Il mistero del Natale nelle parole dei santi e dei mistici

“Il mondo intero, o Signore, ha sete del giorno della tua nascita; questo giorno beato racchiude in sé i secoli futuri; esso è uno e molteplice. Sia dunque anche quest’anno simile a te, e porti la pace fra il cielo e la terra”. Esprime così il desiderio del Natale del Signore Efrem il Siro, un poeta del IV secolo. “Gesù posto nella mangiatoia è il cibo dei giumenti che siamo noi”, scrive invece il cantore del desiderio di Dio Sant’Agostino, che conclude un suo discorso sull’Incarnazione del Verbo ricordandone il significato profondo: “Voi siete il prezzo dell’incarnazione del Signore”. Soffermandosi sul paradosso di un Dio uomo anche Sant’Ambrogio evidenzia con grande lirismo che Gesù Bambino “volle farsi pargolo, volle farsi bimbo, perché tu possa divenire uomo perfetto; fu avvolto in pochi panni perché tu venissi sciolto dai lacci di morte; giacque nella mangiatoia per collocare te sugli altari; scese in terra per elevare te alle stelle; non trovò posto in quell’albergo perché tu potessi avere il tuo nella patria celeste. Da ricco che era, si fece povero per voi – dice l’apostolo – perché per la sua povertà voi diventaste ricchi. Quella povertà è dunque la mia ricchezza, la debolezza del Signore è la mia forza. Volle per sé ristrettezze e per noi tutti l’abbondanza”.

Sono queste alcune delle meditazioni più significative e poetiche dei Padri, di santi, mistici e Dottori della Chiesa sul mistero mirabile dell’Incarnazione del Verbo raccolte dal noto angelologo Marcello Stanzione nel volume Il Natale nella vita e negli scritti di mistici e santi (Mimep-docete). “Che ogni nuovo Natale ci trovi sempre più simili a colui che, in questo tempo, è divenuto un bambino per amor nostro – scrive  John Henry Newman – che si convertì dall’anglicanesimo al cattolicesimo nel desiderio di “riaffermare la centralità e la realtà dell’Incarnazione per ricordare all’essere umano la sua dignità, all’uomo insidiato dall’idolatria e dalle ideologie materialistiche, positivistiche e immanentistiche”. A meditare sul mistero del Verbo fatto carne non sono infatti soltanto i Padri della Chiesa, ma ne hanno contemplato e cantato la bellezza anche numerosi santi e mistici del nostro tempo. Tra costoro vi è Luisa Piccarreta (1865-1947), una mistica che si nutrì per molti anni soltanto dell’Eucarestia, la quale in una delle sue visioni della Natività racconta di un tripudio di luce nella grotta di Betlemme: “Chi può dire la bellezza del Bambinello che in quei felici momenti spargeva anche esternamente i raggi della Divinità? Chi può dire la bellezza della Madre che restava tutta assopita in quei raggi divini? E S. Giuseppe mi pareva che non fosse presente nell’atto del parto, ma se ne stava in un altro canto della spelonca tutto assorto in quel profondo Mistero e se non vide con gli occhi del corpo, vide benissimo cogli occhi dell’anima, perché se ne stava rapito in estasi sublime”.

Un invito alla gioia viene invece dalle parole del sacerdote santo Guido Maria Conforti (1865-1931): “Oh! Si rallegrino pure gli uomini nel Signore come la terra si rallegra ogni mattina quando sorge il sole a liberarla dalle tenebre. Il Natale è la grande aurora della nostra liberazione”. Ne era consapevole già a 8 anni il  giovane Giuseppe Moscati, il medico santo, che in una lettera ai suoi genitori così scrive: “Io prego Gesù Bambino, affinché vi conceda quella pace, che egli promise agli uomini di buona volontà ed ogni altro bene in questa vita e nell’altra”. In Avvicinandosi il Natale, una delle poesie più struggenti legate agli ultimi giorni della sua vita, il rosminiano Clemente Rebora invoca per sé un nuovo ‘natale’: “Se ancor quaggiù mi vuoi, un giorno e un giorno, / con la tua Passion che vince il male/ Gesù Signore, dammi il Tuo Natale / di fuoco interno nell’umano gelo”.

Una figlia spirituale di Padre Pio, Lucia Iadanza, racconta di aver assistito a una delle diverse volte in cui Gesù Bambino veniva a visitare il santo frate: “Vidi apparire tra le sue braccia Gesù Bambino. Il volto del Padre era trasfigurato, i suoi occhi guardavano quella figura di luce con le labbra aperte in un sorriso stupito e felice”. Il frate di Pietrelcina desiderava augurare anche ai fedeli tale esperienza del Verbo: “Il celeste Bambino faccia sentire anche al vostro cuore tutte quelle sante emozioni che de’ sentire a me nella beata notte, allorché venne deposto nella povera capannuccia”. In un suo pensiero sul mistero del Natale un altro santo del nostro tempo, il fondatore dell’Opus Dei, José Maria Escrivà de Balaguer, invita caldamente così ciascun figlio di Dio: “Spingiti fino a Betlemme, avvicinati al Bambino, cullalo, digli tante cose ardenti, stringitelo al cuore. Non parlo di bambinate: parlo di amore! E l’amore si manifesta con i fatti: nell’intimità della tua anima, lo puoi ben abbracciare!”. Sia questo l’augurio più bello per ogni persona che attende con fiduciosa speranza ed esultanza un altro Natale del Signore nella propria vita.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Gli angeli, ‘iniziati dell’Incarnazione’

Gli angeli della Natività sono ‘gli iniziati dell’Incarnazione’ (San Gregorio di Nazianzo) perché è stato rivelato loro il mistero del Verbo fatto uomo prima della nascita di Gesù nella grotta di Betlemme. A tali messaggeri celesti è affidato dal Padre il compito prezioso di intervenire “per creare la disponibilità nell’intimo degli esseri umani che nel Natale del Cristo vedono finalmente il compimento di tutte le attese messianiche”. Ma questo è soltanto uno dei numerosi uffici affidati alle creature angeliche, ora come allora al servizio della Maestà divina sia nella liturgia di lode che nell’agire operoso per la sua gloria. Li sottolinea e approfondisce Marcello Stanzione, noto angelologo, nel volume Angeli della Natività. Il Cantico degli Angeli: gloria e pace, edito da Sugarco.

Sin dall’inizio dei Vangeli gli angeli sono inviati per portare la notizia dell’avvento del Messia a Zaccaria, a Maria e ai pastori nei campi. Certo “la prima scena dell’annunciazione di Gabriele a Zaccaria ci mostra come non dovremmo reagire dinanzi ai messaggi di Dio”. In effetti il sacerdote e marito di Elisabetta viene subito ridotto “al silenzio, non soltanto perché non dica più niente, ma perché tacciano anche le considerazioni troppo umane e terrestri con le quali giudica di continuo se stesso e sua moglie. Lo spazio del silenzio è privo di giudizi. In questo spazio del silenzio Zaccaria cambia. Tornerà a parlare solamente alla nascita del bambino”, quando cioè vede compiersi il disegno divino e, per celebrarne la bontà, prorompe con gioia in quell’inno di lode, il Benedictus, che la Chiesa proclama quotidianamente nella preghiera delle Lodi. Di diversa natura è invece il domandare di Maria che, animato da “prudenza e saggezza”, si schiude in un assenso fiducioso al progetto mirabile del Padre che nell’Incarnazione del suo Figlio “si abbassa al di sotto della natura angelica”. Proprio al momento del pronunciamento del suo ‘sì’, secondo Origene, gli angeli sarebbero discesi a prostrarsi intorno alla loro giovane Regina divenuta, nell’istante dell’Incarnazione, grembo accogliente del Verbo divino. Lo stesso arcangelo Gabriele fa poi visita in sogno a Giuseppe perché comprenda più chiaramente il mirabile disegno di Dio che sta per compiersi anche grazie alla sua collaborazione.

Gabriele è dunque l’arcangelo che reca buone notizie e che annuncia la nascita di bambini molto speciali. D’altra parte non poteva “che essere annunciato da ‘Fortezza di Dio’ colui che veniva quale ‘Signore degli eserciti e forte guerriero’”, come nota opportunamente Gregorio Magno. Così, al momento della nascita di Gesù, intorno alla grotta di Betlemme si strinsero due diverse schiere di messaggeri celesti; da un lato gli angeli annunciatori del Natale del Messia, dall’altro gli Angeli delle Nazioni che, come sottolinea Eusebio di Cesarea, “riconobbero subito il loro Signore, venendo gioiosi per servirlo in soccorso degli altri angeli”.

Apparendo in sogno a Giuseppe, è sempre un angelo del Signore a suggerirgli tempi e modi della fuga in Egitto e del successivo ritorno in Israele. Gli angeli del Natale sono anche quelli che scendono dal cielo per illuminare come il giorno la notte santa e annunciare la grande gioia della nascita del Salvatore “a uomini rudi, consumati dalle fatiche e dalle intemperie”, quali sono i pastori. Essi erano infatti considerati ladri e i farisei sconsigliavano di comprare da loro latte e lane, perché erano probabilmente merce rubata. Di qui la loro testimonianza era considerata nulla persino durante un processo in tribunale. Eppure sono loro i primi destinatari dell’annuncio angelico e i primi a udirne il sublime canto che rivela che la pace tra gli uomini sulla terra è intimamente congiunta alla ricerca della gloria di Dio: “il Gloria è intessuto con la pace in terra, poiché in Dio è la nostra pace. Anche se le guerre continuano una cosa rimane: un figlio dell’uomo ha restituito la gloria a Dio! E nella misura con cui una civiltà o un uomo si unisce a questa glorificazione, ci sarà in esso anche la pace”. In quest’ottica è da intendersi “il Gloria recitato o cantato all’inizio della celebrazione eucaristica, il quale costituisce un richiamo al Natale presente in ogni santa Messa, quasi a indicare la continuità vitale che avviene tra la nascita e la morte di Cristo, tra la sua incarnazione e il suo mistero pasquale”.

Nelle meditazioni teologiche e spirituali dei Padri orientali emerge anche un altro particolare significativo: “gli angeli non sono stati in grado di contrastare l’inondazione del male nel mondo. Pertanto ora che Dio stesso viene in soccorso sia degli uomini che degli angeli, gli angeli dei popoli si riuniscono dinanzi alla mangiatoia e prima dei Re Magi depositano innanzi al Divino Bambino le loro corone e i loro scettri da principi del cielo”. In realtà “anche per gli angeli la Natività rappresentò una meraviglia e un mistero nello stesso modo in cui lo fu per gli uomini. Possedevano la conoscenza di molti segreti che la flebile mente umana non era in grado di cogliere, ma nemmeno gli angeli conoscevano, nella loro interezza, i progetti divini. Anche per loro, l’incarnazione rappresentò non solo una rivelazione ma anche un mistero, tale da richiedere nuove vette di umiltà, di amore e di condiscendenza nell’adorazione di Dio. A loro era stato affidato il compito di annunciare la Natività e loro stessi si trovarono in preghiera al cospetto di Gesù Bambino, insieme ai pastori”.

Annunciatori esultanti, adoratori silenziosi del mistero del Verbo fatto carne e nel contempo già pronti “a seguire Gesù “ovunque il suo cammino l’avesse condotto”, gli angeli del Natale sono chiamati allora a “stabilire la pace nel mondo, nella Chiesa e in ogni anima che nasce su questa terra. La pace è prima di tutto il riposo dell’anima nella verità e nella carità. Gli angeli sono veri illuminatori delle nostre intelligenze e si sforzano di farci conoscere Dio e i suoi progetti. Infaticabili nel realizzare la loro opera di luce, approfittano delle più piccole circostanze: di un lutto; di un’omelia; di una lettura; di un film… ci fanno capire le parole che leggiamo e gli avvenimenti a cui assistiamo. Se noi ci indeboliamo, ci sostengono; se tremiamo, ci rassicurano; se pecchiamo, ci riprendono e ci riportano sulla retta via; i nostri angeli, incessantemente, ci incoraggiano al bene; ci animano al dovere e ci spingono alla santità”. Per questo motivo ciascun cristiano è chiamato a coltivare e rinsaldare il legame spirituale con il proprio angelo custode e quello con i Santi Arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele per camminare ogni giorno con passo fermo e deciso nella via del Signore e crescere nella comprensione dei misteri divini a partire dal concepimento verginale del Figlio nel grembo di Maria.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Il sogno di Giuseppe, dove Dio parla

«“Io amo molto san Giuseppe, perché è un uomo forte e silenzioso. Sul mio tavolo ho un’immagine di san Giuseppe che dorme. E mentre dorme si prende cura della Chiesa! Sì! Può farlo, lo sappiamo. E quando ho un problema, una difficoltà, io scrivo un foglietto e lo metto sotto san Giuseppe, perché lo sogni! Questo gesto significa: prega per questo problema!”. Con queste parole, il pomeriggio del 16 gennaio 2015, papa Francesco, di fronte alle famiglie riunite nel Mall of Asia Arenadi Manila, ha parlato della sua devozione a san Giuseppe e di quella statua del santo dormiente che si trova in un cassettone a fianco della piccola scrivania, nel suo studio della Casa Santa Marta, dove papa Bergoglio ha deciso di abitare dopo la sua elezione».

Si apre con questa nota biografica di Papa Francesco il recente volume La devozione a San Giuseppe dormiente di Marcello Stanzione (Segno Edizioni, pp. 202, €15), uno dei massimi esperti di angelologia a livello internazionale, dedicato al culto e alla venerazione del padre putativo di Gesù e del patrono della Chiesa universale.

«In ebraico, Giuseppe vuol dire che ‘Dio faccia credere’ o ‘affinché Dio aumenti, aiuti’». La sua figura di custode della Santa Famiglia è fondamentale nell’economia del disegno salvifico del Padre, come rileva acutamente San Bernardo di Chiaravalle: «Fu necessario che Maria fosse sposata a Giuseppe. Nulla di più saggio e di più degno della Provvidenza divina. Con un solo atto è ammesso un teste ai segreti celesti, ne è escluso il nemico, si conserva integro l’onore della Vergine».

Come per i grandi profeti, anche Giuseppe confida sempre nell’Altissimo e si dispone alla sua visita anche durante la notte. D’altra parte «nella Sacra Scrittura è chiaramente affermato che i sogni possono anche servire a Dio come strumento di comunicazione con gli esseri umani». Ecco perché «il suo sonno non era quello del vigliacco o dell’indifferente che si addormenta egoisticamente nell’incoscienza di tutto, ma era quello dell’uomo di Fede che sa che ad ogni giorno bastano la sua grazia e la sua pena, che nulla giunge che Dio non l’abbia voluto o permesso e che Dio non vuole o permette niente, in fin dei conti, che per il nostro più grande bene».

È questo il significato profondo della devozione a San Giuseppe dormiente. Infatti «Giuseppe, dopo i sogni con l’apparizione dell’angelo, si rende conto che Dio può creare fatti ed eventi nuovi, che l’uomo deve accettare, perché è possibile realizzarli. Contengono ispirazioni divine che risvegliano in lui l’uomo nuovo, retto e giusto, chiamato ad assumere la responsabilità di essere padre legale di Gesù». Oltre al suo totale abbandono alla volontà di Dio, egli è il servo umile, di cui San Francesco di Sales ha cantato le virtù, in particolare la verginità, la generosità e soprattutto la sua prontezza nel rispondere al comando dell’angelo. Egli «fu sempre anche oltremodo valoroso, costante e perseverante».

Sulla conclusione dei suoi giorni terreni, il drammaturgo spagnolo Lope di Vega in uno straordinario lirico poetico immagina che San Giuseppe sia stato abbracciato da Gesù nell’ora della sua morte: «Dio, seduto accanto a quel giaciglio, incoraggia il morente come un figlio. Giuseppe, che da gran dolore è colto, a quello del suo Dio appressa il volto. Gesù abbraccia quell’infermo amato ed il suo cuore piange addolorato».

San Giuseppe ha potuto così ricevere una speciale corona di gloria, che gli conferisce il ‘patrocinio’ sulla Chiesa, ossia un potere universale di intercessione. Lo sapeva bene Santa Teresa d’Avila allorquando affermò in proposito: «Ho sperimentato che il glorioso san Giuseppe ci soccorre in tutto. Il Signore vuol farci capire che allo stesso modo in cui fu a lui soggetta la terra – dove san Giuseppe che gli faceva le veci di padre, avendone la custodia, poteva dargli ordini – anche in cielo fa quanto gli chiede».

Nella consapevolezza di tale premurosa, attenta e sollecita intercessione del custode della Vergine per ogni fedele che a lui ricorre, questo volume di don Marcello Stanzione presenta infine anche un’ampia raccolta delle più belle preghiere della tradizione cristiana a San Giuseppe affinché, sulle sue orme, ogni battezzato possa cooperare fedelmente all’opera di salvezza del genere umano realizzata dal Padre per mezzo del suo Figlio.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

L’angelo, il pensiero di Dio che arriva a noi

“Quello che viene detto sugli angeli in tanti bestseller di oggi è in contraddizione con la parola di Dio. Sono convinto che molti degli ‘angeli’ che sono così popolari tra i fanatici New age degli angeli oggi non sono niente meno che spiriti demoniaci che impersonano angeli”.

Con questa lucida analisi don Marcello Stanzione, uno dei massimi esperti di angelologia e parroco dell’Abbazia di S. Maria La Nova a Campagna (SA), introduce il volume contenente gli atti del XIII Convegno Nazionale di Angelologia, svoltosi a Roma (Basilica San Giuseppe al Trionfale, 30 settembre – 1 ottobre 2017) sul tema: Gli angeli custoditra devozione e confusione (Ed. Segno, pp. 196, € 20), che raccoglie sia i contributi dei diversi studiosi che un cospicuo numero di testimonianze.

In relazione agli spiriti celesti, già “nei testi sumerici e assiro-babilonesi si parla spesso di messaggeri degli dèi o di dèi messaggeri. Inoltre, i babilonesi credevano che ogni uomo fosse accompagnato da uno spirito custode ilu, e che esistessero i geni protettori delle case, dei templi, dei palazzi e dell’intero paese, raffigurati come animali alati”. Nella mitologia greca è nota la figura di Ermes, presentato “come messaggero degli dei e come araldo, per comunicare gli ordini dell’autorità”. Nella filosofia di matrice platonica tali spiriti vengono concepiti come “potenze mediatrici tra Dio e l’uomo”, laddove per Aristotele essi hanno anche il compito di sovrintendere al movimento delle sfere celesti.

Ripercorrendo le pagine bibliche emerge la preziosità della loro missione al servizio del popolo di Dio, in specie nelle figure dei tre arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele. “A ciascuno dei fedeli sta accanto un angelo come protettore e come pastore per condurlo alla vita”, scriveva san Basilio, in quanto “un angelo è in certo qual modo un pensiero personale con il quale Dio si è rivolto a me”, per dirla con le parole di Joseph Ratzinger.

L’iconografia tradizionale raffigura tali spiriti celesti con le ali. Ciò non è evidentemente senza significato: “le ali simboleggiano il fatto che gli angeli sono liberi da impedimenti fisici. A questo proposito Dionigi l’Areopagita afferma: “L’Ala simboleggia la prontezza ad elevarsi, la leggerezza delle ali indica che essi non hanno alcuna inclinazione terrestre, ma si levano in completa purezza e senza pesi verso le altezze sublimi”.

Sulla possibilità di consacrarsi agli angeli custodi, sulla scia della Madre Gabriella Bitterlich fondatrice dell’Opus Angelorum, riflette invece il contributo di padre Ignazio Maria Suarez: “Il senso della Consacrazione all’Angelo è il legame al proprio santo Angelo Custode, affinché il suo aiuto diventi molto più efficace in noi e noi progrediamo più velocemente nel cammino verso Dio. Il suo Angelo Custode intende usare tutte le sue forze per impedire che mai ci distacchiamo da Dio. Vuole parlarci più chiaramente mediante ammonimenti interiori, spronarci più a fare il bene (cfr. Dio CCC 350), richiamare la nostra attenzione sui pericoli, illuminare la nostra mente, affinché ci addentriamo più profondamente nella conoscenza di Dio, nel timore di Dio e nell’amore di Dio, nella grandezza ed importanza della parola di Dio” (Statuto dell’Opus Sanctorum Angelorum, n. 17).

Tra le testimonianze relative ai provvidenziali interventi angelici nella vita quotidiana delle persone risulta particolarmente interessante il racconto di un episodio accaduto al padre del giornalista Federico Pini: “Babbo doveva allentare un cavo d’acciaio sul ponte di una nave, dall’altra parte un collega doveva assicurarsi che l’operazione venisse compiuta con attenzione. In quel momento sentì una voce dentro di lui, imperiosa, forte che non lasciava spazio a repliche: “Fuggi, vai via!”, ripeteva insistente quella voce. Mio padre lasciò immediatamente il cavo, e meno male, perché proprio in quell’istante questi si sganciò, portandosi dietro un grosso pezzo di ferro che lo avrebbe praticamente diviso in due. Questo è un esempio di come i nostri Angeli Custodi agiscano sui nostri sensi interiori, spronandoci, senza mai però imporsi, perché comunque l’uomo é sempre lasciato libero di agire”.

Questo volume curato da don Marcello Stanzione presenta infine anche un’ampia raccolta delle più belle preghiere cristiane agli angeli custodi.

 

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Padre Francesco Cavallo, l’esorcista più anziano d’Italia, da 40 anni in lotta contro il demonio si racconta in un libro-intervista

 

“L’esorcismo è un comando rivolto al diavolo da un prete, delegato dal proprio vescovo, in nome e per la potenza di Gesù Cristo affinché si allontani e smetta di tormentare i credenti che sono stati redenti grazie alla passione e alla morte di Cristo. Non si tratta di un servizio semplice: i demoni molte volte sono violenti e per compiere un esorcismo occorre la presenza di più persone, spesso anche laici, che devono trattenere l’indemoniato affinché non si faccia male. Per scacciare definitivamente il diavolo dal corpo occorrono molte preghiere e numerose sedute”. Con queste parole don Marcello Stanzione, sacerdote esorcista e uno dei massimi esperti di angelologia, introduce  padre Francesco Cavallo, l’esorcista più anziano d’Italia, nel recente libro-intervista L’esorcista quasi centenario (pp. 90, Edizioni Segno 2017, €9), scritto insieme a Domenico Mariano, giovane studioso di demonologia e angelologia.

Padre Francesco Cavallo fu nominato esorcista nel 1979 ed è tuttora attivo a Salerno nella lotta contro il demonio al servizio delle persone che, da ogni parte dʼItalia, si rivolgono a lui in cerca di aiuto. In relazione al proprio ministero racconta: “Più volte le persone possedute o vessate dal demonio hanno tentato di aggredirmi, ma non sono mai riuscite a toccarmi. Le loro mani, giunte a pochi centimetri dal mio viso, hanno trovato un invisibile ostacolo. C’è stato chi ha esclamato: “C’è quella lì che ti protegge””, con una chiara allusione alla Vergine Maria. Egli sottolinea inoltre “l’importanza della divina benedizione che pone fine all’esorcismo: è una scudisciata efficacissima inferta allo spirito malefico”. Durante l’intervista padre Cavallo racconta anche una sua esperienza acquisita nel corso di un esorcismo a un giovane: “Gli chiesi quale fosse il numero dei demoni che lo tormentavano. Con voce rauca, ben diversa dalla sua, fu costretto a dire: “Siamo sei”, e mi dissero i loro nomi. Alla mia seconda domanda: “Poiché siete concordi nel tormentare questo giovane, c’è amore fra di voi?” Questa la loro risposta: “Fra di noi non c’è amore, ma odio”, che svela chiaramente la natura del diavolo.

Ad integrazione delle risposte di padre Cavallo viene presentata anche un’interessante relazione di approfondimento sul tema che il defunto esorcista napoletano mons. Vincenzo Cuomo inviò al cardinale dell’epoca mons. Michele Giordano. Tra le cause che possono provocare l’intervento del demonio, il prelato individua: “a) Una scelta personale: quando si invoca Satana per essere aiutati nelle proprie malefatte. b) Quando si praticano sedute spiritiche. c) Quando si frequentano maghi, stregoni, e indovini di vari tipi. d) Quando si vive una vita dissoluta fatta talvolta di sacrilegi”. Relativamente alle molteplici tipologie di malefici, e in particolare sulle fatture, mons. Cuomo osserva che si tratta di “interventi compiuti attraverso segni o simboli e per opera del demonio per ottenere degli effetti altrimenti insperati. Si chiama magia bianca se la fattura è compiuta sempre per intervento di Satana per ottenere un beneficio; si chiama magia nera se si vuole ottenere un danno”.

Il libro riporta anche brevi esperienze di esorcismo e raccomanda, oltre alla preghiera costante e ai sacramenti,  l’esercizio “con somma cura e vigilanza delle due virtù che il demonio odia: l’umiltà e la castità” poiché, come è stato autorevolmente detto, “l’umiltà è la castità dell’anima, mentre la castità è l’umiltà del corpo”. Una pratica delle virtù che, insieme alla custodia della grazia divina, aiuta a rimanere vigili per vincere così ogni tentazione.

Fonte: FarodiRoma

“Noi e gli angeli”: alla scoperta degli spiriti celesti che ci custodiscono

“L’Angelo Custode è il nostro primo contatto con il Soprannaturale. Quando una mamma dice (tuttora) a un figlio: “Dormi tranquillo, il tuo Angioletto Custode ti protegge”, di fatto gli dice che esiste qualcosa che c’è ma non si può vedere, ecco dunque l’arrivo del Soprannaturale nella nostra vita, prima ancora che qualcuno ci parli di Dio o della fede”. Da tale consapevolezza prende le mosse il recente volume Noi e gli angeli (pp. 159, Pagine dell’Arco 2017; disponibile in formato e-book su Amazon, € 2, 99) di don Marcello Stanzione, uno dei massimi esperti di angelologia. Egli si sofferma sulla natura di tali creature spirituali dotate di intelletto e volontà affidate agli uomini per custodirne i passi nelle vie del Signore.  In effetti ogni angelo, “in quanto Puro Spirito, si offre a noi con un carattere di unità, di semplicità, di stabilità, e, nello stesso tempo, con qualità di mobilità, di chiaroveggenza, di vigore e di energia”. Al di là dell’iconografia tradizionale cui siamo abituati, in realtà gli angeli non hanno le ali: esse sono semplicemente “una maniera per esprimere che non fanno parte della sfera umana, la loro rapidità, la fretta che portano nell’eseguire gli ordini del Signore”. La natura spirituale di cui sono costituiti consente loro di muoversi infatti alla velocità del pensiero. Ripercorrendo le pagine bibliche in cui si parla in particolare degli arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele, l’autore ne evidenzia la preziosità di una missione esclusiva al servizio del popolo di Dio. Infatti Stanzione si sofferma successivamente sul legame molto stretto tra gli spiriti celesti e molti santi e papi di ogni epoca storica. Gli angeli sono così presenti nei racconti biografici di diversi martiri dei primi secoli, nella vita di Gregorio Magno, Francesco d’Assisi, Tommaso d’Aquino, Francesco di Paola, Francesca Romana, Teresa d’Avila, Giovanna d’Arco, Luigi Gonzaga e di tante altre figure di santi di cui l’autore racconta anche brevi ma significativi aneddoti in relazione al loro personale incontro con tali creature.

San Filippo Neri, per esempio, fu salvato dal suo angelo custode allorquando una carrozza trainata da cavalli imbizzarriti stava per travolgerlo. “Un’altra volta a San Filippo Neri si fece innanzi un povero per chiedergli l’elemosina. Il Santo stava per dargli prontamente tutte le poche monete di cui disponeva, ma l’altro disse sorridendogli: “Io volevo vedere solamente quello che tu sapevi fare””. Era il suo angelo custode, il quale aveva fatto “ricorso a questo travestimento per fargli capire sempre più quanto la carità ai poveri fosse gradita a Dio”. Allo stesso modo San Giovanni Bosco, autore di “un opuscolo popolare per diffondere il culto degli Spiriti Celesti”, per sottolineare l’esigenza di tale devozione, scrive: “Un argomento che mostra l’eccellenza dell’uomo è certamente il fatto che egli abbia un Angelo per custode. Così fin dal primo istante che l’uomo compare nel mondo, egli l’assiste notte e giorno. Lo accompagna nel viaggio lungo le strade; lo difende dai pericoli, sia dell’anima che del corpo, l’avvisa di ciò che è bene perché lo segua”. Di qui l’augurio di padre Pio nel salutare i pellegrini: “Che l’Angelo di Dio ti sia luce, aiuto, forza e guida”. Gli fa eco un passaggio dell’omelia di Papa Francesco, nella quale il Santo Padre esclama: “Quante volte abbiamo sentito: “Ma…questo…Dovrei fare così, questo non va, stai attento”. Tante volte! È la voce di questo nostro compagno di viaggio. Dobbiamo essere sicuri che lui ci porterà alla fine della nostra vita con i suoi consigli, e per questo dare ascolto alla sua voce, non ribellarci”. Il libro di don Marcello Stanzione presenta infine anche una breve appendice con tante utili preghiere e invocazioni di richiesta di protezione angelica a tali creature celesti, in specie ai tre arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele.

Fonte: FarodiRoma

Padre Pio: un vita fra Terra e Cielo. La biografia di Marcello Stanzione

“Francesco ha appena 5 anni quando Gesù gli appare di fronte al tabernacolo della chiesa davanti a cui sta inginocchiato e gli pone la mano sulla testa. Da allora le estasi e le apparizioni diventano sempre più frequenti”. Questo particolare biografico non è relativo al poverello d’Assisi, ma a uno dei più grandi santi del secolo scorso che ne ricalcò le orme, Francesco Forgione, a tutti noto semplicemente come Padre Pio. Ne racconta la vita don Marcello Stanzione, uno dei massimi esperti di angelologia, nel suo recente volume Padre Pio. Una vita tra Terra e Cielo (pp. 159, Pagine dell’Arco 2017; disponibile su Amazon in formato per Kindle, € 4, 90). Egli indugia con dovizia di particolari anche su retroscena meno noti dell’esistenza del frate di Pietrelcina, soprattutto in relazione alla sua profonda devozione agli angeli che aveva sin da bambino. Infatti “Francesco plasmava sempre San Michele con una bilancia di paglia in mano”. A chi gli chiedesse perché rappresentasse così il principe della milizia celeste rispondeva: “È lui, San Michele, che dovrà pesare le nostre anime”.

L’autore si sofferma altresì sulla straordinaria obbedienza di Padre Pio ai propri superiori, che manifestò in specie nell’accogliere pazientemente e con spirito d’umiltà anche ordini severi che lo limitarono fortemente nel proprio ministero sacerdotale, sia nel confessionale che nel celebrare la Santa Messa. In relazione a tale periodo il cappuccino scrive in una lettera: “Ho sofferto un mezzo inferno: dico mezzo, perché in mezzo a sì straziante martirio non mi sentivo ancora del tutto disperato”. Il tempo della prova venne vissuto dal frate come una feconda occasione di conversione a Dio nell’agire in conformità al suo Figlio crocifisso. Ed è proprio in questo profondo atteggiamento interiore che si rivela in effetti la cifra della sua santità. Allo stesso modo riguardo alle stimmate, ossia ai segni della passione di Cristo nella propria carne, le accurate relazioni dei medici non sono riuscite a dimostrare che Padre Pio sia un impostore, semmai hanno attestato l’esatto opposto. D’altra parte il fatto stesso che tali stimmate scomparvero miracolosamente il giorno della morte del frate cappuccino costituisce una chiara testimonianza della natura divina del fenomeno.

Tra i diversi carismi di Padre Pio c’era anche quello di conoscere la condizione delle anime in purgatorio per poter offrire sacrifici in loro suffragio. Così una volta egli sorprese un fraticello che riordinava in chiesa alcune candele e gli domandò cosa facesse lì vicino l’altare. Il frate gli rispose: “Sto facendo il mio Purgatorio qui. Sono stato studente seminarista in questo convento e ora mi tocca espiare i peccati commessi durante la mia permanenza, qui, perché mancai di diligenza nell’adempiere ai miei doveri in questa chiesa!”. Ben consapevole della preziosità di un dialogo costante con Dio egli si autodefinì a un giornalista come “un povero frate che prega” con una sola ‘arma’ potente tra le mani “per mettere in fuga il demonio e superare le tentazioni, per vincere il cuore di Dio e per ottenere grazie dalla Madonna”: il Santo Rosario. A chi gli rimproverava di stare poche ore nel confessionale, egli replicò con semplicità: “Se io non prego, che cosa do alla gente?”. Era insomma cosciente che i consigli spirituali che dava a chi si rivolgeva a lui non venivano da se stesso, ma dal Signore che egli serviva.

“L’Eucarestia era il centro della sua vita. Si alzava nel cuore della notte e cominciava la preparazione alla celebrazione della Santa Messa – racconta padre Eusebio Notte, che gli fu vicino negli anni ’60. Più di una volta il desiderio era tanto grande che mi ha supplicato perché lo accompagnassi all’altare prima dell’ora stabilita. E, quando gli facevo notare che non era quello l’orario fissato per la celebrazione della Messa, mi pregava che lo accompagnassi almeno in sacrestia: la vicinanza con Gesù sacramentato calmava la sua ansia”. Numerose furono poi le sue bilocazioni. Grazie a una di queste riuscì a distogliere dal suicidio il generale Cadorna. Egli, in preda a una grave depressione dopo la disfatta di Caporetto, fu fermato appena in tempo da una voce e da una presenza inattesa mentre stava per premere il grilletto contro di sé.

Il 5 maggio 1956 il frate di Pietrelcina inaugurò la sua più grande opera di carità: la Casa Sollievo della Sofferenza, ancora oggi fiore all’occhiello nella cura di gravi patologie. Con il nome di Gesù e Maria sulle labbra, Padre Pio muore il 23 settembre 1968 per conseguire la corona di gloria riservata dal Padre ai suoi servi fedeli. Al suo funerale parteciparono oltre centomila persone. Beatificato nel 1999, fu canonizzato dallo stesso San Giovanni Paolo II nel 2002.

La biografia del frate di Pietrelcina di Marcello Stanzione tratteggia pertanto in maniera sintetica ed efficace i principali aspetti della vita di Padre Pio e ne illumina la spiritualità anche mediante un costante ricorso a foto significative rigorosamente in bianco e nero che contribuiscono a restituire al lettore con la forza delle immagini l’essenzialità di una vita interamente spesa per amore di Dio e del prossimo.

Fonte: FarodiRoma

‘Anime vaganti’: una remota possibilità nel destino di alcune anime dopo la morte

E se tra noi esistessero le presenze silenziose dei defunti? Questa la domanda al centro della riflessione proposta nel recente volume Anime vaganti (Dallo sciamanesimo alla teologia cattolica. Sul destino dell’uomo dopo la morte, Sugarco Edizioni, pp. 152, € 16) dal sacerdote Marcello Stanzione, noto angelologo e fondatore dell’“Associazione Milizia di San Michele Arcangelo”, e da Enrica Perucchietti, giovane giornalista e scrittrice che vive e lavora a Torino, autrice di numerose pubblicazioni e collaboratrice con la redazione di Mistero, trasmissione cult in onda su Italia1.

Tale saggio affronta in una dimensione interculturale un argomento piuttosto controverso sul piano teologico, quale quello relativo al destino ultimo delle ‘anime vaganti’, ossia di quelle anime che “errano alla ricerca del loro eterno riposo e il cui giudizio finale è ancora sospeso”. Nella sua ricostruzione storica, la Perucchietti si sofferma sulle tradizioni culturali all’origine di tale credenza, quali la natura degli spiriti elementali, dei jinn della tradizione islamica, “creature del fuoco create prima dell’uomo” e sulle pratiche spirituali degli sciamani volte a neutralizzare gli spiriti maligni “per mantenere la sicurezza della comunità”. Una traccia dell’esistenza di anime erranti sarebbe rintracciabile nel riferimento allo Sheol della tradizione ebraica e allo stesso episodio evangelico del ricco epulone, il quale potrebbe non essere all’inferno, dal momento che nutre ancora sentimenti di compassione per i suoi familiari e chiede ad Abramo che mandi qualcuno sulla terra affinché essi si convertano e vivano in ossequio alla legge divina. Tommaso d’Aquino ammette la plausibilità che a determinate anime sia concesso dal Creatore “di vivere la propria purificazione in luoghi diversi della terra”. Le stesse testimonianze di alcuni esorcisti sembrano avvalorare questa possibilità. Si tratterebbe di anime defunte con un’eccessiva preoccupazione dei propri familiari sulla terra, troppo attaccate alle realtà terrene o timorose del giusto Giudice. Anche al noto esorcista padre Amorth è capitato di trovarsi alla presenza di spiriti vaganti in difficoltà, che sono chiaramente distinti dai demoni, ma non sempre però allo stesso modo facilmente distinguibili da essi. In realtà “nei casi di possessione i demoni manifestano violenza, odio, rabbia, linguaggi e gesti di incredibile forza e potenzialità negativa. Al contrario, il rapporto con le presenze non è mai violento, anche se spesso fastidioso. A volte è addirittura sereno e finalizzato a offrire un sincero aiuto”. Pertanto quello che un esorcista è chiamato a fare nei riguardi di un’anima errante, oltre a dialogarvi con prudenza, è sicuramente il pregare per un suo più sincero pentimento dei peccati, per la sua pace e il suo riposo eterno. L’ipotesi dell’esistenza di anime erranti vanta anche, tra i suoi detrattori, diversi teologi ed esorcisti ‘negazionisti. Il dibattito sull’esistenza di anime vaganti rimane dunque aperto. Don Marcello Stanzione auspica però che biblisti, teologi e medici continuino ad analizzare e approfondire tale tema, affinché presto “il Magistero ufficiale della Chiesa possa farne oggetto di dichiarazione dogmatica formale”.

Fonte: FarodiRoma

Quando il diavolo infastidisce i santi. La lotta di suor Yvonne-Aimée di Gesù contro Satana

“Il diavolo, quello della rivelazione biblica, ama fare il regista più che l’attore; la sua arte è scomparire dietro gli attori del male”. Il passatempo preferito di Satana consiste dunque nel disturbare a livello fisico, psicologico e spirituale soprattutto le anime più fedeli a Dio. Così, oltre a don Calabria e a suor Maria del Gesù Crocifisso, elevati agli onori degli altari da Giovanni Paolo II, anche un’altra suora agostiniana, Madre Yvonne-Aimée di Gesù di Malestroit, ha subito diverse e pesanti incursioni dall’angelo ribelle durante la propria esistenza. Le racconta, con dovizia di particolari, il sacerdote Marcello Stanzione nel suo recente volume: Madre Yvonne-Aimée di Gesù di Malestroit (pp. 142, Edizioni Segno 2017, €12).

Madre Yvonne-Aimée è una suora agostiniana vissuta a Malestroit tra il 1927 e il 1951, che divenne presto la madre superiore di un convento-ospedale in tempo di guerra, nel quale furono accolti “sotto lo stesso tetto sia i feriti tedeschi che quelli che ella nascondeva durante la resistenza”. Per tale opera di carità fu insignita dal generale De Gaulle con la Croce di Guerra e poi proclamata Cavaliere della Legione d’Onore. I primi segni della sua fede viva, umile e semplice emergono in particolare da un episodio della sua giovinezza. Una mattina che non poté fare la Santa Comunione perché aveva tanto da fare al servizio dei più bisognosi, scrive: “Signore, non ho potuto fare la comunione, ma ti ho incontrato nei poveri!”. La sua vita spirituale, nutrita di intensa preghiera e carità operosa, è stata anche impreziosita da significativi doni mistici, quali premonizioni, bilocazioni, stigmatizzazioni e xenoglossalia. Morì nel 1951 mentre stava per partire missionaria per il Sud Africa. L’anelito costante del suo cuore fu uno solo: “Voglio salvare molte anime e amarti più di tutti, ma voglio essere anche molto piccola perché la tua gloria cresca”. Per amore di Cristo ella sopportò pazientemente che il diavolo l’aggredisse con violenza durante la notte, che le insinuasse mozioni interiori suicide, che si divertisse a inviarle lettere false a nome del suo padre spirituale, gettandola in uno stato di disperazione durante la sua ‘notte dello spirito’. Descrive in questi termini un’aggressione subita dal principe delle tenebre: “Venne in quattro riprese facendo un chiasso spaventoso nella mia camera, urtando i muri, spingendo le sedie, la tavola e tutti i mobili. Poi, cominciò a picchiarmi, mi scortica la schiena, il petto, le mani, mi getta fuori dal letto tirandomi per i capelli. Tra le coperte del mio letto le sue dita adunche mi bruciavano. Nessuna parola può descrivere tanto orrore e tanto spavento. L’indomani mattina, Gesù mi ha guarito la schiena, dove avevo una ferita molto marcata”. Al tempo della prova risalgono queste altre espressioni di suor Yvonne: “Quando dico delle parole d’amore al mio piccolo Gesù, mi sembra di dirgli parole di odio. Quando abbraccio la sua statua, credo di fare un sacrilegio”. E ancora: “Mi sento colpevole per tutti i peccati del mondo, ho tutte le tentazioni”. Suor Yvonne si offrì a Cristo sostanzialmente quale vittima d’espiazione e sacrificio vivente a Dio gradito per il perdono dei peccati dell’umanità. Fu perciò appellata “il padre Pio francese” dal celebre mariologo Laurentin, anche perché si disse “felice di soffrire per Cristo e le anime in difficoltà”. Il carisma di questa umile grande suora che ha sopportato senza lamentarsi tante sofferenze sia fisiche che spirituali per amore di Cristo è testimonianza della possibilità di “un amore più grande della sofferenza”, poiché “l’amore distrugge il male con il carbone della sofferenza”.

Il libro di don Marcello Stanzione presenta infine anche una breve appendice con tante utili preghiere e invocazioni di liberazione dagli spiriti maligni e di richiesta di custodia angelica.

Fonte: FarodiRoma

Dio, angeli, uomini e cosmo nelle visioni di Ildegarda di Bingen

“Riccamente dotata fin dalla più tenera età di particolari doni celesti, santa Ildegarda penetrò sapientemente nei segreti della teologia, della medicina, della musica e di altre arti, scrivendovi sopra numerosi libri e mettendo in luce il legame tra redenzione e creazione. Amò unicamente la Chiesa. Per l’amore ardente che nutriva per essa non esitò a lasciare la clausura del monastero per incontrarsi come intrepida combattente della verità e della pace con vescovi, dignitari civili e persino con l’imperatore, ed anche per parlare alle masse del popolo”. Con queste parola San Giovanni Paolo II tratteggiò il profilo spirituale di Ildegarda di Bingen che il 7 ottobre 2012 Papa Benedetto XVI proclamò Dottore della Chiesa. Accanto a Santa Caterina da Siena e a Santa Teresa d’Avila, Ildegarda è la terza donna della storia a ricevere tale titolo.

Nata nel 1098 in Renania, a soli 8 anni entra in monastero per ricevere un’adeguata formazione umana e cristiana. Successivamente professa i voti e sceglie di vivere secondo la Regola di San Benedetto, divenendo presto badessa del monastero. In un’epistola che scrisse a San Bernardo, la mistica renana effonde così il proprio vissuto interiore: “La visione avvince tutto il mio essere: non vedo con gli occhi del corpo, ma mi appare nello spirito dei misteri. Conosco il significato profondo di ciò che è esposto nel Salterio, nei Vangeli e in altri libri, che mi sono mostrati nella visione. Questa brucia come una fiamma nel mio petto e nella mia anima, e mi insegna a comprendere profondamente il testo”. Il suo anelito spirituale non è tuttavia avulso dal contesto storico e sociale in cui vive. Ne è testimonianza il fatto che, quando l’imperatore Federico Barbarossa impose tre antipapi al pontefice regnante Alessandro III, ella gli ricordò con veemenza che “anch’egli era soggetto al giudizio di Dio”, scrivendogli queste parole ispiratele da Dio: “Guai, guai a questa malvagia condotta degli empi che mi disprezzano! Presta ascolto, o re, se vuoi vivere! Altrimenti la mia spada ti trafiggerà!”.

Nella sua opera mistica principale, lo Scivias (“Conosco le vie del Signore”), Ildegarda racconta “ventisei visioni distinte concernenti la relazione tra Dio e gli esseri attraverso la creazione, la redenzione, e nella Chiesa, oltre a una certa quantità di profezie apocalittiche”. In tali descrizioni si rivela quale “piuma sospinta dal respiro di Dio”, come ella stessa si definisce. Se fin dagli inizi la vita monastica è considerata alla stregua di quella angelica, la mistica tedesca non si limita soltanto a vivere per Dio come un angelo nel sacro ufficio di lode del suo nome e nell’esercizio della carità, ma elabora anche una peculiare dottrina angelica, approfondita dal sacerdote e noto angelologo Marcello Stanzione nel recente volume Gli angeli di Santa Ildegarda (pp. 156, Edizioni Segno 2017, € 12). Gli angeli, secondo Ildegarda, “non solo sono creati ma bruciano e vivono nel fuoco di Dio che è il loro fuoco originario; infatti non hanno veramente le ali come gli uccelli ma sono più simili a fiamme che si librano nel potere di Dio”. Per questo motivo tali creature spirituali si configurano quali “specchi semiriflettenti nel senso che riflettono a Dio la sua immagine”. Ella sostiene altresì che la comunicazione tra Dio e il primo uomo sia avvenuta nella lingua degli angeli, dal momento che “Adamo prima della caduta, era in comunione totale con il regno degli angeli”. Ildegarda condivide inoltre la tesi comunemente diffusa nel Medioevo, secondo cui la creazione degli uomini da parte di Dio sarebbe stata voluta per sopperire alla ribellione degli angeli decaduti, al fine di ripristinare il disegno originario del Creatore e ricostituire così l’unità e l’armonia del cosmo. In una sua visione gli angeli ribelli sono assimilati a stelle nere prive di ogni luce. Anche Lucifero, scrive Ildegarda, pretese: “‘Voglio essere signore e non voglio nessuno sopra di me’. Invece la sua maestà scivolò via e si perse: così diventò il principe dell’inferno”.

Ildegarda è stata dunque una teologa acuta con doni mistici, tra cui anche quello di scacciare i demoni, un’autrice di trattati di botanica, di medicina e, con le sue 155 monodie, “la prima donna musicista della storia”. Morì il 17 settembre del 1179, all’età di ottantuno anni. Pertanto “questa grande donna ‘profetessa’ parla con grande attualità anche oggi a noi, con la sua coraggiosa capacità di discernere i segni dei tempi, con il suo amore per il creato, la sua medicina, la sua poesia, la sua musica, che oggi viene ricostruita, il suo amore per Cristo e per la Sua Chiesa, sofferente anche in quel tempo, ferita anche in quel tempo dai peccati dei preti e dei laici, e tanto più amata come corpo di Cristo”.

Fonte: FrammentidiPace