Festa dei Popoli 2017: “farsi migranti con i migrati” per ricevere e dare

“Costruiamo ponti e non muri”. É ripreso da un’espressione ripetuta frequentemente da Papa Francesco lo slogan dell’edizione 2017 della “Festa dei Popoli”. In apertura di questa significativa occasione di incontro tra diverse comunità etniche si è tenuto un forum di riflessione presso il Pontificio Seminario Romano Maggiore sul tema: “Comunità migranti, Chiesa e Città di Roma: donne in dialogo per l’integrazione tra i popoli”. “Integrare è farsi prossimo delle ferite umane, creare una casa comune in cui nessuno è straniero”. Sono queste le parole di suor Ana Paula Ferreira, una suora missionaria consacrata nel carisma di Scalabrini, la quale ricorda che “accogliere è superare preconcetti per imparare insieme la comunione voluta da Dio”. Suor Ana Paula si sofferma poi sul contributo che, come donne, si è chiamati a dare alla Chiesa, “vivendo la dimensione dinamica e comunitaria della fede”. “La donna è educatrice e annunciatrice del Vangelo, perché nella donna vince sempre la vita, che ella ha il compito di difendere, accogliere e custodire”. Occorre allora, secondo la missionaria scalabriniana, “farsi migranti con i migranti, aiutandoli a superare le difficoltà legate soprattutto all’inserimento in un nuovo contesto”.

“Il dialogo è una forte vocazione della nostra epoca. Bisogna tener conto che nelle zone metropolitane di Roma i migranti residenti sono 12% della popolazione, per il 70% cristiani”, rileva invece una rappresentante della Fondazione Migrantes della Diocesi di Roma. Ella sottolinea come costoro siano accomunati a noi “dalla stessa paura di perdere la propria identità”, mentre hanno anche quella del rischio del fallimento del proprio progetto migratorio. In riferimento alla società italiana, ella evidenzia che noi “siamo una cultura chiusa che non investe nel proprio patrimonio culturale e non fa figli”. Per questo motivo diventa vitale “favorire lo scambio di valori e tradizioni per costruire comunità etniche in relazione e integrate nel tessuto sociale locale, custodendo ‘il dovere dell’identità, il coraggio dell’alterità e la sincerità delle intenzioni’, come ha ricordato Papa Francesco durante la sua visita pastorale in Egitto.

Elena Tonka parla invece per la comunità ucraina: “Siamo un popolo umile, laborioso, da tre anni molto ferito. Ringrazio il popolo italiano e la chiesa di Roma per averci accolto a casa vostra. Siamo in 15.000 a Roma”. Elena sostiene inoltre che bisogna lavorare insieme affinché ci sia presto un accordo bilaterale di sicurezza sociale, poiché attualmente al lavoratore ucraino non viene riconosciuta la pensione degli anni contributivi maturati in Italia, una volta ritornato nel proprio paese natale. Tra i suoi suggerimenti pratici, ella invita a “organizzare corsi di italiano a livello più avanzato e ad aprire sportelli d’ascolto di madrelingua ucraina, poiché abbiamo tanto da mostrare e altrettanto da imparare. E questo lo dobbiamo ai ragazzi ucraini che hanno perso la vita per difendere la democrazia”. Con grande ironia e simpatia Zenaida Villanos Baro racconta invece che “per gli italiani la filippina è la domestica, anche se viene dallo Sri Lanka!”. Stanca di fare questo mestiere, ella ha deciso di iscriversi a ingegneria civile, perché consapevole dell’importanza dell’istruzione. Quindi Zenaida fa un appello molto semplice alla sua comunità: “Continuate a essere onesti!”, un pregio che certamente viene riconosciuto al suo popolo dagli italiani. Patricia Bovadin, giovane laureata peruviana che rappresenta la comunità latino-americana, così si esprime: “Roma è una grande casa dentro cui c’è il mondo. Nella chiesa di Santa Maria degli Angeli condividiamo la lectio divina, ma anche le difficoltà. Chiediamo alla città maggiore attenzione alla nostra realtà, più centri di ascolto e di sostegno psicologico per quei giovani che si sentono dire a scuola di essere deboli, poveri e arretrati”. Con fermezza esorta poi in un appello i suoi connazionali: “Non siate spettatori passivi della società che ci circonda, ma portare la vitalità del Vangelo nella vostra quotidianità”.

“Il Signore c’ha dato il dono profondo di essere fratelli e vogliamo esserlo anche per i membri della comunità romana, perché siamo tutti figli di Dio sotto lo stesso tetto”, dice Cecilia Agyeman Anane, portavoce del Ghana, che ci tiene ulteriormente a precisare: “L’Africa non è quella che vedete per televisione, noi abbiamo tanto calore, perciò siamo tanto rumorosi! Ho amiche italiane che sono per me come sorelle. Noi conferiamo massimo rispetto allo straniero che viene da noi”. E se da un lato invoca un maggiore sostegno della società civile nella ricerca di case e lavoro, dall’altro riconosce che Roma è “bellissima, ma disgraziatamente burocratica”. “Nella Repubblica Democratica del Congo è in atto un cruento massacro. Per questo motivo il 30 giugno faremo una manifestazione per dire no alla morte”, annuncia invece rammaricata una rappresentante congolese. Infine nel suo intervento l’europarlamentare Silvia Costa riconosce di “aver imparato moltissimo dalla straordinaria forza delle donne migranti”. Ella ricorda altresì i nomi dei sacerdoti che si sono spesi o si spendono quotidianamente per tutti i migranti, in particolare mons. Perego, mons. Di Liegro e mons. Musaragno, “il primo a chiamare i giovani migranti ‘studenti esteri’ e non ‘stranieri’”. Ella si sofferma naturalmente sull’impegno della politica per la tutela dei diritti di queste persone, “costruendo percorsi di cittadinanza sociale e giuridica”, nella consapevolezza che “i diritti umani, principio e fondamento di ogni civiltà, vengono prima di quelli giuridici”.

Ad amplificare e fare eco a questo coro di voci femminili anche quella di Mons. Paolo Lojudice, vescovo ausiliare di Roma, durante l’omelia della Santa Messa che ha celebrato alle ore 12,30 nella Basilica di San Giovanni in Laterano. “La Chiesa è questo, siamo noi, che proveniamo da più esperienze, paesi e nazioni. La festa dei popoli è allora la festa della Chiesa, perché i popoli non sono altro che l’unico popolo di Dio, cioè la Chiesa”. E in riferimento alla pagina del vangelo di oggi, nella quale emerge la promessa di Gesù di non lasciarci orfani, egli ricorda che “nessuno sarà mai senza padre e lasciato a sé, ma ciascuno avrà sempre una comunità in dialogo, la Chiesa”. Per questo motivo bisogna “costruire ponti e non muri”. Papa Francesco ripete costantemente tale espressione, secondo il presule, “un po’ come fanno i genitori con gli adolescenti, perché si comprenda il messaggio”. Infatti “costruire i muri ci fa dimenticare che ogni uomo è mio fratello, perché Dio è padre di tutti. È sull’accoglienza dell’altro che si misura la nostra dignità umana”. Perciò, conclude mons. LoJudice, “cerchiamo di costruire i ponti, difendendo la giustizia sociale per ciascun migrante come per i membri della nostra comunità e imparando a non stare zitti quando si parla male di loro. Il paradosso della nostra società è che riusciamo ad andare su Marte e non riusciamo ad accogliere dignitosamente uno straniero. Chiediamo allora al Signore che ci aiuti a superare le paure, le fatiche, affinché ogni giorno vissuto sia un dono ricevuto e un dono offerto, perché questo è il Vangelo: ricevere e dare”.

Fonte: FarodiRoma

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