Politica come vocazione laicale. La ‘lezione inattuale’ di Giuseppe Lazzati

Mi raccomando costruite l’uomo sono tra le ultime parole sussurrate, in attesa della morte, dal prof. Giuseppe Lazzati. Tali parole sono il manifesto programmatico della sua intensa e tribolata esistenza di laico cristiano impegnato nel mondo e nella Chiesa”. Con queste parole Marcello Stanzione, noto angelologo e parroco dell’Abbazia di S. Maria La Nova a Campagna (SA) introduce la sua biografia del professore e politico milanese: Giuseppe Lazzati. Vita e pensiero di un laico cattolico ‘serio’ (pp. 104, Edizioni Segno, €9).

Nato a Milano nel 1901, il giovane Lazzati si laureò in letteratura cristiana con una tesi su Teofilo d’Alessandria. La pubblicazione del suo studio segnò l’inizio di una brillante carriera accademica. Docente di letteratura cristiana antica all’Università Cattolica divenne infatti prima preside della Facoltà di Lettere e Filosofia, poi Rettore della medesima università negli anni difficili delle contestazioni studentesche. “Deputato nella Democrazia Cristiana, apparteneva alla corrente programmatica e riformista che faceva capo all’on. Dossetti e che molto influenzò la stesura della carta costituzionale”, visse anche dal 1943 al 1945 un periodo di prigionia nei lager nazisti per aver rifiutato di aderire alla ‘proposta fascista’.

La sua fede viva traspare in tutta la sua forza in quest’ultima drammatica esperienza ed è stata fonte di sicura speranza e di luce per sé e gli altri internati. Infatti Lazzati “si premurò per assicurare in quelle condizioni di pericolo la santa messa, organizzò il rosario meditato, il Gruppo del Vangelo, tanto che in pochissimi giorni la figura del biondo professore era nota in tutto il vasto campo e il suo nome in bocca a tutti e le sue parole a sera attesissime”.

A soli diciannove anni, durante un corso di esercizi spirituali, affermò: “Voglio diventare santo. Cercherò anzitutto di possedere le verità della fede con tutta l’anima, di farle succo del mio sangue, perché ad esse ogni mio attimo si conformi. Che cosa è in fondo il cristianesimo? È Cristo in noi”. Approfondendo tale anelito del cuore, egli intraprese presto la strada della consacrazione laicale tra i “Missionari della Regalità di Cristo” di padre Agostino Gemelli.

Lazzati non fu semplicemente un politico, ma è stato soprattutto “un filosofo e un ideologo della politica” , ossia “un mediatore lineare tra fede e storia, attraverso la ricerca della giusta dosatura del loro rapporto e della loro reciproca autonomia”. Egli aveva chiara la propria vocazione di cattolico impegnato in politica per edificare la città dell’uomo in conformità alla città di Dio: “Chi ispira il suo impegno all’amore, vincendo l’avidità e l’egoismo, opera nella linea della crescita vera dell’uomo; chi invece s’ispira alla ricerca del potere per il potere e dell’affermazione egoistica del proprio io, lavora a costruire una città dell’uomo contro l’uomo stesso”. Tuttavia egli riconosceva altresì che “talvolta i cristiani sono stati accusati di attendere alle cose del cielo e di non impegnarsi nelle cose delle terra; se è vero, tutto ciò è assai grave perché li colpisce in un punto nel quale dovrebbero essere modelli perché loro compito primario è di esercitare la loro intelligenza, volontà e abilità per ridurre a servizio dell’uomo tutte le realtà che sono nel mondo; se il cristiano non fa ciò non realizza neanche in misura piena la sua umanità”.

Per favorire la crescita di una società civile retta occorre infatti ribadire il primato della dimensione morale e “operare, da cristiani, la costruzione della città dell’uomo, a misura d’uomo”, nella consapevolezza che “il laico cristiano si santifica santificando la realtà del mondo”. È questa in sintesi la lezione di Giuseppe Lazzati, purtroppo ignorata e disattesa anche da tanti politici che pure si professano cattolici.

Fonte: FarodiRoma

“Primavera Hobbit”. Tolkien e l’esperienza cristiana

‘Il Signore degli Anelli’, una straordinaria parabola sull’uomo del nostro secolo

“Io in tutto, tranne che nell’altezza, sono un hobbit”. Si presenta così in una sua lettera J. R. R. Tolkien, quasi identificandosi con una delle bizzarre creature frutto del suo genio creativo, un unicum nel panorama della lettura fantasy e dell’epica.

“Secondo le statistiche inglesi, ‘Il Signore degli Anelli’ è il secondo libro più letto al mondo dopo la Bibbia”. Con il rilievo di questo dato il professor Andrea Monda, docente di religione a scuola e in televisione con la sua trasmissione “Buongiorno Professore” in onda su TV2000, ha inaugurato in una chiesa di S. Francesco alle Stimmate gremita di giovani la “Primavera Hobbit”, una serie di incontri dedicati all’approfondimento di personaggi e temi cari allo scrittore inglese promossa da don Fabio Rosini e dalla Pastorale Vocazionale della Diocesi di Roma.

Se è vero che ogni opera rispecchia la vita del suo autore, allora è necessario ripercorrere innanzitutto la biografia di John Ronald Reuel Tolkien. “Potremmo definirlo semplicemente con queste quattro parole: inglese, filologo, cattolico e papà”, ha affermato Andrea Monda.

“Per quanto non si trovino riferimenti espliciti a Dio e al cristianesimo, non possiamo trascurare il fatto che Tolkien andava a Messa tutti i giorni e collaborò, in virtù delle sue competenze filologiche per le quali fu anche professore a Oxford, alla traduzione della Bibbia di Gerusalemme. La sua fede salda gli fu trasmessa dalla madre che visse sulla propria pelle le conseguenze della conversione dall’anglicanesimo al cattolicesimo: fu costretta infatti a vivere in povertà e solitudine gli ultimi anni della sua vita”. Ecco perché quando un suo amico, padre Murray, gli fece notare in una lettera di rintracciare nella lettura della sua opera “una positiva compatibilità con la dottrina della Grazia”, Tolkien non esitò a replicargli di aver scritto “fondamentalmente un’opera religiosa e cattolica”. Eppure lo stesso scrittore inglese non ebbe tale consapevolezza all’inizio della stesura dell’opera, ma sembra piuttosto che l’abbia maturata in seguito, mediante un’attenta e assidua lettura e rilettura del suo poema. “Solo l’angelo custode conosce il rapporto tra l’artista e la sua opera”, scrisse in una lettera.

Un giorno a Oxford un suo studente consegnò il compito di filologia lasciando il foglio completamente in bianco. Il professor Tolkien su quel foglio scrisse una semplice frase che divenne poi l’incipit di una storia: “In un buco della terra viveva un hobbit”. Di qui prende le mosse una narrazione il cui protagonista, Bilbo Baggins, appartiene a un popolo di strane creature, gli hobbit appunto, ‘mezziuomini’ e pantofolai, che lavorano e godono dei frutti della terra, che amano mangiare, bere, fumare e fare feste, accontentandosi di vivere in tutta pace e tranquillità nella Contea. Ma “i paradisi sulla terra finiscono male”, commenta Andrea Monda rispetto a un simile stile di vita. Per questo motivo Bilbo, che pure ama la Contea, da una parte sente che è un ambiente ristretto e limitante, dall’altra continua a coltivare il desiderio di vivere un’avventura, e per questo coglierà positivamente l’invito di Gandalf a seguirlo nella missione che gli propone. Questo suo distinguersi dagli altri hobbit, gli costerà però anche l’appellativo di “bizzarro” e la perdita della propria rispettabilità, quasi fosse un ‘traditore della patria’.

Alla stessa sorte sembra siano destinati anche gli hobbit protagonisti de “Il Signore degli Anelli”, in particolare Frodo e Sam. Infatti nell’opera che costituisce “una straordinaria parabola sull’uomo del nostro secolo”, per dirla con il professor Monda, “assistiamo al capovolgimento dell’epica classica e dello schema tipico della ‘cerca’. Nelle grandi saghe infatti l’eroe è colui che intraprende un viaggio per una conquista o interviene a sconfiggere i nemici per ripristinare l’ordine; qui invece il grande viaggio non è per prendere ma per perdere; non è intrapreso per affermare se stessi bensì per rinunciare”. Nel rovesciamento del modello dell’epica classica emerge la grande novità del poema tolkieniano, che può sintetizzarsi nella morale del Magnificat. Così la Compagnia dell’Anello, pur essendo “un’armata Brancaleone scalcagnata, riesce nell’impresa, e non perché i suoi componenti siano validi, bensì semplicemente perché i suoi membri insieme costituiscono una compagnia”; le torri degli eroi solitari cadono “perché ha rovesciato i potenti i troni”. È l’epopea degli umili, e gli hobbit lo sono, perciò accade “paradossalmente che Sauron, pur essendo un grande occhio, guardi ma non veda, accecato dalla brama di potere; laddove invece Frodo, nell’osservare Gollum, vede se stesso e ne ha compassione, alla stregua di Bilbo che, a suo tempo, avrebbe potuto uccidere quella misera creatura ma non lo fece”.

Con questa sua narrazione Tolkien, che pure aveva vissuto in prima persona la tragedia della Grande Guerra e ne aveva visto l’orrore in trincea sul fronte francese a Verdun, non ha costruito una banale letteratura fantasy d’evasione, ma ha voluto proporre all’uomo contemporaneo un’altra logica più efficace e adeguata alla realtà, ossia quella dell’eroismo della rinuncia e dell’umiltà, poiché “il superuomo non ci sarà, ma ci salverà il mezz’uomo”. E allora che la “Primavera Hobbit” abbia inizio!

I prossimi appuntamenti con il Prof. Andrea Monda sono in programma il 9, il 16 e il 23 maggio sempre alle ore 19 presso la stessa Chiesa di S. Francesco alle Stimmate.

Fonte: FarodiRoma

Il Beato Angelico, “il pittore della tenerezza”.

Vallini: “Ha interiorizzato il mistero e l’ha espresso nella bellezza”

“È stato un grande artista. Potremmo definirlo il pittore della tenerezza, che ha interiorizzato il mistero di Cristo e lo ha espresso nella bellezza delle sue opere”. Il cardinale vicario Agostino Vallini ha descritto con queste parole il Beato Angelico nel giorno della memoria liturgica, celebrando i vespri in Santa Maria sopra Minerva, la basilica che ne ospita le spoglie mortali. La liturgia – molto suggestiva – è stata conclusa da una breve omelia, nella quale il porporato ha voluto esortare coloro che operano nei beni culturali a essere “custodi di un patrimonio da valorizzare anche quale espressione della bellezza di Dio”. Ed infine ha invocato: “Salga dunque al Padre, da parte di ogni fruitore delle sue opere d’arte, un canto di ringraziamento nei termini dell’orazione finale dei vespri nella sua memoria, un inno di lode a Dio che ha “ispirato con paterna provvidenza il beato Giovanni Angelico a raffigurarci la pace e la dolcezza del paradiso”.

I salmi sono stati cantati in gregoriano dai frati domenicani e dalla Schola del Pontificio Istituto di Musica Sacra, diretta da Raúl Orlando Arreguín Rosales. E il rito è stato arricchito da brevi intermezzi musicali strumentali affidati al flauto a becco, alla viola da gamba e all’organo suonati rispettivamente da Giulia Ciarla, Jasmina Capitanio e Federico Del Sordo, mentre i canti del Magnificat di Giovanni da Palestrina e del Salve Regina di Poulenc sono stati eseguiti dal Coro polifonico Musicanova diretto da Fabrizio Barchi.

Noto semplicemente come il Beato Angelico, fra Giovanni da Fiesole era un umile frate domenicano, nato intorno al 1395 col nome di Guidolino di Pietro Trosini e morto nel 1455. La sua la vocazione religiosa accompagnò quella alla pittura, che si è espressa nel rappresentare i grandi misteri della fede attraverso figure realistiche investite di una luce dorata che le fa risplendere della grazia divina. Ecco perché subito dopo la sua morte il popolo, che ne aveva apprezzato le opere, iniziò ad appellarlo Beato Angelico prima che fosse proclamato tale nel 1982 da Giovanni Paolo II, che lo additò anche quale “patrono universale degli artisti”. Il Beato Angelico maturò una visione mistica del mondo insieme a una resa realistica delle figure umane. Coniugando luce e colore, attenzione alla natura e al dato prospettico, se da un lato si riallaccia alle modalità pittoriche di Masaccio, dall’altro anticipa la nuova temperie artistica rinascimentale.

Fonte: FarodiRoma

La scienza moderna? Nasce nel Medioevo

«Se ho visto più lontano, è perché stavo sulle spalle di giganti», scriveva Isaac Newton in una lettera all’amico Robert Hooke, anch’egli membro della Royal Society e protagonista meno conosciuto della rivoluzione scientifica del Seicento. Nel rilevare che le scoperte scientifiche moderne avessero in realtà radici antiche, il padre della legge di gravitazione universale citava però testualmente e, probabilmente in modo inconsapevole, un altro grande filosofo francese e teologo medievale. Si tratta di Bernardo di Chartres, maestro di una delle più importanti scuole cattedrali del XII secolo, divenuto celebre proprio per il noto aforisma: «Siamo nani sulle spalle dei giganti».

Anche nel Medioevo si ritrova dunque la stessa consapevolezza degli scienziati moderni, la coscienza cioè che ogni scoperta scientifica non è l’esito di un’intuizione astorica di un ‘illuminato’, quanto piuttosto il frutto di un’attenta e lucida capacità di leggere la realtà della natura per rintracciare in essa i rapporti e i legami tra le diverse cose. Non bisogna perciò accostarsi alla realtà con tesi preconfezionate o mettere in questione un fenomeno prima ancora di osservarlo, bensì è opportuno cogliere e accogliere la realtà a partire dalla bellezza che si dischiude sotto i propri occhi.

I medievali sapevano bene infatti di non essere scopritori di nuovi fenomeni, ma soltanto meri inventores (dal verbo latino invenire, cioè trovare), “trovatori” nella realtà creaturale di rapporti qualitativi e quantitativi tra le cose in grado di manifestare con maggiore evidenza la costante dipendenza nell’essere dall’Essere, ossia delle creature dal Creatore. I metodi attuati per stabilire questi rapporti al servizio di tale scopo furono le arti liberali, cioè le discipline del trivio (la grammatica, la dialettica e la retorica), ma soprattutto quelle del quadrivio (la matematica, la geometria, la musica e l’astronomia). Lo studio delle sette arti liberali iniziò a essere praticato sin dagli albori dell’Alto Medioevo per poi essere incentivato in età carolingia, grazie al notevole contributo del maestro di corte di Carlo Magno, Alcuino di York, colui che contestò fortemente all’imperatore franco la conversione dei Sassoni a fil di spada. Egli promosse lo studio di queste discipline come propedeutico a quello della lectio biblica e del sapere teologico. Mediante una metafora particolarmente efficace sul piano comunicativo, Alcuino associò le sette arti liberali alle sette colonne che sorreggono il tempio della Sapienza.

Coloro che studiavano tali discipline furono allora tutt’altro che i beceri e rozzi ignoranti vissuti nei ‘secoli bui’ dominati dalla superstizione religiosa dipinti da una certa storiografia che si è sovrapposta alla storia nella pretesa di coprire la verità con la menzogna, allo scopo di screditare la Chiesa Cattolica e la ‘vittoria della ragione’ nella civiltà cristiana, per dirla parafrasando il titolo di un bel volume del sociologo americano Rodney Stark. Tralasciare, o peggio, ignorare intenzionalmente queste fonti medievali significa pertanto precludersi ogni possibilità di autentica comprensione dell’avvento della scienza moderna, e con essa, delle ragioni profonde sottese allo stesso metodo scientifico messo a punto da Galilei.

Nel solco di tale riflessione si sviluppa l’indagine molto ricca e accurata di James Hannam, fisico e dottore di ricerca in storia e filosofia della scienza presso il Pembroke College dell’Università di Cambridge. Egli è autore del volume Gods Philosophers, pubblicato dapprima nel Regno Unito nel 2009, poi riedito nel 2011 negli Stati Uniti col titolo The genesis of Science e tradotto recentemente in italiano (La genesi della scienza. Come il Medioevo ha posto le basi della scienza moderna, a cura di Maurizio Brunetti, D’Ettoris Editori, Crotone 2015, pp. 493, € 26,90).

All’alto Medioevo risalgono infatti invenzioni e tecniche che contribuirono a migliorare l’agricoltura, quali il sistema di rotazione dei tre campi, l’aratro in ferro e il bilancino, ossia un tronco disposto orizzontalmente al quale veniva imbrigliato l’animale da soma che consentì di aumentare il peso dei carichi e di uniformare le forze dei buoi e dei cavalli. Nei primi secoli del Medioevo si diffuse anche la pratica della ferratura degli zoccoli dei cavalli, al fine di migliorarne le prestazioni. Nell’Europa medievale furono inventati gli occhiali; gli orologi meccanici, straordinarie espressioni del patrimonio di conoscenze meccaniche dell’epoca; la staffa, che trasformò la cavalleria leggera in pesante e i mulini a vento. Furono poi potenziate e perfezionate le invenzioni provenienti dall’Oriente, quali la bussola, la carta, la stampa e la polvere da sparo, raggiungendo risultati sorprendenti.

Che la scienza medievale abbia preparato il terreno a quella moderna lo attestano numerosi personaggi illustri, che sono ecclesiastici, monaci, maestri di arti liberali attivi nelle scuole cattedrali francesi e inglesi e nelle università. Innanzitutto Gerberto d’Aurillac (950-1003), monaco e primo papa francese, che assunse il nome di Silvestro II, grande studioso di matematica e astronomia, che contribuì alla diffusione dei numeri indo-arabi in Occidente anche mediante l’invenzione dell’abaco e che redasse probabilmente un manuale d’istruzione per l’utilizzo dell’astrolabio, uno strumento che consentiva di ricavare l’ora locale dall’osservazione della posizione delle stelle e dei pianeti. Riguardo allo studio dei fenomeni naturali fu poi significativa la figura di Guglielmo di Conches (1085-1154), maestro della scuola di Chartres che tentò di conciliare la Genesi con il naturalismo del Timeo platonico. Egli introdusse un’importante distinzione tra la causa prima delle realtà create, che è sempre il Creatore, e le cause seconde, ossia le legge naturali, considerate invariabili e regolari, la cui indagine non pregiudicava assolutamente l’onnipotenza divina. In virtù di tale distinzione «egli non solo possedeva una giustificazione per indagare la natura senza violare la sovranità di Dio, ma aveva anche una ragione per credere che la natura fosse sufficientemente regolare nel suo funzionamento da meritarsi di essere esplorata in dettaglio» (p. 92). Ben prima di Galileo i medievali furono in realtà consapevoli che il mondo naturale fosse un libro scritto dal dito di Dio quasi alla stregua della Scrittura e che, in quanto tale, dovesse essere esplorato.

Per l’acquisizione di elementi scientifici su cui fondare lo studio delle discipline del quadrivio prima dell’arrivo in Occidente dei testi di fisica di Aristotele furono particolarmente utili alcune traduzioni di opere di autori antichi realizzate nel XII secolo. Mentre l’inglese Adelardo di Bath tradusse dal greco in latino gli Elementi di Euclide, un testo basilare per la conoscenza della geometria; Gerardo da Cremona tradusse nella stessa lingua direttamente dall’arabo l’Almagesto, ossia il Trattato matematico di Tolomeo, che costituiva una summa delle conoscenze astronomiche greche. Con le traduzioni e i commenti agli scritti di fisica aristotelici si diffusero le più svariate interpretazioni della realtà naturale soprattutto nel mondo arabo. E, contrariamente a quanto si possa pensare, nemmeno la condanna del 1277 di 219 tesi averroiste da parte del vescovo di Parigi Tempier, che pure inasprì la diatriba tra filosofi e teologi, poté arrestare la possibilità di nuove ricerche scientifiche. Anzi, proprio grazie a tale divieto, «i filosofi naturali non erano più costretti a seguire pedissequamente Aristotele, ma potevano fare appello alla libertà di Dio di fare le cose diversamente per sviluppare teorie al di fuori del paradigma aristotelico» (p. 138). Così poté cominciare già nel XIV secolo, con le formulazioni dei maestri calculatores del Merton College di Oxford, un processo di matematizzazione dei fenomeni naturali che sarà poi condensato nelle leggi fisiche moderne sul moto e sulla velocità.

È allora indubbiamente un falso mito quello secondo il quale nell’età medievale l’autorità della Scrittura avrebbe impedito o comunque limitato e influenzato negativamente la ricerca in ambito naturale. Se fosse realmente accaduto ciò, non si spiegherebbe perché, nonostante nel libro di Giobbe si parli dei «lembi» (Gb 38, 13) della terra, pressoché nessun medievale abbia mai creduto che la Terra fosse piatta. E ancora, basti ricordare che un pontefice come Innocenzo III (1198-1216), mediante l’osservazione, sapeva bene che quella della luna fosse soltanto una luce riflessa dal sole, nonostante la Genesi descrivesse «due luci grandi» (Gen 1, 16).

Contro il pregiudizio ideologico della storiografia dapprima protestante, poi illuministica e infine scientista di un passaggio traumatico dalla non scienza dell’età antica al metodo sperimentale della modernità, che tralascia e oltrepassa la «grande interruzione» dei ‘secoli bui’, l’indagine storica ed epistemologica condotta da Hannam sulle radici medievali della scienza moderna ha dunque il grande pregio di mostrare attraverso le fonti una storia troppo spesso misconosciuta di uomini che, mediante la fatica dello studio e della ricerca, hanno contribuito notevolmente al lento e graduale evolversi della conoscenza scientifica.

Fonte: Il Timone (Rivista mensile di informazione e formazione apologetica)

 

Contro la realtà: i padrini del gender

Ogni teoria scientifica che si rispetti ha il suo padre fondatore in colui che l’ha elaborata in ossequio alla realtà e alla natura delle cose. Essa nasce dunque dallo stupore che la realtà stessa desta nell’intelligenza umana che l’ammira. Gli studi di genere nascono invece non dall’osservazione del dato reale, ma da tesi filosofiche sedicenti tali costruite a tavolino con lo scopo pratico di destabilizzare quel modello binario maschile/femminile, considerato come la causa di tutti i mali. Il nemico pubblico da cancellare è il sistema maschilista e logofallocentrico della tradizione metafisica classica, colpevole di aver veicolato nella storia e nella società un ruolo della donna subordinato e quindi inferiore rispetto a quello imperante dell’uomo.

L’ideologia di genere affonda infatti le proprie radici filosofiche nel decostruttivismo di Derrida (1930-2004), per il quale l’essere non è monolite, bensì è in se stesso differenza irriducibile. Secondo tale dottrina, che intende decostruire la metafisica tradizionale, il significato delle cose non è comprensibile in maniera univoca, ma rimanda piuttosto a una pluralità di senso che non può mai essere colta dall’uomo nella sua totalità. Tale pensiero filosofico influenza a sua volta sul piano teoretico le teorie femministe e muove i suoi primi passi sul piano pratico con la rivoluzione sessuale del 1968.

La filosofa francese Simone de Beauvoire (1908-1986), nella sua opera “Il secondo sesso” (1949), considerata il manifesto del femminismo, riteneva che la diversità tra uomo e donna fosse alla base di stereotipi comuni consolidati e di ruoli di genere tradizionali da scardinare, poiché frutto di condizionamenti sociali imposti e forieri di una visione della donna subordinata al modello culturalmente dominante che è quello maschile. È suo il noto slogan: «Donna non si nasce, ma si diventa!». L’idea preconfezionata che sia il papà a dover lavorare per portare i soldi a casa e che la madre sia la custode del focolare domestico va dunque respinta fermamente come un retaggio del passato di una società rigorosamente maschilista.

Allo stesso modo, secondo la filosofa statunitense Donna Haraway, classe 1944, l’uomo è stato concepito tradizionalmente mediante una serie di dualismi che vanno superati, quali sé/altro, mente/corpo, maschile/femminile, natura/cultura. Con l’avanzamento delle tecnologie, la creatura razionale è trasformata piuttosto in un cyborg, in un uomo-macchina che è un ibrido di materiale organico e tecnica, ossia un individuo non determinabile in maniera univoca dal dato biologico, e dunque libero di scegliere la propria sessualità secondo il proprio gusto del momento. In questo contesto la donna-cyborg non è più dominata dall’uomo, né determinata dal proprio sesso, ma può sperimentare tutte le possibili trasformazioni di esso, liberando i propri desideri e facendo valere i propri diritti, in specie quelli riproduttivi, per essere artefice del proprio destino.

Sulla scia d tali idee il pensiero della differenza di matrice femminista, che intende decostruire quella concezione della donna ancorata al modello patriarcale, approda a una nuova categoria elaborata recentemente dalla filosofa Rosi Braidotti, quella della ‘soggettività nomade’. Una soggettività post-identitaria, liquida, ibrida, mai predeterminata o determinabile in modo univoco, ma perennemente esposta alla possibilità di mutare secondo il proprio desiderio.

La gender theory non ha tuttavia alle proprie spalle soltanto le femministe, ma anche i suoi padri ignobili. Innanzitutto il berlinese di origine ebraica Magnus Hirschfeld (1868-1935), considerato uno dei pionieri della sessuologia. Dichiaratamente omosessuale, nel 1897 fondò il “Comitato Scientifico Umanitario”, una tra le prime associazioni per i diritti delle persone omosessuali, che difese strenuamente battendosi per l’abrogazione del paragrafo 175 del Codice Penale tedesco che criminalizzava l’omosessualità. Egli elaborò la teoria di un terzo sesso mediano tra quello maschile e quello femminile. Si deve a lui inoltre la coniatura del termine travestitismo. Magnus si travestiva spesso e per le sue iniziative nel merito fu soprannominato “Zia Magnesia”. Fu proprio il dottor Hirschfeld a realizzare l’operazione per il cambiamento di sesso che trasformò Mogens Einar Wegener, un’artista danese nato maschio, in una donna di nome Lili Elbe. Il primo transessuale della storia subì ben cinque operazioni in due anni e sembra che la causa del suo decesso sia con buona probabilità attribuibile proprio a un rigetto successivo al trapianto dell’utero.

Più celebre di Hirshfeld è certamente Alfred Charles Kinsey (1894-1956), un entomologo americano che, nei suoi due volumi dedicati al comportamento sessuale dell’uomo e della donna finanziati dalla Rockefeller Foundation, si divertì a raccontare ogni sorte di perversione sessuale, ritenendo lecita non solo l’omosessualità ma persino la pedofilia e la zoofilia. Nei “rapporti Kinsey” fu però manipolato lo stesso campione dei soggetti intervistati sui propri comportamenti sessuali. Infatti furono presi in esame esclusivamente testimoni volontari, che non erano nemmeno tanto attendibili se si considera solo che il 25% di essi aveva precedenti penali per crimini sessuali. Appare allora evidente il fine ideologico delle sue ricerche, volto a sovvertire la morale sessuale tradizionale per imporre la liceità d’ogni forma di perversione. Oltre alla raccolta di dati e alla diffusione di materiale pornografico, nei due volumi di Kinsey compare anche esplicitamente un riferimento ai quattro generi sessuali (Lesbian, Gay, Bisexual e Transgender), dai quali deriva l’ormai noto acronimo LGBT.

Ogni teoria scientifica propriamente tale deve essere supportata da almeno una conferma sperimentale. Tale opportunità si presentò allorquando, nello studio di Baltimora dello psicologo e sessuologo neozelandese John William Money (1921-2006), giunsero due gemelli omozigoti nati in Canada nel 1965: i gemelli Bruce e Brian Reimer. Purtroppo quello che doveva essere un semplice intervento di circoncisione per curare la fimosi di Bruce a sette mesi dalla nascita, a causa di un banale incidente avvenuto in sala operatoria, riportò una tragica conseguenza. L’organo sessuale di Bruce rimase irrimediabilmente bruciato. Al dottor Money si presentò così l’occasione che attendeva da una vita e che gli avrebbe consentito di coronare i suoi studi di genere con una fama imperitura. Guadagnato il consenso dei genitori di Bruce, ebbe infatti l’opportunità di riassegnare a questo bambino una sessualità diversa da quella biologica e consigliò alla madre e al padre di crescerlo come una ragazza. Fu allora che Bruce, completamente ignaro di quanto gli stesse succedendo e a seguito di cure ormonali e di un intervento chirurgico, divenne Brenda. Ma qualcosa andò storto. E mentre il dottor Money continuava a scrivere pubblicazioni pseudo-scientifiche sul caso che stava seguendo personalmente, Bruce-Brenda sviluppò un comportamento aggressivo, mostrava di preferire le macchine alle bambole, in bagno faceva la pipì in piedi e disdegnava la compagnia delle amiche. Nonostante avesse iniziato le cure ormonali, mostrò presto di non gradire affatto l’invasività di quel medico. Pertanto, dopo numerose e inefficaci sedute psicologiche, pretese dai genitori di conoscere la sua reale identità. Di qui Bruce-Brenda decise di sottoporsi a ulteriori interventi chirurgici e a cure ormonali nel disperato tentativo di ripristinare la propria identità maschile, un’identità sessuale sopita e anestetizzata, ma di fatto impossibile da sradicare, perché scritta in ogni fibra della sua carne e nel DNA di ogni cellula del suo corpo. Così a 14 anni Bruce-Brenda tornò a essere maschio col nome di David. A 25 anni sposò una donna che aveva avuto già tre figli da tre uomini differenti. Ma la sua vita continuava ad essere segnata da una profonda infelicità che culminò, dopo il suicidio del fratello Brian, con la scelta di seguirlo nella medesima sorta sparandosi un colpo alla testa (chi desiderasse saperne di più su questa storia, può leggere il volume del giornalista John Colapinto, Bruce, Brenda e David. Il ragazzo che fu cresciuto come una ragazza, edito da San Paolo nel 2014). Un esperimento compiuto sì, ma tragicamente fallito.

Ancora una volta è la verità dei fatti a smentire le teorie e a mostrare come nasce un’ideologia, la quale non è altro che il tentativo di piegare la realtà a proprio piacimento per farla rientrare in uno schema ideale prestabilito, calato dall’alto e funzionale soltanto a un sistema di potere. E se la realtà delle cose non rispecchia tale paradigma ideologico, tanto peggio per la realtà. Invece ogni cellula del nostro corpo è sessuata, è XX o XY. Il dato biologico è dunque un elemento imprescindibile, inalienabile e incontrovertibile che struttura l’identità sessuale di ciascuno e non può essere inteso come l’ostacolo da superare con ogni mezzo per imporre altri generi. Insomma, capovolgendo l’ideologia gender, la natura, la cultura e la storia umana concordano nel rilevare che maschi e femmine si nasce, non si diventa.

Fonte: La Croce Quotidiano