propria volontà alla perfezione del disegno divino. Allora fu l’inizio della fine per sé e per gli altri angeli ribelli, divenuti demoni allorquando “pretesero fare a meno della beatitudine soprannaturale che Dio offriva loro per cercare in se stessi e con le loro proprie forze una beatitudine naturale”, disprezzando la grazia divina, come ha acutamente osservato San Tommaso d’Aquino. Di qui, come ha sottolineato l’altro grande Dottore della Chiesa Sant’Agostino, “i Santi Angeli, volgendosi verso il Verbo, divennero luce; i cattivi, dimorando in se stessi, divennero tenebre”. Tra gli angeli santi si distinguono anche gli angeli tutelari dei popoli, i quali “hanno la missione di Raffaele, di guidare i popoli. La missione di portare loro il vangelo della redenzione come Gabriele. La missione di eseguire nei loro riguardi le sentenze divine come Michele”, in quanto parteciperanno al giudizio dei popoli. Come infatti hanno rilevato i Padri della Chiesa il numero dei popoli sarebbe fissato proprio in base al numero di tali ‘angeli di Dio’ (Dt 32, 8). Se Michele è l’angelo del popolo eletto, esistono anche dei ‘principi di Persia e della Grecia, come si legge nel libro del profeta Daniele (Dn 10, 13). In tempi recenti l’esistenza dell’angelo del Portogallo è confermata dalle testimonianze dei tre pastorelli di Fatima, mentre per quanto concerne la protezione angelica delle città, “tra il 1392 e il 1395, Valencia è, sembra, la prima città a instaurare un culto civico all’angelo custode municipale”. Come esistono gli angeli dei popoli, esistono tuttavia anche degli spiriti territoriali maligni, come evidenziato in particolar modo dalla teologia pentecostale, il cui compito è quello di ostacolare l’evangelizzazione della Chiesa in determinati luoghi.

Nel volume l’autore affronta anche un argomento piuttosto controverso sul piano teologico, quale quello relativo al destino ultimo delle ‘anime vaganti’, cioè di quelle anime che non hanno avuto modo di conoscere e amare Dio; di quelle persone morte improvvisamente a causa di un incidente stradale o che hanno scelto il suicidio ma senza piena avvertenza, le quali “errano alla ricerca del loro eterno riposo e il cui giudizio finale è ancora sospeso”. Il libro di don Marcello Stanzione presenta infine anche una corposa appendice con tante preghiere e invocazioni di liberazione dagli spiriti maligni e di richiesta di protezione angelica mediante l’intercessione potente di Cristo, della Beata Vergine e di tanti santi.

Fonte: FarodiRoma

Antimafia andina

La risposta al narcotraffico in Colombia

La Colombia è universalmente nota come ‘il paese della cocaina’ nel quale si combatte uno dei conflitti armati interni tra guerriglie e paramilitari/esercito più lunghi della storia dell’America Latina, con effetti devastanti sulla popolazione civile. Quattro milioni di sfollati interni, sei milioni di ettari di terra usurpati, 15mila persone torturate, 60mila scomparse, 80mila esecuzioni extragiudiziarie, 11mila bambini soldato”. Questi i numeri tragici riportati da Cristiano Morsolin nel suo libro Antimafia andina. Il contributo dell’antimafia sociale e della nonviolenza alla Pace in Colombia (pp. 153, Edizioni Antropos, € 14). L’autore, esperto di diritti umani in America Latina dove vive dal 2001, ha lavorato in progetti di cooperazione internazionale ed è stato anche insignito di una menzione dall’ONU proprio per il suo operato in Colombia.

Nel suo saggio Morsolin racconta le ferite profonde di un territorio noto non solo per i suoi conflitti, ma anche per le sue bellezze e i suoi profumi. La Colombia infatti “vanta il caffè migliore del mondo”, è celebre per la purezza dei suoi smeraldi e “detiene il primato per biodiversità per metro quadro”. Purtroppo però questo Paese nel lontano 1987 decise di siglare un accordo di cooperazione internazionale con le mafie, in particolare con Cosa Nostra, per il business della droga. Da allora “c’è un ponte tra Calabria e Colombia lastricato di cocaina e denaro” che fu scoperto per la prima volta proprio dal magistrato Giovanni Falcone. Un losco giro d’affari, in cui rientra anche il nome leggendario di Pablo Escobar, che spesso con la complicità di istituzioni politiche corrotte, miete le sue vittime soprattutto tra i più giovani, per i quali “essere arruolati come sicari dai narcotrafficanti è una promozione sociale”. E così “sono 10.652 i minori di 18 anni assassinati dal 2006”. In una società che vive una costante tensione tra le forze armate rivoluzionarie (Farc) e quelle filogovernative, entrambe parimenti colpevoli di ‘crimini di lesa umanità’ rispetto alla dignità della persona, “la repressione non risolve il problema. Occorre dare una speranza di vita migliore ai campesinos delle zone depresse del Paese che non vedono alternative alle coltivazioni illecite e alla dipendenza dai gruppi armati illegali, promuovendo lo sviluppo integrale e cambiando la mentalità della gente”.

Nonostante il contesto sociale continui a essere difficile ‒ basti pensare che rimane “il terzo paese più diseguale del mondo, dove lo 0,4% dei proprietari possiede il 64% della terra” ‒ non sono mancati negli ultimi tempi alcuni coraggiosi segni di speranza. Nel 2016 il presidente Santos è stato insignito del Nobel per la Pace per l’apertura democratica che avrebbe favorito; padre Franzoi ha lanciato un’iniziativa condensata nello slogan: “No alla coca, sì al cacao”; ma è soprattutto l’impegno costante dell’antimafia sociale, il contributo dell’associazione Libera e di tanti difensori dei diritti umani, frequentemente martiri per la giustizia sociale, a dimostrare tuttora che un’altra Colombia è possibile.

Fonte: FarodiRoma

L’Italia e i Santi. Una storia della ‘dimensione politica’ della santità

“Italia, popolo di poeti, di artisti, di eroi, di santi, di pensatori, di scienziati, di navigatori e trasmigratori”, recita l’iscrizione che campeggia sul Palazzo della Civiltà italiana all’Eur voluto da Mussolini. La santità è dunque  una “manifestazione tra le più significative della religione cristiana, nella costruzione di un’identità italiana”. Lo dimostra chiaramente il recente e pregevole volume L’Italia e i Santi, edito dall’Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani. Si tratta di un progetto editoriale a cura di Tommaso Caliò, Daniele Menozzi e Antonio Menniti Ippolito che intende mostrare come “il tema della santità si intrecci fortemente con la storia d’Italia a partire dalla produzione agiografica erudita diffusa tra il XV e il XVIII secolo con le raccolte territoriali delle vite dei santi”.

Attualmente, secondo le consuete tappe del processo di canonizzazione, bisogna esser proclamati ‘beati’ prima di diventare santi. Eppure “la parola ‘beatificazione’, destinata ad avere una larga fortuna sino ai giorni nostri, fu utilizzata per la prima volta in una lettera che il re di Spagna Filippo II scrisse il 7 ottobre 1585 al conte d’Olivares Enrico de Guzmán a proposito del domenicano Luigi Bertrán, di cui il sovrano auspicava il riconoscimento del culto locale”. La necessità di essere proclamati prima ‘beati’ è stata una novità introdotta a seguito dell’istituzione della Congregazione dei Riti voluta da Papa Sisto V nel 1588. Pertanto “Carlo Borromeo – scrive lo storico Miguel Gotor nel suo saggio – fu l’ultimo santo nella storia della Chiesa a ottenere direttamente l’aureola senza essere stato prima beatificato. Questa, infatti, fu la principale innovazione determinata dalla fondazione della Congregazione dei riti che riguardò lo sterminato campo del riconoscimento dei culti particolari, quelli che sbocciavano a livello diocesano come tanti fiori nelle periferie della cattolicità. Una potente pressione devozionale dal basso che aveva bisogno di essere prima controllata e poi disciplinata mediante la definizione di un nuovo istituto giuridico, quello della beatificazione, che iniziò da questo momento in poi ad affiancare in via preventiva la concessione dell’onore degli altari”. Il primo a esser beatificato, nel 1601, fu invece l’agostiniano Giovanni di San Facondo, morto nel 1479. Di lì a breve seguiranno i nomi celebri di Teresa d’Avila nel 1614 e di Filippo Neri nel 1615. Tale modifica nell’iter di canonizzazione era sostanzialmente finalizzata a “provare a controllare la vera e propria esplosione devozionale che di solito caratterizzava la morte in odore di santità di un defunto carismatico”. Con Urbano VIII la Congregazione del Sant’Uffizio avocava definitivamente a sé la prerogativa di “controllo dei nuovi culti di santità, allo scopo di disciplinare ogni proposta devozionale quando ancora si trovava nella sua fase aurorale”.

L’evoluzione storica del processo di canonizzazione è solo uno dei temi sviluppati in questo volume, che consta di 783 pagine, raccoglie numerosi contributi scientifici di autorevoli studiosi ed è impreziosito da pregevoli tavole illustrative che mostrano attraverso la bellezza del linguaggio artistico tutto lo splendore del Paese dei santi. Tra gli altri temi affrontati nei diversi saggi c’è l’analisi delle devozioni popolari, le feste e i culti nel Settecento. Lo storico Mario Rosa considera il contributo di Ludovico Antonio Muratori a una ‘regolata devozione’ e la ‘pietà illuminata’ del vescovo giansenista Scipione de’ Ricci che osò contrastare il culto del Sacro Cuore. Tuttavia se da un lato si assiste a un’eccessiva razionalizzazione del culto, dall’altro parallelamente incalza la domanda di ‘santificazione dal basso’, come nel caso di San Giuseppe Benedetto Labre, pellegrino francese morto nel rione Monti in odore di santità.  Allo stesso modo vengono poi esaminati diversi modelli di santità antiunitaria nella Roma di Pio IX, come le radici alla scaturigine della proliferazione di forme devozionali mariane e a S. Giuseppe. Non mancano però, a partire dall’età risorgimentale sino a quella dei totalitarismi del secolo scorso, alcune esplicite politicizzazioni della santità. Ne sono palesi espressioni la costruzione di un’agiografia di Garibaldi, il prototipo del ‘martire fascista’, il modello del ‘santo partigiano’ o quello dell’‘eroe-martire civile’, alla stregua di Falcone e Borsellino rappresentati in aura di santità “oltre la lotta alla mafia per rappresentare il tessuto etico della nazione”. Tale uso politico delle figure dei santi traspare attualmente ancora nelle strumentalizzazioni della pietà popolare operate dalle mafie e persino in alcune trasposizioni cinematografiche delle vite dei santi, per cui “l’agiografia, oltre al tradizionale canale del libro, si frammenta sulle pagine dei rotocalchi, segue gli schemi più o meno prevedibili delle fiction televisive, acquisisce i colori del fumetto, si espande sul web”.

L’Italia e i Santi indaga in maniera accurata le molteplici sfaccettature della dimensione politica del concetto di santità, intesa come instrumentum regni, a detrimento però della matrice spirituale e teologica profonda che costituisce una lente privilegiata per inquadrare adeguatamente anche sotto il profilo storico tale epifenomeno, poiché, per dirla con Benedetto XVI, “la santità, la pienezza della vita cristiana non consiste nel compiere imprese straordinarie, ma nell’unirsi a Cristo, nel vivere i suoi misteri, nel fare nostri i suoi atteggiamenti, i suoi pensieri, i suoi comportamenti. La misura della santità è data dalla statura che Cristo raggiunge in noi, da quanto, con la forza dello Spirito Santo, modelliamo tutta la nostra vita sulla sua”.

Fonte: FarodiRoma

Vuoi essere ‘infelice e contento’?

I consigli di Nerosfina per rovinarsi la vita

“Abbiamo sempre pensato che, in fondo, proprio questo è il desiderio di ogni uomo: vivere per sempre felice e contento. Lo diceva Seneca, lo diceva Sant’Agostino, lo diceva la Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti. Ebbene, si sono sbagliati”. Perché? Perché “tutti gli uomini per natura desiderano essere infelici”. È questa la tesi paradossale che l’autore assume e sviluppa in questo divertente e agevole libro di sole 70 pagine (Infelici e contenti. Sull’arte di rovinarsi la vita, Castelvecchi 2016, € 9), che presenta una copertina ironica ed efficacemente allusiva al suo contenuto: un uomo rappresentato nell’atto di tagliare con una sega lo stesso ramo dell’albero su cui siede.

L’autore misterioso non rivela la sua identità, sceglie lo pseudonimo Nerosfina e dice di sé: “Sono un uomo di mezz’età, un tipo piuttosto serio, vivo da solo, per lavoro parlo con molta gente, non esco quasi mai la sera, partecipo a molti funerali e pochi matrimoni, vesto sempre di nero. Si sa, il nero sfina”. Egli è dunque chiaramente un sacerdote, che redige una sorta di manuale in cui delinea i tratti fondamentali del ‘perfetto infelice’.

Il primo ingrediente per l’infelicità consiste nell’accogliere senza discernere tutti i pensieri ricorrenti, senza ‘buttare via niente’, ossia senza domandarsi se essi siano reali o immaginari, positivi o negativi, piacevoli o spiacevoli; anzi meglio ancora se si tratta di pensieri deliranti, ossessivi, autodenigratori o vittimisti. Per una buona dose d’infelicità bisogna fare spazio ai complessi e alla depressione, ossia a una “perpetua processione funebre per se stessi in cui noi siamo simultaneamente il marito morto e la vedova inconsolabile”. Allo stesso modo è opportuno accogliere tutti desideri, anche se sono contradditori tra di loro, perché “se volete essere infelici dovete indovinare ciò che piace agli altri e farvelo piacere”. Pertanto non occorre definire alcuna scala gerarchica dei propri valori e obiettivi: il presupposto dell’infelicità è infatti il disordine oppure l’ordine maniacale, e soprattutto la non scelta. Bisogna fare insomma come l’asino di Buridano, il quale morì di fame intanto che decideva dove fosse preferibile cibarsi rispetto ai due campi che aveva innanzi a sé. L’infelicità si alimenta con la trasgressione e l’inosservanza dei ‘buoni consigli’: “‘In famiglia ognuno ha il suo ruolo’. E voi fate il contrario: mettete la mamma al posto della moglie, il figlio al posto del marito, il cane al posto del figlio. Scegliete vostra madre come migliore amica, fatevi le canne con vostro padre e fate decidere a vostra sorella invece che a vostra moglie il colore dei muri di casa”. Al di là dell’ironia si comprende palesemente come l’infelicità di tante famiglie oggi dipenda proprio da tale confusione di ruoli e compiti. Per rovinare una relazione basta poco, per cui l’autore si limita a ricordare una massima molto semplice: “L’infelicità di una persona è direttamente proporzionale al fallimento delle sue relazioni”. Se “l’amore di un altro non si deduce dai suoi atti, ma si crede nei suoi atti”, allora “possiamo sempre rifiutare l’ipotesi che gli altri ci amino”, perché l’amore non si può dimostrare come una formula matematica. Un altro ingrediente necessario per procedere speditamente sulla via dell’infelicità è dato dalla superficialità, che sfugge alle domande fondamentali sul senso della propria esistenza. Infine Nerosfina individua in Ned Flanders dei Simpson il prototipo dell’‘infelice religioso’, ossia colui che interpreta la religione esclusivamente in senso volontaristico “come mezzo per il proprio miglioramento morale”.

Nella logica del paradosso sul quale il libro è giocato, alla stregua delle Lettere di Berlicche di Lewis, risulta dunque evidente che, accogliendo gli ottimi suggerimenti ironici e provocatori dell’autore e comportandovi altrimenti scoprirete invece il segreto della vera felicità, che non è frutto di una conquista personale, bensì piuttosto un dono che si riceve soprattutto nel momento in cui ci si preoccupa di rendere felici gli altri.

Fonte: FarodiRoma

Vertice a Mosca tra Putin e Mattarella. “La Russa eviti che altri attacchi con armi chimiche possano ripetersi”

“Auspichiamo che Mosca – come tutti – possa esercitare tutta la sua influenza per evitare che attacchi simili possano ripetersi e riteniamo fondamentale il principio dell’accertamento delle responsabilità delle violazioni più gravi e del loro perseguimento”. Con queste parole il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha raccontato alla stampa il suo incontro di oggi a Mosca col presidente russo Vladimir Putin.

Al centro del vertice tra i due capi di stato vi è stato un “dialogo sui principali temi dell’agenda bilaterale, in molteplici settori, e sulle questioni più rilevanti e urgenti dell’attualità internazionale”, e dunque naturalmente soprattutto sulla guerra in Siria. Nella speranza di scongiurare altri attacchi chimici sulla popolazione Mattarella ha affermato: “C’è un’urgente esigenza di trovare soluzioni condivise alla crisi, soluzioni che devono scaturire da un dialogo a molteplici livelli: tra parti siriane oggi contrapposte, tra attori regionali e nell’ambito della comunità internazionale nel suo complesso. Si deve lavorare per una soluzione politica sostenibile, sotto l’egida dell’ONU e nel percorso tracciato dai negoziati di Ginevra. Lo si deve alle centinaia di migliaia di vittime e feriti causati da una violenza insensata, lo deve ai milioni di profughi e sfollati”.

Sul versante libico il Presidente Mattarella auspica invece “un atteggiamento costruttivo da parte di Mosca”, nella consapevolezza “della grande importanza che per l’Italia riveste la stabilizzazione della Libia stessa e di tutto il Mediterraneo”. In relazione all’attuale situazione politica in Ucraina egli invece si è così espresso: “Nessuno, non la Russia, non l’Europa, né l’Ucraina trarrebbero beneficio da una situazione di prolungata instabilità al cuore del continente”. Mentre sui rapporti tra Mosca e Roma, Putin ha replicato che “sarebbe nell’interesse comune il ripristino di relazioni economiche fra Ue e Russia basate su principi di parità e uguaglianza”.

Nel corso dell’incontro è stato anche rinnovato un accordo per la ricerca nel campo delle scienze fondamentali tra l’Istituto nazionale di Fisica Nucleare italiano e il Centro Congiunto per la Ricerca Nucleare di Dubna. A testimonianza ulteriore del vivace rapporto culturale esistente tra la Russia e il nostro Paese, è da ricordare lo stesso contributo del Cremlino al restauro e alla ricostruzione di due importanti monumenti colpiti dal terremoto dell’Aquila: Palazzo Ardinghelli e la Chiesa di San Gregorio Magno.

“Ci auguriamo – ha concluso Mattarella – che la frequenza dei contatti politici, la profondità delle relazioni economiche ed energetiche possano divenire sempre più ampie e diversificate, sulla base di interessi convergenti e della complementarietà delle nostre economie”.

Fonte: FarodiRoma

Benedetto XVI: il coraggio della fragilità

Il libro di Brunori si legge come un romanzo

“Una vocazione al servizio di Dio e alla sua Chiesa, dall’infanzia nella Baviera cattolica fino alla quiete spirituale nel monastero Mater Ecclesiae in Vaticano”. Questo il filo rosso della poderosa, ma piacevole e scorrevole biografia di Joseph Ratzinger scritta da Giovan Battista Brunori, vaticanista del Tg2: Benedetto XVI. Fede e profezia del primo Papa emerito della storia (Edizioni Paoline 2017, pp. 447, € 28). È un libro che si legge “con facilità e con frutto. Ci aiuta a ricordare il cammino di una lunga vita di fede, di pensiero profondo, di testimonianza cristiana, di fedelissimo amore alla Chiesa e di servizio sempre più ampio, ai fedeli e all’umanità”. Con queste parole padre Federico Lombardi, già direttore della Sala Stampa Vaticana, esprime il proprio apprezzamento dell’opera nella sua prefazione al testo.

Papa Benedetto XVI è considerato un ‘alfiere della tradizione’, eppure ha concluso il suo ministero petrino con un gesto di una modernità assoluta, quello della rinuncia al pontificato.  Promotore di ‘una restaurazione innovativa’, come l’ha definita lo storico Regoli, Ratzinger non è stato soltanto ammirato – il suo Introduzione al cristianesimo è stato infatti un best seller a livello internazionale – ma purtroppo anche “temuto, osteggiato, diffamato, travisato, non capito”.

Prendendo le mosse dalla sua autobiografia, Brunori raccoglie le testimonianze di chi lo ha conosciuto, valorizza il racconto della sua famiglia che ne fa il fratello Georg, ma soprattutto attinge a piene mani al tesoro dei suoi scritti, delle encicliche, delle omelie e delle catechesi in cui rifulge la profondità intellettuale del grande e appassionato teologo. Certamente il pontefice tedesco è stato – come osserva acutamente il vaticanista – “un papa del pensiero più che del gesto, più un papa professore che un papa di governo. Un uomo che sa di non essere un papa ‘carismatico’ abile nel calcare le scene come il suo predecessore, ma che sa di poter smuovere il pensiero e il cuore degli interlocutori con la profondità del suo pensiero, la sua fede cristallina, i discorsi densi di spiritualità che propongono idee e valori che si diffondono con la forza della ragionevolezza, senza arroganza né timidezza”. Enfant prodige della teologia, “bollato in gioventù da qualcuno come ‘modernista’, considerato al Concilio un progressista, è divenuto per alcuni il Panzer-kardinal quando ha assunto la carica di prefetto dell’ex Sant’Uffizio. Eppure lui è rimasto sempre lo stesso: ‘Sono gli altri a essere cambiati’, dirà un giorno”. Amante della sua Baviera, appassionato di musica e arte, cultore della bellezza e dello splendore della verità, Benedetto XVI ha fatto della liturgia la fonte perenne cui attingere forza per esercitare il proprio ministero petrino. “La liturgia della Chiesa è stata per me, fin dalla mia infanzia, l’attività centrale della mia vita, ed è diventata anche il centro del mio lavoro teologico”, ha raccontato. Ecco perché opportunamente la Fondazione Ratzinger ha scelto di pubblicare gli scritti liturgici di Benedetto XVI come primo volume della sua Opera omnia.

Egli era consapevole che una peculiarità della propria “missione” fosse proprio lo scrivere. Perciò, nonostante i suoi ventiquattro viaggi internazionali intrapresi anche per incontrare capi di Stato, rappresentanti delle altre confessioni religiose, giovani e fedeli di ogni parte del mondo, Ratzinger ha sempre considerato la scrittura il suo ‘riposo’. Vennero così alla luce le encicliche sulla carità, la speranza e la fede (pubblicata poi ‘a quattro mani’ con Papa Francesco), ma soprattutto i tre splendidi volumi su Gesù, frutto dell’appassionata e personale ricerca del volto del Padre di Benedetto XVI ed espressione di una ‘teologia in ginocchio’ tanto apprezzata anche dal suo successore.

 “Ratzinger è un uomo mite, molto timido, ma quando serve è duro e deciso, non si lascia condizionare, agisce sempre in piena autonomia”. Il dossier su padre Maciel, il fondatore dei ‘Legionari di Cristo’, la lotta alla pedofilia, la denuncia del carrierismo e della ‘sporcizia’ nella Chiesa, la riforma dello Ior costituiscono alcuni segnali precisi di tale determinazione. L’unico suo limite è stato l’aver concesso in diverse occasioni troppo spazio a “una curia nel complesso non all’altezza del pontefice, che frena i suoi slanci e indebolisce la sua azione di governo”. Come rileva Brunori a più riprese, è questa una delle ragioni del fraintendimento di alcune affermazioni e scelte del pontefice che furono intenzionalmente travisate e manipolate anche sul piano mediatico e culminarono nella fuga ad extra di documenti coperti da segreto. Eppure con la consueta mitezza che lo contraddistingue,  Papa Benedetto non arretrò dinanzi ai numerosi scandali, anzi assunse su di sé le critiche e gli insulti, mentre confermava la fiducia ai suoi collaboratori, pronti invece a tradirlo senza scrupoli. Così, mentre le forze per governare la barca di Pietro gli venivano meno, egli “ha avuto il coraggio di mostrarsi debole ma proprio questo ha esaltato la forza del suo messaggio: il ‘pensiero forte’ di un timido ‘papa professore’, che ha insegnato al mondo – con la parola, la preghiera, i suoi talenti di raffinato intellettuale europeo – che il papato è un servizio, non un potere”. Per questo motivo, come ha rivelato a Peter Seewald nel libro intervista Ultime conversazioni, Benedetto non è stato la fine né l’inizio del nuovo, bensì entrambi.

Auguri di cuore, buon 90esimo compleanno, Papa Benedetto!

Fonte: FarodiRoma

Francesco l’Incendiario

Il vaticanista Svidercoschi racconta il pontificato di Bergoglio

“La Chiesa aveva bisogno di una guida così, di un vero pastore, per il quale ogni riforma ritornasse all’essenziale del Vangelo e si ispirasse alla misericordia divina. E anche il mondo, in un tragico momento storico, aveva bisogno di una voce autorevole, che rivendicasse credibilmente le ragioni della pace e richiamasse tutti alla sobrietà del vivere, alla salvaguardia del creato e a prendersi cura della immensa schiera degli ultimi della terra, dei più diseredati, di quanti fuggono dalla miseria, dalle persecuzioni, dalla ferocia del terrorismo”.

Con queste parole Gian Franco Svidercoschi, giornalista e scrittore, ex vice-direttore de L’Osservatore Romano introduce il suo recente volume “Francesco l’Incendiario. Un papato tra resistenze, contraddizioni e riforme” (Tau Editrice 2017, pp. 196, € 13), entrando nelle pieghe del pontificato di Bergoglio, che sembra incarnare proprio il monito del fondatore della Compagnia di Gesù: “Andate, infiammate tutto”. Nel tratteggiare la figura del pontefice, definito ‘incendiario’ per il suo ardore e zelo apostolico, l’autore prende però le distanze sia dal “conformismo di chi esalta il Papa qualsiasi iniziativa prenda e come se fosse sempre lui il ‘primo’ ad averla presa”, sia “dal conformismo di chi invece si è schierato pregiudizialmente contro”. Con grande franchezza Svidercoschi nota infatti che Bergoglio “è uno che sa apprezzare le critiche, purché fondate e oggettive, anche se alla fine in genere decide sempre di testa sua. Quel che invece non sopporta è il rifiuto a priori, il pregiudizio”. Allo stesso modo il vaticanista rileva che le categorie di ‘destra’ e ‘sinistra’, come le etichette di conservatore o progressista, risultino difficilmente applicabili e inadeguate a un pontefice come lui, così sui generis. Francesco è sicuramente un riformatore, ma “non è un uomo di parte, né tanto meno un ideologo. Il suo pontificato, semmai, si caratterizza per un ritorno alle fonti evangeliche. Le sue accuse, ai sistemi politici e alle teorie economiche, vanno inquadrate in un’ottica umana e cristiana”.

L’autore si sofferma poi in particolare sul cambio radicale di registro linguistico operato da Bergoglio, “vivo, diretto, accattivante, semplice, che arriva alla gente”, su un certo “martellamento di parole-chiave – Chiesa in uscita, misericordia, tenerezza, popolo di Dio, sinodalità, collegialità, solidarietà, trasparenza”. In conformità al paradosso cristiano e nella prospettiva di un uomo del Sud del mondo, Francesco pone la periferia al ‘centro’ e i più poveri ed emarginati quali destinatari privilegiati del messaggio evangelico. “Ogni chiesa locale ritrovi il suo ‘prestigio’ spirituale”: è stato questo il motivo dell’indizione del Giubileo della Misericordia non solo a Roma ma anche in ogni diocesi.

Svidercoschi guarda al di là dell’“effetto Francesco”, ripercorre i principali gesti, i viaggi, le encicliche (con particolare attenzione all’‘ecologia integrale’ della Laudato si’), l’anelito ecumenico, gli incontri, lo scandalo Vatileaks 2 e le riforme del pontefice argentino volte a corroborare un sensus fidei alieno da forme di stagnante clericalismo. Ne emerge un profilo di “Papa che vive il Vangelo. Annunciandolo sempre di nuovo, ogni giorno, come se fosse la prima volta. E testimoniandolo con la propria vita, in ogni gesto, in ogni parola, in ogni decisione”. In questo modo Francesco sta guadagnando alla Chiesa sicuramente maggiore “dinamismo interno e credibilità esterna”. Quella del Papa argentino è dunque in definitiva, secondo l’autore, “una rivoluzione della speranza” tuttora in fieri, nel tentativo “di ripensare il messaggio cristiano in questa realtà e nella cultura che lo permea. E quindi di ripensare anche la Chiesa in riferimento, non solo a se stessa, ma al mondo, all’intera umanità”.

Fonte: FarodiRoma