Carlo Acutis, il beato che insegna a vivere da originali

La santità è sempre originale. Non esiste santo uguale a un altro, nessuna fotocopia, poiché ciascuno è invitato da Dio a realizzare la propria originalità nel Figlio. Lo ha compreso e testimoniato Carlo Acutis con la sua giovane esistenza spesa interamente nell’amore a Cristo e al prossimo.

A un anno dalla beatificazione avvenuta lo scorso 10 ottobre e per la sua memoria liturgica il giorno 12 dello stesso mese, in Originali o fotocopie? (ESD 2021, pp. 216) padre Giorgio Carbone ripercorre la vita del giovane cresciuto a Milano, ridando voce alle sue parole e ai numerosi testimoni che lo hanno conosciuto e che sono stati ascoltati durante l’inchiesta aperta dall’arcivescovo della diocesi meneghina.

Padre Carbone conosce Carlo in occasione della “Festa del Timone” del 27 maggio 2006 mentre, «raggiante come una Pasqua», gli testimonia la gioia di «aver potuto parlare della presenza attiva e reale di Gesù nell’Eucaristia» durante quella giornata attraverso una mostra sui miracoli eucaristici molto ben documentata. Una mostra curata personalmente proprio da quel «ragazzo creativo e geniale», per dirla con le parole della Christus vivit di Papa Francesco, che «ha saputo usare le nuove tecniche di comunicazione per trasmettere il Vangelo, per comunicare bellezza e valori».

Per non morire come fotocopie inseguendo le mode del tempo, «Carlo aveva ben compreso e ne avevamo parlato tante volte che l’uomo rischia sempre di andare fuori strada, di allontanarsi dalla via tracciata da Gesù per ognuno di noi. Aveva sotto i suoi occhi molti esempi di come si possa facilmente sbagliare strada e trascorrere i giorni lontani dal Signore. Credeva fermamente che per non morire come fotocopie fosse importante ricorrere ai sacramenti», ricorda sua madre Antonia Salzano.

Educato alla fede principalmente dalla tata polacca Beata, è consapevole sin da piccolo che ogni uomo sia amato da Dio nella sua unicità come un «fuori serie», per dirla col cardinal Caffarra, e che «Dio è sempre con noi e non ci abbandona mai». D’altra parte, sottolinea l’autore, «Carlo è santo perché ha percorso la sua vita alla presenza di Gesù risorto. Non ha mai camminato solo».

Un’amica Vanessa, alla quale regala una Bibbia mentre la consola per la sofferenza che sta vivendo a causa della separazione dei genitori, così ricorda il suo giovane amico: «Carlo parlava di Dio come se fosse il più Bello. Ricordo che mi diceva che voleva essere luminoso e raggiante come Gesù e se avessimo tutti messo in pratica gli insegnamenti di Gesù saremmo tutti stati più belli e radiosi».

 «Non io, ma Dio», ripete spesso, esortando a ricercare «non l’amor proprio ma la gloria di Dio», perché «Dio mi faccia diventare santo». Nonostante la giovane età Carlo matura gradualmente la ferma convinzione di voler vivere per Cristo nella semplicità della quotidianità. Perciò al suo amico annoiato ribadisce con forza che «la vita è un dono che Dio ci ha fatto troppo prezioso e bisogna apprezzarne ogni istante». Certo egli sa bene che siamo «tutti invitati a salire sul Golgota e a prendere la nostra croce» e nello stesso tempo che «una vita sarà veramente bella solo se arriverà ad amare Dio sopra ogni cosa e il prossimo come noi stessi, e che per fare questo abbiamo bisogno dell’aiuto di Dio che ci viene dato attraverso i sacramenti, in modo speciale l’Eucaristia». Di qui egli ammette con semplicità: «Ogni tanto vengo a raccontare le mie cose a Gesù».

La fede di Carlo si radica nell’amore a Gesù Eucaristica, definita «la mia autostrada per il cielo», la «medicina dell’anima per eccellenza», «il cuore di Cristo», che gli fa preferire quotidianamente la Messa a tante cose superflue, nella consapevolezza che «il Santissimo Sacramento non opera completamente e una volta per tutte in ciascuno di noi. La frequenza è uno degli effetti principali. Sette volte a settimana nutre più che sette volte a intervalli». Carlo vuole «essere sempre unito a Gesù». Perciò, mentre si prepara a riceverlo nella Santa Comunione per «aumentare la nostra capacità di amare», gli dice: «Gesù, accomodati pure, fa come se stessi a casa tua». «Tutti siamo chiamati ad essere come Giovanni discepoli prediletti, uniti al suo Cuore eucaristico», ripete ai genitori. E prega il Padre: «Dacci oggi anche l’Eucarestia quotidiana».

Consapevole che «il Sacro Cuore di Gesù è l’Eucaristia», Carlo ritiene «Gesù molto originale, perché si nasconde in un pezzetto di pane, e solo Dio poteva fare una cosa così incredibile». Di qui egli ritiene che «il momento decisivo per chiedere al Signore le grazie è quello della consacrazione durante la celebrazione eucaristica, quando il Signore Gesù Cristo si offre al Padre. Chi più di Dio che si offre a Dio può intercedere per noi?».

«Maria l’unica Donna della mia vita» esprime la devozione di Carlo alla Madonna, alla quale si consacra aderendo alla Compagnia di Maria Riparatrice. Il giovane testimonia tale legame alla Madre e al Figlio sin da piccolo quando, fiero di indossare una medaglietta che la sua bisnonna gli aveva donato in occasione del suo battesimo, che da un lato raffigurava il Sacro Cuore di Gesù e dall’altro la Vergine, afferma con gioia: «Così Gesù e la Madonna li avrò sempre vicini al mio cuore».

Come la sua fede, anche la sua carità è umile. Carlo cede la merenda ai compagni di classe e ne scusa la furbizia, dicendo: «Tanto oggi non avevo fame». Allo stesso modo, ricorda l’amica Vanessa che, «quando uscivamo insieme per una passeggiata e lui aveva con sé la sua paghetta, se vedeva qualche povero, gli dava i soldi senza tenere nulla per sé. Lo faceva anche con i suoi giochi: me ne dava molti, io che non ne avevo nessuno». Giovane liceale, ‘scienziato informatico’, si spende con i compagni soprattutto contro l’aborto, «uccisione di un innocente», e nella difesa della castità contro il dilagare della pornografia e dell’autoerotismo.

Egli comprende il vero segreto per essere felici già qui sulla terra in vista del cielo: «La tristezza è lo sguardo rivolto verso se stessi e la felicità è lo sguardo rivolto verso Dio». D’altra parte lo ribadisce espressamente: «Il mio amore vero è per Gesù». Un amore che si premura di contribuire alla salvezza delle anime, pregando per i peccatori. Egli stesso si meraviglia del fatto che «se veramente le anime rischiano la dannazione, non si parli quasi mai dell’inferno».

«Il Signore mi ha dato una sveglia» è il suo pensiero all’indomani della diagnosi di leucemia fulminante. E con una serenità disarmante, mentre da una parte presagisce la morte imminente nelle parole «Mamma, da qui non esco vivo», dall’altra pensa «alla gente che soffre più di me». Per loro offre tutto quello che soffre: «Offro la mia vita per il papa, per la Chiesa, per non fare il purgatorio e per andare diritto in paradiso».

«Carlo nella sua esistenza ha incontrato più volte l’agnello nella sua simbologia», rileva infine padre Carbone. Il pasticciere gli aveva preparato per il battesimo una torta a forma di agnello; i genitori gliene avevano regalato uno di peluche e, una volta, un agnellino gli tagliò la strada mentre era in auto con i genitori. Insomma «Cristo l’ha afferrato e Carlo si è lasciato conquistare» per cui, conclude l’autore, «ora sta con l’Agnello nella sua reale consistenza, cioè partecipa alle nozze dell’Agnello immolato per noi fin dalla creazione del mondo».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

La preghiera secondo il Monastero Wifi

Comincia con le lodi mattutine in una basilica di San Pietro gremita il Terzo Capitolo del Monastero WiFi, perché «la preghiera innanzitutto si fa». Ripercorrendo la parabola esistenziale agostiniana, dal momento che «le Confessioni sono la più lunga preghiera mai scritta», Mons. Antonio Grappone sottolinea che ogni preghiera «richiede una relazione autentica con il Padre, poiché se non comporta la conversione, ossia il desiderio di vivere nella volontà di Dio, non è nemmeno preghiera».

La preghiera «è elevazione dell’anima a Dio e domanda di beni convenienti», recita il Catechismo della Chiesa. Dunque, prosegue Mons. Grappone, «non è una tecnica per ottenere risultati e non ha nulla a che vedere con lo yoga, bensì è risposta a Dio ci precede sempre nell’amore». Di qui «la qualità della preghiera non dipende dal nostro sforzo, funziona pure se hai mal di testa o stai cascando dal sonno, perché Dio conosce il nostro cuore. Consiste nel riconoscere la propria miseria dinanzi all’amore del Padre. Le parole che pronunciamo non sono nostre, sono parole di un Altro, (basti pensare al Padre Nostro e ai Salmi), che siamo però invitati a fare nostre». In questo modo, «riconciliandoci con Dio, la preghiera ci restituisce a noi stessi». Insomma la preghiera «non è mai tempo perso, perché Dio sa ascoltare, anche ciò che non riusciamo a esprimere». E relativamente ai periodi di aridità e desolazione spirituale, Mons. Grappone ricorda che il Padre permette tali momenti per insegnarci la gratuità e farci crescere spiritualmente, affinché possiamo essere riconoscenti al Suo amore, al di là della dinamica del do ut des nella quale comunemente ci rivolgiamo a Lui. In sostanza, il «frutto più prezioso della preghiera è la perseveranza nella fede, nella speranza e nella carità; in questo senso “chi prega si salva” (Sant’Alfonso)».

Comincia pregando due volte, ossia con il canto, la sua catechesi padre Maurizio Botta: «E chi non cerca Cristo non sa quello che cerca / e chi non vuole Cristo non sa quello che vuole / e chi non vuole Cristo non sa quello che ama». Poi, nel rilevare cosa dice la Parola di Dio della preghiera, si sofferma sulla preghiera di Gesù: «Il Padre nostro ti dà l’ordine dei desideri, è il modo per non sprecare parole cercando di convincere Dio delle cose di cui abbiamo bisogno. Le prime tre richieste segnano la brama del regno di Dio; il ‘nome’ è l’invocazione della potenza santificante di Dio. La richiesta del pane non è solo richiesta di ciò che ci serve quotidianamente e dell’Eucarestia, come solitamente viene interpretata, ma dello Spirito Santo; è la richiesta di un cuore misericordioso, per chiedere a Dio che ci liberi da Satana, dal rimanere invischiati nel risentimento, nel rancore, per non essere indotti alla spietatezza verso il fratello».

«Dentro o ti parla il demonio o lo Spirito Santo, c’è un mormorio continuo». Lo sottolinea molto bene don Pierangelo Pedretti che affronta il tema del combattimento nella preghiera. «L’inganno di abbassare la guardia è voluto dal maligno. Perciò occorre pregare ogni giorno perché il suo potere non ci domini». Citando i padri orientali, la filoautìa (l’amore smodato di sé) e la gastrimarghia (‘follia del ventre’) di Evagrio Pontico in particolare, richiama un’immagine loro cara, secondo la quale i demoni ci osservano e ci spiano, anche se non conoscono quello che c’è nel nostro cuore. Perciò il maligno comincia a tentarci con la suggestione, attraverso una fantasia allettante che ci invita a conversare con essa, ma finché non le si acconsente con la volontà, non si commette peccato. Poiché «siamo attaccati sempre sulle stesse cose», occorre anzitutto «imparare a lottare e restare svegli nel combattimento»; poi «custodire il cuore, “un giardino che, senza Gesù diventa un inferno” (Origene)». Un esercizio pratico? «Cominciare col chiedere ai propri pensieri: “Di chi sei?” e combattere i vizi, i quali diventano come un’altra pelle che il diavolo ci mette addosso, per cui scambiamo il male per il bene e giustifichiamo il nostro agire in base ai nostri comportamenti».

Sul frutto della preghiera si sofferma don Massimo Vacchetti. «Dal punto di vista agronomico il frutto non serve solo al nostro nutrimento, ma anche a veicolare il seme. La preghiera rinnova sempre l’efficacia della vita divina in me. Di qui il primo frutto della preghiera è la coscienza della propria figliolanza, la coscienza che sono figlio di Dio». Con un affondo sul contesto attuale, don Vacchetti evidenzia come questo non sia un tempo in cui mancano soltanto i ‘padri’, ma in cui mancano anche i ‘figli’. «Il secondo frutto della preghiera è la coscienza della Chiesa, la consapevolezza che la salvezza che chiedo per me è per tutti. Il terzo frutto è l’abbraccio del dolore degli altri nella carità. Insomma il frutto della preghiera è Cristo, il Corpo dato a noi perché diventiamo suo Corpo e, per l’azione del Suo Spirito, nuove creature».

«Chi fa le cose a partire da se stesso arriva a se stesso, chi le fa a partire da Dio arriva a Dio», afferma don Fabio Rosini nel corso dell’omelia. «La preghiera non è cercare Dio, ma farsi trovare da Dio, non è opera nostra. È stare come bimbi e farsi salvare, perché da questa esperienza di grazia deriva la nostra forza. La forza della preghiera è nella consapevolezza di dipendere, poiché non posso fare da solo. Pregare è come prendere il sole!», esclama ancora don Fabio Rosini mentre commenta la preghiera dell’angelo custode, la quale «ci dice che io sono un tesoro da custodire e che quando sto davanti a Dio come figlio, ho intimità con Dio, Dio è nemico dei tuoi nemici (laddove noi, invece, facciamo amicizia coi nostri ‘nemici’. Dio non è il nostro ‘compagnone’!) e l’angelo ti fa conoscere il Suo volto».

L’episodio dell’emorroissa è emblematico della preghiera del cuore. Lo rivela don Luigi Maria Epicoco, sottolineando «l’incontro personale profondo con Dio nella preghiera che risignifica la nostra vita. Perciò chi prega si salva. E si può pregare col corpo, con le emozioni, con gli affetti e il ragionamento e, se tutto ciò esprime una relazione, allora è preghiera autentica. Ma il vero luogo dove Dio abita è il nostro cuore». Allora «fare la preghiera del cuore è permettere a Dio di fare del nostro cuore quello che vuole. Non bisogna far nulla, ma lasciare a Dio di pregare in noi, allo Spirito di evangelizzarci, cioè di lavorare, consolare, guarire e cambiare i nostri pensieri, parole e sentimenti per assumere lo stesso pensare e sentire di Cristo e rendere presente il Figlio come Egli rende presente il Padre».

E dinanzi a questa presenza viva e vera di Cristo il popolo del Monastero WiFi si è ritrovato in ginocchio durante l’adorazione eucaristica finale guidata da don Vincent Nagle per riscoprire cosa significhi adorare: lasciarsi amare e trasformare dallo Spirito Santo, ‘ospite dolce dell’anima’, a immagine del Figlio.

Fonte: Il Timone

Nuovi delitti nella camera chiusa, cercando il colpevole

Crimini e omicidi inspiegabilmente commessi all’interno di un ambiente chiuso da cui il colpevole è riuscito in qualche modo a far perdere le proprie tracce; enigmi apparentemente insolubili in attesa di una soluzione. Ruotano intorno a questo intrigante topos della letteratura gialla i Nuovi delitti nella camera chiusa di Rino Cammilleri, quattordici storie inedite che danno non poco filo da torcere agli investigatori protagonisti, chiamati a spremersi le meningi e a muoversi con prudenza e intelligenza tra gli indizi lasciati dal colpevole, nel tentativo di ricostruire il caso e la scena del crimine.

Tornano alcuni personaggi già apparsi nel primo volume Delitti nella camera chiusa, come l’inquisitore del XIII secolo Corrado De Tours e don Gaetano Alicante, prete dell’Ottocento – protagonisti anche dei romanzi L’inquisitore e Immortale odium de Il Kattolico – e personaggi singolari, come l’ispettore Shylock Homer, perseguitato dalle somiglianze con il suo celebre quasi omonimo.

Gli scenari delle vicende narrate sono molteplici; vi sono racconti che si svolgono in tempi lontani e poco tecnologici, come la Napoli dell’Ottocento, e altri ambientati invece in luoghi dal sapore esotico, come il Giappone contemporaneo o in città distopiche. Per dirla con lo stesso autore, «alcuni dei racconti di questa nuova raccolta sono ‘storici’, ambientati in epoche in cui il massimo della tecnologia era la polvere da sparo e uno, per fare danno senza pagar dazio, doveva spremersi il cervello. Così come ho fatto io».

Diversi delitti raccontati con dovizia di particolari hanno sullo sfondo la grande storia, come si evince anche dalle descrizioni dei protagonisti. Di don Gaetano Alicante l’autore scrive che, «prete in Napoli, era di vocazione tardiva, adulta, come si diceva. Prima era stato gendarme e, anzi, aveva raggiunto un certo grado nelle forze dell’ordine. Ma, buon cattolico, a un certo punto non aveva sopportato più il clima anticlericale che il nuovo regime piemontese aveva instaurato. E si era fatto prete, non sapeva nemmeno lui se per dispetto o per vera inclinazione». Insomma una sorta di novello padre Brown richiamato dagli ambienti curiali per risolvere spinose indagini di polizia «che alla polizia vera e propria non era il caso di andare a raccontare», come il caso di una contessa con simpatie neoborboniche trovata morta nella sua camera a seguito di una pseudo ‘combustione spontanea’.

Un’altra scena del crimine ha come retroterra il contesto culturale del Giappone, in cui «lo Stato è tutto e l’individuo nulla»; nel quale lo shogun aveva vietato il cristianesimo e primo paese al mondo per denatalità con un popolo «di formiche operaie che schiattava di fatica».

Relativamente al contesto inglese dopo lo scisma anglicano, colpisce in un racconto la descrizione de la ‘Perla del Tyburn’, al secolo Margaret Ward (proclamata poi santa), la quale «con una nobiltà che commosse tutti, dichiarò che la sua fedeltà alla Regina non era mai venuta meno, tuttavia nessuno poteva chiederle di rinunciare alla sua religione. La Regina avrebbe potuto garantirle, certo, una vita comoda su questa terra, ma non la salvezza della sua anima. Se era costretta a scegliere, optava per quest’ultima. Piuttosto che rinnegare il vero Dio e la vera Chiesa preferiva sacrificare la vita. E talmente era convinta di ciò, che di vite ne avrebbe sacrificate anche più d’una se fosse stato possibile averne molte. Se era colpevole, la sua sola colpa era di avere sottratto un innocente a una fine ingiusta. Lei e Richard Watson dovevano essere uccisi solo perché seguivano la propria coscienza? Da quando in Inghilterra era diventato un grave reato punito con la pena capitale l’aver seguito la religione dei padri, il Regno un tempo felice era diventato un regno del terrore».

Tra i casi misteriosi che accadono in stanze inspiegabilmente chiuse e impenetrabili si colloca anche quello di un «uomo che aveva ucciso la moglie, aveva finto che la porta fosse chiusa dall’interno per convincere gli inquirenti che la poveretta si era suicidata in preda a crisi depressiva». Allo stesso modo, hanno fatto credere senza difficoltà al popolo che una strega condannata al rogo si sia impiccata. Sul banco degli imputati siede poi chi riesce ad avvelenare il malcapitato nei modi più impensabili; che si tratti della griglia del condizionatore dell’aria o di una rara conchiglia fatta pezzi e data in pasto da un inserviente alla vittima da eliminare.

Come i Delitti nella camera chiusa anche i Nuovi delitti nella camera chiusa di Cammilleri sono, nella loro brevità, racconti avvincenti di cui si può svelare ben poco, se non che, in un clima di tensione, mistero e suspense, sospingono il lettore a non indugiare oltre per giungere quanto prima alla scoperta del ‘colpevole’.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Le ragioni della fede in un libro-dialogo tra zio e nipote

«Si può rifiutare Dio dopo averlo conosciuto? Oh, sì, Lucifero lo ha fatto. Allora è possibile che in Dio ci sia qualcosa di non amabile? No, certo. Il fatto è che Lucifero amava di più se stesso». Proprio perché si può amare solo ciò che si conosce, per dirla parafrasando Sant’Agostino, risulta particolarmente proficua la lettura del recente volume di Rino Cammilleri, Il cattolicesimo spiegato a mio nipote Nicola che fa il liceo. 2° round (Cantagalli 2021, pp. 360).

Nel libro il Kattolico – firma cara ai lettori de La Nuova Bussola – torna a illustrare contenuti della fede e fatti di storia del cristianesimo in dialogo con suo nipote, per soddisfarne curiosità e desiderio di verità, rispondendo con chiarezza, rigore e solide argomentazioni anche alle domande scomode. Tutto è cominciato quando Nicola, nipote dello scrittore di ‘cose cristiane’, è venuto a chiedere allo zio qualche dritta per polemizzare col suo insegnante di religione.

Relativamente all’amore degli sposi, lo zio ricorda al giovane liceale che «l’amore non è l’euforia iniziale; non viene prima, ma dopo, semmai. Dopo anni e dopo che hai deciso – sottolineai con forza l’ultima parola – di volere bene al tuo coniuge. Volere bene. Volere. È un atto della volontà, non dei ferormoni». E sul celibato dei preti, senza perdersi in disquisizioni teologiche, Cammilleri sottolinea che «un pastore che non si sposa è tutto per il suo gregge, uno con moglie deve dividere il suo tempo e la sua attenzione. E se non andasse d’accordo con la moglie? Con quale autorità potrebbe dare consigli ai penitenti coniugati? E se dovesse dividersi?». D’altra parte, aggiunge ancora nel merito, che «i supporter del matrimonio dei preti sono, curiosamente, gli stessi che sparano a palle incatenate sul ‘nepotismo’ dei papi e dei cardinali nella storia. E vorrebbero riproporlo in scala generale? È chiaro che se tieni famiglia pensi prima a questa e poi al resto».

Sul ‘nepotismo’ dei papi che pensavano prima ai propri familiari, il Kattolico rileva che «per la mentalità medievale chi faceva carriera e non beneficava la famiglia era semplicemente riprovevole, un ingrato. Oggi la pensiamo in modo diametralmente opposto. Tre secoli di rivoluzioni egalitarie hanno inculcato il sentimento se non l’idea che ogni generazione dovrebbe ripartire da zero, senza poter contare su quel che i genitori hanno costruito o accumulato. Così, se uno fa i soldi o va in qualche modo al potere e ne approfitta per sistemare i parenti tutti mugugnano. Senza riflettere sul fatto che, potendo, farebbero lo stesso».

Cammilleri argomenta al di là del ‘politicamente corretto’ anche sulle crociate, evidenziando «come in termini economici furono una rimessa continua. Ma lo sai che per equipaggiare un cavaliere la spesa era equivalente a quella di un grosso Suv odierno? Diversi nobili si rovinarono. Il re di Francia Luigi IX il Santo quasi prosciugò le casse del regno. No, il ragionamento economico è fuori questione. Solo la fede. Quelli a Nostro Signore Gesù Cristo credevano davvero e salvarsi l’anima era per loro più importante dei soldi. E della vita, dal momento che molti nel deserto ci restarono».

Riguardo al periodo rinascimentale, lo zio evidenzia al nipote che il Rinascimento fu davvero maschilista, perché recuperò i valori dell’antichità precristiana che era tale. E in effetti, è un retaggio del Cinquecento, e non medievale, il fatto che la moglie porti il cognome del marito.

Cammilleri dà risposte al giovane anche riguardo alla diffamazione di papa Pio XII, accusato di non aver denunciato a sufficienza i crimini nazisti; alla leggenda nera dell’Inquisizione, la quale in realtà di fatto «non metteva al rogo nessuno. Il rogo l’aveva inventato Diocleziano per il reato di lesa maestà (d’altra parte, il braccio secolare dipendeva dall’autorità civile). Anzi tale tribunale «ha inventato il processo moderno, con tanto di notaio verbalizzante, giuria, escussione di esperti». Sulla caccia alle streghe afferma ancora che i roghi ci son stati in specie nel Rinascimento, che rivaluta paganesimo, alchimia e magia, e principalmente «nel Nord protestante, in Germania e Svizzera, dove l’ultima strega fu bruciata addirittura nella seconda metà del Settecento. L’Inquisizione, anzi, salvò i sospettati nei suoi territori».

Relativamente alla conversione di San Martino e al celebre episodio che lo vede protagonista, quando divide il mantello con la spada per darne metà al povero, il Kattolico sottolinea che «il mantello degli ufficiali era foderato di pelliccia, e questa lui staccò per darla al mendicante. La notte, nella sua tenda, gli apparve Cristo rivestito di quella pelliccia. Cristo aveva proposto a Martino di mettersi al suo servizio. Martino, impressionato, accettò. E andò dai superiori a dire che intendeva lasciare l’esercito. Ma si era alla vigilia di una battaglia con gli Alamanni e la richiesta di Martino puzzava di vigliaccheria. Per mostrare che si sbagliavano, il giorno dello scontro Martino si mise in prima fila, ma disarmato. E, miracolo, gli Alamanni anziché attaccare mandarono ambasciatori a chiedere la pace».

Lo zio colto fornisce al nipote sempre risposte illuminanti e puntualmente contrarie alla cultura dominante su Galilei che «si spense con il nome di Gesù sulle labbra» e fu ‘esiliato’ in una villa che chiamavano “Il Gioiello”; su Bruno e Campanella; sull’evangelizzazione delle Americhe; sui convertiti al cattolicesimo nel mondo delle scienze, delle arti e di Hollywood.

 La stessa ‘chiusura delle donne in convento’ era d’obbligo per le figlie delle famiglie nobili secondo la mentalità culturale medievale quando non riuscivano a maritarle con un uomo dello stesso rango perché sarebbe stato un disonore per la famiglia. Allora si auspicava che almeno potessero far carriera nei monasteri e diventare badesse. Eppure Teresa d’Avila «trattava quasi da pari a pari con Dio»; Caterina da Siena invece «bacchettava i papi». La discriminazione delle donne è insomma tutt’altro che ecclesiale se si pensa che «alla Festa dell’Essere Supremo, divinità inventata dai giacobini, le donne furono ammesse in un settore separato, ed era la prima volta che ciò succedeva in Europa. Napoleone cementò la cosa col suo Codice civile, che diede tutto il potere sulla famiglia al marito».

 Riguardo agli eventi prodigiosi meno noti il Kattolico ricorda quando, durante la discesa napoleonica del 1796, la Madonna rivolse gli occhi agli astanti che la supplicavano nel duomo di Ancona. Napoleone ordinò di distruggere il quadro ma, dopo averlo preso tra le mani, ritirò immediatamente l’ordine, secondo quanto raccontano le cronache dell’epoca. Di lì «cento-centoventi immagini, soprattutto mariane, mossero gli occhi in quell’anno, e continuarono fino ai primi mesi del successivo. Centinaia di migliaia di testimoni, anche giacobini, protestanti, greci ortodossi, turchi». È noto poi che lo stesso Napoleone volle morire con il conforto dei sacramenti.

Relativamente alla fede islamica, lo zio fa notare altri elementi che certamente il nipote non ha trovato sui libri di scuola, tra cui l’obiettivo fondamentale di «sottomettere il mondo all’islam. Data la praticamente totale assenza di libertà, ogni spirito di intrapresa diverso dal commercio veniva di fatto soffocato nella culla, niente filosofia, niente arte, niente scienza. Da qui pirateria ai danni dei cristiani, e schiavitù come forza-lavoro. Sui territori conquistati, i sottomessi dovevano pagare la jizia, la ‘tassa di protezione’ ai padroni musulmani».

Insomma, attraverso il racconto di numerosi aneddoti storici intenzionalmente sottaciuti dal pensiero mainstream, Cammilleri offre una miriade di pillole d’apologetica e di ragioni della fede che mentre arricchiscono il lettore, lo rendono fiero di condividere la tradizione della cultura cattolica.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Libero! Un percorso concreto per uscire dalla pornografia

«Aiutare la persona a ricostruirsi in ogni dimensione e relazione: con se stessa, con gli altri e con la realtà». È questo l’obiettivo dell’itinerario per liberarsi dalla pornografia e ritrovare la propria libertà di amare proposto dal volume Libero!, pubblicato recentemente da Edizioni Porziuncola (2021, pp. 320), a cura di Jacquinet e De Vaux. Frutto dell’esperienza decennale di un’équipe francese coordinata da un sacerdote, il volume offre l’opportunità di un cammino di 40 giorni che accompagni il lettore in un progressivo lavoro di conversione, liberazione e ricostruzione di sé attraverso testimonianze, spiegazioni dei meccanismi psicologici, riflessioni spirituali ed esercizi pratici.

Se «identificandosi con la propria dipendenza si perde la stima di sè», è opportuno sentirsi ascoltati e supportati nella fatica del cammino di liberazione mediante l’accompagnamento di un confidente – che si tratti di un prete, un educatore o una persona di fiducia e buon senso – per non rimanere soli di fronte alle difficoltà. In alcuni casi, potrebbe anche essere necessario il ricorso a uno psicoterapeuta.

«Il comportamento dipendente ha come unico scopo il piacere immediato, un piacere però effimero che tradisce le aspirazioni più profonde del cuore umano» e, in questo modo, svia dal significato autentico che si è chiamati ad attribuire a ogni esperienza lieta o triste che si viva. Pertanto il primo passo consiste nell’interrogarsi sul senso della propria esistenza per recuperarlo. E in effetti, come afferma San Gregorio Magno, «sarebbe un folle il viandante che, notando graziose praterie lungo la strada, dimenticasse il fine del suo viaggio». Occorre altresì tener presente innanzitutto che «la sessualità può costituire un fattore di compensazione endemica del proprio vuoto esistenziale», per dirla con Viktor Frankl.

«Avevo perso la gioia di vivere, la limpidezza dello sguardo e soprattutto la lucidità dello spirito», racconta Michel, prigioniero della rete del cybersesso. Sono in tanti a giustificare dietro il comune ‘lo fan tutti!’ l’ossessiva ricerca di immagini hard per inseguire «piaceri solitari di natura narcisistica che aggirano la relazione» o per evitare di dover gestire la frustrazione di un diniego da parte di una ragazza in carne e ossa. Tuttavia è proprio dal riconoscimento della propria dipendenza che scaturisce il passo decisivo verso l’inversione della rotta mediante un processo di cambiamento.

Tale dipendenza rivela un «individuo che ha spesso una ‘doppia vita’, sempre timoroso di essere scoperto; vive il sesso in modo anonimo, senza affetto per i partner. Un circolo vizioso che comporta una grande sofferenza psicologica, un forte senso di colpa e di vergogna tali da generare un disturbo dell’umore con sfumature depressive che apparentemente svanirà, fino alla prossima volta», sino a quando cioè tornerà a ‘ubriacarsi’ di immagini con contenuti sessualmente espliciti.

Relativamente ai film a luci rosse, gli autori precisano che «gli attori sono trattati come corpi-oggetto senza importanza; l’assenza del simbolico trasforma lo spettatore in un voyeur e l’attrazione è così forte da sabotare la capacità di distaccarsi dall’immagine», in conformità al classico meccanismo alla base di ogni forma di dipendenza che genera assuefazione e ricerca spasmodica di immagini sempre più oscene e trasgressive. Essi presentano «violenza nei gesti (nessuna carezza, nessun bacio), violenza verbale (dialoghi pornografici, insulti), violenza dell’incontro, ridotto a un meccanismo di possesso senza fine».

Nel percorso di disintossicazione risulta perciò fondamentale guardare con positività al proprio corpo, liberare la memoria fisica e virtuale dalle immondizie immagazzinate e svincolare il desiderio dalla «tirannia dell’appetito sessuale che cede il passo alla soddisfazione immediata della voglia. La soppressione del desiderio uccide l’individuo nella sua capacità di relazionarsi, egli rinuncia ad attendere per affermare l’altro, per possederlo; è la porta aperta a qualsiasi mancanza di rispetto e a ogni tipo di violenza, contro se stessi e contro gli altri». E in effetti «la desensibilizzazione emotiva oscura l’intelligenza, diminuisce la capacità di empatia e riduce il senso di censura verso i comportamenti violenti».

Di qui, una delle conseguenze gravi di tale dipendenza è proprio che «l’altro è manipolato per dei fini personali», in quanto il dipendente ricerca esclusivamente l’appagamento del proprio bisogno che si sostituisce di fatto al desiderio. Inquinando la coppia nei suoi rapporti intimi per il coniuge ridotto a oggetto, la pornografia genera malessere e sfiducia mentre mina alle fondamenta la stessa relazione. Privando una persona della propria interiorità, di sentire le proprie emozioni e aspirazioni del cuore più profonde, le impedisce di amare con tutte le componenti del proprio essere.

Per liberarsi da una simile trappola, si tratta dunque di favorire un’attività fisica regolare sul piano corporeo; di curare le proprie ferite a livello psichico; di «decidermi a vivere» a livello esistenziale, ricercando il bene con libertà e responsabilità e di recuperare la relazione con Dio in ambito spirituale.

Tra gli esercizi pratici suggeriti per riscoprire il vero significato della sessualità e imparare ad amare nella libertà e nella verità è fondamentale riconoscere quotidianamente il ‘meteo personale’ per considerare le proprie emozioni; individuare le situazioni di pericolo e quelli di sicurezza; vegliare sullo sguardo; coltivare la speranza in specie durante le ricadute; imparare a gestire adeguatamente il tempo della giornata secondo le proprie priorità, includendo uno spazio per hobby e relax; vivere il presente; volere ciò che si fa; costruire relazioni autentiche; confidare nella potenza dei sacramenti, in particolare confessione e Comunione, e nelle preghiere di liberazione e alla Vergine Maria.

Delineando un cammino concreto basato sull’esperienza sul campo, questo volume ha il pregio di offrire per ciascuna tappa una pista di domande e schemi per la riflessione personale ed è corredata da una vignetta a fumetti molto incisiva che la racconta visivamente, talvolta con ironia, e in modo particolarmente efficace.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Le interviste impossibili, una fotografia del mondo attuale

Max Minimum è un giornalista de Il cretino – nome con cui s’identifica ironicamente il cristiano in francese – che, dopo aver rischiato la vita per mano di Don Vito Privacy detto ‘U mutu’, il boss dei boss, che vive all’insegna del «non dire né bene, né male di ciò che non ti riguarda», è pronto a intervistare «quei personaggi che sono sulla bocca di tutti: Verità, Inclusività, Buon Senso, Fake News, Bellezza. Gente così». Dalle dichiarazioni di questi personaggi e non solo nascono Le interviste impossibili (Il Timone 2021, pp. 141) di Tommaso Scandroglio – firma nota ai lettori de La Nuova Bussola –, in cui l’autore con buoni argomenti e pungente ironia interroga e fotografa il contesto attuale sui temi che lo caratterizzano.

La prima a parlare è Libertà, una bella donna sposata e non per questo meno libera, ripresa ad attaccare palle ai piedi della gente, perché «i doveri sono la strada obbligata per essere liberi». C’è poi Neutrella Inclusività, la quale indossa una tuta camaleontica che la rende invisibile e che lavora per la cancellazione di ogni discriminazione. Il suo prossimo obiettivo è la parità di dignità e diritti tra uomini e animali.

Chiara Verità, vedova del marito, il Cavalier Buon Senso, se ne sta in bilico su un traliccio dell’alta tensione. Dice di sé: «Un tempo ero di casa anche in Vaticano, ora non mi vuole più nessuno». Gli uomini in città preferiscono starsene al buio, in quanto l’oscurità «permette di creare un mondo che non c’è, in cui un uomo può credersi donna, un bambino nel ventre della madre può essere un grumo di cellule, una relazione omosessuale può diventare un matrimonio, una provetta si può trasformare nell’utero di una madre, un suicidio in un gesto di coraggio». Perciò viene costantemente scambiata paradossalmente per la Gran Contessa della Menzogna. Eppure ha un occhio blu e uno nero, perché col primo vede il bene, col secondo il male.

Nel diario del defunto Cavalier Buon Senso, ucciso dai sicari di Senso Comune, Max Minimun ritrova gli appunti di accesi diverbi col signor Libero Radicale che voleva a tutti i costi convincere il marito di Verità della bontà del divorzio in nome dell’amore finché dura e che propaganda la menzogna dell’aborto.

Poi Minimum visita Rainbow City, la città distopica per le persone LGBTQI+, dove si insegna il gender nelle scuole, l’80% degli ospedali è dedicato alla fecondazione eterologa e c’è una Chiesa in cui si può passare con fluidità da un credo all’altro. Nella città sotterranea abitano «i terrapiattisti del gender», i retrogradi secondo i quali i sessi sono soltanto due.

Monica Lisa Bellezza è scomparsa, se ne sta in disparte perché è stata picchiata. «I picchiatori più assidui sono Frivolia Moda, Orrindo Tatoo e Schifante Piercing – vengono sempre in coppia –, Stupiberto Social, Repella Pornia, Atrocia Mastoplastica dei Conti Addittivi, Deturpetta Cosmesi, Piertorto Tivvù e Ugly Influencer». Eppure il suo corpo si risana magicamente ogniqualvolta qualcuno ritorna a contemplarla quale volto di ciò che è buono, come dimensione estetica di un atto di generosità e amore.

Tra gli altri curiosi personaggi il giornalista incontra il Dottor Ateismo; Enza Coscienza, la quale «è nel cuore delle persone che abito, non certo nella mente. La testa serve solo come cassa di risonanza»; sua sorella Lorenza, la coscienza erronea, sposata con Gianproprio Tornaconto; i gemelli Fake e News Van Ballasten, che disorientano Minimum, poiché «le notizie rovesciano governi orientano i costumi, fanno fiorire o appassire le economie di intere nazioni, scatenano guerre, mettono alla gogna o santificano chi a loro piace».

Ci son poi il signor Destino, che guarda fisso davanti a sé impassibile perché è già tutto scritto, e la signora Provvidenza, la quale invece ricorda con l’astrofisico Stephen Hawking che, anche chi crede che tutto sia scritto si guarda attorno prima di attraversare la strada; d’altra parte, l’uomo propone e Dio dispone.

Costituzione ha le forbici in mano, poiché è stata sforbiciata in specie agli articoli 2, 3, 29, dal divorzio ai nuovi ‘diritti civili’. All’esame cui è sottoposta, Realtà risponde senza mezzi termini che l’eutanasia è un delitto e non un diritto e, relativamente alla contraccezione, replica «di essere per l’amore vero, non per quello di gomma». Sui movimenti proletari dice «che han sempre fatto molti poveri». Onni Scienza racconta invece di porsi quale obiettivo illusorio di tanti per far loro credere che «le cose siano chiare, certe, incontrovertibili».

A chiudere il giro delle interviste di Max Minimum è il dottor Egualitarismo con una battuta sul sincretismo religioso che pone tutte le fedi sullo stesso piano: «“Stesso Dio in cui credere”, mi permisi di aggiungere io. “E no, mio caro, discrimineremmo chi non vuole credere in nulla. Meglio eliminare il problema alla radice e votarsi tutti all’ateismo”».

Far tesoro delle risposte illuminanti raccolte da Max Minimum alter ego letterario del nostro Tommaso Scandroglio – è dunque il primo passo assolutamente necessario per un’adeguata comprensione del mondo in cui viviamo.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Raffaello e la Madonna del Velo, la bellezza di una mostra

«Una Madonna teneramente rivolta verso il Bambino Gesù mentre solleva con premurosa delicatezza un velo trasparente che ricopre il Figlio; Gesù disteso su un piccolo materasso è rivolto alla Madre e con gesto vivace distende le braccia verso di lei; San Giuseppe emerge dall’ombra e paternamente protegge il Bambino e la Madre che gli sono affidati». Con queste parole Fabio Dal Cin, Arcivescovo Delegato Pontificio di Loreto, descrive la Madonna del Velo di Raffaello, nota anche come Madonna di Loreto, sia perché probabilmente una sua riproduzione fu collocata tra il 1717 e il 1797 nella Sala del Tesoro del Santuario della Santa Casa, sia perché fotografa una scena che può essersi svolta verosimilmente proprio tra le mura della casa di Maria di Nazareth custodita nella città marchigiana.

Inaugurata lo scorso 15 luglio e visitabile fino al prossimo 17 ottobre presso il Museo Pontificio della Santa Casa, la mostra La Madonna di Loreto di Raffaello. Storia avventurosa e successo di un’opera celebra la grandezza della tavola del pittore urbinate attraverso alcune riproposizioni di artisti celebri, dato che ha avuto da subito una straordinaria fortuna con oltre un centinaio di riproduzioni. L’esposizione consente anche mediante video e contenuti multimediali immersivi un’esplorazione digitale dei particolari più reconditi delle opere in mostra, favorendone così la fruizione soprattutto da parte dei visitatori più giovani.

Certo se da un lato dispiace che manchi l’esemplare – il «quadro di Nostra Donna bellissimo» secondo l’espressione di Giorgio Vasari – il quale non viene dato in prestito temporaneo dal Museo Condé di Chantilly, dall’altro le ‘versioni’ di Raffaellino Del Colle e dei pittori di area tosco-romana o della scuola di Guido Reni, di Giorgio Ghisi, anche se poco note al grande pubblico, catturano non di meno lo sguardo ammirato e contemplativo del visitatore.

In esso è infatti raffigurata «la Natività di Iesu Cristo, dove è la Vergine che con un velo cuopre il Figliuolo, il quale è di tanta bellezza che nell’aria della testa e per tutte le membra dimostra essere vero figliuolo di Dio», secondo quanto scrive Giorgio Vasari. Esposto in Santa Maria del Popolo durante le feste solenni, «tutta Roma core a vederlo, par un jubileo, tanta zente vi va», come racconta ancora il Vasari. Secondo un’antica tradizione, al momento della crocifissione, il Cristo avrebbe indossato lo stesso velo con cui la Madre lo aveva coperto dalla nascita. D’altra parte nella Madonna del Velo con tre arcangeli di Raffaellino del Colle non c’è solo il velo; fuoriscono dalla mangiatoia del Bambino le sacre bende per la sepoltura, secondo l’iconografia classica di una culla che prefigura già il suo sepolcro.

Di fronte alla tavola del pittore urbinate era esposto in Santa Maria del Popolo anche il ritratto dello stesso Raffaello del papa guerriero Giulio II, raffigurato come un eremita con una fitta barba insolita per un pontefice.

Al di là delle diverse ‘versioni’ più o meno celebri della Madonna del Velo, nel Museo Pontificio di Loreto è possibile ammirare anche sette opere di Lorenzo Lotto, collocate secondo la stessa disposizione voluta dal pittore per il coro della Basilica. Tra queste colpisce un San Michele che scaccia Lucifero, in cui l’angelo ribelle è rappresentato con le stesse fattezze dell’arcangelo che sembra tendergli la mano, quasi in un gesto estremo di misericordia, prima che il diavolo sprofondi nell’abisso e gli spunti una coda animalesca. Nella Presentazione di Gesù al Tempio, il pittore veneto raffigura un altare con piedi umani in maniera intenzionalmente antropomorfa, a sottolineare che Cristo è vittima, sacrificio e persino altare nell’offerta di sé al Padre. E ancora, in Cristo e l’adultera, Gesù è raffigurato mentre da un lato con la mano destra mette a tacere il chiacchiericcio della folla contro la donna, e dall’altro con le dita della sinistra accenna il numero tre, quasi a ribadire che è esclusivamente la Trinità nel suo mistero d’amore a doverla un giorno giudicare. Di qui nell’Adorazione dei Magi Lotto affida al primo dei Magi prostrato con tutto il corpo ai piedi del Bambino le sue sembianze, in segno di gratitudine per essere diventato Oblato della Santa Casa.

Insomma sia i dipinti di Lotto per la loro profondità simbolico-teologica, sia le raffigurazioni della tenera Madonna del Velo invitano a guardare al di là di ciò che si vede per coglierne il significato autentico. Perciò, per dirla infine con l’Arcivescovo Delegato Pontificio Fabio Dal Cin, «si inseriscono perfettamente nello spirito del Giubileo Lauretano che ci invita a ‘volare alto’ per elevarci nell’animo, allargando le braccia, come il Bambino, per accogliere Dio e abbracciare il prossimo».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

“Ascoltare San Domenico ci aiuta all’incontro con Dio”

In occasione dell’ottavo centenario della morte di San Domenico (Dies Natalis, Bologna 6 agosto 1221) è stato indetto un Anno Giubilare inaugurato il 6 gennaio 2021 che avrà termine il 6 gennaio 2022. Alcuni degli eventi e delle iniziative previste dal Comitato Internazionale per il Giubileo avranno luogo a Bologna presso la Basilica Patriarcale di San Domenico, dove riposano e sono venerate le spoglie mortali del Santo. Il tema scelto, “A tavola con San Domenico”, si ispira alla cosiddetta “Tavola della Mascarella” – primo ritratto del Santo databile tra il 1235 e il 1250 che testimonia anche un miracolo del pane ottenuto per sua intercessione – che lo raffigura con numerosi frati provenienti da tutta Europa. Si vuole, così, celebrare San Domenico non come un santo lontano e irraggiungibile, ma come un uomo che amava vivere in compagnia dei suoi fratelli uniti dalla stessa vocazione di annuncio del Vangelo con la parola e con la vita, condividendo i doni del Signore.

Tante le iniziative promosse per il Giubileo Domenicano – celebrazioni solenni, momenti di preghiera e spiritualità, convegni, una mostra e la proposta di un pellegrinaggio (il programma dettagliato è consultabile sul sito: http://www.giubileodomenicano.it/) – delle quali La Nuova Bussola ha parlato in esclusiva con il priore dell’Ordine Fra Davide Pedone, autore del recente volume Andata e ritorno. San Domenico, la stella del vespro. Il suo carisma e la sua eredità (ESD 2021, pp. 112) che ripercorre le tappe significative della vita umile, contemplativa e attiva, di un gigante della nostra fede.

Fra Davide, il tema scelto per quest’anno giubilare “A tavola con San Domenico” allude a una vicinanza, a una ‘prossimità’ di Domenico all’uomo di oggi. In quali aspetti un Santo di otto secoli fa può divenire nostro ‘contemporaneo’; ossia cosa significa per noi essere a tavola con san Domenico hic et nunc, qui e ora?

Quando siamo a tavola dialoghiamo, conversiamo; c’è uno scambio di opinioni, di idee e di pensieri. Se ci dovessimo pensare a tavola con San Domenico, ascolteremo quello che lui ha da dirci e a sua volta noi interagiremo con lui. Allora stare a tavola con San Domenico significa ascoltare quello che egli ci vuole dire, che cosa lo ha mosso durante la sua vita a fare tutto quello che ha fatto. E la passione di San Domenico è ciò che per cui ha vissuto per tutta la vita, cioè Cristo Salvatore. Egli ci racconterebbe di Gesù, della salvezza che ha portato, che è valida ai suoi giorni come ai nostri perché anche noi oggi cerchiamo salvezza.

Quali sono le iniziative principali in programma per celebrare il vostro Santo Fondatore?

Tenendo conto che purtroppo la pandemia ha fortemente limitato molte iniziative, tra le quali la possibilità di un ‘movimento di pellegrinaggio’ che sarebbe arrivato a pregare ai piedi dell’Arca di San Domenico, lì dove sono custodite le sue spoglie mortali, ci prepareremo al Triduo in suo onore con tre Messe celebrate il 31 luglio, l’1 e il 2 agosto presiedute da tre provinciali francescani, come da tradizione, la quale prevede ci sia un francescano a celebrare le Messe prima della festa del santo di Guzman e, viceversa, un domenicano a presiedere quelle precedenti la festa del santo di Assisi. Il 3 agosto ci saranno i Vespri Solenni, presieduti dal maestro dell’Ordine, con l’esposizione del capo di San Domenico che sarà portato in processione in Basilica. Il 4 agosto, cuore del Giubileo, ci sarà la Messa Solenne alle 19 presieduta dal Card. Matteo Maria Zuppi con l’omelia del maestro dell’Ordine. In chiusura, il 5 agosto, avremo un momento di preghiera in ricordo del transito di San Domenico.

Da dove nasce l’idea di ripercorrere attraverso un pellegrinaggio spirituale e culturale, sulle orme di San Domenico, il suo ultimo viaggio da Roma a Bologna?

Fare un pellegrinaggio consente un po’ di ripercorrere il cammino della propria vita, di fare un percorso di discernimento, purificazione e riconsiderazione della propria esistenza. Abbiamo scelto perciò di riprendere proprio un tratto di strada che Domenico ha fatto molte volte, quello tra Bologna e Roma. Di fatto poi è l’ultimo percorso che egli fece, perché di ritorno a Bologna cadrà ammalato e cominceranno ad aggravarsi le sue condizioni. Visto che l’ottocentenario ne celebra il dies natalis, allora questo cammino vuole alludere anche alla meta della sua vita, il regno dei cieli, l’orizzonte entro cui dovrebbe essere orientato tutto quello che anche noi facciamo. In tale prospettiva, il pellegrinaggio comporta anche un ricentrarsi verso il giusto obiettivo, quello dell’incontro con Dio, in un tempo in cui siamo un po’ smarriti. Venendo al percorso, si snoda idealmente lungo l’asse della Via Francigena e prevede alcune soste significative (Viterbo, Rieti, Orvieto, Montepulciano, Siena e Firenze) ed è fruibile anche con l’ausilio dell’app “SloWays”, provvista di una guida GPS dell’intero itinerario e di informazioni di carattere storico, artistico e spirituale legate al mondo domenicano.

Quale episodio della vita di Domenico potremmo sentire più vicino alla nostra sensibilità?

Una volta uno studente, sentendolo parlare con la sua profondità, gli domanda su quale libro abbia appreso tale sapienza. Domenico risponde – ed è una risposta significativa anche per noi oggi – che ha appreso la sua sapienza nel libro della carità. L’insegnamento che possiamo apprendere da tale episodio è che la conoscenza più gustosa di Dio la ritroviamo proprio nella carità applicata nella quotidianità.

Qual è l’attualità del carisma domenicano nella vita della Chiesa contemporanea?

San Domenico ha speso tutta la sua vita nella predicazione e nella costituzione di un ordine che si dedicasse alla predicazione. Oggi, per quanto antica e sempre nuova, la predicazione è sempre necessaria e attuale. San Domenico predicò il Cristo come via perché l’uomo potesse essere pienamente uomo in quanto figlio di Dio secondo la propria vocazione. È questa un’urgenza anche oggi, quella di ritrovare in Cristo colui che ci aiuta a essere pienamente noi stessi, dentro un orizzonte in cui l’uomo è smarrito al punto da rinnegare persino se stesso nella sua stessa realtà. Domenico combatté con la sua predicazione l’eresia catara che rinnegava il creato e la sua materialità e dunque il corpo, inteso quale prigione di cui liberarsi; eresia per la quale anche la famiglia era da abolire perché luogo nel quale nascevano altre ‘prigioni dello spirito’. Tale eresia, in una formula sicuramente nuova, è molto presente anche oggi nella difficoltà di custodire la famiglia nel progetto che Dio ci ha consegnato e la bellezza dell’uomo così come è data. In realtà, nel momento in cui smarriamo l’orizzonte divino, rinneghiamo noi stessi.

Una curiosità, qual è attualmente il Paese con maggior numero di vocazioni domenicane?

In estremo oriente il Vietnam e Filippine sono in forte crescita. L’America stessa ha province molto ricche di vocazioni, a partire da quella di Washington; in particolare, in America latina, la Colombia è fiorente di vocazioni. In Africa le vocazioni nel carisma di Domenico sono in crescita in Kenya e dintorni; in Europa in Polonia. A livello generale, tutto l’Ordine ha una crescita progressiva, nonostante paesi un po’ in difficoltà, quali Spagna, centro e sud Italia.

Volendo fare, infine, un appello ai nostri lettori e non solo?

L’invito per tutti è a venire pellegrini a Bologna a chiedere le grazie che vogliamo per l’intercessione di San Domenico e a mettere la propria vita sotto la custodia e il patrocinio di Maria, come lo stesso Domenico ha fatto, dal momento che è la Vergine che ha voluto l’Ordine e lo condurrà dove Dio vorrà.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

 

 

Formare i giovani nella fede, sulle orme di San Giuseppe

Who is St. Joseph? è un libretto di preghiere, pensieri e aneddoti di spiritualità giuseppina che testimonia che il Santo Patriarca ha ispirato numerosi ordini religiosi nati anche all’estero proprio (e non è un caso) negli stessi anni in cui soprattutto in Piemonte operano le figure di numerosi ‘santi sociali’, tra cui Leonardo Murialdo, Felice Prinetti, Clemente Marchisio e Giuseppe Marello, i quali con zelo apostolico si impegnano a contrastare una diffusa cultura anticlericale e massonica restando saldi nella fede tenace del padre putativo di Gesù.

 Questo volumetto è stato scritto dal cardinale Herbert Vaughan (1832-1903), fondatore della Società Missionaria di San Giuseppe di Mill Hill in un sobborgo di Londra. Arcivescovo di Westmister, Vaughan inaugura in Tirolo, Germania e Belgio la sua congregazione al fine di reclutare missionari. Dietro suggerimento di papa Pio IX, nel 1871 si trasferisce con quattro missionari dall’Inghilterra negli Stati Uniti d’America per svolgere apostolato tra gli ex schiavi neri liberati dopo la guerra di secessione americana. Nel 1892, grazie alla preziosa collaborazione col sacerdote statunitense John Slattery (1851-1926), costituisce una nuova congregazione nel nome di San Giuseppe, quella dei missionari di San Giuseppe del Sacro Cuore, i quali si dedicano all’evangelizzazione delle comunità afroamericane e sono presenti dall’Alabama alla California, dalla Louisiana al Texas.

Anne-Marie Javouhey (1779-1851) arriva nella Guyana francese con le sue Suore di San Giuseppe di Cluny per servire i bambini più poveri e abbandonati, i malati nel corpo e di mente, per liberare le persone da ogni tipo di schiavitù morale o sociale perché siano rispettate nella loro dignità di figli di Dio. La spiritualità giuseppina di tali suore consiste nell’avere orecchie di discepolo, docili all’ascolto della Parola in unione intima e costante con il Padre proprio come San Giuseppe, per avere una visione chiara del mondo leggendo i segni dei tempi alla luce del Vangelo e così rispondere con coraggio alle sfide quotidiane, dando speranza soprattutto a tutti i ‘feriti dalla vita’.

 «Tutti voi che vi siete dedicati alla sacra opera dell’educazione, amate, amate i bambini. Ma c’è amore e amore. Parlo qui di amore vero, profondo e illuminato; amore pastorale e paterno; questo amore è tutto e tutto compie. In una parola, siate loro come dei padri e se, questo non basta, siate anche come delle madri. Dovete amare i figli e far sentire loro che li amate, non solo evitando ogni durezza ingiustificata e scoraggiante severità, ma curandoli con tenerezza e avendo per loro un affetto benedetto e cordiale, facendogli vedere che dedicate loro la vita, che siete felice di stare con loro». Questo scrive padre Costante Guillaume van Crombrugghe (1789-1965) ai suoi figli spirituali, i Giuseppini nel Belgio. Inizialmente chiamati a istruire ed educare alla fede i figli della borghesia ottocentesca delle Fiandre, si dedicano successivamente alle missioni anche tra i giovani più poveri in America Latina, Zaire e Camerun.

Le Suore di San Giuseppe del Messico e i Missionari di San Giuseppe del Messico sono stati invece fondati dal sacerdote spagnolo José María Vilaseca (1831-1910) in America Latina allo scopo di evangelizzare e formare soprattutto i più giovani. «Fai sempre e in tutto il meglio!», «Sii utilmente impegnato» e perciò «Avanti! Sempre avanti! San Giuseppe lo chiede», era solito affermare il fondatore. Egli si impegnò notevolmente nella diffusione del culto dell’‘Uomo del silenzio di Nazareth’. Scrive di lui: «Il divino Giuseppe è una creatura unica dinanzi a Dio. Fu divinamente predestinato al suo compito. Occupa nella mente dell’Altissimo un posto privilegiato. I suoi doni sono superiori a quelli di chiunque. Così che l’eloquenza umana non potrà mai descriverlo, né le belle immagini sacre ritrarlo come veramente Egli è, né gli impegni più alti potranno farcelo conoscere. Per questo i sapienti Gerson e Isolano affermano: “Tutto ciò che potrete pensare di bello su San Giuseppe non potrà mai eguagliare i suoi meriti”. Il suo corpo era bello e l’anima era ancor più splendente, l’intelligenza elevata, la volontà interamente inclinata al bene, il cuore era il cielo della grazia, il palazzo della virtù e il trono della verginità».

Anche i Fratelli Giuseppini del Rwanda (noti anche come Bayozefiti), presenti pure in Burundi e nella Repubblica Democratica del Congo e fondati dal vescovo francese Classe (1874-1945) missionario in Africa, si dedicano all’evangelizzazione dei giovani, alla preparazione dei catecumeni, alla formazione scolastica, all’uso del digitale e al lavoro manuale, in specie di falegname e muratore, nelle missioni in cui operano.

Alla luce di tali figure la priorità missionaria delle congregazioni della famiglia spirituale di San Giuseppe all’estero consiste nell’iniziare ed educare alla fede e ai sacramenti, ma anche nel formare attraverso lo studio e il lavoro soprattutto i giovani, in particolare nei contesti di profondo disagio sociale, culturale ed economico, sulle orme del loro santo patrono, il quale abbracciò con l’integrità della sua persona la missione di custode del fanciullo Gesù mettendo a frutto tutti i doni del Creatore.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

La moneta dell’inganno, un giallo che racconta l’oggi

«L’intrigo, e in filigrana, la lotta per il controllo del mondo e la massoneria da una parte, degli uomini e delle donne di Dio dall’altra, intrecciano una storia appassionante insieme alla quale si tratteggia anche una acuta lettura della vita culturale contemporanea e insieme del momento che sta attraversando la nostra amata Chiesa». Così Costanza Miriano presenta il romanzo giallo d’esordio di Attilio Negrini, La moneta dell’inganno (Tabula fati 2021, pp. 232).

 «La bocca dello stolto è la sua rovina» (Prov 18, 7) è il contenuto della minaccia di morte anonima che don Giuseppe si vede recapitare nella sua casa canonica. Qualche giorno prima aveva tuonato dall’altare della sua parrocchia, in relazione alla missione dei pastori della Chiesa, che la «maggiore responsabilità che abbiamo è quella di dire la verità, magari con un po’ di bastone e molta carota, questo sì. Stasera avevo finito le carote». Di lì a poco giunge notizia della morte di un medico e della scomparsa di un paziente in circostanze misteriose, tutto questo dopo che un vescovo ha ritrovato sul tabernacolo di una chiesa una strana moneta. Presto don Giuseppe, la perpetua Teresa ed alcuni amici fidati si accorgono che in canonica ci sono anche delle cimici: il bersaglio è proprio il sacerdote, reo di aver pronunciato in una conferenza pubblica sul diritto di famiglia alcune tesi fedeli al magistero della Chiesa non ‘politicamente corrette’ sul tema del matrimonio per le persone omosessuali. Egli si è anche espresso pubblicamente denunciando a più riprese i poteri occulti e le strategie dei partiti progressisti e dell’alta finanza per imporre certe leggi all’Europa.

C’è poi l’impegno pastorale di un vescovo contro l’ombra nera della massoneria, una struttura talmente ramificata per cui «possono cambiare sindaci e partiti ma lui ha le chiavi della città, possono cambiare sacerdoti e vescovi ma lui ha le chiavi della Curia». Questo massone, insieme ai suoi affiliati nel mondo delle istituzioni politiche e sanitarie, ha infatti il potere di mettere in moto una macchina del fango mediatica contro un medico, che viene accusato addirittura di pedofilia, «per rovinargli la carriera, con l’intendimento di trattenerlo fino al compimento della missione per poi restituirlo alla famiglia con una reputazione distrutta e come testimone inattendibile».

L’obiettivo di tale struttura di potere è da un lato il dominio e il controllo delle masse, sfruttando anche la sperimentazione di un farmaco su cavie umane per un enorme giro d’affari; dall’altro la consacrazione al demonio di una città nella quale, in nome dell’apertura e del dialogo tra le diverse fedi, si sta per inaugurare una statua della ‘Madonna senza volto’, all’insegna del relativismo culturale e religioso. Tale inaugurazione viene celebrata quale «evento straordinario per la città e la statua sarebbe diventata il simbolo della tolleranza e dell’ecumenismo, dal momento che da cattolici non bisognerebbe sentirsi superiori perché in fondo tutte le religioni portano all’idea di un Essere Supremo che dà origine al tutto, ciò che conta non è arrivarci solo attraverso Gesù ma che ognuno deve percorrere la strada che ritiene più giusta». Acclamando «un dio che porta pace, progresso e benessere al mondo intero partendo dalla nostra città», sarebbe stato così istituzionalizzato l’indifferentismo religioso massonico.

La vicenda si snoda tra numerosi colpi di scena, mentre sullo sfondo imperversa una perenne lotta tra il bene – nel quale persevera una sparuta ‘minoranza creativa’, «un piccolo gregge considerato bigotto e superato» che però, sotto l’egida di Maria, coltiva con umiltà la propria fede e non teme di rischiare la propria vita e reputazione nella ricerca della verità per svelare la trama del nemico – e il male, rappresentato dalla «‘Nuova Chiesa’ scientista e progressista e da questo mondo che aveva deciso di eliminare Dio dalla storia e relegarlo a un mero concetto che ognuno, nel privato, poteva coniugare come meglio credeva, fermo restando che in nome della laicità dello Stato non bisognava ‘imporlo’ al popolo».

Lungo il corso delle indagini non mancano interessanti spunti di riflessione critica sul contesto socio-culturale e la situazione ecclesiale del nostro tempo, da Halloween al lassismo di certa «teologia borderline» riguardo alla sessualità umana; dalle pressioni delle lobby per i cosiddetti ‘diritti civili’ a considerazioni tutt’altro che inattuali sullo ‘sciopero generale’, per cui «non si sapeva bene chi fosse l’obiettivo, c’è sempre qualcuno che vuole scioperare contro qualcun altro, spesso senza un vero motivo, basta voler rivendicare qualcosa, basta unirsi ai colleghi di categoria per alzare un po’ la voce e far vedere che si è ancora vivi».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana