Le visite dell’Angelo del Portogallo ai tre pastorelli di Fatima

“Un giovane di quattordici o quindici anni, più bianco della neve, che il sole faceva diventare trasparente come se fosse di cristallo e di una grande bellezza”. Con queste parole suor Lucia descrive le sembianze corporee dell’angelo che le si manifesta a Fatima, mentre era insieme ai suoi cugini Francesco e Giacinta, presentandosi come l’angelo della pace, l’angelo custode del Portogallo. Egli dapprima “insegna ai tre fanciulli un’orazione di adorazione alla Santissima Trinità”, poi li “sollecita a realizzare una missione che consiste nell’offrire sacrifici in riparazione per i peccati dell’umanità, in onore e per amore dei Cuori santissimi di Gesù e di Maria”.

Pochi sanno che i tre pastorelli furono preparati a ricevere le apparizioni mariane proprio dalle visite di un angelo. Così nella primavera del 1916 essi apprendono la celebre Preghiera dell’angelo, che egli stesso insegna loro a recitare come una giaculatoria: “Mio Dio, io credo, adoro, spero e vi amo. Vi chiedo perdono per quelli che non credono, non adorano, non sperano e non vi amano”. L’estate successiva l’Angelo del Portogallo li invita nuovamente alla preghiera, ma anche a offrire penitenze e sacrifici di espiazione per la conversione dei peccatori. Orazione, adorazione e riparazione sono dunque il leit motiv delle tre visite dell’angelo, una “preparazione celeste” alle apparizioni della Vergine in Cova d’Iria. Suor Lucia ricorda con gioia il senso di grande pace che le rimase nell’animo anche dopo tali visioni. Perciò scrive: “La forza della presenza di Dio era così intesa, che ci avvolgeva totalmente e quasi ci annientava. Le nostre anime erano completamente sommerse in Dio”. Durante la terza apparizione l’angelo dona la Santa Eucarestia sotto le specie del pane a Lucia e del calice a Francesco e Giacinta, sacramento di comunione e segno visibile del loro ardente desiderio di compartecipare, mediante l’offerta delle proprie sofferenze, all’agonia di Cristo nelle membra del suo Corpo mistico, cioè la Chiesa, per espiare le colpe dei peccatori. Riconosciuta la preziosità di tale dono della Santa Comunione e consapevole che sarebbe morto in età prematura, il piccolo Francesco, nonostante la sua tenera età, se ne stava di ritorno da scuola tutto il giorno in ginocchio per adorare “Gesù nascosto” nel tabernacolo.

Così gli angeli sono i protagonisti anche di una visione tanto bella quanto vera e confortante che interviene a controbilanciare quella tremenda precedente dell’inferno e delle persecuzioni la Chiesa: “Sotto i due bracci della Croce c’erano due angeli ognuno con un innaffiatoio di cristallo nella mano, nei quali raccoglievano il sangue dei Martiri e con esso irrigavano le anime che si avvicinavo a Dio”. Queste parole scritte da suor Lucia sono state mirabilmente approfondite sul piano teologico da papa Benedetto XVI che ne ha rivelato la natura profetica: “La visione della terza parte del segreto, così angosciosa all’inizio, si conclude con un’immagine di speranza, nessuna sofferenza è inutile, ma una Chiesa sofferente, una Chiesa di martiri si converte per la ricerca di Dio da parte dell’uomo. Inoltre dalla sofferenza dei testimoni deriva una forza di purificazione e di rinnovamento perché si attualizza la stessa sofferenza di Cristo e trasmette nel presente la sua efficacia salvifica”.

Il legame della nazione portoghese con il ‘proprio’ angelo è confermata non solo da tali apparizioni a Lucia, Francesco e Giacinta ma anche da autorevoli testimonianze storiche. Il sovrano Manuel I il Fortunato stabilì già nel 1514 che in Portogallo vi fosse una processione solenne ogni terza domenica di luglio per “ricordare l’angelo custode che ha cura di proteggerci e di difenderci, affinché continui a concederci la sua tutela e la sua protezione”.

Quella degli angeli custodi della nazioni infatti non è dunque semplicemente una pia tradizione, ma una profonda verità teologica, come osserva don Marcello Stanzione, uno dei massimi esperti di angelologia e parroco dell’Abbazia di S. Maria La Nova a Campagna (SA) nel suo recente volume: Gli Angeli Custodi delle Nazioni. Cent’anni fa a Fatima l’Angelo del Portogallo parlava ai tre pastorelli (pp. 171, Sugarco Edizioni 2017, € 16). Tale verità affonda le proprie radici nella Sacra Scrittura, in particolare nel libro del Deuteronomio secondo la versione dei Settanta: “Egli fissò i confini dei popoli secondo il numero dei figli di Dio” (Dt 32, 8) e in quello del profeta Daniele dove si parla dell’arcangelo Michele, custode del popolo eletto, e dei ‘principi’ di Persia e di Grecia (cf. Dn 10, 12-21). L’esistenza di angeli tutelari della nazioni è confermata anche dalla riflessione dei Padri della Chiesa. Clemente Alessandrino sostiene che “vi sono degli angeli preposti alle nazioni e alle città”. S. Agostino, nel suo commento al Salmo 88 scrive che: “Quando Dio fece del popolo d’Israele il suo popolo, non chiuse con ciò la fonte della sua bontà alle nazioni straniere, che egli aveva posto sotto il governo degli angeli”. San Tommaso d’Aquino afferma ancora in proposito: “Il compito di vigilare sulle moltitudini umane compete alla gerarchia dei principati o, forse, a quella degli arcangeli”.

Pertanto la missione affidata agli angeli custodi delle nazioni è quella di guidare i popoli, rivelando i disegni di Dio e partecipando al loro giudizio nel giorno della mietitura. Nel caso di Fatima, il fine delle visite dell’Angelo del Portogallo e delle seguenti apparizioni mariane è racchiuso nel significato autentico dell’unico segreto suddivisibile in tre parti e non ancora pienamente compiuto. Sulla scia di quanto rivelato da suor Lucia, il messaggio di Fatima che risuona per l’intera umanità è, per dirla con Benedetto XVI, “l’esortazione alla preghiera come via per la salvezza delle anime e nello stesso tempo il richiamo alla penitenza e alla conversione; con la certezza che il male non ha l’ultima parola”.

Fonte: FarodiRoma

Viganò racconta la comunicazione del “Papa della prossimità”

“La gente veniva a Roma per vedere Karol Wojtyla; veniva per ascoltare Benedetto XVI e viene ora per incontrare Papa Francesco”. Vedere, ascoltare e incontrare sono dunque tre verbi che condensano l’atteggiamento sostanziale dei fedeli nei confronti degli ultimi tre pontefici. Parafrasa l’espressione del cardinal Tauran monsignor Dario Edoardo Viganò, nell’iniziare il suo racconto della comunicazione di Papa Francesco, colui che definisce subito come “l’uomo della prossimità”. Quand’era direttore del Centro Televisivo Vaticano, mons. Viganò aveva raccontato l’ultimo saluto di Benedetto XVI mentre sorvolava su Roma verso Castel Gandolfo. Lo aveva fatto con discrezione, sfruttando tutta la potenza delle immagini e rievocando l’apertura de ‘La dolce vita’ del celebre film di Fellini. Ora egli è prefetto della Segreteria della comunicazione della Santa Sede, e dunque a capo di un progetto di riforma dei media vaticani.

In un’intervista pubblica con Pierluigi Sassi, presidente di Earth Day Italia, mons. Viganò ha focalizzato principalmente la sua attenzione sui diversi aspetti della comunicazione del pontefice argentino: “Questa la differenza e lo specifico di Papa Francesco, che è l’uomo della prossimità. È certamente una prossimità fisica, ma anche legata a situazioni concrete. Nessuno si percepisce come opponente a ciò che lui racconta, cioè il Vangelo di felicità per l’umano. Per questo motivo affascina credenti e non credenti”. Rispetto alle nuove sfide comunicative che attendono la chiesa di Francesco, egli ha sottolineato innanzitutto il contesto postmediale in cui viviamo, ove “i media hanno perso il loro connotato identitario” e la connessione digitale subentra prepotentemente all’incontro reale con una persona. Pur considerando che attualmente “il contagio della fede non avviene più come una volta, imparando una preghiera sulle ginocchia della propria madre” e che “la parrocchia non è più semplicemente un territorio, ma è anche la rete dei legami on-line e off-line, il problema di comunicazione della Chiesa non è un problema di tecnologia”. Non si tratta quindi di trasferire i medesimi contenuti dei bollettini parrocchiali dalla carta stampata al portale, bensì di operare una “convergenza digitale”, ossia di “elaborare contenuti multimediali, immagini, videonews e podcast, sfruttando tutto il potenziale della rete per collegare popoli e culture”. Consapevole che “il Vangelo ha a che fare con la vita concreta delle persone”, Viganò ha precisato scherzando, ma con un giudizio netto: “Non credo si possa arrivare alla cyberparrocchia, un concetto tanto enfatizzato quanto evanescente”.

Nel merito dei contenuti della comunicazione, lo spin doctor del Papa ha evidenziato che quella di “Francesco non è una teologia del vittimismo. Egli insiste sull’uomo peccatore, perché nel peccato scorgo la forza di Dio che si fa carne della mia carne per salvarla. Non che, banalmente, la Chiesa sia oggi di manica larga”. Per sgombrare il campo da fraintendimenti più o meno intenzionali, Viganò ha affermato infatti, senza mezzi termini, che Francesco è ben lontano dal cedere a condizionamenti esterni, anzi “decide molto lui, sulla base di criteri che sono i suoi e non di altri; ha anche molto fiuto e, dove non arriva, domanda”. Per cui, anche allorquando si concede ai selfie, Bergoglio non lo fa in maniera narcisistica, ma perché comprende l’importanza della condivisione, presentandosi “come corpo che si consegna, come carne di Cristo”. Confrontando le immagini del primo affaccio dopo l’elezione da parte del pontefice regnante e di quello emerito, Viganò ha invitato inoltre a notare come, al contrario di quanto ci si aspetterebbe, pare che i due si scambino le personalità, nel senso che “Benedetto XVI gesticola e assume un modo di muoversi da sudamericano, mentre Bergoglio si mostra con le braccia distese lungo i fianchi, come corpo che si consegna”.

Anche se “ha una radio, ma non la televisione”, Papa Francesco si mantiene al passo coi tempi, per essere “compagno della cultura digitale”. Lo ha manifestato, con un linguaggio chiaro e diretto, soprattutto nel suo videomessaggio ai giovani allorquando, mostrando un iPhone, ha sottolineato che senza Gesù non c’è campo. Infine il prefetto della Segreteria della comunicazione della Santa Sede ha rivelato che la stessa scelta del pontefice di visitare le parrocchie periferiche “è strategica, perché dove si muove lui, porta l’attenzione su di esse”, affinché tali realtà non siano considerate come dei dormitori, ma siano riscoperte quali “luoghi di socialità da cui è possibile vedere meglio il centro”. Allo stesso modo Viganò ha ricordato l’autoironia del pontefice argentino, che avrebbe guardato con simpatia ai murales di Borgo Pio che lo ritraevano come un supereroe, per cui chi li ha poi coperti ha reso un cattivo servigio alla genialità del popolo romano.  Insomma, “in un sistema digitale dove tutto è riconducibile a 0 e 1 e in cui la verità sta più nelle sfumature che non nelle polarizzazioni”, è necessario che giornalisti e operatori dei mass media mettano “un paio di occhiali spirituali per raccontare la Chiesa” e la comunicazione di Papa Francesco in maniera adeguata ed efficace all’uomo del nostro tempo.

Fonte: FarodiRoma

Lavoro ed ecumenismo

Il valore dell’opera delle mani dell’uomo e la ‘passione per l’unità’ secondo Paolo VI

Invitato il 10 giugno 1969 a tenere un discorso all’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIT) a Ginevra, in occasione del 50° anniversario di fondazione, Paolo VI decise di visitare in quello stesso giorno anche il Consiglio Ecumenico delle Chiese, pronunciandosi così rispettivamente sia sul tema del lavoro che su quello dell’ecumenismo. Il recente libro a cura di Leonardo Sapienza (Paolo VI, Pietro è il mio nome, Edizioni VivereIn, pp. 93, € 7) riprende principalmente questi due discorsi, alcuni brevi interventi e pensieri del pontefice, insieme a degli appunti inediti riprodotti fedelmente dai suoi stessi manoscritti, che testimoniano l’attenzione pastorale di Montini su questi temi.

“Mai più il lavoro al di sopra del lavoratore, mai più il lavoro contro il lavoratore, ma sempre il lavoro per il lavoratore, il lavoro al servizio dell’uomo, di ogni uomo e di tutto l’uomo”: questo l’appello accorato del pontefice all’OIT. La dignità del lavoro deriva infatti dal suo essere collaborazione dell’uomo all’opera di creazione di Dio e dal fatto che lo stesso “Gesù è conosciuto come il figlio del carpentiere”. Nel suo intervento Paolo VI denuncia senza mezzi termini le ingiustizie sociali della società industrializzata e tecnocratica che spesso, disumanizzando il lavoro, finiscono conseguentemente con lo spersonalizzare anche l’uomo. È invece opportuno auspicare una cooperazione coraggiosa e feconda tra governo, imprenditori e lavoratori al fine di perseguire “la pace universale per mezzo della giustizia sociale”.

“L’orientamento personale che il Papa ha voluto dare al suo ministero apostolico è d’altronde molto bene indicato dal nome che si è scelto, quello di Paolo”. Sul versante dell’ecumenismo, Papa Montini non rimane fermo alle sole parole, ma ne diventa testimone attraverso molti gesti concreti. Quelli più significativi sono stati “l’inginocchiarsi a baciare i piedi del Metropolita Melitone nella Cappella Sistina; l’offerta del suo anello al Primate Anglicano Ramsey; il dono della reliquia del capo di Sant’Andrea a Patrasso”. Tali gesti hanno poi ispirato ulteriori esemplificazioni del papato, dal flabello, l’ampio ventaglio cerimoniale adoperato durante la liturgia, fino alla tiara. Si racconta addirittura che, a seguito di un incontro con un Metropolita orientale, egli fece togliere la croce da tutte le sue calzature, a partire dalle pantofole papali, pur di venire incontro alle diverse sensibilità dei fratelli delle altre chiese. La ‘passione per l’unità’ di Papa Montini che gli fa esclamare “il nostro nome è Pietro” non tradisce però il significato autentico di un vero dialogo ecumenico, anzi mostra chiaramente come esso sia in se stesso sempre un mezzo, mai un fine. Scopo del dialogo tra le fedi resta infatti sempre e comunque “la pienezza di unità che Cristo vuole per la sua Chiesa una e unica”. In quest’ottica si comprende che l’ecumenismo “non è semplicismo, non è irenismo superficiale e incurante delle intrinseche istanze della verità religiosa”; è dunque, per certi versi, “un compito lungo e faticoso”, ma sostanzialmente una grazia da ricevere in dono dal Padre affinché tutti i suoi figli siano uno nel Figlio.

Fonte: FarodiRoma

“Costruiamo la pace, non trasformiamo il Paraguay in un campo di battaglia”, chiedono i vescovi

“Niente più guerre tra fratelli! Costruiamo sempre la pace!”. L’appello di Papa Francesco del 10 luglio 2015 durante la sua visita in Paraguay è purtroppo ancora disatteso in America Latina. Gli fanno eco i vescovi del Paraguay in un comunicato reso pubblico in questo momento particolarmente critico che sta vivendo il loro Paese: “Esortiamo caldamente tutte le autorità e le persone che non usano la violenza, che hanno a cuore l’integrità della vita di tutti, a non trasformare le manifestazioni ‘di dissenso’ in un campo di battaglia. Rispettiamo la vita!”

“Ci appelliamo alle coscienze dei cittadini e di chi è chiamato a governare – prosegue la Conferenza Episcopale del Paraguay – invitandovi a non guardare semplicemente alle motivazione delle vostre azioni, ma soprattutto alle loro conseguenze. Esortiamo i leader e i rappresentanti delle forze politiche a ottenere la fiducia dei cittadini con gesti concreti di incontro, di dialogo e trasparenza, evitando interventi pubblici dettati dalla pressione di incombenze politiche. Incoraggiamo il dialogo tra tutti i settori della vita sociale. Il primato della pace richiede una cultura dell’incontro, la ricerca bene comune e l’unità nazionale, nella consapevolezza che ‘una famiglia divisa in se stessa non può reggere’”.

Nonostante quest’appello accorato, in Paraguay tuttavia la situazione politica rimane fortemente critica, anche a seguito degli episodi di guerriglia verificatisi questa notte nelle strade vicino al Congresso della capitale Asunción. Il malcontento è esploso per l’approvazione di una riforma costituzionale che prevede la possibilità di rielezione anche per gli ex presidenti, compreso quindi quello attuale, Horactio Cartes.

“Bisogna intervenire al più presto per fermare il momento di violenza presente”. Queste le parole rivolte allo stesso Cartes dall’arcivescovo di Asunción, Edmundo Valenzuela, nell’esprimere pubblicamente la contrarietà della Chiesa rispetto a tale riforma per la sua palese incostituzionalità. Poi il prelato ha esortato da un lato la polizia e le forze dell’ordine a “non usare le armi contro i manifestanti”, mentre dall’altro ha invitato caldamente tutti i fedeli soprattutto “a pregare e a chiedere a Dio, per mezzo di Maria, il dono della pace”, affinché il clima di tensione e di violenza non degeneri ulteriormente.

Fonte: FarodiRoma

“Quale Chiesa tra vent’anni?” Il Festival Internazionale della Creatività nel Management pastorale a Roma dal 23 al 25 marzo

“Quale Chiesa tra vent’anni?”. È questa la sfida al centro del prossimo Festival Internazionale della Creatività nel Management pastorale in programma dal 23 al 25 marzo presso la Pontificia Università Lateranense. “Attraverso la ricerca, lo scambio, il confronto, cercheremo di costruire un sistema di pensiero coerente che nasca dalle buone prassi e che sappia ispirarle; un pensiero in continuo divenire, ispirato, creativo e creatore, obbediente al Vangelo e fedele ai segni dei tempi che lo Spirito saprà indicarci, nell’ottica della co-ispirazione, della co-responsabilizzazione, e della co-creazione di nuove visioni di Chiesa e pratiche da mettere in atto per generare futuro”, spiegano gli organizzatori.

Per rispondere a questa sfida, è prevista una ricca kermesse di incontri, dibattiti, talk dei ricercatori, tavole rotonde e spettacoli. Dopo il saluto di rito del Magnifico Rettore della PUL, monsignor Enrico Dal Covolo, il Festival si aprirà giovedì 23 alle 15 con la prolusione del Vice Presidente della Cei, monsignor Franco Giulio Brambilla, che traccerà le tappe principali della prossima ‘agenda’ per il cammino della Chiesa. A seguire si parlerà in una tavola rotonda del problema pratico della gestione e dell’organizzazione territoriale di diocesi alle prese con parrocchie sempre più estese e un numero esiguo di vocazioni. Alle 18:30 sarà la ricercatrice dell’Università di Dallas Marti R. Jewell a focalizzare l’attenzione sul concetto di ‘co-responsabilità’ al fine di comprendere le strategie più opportune per gestire proficuamente la collaborazione tra ordinati e laici per far prosperare la comunità. In serata invece è previsto presso la chiesa di S. Maria della Vittoria un evento artistico evocativo davanti all’estasi di Santa Teresa del Bernini con l’arte della danza affidata a suor Anna Nobili e all’HolyDance.

Il tema delle nuove sfide della comunicazione della Chiesa sarà al centro dell’incontro con monsignor Viganò venerdì 24 alle 9, mentre nel “talk dei ricercatori” si discuterà dell’urgenza di una pastorale creativa e flessibile e dell’esigenza di promuovere nuove iniziative di fundraising per far fronte alle necessità economiche delle parrocchie rispettivamente con il Rev. Stephen Fichter, parroco in New Jersey e con Juan Luis Martinezm, Direttore dello Sviluppo della Diocesi di Cordoba in Spagna. Nei workshop del pomeriggio si parlerà invece di come ripensare l’oratorio a partire dalla sua essenza, di pastorale sportiva e di come i nuovi strumenti digitali e i social possano contribuire a rendere più efficace l’annuncio evangelico. Nel pomeriggio Gianni Letta, presidente della Fondazione Civitas Lateranensis, relazionerà sul futuro del rapporto tra Chiesa e istituzioni, mentre le nuove sfide pastorali della Chiesa di Papa Francesco saranno il cuore della riflessione di una ‘conferenza pluriprospettica’ alla quale parteciperanno anche don Fabio Rosini, responsabile della Pastorale per le Vocazioni della Diocesi di Roma e l’ex presidente dell’Azione Cattolica Paola Bignardi. Al centro del successivo workshop con Fabrizio Carletti, docente e coordinatore della Scuola Internazionale di Management Pastorale, sarà piuttosto la necessità di recuperare le dimensioni perdute dell’annuncio, ossia la corporeità, la ritualità, il simbolico, per “una fede incarnata e non solo indossata”. In serata andrà in scena il musical “Nel mare ci sono i coccodrilli”, tratto dal libro di Fabio Geda e realizzato dai giovani della compagnia del Kintsugi Associazione ONLUS Sefiroth.

Tra gli appuntamenti più significativi previsti per sabato 25 una conferenza di Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio sulle ‘periferie’ come nuova opportunità per la Chiesa e un incontro a più voci sulle motivazioni da riscoprire e far riscoprire in merito al sostegno economico alla Chiesa. Nel pomeriggio invece ci sarà un interessante incontro sulle valutazione dei piani pastorali alla luce di un esperimento interculturale realizzato tra USA e Germania. Il festival si chiuderà con la Santa Messa delle 18 presso il Battistero Lateranense.

Un festival da non perdere, come recita lo slogan, “per tornare alla fonte, per recuperare creatività e generare nuove strade per la pastorale”.

Fonte: IlFarodiRoma

Il magistero di Benedetto XVI: la fecondità di un’enciclica vivente sulla fede

Umiltà, acume intellettuale e perfetta carità apostolica

Si presentò come “un umile lavoratore nella vigna del Signore” il cardinale Joseph Ratzinger, quando in quel pomeriggio del 19 aprile 2005 si affacciò per la prima volta dai sacri palazzi in veste di nuovo pontefice. L’umiltà, madre di tutte le virtù cristiane, lo ha accompagnato sino alla fine del suo ministero petrino, fino a quelle parole difficili e amare pronunciate lo scorso 11 febbraio nelle quali, a causa della mancanza del vigore del corpo e dello spirito, riconosceva la propria incapacità di amministrare al meglio l’ufficio affidatogli. Da professore di teologia dogmatica e fondamentale nelle più prestigiose università tedesche, da Frisinga, a Bonn, a Ratisbona, Joseph Ratzinger partecipò ai lavori del Concilio Vaticano II come consulente teologico dell’Arcivescovo di Colonia Joseph Frings, divenne Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, Presidente della Pontificia Commissione Biblica e della Pontificia Commissione Teologica Internazionale e Decano del Collegio Cardinalizio.

Eppure nonostante questi titoli altisonanti, egli ha saputo incarnare profondamente quell’umiltà cristiana, che è innanzitutto consapevolezza della pochezza dei propri mezzi, delle proprie fragilità e nel contempo coscienza della grandezza e della misericordia del Creatore. Alla misericordia di Cristo si appellò infatti espressamente quando denunciò la sporcizia presente nella Chiesa nella nona meditazione della Via Crucis del 2005, quando l’allora cardinale evidenziò in particolare la superbia e l’autosufficienza di tanti sacerdoti, che dovrebbero invece appartenere soltanto a Cristo.

Una meditazione provvidenziale e profetica che avrebbe attuato egli stesso in prima persona una volta divenuto Papa, facendo pulizia nell’episcopato al punto tale da rimuovere due o tre vescovi al mese per condotta difforme dal Vangelo. Un’intelligenza finissima, quella di Benedetto XVI, che sin dall’Omelia Pro Eligendo Romano Pontefice ha saputo individuare nel relativismo, incapace di riconoscere nulla di vero, assoluto e definitivo, il male più grave di questo secolo. La sua penna ha prodotto tantissimo anche negli anni del suo pontificato, dai tre splendidi volumi su Gesù di Nazareth, sulla sua personale ricerca del volto di Cristo, alle encicliche sulla carità e la speranza fino a quella sulla fede, che avrebbe voluto scrivere su carta e che invece ha scritto con la propria vita.

Il suo pontificato dall’inizio alla fine è stato infatti, come qualcuno ha autorevolmente detto, un’enciclica vivente, un grande atto di fede, di fiducia in quel Padre buono che invita ciascuno a collaborare con i propri talenti all’edificazione del Regno. Benedetto XVI lo sapeva bene e lo ha ribadito: “La Chiesa non è mia, non è nostra, ma di Cristo!”. Con la sua missione apostolica, prefigurata già dal nome assunto in memoria di San Benedetto, ha annunciato e testimoniato il Vangelo in un mondo ostile alla verità, attingendo perennemente alle radici dell’Europa cristiana.

Dai viaggi in diversi Paesi agli incontri con le autorità politiche, dalle catechesi dedicate ai Padri e ai Dottori della Chiesa all’indizione dell’Anno Paolino, dell’Anno Sacerdotale fino a quello della Fede, egli ha saputo riscoprire la linfa vitale del cristianesimo delle origini per comunicarla all’uomo contemporaneo.

Benedetto XVI non ha abbandonato la Croce di Cristo, ma l’ha abbracciata sin dall’inizio del suo pontificato da vero “alter Christus”. Non è scappato dinanzi agli insulti, quando prima è stato simpaticamente apostrofato “pastore tedesco” e poi con epiteti decisamente più irriverenti quali nazista, omofobo e addirittura pedofilo. Al centro della bufera mediatica per gli scandali dei preti pedofili e dello IOR, egli ha saputo mostrare anche il volto di una Chiesa sofferente e bisognosa di conversione.

Da buon pastore ha chiesto perdono personalmente alle vittime degli abusi, ha tuonato contro il carrierismo dei vescovi, ma ha anche concesso mirabilmente la grazia al maggiordomo Paolo Gabriele, ritrovato a frugargli le carte private. Servo dei servi di Dio, non si è perso d’animo lungo il cammino, ma attingendo a piene mani all’universalismo della ragione, alla fonte della Rivelazione e della sacra liturgia, ripristinata anche nel rito antico, egli ha così illuminato con le sue riflessioni sui principi non negoziabili e sul bene comune, non soltanto i laici e i religiosi, ma anche il mondo dell’economia e della politica.

Questo è stato ed è Benedetto XVI, il Papa ora emerito, un pellegrino come tutti gli altri, come si è autodefinito nel commiato finale a Castelgandolfo, che ha saputo conquistare a Cristo il cuore di tanti fedeli, soprattutto giovani, che hanno avuto modo di apprendere tanto dalla sua umiltà, dal suo acume intellettuale e dalla sua carità. Nella fiducia che il nuovo pontefice recepisca la fecondità del suo magistero, è doveroso rendere grazie a Dio per averlo donato alla sua Chiesa come timoniere della barca di Pietro in tempi così burrascosi.

Fonte: Zenit