La fioritura dell’arte medica? E’ opera di medici santi

Cosma e Damiano, Ildegarda di Bingen, Nicolò Stenone, Camillo de Lellis, Riccardo Pampuri, Giuseppe Moscati e Gianna Beretta Molla sono solo alcuni dei “medici, infermieri e farmacisti santi che spesero le loro vite per lenire i mali del corpo senza dimenticare le esigenze dell’anima. Infatti la storia della medicina non è soltanto la storia di invenzioni, di scoperte, di progressi scientifici; è anche la storia di uomini che hanno dedicato la propria vita a prendersi cura di chi soffre”.

È questo il leitmotiv della documentata storia della medicina del medico e scrittore Paolo Gulisano, condensata nel saggio L’arte del guarire (Ancora, pp. 187). Dalla medicina rudimentale delle antiche civiltà al Medioevo che, nell’anelito di mettere in pratica la carità del Medico celeste, inventa gli ospedali; dal Rinascimento alla modernità ipertecnologica dove chi soffre ha bisogno anzitutto di una presenza umana accanto a sé, si susseguono tante figure che hanno praticato “in modo eroico, fino alla santità, l’arte del guarire”.

“In principio le cause di una malattia erano imputate a fattori soprannaturali, in quanto essa era considerata una conseguenza dell’ira e del castigo divino alle cattive azioni degli uomini. Con gli egizi la medicina è una tra ‘le prime scienze autentiche’, tanto che Erodoto li chiama ‘popolo dei sanissimi’. Basti ricordare che “curavano l’igiene di bocca e denti con bicarbonato”. In ambito greco, in relazione alla peste che colpì Atene nel 430 a.C., “Tucidide è stato in qualche modo il precursore della moderna informazione sanitaria e della promozione della salute secondo un metodo preventivo”. Si deve invece a Ippocrate, fondatore di una vera e propria scuola medica e autore di una settantina di opere, il ‘Giuramento del medico’, “una formula dall’altissima valenza etica, che dal IV secolo a.C. in poi i sanitari hanno pronunciato all’inizio della loro missione”. Egli elabora “un vero e proprio metodo scientifico, basato sull’osservazione diretta del malato, eseguita con grande attenzione: nasce qui il concetto di clinica e della conseguente diagnosi. La medicina deve essere una ricerca continua, serena e disinteressata alla quale bisogna dedicarsi solo per amore di essa e della salute delle persone. Ippocrate inventa la cartella clinica, teorizza la necessità di osservare razionalmente i pazienti, prendendone in considerazione l’aspetto e i sintomi e introduce, per la prima volta, i concetti di diagnosi e prognosi”.

I romani comprendono piuttosto che “la cura dell’igiene preveniva l’insorgere di molte malattie, soprattutto trasmesse attraverso acque infette, motivo per il quale realizzano i loro acquedotti. L’esercizio della professione era anche allora remunerativo, e molti, del tutto inesperti, come ciabattini e tessitori, diventavano da un giorno all’altro medici, spesso facendo esperienza sulla pelle dei loro pazienti: ‘I medici imparano a nostro rischio e pericolo e fanno esperimenti con la morte; soltanto il medico gode di impunità completa quando ha provocato la morte di qualcuno’, scrive Plinio nella sua Naturalis historia”. Tra i medici latini più accreditati c’è sicuramente Celso, il quale “tratta approfonditamente di patologia, di clinica, di igiene, ma soprattutto di chirurgia”. Egli è esperto nella pratica “della legatura dei vasi nelle emorragie più imponenti, della sutura delle ferite profonde, di interventi sul torace, del trattamento di varie ernie e di diverse tecniche chirurgiche in oculistica”.

Nel ministero di Cristo “la cura dei malati rappresenta una prova dell’avvento del regno di Dio. L’attività terapeutica esercitata dal medico Gesù è il segno dell’amore di Dio per l’uomo – sottolinea l’autore – I Vangeli sottolineano che Gesù cura i malati, e il verbo greco therapèuein, ‘curare’, ricorre ben trentasei volte, mentre altre diciannove volte troviamo il verbo iàsthai, ‘guarire’”. Tra i primi medici cristiani c’è San Luca, come conferma il suo maestro san Paolo che in un’epistola scrive: ‘Vi salutano Luca, il caro medico, e Dema’ (Col 4,14)”. Nel suo vangelo Luca, quando racconta la celebre parabola del Buon Samaritano, precisa che costui “fasciò le lesioni del ferito e vi versò sopra dell’olio e del vino, curandolo, cioè, secondo i metodi del tempo: la fasciatura a scopo protettivo, l’olio come lenitivo e il vino come blando disinfettante”.

Con l’avvento delle prime comunità cristiane, “una parte degli episcòpi – le residenze dei vescovi – viene destinata al riparo dei malati, assistiti dal clero. Le persone da assistere, col passar del tempo, diventano sempre più numerose anche perché i cristiani, come ebbe a riconoscere loro persino un implacabile nemico quale fu l’imperatore Giuliano l’Apostata, non si limitano ad accogliere i propri correligionari. Alle porte della città di Cesarea viene realizzata una vera e propria ‘città dei malati’. Il progetto di grandi luoghi di ospitalità, che dà in seguito il nome all’Ospedale (dal latino hospitale), è ripreso da sant’Elena, madre di Costantino che, nel corso del suo pellegrinaggio in Terra Santa, fa costruire intorno a Gerusalemme case per la cura dei poveri, dotate di camere per i malati e gli infermi di ogni tipo, affidati alle cure di medici e infermieri che a loro volta dispongono di locali propri dove vivere”. Tra i santi medici martiri dei primi secoli basti citare Ursicino, Alessandro Lionese, Papilo, che edifica una sorta di casa di ricovero per anziani, Talaleo e Ciro di Alessandria.

Tra i santi taumaturghi vi sono Sebastiano e Pantaleone, che esercita la professione per puro spirito di carità. Egli, dopo aver guarito un cieco in nome di Cristo, dinanzi all’imperatore che l’accusava di aver rinnegato Asclepio, guarisce anche un altro malato sempre pronunciando il nome di Gesù. Vi è poi Diomede, il primo medico dei carcerati, e Sansone, che nel V secolo, si china sulle piaghe dei più derelitti e guarisce persino l’imperatore Giustiniano il quale, in segno di gratitudine, gli dona alcuni locali adiacenti la basilica di Santa Sofia dove poter assistere con cure mediche i più bisognosi: sorge così il primo ospedale. Nell’Alto Medioevo Sant’Isidoro fonda la scuola medica di Siviglia e la medicina diviene una ‘seconda filosofia’. La tradizione della medicina galenica è alla radice della fioritura della medicina monastica, mentre Sant’Alberto Magno compone diversi trattati scientifici che sono all’origine della medicina scolastica e alla base delle nascenti facoltà universitarie. E ancora, “tutte le tecniche mediche usate da Sant’Ildegarda sono tecniche accessorie per far sì che Cristo possa operare come medico – evidenzia Paolo Gulisano – Sono strumenti che bisogna saper utilizzare, come le piante, come la musica”.

Nel Rinascimento San Martino de’ Porres allestisce un ospedale nella casa della sorella, mentre è notevole il contributo all’anatomia del medico, scienziato e sacerdote danese Nicolò Stenone, che scopre il dotto parotideo e contribuisce agli studi sul cervello umano, sul sistema circolatorio e su quello ghiandolare. Significative sono poi le figure di San Giovanni di Dio, che fonda l’ordine religioso per l’assistenza ai malati dei Fatebenefratelli; di Giovanni Leonardi, il santo farmacista, e di San Camillo de Lellis che, insieme a cinque compagni, si consacra al servizio dei malati, dando vita alla Compagnia dei Ministri degli Infermi. Divenuto “uno dei pionieri dell’assistenza infermieristica negli ospedali”, Camillo è solito affermare che ‘per i malati bisogna essere madri’”.

Verso la fine del Settecento Edward Jenner inventa un antidoto per garantire l’immunizzazione da virus di animali: nasce il ‘vaccino’. Nell’Ottocento il frate agostiniano Gregor Mendel pone le basi della genetica con la scoperta dell’ereditarietà dei caratteri; mentre il beato Laval fonda la Cassa della carità per le cure dei più bisognosi e inizia quella lunga schiera di missionari medici che negli ultimi due secoli avrebbe prestato la propria opera per l’evangelizzazione e la promozione umana nei Paesi più poveri del mondo.

Infine, tra le altre figure di medici di grande spessore umano e scientifico, meritano di essere citati il convertito a Lourdes Alexis Carrel, Premio Nobel nel 1912 per le suture vascolari; San Giuseppe Moscati “che ogni giorno si chinava sul dolore umano; trascorreva tutto il tempo che poteva in ospedale al capezzale degli infermi, cercando di alleviarne le sofferenze. Per lui il dolore non era soltanto un problema fisico, ma era il grido di un’anima che chiedeva aiuto. Egli era consapevole che gli ammalati sono ‘figure di Cristo’. Oltre al santo nelle corsie di ospedale, ci sono anche il ‘medico condotto’ Fra Riccardo Pampuri e la pediatra Santa Gianna Beretta Molla.

Il contributo di questi medici lascia trasparire pienamente il ruolo autentico dell’arte del guarire che, più che un lavoro, è una ‘missione specifica’, la quale deve essere scandita – come ebbe a dire Benedetto XVI in un incontro con gli operatori sanitari – “dal perseguimento di tre obiettivi: guarire la persona malata o almeno cercare di incidere in maniera efficace sull’evoluzione della malattia; alleviare i sintomi dolorosi che la accompagnano, soprattutto quando è in fase avanzata; prendersi cura della persona malata in tutte le sue umane aspettative. […] Ogni singolo paziente, anche quello inguaribile, porta con sé un valore incondizionato, una dignità da onorare, che costituisce il fondamento ineludibile di ogni agire medico. Il rispetto della dignità umana, infatti, esige il rispetto incondizionato di ogni singolo essere umano, nato o non nato, sano o malato, in qualunque condizione esso si trovi”.

Alla luce di tali parole, in un contesto culturale in cui fa spesso capolino il concetto di ‘qualità della vita’ a detrimento della dignità umana del paziente, la missione del medico è quantomai preziosa e assolutamente necessaria nella misura in cui egli riesce, per dirla con un adagio francese del XV secolo, a “curare qualche volta, alleviare spesso, confortare sempre”.

Fonte: ProVitaeFamiglia (febbraio 2020) La fioritura dell’arte medica. E’ opera di medici santi.pdf

Suor Bernadette, miracolata ‘per la gloria di Dio’

“Sono una povera suora che fu pesantemente handicappata e invalidata. Mi trovavo fuori dalla barca della vita e messa da parte. Ma poi sono stata miracolosamente sanata”. Inizia così a raccontare la propria storia redatta insieme a Jean-Marie Guénois, la suora francese Bernadette Moriau ne La mia vita è un miracolo (San Paolo 2019, pp. 239). C’è lucida consapevolezza e profonda gratitudine a Dio nelle parole e nell’animo di questa suora mentre ripercorre le tappe della propria vita fino alla prodigiosa guarigione dalla cosiddetta ‘sindrome della cauda equina’ al ritorno da Lourdes. Tale guarigione costituisce il settantesimo miracolo ‘certificato’ operato dall’Immacolata presso la grotta di Massabielle su circa 6400 dossier di guarigioni inspiegabili aperti presso il Bureau des Constatations Médicales della città pirenaica.

Ella confessa di non aver mai chiesto la propria guarigione e di aver piuttosto pregato per quella degli altri. Eppure proprio a lei, una suora francescana Oblata del Sacro Cuore di Gesù, un’infermiera ormai anziana, ciò che era insperato si è realizzato. Bernadette nel 2008 ha 69 anni e vive paralizzata da 42, “il piede sinistro era in una stabile posizione di inversione quasi completa. La schiena, la colonna vertebrale, il bacino erano ridotti in poltiglia. Erano sostenuti da un rigido busto cervico-toracico-lombo-sacrale che però non mi impediva di soffrire”. Sedata dalla morfina quando il dolore diventava insostenibile, nel viaggio di ritorno dal suo pellegrinaggio, suor Bernadette prega, soffre e offre le sue sofferenze per i malati che ha visto a Lourdes anche in condizioni peggiori della sua. Non si lamenta, nella consapevolezza “che il mio stato di religiosa è per loro, per tutti gli altri, non per me. Ho offerto la vita, che Dio mi ha donato, a Lui e agli altri. Se la mia salute non mi permette più di aiutarli – io ero infermiera – posso almeno pregare per loro a tempo pieno: per la loro guarigione, per il loro benessere”.

Suor Bernadette è stata già diverse nel luogo delle apparizioni, anche se vi mancava dal 1985. Spronata dal proprio medico curante, mediante il quale era Dio stesso a chiamarla, aveva deciso di farvi ritorno bagnandosi anche nelle sue piscine, “nell’acqua della Resurrezione di Gesù”. Poi, durante la benedizione eucaristica al termine della processione nel sacro perimetro del santuario, ode dall’Ostia Santa il Maestro che le sussurra al cuore: “Vedo la tua sofferenza e quella dei tuoi fratelli e sorelle malati. Dammi tutto”. Rientrata in convento, dopo tre giorni di cui scrive: “Le mie ossa urlano, la mia anima canta”, percepisce sensibilmente quell’ ‘oceano di pace’ che è un grande dono di grazia per molti pellegrini.

L’acqua delle piscine e il fuoco dell’amore eucaristico sono “i segni dell’inizio di una vita nuova”. Alle 17.45 dell’11 luglio è ai piedi di Gesù Eucaristica durante l’adorazione nella cappella del suo convento di Bresles. Improvvisamente avverte un calore interiore e, rientrata in camera, una voce che la invita: “Togliti gli apparecchi”. Il suo corpo ritorna inspiegabilmente perfettamente in salute, il piede non più torto, il dolore completamente svanito e la gioia incontenibile. Eppure, come spesso accade in questi eventi straordinari, è tenuta a custodire il silenzio e la segretezza ed è chiamata a raccontare principalmente nelle sedi opportune quanto le è capitato. Di qui ritorna come paziente negli studi dei dottori che l’avevano avuta in cura sino ad allora; compare con la propria cartella clinica dinanzi a medici che non la conoscono e si presenta innanzi a commissioni schierate di teologi e monsignori che hanno necessità di esaminare il suo ‘caso’.

Nel volume c’è ampio spazio per la narrazione di un’odissea durata ben dieci anni, vissuta in obbedienza alla volontà di Dio e della sua Chiesa, perché sia riconosciuta la straordinarietà della sua guarigione, a beneficio di tutto il popolo di Dio. Essa è stata infatti certificata dall’esame accurato di circa 300 medici, mentre il miracolo è stato appurato da una commissione teologica appositamente costituita.

La nuova vita di suor Bernadette dopo il grande dono ricevuto è consistita nell’ “accettare di uscire dalla riservatezza per essere disponibile a raccontare le meraviglie di Dio senza appartenersi più”. D’altra parte, per la suora francese, il miracolo ricevuto è un “piccolo germoglio di grazia”, nella consapevolezza che “se il Signore ha voluto fare di me un ‘segno’ è per manifestare la Sua gloria, non la mia”. Perciò, una volta recuperata la salute fisica, ella non si è tirata indietro dinanzi alla responsabilità di tale compito, anzi “si è rimessa al servizio della sua comunità, della sua parrocchia, dell’Ospitalità e dei malati di Lourdes”, a testimonianza del fatto che – come ha rilevato opportunamente il vescovo di Beauvais Jacques Benoît-Gonnin – “una vita ritrovata è una vita feconda nel dono di sé”.ù

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

San Tommaso e il Vangelo di Giovanni, un commento che illumina

“La sua contemplazione è perfetta; poiché tale atto è perfetto quando colui che contempla viene sollevato fino all’altezza della realtà contemplata. Ora, siccome Giovanni insegnò non solo che il Cristo Gesù, Verbo di Dio, è Dio elevato al di sopra di ogni essere, e che per mezzo di lui tutto è stato creato, ma altresì che siamo stati santificati per mezzo di lui e che a lui aderiamo mediante la grazia che egli ci infonde, è evidente che la sua contemplazione è perfetta”.

In queste parole di San Tommaso d’Aquino è racchiuso il cuore del suo poderoso commento al Vangelo secondo Giovanni (2019, 2 voll, pp. 3000), pubblicato ora nella pregevole collana “I Talenti” delle Edizioni Studio Domenico e delle Edizioni San Clemente con testo latino a fronte, grazie al paziente e accurato lavoro di traduzione dei Padri Domenicani Tito Sante Centi e Roberto Coggi. In tale commento Tommaso rielabora le citazioni dei vari autori spesso senza menzionarne esplicitamente le fonti, a differenza dell’altro suo monumentale commento ai Vangeli, noto come Catena Aurea, nel quale invece le auctoritates dei Padri della Chiesa sono riprese testualmente. Secondo Tolomeo di Lucca, che ne catalogò le opere, l’Aquinate avrebbe scritto di suo pugno solo il commento ai primi cinque capitoli, mentre il resto sarebbe frutto di una fedele trasposizione da parte del segretario fra’ Reginaldo degli appunti delle sue lezioni, naturalmente rivisti dal maestro prima di essere pubblicati.

 Il fascino intellettuale, spirituale e mistico del Vangelo di Giovanni costituisce una miniera inesauribile di tesori per la ragione acuta e illuminata dalla grazia di Tommaso. Quella dell’Aquinate, però, non vuole essere un’esegesi storico-critica, bensì una “reinterpretazione esistenziale” del testo giovanneo inteso quale Parola ispirata capace di generare ancora vita di fede in colui che l’accoglie nella propria esistenza di ogni giorno. D’altra parte “mentre gli altri evangelisti trattano principalmente dell’umanità di Cristo, Giovanni insiste sulla Divinità di Cristo senza per questo tralasciare i misteri della sua umanità”, sottolinea ancora il Doctor Angelicus.

Giovanni, assimilato all’aquila “perché volle fissare con gli occhi acutissimi dell’anima la luce della verità immutabile”, insegna a Tommaso che è per mezzo dell’umanità di Cristo che bisogna tendere a Dio. D’altra parte Egli è “Via secondo la sua umanità ed è termine secondo la sua divinità”. Nel tentativo di immergersi con l’evangelista nelle profondità del mistero del Verbo divino Tommaso, che al solo commento del Prologo (Gv 1) dedica circa 250 pagine focalizzando la propria riflessione e meditazione su ciascuna parola, scrive: “Siccome Dio con un solo atto, mediante la sua essenza, conosce se stesso e tutto ciò che egli sa, l’unico Verbo divino esprime tutto quello che è in Dio: non solo per quanto riguarda le Persone divine, ma anche per quanto riguarda le creature; altrimenti sarebbe imperfetto”. Particolarmente significativa è anche la sua puntualizzazione sulla traduzione latina di Logos con ‘verbum’ e non con ‘ratio’. A tal proposito l’Aquinate precisa che, a differenza del termine ‘ratio’ che allude solo “al concepire della nostra mente quale fatto mentale”, verbum “invece indica pure l’espressione esteriore”, e dunque implica “un riferimento a cose esterne”, ossia alle realtà create che mediante tale Parola divina sono fatte esistere.

Il Verbo di Dio è la ‘luce vera’ (Gv 1, 9), cioè “la luce per essenza”; dunque né quella di cui partecipano le creature, né quella “falsa che i filosofi si vantano di possedere”. Di qui a ciascun uomo è stato dato ‘il potere di diventare figlio di Dio’ (Gv 1, 12), ossia “il potere proprio della grazia per l’acquisto della perfezione delle opere e il conseguimento della gloria”.

Relativamente al miracolo di Gesù alle nozze di Cana, Tommaso rileva “la pietà e la misericordia della Madre nel considerare il bisogno altrui come proprio” quando venne a mancare il vino; “la riverenza verso Cristo e la sua sollecitudine e diligenza” nel non attendere che “il bisogno fosse estremo”, rimettendosi “al modo di agire proprio di Dio”.

Tra i numerosi spunti di riflessione che offre il suo commento al capitolo 6 di Giovanni sul discorso di Gesù quale ‘pane di vita’, Tommaso sottolinea che “come l’uomo Cristo riceve la vita spirituale dall’unione con Dio, così anche noi riceviamo la vita spirituale nella comunione del sacramento”, poiché l’anima vive nella misura in cui aderisce al Verbo di Dio. Cristo è infatti la Via, nella misura in cui “è il fine a cui aspira la vita dell’uomo; e l’uomo desidera soprattutto due cose: primo, la conoscenza della verità, che è una sua prerogativa; secondo, il prolungamento della propria esistenza”. In tal senso, il Signore è allora anche la Verità e la Vita.

Di qui, se da un lato “un bene creato non acquieta perfettamente il desiderio e la brama dell’uomo e dunque non è possibile avere una gioia piena”, dall’altro invece “la nostra gioia sarà piena quando possederemo il bene nel quale si trovano in maniera sovrabbondante tutti i beni che possiamo desiderare. E questo bene è soltanto Dio, il quale riempie di beni il nostro desiderio”. A tale desiderio del cuore umano viene incontro il desiderio profondo di Cristo stesso morente sulla croce che, nell’espressione ‘Ho sete’ (Gv 19, 28), grida e testimonia pienamente il proprio “ardente desiderio della salvezza del genere umano”.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

La Grande migrazione, Europa vittima della sua ideologia

Chi sono i migranti? Sono ospiti o nemici? La distinzione tra ‘migranti economici’ e ‘rifugiati’ rende giustizia della complessità del fenomeno migratorio o è piuttosto riduttiva? Senza dubbio “la tendenza a lasciare il proprio paese è uno dei contrassegni sociali primari della modernità”. Eppure, al di là delle strumentalizzazioni politiche di sinistra o di destra, la “Grande Migrazione si caratterizza per l’elevato numero delle persone coinvolte; la presenza di mafie che gestiscono il loro movimento lucrando; la sciatteria, tolleranza e indolenza con cui i paesi europei (in questo caso, l’Italia) hanno risposto al flusso, senza capirne la natura né elaborare una posizione autorevole, ferma e decisa; la violenza con cui si pretende di risolvere un problema che la negligenza ha lasciato marcire; la mancanza di linea di condotta, sia al momento di ospitare sia al momento di sgomberare; il brusco, ancorché tardivo, passaggio da una politica di distratto sinite parvulos a una di risposta dura ma inefficace”.

Sono questi solo alcuni degli aspetti della Grande Migrazione (che considera i flussi dal 2005 a oggi) indagati attraverso un’analisi molto puntuale da Raffaele Simone – docente emerito dell’Università di Roma Tre e linguista di fama internazionale –  ne L’ospite e il nemico (Garzanti, pp. 274). Il suo saggio “si occupa del modo in cui l’Europa la ricevette e dell’effetto sociale, culturale e politico che potrebbe derivare dall’impatto”, nella lucida consapevolezza di “dover calpestare il ‘politicamente corretto’”, a partire dal diffuso ‘obbligo morale dell’accoglienza’ quale modus operandi di un’Europa desiderosa di farsi perdonare il proprio passato colonialista. Allo stesso modo, data la complessità del fenomeno migratorio, Simone tiene a precisare che “essere ‘pro o contro’ la Grande Migrazione non ha senso: sarebbe come essere ‘pro o contro’ un’inondazione o una tempesta di neve che stanno seppellendo le nostre case. È molto più assennato cercar di capire che cosa è, cosa significa e cosa comporterà, e organizzare risposte adeguate prima che a fornirle siano i fatti”.

Mediante un significativo excursus storico, egli rileva comenell’antichità l’ospitalità era riconosciuta, ma soggetta a restrizioni. Come il ghēr giudaico, infatti, lo straniero di stirpe greca poteva godere nella pólis di alcuni privilegi: poteva commerciare, usare pascoli, possedere immobili e terreni, sposare una donna attica. Gli stranieri non-greci erano invece bárbaroi, non solo perché le loro lingue erano incomprensibili, ma anche perché potevano esser fatti schiavi, anzi erano ‘schiavi per natura’”. Allo stesso modo se Sparta disponeva regolarmente espulsioni di stranieri per evitare gli effetti destabilizzanti della loro presenza in città; Atene, invece, permetteva loro di vivere come meteci, i quali “non partecipavano alla vita politica, erano tenuti a pagare una tassa e a svolgere il servizio militare e potevano, su decisione della comunità, sposarsi e avere proprietà, ma questo diritto era concesso solo di rado, per evitare di favorire l’integrazione etnica”.

Rispetto al fenomeno migratorio si assumono oggi preventivamente, invece, almeno due posizioni ideologiche fondamentali. La prima è l’opzione dell’‘Europa colpevole’ secondo cui l’immigrazione sarebbe la risposta tardiva a secoli di politiche coloniali nei paesi più poveri. Eppure “se al movimento migratorio contribuissero tutte le aree interessate dal colonialismo sarebbe molto più ingente”. Secondo i sostenitori di questa tesi, i migranti “non solo sono titolari di speciali diritti di risarcimento, ma sono anche intrinsecamente onesti, portatori di virtù, miti e pronti a cooperare. È quasi – si direbbe – una riedizione della concezione del ‘buon selvaggio’. La seconda, conseguente alla prima, è quella della Grande Sostituzione, secondo cui si vuole che si riversino “in Europa milioni di persone povere e affamate, cariche di risentimento e di desiderio di risarcimento. Si realizzerà così un graduale rimpiazzo dell’intera popolazione europea coi nuovi arrivati. In questo modo il mondo islamico, africano e asiatico otterranno una rivalsa totale sull’Europa e l’Occidente, di cui cancelleranno poco a poco ogni traccia”. E in effetti, con i trattati di Schengen e di Dublino, “il migrante viene considerato come semplice straniero, e quindi incluso nelle dinamiche di libera circolazione previste per i cittadini europei, esprimendo di fatto un atteggiamento mite e umano, emozionale e irenico” nei suoi confronti.  Di qui, “nel tentativo di risarcire in termini giuridici e politici le atrocità di un secolo e mezzo, si è diffuso un senso di ospitalità universale, un’accoglienza pacifica e gratuita perché a carico dei paesi ospitanti”, che ha cancellato di fatto ogni confine e lo stesso concetto giuridico di frontiera.

L’elemento di maggiore drammaticità risiede nel fatto che “l’Europa si fece trovare del tutto impreparata – prosegue il professore nella sua analisi –, anzi impostò una politica di breve termine destinata però ad avere conseguenze e ripercussioni a lunghissimo termine”. Al contrario, la Grande Migrazione avrebbe potuto costituire un’occasione proficua per riflettere con serietà sulla propria identità europea. Eppure, come osservò acutamente lo storico tedesco Hagen Schulze, “l’Europa diventa un motivo di identificazione solo quando ha a che fare con un nemico avvertito come totalmente ‘altro’; l’opposizione fondamentale è sempre tra ‘libertà europea’ e ‘dispotismo barbaro’. Con l’allontanarsi della minaccia, il concetto di Europa scompare”, per ritrovare la propria dimensione unitaria solo quando si tratta di far quadrare i conti sul piano economico e finanziario.

Ma perché, tra tutti i Paesi, i migranti scelgono di venire in Europa e in particolare in Italia? Senza dubbio perché “il suo welfare è universale e gratuito; per la speranza di arrivare a godere dei vantaggi di un ambiente che trovano già costruito e funzionante”, inseguendo un desiderio d’Occidente, che è quello “di possedere e condividere quella che è rappresentata e ovunque vantata come l’agiatezza occidentale” (Badiou).

Sono allora principalmente questi fattori, ossia “bisogno di nuova verginità, orrore delle colpe coloniali, desiderio di risarcirle, teoria dell’inclusione illimitata e della diversità”, a delineare i tratti salienti di quella che il professor Simone definisce Ideologia Europea. In questo modo il Club Radicale ha diffuso e imposto quel ‘politicamente corretto’ che, insieme alla dottrina terzomondista, ha coniato un nuovo linguaggio giuridico e mediatico che impedisce di vedere e comprendere integralmente il fenomeno migratorio, anzi favorisce un’inversione di valori per la quale “tutto ciò che è occidentale è deplorevole, sorpassato, privo di energia, a confronto con la forza vitale e l’attrattiva culturale che promanano dal Terzo Mondo, sia orientale sia occidentale”. Le dichiarazioni di ministri svedesi sull’inconsistenza della propria cultura; l’abolizione di presepi, canti natalizi e carne di maiale dalle mense scolastiche nel nostro Paese, sono solo un pallido esempio di tale odio di sé e delle proprie radici culturali e religiose, che presenta nel multiculturalismo il proprio rovescio della medaglia. Infatti, se tra comunità diverse non ci si parla e non ci si confronta per condividerne eventualmente valori comuni, “ciascuna finisce per auto-ghettizzarsi, sia per timore di contatti con la comunità locale, sia per affermare il proprio controllo sul territorio”, producendo di fatto un ‘monoculturalismo plurimo’(Sen) di cui le banlieue francesi sono una chiara espressione.

In realtà una politica europea incapace di lungimiranza si trova sempre a dover gestire ‘emergenze’, perché ha scelto, al contrario, una prospettiva dello sguardo corto, consolidata ormai nella cronaca quotidiana dei media, che si limita a “contare i morti, pubblicare fotografie strazianti di bambini in lacrime o morti nelle traversate, il racconto dei soccorsi, dei salvataggi e dei naufragi”. Tale narrazione, pur essendo profondamente umana e toccante sul piano emotivo, rimane in superficie e tace intenzionalmente sulle motivazioni ideologiche del fenomeno migratorio ben approfondite dal professor Simone che, in questo saggio, smaschera anche le bugie dei luoghi comuni più diffusi quali ‘gli immigrati salveranno l’Europa dal calo demografico’; ‘siamo tutti migranti’; ‘siamo tutti meticci’ o ‘le frontiere non esistono’. Senza questa necessaria decostruzione diventa impossibile individuare, al di là degli slogan, una strada percorribile, condivisa e duratura per gestire la Grande Migrazione, che abbia davvero a cuore il destino di ogni uomo costretto a lasciare la propria terra in modo disumano.

Fonte: La NuovaBussolaQuotidiana

Il bene comune, un fine che discende dalla legge divina

“Il contesto all’interno del quale Tommaso inserisce la sua trattazione della lex naturalis è quello del ritorno della creatura razionale al suo Creatore”. Di qui, stando alla lettura del dott. Damiamo Simoncelli del pensiero dell’Aquinate, “l’ens universale è l’oggetto proprio dell’intelligenza umana, rispettivamente come verum universale allorché si consideri l’intelletto e come bonum universale allorché si consideri la volontà”. È questo il presupposto da cui partire per ragionare sul bene comune a partire dal suo legame costitutivo con la natura dell’uomo e la legge naturale nel pensiero di San Tommaso.

Tale rapporto è al centro di un recente volume monografico Bonum in communi. Prospettive su natura umana e legge naturale della rivista Divus Thomas (n. 122/2019, pp. 442) pubblicato dalle Edizioni Studio Domenicano, che raccoglie i contributi di numerosi studiosi di fama nazionale e internazionale che si sono confrontati sugli aspetti salienti del tema in oggetto. Da parte sua, il Prof. Simoncelli ricorda che “l’uomo è legge e provvidenza a se stesso in forza di una sua partecipazione excellentiori modo alla lex aeterna”, ossia in virtù del proprio essere radicato nel modo più sublime nella legge divina stabilita dal Creatore sin dall’eternità.

La legge naturale vede dunque nella beatitudine la propria causa finale remota, mentre ritrova la causa finale prossima – e quindi ciò cui essa propriamente ordina – nel bene comune: l’idealità del bene che è oggetto proprio della volontà. Tale legge costituisce dunque un invito anche a “vivere i bisogni secondo la profondità del desiderio”, inteso nel suo “autentico ruolo di realizzazione del destino umano”.

Sulla scia dell’insegnamento paolino, anche l’Aquinate sottolinea a più riprese che ‘bisogna fare il bene ed evitare il male’. D’altra parte “Dio è il Sommo Bene, è una Persona che ha creato singolarmente ogni essere umano animato dall’amore, dunque il fine ultimo e complessivo dell’agire umano dev’essere la relazione-amore a Dio, la corrispondenza al suo amore, la comunione con lui”, sottolinea ancora il Prof. Giacomo Samek Lodovici, docente di Storia delle dottrine morali e di Filosofia della storia all’Università Cattolica di Milano, nel suo contributo sul legame tra legge morale e amore. Secondo questa prospettiva “i precetti dell’amore verso se stessi, Dio e il prossimo costituiscono i principi morali più importanti della legge naturale”. Perciò “la condizione necessaria, anche se non sufficiente, per la virtuosità di un atto è la sua compatibilità, anche inconsapevole, con l’amore a Dio”. Pertanto “un atto contrastante con il fine ultimo dell’uomo non può essere buono”, anche se occorre altresì considerare che “tra le azioni virtuose che scaturiscono dalle virtù etiche e l’amore di Dio non sussiste una relazione mezzi-fine, bensì tra fini e fine ultimo”. Infatti “l’uomo pienamente morale rispetta sì i giusti doveri e le giuste norme, ma vive motivato dall’amore e le sue azioni virtuose sono espressioni di amore, conseguono l’ordo amoris. Il soggetto pienamente virtuoso non agisce in vista del dovere, bensì motivato dall’amore e dall’apprezzamento del valore del bene che egli può realizzare”. E in effetti, come precisa San Tommaso, “colui che agisce per amore, agisce come un uomo libero o un figlio”.

Con l’avvento della modernità, con le ‘regole di morale provvisoria’ di Cartesio e le posizioni di Montaigne e di Pascal, si afferma al contrario “un’indeducibilità del diretto naturale” con la conseguente “accezione convenzionalistica della prassi” – come evidenzia Alberto Peratoner, Professore di Metafisica, Teologia Filosofica e Antropologia Filosofica presso la Facoltà Teologica del Triveneto –, la quale conduce a una “radicale negazione della deducibilità di una benché minima forma di universalità nella sfera morale”. Tuttavia Pascal sembra ammettere in qualche misura “la possibilità di una legge naturale come espressione dell’universale etico radicato nella struttura relazionale intersoggettiva della persona”. Allo stesso modo la possibilità di un riconoscimento della legge naturale è individuata nella pietà religiosa da Giambattista Vico, stando a quanto evidenziato nel contributo dello studente di filosofia Francesco Fanti Rovetta.

Per quanto riguarda il ruolo della legge naturale nella dottrina e nel magistero della Chiesa, è utile riprendere una riflessione acuta di Joseph Ratzinger citata esplicitamente in un passaggio del saggio del Prof. Francesco Totaro, docente di Filosofia morale all’Università di Macerata: “Il diritto naturale – particolarmente nella Chiesa cattolica – è rimasto il modello di argomentazione con cui essa si appella alla ragione comune nei dialoghi con la società laica e con altre comunità di fede e cerca i fondamenti a favore di un’intesa sui principi etici del diritto in una società pluralistica ‘secolare’”. A conferma di ciò, puntualizza Totaro, solo “una legge di natura imperniata sul riconoscimento della dignità-di-essere di ogni persona e sul valore di reciprocità della regola aurea può proporsi come criterio di discernimento, nelle circostanze storiche concrete, tra ciò che realizza l’umano e ciò che da esso si allontana. I valori ritenuti irrinunciabili non vanno deposti, ma debbono farsi valere e mostrare la loro pregnanza nell’orientare decisioni responsabili nelle sfide di civiltà in cui è in gioco il bene della convivenza”. Gli fa eco il Prof. Carmelo Vigna, Professore emerito di filosofia morale presso l’Università ‘Ca’ Foscari’ di Venezia, allorquando rileva che “l’essenza stessa della legge naturale è l’intersoggettività della regola d’oro”, ossia di quel modo di agire che invita a fare agli altri quanto si desidera fosse fatto a sé perché possa realizzarsi un germe di bene comune.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Cattolici nel mondo, un vademecum per i fedeli di oggi

La Regola di San Benedetto può costituire un vademecum imprescindibile per la vita di ogni cristiano, e dunque non solo dei monaci? Quella che può apparire come una provocazione è la sfida raccolta nei brevi saggi di Luisella Scrosati, firma cara ai lettori de La Nuova Bussola Quotidiana; di Marco Sermarini, Presidente della Società Chestertoniana Italiana e alla guida della Compagnia dei Tipi Loschi del beato Pier Giorgio Frassati a Grottammare nelle Marche; e di Dom. Massimo Lapponi, benedettino dell’Abbazia di Farfa.

Si tratta di brevi postille alla magna carta del monachesimo occidentale raccolte in un agile manuale destinato a fedeli laici e famiglie e non ai chierici come invece ci si aspetterebbe, dal titolo: Cattolici nel mondo. Uso e manutenzione (2019, pp. 98). In effetti la Regola di San Benedetto “non è una raccolta di belle massime, magari da aprire a caso per avere il pensiero del giorno”, bensì una ‘scuola di servizio del Signore’ fatta di direttive concrete perché ciascun cristiano progredire in un costante cammino di conversione con l’aiuto di Dio stesso mediante il suo Santo Spirito.

Uno dei pilastri della Regola è certamente la stabilità che, in tale ottica, “significa famiglie insieme che si aiutano nel concreto e nel quotidiano e che hanno criteri e obiettivi comuni”. Ciò comporta il vivere nella consapevolezza che “nessuna delle cose che creiamo in questa vita è eterna, ma dobbiamo costruirle come se lo fossero”. Questo vale, per esempio, quando due giovani decidono di sposarsi.

L’anima della vita del monaco è la preghiera. Allo stesso modo anche il laico è chiamato a pregare con i Salmi e la Lectio divina, cercando di “blindare 20-30 minuti al giorno” per quest’ultima, memorizzando una o due frasi della Parola, perché siano “la nostra compagnia durante la giornata e il lievito che pian piano farà fermentare la nostra anima”. In particolare, è molto preziosa la preghiera al mattino in famiglia poiché “darà il giusto tono a tutta la giornata, quali che siano le diverse incombenze di ognuno”. E, allo stesso modo, sarebbe altrettanto fecondo abituarsi a pregare insieme anche la sera “in preparazione al riposo notturno”.

La Regola di San Benedetto non si ferma alla preghiera e alla dimensione contemplativa, ricercando attraverso il lavoro anche quella attiva. Bisogna lavorare per vincere l’ozio ma senza troppa frenesia, e dunque combattere l’accidia “che fa desiderare di essere altrove da dove si è, che fa fare altro da quanto si deve fare, portandoci lontano dalla concreta volontà Dio”. Occorre inoltre lavorare “per il bene nostro e altrui”, con spirito di servizio e umiltà, adoperandosi facendo anche in casa ciascuno la propria parte. Tuttavia anche “il riposo è necessario; e a noi oggi manca il riposo ancor più che il lavoro. Il riposo è fratello del silenzio. A noi manca il riposo come manca il silenzio”. Di qui l’esortazione a impiegare costruttivamente la sera proprio in vista del riposo, poiché “il sonno lavora e bisogna farlo lavorare preparandogli il lavoro la sera”. Solo in tale prospettiva ‘la notte porta consiglio’.

Per quanto riguarda la consumazione dei pasti, sulla scia del padre del monachesimo occidentale, è opportuno evitare di mangiare smodatamente e quando se ne ha voglia senza rispettare dei tempi prestabiliti, così come ricercare cibi raffinati a ogni costo piuttosto che accontentarsi di ‘quel che passa il convento’. Bisogna altresì impegnarsi a conversare a tavola, evitando le interruzioni di tv e smartphone e abituarsi a rendere grazie a Dio insieme prima e dopo il pasto, nella consapevolezza che quello che si ha la possibilità di mangiare è anche un suo dono e non solo frutto del proprio lavoro.

E ancora San Benedetto raccomanda caldamente di custodire il silenzio, e dunque la propria lingua e interiorità, ossia di “parlare solo per dire cose buone, di parlare poco e appropriatamente e di non dire sciocchezze”. Ciò non significa che in famiglia non bisogna parlare, bensì che occorre “imparare ad ascoltarsi, rivolgendosi gli uni agli altri con umiltà e prudenza”. I genitori, in particolare, sono chiamati a essere autorevoli, cioè severi e teneri al tempo stesso, evitando di lasciar correre ove vi sia invece da individuare e punire il male commesso: tutti in famiglia “devono sapere cosa si può fare e cosa no ed essere avvertiti delle conseguenze” di eventuali trasgressioni.

Infine anche una fuga mundi, in specie dalla mentalità dominante, risulta essenziale per andare controcorrente, “per vivere la libertà della verità, per abbattere gli idoli che inevitabilmente hanno occupato aree più o meno vaste della nostra mente e del nostro cuore” e per avere una vita autentica e pienamente felice perché radicata in Cristo.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Gabrielle Bossis, la mistica che parlava con Gesù

“Il Mio Amore segreto e tenero è in realtà per ogni anima che vive in questo mondo”, confidò Gesù stesso a Gabrielle Bossis, una delle grandi mistiche del secolo scorso. È questo il senso più intimo e profondo della trascrizione fedele dei loro colloqui in un diario, recentemente pubblicato in edizione integrale (Lui e io, Edizioni Ares 2019, pp. 600), nel quale ogni dialogo di Gabrielle col Divino Maestro è puntualmente datato e brevemente contestualizzato.

Nata nel 1874, coetanea di Santa Teresa di Lisieux, “Gabrielle non fu una monaca di clausura; visse a lungo nel mondo interessandosi di musica, di danza e di letteratura, scrivendo opere teatrali e mettendole in scena in varie parti del mondo, perfino in Palestina e in Marocco”, sottolinea padre Sicari nell’introduzione all’opera.

Gesù desidera che Gabrielle scriva anche le sue preghiere e le intima di rivolgersi a Lui con parole d’amore: “Ripeti: ‘Che a ogni nuovo istante Tu sia il più grande amore della mia vita. Così, crescerai in Me’”. E le sussurra: “Non ti fermare ai dettagli. Cammina con lo sguardo fisso sul Mio Amore. Cadi? Rialzati e guardaMi di nuovo”. La invita a essere “il Mio sorriso per tutti, la Mia voce amabile”.

Allo stesso modo il Signore la esorta a pregare, mentre le confida: “Cambio le tue preghiere in preghiere Mie, ma se tu non preghi…Posso far fiorire una pianta se tu non la semini?”. Di qui le precisa: “Quando non ti parlo, vuol dire che è giunto per te il momento dell’azione. Parla con gli altri come pensi che Io parlerei con te. Ti aiuterò”.

In un appello accorato la esorta ad alimentare il suo amore per Lui: “VediMi in ogni cosa; considera ogni cosa in vista dell’eternità; esci dalle tue solite misure, amaMi di più”. In un’altra circostanza la esorta a vivere radicata nella sua divina volontà: “Sradicati da te stessa, piantati in Me”, affinché “la tua vita sia un costante raccoglimento, un’incessante conversazione col tuo Signore”. L’invito alla carità verso il prossimo è condensato nelle espressioni: “FamMi crescere negli altri”, dal momento che “quello che fai agli altri, è a Me che lo fai”. Gesù l’invita a percorrere la via dell’amore sulla scia di Maria: “Mia Madre non viveva che per Dio. Non aveva alcun egoismo, alcun ripiegamento su sé stessa. Rispondeva esattamente allo scopo del Creatore, mentre La creava. ImitaLa”.

Suor Gabrielle pone dunque Cristo al centro della propria esistenza. E ciò, come le spiega il Divino Maestro, “vuol dire pensare a Me. Parlare con Me come con il migliore e più dolce amico. Cercare i Miei interessi. Soffrire per causa Mia. Avere cura del Mio Regno. Ricordarsi delle Mie sofferenze. Lasciar fluire il proprio amore nel Mio amore in ogni momento della vita e tutto quel che consegue da ciò”. L’unione mistica della sua anima con Cristo viene evocata anche attraverso questa bella immagine: “Io sono l’Ostia. Tu sei l’ostensorio. I raggi d’oro sono le Mie Grazie attraverso di te”.

Un amore totale richiede un amore totale. E allora, “visto che Mi do tutto intero, donati tutta intera, senza neanche pensare che potresti riservare qualcosa per te”. Ecco perché il Maestro le sussurra con amore: “Sei dunque a casa tua nel Mio Cuore, Mia piccola figlia: anche sulla terra, esso è la tua vera casa” e “famMi posto nel tuo cuore: entrerò con tutte le Mie Grazie”.

 Gesù la invita spesso a un’adeguata considerazione di ogni realtà, compresa la più piccola, e di ogni suo atto: “Non essere mai sorpresa delle Mie Bontà. Quelle che puoi vedere sono minori di quelle che ti circondano”. E ancora: “Non ti ho detto che nulla è piccolo ai Miei occhi? Che tutto sta nel modo di amore con cui lo si compie?” Di qui il motivo del suggerimento: “Metti la tua felicità nel servirMi sin nei più piccoli dettagli. Nulla è piccolo quando si tratta di amore”, in quanto “ogni piccolo sforzo, un vostro minimo gesto, Mi incanta, come una madre è gioiosa quando il suo piccolino assume una nuova espressione”.

In relazione alla compartecipazione di Suor Gabrielle alle sofferenze di Cristo, Egli le ripete: “Sopporta le spine di ogni giorno per amor Mio. Questo prepara la tua anima alla virtù eroica. Comprendi che l’unione con Dio altro non è che fare la volontà di Dio”. Il Signore non è un giudice severo, ma un Padre misericordioso che si identifica metaforicamente con il personaggio biblico di Sansone allorquando le rivela: “Perdo la Mia forza di giudice quando un’anima Mi esprime la fedeltà del suo amore. Non che quest’amore sia un grande amore, ma è il più grande che lei sia capace di offrirMi. Allora, Mi tocca sul vivo e sono incline a piegarMi alla sua volontà, che adotto come Mia”.

Così fa il Divino Maestro anche nel momento in cui chiama sé la sua sposa fedele Gabrielle la quale, durante la sua ultima Messa, invoca il suo Sposo con fiduciosa speranza: “Dove sei amorosa Presenza?…E dopo, che sarà?”. E Gesù le risponde: “Sarò Io, sarò sempre Io”.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Il Fatto di Cristo, un ‘già’ che fa desiderare il ‘non ancora’

“Solo quando il futuro è certo come realtà positiva, diventa vivibile anche il presente”, scrive Papa Benedetto XVI nella sua Spe salvi. Dunque è solo nella prospettiva dell’avvenimento cristiano che “vita e storia assumono significato e direzione” (mons. Negri) in un contesto sociale come quello attuale dominato dal nichilismo, dal ‘pensiero debole’ che non riconosce alcuna certezza e dalla liquidità dei legami interpersonali.

S’inscrive nel solco di questa consapevolezza e di coloro che riconosce esplicitamente come propri maestri, don Giussani e il cardinale Giacomo Biffi, la riflessione sull’Avvenimento di Cristo e della Chiesa sviluppata da don Pietro Re nel suo recente saggio Già e non ancora (Edizioni Ares 2019, pp. 246). Il volume è impreziosito da un apparato iconografico di dieci tavole a colori di Sieger Köder e dal commento artistico e spirituale ad esse di Suor Maria Gloria Riva, nota ai lettori de La Nuova Bussola Quotidiana.

L’autore conduce il lettore dalla scoperta dei “principali desideri radicati nell’io profondo della persona umana, che così riconosce la sua identità naturale”, sulle orme di Sant’Agostino, Dante, Leopardi, Pascal, Ungaretti, Rebora, Pasolini, Gide, all’avvenimento di Cristo e alla docilità allo Spirito in una vita vissuta nel mistero sacramentale della Chiesa. In una cultura del vuoto e di desertificazione spirituale quale è quella attuale, è necessario infatti ripartire da un’esperienza elementare dell’uomo, quella appunto del desiderio, che costituisce “il motore interiore dell’indomabile tensione di ogni persona verso il suo totale compimento”. E in effetti “il desiderio è come una scintilla, un motore che deve manovrare tutto per arrivare alla felicità”. E il desiderio in tutti i suoi aspetti – esistenziale, storico e sociale – è sostanzialmente un desiderio di verità e di bene.

“La vita di un buon cristiano è tutta un santo desiderio. Viviamo dunque di desiderio. In questo consiste la nostra vita: esercitarci nel desiderio. Dilatiamoci col desiderio di Lui”, scriveva Sant’Agostino. La natura del desiderio profondo del cuore umano è dunque l’amore, “quella verità-forza vivente che si radica nell’intimo della persona, spegne l’egoismo e ci libera dai limiti dell’autoaffermazione, riconosce all’altro un’importanza assoluta e, mediante la fede, congiunge l’individuo alla sfera unitiva della totalità finale del reale”. Perché l’amore, come scrive San Giovanni della Croce, “è l’unico tesoro che si moltiplica nella condivisione”.

A un tale desiderio infinito del cuore umano “non offrono risposta le ideologie degli stati totalitari, che tragicamente hanno deluso la promessa di felicità per tutti; tanto meno le pretese del razionalismo, illuminista e positivista, e delle tante scienze e tecnologie”, ma solo l’Avvenimento cristiano, il quale “non è una dottrina, ma una comunicazione di esistenza” (Kierkegaard). Si tratta di un Fatto che sollecita la libera adesione dell’uomo, “altrimenti la Sua sarebbe una salvezza da schiavi”, per dirla con Peguy. In questo modo alla ‘mendicanza dell’uomo’ risponde la ‘mendicanza di Cristo’ che invita l’uomo a “un incontro d’amore, nel quale conosca veramente se stesso, ritrovi i suoi veri valori e sia ricreato” (San Giovanni Paolo II).

È il rapporto d’amore con Cristo che ci costituisce e – istante dopo istante – trasforma la profondità del nostro essere. È un rapporto che non umilia la nostra dignità, è un rapporto di appartenenza a una Presenza che è oltre noi stessi e rende l’uomo una sola cosa con il Cristo che lo fa. Nessun altro può dire a una persona: ‘Tu mi appartieni’”. Con il mistero della sua Passione, Morte e Resurrezione, Egli spiana “la strada della felicità, che è percorsa da chi si lascia prendere per mano da Cristo e impara la gioia dalle sue gioie. La felicità non sarà la spensieratezza effimera e illusoria, che davanti alle grandi questioni resta muta e disperata. Sarà un percorso verso la verità e il bene, lungo il quale si impara a fare pace in sé stessi, sapendo di essere immensamente amati da lui e mettendosi al servizio degli altri”, evidenzia ancora don Re.

 Tale incontro della creatura con Cristo, generatore di vita nuova, bellezza e santità, si realizza ora nella Chiesa, nel cui mistero Gesù si fa contemporaneo di ciascun uomo. Il cristiano è così chiamato a dare la propria testimonianza nello Spirito Santo. Testimone è allora colui “le cui opere compiute ogni santo giorno – affetti, lavoro, riposo fanno risplendere la presenza di Cristo Risorto”.

Di qui, “dal principio alla fine, nella pienezza dei tempi, al cuore del disegno salvifico rivelato c’è l’Avvenimento di Cristo. Il suo dipanarsi nel tempo e nello spazio è l’evento ecclesiale, nel quale va riconosciuta la Presenza redentrice per la potenza dello Spirito di Cristo risorto”. Infatti – conclude don Pietro Re citando De Lubac– “il mistero di Cristo è anche il nostro. Ciò che si è compiuto nella testa deve compiersi anche nelle membra. Incarnazione, Morte e Risurrezione; radicamento, distacco e trasfigurazione. Non c’è spiritualità cristiana senza questo ritmo in tre tempi. Noi dobbiamo far penetrare il cristianesimo nel più intimo delle realtà umane, ma non lasciarvelo perdere o snaturare, non per svuotarlo della sua sostanza spirituale; ma perché agisca dentro di noi e nella società, come il fermento che lievita tutta la pasta; perché tutto si trasfiguri e giunga a maturazione; perché, all’interno di ogni realtà, un principio nuovo faccia sentire dovunque l’esigenza e l’urgenza dell’appello divino”.

Tale considerazione risuona anche nel commento spirituale e artistico di suor Gloria Riva al dipinto di Köder Albero genealogico di Gesù, nel quale così descrive la figura di Maria: “Il suo corpo è di cielo, perché verginale fu il suo concepimento, come verginale è il concepimento della Chiesa. Il suo volto è coperto dal Volto del Figlio, perché ‘caro Christi caro Mariae’, diceva Tertulliano: la carne di Cristo è carne di Maria. E, infine, alla sommità di quest’albero, come frutto maturo ed eterno, ecco il Cristo, il Verbo di Dio fatto carne. Il Cristo è nudo perché si constati la veridicità della sua carne, uguale alla nostra; e tiene le braccia in croce, perché più di noi è nato per morire. Ecco: la Vergine Madre di Köder è radice, tronco e cima. Possiede la fede di Abramo, tiene nel grembo la vera Toràh di Mosè ed estende alla Chiesa il senso vero e ultimo del suo esistere: quel Dio Bambino. Egli ci ha portato dritti nelle braccia del Padre, ha inviato lo Spirito ad abitare in mezzo a noi e ha fatto della Chiesa la testimone fra gli uomini di un Regno qui e ora, in un misterioso ‘già e non ancora’, che tuttavia porta il frutto della pace”.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Luoghi comuni, un Dizionario per smascherarli

È proprio vero che ‘al cuor non si comanda’, che bisogna andare ‘dove ti porta il cuore’; che ‘chi è causa del suo mal pianga se stesso’; che ‘l’ottimo è nemico del bene’ o che ‘nessuno è perfetto’? La maggior parte delle ‘frasi fatte’ che si sentono spesso ripetere sono in realtà soltanto dei moniti ‘politicamente corretti’ quali: ‘Bisogna essere sempre se stessi’; ‘Bisogna essere aperti di mente’; ‘Non bisogna giudicare dalle apparenze’, ‘Bisogna rispettare sempre le opinioni degli altri’, ‘L’importante nella vita è essere coerenti con le proprie idee’. E ancora tale discorso, in ambito morale, traspare nelle espressioni consuete: ‘Il fine giustifica i mezzi’, ‘È un male necessario’, ‘Errare humanum est’, ‘Non tutto il male viene per nuocere’, ‘Io ho una mia morale’, ‘La morale cambia’, e via discorrendo.

I luoghi comuni, le massime e gli slogan vengono spesso banalizzati, mentre sono in realtà “un precipitato di visioni del mondo, sintetizzano in sé interi universi filosofici”. Di qui l’esigenza di raccogliere, oltre quelli sopracitati, numerose frasi fatte, detti e modi di dire alla luce del pensiero cattolico in un corposo Dizionario elementare dei luoghi comuni (pp. 527), pubblicato recentemente dall’Istituto di Apologetica, a cura di Tommaso Scandroglio, docente di Filosofia del Diritto, bioeticista e firma ormai nota ai lettori de La Nuova Bussola Quotidiana.

‘Cerchiamo ciò che ci unisce, non ciò che ci divide’ è, per esempio, uno dei leitmotiv non solo dei salotti televisivi, ma anche di tante preghiere dei fedeli. Eppure, rispetto a questo, è opportuno rilevare che “il dialogo deve essere fatto in nome della verità e del bene e non deve essere fine a se stesso”. Di qui la pace che ne scaturisce, in quanto frutto della verità e del bene che si è condiviso, non può esser segno di un irenismo sterile e inerte di identità culturali e religiose che preferiscono confondersi, forse anche per timore di emergere nelle proprie specificità, mentre professano paradossalmente il dogma della diversità come ricchezza.

 Allo stesso modo, anche il ‘carpe diem’ di oraziana memoria, “l’invito a godere dei piaceri immediati senza interrogarsi troppo sul domani e senza indagare se le occasioni siano buone o cattive”, che è frequentemente sulla bocca soprattutto dei più giovani, nasconde “una certa cultura neo-edonista proiettata nel godimento del presente perché convinta che tutto finirà con la morte”. Al contrario è necessario, come rileva Scandroglio, non lasciarsi “trascinare dallo stato d’animo del momento senza preoccuparsi degli effetti delle nostre azioni” per non restare “soggiogati dagli eventi che casualmente capitano”. È, in effetti, “la santità il vero bene di cui preoccuparsi giorno per giorno, istante dopo istante”.

‘Fatti gli affari tuoi!’. Anche questo detto trascura il fatto che “ciascuno di noi è legato da un vincolo di carità con il prossimo, vincolo che assume diversi spessori e significati a seconda dei rapporti”. In realtà “‘farsi gli affari degli altri’ è condotta lecita se persegue un fine buono e se tale fine è conseguito con modalità appropriate al fine e tenendo comunque in considerazione lo spazio di vita privata delle persone”.

In relazione alle tematiche antropologiche, rispetto a slogan quali ‘Il cuore ha sempre ragione’ o ‘L’amore è cieco’, ‘L’amore può finire”, l’autore sottolinea con nettezza da un lato che “l’amore vuole vederci perfettamente per riconoscere e compiere l’autentico bene della persona amata”, e dall’altro che “i sentimenti non sono l’amore ma possono accompagnare l’amore. Infatti amare è scoprire il bene dell’altro e volerlo”. Dunque, dal momento che l’intelletto e la volontà contribuiscono ad alimentare i sentimenti, è altrettanto utile evidenziare che “chi cessa di amare prima di tutto fa del male a sé perché viene meno alla propria vocazione personale che lo chiamava a donarsi completamente a quella persona”. In tale ottica “identificare l’amore solo con i sentimenti tarpa le ali della libertà della persona: infatti non sarà più lei a decidere chi, come e quando amare, bensì i sentimenti al posto suo. Per paradosso, amare non dipenderà da chi ama”.

In ambito bioetico, il “detto popolare ‘di mamma ce n’è una sola’ appare superato dagli sviluppi della scienza e della tecnica”. Infatti le tecniche di fecondazione extracorporea di tipo eterologa, e in specie la maternità surrogata, consentono di giungere fino a cinque genitori. Tra le molteplici ragioni a supporto dell’inaccettabilità sul piano etico di tali pratiche, basti semplicemente ricordare il principio alla base dell’istituto giuridico dell’adozione che “vuole soddisfare il diritto del minore ad avere una famiglia”, mentre nelle altre forme suddette si “vuole soddisfare un inesistente diritto degli adulti ad avere un bambino”. Dunque, se la mamma non è un ‘concetto antropologico’, in questo caso la vox populi rispecchia la natura profonda del reale.

In ambito teologico, rispetto all’aforisma ‘Dio scrive dritto anche sulle righe storte’, ascrivibile al vescovo Jacques Bossuet (1627-1704), occorre precisare che se da un lato è da rigettare l’interpretazione secondo la quale l’onnipotenza divina ricondurrebbe sulla retta via chi compie il male quand’anche la sua volontà fosse difforme da quella del Padre; dall’altro è da accogliere una seconda accezione, secondo cui “Dio a volte permette il male per un bene maggiore”, ovvero “Dio continua a scrivere dritto, nonostante i nostri peccati, affinché siamo persuasi a ritornare da Lui, ad adeguarci alla sua ‘ortografia’”. Allo stesso modo, in relazione al detto altrettanto diffuso, secondo cui ‘Dio ti ama per quello che sei’, è opportuno rilevare che “Dio non ama il peccatore in quanto peccatore, ma ama la persona nonostante sia anche peccatrice; Egli ama la parte buona di noi, non quella malvagia; ama cioè la persona che Lui ha creato e non l’immagine sfigurata dal peccato”, per cui il Creatore chiede altresì alla creatura di convertirsi, che è “l’unico modo per ricevere il Suo amore, per rispondere al suo amore e dunque per salvarci”.

Insomma il Dizionario elementare curato da Scandroglio costituisce uno strumento prezioso per esaminare e contrastare i molteplici ‘luoghi comuni’, ma anche le tante frasi fatte su Dio e la Chiesa; su sessualità, convivenza e matrimonio; su aborto, eutanasia, omosessualità e gender, riportando la ragione sul proprio binario di realtà. Infine l’autore ha il grande pregio della chiarezza del buon divulgatore, per cui compone accuratamente ogni voce di una parte analitica più approfondita e di una parte più sintetica in cui condensa il cuore degli argomenti razionali e/o di fede più significativi che consentono di replicare sensatamente tanto durante una chiacchierata o una cena tra amici quanto in un eventuale contesto pubblico, riconoscendo l’evidenza del vero sul piano della logica e rendendo ragione della propria speranza su quello della fede.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Jacques Fesch, la canonizzazione del santo assassino

“Fu condotto ai piedi del marchingegno. Lì lo aspettava padre Jean Devoyod. Molte volte si era stretto al suo abito bianco di figlio di san Domenico e gli dispiacque di non poterlo fare anche in quel momento perché i polsi erano legati. Padre Devoyod gli si avvicinò fino a sussurrargli qualcosa sul volto, lo segnò, gli sorrise. Insieme salirono gli scalini. Poi trascorse un secolo che durò un minuto. Jacques fu messo giù. L’anima gli fu penetrata da un lampo nel quale passarono le mille verità della sua vita. Si udì un comando. Immediato – un grido: ‘Il Crocifisso! Il Crocifisso!’’. E davanti alle mani di padre Devoyod, che reggevano la Croce, la lama della ghigliottina precipitò con tonfo pesante”.

La modalità di andare incontro alla morte dice molto, se non tutto, del valore e significato riconosciuto alla propria vita. Ecco perché il racconto della vita di Jacques Fesch, un assassino che salirà presto agli onori degli altari, prende le mosse proprio dai suoi ultimi istanti per poi svilupparsi come un lungo flashback narrato con ritmo incalzante da Curzia Ferrari, scrittrice e giornalista, ne I giorni di Jacques (pp. 208, Ares, 2019).

Tormentato dal dèmone dell’avidità perché del denaro non può farne a meno, Jacques è un giovane che guadagna già 60.000 franchi al mese nell’istituto di credito del padre, per cui si lascia andare volentieri ad alcol, bagordi e gioco d’azzardo. Sposa Pierrette, una donna di origine ebrea, dalla quale ha una figlia, ma ben presto abbondona entrambe e torna a vivere dalla madre. In preda alla passione amorosa verso un’altra donna di cui s’invaghisce, si macchia di una terribile violenza per poi abbandonarla senza riconoscerne il figlio. Un fatidico giorno il padre si rifiuta di dargli il suo compenso, per cui per rabbia gli ruba la rivoltella che custodiva in un cassetto. In quel periodo Jacques desiderava comprare una barca a vela, ma non ne aveva il denaro necessario. Così organizza un colpo di mano e fugge via con la refurtiva. Inseguito da un poliziotto che gli intima di alzare subito le mani in alto, si trova di fronte un cancello senza altra via di fuga. Di qui istintivamente mette mano alla rivoltella e preme il grilletto: nel sangue di quell’uomo ucciso vede chiudersi i propri giorni di persona libera. Confinato in dieci metri quadrati di spazio vitale per tre anni nella prigione de La Santé, mentre è tentato di pensare che solo una severa condanna potrebbe redimerlo da tutti i mali compiuti, tra il silenzio e la solitudine, si fa strada progressivamente una ricerca profonda del volto di Dio che traspare vivida nelle sue lettere raccolte durante la fase di postulazione della causa di beatificazione.

L’amore del Padre lo visita attraverso le letture spirituali, gli viene incontro nel cappellano del carcere e soprattutto gli si fa prossimo mediante il suo avvocato, un terziario carmelitano “certo al novantanove per cento che avrebbero condannato alla pena capitale” il suo assistito. Nonostante tale timore, “egli mette in gioco l’ipotesi di rendere Jacques felice”, esortandolo a pentirsi e ad accogliere il perdono del Padre misericordioso. In preda all’angoscia, a sera, il condannato grida in cella ripetutamente: “Dio mio! Dio mio!” e la grazia del Padre viene a consolarlo. La racconta con queste parole: “Una grande gioia si è impossessata di me e soprattutto una grande pace. Tutto è diventato chiaro in pochi istanti…Quindi è venuta la lotta, silenziosamente tragica, fra ciò che sono stato e ciò che sono diventato, perché la creatura nuova innestata in me implora una risposta alla quale resto libero di rifiutarmi”.

Eppure Jacques è già stato condannato alla pena capitale nel momento in cui ha ucciso un agente, secondo quanto scrivono i giornali, perché nella Francia della prima metà del ‘900 la vita di un poliziotto veniva considerata di maggior valore rispetto a quella di un comune passante, per cui di conseguenza la sua colpa era causa di maggiore riprovazione sociale. In forza del peso politico del Sindacato di Polizia francese, l’affaire Fesch diviene allora presto un caso di giustizia di rilevanza nazionale.

Se ciò è motivo di sofferenza per l’animo di Jacques è anche nel contempo fonte di feconda espiazione. In cella Jacques prega il Rosario, recita la liturgia delle ore, si comunica e legge le vite dei santi. Nell’ultima sua Pasqua invita un amico in carcere a gioire esclamando che “è la festa della nostra felicità”, mentre confessa all’avvocato carmelitano di aver ricevuto per due volte un messaggio da Gesù: “Tu ricevi le grazie della tua morte”. Di qui, dopo la condanna definitiva, dirà nell’ultimo abbraccio al suo fido avvocato: “Vi starò sempre accanto: se Dio me lo concede, vi assisterò di lassù”. Paul Baudet morirà il 6 aprile 1972, a 15 anni esatti dalla fine del processo.

La fede di Jacques radicata nell’amore del Padre fa capolino anche nella serena accettazione della pena di morte. Egli offre la sua testa al carnefice “come un fiorellino primaverile”, consapevole che “per essere ammessi a contemplare Cristo, bisogna purificarsi per mezzo della sofferenza e uccidere in noi tutto ciò che ci è proprio” e che “se l’anima gioisce, il corpo è morto e più nulla conta, a parte i baci che si mandano al cielo”. In tale spirito di umiltà sposa anche religiosamente sua moglie Pierrette e perdona i suoi carnefici. Prima di salire sul patibolo afferma: “Io non muoio, non faccio che cambiare vita e sono tanto felice che padre Thomas celebri la Messa ogni giorno per le mie intenzioni. Con la Santa Ostia ogni mattina sale al cielo Jacques Fesch!”. Il sigillo sulla sua morte in odore di santità lo metterà l’arcivescovo di Parigi che nel 1987 apre la causa di beatificazione.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana