CO2 FREE: le nuove forme di sostenibilità ambientale, sociale ed economica

“La Laudato si’ di Papa Francesco è una pietra miliare nella riflessione sulla sostenibilità”. Con queste parole il direttore del Corriere della Sera Luciano Fontana ha aperto i lavori di CO2 Free, un importante forum all’Augustinianum sulla sostenibilità tra comunicazione e innovazione a partire dall’enciclica di Bergoglio. Gli ha fatto subito eco il sindaco di Roma Virginia Raggi nel suo saluto istituzionale: “Chi legge l’enciclica non può non essere  d’accordo con tutto quanto vi è scritto. È responsabilità di tutti curare la nostra ‘casa comune’ e favorire l’inclusione sociale per camminare insieme, amministratori e cittadini, verso uno sviluppo sostenibile”. Uno sviluppo che si sta già realizzando oltretevere.  “Abbiamo avviato un progetto per uno Stato a emissioni 0”, afferma mons. Dario Edoardo Viganò, Prefetto della Segreteria per la Comunicazione della Santa Sede. “La scelta del rispetto dell’ambiente l’abbiamo avviata da subito come Segreteria della Comunicazione sin dalla scelta del colore degli armadi di colore grigio per ottenere un risparmio del 37% sul sistema d’illuminazione; abbiamo poi scelto soluzioni di media-alta efficienza con moduli closed loop per dissipare il calore e favorire il raffreddamento”. Evidenziando le opportunità green colte dalla Santa Sede, mons. Viganò ha annunciato che il Vaticano dismetterà gli impianti di trasmissione in onde medie, smantellando la grande antenna sulla torre costruita da Leone XIII, mentre ha già ridotto gli spazi attraverso la virtualizzazione, inserendo nello spazio fisico limitato di un solo server ben 100 macchine virtualizzate”. E sulla Laudato si’ lo spin doctor del Papa precisa: “È molto più di un’enciclica green, in quanto lo sviluppo  del creato e quello umano vanno insieme”.

“L’industria dell’auto cambierà negli prossimi 5 anni più di quanto non sia cambiata negli ultimi 50 anni”. Nel solco di questa citazione di Mary Borra, AD di General Motors, Karl-Thomas Neumann, Presidente del Consiglio di Amministrazione di Opel Group, ha rilevato che “la propulsione del futuro è elettrica”. In tema di smart mobility, la nuova Opel Ampera-E è infatti campione di autonomia con i suoi 520 km con un ricarica completa di energia elettrica. “Il futuro già in parte presente consiste – ha proseguito Neumann – nel garantire un’interazione tra  veicoli sempre connessi. D’altra parte la mobilità personale non implica il possesso di un’auto, anche perché nel futuro conteranno solo i chilometri percorsi, soprattutto quando i robo-taxi domineranno le strade”. Tale categoria dell’innovability open è stata particolarmente approfondita da Ernesto Ciorra, Direttore di Innovazione e Sostenibilità di Enel: “Occorre crescere sul piano del progresso per creare un mondo migliore, garantendo sostenibilità economica, ambientale e sociale. Anche perché chi non innova muore. Bisogna andare alla ricerca delle migliori menti, quelle che non innovano per soldi, ma per lasciare qualcosa di sé ai posteri”. Di qui l’impegno costante di Enel nel testare nuove tecnologie in termini di smart energy soprattutto nei paesi in via di sviluppo, allo scopo di riprodurle successivamente nei paesi sviluppati cambiando il proprio modello di business. “Siamo presenti in 38 paesi e siamo il più grande leader in materia di energia rinnovabile negli USA, in quanto collaboriamo con università, centri di ricerca e altre grandi aziende, accettando l’autonomia dei nostri interlocutori, in un clima di opening innovation, creando cioè comunità a pari livello in un rapporto di dialettica continua che ci induce a rimetterci costantemente in discussione proprio grazie alla relazione con gli altri”. A supporto della sua tesi Ciorra racconta l’esperienza di Enel con la comunità cilena che abita nei pressi del Lago del Neltume, le cui acque sono considerate sacre. Di qui la scelta di Enel di evitare di stabilire una centrale in quel luogo, preferendo piuttosto formare gli indigeni locali a un impiego proficuo di pannelli fotovoltaici, in modo da creare valori sostenibili nel tempo. “Il nostro obiettivo è arrivare al 2050 totalmente carbon neutrality”, ha sottolineato ancora Ciorra, mentre ha rilevato con soddisfazione che a oggi “Enel vede un’auto elettrica parcheggiata e in carica per quello che è sostanzialmente: una batteria con le ruote che in Danimarca rende alla rete elettrica 1600 euro l’anno”. Insomma la mission di Enel in materia di sostenibilità, naturalmente preoccupata di conciliare i propri valori con il profitto degli azionisti, può dunque condensarsi in una citazione del poeta mendicante Lorenzo Mullon: “Un giorno sapremo abbracciare il cielo senza restare a mani vuote”.

Pertanto “in ambiente o si vince tutti insieme o si perde tutti insieme”, ha esclamato il Ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti. “Al prossimo G7 si parlerà di politiche di sostenibilità per aumentare la competitività sul mercato. Probabilmente la leadership la prenderà la Cina dal punto di vista economico, ma occorre pensare una strategia comune, altrimenti parleremo di come restituire il ‘debito ambientale’ a quei popoli cui l’abbiamo tolto”. Infatti al tema della sostenibilità ambientale sono strettamente connessi le diseguaglianze, la mancanza di cibo e gli stessi fenomeni migratori.

“La rete sta trasformando moltissime dimensioni della nostra vita. Basti pensare all’uso diffuso di guardare il traffico in tempo reale mediante Google Maps”. Così Carlo Ratti, docente del MIT a Boston, racconta le nuove frontiere della mobilità sostenibile che ha reso “il veicolo stesso quasi come un computer su ruote”. Ne è testimone il successo di Uber che, contro ogni previsione, a San Francesco, ha portato la condivisione della mobilità al 50%. “Crediamo in Dio, ma anche in chi porta dei dati!”. Con ironia e lungimiranza Ratti si focalizza sul futuro alle porte: “Se poi aggiungi dei sensori tridimensionali in modo da avere una mobilità autonoma, puoi chiamare la tua auto Uber semplicemente mediante l’app dedicata. Inoltre, se ogni veicolo sa dove vanno gli altri, elimini il tempo d’attesa agli incroci. Meno auto in circolazione significano anche meno traffico e meno parcheggi”. La mobilità sostenibile è pronta a viaggiare anche sulle acque. Infatti “tra i canali di Amsterdam e quelli di Venezia è in via di sperimentazione una specie di pedalò che si guida da solo”. Allo stesso modo Ratti riprende le ultime ricerche per un utilizzo proficuo dei droni “sia per misurare la qualità dell’aria, sia magari per guidare nella sede Mit gli studenti americani che non conoscano la via per raggiungerla”. E ancora egli ha sottolineato l’importanza dell’uso di microchip per seguire i rifiuti durante il processo di smaltimento, non semplicemente per un fine conoscitivo, bensì per generare prassi etiche all’insegna di una maggiore corresponsabilità sociale. Questa stessa esigenza ha indotto l’apparato delle comunicazioni vaticane, come ha ricordato Francesco Masci della Direzione Tecnologica della Segreteria per la Comunicazione della Santa Sede, a ridurre le emissioni “da 5000 kg a 550 kg di CO2 al giorno solo per i data center e a favorire la dematerializzione, passando da 3 milioni a 1 milione di copie prodotte in formato cartaceo”.

La suora economista Alessandra Smerilli ha invece evidenziato come sia possibile anche una  “finanza sostenibile, elaborando una ‘best in class’ per il proprio fondo di obbligazioni che elimini  petrolio e azzardo perché, come afferma il padre dell’economia civile Antonio Genovesi: “Ogni economia che non è fondata su giustizia, virtù e onore distrugge se stessa”.

A rilevare l’altro risvolto della medaglia della mobilità sostenibile è stato Ennio Cascetta, Coordinatore della Struttura Tecnica di Missione del Ministero dei Trasporti, il quale ha affermato senza mezzi termini: “Le nostre città sono dalla mobilità insostenibile, soprattutto in termini di trasporto pubblico. Perciò ogni 100 persone abbiamo 57 auto, laddove nei paesi europei la media delle auto scende a 33. Tale modello di mobilità fa perdere tempo, salute e soldi. Se l’Italia rientrasse nella media europea risparmierebbe 1500 euro a famiglia”. D’altra parte egli sottolinea altresì che il governo ha stanziato 20 miliardi di euro proprio per implementare tale mobilità nelle aree metropolitane, anche perché “quando si dà offerta in più di qualità, la domanda dei cittadini è più che soddisfacente”.

Giancarlo Morandi ha raccontato ancora l’esperienza di Cobat maturata sul campo recuperando  “17 milioni di batterie da avviare al riciclo e raccolti in 160000 punti d’Italia, nonostante le difficoltà di trattare il litio di cui sono costituite”. Questo perché “l’economia circolare non sia soltanto uno slogan”. Di qui Fabio Orecchini, Direttore del Dipartimento di Ingegneria della Sostenibilità dell’Università G. Marconi di Roma, ha ricordato la necessità di investire anche in altri vettori, quali l’idrogeno e il biometano, insieme all’esigenza di costituire “una ‘rete delle reti’ che, incrociando i diversi dati, ci consenta di occuparci trasversalmente di trasporti, mobilità, innovazione ed educazione”.

“Non c’è dubbio che tutto ruoti intorno all’urgenza di poter vivere bene tutti assieme”, ha detto mons. Vincenzo Paglia, Presidente della Pontificia Accademia per la Vita, a conclusione del forum. “Davanti alla sfida ecologica c’è però quella antropologica. La prima ‘insostenibilità’ è stata la mela, se poi pensiamo al diluvio, è identico all’oggi. La possibilità del disastro universale si presenta allorquando l’uomo non serve il creato, ma vuole servirsene, mettendosi al posto del Creatore. E invece Dio affida all’alleanza tra l’uomo e la donna la custodia del creato per renderlo abitabile per tutti”.

Fonte: FarodiRoma

Festa dei Popoli 2017: “farsi migranti con i migrati” per ricevere e dare

“Costruiamo ponti e non muri”. É ripreso da un’espressione ripetuta frequentemente da Papa Francesco lo slogan dell’edizione 2017 della “Festa dei Popoli”. In apertura di questa significativa occasione di incontro tra diverse comunità etniche si è tenuto un forum di riflessione presso il Pontificio Seminario Romano Maggiore sul tema: “Comunità migranti, Chiesa e Città di Roma: donne in dialogo per l’integrazione tra i popoli”. “Integrare è farsi prossimo delle ferite umane, creare una casa comune in cui nessuno è straniero”. Sono queste le parole di suor Ana Paula Ferreira, una suora missionaria consacrata nel carisma di Scalabrini, la quale ricorda che “accogliere è superare preconcetti per imparare insieme la comunione voluta da Dio”. Suor Ana Paula si sofferma poi sul contributo che, come donne, si è chiamati a dare alla Chiesa, “vivendo la dimensione dinamica e comunitaria della fede”. “La donna è educatrice e annunciatrice del Vangelo, perché nella donna vince sempre la vita, che ella ha il compito di difendere, accogliere e custodire”. Occorre allora, secondo la missionaria scalabriniana, “farsi migranti con i migranti, aiutandoli a superare le difficoltà legate soprattutto all’inserimento in un nuovo contesto”.

“Il dialogo è una forte vocazione della nostra epoca. Bisogna tener conto che nelle zone metropolitane di Roma i migranti residenti sono 12% della popolazione, per il 70% cristiani”, rileva invece una rappresentante della Fondazione Migrantes della Diocesi di Roma. Ella sottolinea come costoro siano accomunati a noi “dalla stessa paura di perdere la propria identità”, mentre hanno anche quella del rischio del fallimento del proprio progetto migratorio. In riferimento alla società italiana, ella evidenzia che noi “siamo una cultura chiusa che non investe nel proprio patrimonio culturale e non fa figli”. Per questo motivo diventa vitale “favorire lo scambio di valori e tradizioni per costruire comunità etniche in relazione e integrate nel tessuto sociale locale, custodendo ‘il dovere dell’identità, il coraggio dell’alterità e la sincerità delle intenzioni’, come ha ricordato Papa Francesco durante la sua visita pastorale in Egitto.

Elena Tonka parla invece per la comunità ucraina: “Siamo un popolo umile, laborioso, da tre anni molto ferito. Ringrazio il popolo italiano e la chiesa di Roma per averci accolto a casa vostra. Siamo in 15.000 a Roma”. Elena sostiene inoltre che bisogna lavorare insieme affinché ci sia presto un accordo bilaterale di sicurezza sociale, poiché attualmente al lavoratore ucraino non viene riconosciuta la pensione degli anni contributivi maturati in Italia, una volta ritornato nel proprio paese natale. Tra i suoi suggerimenti pratici, ella invita a “organizzare corsi di italiano a livello più avanzato e ad aprire sportelli d’ascolto di madrelingua ucraina, poiché abbiamo tanto da mostrare e altrettanto da imparare. E questo lo dobbiamo ai ragazzi ucraini che hanno perso la vita per difendere la democrazia”. Con grande ironia e simpatia Zenaida Villanos Baro racconta invece che “per gli italiani la filippina è la domestica, anche se viene dallo Sri Lanka!”. Stanca di fare questo mestiere, ella ha deciso di iscriversi a ingegneria civile, perché consapevole dell’importanza dell’istruzione. Quindi Zenaida fa un appello molto semplice alla sua comunità: “Continuate a essere onesti!”, un pregio che certamente viene riconosciuto al suo popolo dagli italiani. Patricia Bovadin, giovane laureata peruviana che rappresenta la comunità latino-americana, così si esprime: “Roma è una grande casa dentro cui c’è il mondo. Nella chiesa di Santa Maria degli Angeli condividiamo la lectio divina, ma anche le difficoltà. Chiediamo alla città maggiore attenzione alla nostra realtà, più centri di ascolto e di sostegno psicologico per quei giovani che si sentono dire a scuola di essere deboli, poveri e arretrati”. Con fermezza esorta poi in un appello i suoi connazionali: “Non siate spettatori passivi della società che ci circonda, ma portare la vitalità del Vangelo nella vostra quotidianità”.

“Il Signore c’ha dato il dono profondo di essere fratelli e vogliamo esserlo anche per i membri della comunità romana, perché siamo tutti figli di Dio sotto lo stesso tetto”, dice Cecilia Agyeman Anane, portavoce del Ghana, che ci tiene ulteriormente a precisare: “L’Africa non è quella che vedete per televisione, noi abbiamo tanto calore, perciò siamo tanto rumorosi! Ho amiche italiane che sono per me come sorelle. Noi conferiamo massimo rispetto allo straniero che viene da noi”. E se da un lato invoca un maggiore sostegno della società civile nella ricerca di case e lavoro, dall’altro riconosce che Roma è “bellissima, ma disgraziatamente burocratica”. “Nella Repubblica Democratica del Congo è in atto un cruento massacro. Per questo motivo il 30 giugno faremo una manifestazione per dire no alla morte”, annuncia invece rammaricata una rappresentante congolese. Infine nel suo intervento l’europarlamentare Silvia Costa riconosce di “aver imparato moltissimo dalla straordinaria forza delle donne migranti”. Ella ricorda altresì i nomi dei sacerdoti che si sono spesi o si spendono quotidianamente per tutti i migranti, in particolare mons. Perego, mons. Di Liegro e mons. Musaragno, “il primo a chiamare i giovani migranti ‘studenti esteri’ e non ‘stranieri’”. Ella si sofferma naturalmente sull’impegno della politica per la tutela dei diritti di queste persone, “costruendo percorsi di cittadinanza sociale e giuridica”, nella consapevolezza che “i diritti umani, principio e fondamento di ogni civiltà, vengono prima di quelli giuridici”.

Ad amplificare e fare eco a questo coro di voci femminili anche quella di Mons. Paolo Lojudice, vescovo ausiliare di Roma, durante l’omelia della Santa Messa che ha celebrato alle ore 12,30 nella Basilica di San Giovanni in Laterano. “La Chiesa è questo, siamo noi, che proveniamo da più esperienze, paesi e nazioni. La festa dei popoli è allora la festa della Chiesa, perché i popoli non sono altro che l’unico popolo di Dio, cioè la Chiesa”. E in riferimento alla pagina del vangelo di oggi, nella quale emerge la promessa di Gesù di non lasciarci orfani, egli ricorda che “nessuno sarà mai senza padre e lasciato a sé, ma ciascuno avrà sempre una comunità in dialogo, la Chiesa”. Per questo motivo bisogna “costruire ponti e non muri”. Papa Francesco ripete costantemente tale espressione, secondo il presule, “un po’ come fanno i genitori con gli adolescenti, perché si comprenda il messaggio”. Infatti “costruire i muri ci fa dimenticare che ogni uomo è mio fratello, perché Dio è padre di tutti. È sull’accoglienza dell’altro che si misura la nostra dignità umana”. Perciò, conclude mons. LoJudice, “cerchiamo di costruire i ponti, difendendo la giustizia sociale per ciascun migrante come per i membri della nostra comunità e imparando a non stare zitti quando si parla male di loro. Il paradosso della nostra società è che riusciamo ad andare su Marte e non riusciamo ad accogliere dignitosamente uno straniero. Chiediamo allora al Signore che ci aiuti a superare le paure, le fatiche, affinché ogni giorno vissuto sia un dono ricevuto e un dono offerto, perché questo è il Vangelo: ricevere e dare”.

Fonte: FarodiRoma

“Marcia per la Vita 2017”: in 25.000 per dire sì alla vita, senza compromessi

Roma, Piazza della Repubblica. Sono le ore 15, il cielo si è finalmente aperto dopo la pioggia battente delle ultime ore. Una folla silenziosa comincia a radunarsi, priva di colori e simboli politici, per dire sì alla vita, senza compromessi, dal concepimento alla morte naturale. Si tratta di una fiumana che si ingrossa lungo il percorso, raggiungendo le 25.000 persone. Sono uomini, donne, bambini, ma soprattutto giovani famiglie e religiosi, movimenti, associazioni laicali ed ecclesiali, tutti desiderosi di dare voce a chi non ha voce, quale è ogni bimbo nel grembo materno, il cui cuore comincia a pulsare già alla terza settimana di gravidanza, ossia prima ancora che sua madre s’accorga di essere incinta. A percorrere le vie del centro di Roma fino a Piazza Madonna di Loreto non è soltanto il volto giovane della Chiesa, ma una folla di persone di buona volontà che avanza lentamente, cantando e inneggiando alla vita, perché consapevole attraverso la ragione che la tutela del diritto alla vita è il fondamento imprescindibile di ogni società realmente civile, in quanto la vita è un bene indisponibile che nessuno può darsi da se stesso. Perciò una larga parte di tale popolo della vita ha di conseguenza anche il coraggio di pregare pubblicamente, perché riconosce con lo sguardo della fede che la propria esistenza è un dono prezioso di un Padre buono che ama tutti i suoi figli.

Numerosi i testimoni della cultura della vita che si succedono sul palco in piazza Madonna di Loreto. Tra questi l’imprenditore vicentino Roberto Brazzale, patron di un’azienda leader nella filiera lattiero-casearia, che si premura di dare un ‘baby bonus’ da 1500 euro ai suoi dipendenti per ogni nuovo nato, favorendo e non ostacolando in questo modo il congedo parentale. Così Roberto Panella, giovane che i medici avevano già dato per spacciato a seguito di un terribile incidente stradale e che si è poi risvegliato dal coma, ricorda il dovere dello Stato di provvedere sempre alle cure dei più fragili, piuttosto che preoccuparsi di garantire una morte paventata come indolore, ossia l’eutanasia. La giovane Katy racconta invece di essere figlia di una donna che rimase incinta di lei quando aveva appena 12 anni, a seguito di una violenza sessuale. Eppure se sua madre non fosse stata adeguatamente sostenuta dai volontari della comunità Papa Giovanni XXIII, avrebbe optato per l’aborto e Kay non sarebbe lì sul palco a testimoniare che solo una sovrabbondanza d’amore può lenire ferite interiori tanto profonde. Il docente di filosofia Stéphane Mercier racconta ancora la sua sospensione dall’insegnamento nell’Università Cattolica di Lovanio per avere spiegato durante un suo corso cosa sia l’aborto, ricorrendo al semplice uso della ragione. Egli ha voluto “parlare apertamente agli studenti della dignità umana” e, anche se ad oggi rischia il licenziamento, è sereno in coscienza, poiché consapevole che “nel giorno del giudizio non sarà giudicato dalle autorità accademiche”. Poi è stata la volta della special guest, Gianna Jessen, nota testimonial pro-life americana “nata da un aborto”, o meglio sopravvissuta a una cruenta pratica abortiva diffusa negli Stati Uniti per i feti di 6 mesi. Ella è però nata viva in una clinica abortista di Los Angeles il 6 aprile 1977. “Il medico che mi abortì quel giorno era assente per cui, grazie a un’infermiera, sono stata trasferita di corsa in un ospedale a 49 settimane. Pesavo soltanto 1 kg, ma per me è un dono la paralisi cerebrale. Sono viva grazie a Gesù e non mi vergogno di Lui. Come posso vergognarmi di Dio che mi ha salvato?”, ha esclamato con un sorriso pieno di commozione la Jessen.

Infine è la portavoce del Comitato della Marcia Nazionale per la Vita, la Dr.ssa Virginia Coda Nunziante, a ribadire senza mezzi termini che “nessuno si è dato la vita da sé, perciò noi non possiamo toglierla a qualcuno, non ne abbiamo il diritto. Perché la vita di ciascuno è un bene indisponibile che non appartiene neanche alla madre che l’ha in grembo”. Se da un lato la portavoce ricorda la tragicità di un genocidio silenzioso che, a livello europeo, annovera un aborto ogni 11 secondi, dall’altro esorta con forza “i governi a smettere di finanziare la cultura della morte e a dare piuttosto tali soldi alle famiglie in difficoltà per far crescere i propri figli”. Perché in fondo “una nazione che non promuove la vita è un paese che muore”, Italia compresa.

Fonte: FarodiRoma

Catherine, una donna di oggi, incontra Caterina da Siena, che aveva una gemella

Un romanzo di Sabina Minardi

“Mi chiamo Catherine e ho quasi quarant’anni. Sui miei documenti c’è scritto Caterina, ma in Italia ci sono solo nata, e a nessuno verrebbe in mente di chiamarmi così. Ho un lavoro che mi piace, un amore ufficiale e qualcuno clandestino, il tempo da inseguire ogni giorno e una camera d’albergo per rinchiuderlo: o almeno, per illudermi di riuscirci”. Si presenta così Catherine: è una donna lamentosa e insoddisfatta, che lavora tanto, forse troppo; è in crisi con David, l’uomo che ha accanto, ed è anche stanca di prendersi cura di suo padre che vive in casa con lei. È una donna di oggi in cerca di risposte, che un giorno s’imbatte improvvisamente in un manoscritto misterioso che la introduce nella vita di “una santa di ieri che tentò di cambiare il suo mondo”: Santa Caterina di Siena. L’intreccio di queste due vite, quella di Catherine e quella della patrona d’Italia, è il cuore di Caterina della notte, il recente romanzo di Sabrina Minardi, giornalista de L’Espresso (pp. 377, Piemme 2017, € 18,50).

Il manoscritto che Catherine si trova tra le mani è però una storia nella storia, che conduce il lettore nella Siena del lontano 1370 e gli presenta un’altra donna, Giovanna da Fontebranda, vissuta nello Spedale di Santa Maria della Scala, rifugio di “gettatelli”, luogo per bambini abbandonati, che accoglie anche infermi, viandanti e pellegrini in cammino lungo la Via Francigena. Per una colpa segreta che grava su di lei fin dalla nascita, Giovanna è costretta a non vedere mai la luce del sole. Catherine vuole scoprirne le ragioni, desidera saperne di più sul legame che esiste tra Giovanna e Santa Caterina di Siena, perciò prosegue la lettura, finché decide di recarsi nella sua città natale. Quello da Londra a Siena è, per Catherine, non semplicemente un viaggio, uno spostamento fisico, ma un cammino interiore alla scoperta delle radici del proprio passato, di un passato dominato dalla dolorosa assenza della madre defunta quand’ella era ancora bambina, che la porterà progressivamente a una nuova consapevolezza di sé e della propria storia.

Caterina della notte è un romanzo avvincente, che si sviluppa su due piani paralleli, per cui soltanto nelle ultime pagine il lettore verrà a capo dell’intreccio narrativo, ricevendo quella luce necessaria in grado di illuminare l’intera vicenda, iniziata il 25 marzo 1347 con la nascita di Caterina, la Santa, la preferita del Signore, e della sua gemella Giovanna da Fontebranda.

Fonte: FarodiRoma

The carnage – I cannibali: dal film di Polański al Teatro dell’Angelo

Una tragicommedia sulla crisi dei rapporti umani

Basato sull’opera teatrale “Il dio del massacro” della scrittrice francese Reza Yasmina, cui si è ispirato Roman Polański con l’omonimo film del 2011, “The Carnage – I Cannibali” è in scena al Teatro dell’Angelo fino a domenica 21 maggio in un’inedita trasposizione drammaturgica. Sul palco un cast d’eccezione, composto da Max Caprara e Stefano Ambrogi, protagonisti rispettivamente della fiction “Rocco Schiavone” e del film “Lo chiamavano Jeeg Robot”; da Antonella Alessandro, che presta la voce a Samantha di Sex and City, e Alessandra Muccioli, attrice nelle serie “Boris 3” e “La squadra”.

The carnage è una divertente tragicommedia in cui “la verità delle cose minaccia la loro consolante vuota autorappresentazione e i loro valori costruiti sul nulla”. Un invito a cena cela in realtà una “serata sfigata in cui la cena non c’è”, per cui se il cibo manca, saranno i commensali a trasformarsi da subito in feroci e cinici divoratori l’uno all’altro. Due coppie di vicini di casa provano a dialogare, ma non riescono proprio a farlo senza scontrarsi. Parlano infatti usando frasi stereotipate o raccontano cose senza senso, prive di qualsiasi mordente sulla realtà, del tipo: “All’estero è meglio, qui è un disastro”, perché comprendono in fondo che, paradossalmente, “se chiami le cose col loro nome la gente non ti capisce”. Perciò i quattro protagonisti preferiscono nascondere le proprie vite dietro discorsi oziosi, puntualmente interrotti, o domande lasciate cadere senza risposta. Essi sono tuttavia consapevoli che, dietro la futilità di determinate affermazioni, si celi un temibile horror vacui, quello dell’assenza di senso del proprio esistere, che emerge in tutta la sua dirompente forza, allorquando non ci sono più buone maniere e apparenze da salvaguardare. “Non siamo in grado di affrontare il più piccolo inciampo”, “Quello che più mi affligge è il senso di vuoto”, “Ci siamo divorati a vicenda. I nostri figli sono il nostro pasto quotidiano” sono allora sporadici barlumi di una presa di coscienza che si costruisce progressivamente fino alla consapevolezza di essere una “massa informe che costruisce sul nulla e fluttua sul vuoto”. Una volta estromesso Dio dalla propria esistenza, l’esasperazione di una simile consapevolezza raggiunge il culmine nell’assurda ‘divinizzazione’ di un criceto.

I cannibali è uno spettacolo godibilissimo nel quale si riesce a ridere di gusto anche sulla vacuità amara di certe relazioni umane, grazie soprattutto all’ottima prova interpretativa dei quattro protagonisti, i quali si destreggiano in un non facile cambio di toni, che oscilla amabilmente tra il serio e il faceto, in cui però l’anelito a una reale e autentica conoscenza del vicino, ossia dell’altro, del ‘prossimo’, rimane drammaticamente disatteso. Il sipario può allora chiudersi con un bel brindisi “al vuoto, al nulla e al niente”.

Fonte: FarodiRoma

I baroni contro la vita: la Jessen non entra in ateneo

La dittatura del ‘politicamente corretto’ colpisce ancora. All’Università di Roma Tre non si può parlare d’aborto. È stato infatti censurato l’incontro pubblico di Gianna Jessen con gli studenti universitari, in programma questo pomeriggio alle 15 presso l’aula 17 del Dipartimento di Studi Umanistici in via Ostiense. La Jessen avrebbe dovuto semplicemente parlare di sé e raccontare la sua storia. Eppure questo diritto le è stato negato. Perché? Semplicemente perché la Jessen è “nata per un aborto salino”. Si legge questo sul certificato di nascita di Gianna, la quale è incredibilmente sopravvissuta a tale cruenta pratica abortiva diffusa negli Stati Uniti e riservata a feti di ormai 6 mesi. Anche a Gianna è stata iniettata una soluzione salina che avrebbe dovuto corroderla perché fosse partorita morta il giorno seguente. Ma, con grande sorpresa di tutti, Gianna ha potuto venire alla luce, grazie soprattutto al soccorso di un’infermiera che la fece trasferire repentinamente in ambulanza dalla clinica a un ospedale. “Il medico che avrebbe dovuto abortirmi non ha vinto  ̶  afferma la Jessen in una testimonianza pubblica tenuta al parlamento di Victoria in Australia, il cui video sottotitolato in italiano è reperibile su YouTube,  ̶  anzi ha dovuto firmare il mio certificato di nascita. Io sono la bambina di Dio!”.

Organizzato in collaborazione con CitizenGo, Notizie ProVita e La Quercia Millenaria onlus, l’evento è stato promosso dagli Universitari per la Vita, un’associazione studentesca “apartitica e aconfessionale, che s’impegna a diffondere la ‘cultura per la vita’ negli atenei italiani a partire da quelli della capitale, promuovendo campagne di sensibilizzazione, attività di formazione ed eventi e coinvolgendo studenti di diverse nazionalità anche attraverso degli aperitivi in università, allo scopo di tutelare e custodire il diritto alla vita di ogni essere umano dal concepimento alla morte naturale”.

Secondo ‘voci di corridoio’ già il titolo dell’evento, “Sopravvissuta all’aborto”, avrebbe infastidito alcuni professori, avvalorando il loro pregiudizio che in università si sarebbe svolto “un incontro contro l’aborto”. Di qui, probabilmente dopo aver guardato le altre testimonianze della Jessen in rete, tali docenti avrebbero giudicato il personaggio ‘scomodo’, anche perché “colpevole, sul piano politico, di sostenere in America la destra repubblicana”. Insomma, senza ascoltarla dal vivo, costoro hanno deciso preventivamente che il suo stile sarebbe stato poco dialogante e dunque non idoneo a un’aula universitaria. Così, a meno di ventiquattro ore dall’evento, gli Universitari per la Vita si sono visti negare la concessione dell’aula precedentemente accordata, in quanto la richiesta della stessa sarebbe stata improvvisamente valutata invalida sul piano formale. Il Consiglio della Facoltà di Lettere ha infatti contestato al gruppo di non aver indirizzato correttamente tale richiesta, deliberando che l’incontro con la Jessen fosse confinato in uno spazio ritenuto più congruo all’iniziativa, ossia quello della Cappellania di Roma Tre nei pressi della Basilica di San Paolo fuori le mura. Se il motivo fosse stato soltanto di natura burocratica, un’aula libera si sarebbe magari comunque potuta trovare anche all’ultimo momento. I fatti lasciano invece presagire che la motivazione è di ben altra natura. “Siamo esterrefatti da questa scelta liberticida – ha commentato Filippo Saverese di CitizenGo Italia. Si dimostra che esiste un regime di pensiero che impedisce ad alcune persone di esprimere liberamente e democraticamente il loro pensiero, violando la Costituzione”.

Adottando un simile ostruzionismo, l’università che da un lato invoca il dialogo, dall’altro lo nega di fatto a priori e, privando i suoi studenti dell’opportunità di un sereno e fecondo confronto sul tema dell’aborto, di fatto ne squalifica la riflessione sul piano razionale, relegandolo alla sfera confessionale. Eppure, contrariamente a quanto si potrebbe presumere, il motivo per cui in Italia i ginecologi obiettori sono 7 su 10 è di carattere scientifico, non certamente religioso: i loro occhi vedono la realtà del concepito e, in larga parte, agiscono di conseguenza, tutelandone il diritto alla vita. Essi son ben consapevoli che alla terza settimana dal concepimento, a soli 21 giorni, il cuore di ogni figlio comincia a battere prima ancora che sua madre s’accorga di essere incinta. Nella sua singolarità, questo dato scientifico è sufficiente a testimoniare che l’ideologia può soltanto mistificare ed edulcorare la realtà, ma la natura umana dell’embrione non può che essere riconosciuta da uno sguardo libero da pregiudizi.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

“L’origine del mondo” al Teatro India

Un ‘quadretto familiare’ psicopatologico

L’origine del mondo, ossia il Ritratto di un interno scritto e diretto da Lucia Calamaro, è “una storia di donne, una storia di legami familiari”. In scena al Teatro India fino al 18 maggio questo dramma, che ha già vinto tre prestigiosi premi Ubu, catapulta lo spettatore “in un mondo fatto di elucubrazioni e quotidiano”, alle prese con “una famiglia che ha l’abitudine di scandagliare il reale mentre mangia, chiacchiera, si veste”. Lo spettacolo offre “squarci di forte intensità, capaci di toccare le corte profonde e più intime senza sottrarsi a momenti di disperata allegria e irrefrenabile ironia”.

La scena si apre su Daria, una madre sorpresa dalla figlia durante la notte a frugare nel frigo di casa in caccia di qualcosa di buono, di qualcosa che possa almeno illuderla di essere in grado di risollevarsi dal proprio stato di depressione cronica. Daria vive infatti in “un lutto permanente”, convinta della veridicità di quanto le diceva la zia Brunilde: “Più hai guai, più sai”. Cinica come tutti i suoi simili, si è ormai convita che “la gente ama solo la tua parte vitale, del tuo dolore non gliene frega niente”. La madre della madre, più esaurita della figlia, invece di tirarla su, continua a ripeterle con insistenza: “Tu non ne hai azzeccata una in vita tua” e la definisce, non troppo bonariamente, “una sfollata della vita”. In tale contesto familiare non c’è scampo naturalmente nemmeno per la figlia di Daria, che respira la stessa aria viziata della madre e della nonna. A nulla serve la figura della psicoanalista, “idraulica dell’anima” assolutamente impotente dinanzi alle paturnie mentali e alle attuazioni di meccanismi ‘copionali’ ereditati di madre in figlia. Così, dalle parole della donna che ha alle spalle il vissuto più lungo, emerge il leit motiv delle loro grame esistenze e il mistero sotteso alla stessa ‘origine del mondo’: “Stare nella noia senza affogarsi è il vivere”. “In fondo – riflette infatti l’autrice del dramma – da cosa è composta la vita di un essere umano: un corpo e i suoi andazzi, una mente e i suoi rovelli, le cose e la necessità di gestirle, e poi gli altri, sotto forma di affetti, rivali, problemi, salvezza, ristoro, passione, legami, vantaggi, limiti”. Colto limitatamente ai suoi aspetti negativi, un legame familiare così degradato si rileva purtroppo alla fine incapace di incidere positivamente e di rendere conseguentemente meno triste la vita delle tre protagoniste, complice probabilmente anche l’assenza di figure maschili.

Per questo motivo soprattutto Daria rimane “agita dal suo inconscio” e del tutto priva di relazioni autentiche che la liberino della sua tristezza irrimediabilmente radicata nella sua vita psichica e sociale. Rimangono solo i legami rapporti nevrotici e sclerotizzati con “le cose, che allontanano da un pensiero che ti divora”. Tali legami sono gli unici capaci di incidere. Lo attesta una divertente ‘apologia dello straccio’. In tal senso “qualsiasi esperienza del reale può salvarti”.

Sebbene il testo sia costantemente infarcito di filosofemi certamente non facili da ricordare, è stata davvero intesa la performance interpretativa delle attrici protagoniste Daria Deflorian, Federica Santoro, Daniela Piperno, nei panni di tre donne che danno libero sfogo al proprio ‘flusso di coscienza’ perennemente in bilico sul crinale di una ‘crisi di nervi’.

Fonte: FarodiRoma

Le visite dell’Angelo del Portogallo ai tre pastorelli di Fatima

“Un giovane di quattordici o quindici anni, più bianco della neve, che il sole faceva diventare trasparente come se fosse di cristallo e di una grande bellezza”. Con queste parole suor Lucia descrive le sembianze corporee dell’angelo che le si manifesta a Fatima, mentre era insieme ai suoi cugini Francesco e Giacinta, presentandosi come l’angelo della pace, l’angelo custode del Portogallo. Egli dapprima “insegna ai tre fanciulli un’orazione di adorazione alla Santissima Trinità”, poi li “sollecita a realizzare una missione che consiste nell’offrire sacrifici in riparazione per i peccati dell’umanità, in onore e per amore dei Cuori santissimi di Gesù e di Maria”.

Pochi sanno che i tre pastorelli furono preparati a ricevere le apparizioni mariane proprio dalle visite di un angelo. Così nella primavera del 1916 essi apprendono la celebre Preghiera dell’angelo, che egli stesso insegna loro a recitare come una giaculatoria: “Mio Dio, io credo, adoro, spero e vi amo. Vi chiedo perdono per quelli che non credono, non adorano, non sperano e non vi amano”. L’estate successiva l’Angelo del Portogallo li invita nuovamente alla preghiera, ma anche a offrire penitenze e sacrifici di espiazione per la conversione dei peccatori. Orazione, adorazione e riparazione sono dunque il leit motiv delle tre visite dell’angelo, una “preparazione celeste” alle apparizioni della Vergine in Cova d’Iria. Suor Lucia ricorda con gioia il senso di grande pace che le rimase nell’animo anche dopo tali visioni. Perciò scrive: “La forza della presenza di Dio era così intesa, che ci avvolgeva totalmente e quasi ci annientava. Le nostre anime erano completamente sommerse in Dio”. Durante la terza apparizione l’angelo dona la Santa Eucarestia sotto le specie del pane a Lucia e del calice a Francesco e Giacinta, sacramento di comunione e segno visibile del loro ardente desiderio di compartecipare, mediante l’offerta delle proprie sofferenze, all’agonia di Cristo nelle membra del suo Corpo mistico, cioè la Chiesa, per espiare le colpe dei peccatori. Riconosciuta la preziosità di tale dono della Santa Comunione e consapevole che sarebbe morto in età prematura, il piccolo Francesco, nonostante la sua tenera età, se ne stava di ritorno da scuola tutto il giorno in ginocchio per adorare “Gesù nascosto” nel tabernacolo.

Così gli angeli sono i protagonisti anche di una visione tanto bella quanto vera e confortante che interviene a controbilanciare quella tremenda precedente dell’inferno e delle persecuzioni la Chiesa: “Sotto i due bracci della Croce c’erano due angeli ognuno con un innaffiatoio di cristallo nella mano, nei quali raccoglievano il sangue dei Martiri e con esso irrigavano le anime che si avvicinavo a Dio”. Queste parole scritte da suor Lucia sono state mirabilmente approfondite sul piano teologico da papa Benedetto XVI che ne ha rivelato la natura profetica: “La visione della terza parte del segreto, così angosciosa all’inizio, si conclude con un’immagine di speranza, nessuna sofferenza è inutile, ma una Chiesa sofferente, una Chiesa di martiri si converte per la ricerca di Dio da parte dell’uomo. Inoltre dalla sofferenza dei testimoni deriva una forza di purificazione e di rinnovamento perché si attualizza la stessa sofferenza di Cristo e trasmette nel presente la sua efficacia salvifica”.

Il legame della nazione portoghese con il ‘proprio’ angelo è confermata non solo da tali apparizioni a Lucia, Francesco e Giacinta ma anche da autorevoli testimonianze storiche. Il sovrano Manuel I il Fortunato stabilì già nel 1514 che in Portogallo vi fosse una processione solenne ogni terza domenica di luglio per “ricordare l’angelo custode che ha cura di proteggerci e di difenderci, affinché continui a concederci la sua tutela e la sua protezione”.

Quella degli angeli custodi della nazioni infatti non è dunque semplicemente una pia tradizione, ma una profonda verità teologica, come osserva don Marcello Stanzione, uno dei massimi esperti di angelologia e parroco dell’Abbazia di S. Maria La Nova a Campagna (SA) nel suo recente volume: Gli Angeli Custodi delle Nazioni. Cent’anni fa a Fatima l’Angelo del Portogallo parlava ai tre pastorelli (pp. 171, Sugarco Edizioni 2017, € 16). Tale verità affonda le proprie radici nella Sacra Scrittura, in particolare nel libro del Deuteronomio secondo la versione dei Settanta: “Egli fissò i confini dei popoli secondo il numero dei figli di Dio” (Dt 32, 8) e in quello del profeta Daniele dove si parla dell’arcangelo Michele, custode del popolo eletto, e dei ‘principi’ di Persia e di Grecia (cf. Dn 10, 12-21). L’esistenza di angeli tutelari della nazioni è confermata anche dalla riflessione dei Padri della Chiesa. Clemente Alessandrino sostiene che “vi sono degli angeli preposti alle nazioni e alle città”. S. Agostino, nel suo commento al Salmo 88 scrive che: “Quando Dio fece del popolo d’Israele il suo popolo, non chiuse con ciò la fonte della sua bontà alle nazioni straniere, che egli aveva posto sotto il governo degli angeli”. San Tommaso d’Aquino afferma ancora in proposito: “Il compito di vigilare sulle moltitudini umane compete alla gerarchia dei principati o, forse, a quella degli arcangeli”.

Pertanto la missione affidata agli angeli custodi delle nazioni è quella di guidare i popoli, rivelando i disegni di Dio e partecipando al loro giudizio nel giorno della mietitura. Nel caso di Fatima, il fine delle visite dell’Angelo del Portogallo e delle seguenti apparizioni mariane è racchiuso nel significato autentico dell’unico segreto suddivisibile in tre parti e non ancora pienamente compiuto. Sulla scia di quanto rivelato da suor Lucia, il messaggio di Fatima che risuona per l’intera umanità è, per dirla con Benedetto XVI, “l’esortazione alla preghiera come via per la salvezza delle anime e nello stesso tempo il richiamo alla penitenza e alla conversione; con la certezza che il male non ha l’ultima parola”.

Fonte: FarodiRoma

“La vita ferma: sguardi sul dolore del ricordo” al Teatro India

Un ‘dramma mentale’ sulla dolorosa elaborazione del lutto

“Il ricordo rimane indietro e non la smette mai di ripetere quello stesso identico spettacolo che metteva in scena al momento in cui l’avevamo lasciato, quando non era ancora un ricordo”. Queste parole dello scrittore e drammaturgo austriaco Thomas Bernhard esprimono il leit motiv de La Vita ferma, “un dramma di pensiero in tre atti che accoglie, sviluppa e inquadra il problema della complessa, sporadica e sempre piuttosto colpevolizzante, gestione interiore dei defunti”.

Scritto e diretto da Lucia Calamaro, drammaturgo, regista e attrice che ha costruito il suo percorso artistico tra Italia, Francia e Uruguay, La vita ferma è in scena al Teatro India fino a domenica 14 maggio. Il dramma scandaglia la psiche umana con uno sguardo efficace e leggero, nel contempo attento e penetrante da un lato e divertito e tragicomico dall’altro anche dinanzi al ‘grande abisso’ della morte e al dolore lancinante per la perdita di un proprio caro.

Il sipario si apre pertanto su “uno squarcio di vita di tre vivi qualunque – padre, madre, figlia – attraverso l’incidente e la perdita”, su “uno spazio mentale” che, mediante un costante ricorso al flusso di coscienza, è alle prese con la dolorosa elaborazione del lutto. I dialoghi serrati ora densi di filosofemi, ora schietti e familiari, tra un padre e una figlia costretti a convivere con una presenza schiacciante e ingombrante, quella dello ‘spettro’ di Simona, rispettivamente moglie di Riccardo e madre di Alice, sono resi magistralmente dagli attori Riccardo Goretti, Simona Senzacqua e Alice Redini.

Una famiglia sui generis, in cui il dramma prima della malattia e poi della morte di uno dei suoi componenti è vissuto nella spasmodica ricerca di un senso, la quale non può che rimanere disattesa e senza una risposta adeguata in un orizzonte chiuso alla prospettiva della fede cristiana. Per Riccardo, storico comunista che confessa d’aver dimenticato persino come si fa il segno della croce, alla morte non c’è altro rimedio che il ricordo perché i morti sono morti. Punto. Nella prospettiva cristiana invece la malattia e la sofferenza non costituiscono un muro contro cui si può soltanto sbattere invano la testa, ma sono preziose occasioni di grazia per la salvezza propria e altrui, se offerte in unione al sacrificio di Cristo. Inoltre “ai fedeli la vita non è tolta, ma trasformata”, perciò i morti in grazia di Dio sono più vivi degli stessi vivi perché godono di una vita piena nel Signore che li ha redenti.

Non essendo illuminato da tale ottica, il dramma della Calamaro si concentra dunque essenzialmente sulla costante tensione esistente tra la memoria e l’oblio di tale ricordo, in quanto da una parte il defunto ‘vuole’ essere ricordato, anzi pretende che la memoria di lei rimanga viva nella mente e nel cuore dei propri cari; mentre dall’altra la cristallizzazione del ricordo pare condannare inesorabilmente chi rimane ancora su questa terra a una ‘vita ferma’, per cui l’oblio diventa uno strumento altrettanto necessario affinché la vita riprenda il suo consueto flusso. Per questo motivo il ricordo che Riccardo ha di sua moglie deve sbiadire progressivamente fino all’inverosimile, che accade allorquando egli manifesta apertamente a sua figlia, ormai cresciuta e in attesa di un figlio, di non ricordare nemmeno più dove si trovi la tomba di Simona, poiché la vita gli impone ormai di “pensare a lei senza tristezza”. Perché in fondo, secondo l’autrice romana, ogni ricordo doloroso è così, non lascia scampo e pone dinanzi a un bivio: “O ci pensi e ti sfaceli o non ci pensi”.

Fonte: FarodiRoma

Politica come vocazione laicale. La ‘lezione inattuale’ di Giuseppe Lazzati

Mi raccomando costruite l’uomo sono tra le ultime parole sussurrate, in attesa della morte, dal prof. Giuseppe Lazzati. Tali parole sono il manifesto programmatico della sua intensa e tribolata esistenza di laico cristiano impegnato nel mondo e nella Chiesa”. Con queste parole Marcello Stanzione, noto angelologo e parroco dell’Abbazia di S. Maria La Nova a Campagna (SA) introduce la sua biografia del professore e politico milanese: Giuseppe Lazzati. Vita e pensiero di un laico cattolico ‘serio’ (pp. 104, Edizioni Segno, €9).

Nato a Milano nel 1901, il giovane Lazzati si laureò in letteratura cristiana con una tesi su Teofilo d’Alessandria. La pubblicazione del suo studio segnò l’inizio di una brillante carriera accademica. Docente di letteratura cristiana antica all’Università Cattolica divenne infatti prima preside della Facoltà di Lettere e Filosofia, poi Rettore della medesima università negli anni difficili delle contestazioni studentesche. “Deputato nella Democrazia Cristiana, apparteneva alla corrente programmatica e riformista che faceva capo all’on. Dossetti e che molto influenzò la stesura della carta costituzionale”, visse anche dal 1943 al 1945 un periodo di prigionia nei lager nazisti per aver rifiutato di aderire alla ‘proposta fascista’.

La sua fede viva traspare in tutta la sua forza in quest’ultima drammatica esperienza ed è stata fonte di sicura speranza e di luce per sé e gli altri internati. Infatti Lazzati “si premurò per assicurare in quelle condizioni di pericolo la santa messa, organizzò il rosario meditato, il Gruppo del Vangelo, tanto che in pochissimi giorni la figura del biondo professore era nota in tutto il vasto campo e il suo nome in bocca a tutti e le sue parole a sera attesissime”.

A soli diciannove anni, durante un corso di esercizi spirituali, affermò: “Voglio diventare santo. Cercherò anzitutto di possedere le verità della fede con tutta l’anima, di farle succo del mio sangue, perché ad esse ogni mio attimo si conformi. Che cosa è in fondo il cristianesimo? È Cristo in noi”. Approfondendo tale anelito del cuore, egli intraprese presto la strada della consacrazione laicale tra i “Missionari della Regalità di Cristo” di padre Agostino Gemelli.

Lazzati non fu semplicemente un politico, ma è stato soprattutto “un filosofo e un ideologo della politica” , ossia “un mediatore lineare tra fede e storia, attraverso la ricerca della giusta dosatura del loro rapporto e della loro reciproca autonomia”. Egli aveva chiara la propria vocazione di cattolico impegnato in politica per edificare la città dell’uomo in conformità alla città di Dio: “Chi ispira il suo impegno all’amore, vincendo l’avidità e l’egoismo, opera nella linea della crescita vera dell’uomo; chi invece s’ispira alla ricerca del potere per il potere e dell’affermazione egoistica del proprio io, lavora a costruire una città dell’uomo contro l’uomo stesso”. Tuttavia egli riconosceva altresì che “talvolta i cristiani sono stati accusati di attendere alle cose del cielo e di non impegnarsi nelle cose delle terra; se è vero, tutto ciò è assai grave perché li colpisce in un punto nel quale dovrebbero essere modelli perché loro compito primario è di esercitare la loro intelligenza, volontà e abilità per ridurre a servizio dell’uomo tutte le realtà che sono nel mondo; se il cristiano non fa ciò non realizza neanche in misura piena la sua umanità”.

Per favorire la crescita di una società civile retta occorre infatti ribadire il primato della dimensione morale e “operare, da cristiani, la costruzione della città dell’uomo, a misura d’uomo”, nella consapevolezza che “il laico cristiano si santifica santificando la realtà del mondo”. È questa in sintesi la lezione di Giuseppe Lazzati, purtroppo ignorata e disattesa anche da tanti politici che pure si professano cattolici.

Fonte: FarodiRoma