«Prima dell’Illuminismo la nozione attiva di diritto stabiliva che il soggetto abbia diritto a darsi da fare per costruire una difesa rispetto al potere e lo Stato ha il diritto di non impedire al soggetto l’esercizio di questo diritto. Con lo stato assistenziale moderno, il soggetto ha il diritto di ricevere dallo Stato e dagli altri. Gli altri hanno il dovere di farmi felice. E se gli altri non mi fanno felice hanno torto». È questa la cifra della società contemporanea “dell’io incentrico”, come la definisce il professor Emanuele Samek Lodovici, nella sua disanima sul presunto ‘diritto’ alla felicità durante una delle conferenze divulgative tenute tra il 1977 e il 1981, di cui sette inedite, ora raccolte e pubblicate nel volume Una vita felice (Ares 2023, pp. 216).

La felicità, l’esistenza di Dio, la morte, la critica del marxismo e del femminismo e la preghiera sono alcuni dei temi messi a fuoco con grande acume intellettuale, profonda fede e chiarezza espositiva dal compianto filosofo messinese morto prematuramente all’età di 38 anni nel 1981. Specialista del pensiero neoplatonico e agostiniano, vincitore della cattedra di Filosofia Morale all’Università Cattolica di Milano, individua nelle filosofie e ideologie della modernità le ‘metamorfosi della gnosi’, per dirla col titolo di un suo saggio considerato una pietra miliare sul tema della matrice gnostica del pensiero contemporaneo.

Ritornando sul tema della felicità, tuttavia, «nel senso in cui gli altri ci devono rendere felici non esiste un diritto alla felicità». Infatti l’uomo sperimenta da un lato che non ci sono tecniche per essere felici per cui nessuno può darsi da solo la felicità; dall’altro rimane deluso sia quando non ottiene qualcosa che presumeva avrebbe potuto renderlo felice, sia proprio quando ottiene ciò che desidera. Un altro paradosso della felicità che il filosofo messinese rileva consiste nel fatto che «facendo tutto il possibile per non soffrire, atrofizziamo la nostra capacità di gioire, in quanto se innalzo la mia capacità di sentire una sofferenza, innalzo anche la soglia della mia capacità di gioire». Pertanto un barlume della vera felicità, che non è di quaggiù, «la posso toccare solo se non mi rifiuto ad ogni sofferenza».

Relativamente al problema di dimostrare l’esistenza di Dio con la sola ragione, Samek osserva in particolare come non si possa adottare il criterio dell’esperienza presupponendo che essa sia solo riguardo a ciò che si vede e si tocca, poiché questo implica una tautologia, «l’aver già deciso che l’esperienza sia esperienza di cose che si toccano e che il concetto di realtà includa solo cose che si vedono». L’amore, il significato di un quadro o di un libro non si vedono eppure sono reali; come il passaggio dalla quantità all’inesteso. In sostanza «Dio non sta in un al di là, pensando a un altro mondo rispetto a questo. Dio invece sta ‘qui’, ma sta a un livello in cui non è il qui spaziale».

 

Rispetto alle ideologie della modernità, in un altro intervento, Samek critica il marxismo, il quale sostiene che «la verità sia il risultato dell’azione rivoluzionaria e la natura umana il risultato della socializzazione, per cui non si tratta di cambiare l’uomo, basta cambiare la società. Una volta che si cambia la società, l’uomo è cambiato», in una prospettiva che rifiuta tanto il peccato originale quanto la finitezza dell’uomo, e dunque palesemente antitetica a quella cristiana. Di qui decostruisce il ruolo della famiglia, in cui l’uomo sperimenta il senso del limite, un’interdipendenza positiva e coltiva la memoria storica. Allo stesso modo Samek critica il freudismo, nella misura in cui accentua la dinamica delle pulsioni sessuali, ritenendo l’uomo assolutamente libero di fare ciò che vuole al di là di ogni legge o morale, a differenza di Freud che riteneva al contrario che tali pulsioni andassero contenute o comunque canalizzate verso le forme della civiltà.

Un’avanguardia della rivoluzione è rappresentata dal femminismo che ha in nuce l’ideologia gender nel momento in cui racconta alla donna la menzogna di essere pura possibilità: «Tu non hai natura, tu non sei legata alla terra, alla famiglia, la tua sessualità è una sessualità sostanzialmente maschile, il tuo modello è la libertà, la de-realtà del maschio». La donna diviene in questo modo strumento di immoralità e veicolo di valori altrui che di fatto non sono insiti in quella femminilità che rinnega, viene «de-realizzata, strappata a quella sua trasmissione nei confronti dei figli, del marito e dell’educazione ai valori». Nel ripeterle «Tu sei come il maschio, sei meglio del maschio, in questo aspetto di volgarità, di lotta al pudore, di ostentazione della tua vitalità» si è così colpito «il sentimento materno, il sentire la vita, e conseguentemente la maternità e la fecondità, ciò che distingue la donna dall’uomo. Poiché è lei la vera educatrice si fa in modo che non si senta più donna, e come donna, che non si senta moglie né madre», ponendole il figlio come antagonista da cui potersi magari liberare con l’aborto.

Relativamente alla preghiera, infine, Samek chiarisce che «non è un monologo. Perché le risposte vengono costantemente suggerite. Uno si mette a pregare e allora sente la risposta. Quando io vado di fronte a Dio ho dentro di me, come dire, la frequenza della lettura del Nuovo Testamento e nel momento della preghiera metto le mie vicende (ad esempio il mio lavoro, che cosa sarà di me, dovrò chiudere il negozio, dovrò fare questo, dovrò fare quest’altro), e allora chiedo a Dio: “Tu cosa mi dici? Rispondi”. Se gli metto di fronte la mia vita veramente, se sono sincero con me stesso, mi verrà una risposta. Ed è Dio che mi risponde».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

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