Lavoro ed ecumenismo

Il valore dell’opera delle mani dell’uomo e la ‘passione per l’unità’ secondo Paolo VI

Invitato il 10 giugno 1969 a tenere un discorso all’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIT) a Ginevra, in occasione del 50° anniversario di fondazione, Paolo VI decise di visitare in quello stesso giorno anche il Consiglio Ecumenico delle Chiese, pronunciandosi così rispettivamente sia sul tema del lavoro che su quello dell’ecumenismo. Il recente libro a cura di Leonardo Sapienza (Paolo VI, Pietro è il mio nome, Edizioni VivereIn, pp. 93, € 7) riprende principalmente questi due discorsi, alcuni brevi interventi e pensieri del pontefice, insieme a degli appunti inediti riprodotti fedelmente dai suoi stessi manoscritti, che testimoniano l’attenzione pastorale di Montini su questi temi.

“Mai più il lavoro al di sopra del lavoratore, mai più il lavoro contro il lavoratore, ma sempre il lavoro per il lavoratore, il lavoro al servizio dell’uomo, di ogni uomo e di tutto l’uomo”: questo l’appello accorato del pontefice all’OIT. La dignità del lavoro deriva infatti dal suo essere collaborazione dell’uomo all’opera di creazione di Dio e dal fatto che lo stesso “Gesù è conosciuto come il figlio del carpentiere”. Nel suo intervento Paolo VI denuncia senza mezzi termini le ingiustizie sociali della società industrializzata e tecnocratica che spesso, disumanizzando il lavoro, finiscono conseguentemente con lo spersonalizzare anche l’uomo. È invece opportuno auspicare una cooperazione coraggiosa e feconda tra governo, imprenditori e lavoratori al fine di perseguire “la pace universale per mezzo della giustizia sociale”.

“L’orientamento personale che il Papa ha voluto dare al suo ministero apostolico è d’altronde molto bene indicato dal nome che si è scelto, quello di Paolo”. Sul versante dell’ecumenismo, Papa Montini non rimane fermo alle sole parole, ma ne diventa testimone attraverso molti gesti concreti. Quelli più significativi sono stati “l’inginocchiarsi a baciare i piedi del Metropolita Melitone nella Cappella Sistina; l’offerta del suo anello al Primate Anglicano Ramsey; il dono della reliquia del capo di Sant’Andrea a Patrasso”. Tali gesti hanno poi ispirato ulteriori esemplificazioni del papato, dal flabello, l’ampio ventaglio cerimoniale adoperato durante la liturgia, fino alla tiara. Si racconta addirittura che, a seguito di un incontro con un Metropolita orientale, egli fece togliere la croce da tutte le sue calzature, a partire dalle pantofole papali, pur di venire incontro alle diverse sensibilità dei fratelli delle altre chiese. La ‘passione per l’unità’ di Papa Montini che gli fa esclamare “il nostro nome è Pietro” non tradisce però il significato autentico di un vero dialogo ecumenico, anzi mostra chiaramente come esso sia in se stesso sempre un mezzo, mai un fine. Scopo del dialogo tra le fedi resta infatti sempre e comunque “la pienezza di unità che Cristo vuole per la sua Chiesa una e unica”. In quest’ottica si comprende che l’ecumenismo “non è semplicismo, non è irenismo superficiale e incurante delle intrinseche istanze della verità religiosa”; è dunque, per certi versi, “un compito lungo e faticoso”, ma sostanzialmente una grazia da ricevere in dono dal Padre affinché tutti i suoi figli siano uno nel Figlio.

Fonte: FarodiRoma

“Costruiamo la pace, non trasformiamo il Paraguay in un campo di battaglia”, chiedono i vescovi

“Niente più guerre tra fratelli! Costruiamo sempre la pace!”. L’appello di Papa Francesco del 10 luglio 2015 durante la sua visita in Paraguay è purtroppo ancora disatteso in America Latina. Gli fanno eco i vescovi del Paraguay in un comunicato reso pubblico in questo momento particolarmente critico che sta vivendo il loro Paese: “Esortiamo caldamente tutte le autorità e le persone che non usano la violenza, che hanno a cuore l’integrità della vita di tutti, a non trasformare le manifestazioni ‘di dissenso’ in un campo di battaglia. Rispettiamo la vita!”

“Ci appelliamo alle coscienze dei cittadini e di chi è chiamato a governare – prosegue la Conferenza Episcopale del Paraguay – invitandovi a non guardare semplicemente alle motivazione delle vostre azioni, ma soprattutto alle loro conseguenze. Esortiamo i leader e i rappresentanti delle forze politiche a ottenere la fiducia dei cittadini con gesti concreti di incontro, di dialogo e trasparenza, evitando interventi pubblici dettati dalla pressione di incombenze politiche. Incoraggiamo il dialogo tra tutti i settori della vita sociale. Il primato della pace richiede una cultura dell’incontro, la ricerca bene comune e l’unità nazionale, nella consapevolezza che ‘una famiglia divisa in se stessa non può reggere’”.

Nonostante quest’appello accorato, in Paraguay tuttavia la situazione politica rimane fortemente critica, anche a seguito degli episodi di guerriglia verificatisi questa notte nelle strade vicino al Congresso della capitale Asunción. Il malcontento è esploso per l’approvazione di una riforma costituzionale che prevede la possibilità di rielezione anche per gli ex presidenti, compreso quindi quello attuale, Horactio Cartes.

“Bisogna intervenire al più presto per fermare il momento di violenza presente”. Queste le parole rivolte allo stesso Cartes dall’arcivescovo di Asunción, Edmundo Valenzuela, nell’esprimere pubblicamente la contrarietà della Chiesa rispetto a tale riforma per la sua palese incostituzionalità. Poi il prelato ha esortato da un lato la polizia e le forze dell’ordine a “non usare le armi contro i manifestanti”, mentre dall’altro ha invitato caldamente tutti i fedeli soprattutto “a pregare e a chiedere a Dio, per mezzo di Maria, il dono della pace”, affinché il clima di tensione e di violenza non degeneri ulteriormente.

Fonte: FarodiRoma

RoboCup Jr: dal 3 al 6 maggio a Foligno studenti in gara di robotica

“Vogliamo mettere in campo una squadra di robot in grado di vincere a calcio la Coppa del Mondo nel 2050 contro calciatori in carne e ossa”. Con parole simili a queste Alan Mackworth, docente presso l’Università della British Columbia in Canada, deve aver raccontato nel 1997 al mondo accademico e non solo lo scopo di RoboCup, “un’iniziativa scientifica internazionale sorta con l’obiettivo di migliorare lo stato dell’arte dei robot intelligenti”. Sono trascorsi vent’anni da quando il robot Deep Blue ideato da IBM sconfisse il campione del mondo umano nel gioco degli scacchi. Era sempre il 1997 quando, nell’ambito della missione NASA Mars Pathfinder, il rover Sojourner, ossia un veicolo adibito al trasporto su un corpo celeste, atterrò delicatamente sulla superficie di Marte, consentendo così i primi rilievi del suo suolo roccioso.

Nella scia di questi colossi dell’innovazione s’inserisce anche RoboCup che, col suo team di esperti, in prima linea americani e giapponesi, sta oggi ampliato la propria ricerca in materia, adattandola anche alle diverse esigenze della società contemporanea. RoboCup sta infatti mettendo a punto squadre di robot cooperativi e completamente autonomi, che presentano comportamenti e strategie competitive avanzate, abili persino ad aiutare i soccorritori a salvare le persone in situazioni di pericolo.

In Italia RoboCupJunior si propone anche come una ‘rete di rete’ di robotica educativa tra diversi istituti della scuola secondaria superiore “per motivare i giovani a imparare le abilità e le conoscenze necessarie nel campo della scienza, della tecnologia, dell’ingegneria e della matematica, promuovendone le competenze attraverso la partecipazione nella costruzione e programmazione di robot autonomi”.

Pertanto dal 3 al 6 maggio a Foligno le migliori idee degli studenti si sfideranno in gara, mostrando attraverso i propri robot “un nuovo modo di sviluppare le capacità tecniche attraverso l’esperienza con l’elettronica, l’hardware ed il software, e una motivante opportunità di conoscere il lavoro di squadra unitamente alla condivisione di tecnologia con gli amici”. Che vinca il migliore!

Fonte: FarodiRoma

Il ’68 fu vera ‘liberazione’?

Una gioventù sessualmente liberata (o quasi) di Thérèse Hargot

“Siate Pocahontas e lasciate Biancaneve ai nani!”. Nel suo libro Una gioventù sessualmente liberata (o quasi) (pp. 170, Sozogno 2017, € 16.50), tradotto in italiano da Giovanni Marcotullio, Thérèse Hargot  sollecita con questa provocazione le sue studentesse parigine a custodire la propria femminilità, a non concedersi al primo che capita, imparando anche l’arte di saper stare da sole quando necessario.

L’autrice è una giovane sessuologa belga, classe 1984, sposata e madre di 3 figli, laureata in filosofia con un master in scienze sociali alla Sorbona. Nel suo recente volume ha raccolto le testimonianze di molti suoi studenti legate a esperienze sessuali precoci e ne ha analizzato le pesanti ricadute sulla loro crescita e maturazione affettiva. Attraverso il suo lavoro di educatrice e formatrice in materia, la Hargot s’impegna infatti quotidianamente ad aiutare i giovani innanzitutto a conoscere il proprio corpo, a verbalizzare le proprie emozioni, i propri sentimenti e desideri, nella consapevolezza che non può esserci consenso all’atto sessuale senza autonomia né considerazione del suo significato.

In un contesto sociale in cui il sesso è invece spesso vissuto in una dimensione ludica come mera genitalità, la Hargot evidenzia soprattutto gli effetti drammatici della pornografia sulla sfera affettiva dei ragazzi, che li abitua a pensare al proprio partner come “una cosa da rivoltare per il proprio piacere” (p. 31). Col suo “nuovo must: dal ‘dovere di riprodursi’ al ‘dovere di godere’” (p. 31), la pornografia “è divenuta una valvola di sfogo del desiderio proibito: quello di lasciarsi dominare e di dominare” (p. 137). Il suo consumo favorisce l’insorgere di fantasie erotiche destinate a rimanere tali e dunque un motivo in più di frustrazione, in quanto non sono affatto compatibili con una relazione amorosa che voglia definirsi tale.

Nel suo saggio la Hargot rileva in particolar modo le numerose contraddizioni insite negli stessi slogan della ‘rivoluzione sessuale’. “Vietato vietare” o “L’utero è mio e lo gestisco io” ha comportato infatti che “sottraendo al corpo il suo valore sacro, di cui la morale paternalista si voleva garante, ha guadagnato per esso un valore di scambio, cioè di mercato” (p. 80). Per cui oggi nelle relazioni sessuali a farla da padrone è una ‘morale del consenso’, come la definisce la Hargot, dove quello che conta è semplicemente l’assenso tra i due amanti. Basta una volontà concorde a stabilire la moralità della pratica sessuale, nulla importa se si tratti soltanto di un’egoistica e reciproca strumentalizzazione per il proprio piacere. Tale tendenza, che sovverte palesemente la logica del dono sottesa a ogni vera relazione amorosa, emerge in particolar modo nella consolidata prassi della contraccezione. Parlare di sesso oggi non significa più parlare d’amore, ma trattare dei rischi e delle conseguenze di un rapporto sessuale: la contraccezione ha reso la sessualità “come potenzialmente foriera di una minaccia” (p. 73). Laddove “l’amore chiama alla fiducia e all’abbandono”, “il preservativo serve a proteggersi dall’altro” (p. 69).

E ancora, rispetto all’assunzione della ‘pillola del giorno dopo’, la Hargot sottolinea un evidente paradosso: “Le donne si proclamano a gran voce ‘libere, liberate’ quando sono permanentemente sotto il controllo di ormoni che fanno tacere il loro corpo” e “vantano le virtù di una pillola che diminuisce la loro potenza sessuale” (p. 102). In effetti, riducendo la libido sessuale, la ‘pillola del giorno dopo’ fissa gli ormoni femminili allo stato d’infertilità, ponendo in qualche misura sottocontrollo ormonale la loro libertà. Inoltre, se “sopprimere il ciclo mestruale significa permettere alle donne di lavorare ‘come degli uomini’” (p. 162), allora il femminismo ha fallito anche sul piano sociale, per cui le donne rimangono asservite a un sistema maschilista corroborato nel suo potere paradossalmente dalle loro stesse decisioni.

Un altro slogan della rivoluzione sessantottina recitava: “Un bambino, se voglio io, quando voglio io!”. Allora, se la pillola dovesse fallire, ecco pronto il rimedio definitivo a una gravidanza indesiderata, l’ultima frontiera della ‘liberazione sessuale’ delle donne: l’aborto. Esso viene definito dall’autrice con ironia tragica quale “servizio clienti della contraccezione” (p. 112). Un ‘servizio’ che fa due vittime: il nascituro e il cuore della madre che resterà segnato, con l’uccisione del proprio figlio, da una ferita indelebile e difficilmente rimarginabile.

A questo punto viene spontaneo chiedersi: ma fu vera ‘liberazione’? Alla luce di questi elementi sembrerebbe proprio di no. Tuttavia, secondo la Hargot, sulle macerie dell’ideologia femminista, è possibile, anzi è doveroso ricostruire proprio a partire da coloro che ora pagano il prezzo più alto di tale ‘liberazione’ sessuale, ossia le giovani generazioni, le quali necessitano di una nuova alfabetizzazione della dimensione affettiva e sessuale, che muova dalla consapevolezza che “l’amore non è un discorso, s’incarna nel quotidiano” (p. 152).

Fonte: FarodiRoma

“Primavera Hobbit”. Tolkien e l’esperienza cristiana

‘Il Signore degli Anelli’, una straordinaria parabola sull’uomo del nostro secolo

“Io in tutto, tranne che nell’altezza, sono un hobbit”. Si presenta così in una sua lettera J. R. R. Tolkien, quasi identificandosi con una delle bizzarre creature frutto del suo genio creativo, un unicum nel panorama della lettura fantasy e dell’epica.

“Secondo le statistiche inglesi, ‘Il Signore degli Anelli’ è il secondo libro più letto al mondo dopo la Bibbia”. Con il rilievo di questo dato il professor Andrea Monda, docente di religione a scuola e in televisione con la sua trasmissione “Buongiorno Professore” in onda su TV2000, ha inaugurato in una chiesa di S. Francesco alle Stimmate gremita di giovani la “Primavera Hobbit”, una serie di incontri dedicati all’approfondimento di personaggi e temi cari allo scrittore inglese promossa da don Fabio Rosini e dalla Pastorale Vocazionale della Diocesi di Roma.

Se è vero che ogni opera rispecchia la vita del suo autore, allora è necessario ripercorrere innanzitutto la biografia di John Ronald Reuel Tolkien. “Potremmo definirlo semplicemente con queste quattro parole: inglese, filologo, cattolico e papà”, ha affermato Andrea Monda.

“Per quanto non si trovino riferimenti espliciti a Dio e al cristianesimo, non possiamo trascurare il fatto che Tolkien andava a Messa tutti i giorni e collaborò, in virtù delle sue competenze filologiche per le quali fu anche professore a Oxford, alla traduzione della Bibbia di Gerusalemme. La sua fede salda gli fu trasmessa dalla madre che visse sulla propria pelle le conseguenze della conversione dall’anglicanesimo al cattolicesimo: fu costretta infatti a vivere in povertà e solitudine gli ultimi anni della sua vita”. Ecco perché quando un suo amico, padre Murray, gli fece notare in una lettera di rintracciare nella lettura della sua opera “una positiva compatibilità con la dottrina della Grazia”, Tolkien non esitò a replicargli di aver scritto “fondamentalmente un’opera religiosa e cattolica”. Eppure lo stesso scrittore inglese non ebbe tale consapevolezza all’inizio della stesura dell’opera, ma sembra piuttosto che l’abbia maturata in seguito, mediante un’attenta e assidua lettura e rilettura del suo poema. “Solo l’angelo custode conosce il rapporto tra l’artista e la sua opera”, scrisse in una lettera.

Un giorno a Oxford un suo studente consegnò il compito di filologia lasciando il foglio completamente in bianco. Il professor Tolkien su quel foglio scrisse una semplice frase che divenne poi l’incipit di una storia: “In un buco della terra viveva un hobbit”. Di qui prende le mosse una narrazione il cui protagonista, Bilbo Baggins, appartiene a un popolo di strane creature, gli hobbit appunto, ‘mezziuomini’ e pantofolai, che lavorano e godono dei frutti della terra, che amano mangiare, bere, fumare e fare feste, accontentandosi di vivere in tutta pace e tranquillità nella Contea. Ma “i paradisi sulla terra finiscono male”, commenta Andrea Monda rispetto a un simile stile di vita. Per questo motivo Bilbo, che pure ama la Contea, da una parte sente che è un ambiente ristretto e limitante, dall’altra continua a coltivare il desiderio di vivere un’avventura, e per questo coglierà positivamente l’invito di Gandalf a seguirlo nella missione che gli propone. Questo suo distinguersi dagli altri hobbit, gli costerà però anche l’appellativo di “bizzarro” e la perdita della propria rispettabilità, quasi fosse un ‘traditore della patria’.

Alla stessa sorte sembra siano destinati anche gli hobbit protagonisti de “Il Signore degli Anelli”, in particolare Frodo e Sam. Infatti nell’opera che costituisce “una straordinaria parabola sull’uomo del nostro secolo”, per dirla con il professor Monda, “assistiamo al capovolgimento dell’epica classica e dello schema tipico della ‘cerca’. Nelle grandi saghe infatti l’eroe è colui che intraprende un viaggio per una conquista o interviene a sconfiggere i nemici per ripristinare l’ordine; qui invece il grande viaggio non è per prendere ma per perdere; non è intrapreso per affermare se stessi bensì per rinunciare”. Nel rovesciamento del modello dell’epica classica emerge la grande novità del poema tolkieniano, che può sintetizzarsi nella morale del Magnificat. Così la Compagnia dell’Anello, pur essendo “un’armata Brancaleone scalcagnata, riesce nell’impresa, e non perché i suoi componenti siano validi, bensì semplicemente perché i suoi membri insieme costituiscono una compagnia”; le torri degli eroi solitari cadono “perché ha rovesciato i potenti i troni”. È l’epopea degli umili, e gli hobbit lo sono, perciò accade “paradossalmente che Sauron, pur essendo un grande occhio, guardi ma non veda, accecato dalla brama di potere; laddove invece Frodo, nell’osservare Gollum, vede se stesso e ne ha compassione, alla stregua di Bilbo che, a suo tempo, avrebbe potuto uccidere quella misera creatura ma non lo fece”.

Con questa sua narrazione Tolkien, che pure aveva vissuto in prima persona la tragedia della Grande Guerra e ne aveva visto l’orrore in trincea sul fronte francese a Verdun, non ha costruito una banale letteratura fantasy d’evasione, ma ha voluto proporre all’uomo contemporaneo un’altra logica più efficace e adeguata alla realtà, ossia quella dell’eroismo della rinuncia e dell’umiltà, poiché “il superuomo non ci sarà, ma ci salverà il mezz’uomo”. E allora che la “Primavera Hobbit” abbia inizio!

I prossimi appuntamenti con il Prof. Andrea Monda sono in programma il 9, il 16 e il 23 maggio sempre alle ore 19 presso la stessa Chiesa di S. Francesco alle Stimmate.

Fonte: FarodiRoma

ISTAT. Dati allarmanti: su un milione di famiglie lavora solo la donna

Restano numerose le famiglie italiane senza reddito da lavoro. A comunicarlo è l’ISTAT che ha reso pubblici i dati del 2016. Solo una lieve, quasi impercettibile flessione di miglioramento, rispetto al 2015: si è passati infatti da 1 milione 92 mila a 1 milione 85 mila (- 0,7%).

Ma il dato più significativo è questo: in 970.000 nuclei familiari è la donna a portare, come suol dirsi, il pane a casa. In questi nuclei familiari infatti solo la donna lavora, è occupata a tempo pieno o in formula part-time, mentre l’uomo risulta drammaticamente in cerca d’occupazione o inattivo, cioè pensionato o comunque fuori dal mercato del lavoro. Al sostentamento di tali famiglie sembra però provvedano o delle rendite o più facilmente la pensione di qualcuno dei componenti.

Come da copione già letto, la maggioranza di queste famiglie, circa 587.000, senza redditi da lavoro vive nel Mezzogiorno del Paese, segue il Nord con 300.000 unità e il Centro con 198.000. Una cifra invece ulteriormente in aumento rispetto all’anno precedente (+5%) è costituita dalle 192.000 famiglie monogenitoriali, dove c’è sì la mamma, ma è sola, disoccupata e in cerca di lavoro. Si spera dunque che vengano presto attuate nuove politiche familiari sia sul piano economico che su quello sociale in grado di favorire, a partire dalla crescita dell’occupazione, un maggiore benessere per genitori e figli.

Fonte: FarodiRoma

Qualità dell’aria? Con SenseSquare un monitoraggio ad alta risoluzione spazio-temporale

L’aria che respiriamo non è più la stessa. Ce ne accorgiamo quando attraversiamo una strada molto trafficata, quando ci spostiamo a piedi per raggiungere il luogo di lavoro o semplicemente mentre corriamo al parco. Viviamo in città, abitiamo in metropoli con un forte inquinamento atmosferico, ignari di sapere ciò che inaliamo quotidianamente ogni qualvolta facciamo un respiro profondo. Negli ultimi decenni è infatti aumentato notevolmente il livello di ‘polveri sottili’ diffuse nell’aria, che arrecano danni diretti alla salute.

Per valutare la loro presenza nell’atmosfera SenseSquare, giovane start-up con sede a Salerno, ora strutturata come Srls, ha realizzato un sistema innovativo di monitoraggio della qualità dell’aria ad elevata risoluzione spaziale e temporale.

L’ARPA (agenzia regionale per la protezione ambientale) è oggi la principale istituzione preposta all’attuazione della direttiva 2008/50/CE recepita con il decreto legislativo 155/2010 in materia di monitoraggio ambientale.  Tuttavia lo sviluppo di reti di monitoraggio della qualità dell’aria risulta ostacolato da diversi fattori: gli ingenti costi per ciascun nodo (stazione di monitoraggio); le notevoli dimensioni dei nodi che ne rendono praticamente impossibile l’installazione in luoghi particolarmente critici (come i centri urbani densamente popolati) e la rilevazione su un ampio territorio che non riesce a raccogliere i dati dell’inquinamento atmosferico legato a una singola e ristretta zona.

Il sistema sviluppato da SenseSquare consente invece di effettuare il monitoraggio della qualità dell’aria con una risoluzione spazio-temporale molto più elevata rispetto alle attuali tecnologie convenzionali, consentendo di rilevare i dati degli inquinanti gassosi e pulviscolari presenti sul territorio in tempo reale. Su un portale web e naturalmente attraverso l’APP dedicata è così possibile constatare subito il dato di qualità dell’aria che ci circonda.

“Stiamo realizzando la prima rete di monitoraggio dimostrativa nel Comune di Milano, dove abbiamo installato finora 6 stazioni di monitoraggio i cui dati sono disponibili 24/24h on-line (www.sensesquare.eu). Inoltre a breve partirà una campagna di crowdfunding per mappare l’inquinamento nella città”, ci racconta Aristide Giuliano, ingegnere chimico e direttore commerciale della società.

Pur essendo nata nel febbraio del 2016, SenseSquare ha già ottenuto diversi riconoscimenti. Per l’idea innovativa, ha vinto il concorso Power2Innovate promosso da The European House-Ambrosetti nel dicembre 2015 e nel febbraio scorso la seconda edizione di Assiteca Crowd Startup Showcase. Ha poi avuto modo di esporre alla fiera SMAU di Milano e ha ora in cantiere un progetto finanziato da fondi europei per sensibilizzare i giovani alla tematica ambientale. Tale progetto,  destinato ai giovani di età compresa tra i 13 e i 19 anni, propone l’installazione di una stazione di monitoraggio della qualità dell’aria all’esterno della scuola (ad es. su un balcone). In tal modo gli studenti, i professori e tutti coloro che lavorano nella scuola, potranno verificare ogni giorno, in tempo reale e h 24, i livelli di presenza di fattori inquinanti nell’aria che respirano.

Fonte: FarodiRoma

“Quale Chiesa tra vent’anni?” Il Festival Internazionale della Creatività nel Management pastorale a Roma dal 23 al 25 marzo

“Quale Chiesa tra vent’anni?”. È questa la sfida al centro del prossimo Festival Internazionale della Creatività nel Management pastorale in programma dal 23 al 25 marzo presso la Pontificia Università Lateranense. “Attraverso la ricerca, lo scambio, il confronto, cercheremo di costruire un sistema di pensiero coerente che nasca dalle buone prassi e che sappia ispirarle; un pensiero in continuo divenire, ispirato, creativo e creatore, obbediente al Vangelo e fedele ai segni dei tempi che lo Spirito saprà indicarci, nell’ottica della co-ispirazione, della co-responsabilizzazione, e della co-creazione di nuove visioni di Chiesa e pratiche da mettere in atto per generare futuro”, spiegano gli organizzatori.

Per rispondere a questa sfida, è prevista una ricca kermesse di incontri, dibattiti, talk dei ricercatori, tavole rotonde e spettacoli. Dopo il saluto di rito del Magnifico Rettore della PUL, monsignor Enrico Dal Covolo, il Festival si aprirà giovedì 23 alle 15 con la prolusione del Vice Presidente della Cei, monsignor Franco Giulio Brambilla, che traccerà le tappe principali della prossima ‘agenda’ per il cammino della Chiesa. A seguire si parlerà in una tavola rotonda del problema pratico della gestione e dell’organizzazione territoriale di diocesi alle prese con parrocchie sempre più estese e un numero esiguo di vocazioni. Alle 18:30 sarà la ricercatrice dell’Università di Dallas Marti R. Jewell a focalizzare l’attenzione sul concetto di ‘co-responsabilità’ al fine di comprendere le strategie più opportune per gestire proficuamente la collaborazione tra ordinati e laici per far prosperare la comunità. In serata invece è previsto presso la chiesa di S. Maria della Vittoria un evento artistico evocativo davanti all’estasi di Santa Teresa del Bernini con l’arte della danza affidata a suor Anna Nobili e all’HolyDance.

Il tema delle nuove sfide della comunicazione della Chiesa sarà al centro dell’incontro con monsignor Viganò venerdì 24 alle 9, mentre nel “talk dei ricercatori” si discuterà dell’urgenza di una pastorale creativa e flessibile e dell’esigenza di promuovere nuove iniziative di fundraising per far fronte alle necessità economiche delle parrocchie rispettivamente con il Rev. Stephen Fichter, parroco in New Jersey e con Juan Luis Martinezm, Direttore dello Sviluppo della Diocesi di Cordoba in Spagna. Nei workshop del pomeriggio si parlerà invece di come ripensare l’oratorio a partire dalla sua essenza, di pastorale sportiva e di come i nuovi strumenti digitali e i social possano contribuire a rendere più efficace l’annuncio evangelico. Nel pomeriggio Gianni Letta, presidente della Fondazione Civitas Lateranensis, relazionerà sul futuro del rapporto tra Chiesa e istituzioni, mentre le nuove sfide pastorali della Chiesa di Papa Francesco saranno il cuore della riflessione di una ‘conferenza pluriprospettica’ alla quale parteciperanno anche don Fabio Rosini, responsabile della Pastorale per le Vocazioni della Diocesi di Roma e l’ex presidente dell’Azione Cattolica Paola Bignardi. Al centro del successivo workshop con Fabrizio Carletti, docente e coordinatore della Scuola Internazionale di Management Pastorale, sarà piuttosto la necessità di recuperare le dimensioni perdute dell’annuncio, ossia la corporeità, la ritualità, il simbolico, per “una fede incarnata e non solo indossata”. In serata andrà in scena il musical “Nel mare ci sono i coccodrilli”, tratto dal libro di Fabio Geda e realizzato dai giovani della compagnia del Kintsugi Associazione ONLUS Sefiroth.

Tra gli appuntamenti più significativi previsti per sabato 25 una conferenza di Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio sulle ‘periferie’ come nuova opportunità per la Chiesa e un incontro a più voci sulle motivazioni da riscoprire e far riscoprire in merito al sostegno economico alla Chiesa. Nel pomeriggio invece ci sarà un interessante incontro sulle valutazione dei piani pastorali alla luce di un esperimento interculturale realizzato tra USA e Germania. Il festival si chiuderà con la Santa Messa delle 18 presso il Battistero Lateranense.

Un festival da non perdere, come recita lo slogan, “per tornare alla fonte, per recuperare creatività e generare nuove strade per la pastorale”.

Fonte: IlFarodiRoma

“Libertini e moralisti hanno in comune il rifiuto del Padre”

Le ‘riflessioni inattuali’ sulla Quaresima di don Fabio Bartoli presentate da Costanza Miriano

“La Quaresima non è un sacrificio che ci viene chiesto, ma un’opportunità che ci viene data”. Con queste parole la giornalista e scrittrice Costanza Miriano ha introdotto il libro Per fortuna c’è la Quaresima! Riflessioni inattuali, pubblicato recentemente da Ancora (€  10, pp. 112), l’ultima fatica di don Fabio Bartoli, parroco nella chiesa di S. Benedetto al Gazometro.

“Viva Dio, cioè viva io. Noi invece abbiamo l’idea che per essere cristiani dobbiamo reprimerci. Abbiamo l’idea che la vita morale sia fatta di tagli. Ma non è così. Dio ama il corpo, lo ama talmente che ne ha voluto uno per sé”, ha aggiunto don Fabio nel corso dell’incontro di presentazione del suo volume. In esso l’autore sviluppa una riflessione che, meditando sugli atteggiamenti e i gesti che la Chiesa raccomanda nel tempo quaresimale, va al cuore dei contenuti della fede nella forma agevole di una sorta di epistolario. “Sembra quasi la trascrizione di una delle nostre chiacchierate su ‘la vita, l’universo e tutto quanto’, come scherzosamente chiami i nostri colloqui” – scrive don Fabio nell’introduzione – e in effetti questo libro nasce proprio dall’esigenza di rispondere in maniera puntuale agli aneliti del cuore di uno dei giovani della parrocchia alla ricerca di un significato pieno per la propria esistenza.

“Ogni nostro desiderio è una traccia del desiderio di Dio – ha proseguito don Fabio citando C. S. Lewis – e l’ascesi consiste nello scegliere il desiderio migliore, quello cioè che mi porta più velocemente a Dio, laddove il diavolo punta a rompere tale relazione tra il nostro desiderio e Dio, inducendo la creatura a ridurre il Creatore alla creazione, alla stregua di Eva nel paradiso terrestre”.

“Allora qual è il peccato più grande dell’uomo, quale il suo limite?”, gli ha domandato la Miriano. “Il male maggiore è la dimenticanza, l’oblio del Padre”, ha subito replicato don Fabio.  “Libertini e moralisti hanno in comune il rifiuto del Padre: i primi perché vogliono fare quello gli pare e non vogliono saperne del Creatore; i secondi perché si comportano secondo la Legge quasi a voler meritare la salvezza, per ottenere quello che gli spetta. I moralisti non hanno capito che invece Dio vuole donare a noi molto di più di quello che ci spetta. Pertanto questi ultimi sono peggiori dei primi, poiché se i libertini fanno del male solo a sé stessi con la loro condotta difforme al Vangelo; i secondi arrecano danno non solo a sé ma anche al prossimo, offrendo una contro-testimonianza nel non aver compreso che il cristianesimo è l’elogio dell’imperfezione e la salvezza il dono gratuito di Dio che si accoglie e non si ottiene per le sole proprie forze”. In merito al legame tra natura umana e grazia divina, egli ha evidenziato di conseguenza che “il problema non è il peccato, quanto piuttosto il rimanere nel peccato”.

Sollecitato infine da Costanza Miriano sui tre pilastri della Quaresima, don Bartoli ha sottolineato in merito alla preghiera, che occorre “viverla come dono del tempo a Dio”. Quindi il suo consiglio è di silenziare lo smartphone e dedicare possibilmente “tanti brevi momenti di  preghiera”, poiché è poco proficuo se non addirittura “inutile stancare la mente nella preghiera”, come sosteneva S. Agostino. Tuttavia “questo tempo, che è solo di Dio, non va affidato alla spontaneità”. Bisogna cioè decidere molto semplicemente a che ora e quanti minuti pregare per farlo al meglio. Riguardo all’elemosina egli ha detto chiaramente che “se non si capisce a che serve non si fa. Dunque, si fa l’elemosina per aiutare se stessi, non gli altri. Perché colpendo l’egoismo mortifico me stesso e assomiglio di più a Dio. In tal senso evidentemente più dono, più guadagno”. Sul significato del digiuno ha aggiunto ancora che esso serve per “riscoprire il cibo come dono. Trattieni la tua fame, perché così quando mangerai, il cibo sarà luogo d’amore e di comunione”. Digiuno, preghiera ed elemosina sono pertanto delle dimensioni fondamentali da riscoprire nel cammino quaresimale per canalizzare in maniera adeguata rispettivamente “la nostra passione del cibo, l’uso del tempo e del denaro”, nella consapevolezza che “a Dio non interessa che siamo perfetti, ma che lo cerchiamo con desiderio vivo e siamo innamorati di Lui”.

Fonte: FarodiRoma

Quaranta giorni per la vita

Si chiama “40 giorni per la vita” e si svolgerà dal 1 marzo fino al prossimo 9 aprile l’iniziativa di preghiera promossa per la prima volta anche a Roma dal gruppo degli ‘Universitari per la Vita’. Un Rosario al giorno recitato insieme dinanzi all’Azienda Ospedaliera “San Giovanni Addolorata” in Via dell’Amba Aradan, 9; una presenza orante di circa 12 ore quotidiane per sostenere il ‘sì alla vita’ delle madri in difficoltà, tentate di abortire il proprio bambino nella solitudine e nell’abbandono.

Tale iniziativa è stata organizzata da una realtà apartitica e aconfessionale, ossia da un gruppo di giovani che s’impegna a diffondere la cultura pro-life negli atenei italiani a partire da quelli della capitale, promuovendo campagne di sensibilizzazione, attività di formazione ed eventi e coinvolgendo studenti di diverse nazionalità anche attraverso degli aperitivi in università, allo scopo di tutelare e custodire il diritto alla vita di ogni essere umano dal concepimento alla morte naturale, un diritto negato ai 6 milioni di bambini abortiti in Italia dalla legge 194.

Per fronteggiare tale iniqua strage di innocenti e dar voce a chi non ha voce, la preghiera risulta sicuramente l’arma più potente che deve sostenere e accompagnare sempre ogni azione in difesa della vita del bambino non ancora nato. In tutte le sue apparizioni la Vergine Maria, in specie a Lourdes, Fatima e  Medjugorje, ha ricordato la preziosità di una preghiera costante e generosa. Infatti dal 2007 a oggi la “catena dolce che ci rannoda a Dio” recitata davanti agli ospedali ha contribuito a strappare all’aborto 12.668 bambini in tutto il mondo. “40 Days for Life” è nata in America, e più precisamente in Texas, ed è ormai attiva in circa 50 Stati, ma anche in Inghilterra, Spagna, Germania, Argentina e Australia. Il fondatore americano del movimento, Shawn Carney ha evidenziato a più riprese che si tratta di una preghiera pacifica sostenuta spesso anche dal digiuno, che desidera contribuire “ad aprire gli occhi della gente, affinché si renda conto che gli aborti avvengono, purtroppo, anche a pochi passi da casa nostra”.

Pertanto chi desiderasse sostenere tale iniziativa e ricoprire uno o più turni di preghiera, può comunicare ancora la propria adesione personale tramite il sito: http://doodle.com/poll/zcxyeeyzhaqmb7e2

Alla preghiera deve però seguire l’azione. Lo sanno bene gli “Universitari per la Vita”, che sono infatti anche tra i promotori della 7a Marcia per la Vita, il più grande evento nazionale pro-life, che si terrà il prossimo sabato 20 maggio a Roma con partenza alle ore 15 da Piazza della Repubblica.

Fonte: FrammentidiPace