Tra fiaba e teologia, le letture del cardinal Biffi

Collodi, Sant’Ambrogio, Dante, Guareschi, Bacchelli, Chesterton, Tolkien, Solov’ëv sono gli autori preferiti del cardinale Biffi rievocati durante piacevoli conversazioni confluite nel volume Filastrocche e canarini. Il mondo letterario di Giacomo Biffi, a cura di Davide Riserbato e Samuele Pinna, appena pubblicato da Cantagalli per celebrare i novant’anni dalla nascita (1918-2018) di Sua Eminenza.

Il volume raccoglie i contributi di autorevoli studiosi quali Franco Nembrini, Inos Biffi, Alessandro Ghisalberti, Alberto Guareschi, figlio di Giovannino, Maurizio Vitale, Paolo Gulisano, Guglielmo Spirito, Vittorio Possenti e Giacomo Poretti che, con la sapiente ironia che gli appartiene, si sofferma sul senso dell’ironia dello stesso cardinale e arcivescovo bolognese.

“Un cardinale dovrebbe scrivere filastrocche per bambini e allevare canarini”, scriveva Giacomo Biffi. Di qui la genesi del curioso titolo del libro che rivela un tratto significativo della personalità del cardinale che, oltre a essere un “impavido e intrepido araldo della Verità, è stato maestro di buon senso e di sano umorismo”.

Con profonda gratitudine Franco Nembrini ricorda come il commento teologico a Le avventure di Pinocchio di Biffi sia stato il filo conduttore delle sue lezioni di religione per molti anni. Grazie all’acuta lettura della fiaba proposta dal cardinale nel libro Contro Mastro Ciliegia, Nembrini riconosce il proprio ‘debito’ intellettuale nei confronti di Biffi che gli ha fatto comprendere come “la storia di Pinocchio sia in qualche modo la metafora dell’ortodossia cattolica”. E in effetti, secondo tale lettura, Collodi ha avuto un’infanzia cristiana e ha poi rifiutato da adulto la fede, che sarebbe dunque “riemersa nel linguaggio della fiaba”. Infatti Geppetto è figura allegorica del Padre, in quanto per lui “un pezzo di legno non è solo un pezzo di legno”, poiché condivide “lo sguardo che Dio ha sulle cose”. Egli ha un disegno grande per il proprio figlio, è pronto a perdonargli le intemperanze, anche se Pinocchio si dimentica spesso della relazione con il Padre, ammazza la Sua voce che è in lui (il Grillo Parlante), per assecondare la pretesa di diventare padrone della propria vita e del mondo. E così diventa prima schiavo di Mangiafuoco, poi un asino, fino a toccare il fondo nell’esser divorato dal Pesce-cane, che è “il male per eccellenza”. Ma nel ventre del pesce avviene il ritrovamento del figlio perduto e un commovente incontro tra padre e figlio, che segna anche un capovolgimento di ruoli particolarmente significativo, in quanto alla fine è Pinocchio a prendere il braccio il padre e salvare Geppetto, divenendo quindi figura tipologica di Cristo. Allo stesso modo anche la fata turchina è figura allegorica di Maria e della Chiesa.

Se persino una fiaba può meritare un commento teologico, allora la teologia non può limitarsi alla mera esposizione della verità, perché è anche bellezza. Lo testimonia l’apprezzamento del cardinale per gli Inni di Sant’Ambrogio rievocato da Inos Biffi, nei quali “dottrina e affectus giungono al livello della liricità, della poesia e la fede diventa canto o il canto traduce la fede”. Inos Biffi elogia poi “la cortesia e l’affabilità” dell’amico cardinale e confessa di non aver conosciuto, “almeno in Italia magistero episcopale che abbia saputo più felicemente unire la luce della sapienza teologica e il rigore della scienza sacra con la pertinenza della valutazione e dell’applicazione pratica”.

Un’altra passione letteraria del cardinale è rappresentata sicuramente dal Sommo Poeta, se si considera che non trascorreva giorno che Giacomo Biffi non leggesse un canto o almeno qualche terzina della Divina Commedia. Egli considerava il poema dantesco come “un prodigio che, nella molteplicità delle sue meraviglie e nella varietà dei suoi valori, non trova riscontri plausibili”, anche perché “la scienza teologica sostanzia e connota innegabilmente il canto” di Dante. D’altra parte, come sottolinea il professor Ghisalberti, è notevole “la consapevolezza di Dante, secondo la quale egli ha ricevuto un’autorizzazione dall’alto a compiere questo viaggio, con un fine che consiste nell’evangelizzazione in senso lato”.

Relativamente a Giovannino Guareschi, Biffi ha osservato acutamente che la scrittura del celebre autore delle storie di Don Camillo e Peppone “mira ad arrivare direttamente alle cose”. Guareschi racconta infatti il ‘mondo piccolo’ della Bassa in cui viveva in “comunione con le cose” che gli stavano a cuore. Questo tratto della personalità di Guareschi è evidenziato anche dal figlio Alberto che, riguardo alla capacità narrativa del padre conferma che “la sua arte consiste nel fatto di riuscire a rendere semplici le cose senza cadere nella banalità e di avere le chiavi dei cuori dei suoi lettori”.

Nella conversazione con il professore Maurizio Vitale emerge invece il profilo di uno scrittore del Novecento piuttosto dimenticato ma molto caro a Biffi: Riccardo Bacchelli. La sua opera, Il mulino del Po, è considerata dal cardinale “un canto d’amore all’Italia”, mentre in tutta la sua produzione emerge la passione per l’umano dello scrittore e drammaturgo bolognese unita a un sentimento di pietas che si configura quale “amore condolente per quanti condividono con noi la stessa natura di uomini”.

Riguardo a Chesterton, Paolo Gulisano rileva che “una delle frasi più significative che il Cardinale cita è la seguente: ‘Il mondo moderno ha subìto un tracollo mentale, molto più consistente del tracollo morale’”. Dietro tale preferenza si cela la consapevolezza che “la nostra prima preoccupazione nell’approcciare i problemi del mondo contemporaneo non può limitarsi a essere di tipo etico: dobbiamo anzitutto preoccuparci del fatto che esistano comportamenti assolutamente insensati, irragionevoli”. Un esempio? La deriva eugenetica della nostra cultura non è soltanto assolutamente immorale, ma è innanzitutto insensata, poiché denuncia un ottenebramento della stessa ragione. In effetti “Chesterton era un laico che difendeva la fede combattendo in difesa della ragione”. Ed è soprattutto per questo motivo che l’autore inglese è particolarmente caro al cardinale, il quale riteneva che in ogni sua pagina “balena la frase lucente e incisiva che non si dimentica più”. Nel proprio contributo Gulisano ricorda altresì come lo stesso Guareschi sia stato un “appassionato lettore di Chesteron”.

Relativamente a Tolkien e al mondo degli hobbit de Il Signore degli Anelli tanto apprezzato dal cardinale Biffi, padre Guglielmo Spirito afferma che “la loro umiltà, al di là della pietà e della misericordia, li custodisce e permette che il progetto di salvezza si realizzi. Tutto ciò significa veramente cogliere la realtà in una visione di mitezza e di compassione è il cuore stesso del Vangelo! –, e questo Tolkien ce l’ha nel midollo!

Riprendendo Solov’ëv il cardinale Biffi mette in guardia dal rischio profetico di scambiare la Chiesa per un’organizzazione umanitaria. Nel solco della sua riflessione il professor Possenti ribadisce la distanza esistente tra cristianesimo e mera filantropia. Infatti l’espressione del Racconto dell’Anticristo cara al cardinale recita: «Quello che noi abbiamo di più chiaro nel Cristianesimo è Cristo stesso».

Infine Giacomo Poretti racconta i primi passi della sua vocazione di attore, di aver incontrato il cardinale, anche lui come Nembrini, nelle pagine del suo commento teologico alla fiaba di Pinocchio e di averne apprezzato quel sano umorismo che è anche “un bagno d’umiltà”, perché aiuta a essere autoironici e ad avere “uno sguardo positivo anche sulle cose brutte che capitano”.

Le piacevoli conversazioni raccolte in questo volume consentono al lettore, per dirla con le parole dell’arcivescovo di Bologna Matteo Maria Zuppi, di “comprendere Biffi attraverso i ‘suoi’ autori, diventati vere e proprie passioni e che ci ha insegnato a gustare. Questa volta, però, e viceversa, sono proprio loro che ci aiutano a comprendere l’intelligenza e la fede del Cardinale, attento all’umano perché liberamente obbediente solo a Colui che è la Verità”.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

“Primavera Hobbit”. Tolkien e l’esperienza cristiana

‘Il Signore degli Anelli’, una straordinaria parabola sull’uomo del nostro secolo

“Io in tutto, tranne che nell’altezza, sono un hobbit”. Si presenta così in una sua lettera J. R. R. Tolkien, quasi identificandosi con una delle bizzarre creature frutto del suo genio creativo, un unicum nel panorama della lettura fantasy e dell’epica.

“Secondo le statistiche inglesi, ‘Il Signore degli Anelli’ è il secondo libro più letto al mondo dopo la Bibbia”. Con il rilievo di questo dato il professor Andrea Monda, docente di religione a scuola e in televisione con la sua trasmissione “Buongiorno Professore” in onda su TV2000, ha inaugurato in una chiesa di S. Francesco alle Stimmate gremita di giovani la “Primavera Hobbit”, una serie di incontri dedicati all’approfondimento di personaggi e temi cari allo scrittore inglese promossa da don Fabio Rosini e dalla Pastorale Vocazionale della Diocesi di Roma.

Se è vero che ogni opera rispecchia la vita del suo autore, allora è necessario ripercorrere innanzitutto la biografia di John Ronald Reuel Tolkien. “Potremmo definirlo semplicemente con queste quattro parole: inglese, filologo, cattolico e papà”, ha affermato Andrea Monda.

“Per quanto non si trovino riferimenti espliciti a Dio e al cristianesimo, non possiamo trascurare il fatto che Tolkien andava a Messa tutti i giorni e collaborò, in virtù delle sue competenze filologiche per le quali fu anche professore a Oxford, alla traduzione della Bibbia di Gerusalemme. La sua fede salda gli fu trasmessa dalla madre che visse sulla propria pelle le conseguenze della conversione dall’anglicanesimo al cattolicesimo: fu costretta infatti a vivere in povertà e solitudine gli ultimi anni della sua vita”. Ecco perché quando un suo amico, padre Murray, gli fece notare in una lettera di rintracciare nella lettura della sua opera “una positiva compatibilità con la dottrina della Grazia”, Tolkien non esitò a replicargli di aver scritto “fondamentalmente un’opera religiosa e cattolica”. Eppure lo stesso scrittore inglese non ebbe tale consapevolezza all’inizio della stesura dell’opera, ma sembra piuttosto che l’abbia maturata in seguito, mediante un’attenta e assidua lettura e rilettura del suo poema. “Solo l’angelo custode conosce il rapporto tra l’artista e la sua opera”, scrisse in una lettera.

Un giorno a Oxford un suo studente consegnò il compito di filologia lasciando il foglio completamente in bianco. Il professor Tolkien su quel foglio scrisse una semplice frase che divenne poi l’incipit di una storia: “In un buco della terra viveva un hobbit”. Di qui prende le mosse una narrazione il cui protagonista, Bilbo Baggins, appartiene a un popolo di strane creature, gli hobbit appunto, ‘mezziuomini’ e pantofolai, che lavorano e godono dei frutti della terra, che amano mangiare, bere, fumare e fare feste, accontentandosi di vivere in tutta pace e tranquillità nella Contea. Ma “i paradisi sulla terra finiscono male”, commenta Andrea Monda rispetto a un simile stile di vita. Per questo motivo Bilbo, che pure ama la Contea, da una parte sente che è un ambiente ristretto e limitante, dall’altra continua a coltivare il desiderio di vivere un’avventura, e per questo coglierà positivamente l’invito di Gandalf a seguirlo nella missione che gli propone. Questo suo distinguersi dagli altri hobbit, gli costerà però anche l’appellativo di “bizzarro” e la perdita della propria rispettabilità, quasi fosse un ‘traditore della patria’.

Alla stessa sorte sembra siano destinati anche gli hobbit protagonisti de “Il Signore degli Anelli”, in particolare Frodo e Sam. Infatti nell’opera che costituisce “una straordinaria parabola sull’uomo del nostro secolo”, per dirla con il professor Monda, “assistiamo al capovolgimento dell’epica classica e dello schema tipico della ‘cerca’. Nelle grandi saghe infatti l’eroe è colui che intraprende un viaggio per una conquista o interviene a sconfiggere i nemici per ripristinare l’ordine; qui invece il grande viaggio non è per prendere ma per perdere; non è intrapreso per affermare se stessi bensì per rinunciare”. Nel rovesciamento del modello dell’epica classica emerge la grande novità del poema tolkieniano, che può sintetizzarsi nella morale del Magnificat. Così la Compagnia dell’Anello, pur essendo “un’armata Brancaleone scalcagnata, riesce nell’impresa, e non perché i suoi componenti siano validi, bensì semplicemente perché i suoi membri insieme costituiscono una compagnia”; le torri degli eroi solitari cadono “perché ha rovesciato i potenti i troni”. È l’epopea degli umili, e gli hobbit lo sono, perciò accade “paradossalmente che Sauron, pur essendo un grande occhio, guardi ma non veda, accecato dalla brama di potere; laddove invece Frodo, nell’osservare Gollum, vede se stesso e ne ha compassione, alla stregua di Bilbo che, a suo tempo, avrebbe potuto uccidere quella misera creatura ma non lo fece”.

Con questa sua narrazione Tolkien, che pure aveva vissuto in prima persona la tragedia della Grande Guerra e ne aveva visto l’orrore in trincea sul fronte francese a Verdun, non ha costruito una banale letteratura fantasy d’evasione, ma ha voluto proporre all’uomo contemporaneo un’altra logica più efficace e adeguata alla realtà, ossia quella dell’eroismo della rinuncia e dell’umiltà, poiché “il superuomo non ci sarà, ma ci salverà il mezz’uomo”. E allora che la “Primavera Hobbit” abbia inizio!

I prossimi appuntamenti con il Prof. Andrea Monda sono in programma il 9, il 16 e il 23 maggio sempre alle ore 19 presso la stessa Chiesa di S. Francesco alle Stimmate.

Fonte: FarodiRoma