La scienza moderna? Nasce nel Medioevo

«Se ho visto più lontano, è perché stavo sulle spalle di giganti», scriveva Isaac Newton in una lettera all’amico Robert Hooke, anch’egli membro della Royal Society e protagonista meno conosciuto della rivoluzione scientifica del Seicento. Nel rilevare che le scoperte scientifiche moderne avessero in realtà radici antiche, il padre della legge di gravitazione universale citava però testualmente e, probabilmente in modo inconsapevole, un altro grande filosofo francese e teologo medievale. Si tratta di Bernardo di Chartres, maestro di una delle più importanti scuole cattedrali del XII secolo, divenuto celebre proprio per il noto aforisma: «Siamo nani sulle spalle dei giganti».

Anche nel Medioevo si ritrova dunque la stessa consapevolezza degli scienziati moderni, la coscienza cioè che ogni scoperta scientifica non è l’esito di un’intuizione astorica di un ‘illuminato’, quanto piuttosto il frutto di un’attenta e lucida capacità di leggere la realtà della natura per rintracciare in essa i rapporti e i legami tra le diverse cose. Non bisogna perciò accostarsi alla realtà con tesi preconfezionate o mettere in questione un fenomeno prima ancora di osservarlo, bensì è opportuno cogliere e accogliere la realtà a partire dalla bellezza che si dischiude sotto i propri occhi.

I medievali sapevano bene infatti di non essere scopritori di nuovi fenomeni, ma soltanto meri inventores (dal verbo latino invenire, cioè trovare), “trovatori” nella realtà creaturale di rapporti qualitativi e quantitativi tra le cose in grado di manifestare con maggiore evidenza la costante dipendenza nell’essere dall’Essere, ossia delle creature dal Creatore. I metodi attuati per stabilire questi rapporti al servizio di tale scopo furono le arti liberali, cioè le discipline del trivio (la grammatica, la dialettica e la retorica), ma soprattutto quelle del quadrivio (la matematica, la geometria, la musica e l’astronomia). Lo studio delle sette arti liberali iniziò a essere praticato sin dagli albori dell’Alto Medioevo per poi essere incentivato in età carolingia, grazie al notevole contributo del maestro di corte di Carlo Magno, Alcuino di York, colui che contestò fortemente all’imperatore franco la conversione dei Sassoni a fil di spada. Egli promosse lo studio di queste discipline come propedeutico a quello della lectio biblica e del sapere teologico. Mediante una metafora particolarmente efficace sul piano comunicativo, Alcuino associò le sette arti liberali alle sette colonne che sorreggono il tempio della Sapienza.

Coloro che studiavano tali discipline furono allora tutt’altro che i beceri e rozzi ignoranti vissuti nei ‘secoli bui’ dominati dalla superstizione religiosa dipinti da una certa storiografia che si è sovrapposta alla storia nella pretesa di coprire la verità con la menzogna, allo scopo di screditare la Chiesa Cattolica e la ‘vittoria della ragione’ nella civiltà cristiana, per dirla parafrasando il titolo di un bel volume del sociologo americano Rodney Stark. Tralasciare, o peggio, ignorare intenzionalmente queste fonti medievali significa pertanto precludersi ogni possibilità di autentica comprensione dell’avvento della scienza moderna, e con essa, delle ragioni profonde sottese allo stesso metodo scientifico messo a punto da Galilei.

Nel solco di tale riflessione si sviluppa l’indagine molto ricca e accurata di James Hannam, fisico e dottore di ricerca in storia e filosofia della scienza presso il Pembroke College dell’Università di Cambridge. Egli è autore del volume Gods Philosophers, pubblicato dapprima nel Regno Unito nel 2009, poi riedito nel 2011 negli Stati Uniti col titolo The genesis of Science e tradotto recentemente in italiano (La genesi della scienza. Come il Medioevo ha posto le basi della scienza moderna, a cura di Maurizio Brunetti, D’Ettoris Editori, Crotone 2015, pp. 493, € 26,90).

All’alto Medioevo risalgono infatti invenzioni e tecniche che contribuirono a migliorare l’agricoltura, quali il sistema di rotazione dei tre campi, l’aratro in ferro e il bilancino, ossia un tronco disposto orizzontalmente al quale veniva imbrigliato l’animale da soma che consentì di aumentare il peso dei carichi e di uniformare le forze dei buoi e dei cavalli. Nei primi secoli del Medioevo si diffuse anche la pratica della ferratura degli zoccoli dei cavalli, al fine di migliorarne le prestazioni. Nell’Europa medievale furono inventati gli occhiali; gli orologi meccanici, straordinarie espressioni del patrimonio di conoscenze meccaniche dell’epoca; la staffa, che trasformò la cavalleria leggera in pesante e i mulini a vento. Furono poi potenziate e perfezionate le invenzioni provenienti dall’Oriente, quali la bussola, la carta, la stampa e la polvere da sparo, raggiungendo risultati sorprendenti.

Che la scienza medievale abbia preparato il terreno a quella moderna lo attestano numerosi personaggi illustri, che sono ecclesiastici, monaci, maestri di arti liberali attivi nelle scuole cattedrali francesi e inglesi e nelle università. Innanzitutto Gerberto d’Aurillac (950-1003), monaco e primo papa francese, che assunse il nome di Silvestro II, grande studioso di matematica e astronomia, che contribuì alla diffusione dei numeri indo-arabi in Occidente anche mediante l’invenzione dell’abaco e che redasse probabilmente un manuale d’istruzione per l’utilizzo dell’astrolabio, uno strumento che consentiva di ricavare l’ora locale dall’osservazione della posizione delle stelle e dei pianeti. Riguardo allo studio dei fenomeni naturali fu poi significativa la figura di Guglielmo di Conches (1085-1154), maestro della scuola di Chartres che tentò di conciliare la Genesi con il naturalismo del Timeo platonico. Egli introdusse un’importante distinzione tra la causa prima delle realtà create, che è sempre il Creatore, e le cause seconde, ossia le legge naturali, considerate invariabili e regolari, la cui indagine non pregiudicava assolutamente l’onnipotenza divina. In virtù di tale distinzione «egli non solo possedeva una giustificazione per indagare la natura senza violare la sovranità di Dio, ma aveva anche una ragione per credere che la natura fosse sufficientemente regolare nel suo funzionamento da meritarsi di essere esplorata in dettaglio» (p. 92). Ben prima di Galileo i medievali furono in realtà consapevoli che il mondo naturale fosse un libro scritto dal dito di Dio quasi alla stregua della Scrittura e che, in quanto tale, dovesse essere esplorato.

Per l’acquisizione di elementi scientifici su cui fondare lo studio delle discipline del quadrivio prima dell’arrivo in Occidente dei testi di fisica di Aristotele furono particolarmente utili alcune traduzioni di opere di autori antichi realizzate nel XII secolo. Mentre l’inglese Adelardo di Bath tradusse dal greco in latino gli Elementi di Euclide, un testo basilare per la conoscenza della geometria; Gerardo da Cremona tradusse nella stessa lingua direttamente dall’arabo l’Almagesto, ossia il Trattato matematico di Tolomeo, che costituiva una summa delle conoscenze astronomiche greche. Con le traduzioni e i commenti agli scritti di fisica aristotelici si diffusero le più svariate interpretazioni della realtà naturale soprattutto nel mondo arabo. E, contrariamente a quanto si possa pensare, nemmeno la condanna del 1277 di 219 tesi averroiste da parte del vescovo di Parigi Tempier, che pure inasprì la diatriba tra filosofi e teologi, poté arrestare la possibilità di nuove ricerche scientifiche. Anzi, proprio grazie a tale divieto, «i filosofi naturali non erano più costretti a seguire pedissequamente Aristotele, ma potevano fare appello alla libertà di Dio di fare le cose diversamente per sviluppare teorie al di fuori del paradigma aristotelico» (p. 138). Così poté cominciare già nel XIV secolo, con le formulazioni dei maestri calculatores del Merton College di Oxford, un processo di matematizzazione dei fenomeni naturali che sarà poi condensato nelle leggi fisiche moderne sul moto e sulla velocità.

È allora indubbiamente un falso mito quello secondo il quale nell’età medievale l’autorità della Scrittura avrebbe impedito o comunque limitato e influenzato negativamente la ricerca in ambito naturale. Se fosse realmente accaduto ciò, non si spiegherebbe perché, nonostante nel libro di Giobbe si parli dei «lembi» (Gb 38, 13) della terra, pressoché nessun medievale abbia mai creduto che la Terra fosse piatta. E ancora, basti ricordare che un pontefice come Innocenzo III (1198-1216), mediante l’osservazione, sapeva bene che quella della luna fosse soltanto una luce riflessa dal sole, nonostante la Genesi descrivesse «due luci grandi» (Gen 1, 16).

Contro il pregiudizio ideologico della storiografia dapprima protestante, poi illuministica e infine scientista di un passaggio traumatico dalla non scienza dell’età antica al metodo sperimentale della modernità, che tralascia e oltrepassa la «grande interruzione» dei ‘secoli bui’, l’indagine storica ed epistemologica condotta da Hannam sulle radici medievali della scienza moderna ha dunque il grande pregio di mostrare attraverso le fonti una storia troppo spesso misconosciuta di uomini che, mediante la fatica dello studio e della ricerca, hanno contribuito notevolmente al lento e graduale evolversi della conoscenza scientifica.

Fonte: Il Timone (Rivista mensile di informazione e formazione apologetica)

 

Come Chiara Amirante scoprì la gioia del Vangelo

“E gioia sia!”. Gridano queste parole a più riprese i numerosi giovani che hanno affollato il Duomo di Salerno per celebrare la festa diocesana loro dedicata. Una festa all’insegna della gioia vera e alla riscoperta di una letizia nello Spirito Santo come quella che ha toccato il cuore di Chiara Amirante, testimone di una gioia che attrae e che è capace di trasformare anche i cuori più induriti. Chiara, come tutti i giovani, ha cercato inizialmente la gioia nelle lusinghe del mondo e ne ha ricavato delusione e amarezza insieme alla consapevolezza che il mondo non è in grado di soddisfare la sete d’amore del proprio cuore, anzi delude piuttosto le sue attese.

A 17 anni Chiara rischia di perdere la vita in un brutto incidente stradale. L’amico alla guida è ubriaco, l’auto sbanda, va fuori strada, sta precipitando in un burrone ma ella, insieme ai suoi amici, riesce a catapultarsi fuori, ad aggrapparsi a un albero e a mettersi in salvo, tirando un respiro di sollievo mentre osserva la macchina in fiamme. Una scena da film americano, ma purtroppo tragicamente reale. Nell’imminenza della morte lo scampato pericolo le pone innanzi la cruda verità: tutto passa, solo l’amore resta.

Finché un bel giorno Chiara scopre il segreto della gioia vera nell’incontro con la Parola di verità: «Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti rimarrete nel mio Amore. Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena. Questo è il mio comandamento che vi amiate gli uni gli altri come io vi ho amato, nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15, 9-12). Sono bastati questi pochi versetti del Vangelo seminati nella terra fertile del suo cuore a radicarle il desiderio di vivere in pienezza la propria esistenza per custodire la gioia vera di chi rimane nell’amore di Dio anche nei momenti di difficoltà.

A 21 anni Chiara viene infatti colpita da una terribile malattia che aveva intaccato la stessa retina e che rischiava di renderla completamente cieca. Ma nonostante avesse perso già otto decimi della sua vista, i suoi occhi interiori rimanevano saldi nell’amore divino e il suo desiderio di portare Cristo a tutti coloro che incontrava, soprattutto agli ultimi e agli emarginati, non le dava tregua, anzi cresceva sempre di più. Così un bel giorno Chiara presentò il suo anelito al Padre in una semplice preghiera: «Signore, se questo desiderio così folle di andare di notte in strada sei tu a mettermelo nel cuore, mettimi tu nelle condizioni di poterlo realizzare! A te niente è impossibile! Io desidero solo la tua volontà!». La risposta del Padre misericordioso non tardò ad arrivare. All’indomani, quando riaprì gli occhi, Chiara si accorse di vedere meglio. Si recò però ugualmente in ospedale per fare le iniezioni periodiche dentro l’occhio, pensando si trattasse di un miglioramento soltanto temporaneo. I medici tuttavia dovettero constatare che non solo la sua malattia era scomparsa, ma addirittura Chiara era passata da meno otto decimi a una vista pari a più undici decimi.

D’altra parte se Dio le aveva posto nel cuore il desiderio di servire il prossimo per edificare il Suo Regno, è evidente che le avrebbe concesso anche la forza per farlo. Così ha inizio il suo viaggio «nell’inferno della strada» per soddisfare quella spinta interiore che l’esortava ad andare in giro di notte a cercare i fratelli più disperati e abbandonati, gli alcolizzati, i carcerati, i drogati e le prostitute. Non senza un po’ di timore Chiara discende negli inferi della stazione Termini a Roma, dove s’imbatte in una rissa in atto. C’è chi agita bottiglie di vetro e chi invece per colpire tira fuori il coltello. Sarebbe stato sicuramente più prudente fuggire via, ma lo sguardo di Chiara si posa su un giovane che giaceva disteso a terra per overdose. Le tornano in mente le parole di Gesù: “Amatevi come io vi ho amati”. Non poteva dunque lasciarlo lì così. «Dopo qualche scossone, Angelo si è ripreso e io sono stata ad ascoltarlo per un’ora, forse anche di più. Mi ha raccontato tutta la sua vita, fatta di carcere, spaccio, droga». Chiara si preoccupò allora di rispondere al grido di dolore di Angelo, cercandogli un centro, una comunità che avrebbe potuto accoglierlo, ma non ne trovò. All’indomani quando lo incontra nuovamente, Angelo l’abbraccia dicendole: «Chiara, ti ho preso un regalo. Volevo ringraziarti perché mi hai salvato la vita». E Chiara gli risponde: «Ma come ti ho salvato la vita, se non sono neanche stata capace di trovarti un posto dove andare a dormire?». Angelo la invita a seguirlo, le mostra un murales con la scritta: “Nonostante la vostra indifferenza noi esistiamo” e le spiega di averlo dipinto prima di aver deciso di suicidarsi con un’overdose. Poi Angelo aggiunge: «In tutti questi anni di vita di strada, tu sei la prima persona che si è fermata ad ascoltarmi. Allora ho pensato che se anche esiste una sola persona sulla faccia della terra disposta a spendere un’ora del suo tempo con uno come me, allora vale la pena vivere. E poi ho visto nei tuoi occhi quella gioia che io da sempre cercavo. Ora so che esiste e voglio incontrare quel Gesù che te l’ha donata e ti ha portato a rischiare la tua vita per noi».

«Quest’Angelo mi ha fatto comprendere – ha proseguito Chiara nel suo racconto – che responsabilità abbiamo quando non diamo un bicchier d’acqua al fratello che ci dice: “Ho sete”, ho sete del tuo amore, perché da un bicchiere d’amore può dipendere la speranza o la disperazione di qualcuno».

Da quel giorno nel «popolo della notte» Chiara ha incontrato tante storie di abbandono e di disperazione e accarezzato tanti volti che, trasfigurati dall’amore di Dio, da deserti aridi sono divenuti terre rifiorite. Di qui ella ha maturato la decisione di lasciare la propria casa, i suoi genitori e il suo lavoro per dedicarsi agli ultimi e donare loro un raggio di quella gioia vera che porta nel cuore. La Provvidenza divina le ha così ispirato e dischiuso “nuovi orizzonti”. Un’opera costituita di 207 centri di accoglienza, formazione e orientamento; 5 Cittadelle Cielo nel mondo, 450.000 Cavalieri della Luce, profeti di verità ed evangelizzatori di strada. Una missione che ha suscitato e favorito la carità di tanti che si sono fatti carico degli ingenti oneri economici dei diversi progetti del movimento per sostenere un popolo della luce desideroso di comunicare e testimoniare con impegno costante e dedizione apostolica la gioia vera del Cristo Risorto anche negli angoli più oscuri della terra, dove regnano le tenebre del male e dell’indifferenza.

Fonte: La Croce Quotidiano

Don Maurizio Patriciello, testimone di speranza nella terra dei fuochi

«Aurora e Mattia. Hanno entrambi 8 anni. Entrambi sono ricoverati in ospedale. Mattia dona ad Aurora uno spicchio del suo mandarino. Stupendo. Impariamo da loro. Preghiamo per loro. Ho ricevuto dai genitori il permesso di pubblicare la foto. Per portare queste meravigliose creature nelle vostre case e nei vostri cuori. Per far sapere a tutti che Aurora e Mattia sono tra coloro che nella terra dei fuochi lottano, soffrono, sperano. Dio li benedica mille volte». Con queste parole e una foto padre Maurizio Patriciello pubblicava più di un mese fa sulla propria bacheca di facebook il dolore bisognoso di condivisione dei genitori di questi due bambini. È un’immagine di una tenerezza infinita che muove a un’intima compassione.

Aurora e Mattia non sono purtroppo i soli a lottare contro il cancro, che continua a mietere le sue vittime in una piccola striscia di terra compresa tra le provincie di Napoli e Caserta, rimbalzata tristemente agli onori della cronaca locale, nazionale e internazionale come ‘terra dei fuochi’. Sono infatti tante le mamme e i papà e molti i nati di età compresa tra i 22 mesi e i 14 anni che sono saliti al cielo negli ultimi decenni. Don Maurizio Patriciello ha celebrato i loro funerali e ne ricorda i nomi su facebook giorno per giorno in un elenco che sembra destinato drammaticamente a non avere una fine imminente.

Egli ha raccontato nell’auditorium del Centro Sociale di Salerno la sua battaglia quotidiana nella ‘terra dei fuochi’, una terra avvelenata dallo sversamento di milioni di tonnellate di rifiuti speciali, industriali, chimici, farmaceutici, bruciati illegalmente «nelle campagne o ai margini delle strade, che vengono incendiati, dando luogo a roghi, i cui fumi diffondono nell’atmosfera e nelle terre circostanti sostanze tossiche, tra cui diossina; in altri casi i predetti rifiuti sono stati e sono intombati nel suolo, contaminando i terreni agricoli e le falde acquifere con danni incalcolabili per l’uomo determinati dall’avvelenamento della catena alimentare».

«Un patto scellerato tra camorra, industrie e una politica ignava, se non collusa e corrotta» – ha commentato don Patriciello – , sottolineando soprattutto le tragiche ricadute di un giro di affari di milioni di euro consumato sulle salute e la pelle degli abitanti di quelle terre. Terre di quella che fu la Campania felix.

Maurizio Patriciello è di Frattaminore. Si allontanò dalla Chiesa, ma vi fu ricondotto da un incontro, attraverso il quale il Signore tornò a bussare alla porta del suo cuore. Nell’estate del 1985, nei pressi del bosco di Capodimonte, diede un passaggio in auto un frate francescano scalzo. Fu sufficiente quella chiacchierata con fra’ Riccardo perché il Dio vivo fosse riconosciuto nuovamente presente nella sua esistenza. Di lì a poco Maurizio lasciò l’ospedale dove lavorava in qualità di paramedico per entrare in seminario. Ordinato sacerdote a 34 anni, è divenuto parroco di Caivano.

«Nel giugno del 2012 sentii un fetore persistente entrare nella mia casa e in quella dei vicini, mi arrabbiai molto e compresi che il Signore mi chiedeva di agire. Se a questa gente viene rubata l’aria, io posso far finta di non vedere?». Da quella data Padre Maurizio si autodefinisce, con quell’ironia tipicamente napoletana che lo contraddistingue, il «prete della munnezza». «Tuttavia – ci tiene a precisare – non sono né un prete ambientalista, né un prete anticamorra. Sono semplicemente un prete. D’altra parte tutto ciò che riguarda l’uomo riguarda il cristiano». Lungi dall’ingaggiare una personale congiura politica contro i politici di turno, egli vuole innanzitutto «tenere alta l’attenzione al problema». Lo scopo primario della sua missione consiste nell’annunciare il Vangelo, difendendo nello stesso tempo il diritto alla salute della gente della sua terra e soprattutto dando voce al dolore di tante famiglie che hanno perso i propri figli in tenera età.

Quella di Padre Maurizio è anche una battaglia culturale, tesa a ridestare la coscienza di un popolo a cui la criminalità organizzata ha rubato la fiducia e la speranza nel futuro, nella ferma consapevolezza che «chi si ammala muore di cancro grazie anche ai rifiuti tossici provenienti dalle industrie e non dalle nostre case». Una battaglia vissuta in Cristo che ha dato e continua a portare i suoi frutti. Infatti nel 2012 egli si recò dal Presidente della Repubblica con 13 giovanissime mamme che avevano accompagnato nelle lacrime i propri figli al camposanto. All’udire il loro dramma Giorgio Napolitano si commosse fino a piangere. Seguì nel dicembre 2013 una “legge sulla terra dei fuochi”, lo stanziamento di 25 milioni di euro per lo screening sanitario dei pazienti e, di lì a poco, la firma da parte dei vescovi campani di due severi documenti sul tema.

Padre Maurizio si è soffermato ancora sull’attività di “Noi genitori di tutti”, un’associazione di volontari che si preoccupa soprattutto di venire incontro alle esigenze pratiche delle famiglie in difficoltà economiche con bambini ammalati di tumore che necessitano talvolta di cure mediche in centri specializzati situati fuori dalla Campania.

Egli non ha nascosto infine i rischi che la sua missione comporta, le difficoltà e le spine del cammino, come l’amarezza provata recentemente rispetto alla decisione del governo di deviare ben 9,7 milioni dei 10 previsti per continuare ad assicurare la presenza dell’esercito in Campania per garantire la sicurezza dell’Expo di Milano.

Mentre dinanzi a coloro che sulla base dei risultati ottenuti dalle analisi condotte sui terreni finora censiti, sia nel mondo della politica che in quello dell’informazione, minimizzano l’entità del problema e dei danni sulla salute delle persone, don Patriciello cita soltanto due dati significativi. Il primo è tratto da uno studio del geologo Giovanni Balestri, il quale profetizza che il peggio non è ancora giunto, ma arriverà nel 2064 quando il percolato che si sprigiona dalle tonnellate di rifiuti industriali giacenti nella zona vasta di Giugliano avrà raggiunto le falde acquifere. Il secondo è invece il frutto di un’indagine realizzata dal medico Luigi Costanzo. Egli, analizzando le sole richieste di esenzione dal ticket compilate dai malati di cancro col modulo 048 nel distretto sanitario di Frattamaggiore, ha constatato che dal 2008 al 2012 esse sono aumentate del 300%.

Tra le vittime innocenti delle ecomafie vi è anche lo stesso fratello di don Maurizio, ucciso da una leucemia aggressiva lo scorso 19 settembre. Ma il parroco di Caivano non si è perso d’animo e, pur presagendo il rischio di infiltrazioni camorristiche anche nelle stesse operazioni di bonifica delle aree contaminate, rimane consapevole del fatto che «solo la Chiesa può dire la verità nella carità», poiché si pone al di là di ogni sorta di pressione e di interesse politico ed economico e guarda esclusivamente al bene e alla dignità di ogni uomo. Perciò padre Maurizio Patriciello continua a «chiamare a raccolta i buoni e a metterli insieme» e a essere per la sua gente un testimone di fede e di speranza, di una speranza che non può perire e che nessuna violenza può estirpare perché radicata in Cristo Gesù.

Fonte: Agire (Settimanale della Diocesi di Salerno)

Contro la realtà: i padrini del gender

Ogni teoria scientifica che si rispetti ha il suo padre fondatore in colui che l’ha elaborata in ossequio alla realtà e alla natura delle cose. Essa nasce dunque dallo stupore che la realtà stessa desta nell’intelligenza umana che l’ammira. Gli studi di genere nascono invece non dall’osservazione del dato reale, ma da tesi filosofiche sedicenti tali costruite a tavolino con lo scopo pratico di destabilizzare quel modello binario maschile/femminile, considerato come la causa di tutti i mali. Il nemico pubblico da cancellare è il sistema maschilista e logofallocentrico della tradizione metafisica classica, colpevole di aver veicolato nella storia e nella società un ruolo della donna subordinato e quindi inferiore rispetto a quello imperante dell’uomo.

L’ideologia di genere affonda infatti le proprie radici filosofiche nel decostruttivismo di Derrida (1930-2004), per il quale l’essere non è monolite, bensì è in se stesso differenza irriducibile. Secondo tale dottrina, che intende decostruire la metafisica tradizionale, il significato delle cose non è comprensibile in maniera univoca, ma rimanda piuttosto a una pluralità di senso che non può mai essere colta dall’uomo nella sua totalità. Tale pensiero filosofico influenza a sua volta sul piano teoretico le teorie femministe e muove i suoi primi passi sul piano pratico con la rivoluzione sessuale del 1968.

La filosofa francese Simone de Beauvoire (1908-1986), nella sua opera “Il secondo sesso” (1949), considerata il manifesto del femminismo, riteneva che la diversità tra uomo e donna fosse alla base di stereotipi comuni consolidati e di ruoli di genere tradizionali da scardinare, poiché frutto di condizionamenti sociali imposti e forieri di una visione della donna subordinata al modello culturalmente dominante che è quello maschile. È suo il noto slogan: «Donna non si nasce, ma si diventa!». L’idea preconfezionata che sia il papà a dover lavorare per portare i soldi a casa e che la madre sia la custode del focolare domestico va dunque respinta fermamente come un retaggio del passato di una società rigorosamente maschilista.

Allo stesso modo, secondo la filosofa statunitense Donna Haraway, classe 1944, l’uomo è stato concepito tradizionalmente mediante una serie di dualismi che vanno superati, quali sé/altro, mente/corpo, maschile/femminile, natura/cultura. Con l’avanzamento delle tecnologie, la creatura razionale è trasformata piuttosto in un cyborg, in un uomo-macchina che è un ibrido di materiale organico e tecnica, ossia un individuo non determinabile in maniera univoca dal dato biologico, e dunque libero di scegliere la propria sessualità secondo il proprio gusto del momento. In questo contesto la donna-cyborg non è più dominata dall’uomo, né determinata dal proprio sesso, ma può sperimentare tutte le possibili trasformazioni di esso, liberando i propri desideri e facendo valere i propri diritti, in specie quelli riproduttivi, per essere artefice del proprio destino.

Sulla scia d tali idee il pensiero della differenza di matrice femminista, che intende decostruire quella concezione della donna ancorata al modello patriarcale, approda a una nuova categoria elaborata recentemente dalla filosofa Rosi Braidotti, quella della ‘soggettività nomade’. Una soggettività post-identitaria, liquida, ibrida, mai predeterminata o determinabile in modo univoco, ma perennemente esposta alla possibilità di mutare secondo il proprio desiderio.

La gender theory non ha tuttavia alle proprie spalle soltanto le femministe, ma anche i suoi padri ignobili. Innanzitutto il berlinese di origine ebraica Magnus Hirschfeld (1868-1935), considerato uno dei pionieri della sessuologia. Dichiaratamente omosessuale, nel 1897 fondò il “Comitato Scientifico Umanitario”, una tra le prime associazioni per i diritti delle persone omosessuali, che difese strenuamente battendosi per l’abrogazione del paragrafo 175 del Codice Penale tedesco che criminalizzava l’omosessualità. Egli elaborò la teoria di un terzo sesso mediano tra quello maschile e quello femminile. Si deve a lui inoltre la coniatura del termine travestitismo. Magnus si travestiva spesso e per le sue iniziative nel merito fu soprannominato “Zia Magnesia”. Fu proprio il dottor Hirschfeld a realizzare l’operazione per il cambiamento di sesso che trasformò Mogens Einar Wegener, un’artista danese nato maschio, in una donna di nome Lili Elbe. Il primo transessuale della storia subì ben cinque operazioni in due anni e sembra che la causa del suo decesso sia con buona probabilità attribuibile proprio a un rigetto successivo al trapianto dell’utero.

Più celebre di Hirshfeld è certamente Alfred Charles Kinsey (1894-1956), un entomologo americano che, nei suoi due volumi dedicati al comportamento sessuale dell’uomo e della donna finanziati dalla Rockefeller Foundation, si divertì a raccontare ogni sorte di perversione sessuale, ritenendo lecita non solo l’omosessualità ma persino la pedofilia e la zoofilia. Nei “rapporti Kinsey” fu però manipolato lo stesso campione dei soggetti intervistati sui propri comportamenti sessuali. Infatti furono presi in esame esclusivamente testimoni volontari, che non erano nemmeno tanto attendibili se si considera solo che il 25% di essi aveva precedenti penali per crimini sessuali. Appare allora evidente il fine ideologico delle sue ricerche, volto a sovvertire la morale sessuale tradizionale per imporre la liceità d’ogni forma di perversione. Oltre alla raccolta di dati e alla diffusione di materiale pornografico, nei due volumi di Kinsey compare anche esplicitamente un riferimento ai quattro generi sessuali (Lesbian, Gay, Bisexual e Transgender), dai quali deriva l’ormai noto acronimo LGBT.

Ogni teoria scientifica propriamente tale deve essere supportata da almeno una conferma sperimentale. Tale opportunità si presentò allorquando, nello studio di Baltimora dello psicologo e sessuologo neozelandese John William Money (1921-2006), giunsero due gemelli omozigoti nati in Canada nel 1965: i gemelli Bruce e Brian Reimer. Purtroppo quello che doveva essere un semplice intervento di circoncisione per curare la fimosi di Bruce a sette mesi dalla nascita, a causa di un banale incidente avvenuto in sala operatoria, riportò una tragica conseguenza. L’organo sessuale di Bruce rimase irrimediabilmente bruciato. Al dottor Money si presentò così l’occasione che attendeva da una vita e che gli avrebbe consentito di coronare i suoi studi di genere con una fama imperitura. Guadagnato il consenso dei genitori di Bruce, ebbe infatti l’opportunità di riassegnare a questo bambino una sessualità diversa da quella biologica e consigliò alla madre e al padre di crescerlo come una ragazza. Fu allora che Bruce, completamente ignaro di quanto gli stesse succedendo e a seguito di cure ormonali e di un intervento chirurgico, divenne Brenda. Ma qualcosa andò storto. E mentre il dottor Money continuava a scrivere pubblicazioni pseudo-scientifiche sul caso che stava seguendo personalmente, Bruce-Brenda sviluppò un comportamento aggressivo, mostrava di preferire le macchine alle bambole, in bagno faceva la pipì in piedi e disdegnava la compagnia delle amiche. Nonostante avesse iniziato le cure ormonali, mostrò presto di non gradire affatto l’invasività di quel medico. Pertanto, dopo numerose e inefficaci sedute psicologiche, pretese dai genitori di conoscere la sua reale identità. Di qui Bruce-Brenda decise di sottoporsi a ulteriori interventi chirurgici e a cure ormonali nel disperato tentativo di ripristinare la propria identità maschile, un’identità sessuale sopita e anestetizzata, ma di fatto impossibile da sradicare, perché scritta in ogni fibra della sua carne e nel DNA di ogni cellula del suo corpo. Così a 14 anni Bruce-Brenda tornò a essere maschio col nome di David. A 25 anni sposò una donna che aveva avuto già tre figli da tre uomini differenti. Ma la sua vita continuava ad essere segnata da una profonda infelicità che culminò, dopo il suicidio del fratello Brian, con la scelta di seguirlo nella medesima sorta sparandosi un colpo alla testa (chi desiderasse saperne di più su questa storia, può leggere il volume del giornalista John Colapinto, Bruce, Brenda e David. Il ragazzo che fu cresciuto come una ragazza, edito da San Paolo nel 2014). Un esperimento compiuto sì, ma tragicamente fallito.

Ancora una volta è la verità dei fatti a smentire le teorie e a mostrare come nasce un’ideologia, la quale non è altro che il tentativo di piegare la realtà a proprio piacimento per farla rientrare in uno schema ideale prestabilito, calato dall’alto e funzionale soltanto a un sistema di potere. E se la realtà delle cose non rispecchia tale paradigma ideologico, tanto peggio per la realtà. Invece ogni cellula del nostro corpo è sessuata, è XX o XY. Il dato biologico è dunque un elemento imprescindibile, inalienabile e incontrovertibile che struttura l’identità sessuale di ciascuno e non può essere inteso come l’ostacolo da superare con ogni mezzo per imporre altri generi. Insomma, capovolgendo l’ideologia gender, la natura, la cultura e la storia umana concordano nel rilevare che maschi e femmine si nasce, non si diventa.

Fonte: La Croce Quotidiano

Come si fa a dire ancora famiglia?

C’era una volta la famiglia, oggi ci sono invece la “famiglia tradizionale” e le “famiglie arcobaleno”. Mediante l’aggiunta di aggettivi accanto al sostantivo famiglia che non sembrano modificare più di tanto il referente concreto di un termine, viene stravolto invece un significato originario e la “società naturale fondata sul matrimonio” si trova di fatto a essere equiparata ad altre forme di unioni che famiglia non sono. È sufficiente un semplice aggettivo e il gioco è fatto. Alcuni parlano di “gestazioni per altri”, altri semplicemente di “gestazione di sostegno”, mentre coloro che sono maggiormente ancorati alla realtà preferiscono l’espressione più rude di “utero in affitto”. Tuttavia la cosa designata, l’azione di compravendita di un organo dell’apparato riproduttivo femminile, cui tali espressioni alludono, è la medesima. Talvolta basta una perifrasi, breve o lunga che sia, e la realtà appare sfocata, mascherata, e dunque misconosciuta.

In questo modo il political correct esercita il suo potere e, attraverso i media di cui dispone, preferisce parlare, per restare all’ultimo esempio citato, di “gestazione per altri”, di “gestazione di sostegno”, nel tentativo di ammantare di nobiltà una pratica barbara, dal momento che la maternità surrogata prevede l’affitto dell’utero femminile e sfrutta la condizione di bisogno di molte donne, comprandone la dignità. Quella dignità inviolabile che il filosofo illuminista Kant sosteneva non avere prezzo.

«La parola è un gran dominatore che, con un corpo piccolissimo e invisibile, sa compiere cose straordinarie; riesce infatti a calmar la paura, a eliminare il dolore, a suscitare la gioia e ad aumentar la pietà (…). La forza dell’incantesimo, accompagnandosi all’opinione dell’anima, la seduce e la persuade e la trasforma per mezzo del suo incanto». Ne era consapevole il sofista Gorgia quando nel V sec. a. C. celebrava la forza della parola nel suo Encomio di Elena, opera in cui si sforzava di ricercare tutte le giustificazioni possibili per scagionare la moglie di Menelao rapita da Paride dall’aver causato la guerra di Troia. Eppure contro tale uso retorico della parola si scagliò duramente forse il più grande filosofo di tutti i tempi, che denunciò tale capacità subdola del linguaggio «di render forte il discorso debole». Platone contrappose infatti all’uso sofistico del linguaggio una teoria differente, secondo cui le parole hanno il compito fondamentale di tradurre in fonemi significanti quei modelli immutabili ed eterni della realtà, cioè le idee, di cui le cose sono copia. Tale concezione platonica del linguaggio fu poi ripresa anche nel Medioevo nella corrispondenza stabilita fra tre livelli ontologici distinti: l’ordine della realtà, l’ordine delle idee e quello delle parole. Insomma ogni parola fa riferimento a un concetto, il quale a sua volta rimanda alla cosa. Un realismo molto semplice, radicato nel senso comune, ripreso dalla tradizione filosofica classica e utilizzato dagli scienziati come dai bambini quando fanno nuove scoperte, perché conforme alla natura stessa dell’essere delle cose.

La dittatura del pensiero unico, con le sue mistificazioni linguistiche, vuol farci credere piuttosto che questo metodo realista sia ormai obsoleto, che il senso comune inganni, che le cose non siano mai state o comunque non siano più comprensibili in questi termini. La neolingua non vuole guardare la realtà delle cose di cui parla, né dire la verità, anzi vuole coprire intenzionalmente l’una e l’altra con una menzogna che non risulti mai banale, formalmente corretta, meglio ancora se pseudo-scientificamente acclarata, in modo da essere difficilmente smascherabile nella sua falsità.

Il nuovo linguaggio inventa così false contrapposizioni logiche. Ai pro-life dovrebbe contrapporre i pro-dead e invece ecco coloro che sono pro-choice e il gioco degli abortisti è compiuto. Come se la maternità non fosse una scelta, come se l’unica ‘scelta’ che tuteli la libertà della donna sia quella di abortire.

«Parole dette per non dire quello che si ha paura di dire» – questa è l’antilingua – volendo citare il celebre romanzo 1984 dello scrittore George Orwell. Un linguaggio talvolta costitutivamente ossimorico, che parla di “aborto terapeutico”, quasi che l’uccisione di un essere umano possa essere considerata alla stregua di una terapia. Ma per chi? Certamente non per il bambino, cui viene preclusa la possibilità di nascere, né tanto meno per la madre che, nella stragrande maggioranza dei casi, subirà sulla propria pelle le conseguenze traumatiche della sindrome postabortiva. Allo stesso modo la legge 194 è tutta fondata sull’antilingua. Essa non parla tanto di aborto, ma preferisce celarsi dietro la sigla asettica di IVG, di “interruzione volontaria di gravidanza”; non parla né di madre, né di figlio, ma genericamente di donna, concepito, feto e con ironia tragica di nascituro, in riferimento al figlio che non nascerà. Questa legge del 22 maggio del 1978, menzognera fin nel suo titolo, si propone di offrire “norme per la tutela sociale della maternità”, ma, di fatto, non concede nulla affinché una madre sia aiutata ad accogliere il proprio figlio e siano rimosse le cause che la spingerebbero a ricorrere all’aborto. Anzi se la madre vuole abortire, il servizio sanitario nazionale nella sua generosità si dichiara pronto ad accollarsi senza problemi l’onere delle spese dell’intervento chirurgico. Inoltre se la realtà mostra palesemente che prima di ogni embrione non esistono che i gameti (gli spermatozoi e l’ovocita); pur di contraddire la realtà, ecco che ci s’inventa una nuova categoria, quella di pre-embrione. Lo scienziato che formulò la teoria del quattordicesimo giorno così si espresse: «Non c’è dubbio che sin dal concepimento si sviluppa un essere umano, ma risulta utile stabilire un termine convenzionale che ci permetta di poter effettuare studi scientifici». Insomma la ‘nobiltà’ del fine giustificherebbe non solo i mezzi illeciti, ma anche la considerazione meramente strumentale della stessa persona umana. Ben venga dunque per gli antilinguisti il pre-embrione, soprattutto se può esser anche funzionale a vendere scatole di pillole abortive come banali contraccettivi. Purché si rimpinguino le casse delle case farmaceutiche, si può anche far passare sotto silenzio quel primo viaggio dalla tuba all’utero che ciascuno ha compiuto nella prima settimana della propria esistenza e che risulta essenziale per la sua crescita successiva.

I bugiardini della pillola estroprogestinica, di quella “del giorno dopo” e di EllaOne, la pillola dei cinque giorni dopo, parlano chiaro. Si soffermano esclusivamente sull’effetto che tali pillole possono avere nell’impedire il concepimento, mentre trascurano quello che esse riporterebbero a fecondazione già avvenuta. In tal caso, rendendo inospitale l’endometrio della parete uterina, non consentono di fatto l’annidamento di una creatura che ha già circa sette giorni di vita. Quest’effetto abortivo viene omesso intenzionalmente, affinché l’animo della potenziale madre non venga turbato, anzi, sia rinfrancato dalla presunta scientificità del foglietto illustrativo. Così ella potrà liberarsi del suo eventuale figlio a cuor leggero, senza nemmeno accorgersene, buttando giù una pillola con un bicchier d’acqua.

Tale uso antilinguistico delle parole nasce dunque da una sorta di terrore semantico e si nutre della paura, perciò dice e nel contempo smentisce o afferma mezze verità, delineando un perimetro in cui «i significati sono costantemente allontanati, relegati in fondo ad una prospettiva di vocaboli che di per se stessi non vogliono dir niente o vogliono dire qualcosa di vago e di sfuggente» (I. Calvino, in un articolo apparso su «Il Giorno» il 3 febbraio 1965).

Questa paura per i significati autentici delle parole si ritrova anche nella perifrasi “procreazione medicalmente assistita” sintetizzata nella sigla PMA. Di pro-creativo, di generazione al servizio di un Creatore, c’è poco e nulla. Si tratta in realtà di una fabbricazione artificiale e artificiosa dell’umano, medicalmente sostituita, in quanto è il medico il protagonista assoluto, il supervisore e l’addetto alla mescolanza dei gameti. Dal sesso senza figli della contraccezione si passa così ai figli senza sesso voluti ad ogni costo con il ricorso alle tecniche di fecondazione artificiale, scindendo nel primo caso la sessualità dalla fecondità e nel secondo la fecondità dalla corporeità.

Relativamente al fine vita la logica antilinguistica è la stessa: si parla di “eutanasia”, ma la “buona morte” non allude a quella del moribondo che, ricevuta l’estrema unzione, chiude gli occhi nella beata speranza di riaprirli al cospetto del suo Salvatore. Anche l’espressione “lasciar morire”, peculiare della biopolitica, di un potere statuale onnipervasivo che pretende di farsi carico della vita e della morte dei suoi cittadini, distoglie colpevolmente l’attenzione dal soggetto che compie materialmente l’azione, staccando la spina o facendo un’iniezione letale. In tale contesto mortifero anche la compassione viene snaturata nel suo significato autentico di cum-pati, cioè di soffrire insieme, facendosi carico della sofferenza altrui, lenendo il dolore con più amore. Così la lingua si ritorce nuovamente contro se stessa in ossequio a un’ideologia che, pur di costringere la realtà entro le proprie maglie, preferisce fregarsene della realtà.

Come ogni ideologia che si rispetti, la stessa ideologia del gender ha adottato la medesima logica. Ha sostituito all’identità sessuale il genere, al dato biologico il fattore culturale, denigrando contestualmente come “omofobo” chiunque si azzardi a sostenere pubblicamente, pur non discriminando le persone con tendenze omosessuali, che maschi e femmine si nasce e non si diventa.

Alla luce di questi ragionamenti appare evidente che ogni falso mito di progresso è innanzitutto il frutto di una mistificazione linguistica della realtà tesa a scardinare il senso comune e la verità delle cose. Rimanendo in una dialettica antilinguistica in cui le parole non dicono quello che dicono, possiamo concludere infine con una buona dose d’ironia e qualche infingimento neanche troppo surreale che nella cultura dominante ne uccide più la lingua che la spada.

Fonte: La Croce Quotidiano

I coniugi Beltrame Quattrocchi: una santità di coppia

«Una delle novità del terzo millennio saranno le famiglie sante», affermò il Santo Padre Giovanni Paolo II. La vocazione universale alla santità, di cui parlano i documenti del Concilio Vaticano II, non riguarda più soltanto preti e suore, religiosi e consacrate, o comunque singoli fedeli, ma passa anche attraverso l’amore coniugale. È quanto testimoniano gli sposi Beltrame Quattrocchi, i primi a essere canonizzati proprio in quanto coniugi.

«I coniugi si fanno santi insieme, in quanto marito e in quanto moglie». Così Mons. Giuseppe Mani, Arcivescovo Emerito di Cagliari e promotore della causa di beatificazione dei coniugi Beltrame Quattrocchi, ha introdotto la storia della prima famiglia canonizzata in un incontro a Salerno promosso dall’Associazione Dives in Misericordia.

Luigi Beltrame nacque il 12 gennaio 1880 a Catania. Fu cresciuto da uno zio che non aveva figli, dal quale assunse anche il cognome Quattrocchi. Maria Corsini, più giovane di Luigi di quattro anni, nacque invece a Firenze il 24 giugno 1884. I due si conobbero a Roma. Luigi studiò giurisprudenza, divenne un brillante avvocato e fece carriera all’interno dell’Avvocatura dello Stato. Maria fu iscritta all’Istituto Femminile di Commercio per Direttrici e Contabili, ma il suo interesse si rivolse prevalentemente all’approfondimento delle materie letterarie e della pedagogia, confluendo nella pubblicazione di diversi saggi. I due si fidanzarono nel marzo 1905 e il 25 novembre di quello stesso anno celebrarono a Roma il loro matrimonio nella Basilica di Santa Maria Maggiore. Oltre a compiere con profonda dedizione i doveri legati alla propria professione, Luigi s’impegnò nel laicato cattolico in particolare tra le fila dell’Associazione Scoutistica Cattolica Italiana. Fu poi fondatore di un gruppo del Movimento di Rinascita Cristiana e barelliere nell’Unitalsi. Sua moglie si preoccupò invece soprattutto di educare alla fede le giovani della sua parrocchia e di assistere, in qualità di crocerossina, i soldati feriti e i malati. Come il marito, Maria fu molto attiva nell’apostolato, soprattutto nel Movimento Fronte della Famiglia.

L’unione dei coniugi Beltrame Quattrocchi fu benedetta da Dio con la nascita di quattro figli. «Luigi e Maria – prosegue Mons. Mani – costituirono una famiglia aperta a Dio e agli altri senza operare niente di straordinario di ciò che siamo abituati a cercare nei santi». Essi adempirono semplicemente con costanza alla propria missione di sposi e di genitori, rispettivamente di padre e di madre, ma soprattutto radicarono il loro amore nel terreno dell’Amore, irrigandolo quotidianamente con la preghiera comune del Rosario e della Santa Messa. Questo nella salute e nella malattia, nella buona e nella cattiva sorte. Non mancò infatti nella loro vita coniugale il tempo della prova, soprattutto in occasione della quarta gravidanza di Maria. Secondo il ginecologo presso il quale era in cura, ella avrebbe dovuto abortire la figlia, altrimenti avrebbe rischiato la propria stessa vita. Ma Maria non si lasciò intimorire dall’infausta prognosi del medico, anzi alimentò la sua fiducia nella Provvidenza divina. E non rimase delusa. Enrichetta nacque sì all’ottavo mese, ma senza che sua madre subisse quelle temibili conseguenze che le erano state preannunciate. L’orientare a Dio il proprio tempo, nel lavoro come nella carità operosa, consentì a Maria e Luigi di crescere nell’amore vicendevole e nello stesso tempo contribuì alla maturazione della fede dei figli sino alla scelta definitiva di tutti e quattro di offrirsi totalmente al Signore nella vita consacrata.

«La straordinarietà della loro santità è nell’ordinario. Quella vissuta dai coniugi Beltrame Quattrocchi – insiste l’Arcivescovo Emerito di Cagliari – è infatti la ‘santità media’ di cui parla Papa Francesco, quella possibile a tutti, poiché si adatta a tutte le situazioni umane e condizioni di vita».

Sebbene conclusero la propria vita terrena l’uno nel 1951 e l’altra nel 1965, la loro memoria liturgica non fu stabilita nel giorno della loro morte, bensì in quello delle nozze, a testimonianza del fatto che la fonte della loro santità è l’amore di Dio vissuto nel matrimonio. Un matrimonio che non durò un giorno, il tempo della celebrazione e dei festeggiamenti, ma che si abbeverò costantemente alla fonte inesauribile dell’Amore, perenne novità capace di scongiurare ogni noia e stanchezza.

«Attingendo alla parola di Dio ed alla testimonianza dei Santi, i beati Sposi hanno vissuto una vita ordinaria in modo straordinario. Tra le gioie e le preoccupazioni di una famiglia normale, hanno saputo realizzare un’esistenza straordinariamente ricca di spiritualità. Al centro, l’Eucaristia quotidiana, a cui si aggiungevano la devozione filiale alla Vergine Maria, invocata con il Rosario recitato ogni sera, ed il riferimento a saggi consiglieri spirituali (…). Care famiglie, oggi abbiamo una singolare conferma che il cammino di santità compiuto insieme, come coppia, è possibile, è bello, è straordinariamente fecondo ed è fondamentale per il bene della famiglia, della Chiesa e della società. Questo sollecita ad invocare il Signore, perché siano sempre più numerose le coppie di sposi in grado di far trasparire, nella santità della loro vita, il ‘mistero grande’ dell’amore coniugale, che trae origine dalla creazione e si compie nell’unione di Cristo con la Chiesa (cf. Ef 5, 22-33)». Così si espresse Giovanni Paolo II, in occasione della loro beatificazione, il 21 ottobre del 2001.

Modellata sulla straordinaria ordinarietà della Santa Famiglia di Nazaret, la testimonianza di vita familiare dei beati coniugi Beltrame Quattrocchi, i cui corpi riposano nella cripta dell’Antico Santuario del Divino Amore a Roma, conduce Mons. Giuseppe Nasi a constatare infine che la sfida per l’uomo contemporaneo è proprio la fedeltà assoluta all’amore coniugale; «la grande sfida d’oggi è arrivare insieme alla santità. Questo è possibile perché la famiglia produce più amore di quanto ne consuma».

Fonte: LaCroceQuotidiano

Suor Rita Giaretta: la liberazione viene dal Sud

Nella terra dei fuochi la fondatrice di “Casa Rut” racconta la sua lotta contro la prostituzione

Quando nel 1995 giunsero a Caserta per la prima volta le Orsoline del Sacro Cuore di Maria non avevano una missione pianificata a tavolino. Lasciarono perciò che fosse il luogo cui erano state destinate a ispirare i loro propositi, a costituire il terreno buono su cui profondere il proprio carisma consistente nel farsi compagne di strada delle donne in difficoltà. Dall’analisi del territorio scoprirono che a Caserta esisteva un carcere femminile e che molte, anzi troppe ragazze dell’est, dell’Africa nera, per lo più di età compresa tra i 15 e i 20 anni, erano costrette dal racket a prostituirsi. «Siete suore, state al vostro posto! Pregate, state tranquille! Lasciate perdere, è il mestiere più antico della terra, c’è sempre stato da che mondo è mondo!». Furono queste le parole che sentirono pronunciare dall’ispettore di polizia locale allorquando chiesero delucidazioni sulla condizione di queste donne.

Così Rita Giaretta, orsolina di origini vicentine, infermiera ed ex sindacalista della Cisl, racconta in un incontro a Salerno le radici della sua vocazione missionaria e di “Casa Rut”, una comunità di accoglienza che in 20 anni di attività ha liberato 350 donne dalla tratta che le mercificava e ha aiutato a far nascere 60 bambini (il più grande di essi ha ora 17 anni!).

Tutto ha inizio da un gesto di vera carità, semplice ma prezioso per la sua capacità di sciogliere il timore e aprire alla gioia di un incontro. «L’8 marzo 1997 caricammo il bagagliaio della nostra auto con tante piantine di primule. A ciascuna di esse allegammo un messaggino arrotolato, sul quale era scritto in tre lingue (inglese, francese, italiano) semplicemente: “Cara sorella, cara amica, con questo segno vogliamo dirti che qualcuno pensa a te con amore”. Eravamo in quattro, in un’auto di sole donne e, quando ci avvicinammo per la prima volta, il loro primo tentativo fu quello naturale di fuggire, ma poi esse accantonarono le paure e si abbandonarono alla commozione, al pianto. Prendevano la croce che avevamo al collo e la baciavano, chiedendoci di tornare».

Dopo aver donato le quaranta piantine, suor Rita insieme alle sue consorelle ritornò a far loro visita ogni settimana con altri regali, quali un rosario o magari una Bibbia. «Queste ragazze – prosegue suor Rita – non potevano aprirsi subito, perché anche il dolore più intimo e profondo ha bisogno di un tempo. Solo alla terza, alla quarta volta che ci videro, iniziarono a dirci i loro nomi, a farci vedere le ferite dei loro corpi martoriati, le bruciature di sigarette, fino a esclamare: “Mamma, non buono questo lavoro!”». Il loro grido di dolore finalmente non cadeva più nel vuoto, veniva ascoltato e il loro dramma umano compreso. Non erano più schiave abbandonate nelle mani di violenti senza scrupoli, perché qualcuno si era accorto della loro condizione ed era pronto a sottrarle a una tratta disumana che le costringeva a dare i propri corpi in pasto a degli sconosciuti, nell’ansia di colmare un debito sulle proprie teste, che ammonterebbe oggi a una cifra compresa tra i 40000 e i 60000 euro. Fu così che un giorno una di queste ragazze aprì la portiera dell’auto delle suore e vi si infilò dentro, supplicando di portarla via con loro. «Sono state dunque le ragazze – esclama suor Rita – a inventare il nostro servizio, la nostra realtà di “Casa Rut”! Dio ci chiedeva di essere per loro strumento di liberazione». Una libertà che Martina riacquistò a caro prezzo.

Martina è una rumena di 17 anni che, fidandosi del fidanzato che le aveva promesso un lavoro da babysitter in Italia, si trovò segregata in una casa al buio per un anno, ad attendere i suoi clienti ignoti, fino a quando l’eccessivo andirivieni dall’appartamento in cui era nascosta non insospettì i condomini. Essi avvertirono i carabinieri che, presentatisi in borghese come clienti, irruppero in quella casa, la liberarono e la condussero dalle suore che l’avrebbero accolta. Ma il suo calvario non si era concluso. Infatti di lì a poco Martina scoprì di essere incinta e, tra le lacrime, riferì a suor Rita che avrebbe voluto buttare via il frutto di quello stupro. D’altra parte non sapeva neanche come dire ai suoi genitori, del tutto all’oscuro del suo ‘lavoro’, di aspettare un figlio frutto di un’orribile violenza e di padre ignoto. Tuttavia il suo grido disperato di dolore non fu inaudito; trovò risposta tra le pagine di un libro di preghiere che custodiva gelosamente con l’immagine della Vergine. Nel guardare la Madre ella comprese che non avrebbe potuto abortire suo figlio e che avrebbe portato avanti la gravidanza.

La vicenda di Martina è una storia di morte trasformata in vita, di vita nuova, di risurrezione. Le storie di liberazione come la sua rappresentano i miracoli di Casa Rut, una «casa che accoglie, che non giudica e non fa moralismo, in cui si vive la parabola del figliol prodigo al femminile, con un Dio che è madre e apre le porte, che rialza e ridona dignità a chi era perduto». Suor Rita ci tiene a sottolineare l’importanza di offrire a queste donne, quali forme di prima accoglienza, tutti vestiti nuovi. Un segnale che sottende un messaggio altamente significativo: «Ti riconosco nella tua bellezza, ti voglio restituire quella bellezza che altri ti hanno derubato».

Ancora oggi l’opera di suor Rita e di “Casa Rut” non si limita soltanto a ridare dignità alle vittime della tratta, ma dal 2005, attraverso la fondazione di una cooperativa sociale newHope (http://www.coop-newhope.it) vuole offrire alle donne anche un’opportunità professionale concreta, una “nuova speranza” di lavoro nella legalità. Le vittime della strada sottratte al racket che non possono ritornare nei loro paesi perché non hanno pagato il debito ai loro ‘protettori’ trovano quindi a Casa Rut e in questa cooperativa sociale che realizza manufatti etnici di oggettistica, prodotti di arredo casa e bomboniere, «una possibilità di affermazione della propria dignità di persone, un’opportunità di mantenimento, cura ed educazione dei propri figli, di formazione e di inserimento al lavoro, di partecipazione alla vita sociale del Paese, a partire dal territorio in cui vivono». Restituite soprattutto alla loro dignità inalienabile di figlie di Dio, queste donne passano dunque «dalla strada a essere imprenditrici, da rifiuti tra i rifiuti a essere risorse».

Fonte: LaCroceQuotidiano

Il magistero di Benedetto XVI: la fecondità di un’enciclica vivente sulla fede

Umiltà, acume intellettuale e perfetta carità apostolica

Si presentò come “un umile lavoratore nella vigna del Signore” il cardinale Joseph Ratzinger, quando in quel pomeriggio del 19 aprile 2005 si affacciò per la prima volta dai sacri palazzi in veste di nuovo pontefice. L’umiltà, madre di tutte le virtù cristiane, lo ha accompagnato sino alla fine del suo ministero petrino, fino a quelle parole difficili e amare pronunciate lo scorso 11 febbraio nelle quali, a causa della mancanza del vigore del corpo e dello spirito, riconosceva la propria incapacità di amministrare al meglio l’ufficio affidatogli. Da professore di teologia dogmatica e fondamentale nelle più prestigiose università tedesche, da Frisinga, a Bonn, a Ratisbona, Joseph Ratzinger partecipò ai lavori del Concilio Vaticano II come consulente teologico dell’Arcivescovo di Colonia Joseph Frings, divenne Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, Presidente della Pontificia Commissione Biblica e della Pontificia Commissione Teologica Internazionale e Decano del Collegio Cardinalizio.

Eppure nonostante questi titoli altisonanti, egli ha saputo incarnare profondamente quell’umiltà cristiana, che è innanzitutto consapevolezza della pochezza dei propri mezzi, delle proprie fragilità e nel contempo coscienza della grandezza e della misericordia del Creatore. Alla misericordia di Cristo si appellò infatti espressamente quando denunciò la sporcizia presente nella Chiesa nella nona meditazione della Via Crucis del 2005, quando l’allora cardinale evidenziò in particolare la superbia e l’autosufficienza di tanti sacerdoti, che dovrebbero invece appartenere soltanto a Cristo.

Una meditazione provvidenziale e profetica che avrebbe attuato egli stesso in prima persona una volta divenuto Papa, facendo pulizia nell’episcopato al punto tale da rimuovere due o tre vescovi al mese per condotta difforme dal Vangelo. Un’intelligenza finissima, quella di Benedetto XVI, che sin dall’Omelia Pro Eligendo Romano Pontefice ha saputo individuare nel relativismo, incapace di riconoscere nulla di vero, assoluto e definitivo, il male più grave di questo secolo. La sua penna ha prodotto tantissimo anche negli anni del suo pontificato, dai tre splendidi volumi su Gesù di Nazareth, sulla sua personale ricerca del volto di Cristo, alle encicliche sulla carità e la speranza fino a quella sulla fede, che avrebbe voluto scrivere su carta e che invece ha scritto con la propria vita.

Il suo pontificato dall’inizio alla fine è stato infatti, come qualcuno ha autorevolmente detto, un’enciclica vivente, un grande atto di fede, di fiducia in quel Padre buono che invita ciascuno a collaborare con i propri talenti all’edificazione del Regno. Benedetto XVI lo sapeva bene e lo ha ribadito: “La Chiesa non è mia, non è nostra, ma di Cristo!”. Con la sua missione apostolica, prefigurata già dal nome assunto in memoria di San Benedetto, ha annunciato e testimoniato il Vangelo in un mondo ostile alla verità, attingendo perennemente alle radici dell’Europa cristiana.

Dai viaggi in diversi Paesi agli incontri con le autorità politiche, dalle catechesi dedicate ai Padri e ai Dottori della Chiesa all’indizione dell’Anno Paolino, dell’Anno Sacerdotale fino a quello della Fede, egli ha saputo riscoprire la linfa vitale del cristianesimo delle origini per comunicarla all’uomo contemporaneo.

Benedetto XVI non ha abbandonato la Croce di Cristo, ma l’ha abbracciata sin dall’inizio del suo pontificato da vero “alter Christus”. Non è scappato dinanzi agli insulti, quando prima è stato simpaticamente apostrofato “pastore tedesco” e poi con epiteti decisamente più irriverenti quali nazista, omofobo e addirittura pedofilo. Al centro della bufera mediatica per gli scandali dei preti pedofili e dello IOR, egli ha saputo mostrare anche il volto di una Chiesa sofferente e bisognosa di conversione.

Da buon pastore ha chiesto perdono personalmente alle vittime degli abusi, ha tuonato contro il carrierismo dei vescovi, ma ha anche concesso mirabilmente la grazia al maggiordomo Paolo Gabriele, ritrovato a frugargli le carte private. Servo dei servi di Dio, non si è perso d’animo lungo il cammino, ma attingendo a piene mani all’universalismo della ragione, alla fonte della Rivelazione e della sacra liturgia, ripristinata anche nel rito antico, egli ha così illuminato con le sue riflessioni sui principi non negoziabili e sul bene comune, non soltanto i laici e i religiosi, ma anche il mondo dell’economia e della politica.

Questo è stato ed è Benedetto XVI, il Papa ora emerito, un pellegrino come tutti gli altri, come si è autodefinito nel commiato finale a Castelgandolfo, che ha saputo conquistare a Cristo il cuore di tanti fedeli, soprattutto giovani, che hanno avuto modo di apprendere tanto dalla sua umiltà, dal suo acume intellettuale e dalla sua carità. Nella fiducia che il nuovo pontefice recepisca la fecondità del suo magistero, è doveroso rendere grazie a Dio per averlo donato alla sua Chiesa come timoniere della barca di Pietro in tempi così burrascosi.

Fonte: Zenit