“Quale Chiesa tra vent’anni?” Il Festival Internazionale della Creatività nel Management pastorale a Roma dal 23 al 25 marzo

“Quale Chiesa tra vent’anni?”. È questa la sfida al centro del prossimo Festival Internazionale della Creatività nel Management pastorale in programma dal 23 al 25 marzo presso la Pontificia Università Lateranense. “Attraverso la ricerca, lo scambio, il confronto, cercheremo di costruire un sistema di pensiero coerente che nasca dalle buone prassi e che sappia ispirarle; un pensiero in continuo divenire, ispirato, creativo e creatore, obbediente al Vangelo e fedele ai segni dei tempi che lo Spirito saprà indicarci, nell’ottica della co-ispirazione, della co-responsabilizzazione, e della co-creazione di nuove visioni di Chiesa e pratiche da mettere in atto per generare futuro”, spiegano gli organizzatori.

Per rispondere a questa sfida, è prevista una ricca kermesse di incontri, dibattiti, talk dei ricercatori, tavole rotonde e spettacoli. Dopo il saluto di rito del Magnifico Rettore della PUL, monsignor Enrico Dal Covolo, il Festival si aprirà giovedì 23 alle 15 con la prolusione del Vice Presidente della Cei, monsignor Franco Giulio Brambilla, che traccerà le tappe principali della prossima ‘agenda’ per il cammino della Chiesa. A seguire si parlerà in una tavola rotonda del problema pratico della gestione e dell’organizzazione territoriale di diocesi alle prese con parrocchie sempre più estese e un numero esiguo di vocazioni. Alle 18:30 sarà la ricercatrice dell’Università di Dallas Marti R. Jewell a focalizzare l’attenzione sul concetto di ‘co-responsabilità’ al fine di comprendere le strategie più opportune per gestire proficuamente la collaborazione tra ordinati e laici per far prosperare la comunità. In serata invece è previsto presso la chiesa di S. Maria della Vittoria un evento artistico evocativo davanti all’estasi di Santa Teresa del Bernini con l’arte della danza affidata a suor Anna Nobili e all’HolyDance.

Il tema delle nuove sfide della comunicazione della Chiesa sarà al centro dell’incontro con monsignor Viganò venerdì 24 alle 9, mentre nel “talk dei ricercatori” si discuterà dell’urgenza di una pastorale creativa e flessibile e dell’esigenza di promuovere nuove iniziative di fundraising per far fronte alle necessità economiche delle parrocchie rispettivamente con il Rev. Stephen Fichter, parroco in New Jersey e con Juan Luis Martinezm, Direttore dello Sviluppo della Diocesi di Cordoba in Spagna. Nei workshop del pomeriggio si parlerà invece di come ripensare l’oratorio a partire dalla sua essenza, di pastorale sportiva e di come i nuovi strumenti digitali e i social possano contribuire a rendere più efficace l’annuncio evangelico. Nel pomeriggio Gianni Letta, presidente della Fondazione Civitas Lateranensis, relazionerà sul futuro del rapporto tra Chiesa e istituzioni, mentre le nuove sfide pastorali della Chiesa di Papa Francesco saranno il cuore della riflessione di una ‘conferenza pluriprospettica’ alla quale parteciperanno anche don Fabio Rosini, responsabile della Pastorale per le Vocazioni della Diocesi di Roma e l’ex presidente dell’Azione Cattolica Paola Bignardi. Al centro del successivo workshop con Fabrizio Carletti, docente e coordinatore della Scuola Internazionale di Management Pastorale, sarà piuttosto la necessità di recuperare le dimensioni perdute dell’annuncio, ossia la corporeità, la ritualità, il simbolico, per “una fede incarnata e non solo indossata”. In serata andrà in scena il musical “Nel mare ci sono i coccodrilli”, tratto dal libro di Fabio Geda e realizzato dai giovani della compagnia del Kintsugi Associazione ONLUS Sefiroth.

Tra gli appuntamenti più significativi previsti per sabato 25 una conferenza di Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio sulle ‘periferie’ come nuova opportunità per la Chiesa e un incontro a più voci sulle motivazioni da riscoprire e far riscoprire in merito al sostegno economico alla Chiesa. Nel pomeriggio invece ci sarà un interessante incontro sulle valutazione dei piani pastorali alla luce di un esperimento interculturale realizzato tra USA e Germania. Il festival si chiuderà con la Santa Messa delle 18 presso il Battistero Lateranense.

Un festival da non perdere, come recita lo slogan, “per tornare alla fonte, per recuperare creatività e generare nuove strade per la pastorale”.

Fonte: IlFarodiRoma

Il magistero di Benedetto XVI: la fecondità di un’enciclica vivente sulla fede

Umiltà, acume intellettuale e perfetta carità apostolica

Si presentò come “un umile lavoratore nella vigna del Signore” il cardinale Joseph Ratzinger, quando in quel pomeriggio del 19 aprile 2005 si affacciò per la prima volta dai sacri palazzi in veste di nuovo pontefice. L’umiltà, madre di tutte le virtù cristiane, lo ha accompagnato sino alla fine del suo ministero petrino, fino a quelle parole difficili e amare pronunciate lo scorso 11 febbraio nelle quali, a causa della mancanza del vigore del corpo e dello spirito, riconosceva la propria incapacità di amministrare al meglio l’ufficio affidatogli. Da professore di teologia dogmatica e fondamentale nelle più prestigiose università tedesche, da Frisinga, a Bonn, a Ratisbona, Joseph Ratzinger partecipò ai lavori del Concilio Vaticano II come consulente teologico dell’Arcivescovo di Colonia Joseph Frings, divenne Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, Presidente della Pontificia Commissione Biblica e della Pontificia Commissione Teologica Internazionale e Decano del Collegio Cardinalizio.

Eppure nonostante questi titoli altisonanti, egli ha saputo incarnare profondamente quell’umiltà cristiana, che è innanzitutto consapevolezza della pochezza dei propri mezzi, delle proprie fragilità e nel contempo coscienza della grandezza e della misericordia del Creatore. Alla misericordia di Cristo si appellò infatti espressamente quando denunciò la sporcizia presente nella Chiesa nella nona meditazione della Via Crucis del 2005, quando l’allora cardinale evidenziò in particolare la superbia e l’autosufficienza di tanti sacerdoti, che dovrebbero invece appartenere soltanto a Cristo.

Una meditazione provvidenziale e profetica che avrebbe attuato egli stesso in prima persona una volta divenuto Papa, facendo pulizia nell’episcopato al punto tale da rimuovere due o tre vescovi al mese per condotta difforme dal Vangelo. Un’intelligenza finissima, quella di Benedetto XVI, che sin dall’Omelia Pro Eligendo Romano Pontefice ha saputo individuare nel relativismo, incapace di riconoscere nulla di vero, assoluto e definitivo, il male più grave di questo secolo. La sua penna ha prodotto tantissimo anche negli anni del suo pontificato, dai tre splendidi volumi su Gesù di Nazareth, sulla sua personale ricerca del volto di Cristo, alle encicliche sulla carità e la speranza fino a quella sulla fede, che avrebbe voluto scrivere su carta e che invece ha scritto con la propria vita.

Il suo pontificato dall’inizio alla fine è stato infatti, come qualcuno ha autorevolmente detto, un’enciclica vivente, un grande atto di fede, di fiducia in quel Padre buono che invita ciascuno a collaborare con i propri talenti all’edificazione del Regno. Benedetto XVI lo sapeva bene e lo ha ribadito: “La Chiesa non è mia, non è nostra, ma di Cristo!”. Con la sua missione apostolica, prefigurata già dal nome assunto in memoria di San Benedetto, ha annunciato e testimoniato il Vangelo in un mondo ostile alla verità, attingendo perennemente alle radici dell’Europa cristiana.

Dai viaggi in diversi Paesi agli incontri con le autorità politiche, dalle catechesi dedicate ai Padri e ai Dottori della Chiesa all’indizione dell’Anno Paolino, dell’Anno Sacerdotale fino a quello della Fede, egli ha saputo riscoprire la linfa vitale del cristianesimo delle origini per comunicarla all’uomo contemporaneo.

Benedetto XVI non ha abbandonato la Croce di Cristo, ma l’ha abbracciata sin dall’inizio del suo pontificato da vero “alter Christus”. Non è scappato dinanzi agli insulti, quando prima è stato simpaticamente apostrofato “pastore tedesco” e poi con epiteti decisamente più irriverenti quali nazista, omofobo e addirittura pedofilo. Al centro della bufera mediatica per gli scandali dei preti pedofili e dello IOR, egli ha saputo mostrare anche il volto di una Chiesa sofferente e bisognosa di conversione.

Da buon pastore ha chiesto perdono personalmente alle vittime degli abusi, ha tuonato contro il carrierismo dei vescovi, ma ha anche concesso mirabilmente la grazia al maggiordomo Paolo Gabriele, ritrovato a frugargli le carte private. Servo dei servi di Dio, non si è perso d’animo lungo il cammino, ma attingendo a piene mani all’universalismo della ragione, alla fonte della Rivelazione e della sacra liturgia, ripristinata anche nel rito antico, egli ha così illuminato con le sue riflessioni sui principi non negoziabili e sul bene comune, non soltanto i laici e i religiosi, ma anche il mondo dell’economia e della politica.

Questo è stato ed è Benedetto XVI, il Papa ora emerito, un pellegrino come tutti gli altri, come si è autodefinito nel commiato finale a Castelgandolfo, che ha saputo conquistare a Cristo il cuore di tanti fedeli, soprattutto giovani, che hanno avuto modo di apprendere tanto dalla sua umiltà, dal suo acume intellettuale e dalla sua carità. Nella fiducia che il nuovo pontefice recepisca la fecondità del suo magistero, è doveroso rendere grazie a Dio per averlo donato alla sua Chiesa come timoniere della barca di Pietro in tempi così burrascosi.

Fonte: Zenit