La Grande migrazione, Europa vittima della sua ideologia

Chi sono i migranti? Sono ospiti o nemici? La distinzione tra ‘migranti economici’ e ‘rifugiati’ rende giustizia della complessità del fenomeno migratorio o è piuttosto riduttiva? Senza dubbio “la tendenza a lasciare il proprio paese è uno dei contrassegni sociali primari della modernità”. Eppure, al di là delle strumentalizzazioni politiche di sinistra o di destra, la “Grande Migrazione si caratterizza per l’elevato numero delle persone coinvolte; la presenza di mafie che gestiscono il loro movimento lucrando; la sciatteria, tolleranza e indolenza con cui i paesi europei (in questo caso, l’Italia) hanno risposto al flusso, senza capirne la natura né elaborare una posizione autorevole, ferma e decisa; la violenza con cui si pretende di risolvere un problema che la negligenza ha lasciato marcire; la mancanza di linea di condotta, sia al momento di ospitare sia al momento di sgomberare; il brusco, ancorché tardivo, passaggio da una politica di distratto sinite parvulos a una di risposta dura ma inefficace”.

Sono questi solo alcuni degli aspetti della Grande Migrazione (che considera i flussi dal 2005 a oggi) indagati attraverso un’analisi molto puntuale da Raffaele Simone – docente emerito dell’Università di Roma Tre e linguista di fama internazionale –  ne L’ospite e il nemico (Garzanti, pp. 274). Il suo saggio “si occupa del modo in cui l’Europa la ricevette e dell’effetto sociale, culturale e politico che potrebbe derivare dall’impatto”, nella lucida consapevolezza di “dover calpestare il ‘politicamente corretto’”, a partire dal diffuso ‘obbligo morale dell’accoglienza’ quale modus operandi di un’Europa desiderosa di farsi perdonare il proprio passato colonialista. Allo stesso modo, data la complessità del fenomeno migratorio, Simone tiene a precisare che “essere ‘pro o contro’ la Grande Migrazione non ha senso: sarebbe come essere ‘pro o contro’ un’inondazione o una tempesta di neve che stanno seppellendo le nostre case. È molto più assennato cercar di capire che cosa è, cosa significa e cosa comporterà, e organizzare risposte adeguate prima che a fornirle siano i fatti”.

Mediante un significativo excursus storico, egli rileva comenell’antichità l’ospitalità era riconosciuta, ma soggetta a restrizioni. Come il ghēr giudaico, infatti, lo straniero di stirpe greca poteva godere nella pólis di alcuni privilegi: poteva commerciare, usare pascoli, possedere immobili e terreni, sposare una donna attica. Gli stranieri non-greci erano invece bárbaroi, non solo perché le loro lingue erano incomprensibili, ma anche perché potevano esser fatti schiavi, anzi erano ‘schiavi per natura’”. Allo stesso modo se Sparta disponeva regolarmente espulsioni di stranieri per evitare gli effetti destabilizzanti della loro presenza in città; Atene, invece, permetteva loro di vivere come meteci, i quali “non partecipavano alla vita politica, erano tenuti a pagare una tassa e a svolgere il servizio militare e potevano, su decisione della comunità, sposarsi e avere proprietà, ma questo diritto era concesso solo di rado, per evitare di favorire l’integrazione etnica”.

Rispetto al fenomeno migratorio si assumono oggi preventivamente, invece, almeno due posizioni ideologiche fondamentali. La prima è l’opzione dell’‘Europa colpevole’ secondo cui l’immigrazione sarebbe la risposta tardiva a secoli di politiche coloniali nei paesi più poveri. Eppure “se al movimento migratorio contribuissero tutte le aree interessate dal colonialismo sarebbe molto più ingente”. Secondo i sostenitori di questa tesi, i migranti “non solo sono titolari di speciali diritti di risarcimento, ma sono anche intrinsecamente onesti, portatori di virtù, miti e pronti a cooperare. È quasi – si direbbe – una riedizione della concezione del ‘buon selvaggio’. La seconda, conseguente alla prima, è quella della Grande Sostituzione, secondo cui si vuole che si riversino “in Europa milioni di persone povere e affamate, cariche di risentimento e di desiderio di risarcimento. Si realizzerà così un graduale rimpiazzo dell’intera popolazione europea coi nuovi arrivati. In questo modo il mondo islamico, africano e asiatico otterranno una rivalsa totale sull’Europa e l’Occidente, di cui cancelleranno poco a poco ogni traccia”. E in effetti, con i trattati di Schengen e di Dublino, “il migrante viene considerato come semplice straniero, e quindi incluso nelle dinamiche di libera circolazione previste per i cittadini europei, esprimendo di fatto un atteggiamento mite e umano, emozionale e irenico” nei suoi confronti.  Di qui, “nel tentativo di risarcire in termini giuridici e politici le atrocità di un secolo e mezzo, si è diffuso un senso di ospitalità universale, un’accoglienza pacifica e gratuita perché a carico dei paesi ospitanti”, che ha cancellato di fatto ogni confine e lo stesso concetto giuridico di frontiera.

L’elemento di maggiore drammaticità risiede nel fatto che “l’Europa si fece trovare del tutto impreparata – prosegue il professore nella sua analisi –, anzi impostò una politica di breve termine destinata però ad avere conseguenze e ripercussioni a lunghissimo termine”. Al contrario, la Grande Migrazione avrebbe potuto costituire un’occasione proficua per riflettere con serietà sulla propria identità europea. Eppure, come osservò acutamente lo storico tedesco Hagen Schulze, “l’Europa diventa un motivo di identificazione solo quando ha a che fare con un nemico avvertito come totalmente ‘altro’; l’opposizione fondamentale è sempre tra ‘libertà europea’ e ‘dispotismo barbaro’. Con l’allontanarsi della minaccia, il concetto di Europa scompare”, per ritrovare la propria dimensione unitaria solo quando si tratta di far quadrare i conti sul piano economico e finanziario.

Ma perché, tra tutti i Paesi, i migranti scelgono di venire in Europa e in particolare in Italia? Senza dubbio perché “il suo welfare è universale e gratuito; per la speranza di arrivare a godere dei vantaggi di un ambiente che trovano già costruito e funzionante”, inseguendo un desiderio d’Occidente, che è quello “di possedere e condividere quella che è rappresentata e ovunque vantata come l’agiatezza occidentale” (Badiou).

Sono allora principalmente questi fattori, ossia “bisogno di nuova verginità, orrore delle colpe coloniali, desiderio di risarcirle, teoria dell’inclusione illimitata e della diversità”, a delineare i tratti salienti di quella che il professor Simone definisce Ideologia Europea. In questo modo il Club Radicale ha diffuso e imposto quel ‘politicamente corretto’ che, insieme alla dottrina terzomondista, ha coniato un nuovo linguaggio giuridico e mediatico che impedisce di vedere e comprendere integralmente il fenomeno migratorio, anzi favorisce un’inversione di valori per la quale “tutto ciò che è occidentale è deplorevole, sorpassato, privo di energia, a confronto con la forza vitale e l’attrattiva culturale che promanano dal Terzo Mondo, sia orientale sia occidentale”. Le dichiarazioni di ministri svedesi sull’inconsistenza della propria cultura; l’abolizione di presepi, canti natalizi e carne di maiale dalle mense scolastiche nel nostro Paese, sono solo un pallido esempio di tale odio di sé e delle proprie radici culturali e religiose, che presenta nel multiculturalismo il proprio rovescio della medaglia. Infatti, se tra comunità diverse non ci si parla e non ci si confronta per condividerne eventualmente valori comuni, “ciascuna finisce per auto-ghettizzarsi, sia per timore di contatti con la comunità locale, sia per affermare il proprio controllo sul territorio”, producendo di fatto un ‘monoculturalismo plurimo’(Sen) di cui le banlieue francesi sono una chiara espressione.

In realtà una politica europea incapace di lungimiranza si trova sempre a dover gestire ‘emergenze’, perché ha scelto, al contrario, una prospettiva dello sguardo corto, consolidata ormai nella cronaca quotidiana dei media, che si limita a “contare i morti, pubblicare fotografie strazianti di bambini in lacrime o morti nelle traversate, il racconto dei soccorsi, dei salvataggi e dei naufragi”. Tale narrazione, pur essendo profondamente umana e toccante sul piano emotivo, rimane in superficie e tace intenzionalmente sulle motivazioni ideologiche del fenomeno migratorio ben approfondite dal professor Simone che, in questo saggio, smaschera anche le bugie dei luoghi comuni più diffusi quali ‘gli immigrati salveranno l’Europa dal calo demografico’; ‘siamo tutti migranti’; ‘siamo tutti meticci’ o ‘le frontiere non esistono’. Senza questa necessaria decostruzione diventa impossibile individuare, al di là degli slogan, una strada percorribile, condivisa e duratura per gestire la Grande Migrazione, che abbia davvero a cuore il destino di ogni uomo costretto a lasciare la propria terra in modo disumano.

Fonte: La NuovaBussolaQuotidiana

Il bene comune, un fine che discende dalla legge divina

“Il contesto all’interno del quale Tommaso inserisce la sua trattazione della lex naturalis è quello del ritorno della creatura razionale al suo Creatore”. Di qui, stando alla lettura del dott. Damiamo Simoncelli del pensiero dell’Aquinate, “l’ens universale è l’oggetto proprio dell’intelligenza umana, rispettivamente come verum universale allorché si consideri l’intelletto e come bonum universale allorché si consideri la volontà”. È questo il presupposto da cui partire per ragionare sul bene comune a partire dal suo legame costitutivo con la natura dell’uomo e la legge naturale nel pensiero di San Tommaso.

Tale rapporto è al centro di un recente volume monografico Bonum in communi. Prospettive su natura umana e legge naturale della rivista Divus Thomas (n. 122/2019, pp. 442) pubblicato dalle Edizioni Studio Domenicano, che raccoglie i contributi di numerosi studiosi di fama nazionale e internazionale che si sono confrontati sugli aspetti salienti del tema in oggetto. Da parte sua, il Prof. Simoncelli ricorda che “l’uomo è legge e provvidenza a se stesso in forza di una sua partecipazione excellentiori modo alla lex aeterna”, ossia in virtù del proprio essere radicato nel modo più sublime nella legge divina stabilita dal Creatore sin dall’eternità.

La legge naturale vede dunque nella beatitudine la propria causa finale remota, mentre ritrova la causa finale prossima – e quindi ciò cui essa propriamente ordina – nel bene comune: l’idealità del bene che è oggetto proprio della volontà. Tale legge costituisce dunque un invito anche a “vivere i bisogni secondo la profondità del desiderio”, inteso nel suo “autentico ruolo di realizzazione del destino umano”.

Sulla scia dell’insegnamento paolino, anche l’Aquinate sottolinea a più riprese che ‘bisogna fare il bene ed evitare il male’. D’altra parte “Dio è il Sommo Bene, è una Persona che ha creato singolarmente ogni essere umano animato dall’amore, dunque il fine ultimo e complessivo dell’agire umano dev’essere la relazione-amore a Dio, la corrispondenza al suo amore, la comunione con lui”, sottolinea ancora il Prof. Giacomo Samek Lodovici, docente di Storia delle dottrine morali e di Filosofia della storia all’Università Cattolica di Milano, nel suo contributo sul legame tra legge morale e amore. Secondo questa prospettiva “i precetti dell’amore verso se stessi, Dio e il prossimo costituiscono i principi morali più importanti della legge naturale”. Perciò “la condizione necessaria, anche se non sufficiente, per la virtuosità di un atto è la sua compatibilità, anche inconsapevole, con l’amore a Dio”. Pertanto “un atto contrastante con il fine ultimo dell’uomo non può essere buono”, anche se occorre altresì considerare che “tra le azioni virtuose che scaturiscono dalle virtù etiche e l’amore di Dio non sussiste una relazione mezzi-fine, bensì tra fini e fine ultimo”. Infatti “l’uomo pienamente morale rispetta sì i giusti doveri e le giuste norme, ma vive motivato dall’amore e le sue azioni virtuose sono espressioni di amore, conseguono l’ordo amoris. Il soggetto pienamente virtuoso non agisce in vista del dovere, bensì motivato dall’amore e dall’apprezzamento del valore del bene che egli può realizzare”. E in effetti, come precisa San Tommaso, “colui che agisce per amore, agisce come un uomo libero o un figlio”.

Con l’avvento della modernità, con le ‘regole di morale provvisoria’ di Cartesio e le posizioni di Montaigne e di Pascal, si afferma al contrario “un’indeducibilità del diretto naturale” con la conseguente “accezione convenzionalistica della prassi” – come evidenzia Alberto Peratoner, Professore di Metafisica, Teologia Filosofica e Antropologia Filosofica presso la Facoltà Teologica del Triveneto –, la quale conduce a una “radicale negazione della deducibilità di una benché minima forma di universalità nella sfera morale”. Tuttavia Pascal sembra ammettere in qualche misura “la possibilità di una legge naturale come espressione dell’universale etico radicato nella struttura relazionale intersoggettiva della persona”. Allo stesso modo la possibilità di un riconoscimento della legge naturale è individuata nella pietà religiosa da Giambattista Vico, stando a quanto evidenziato nel contributo dello studente di filosofia Francesco Fanti Rovetta.

Per quanto riguarda il ruolo della legge naturale nella dottrina e nel magistero della Chiesa, è utile riprendere una riflessione acuta di Joseph Ratzinger citata esplicitamente in un passaggio del saggio del Prof. Francesco Totaro, docente di Filosofia morale all’Università di Macerata: “Il diritto naturale – particolarmente nella Chiesa cattolica – è rimasto il modello di argomentazione con cui essa si appella alla ragione comune nei dialoghi con la società laica e con altre comunità di fede e cerca i fondamenti a favore di un’intesa sui principi etici del diritto in una società pluralistica ‘secolare’”. A conferma di ciò, puntualizza Totaro, solo “una legge di natura imperniata sul riconoscimento della dignità-di-essere di ogni persona e sul valore di reciprocità della regola aurea può proporsi come criterio di discernimento, nelle circostanze storiche concrete, tra ciò che realizza l’umano e ciò che da esso si allontana. I valori ritenuti irrinunciabili non vanno deposti, ma debbono farsi valere e mostrare la loro pregnanza nell’orientare decisioni responsabili nelle sfide di civiltà in cui è in gioco il bene della convivenza”. Gli fa eco il Prof. Carmelo Vigna, Professore emerito di filosofia morale presso l’Università ‘Ca’ Foscari’ di Venezia, allorquando rileva che “l’essenza stessa della legge naturale è l’intersoggettività della regola d’oro”, ossia di quel modo di agire che invita a fare agli altri quanto si desidera fosse fatto a sé perché possa realizzarsi un germe di bene comune.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Cattolici nel mondo, un vademecum per i fedeli di oggi

La Regola di San Benedetto può costituire un vademecum imprescindibile per la vita di ogni cristiano, e dunque non solo dei monaci? Quella che può apparire come una provocazione è la sfida raccolta nei brevi saggi di Luisella Scrosati, firma cara ai lettori de La Nuova Bussola Quotidiana; di Marco Sermarini, Presidente della Società Chestertoniana Italiana e alla guida della Compagnia dei Tipi Loschi del beato Pier Giorgio Frassati a Grottammare nelle Marche; e di Dom. Massimo Lapponi, benedettino dell’Abbazia di Farfa.

Si tratta di brevi postille alla magna carta del monachesimo occidentale raccolte in un agile manuale destinato a fedeli laici e famiglie e non ai chierici come invece ci si aspetterebbe, dal titolo: Cattolici nel mondo. Uso e manutenzione (2019, pp. 98). In effetti la Regola di San Benedetto “non è una raccolta di belle massime, magari da aprire a caso per avere il pensiero del giorno”, bensì una ‘scuola di servizio del Signore’ fatta di direttive concrete perché ciascun cristiano progredire in un costante cammino di conversione con l’aiuto di Dio stesso mediante il suo Santo Spirito.

Uno dei pilastri della Regola è certamente la stabilità che, in tale ottica, “significa famiglie insieme che si aiutano nel concreto e nel quotidiano e che hanno criteri e obiettivi comuni”. Ciò comporta il vivere nella consapevolezza che “nessuna delle cose che creiamo in questa vita è eterna, ma dobbiamo costruirle come se lo fossero”. Questo vale, per esempio, quando due giovani decidono di sposarsi.

L’anima della vita del monaco è la preghiera. Allo stesso modo anche il laico è chiamato a pregare con i Salmi e la Lectio divina, cercando di “blindare 20-30 minuti al giorno” per quest’ultima, memorizzando una o due frasi della Parola, perché siano “la nostra compagnia durante la giornata e il lievito che pian piano farà fermentare la nostra anima”. In particolare, è molto preziosa la preghiera al mattino in famiglia poiché “darà il giusto tono a tutta la giornata, quali che siano le diverse incombenze di ognuno”. E, allo stesso modo, sarebbe altrettanto fecondo abituarsi a pregare insieme anche la sera “in preparazione al riposo notturno”.

La Regola di San Benedetto non si ferma alla preghiera e alla dimensione contemplativa, ricercando attraverso il lavoro anche quella attiva. Bisogna lavorare per vincere l’ozio ma senza troppa frenesia, e dunque combattere l’accidia “che fa desiderare di essere altrove da dove si è, che fa fare altro da quanto si deve fare, portandoci lontano dalla concreta volontà Dio”. Occorre inoltre lavorare “per il bene nostro e altrui”, con spirito di servizio e umiltà, adoperandosi facendo anche in casa ciascuno la propria parte. Tuttavia anche “il riposo è necessario; e a noi oggi manca il riposo ancor più che il lavoro. Il riposo è fratello del silenzio. A noi manca il riposo come manca il silenzio”. Di qui l’esortazione a impiegare costruttivamente la sera proprio in vista del riposo, poiché “il sonno lavora e bisogna farlo lavorare preparandogli il lavoro la sera”. Solo in tale prospettiva ‘la notte porta consiglio’.

Per quanto riguarda la consumazione dei pasti, sulla scia del padre del monachesimo occidentale, è opportuno evitare di mangiare smodatamente e quando se ne ha voglia senza rispettare dei tempi prestabiliti, così come ricercare cibi raffinati a ogni costo piuttosto che accontentarsi di ‘quel che passa il convento’. Bisogna altresì impegnarsi a conversare a tavola, evitando le interruzioni di tv e smartphone e abituarsi a rendere grazie a Dio insieme prima e dopo il pasto, nella consapevolezza che quello che si ha la possibilità di mangiare è anche un suo dono e non solo frutto del proprio lavoro.

E ancora San Benedetto raccomanda caldamente di custodire il silenzio, e dunque la propria lingua e interiorità, ossia di “parlare solo per dire cose buone, di parlare poco e appropriatamente e di non dire sciocchezze”. Ciò non significa che in famiglia non bisogna parlare, bensì che occorre “imparare ad ascoltarsi, rivolgendosi gli uni agli altri con umiltà e prudenza”. I genitori, in particolare, sono chiamati a essere autorevoli, cioè severi e teneri al tempo stesso, evitando di lasciar correre ove vi sia invece da individuare e punire il male commesso: tutti in famiglia “devono sapere cosa si può fare e cosa no ed essere avvertiti delle conseguenze” di eventuali trasgressioni.

Infine anche una fuga mundi, in specie dalla mentalità dominante, risulta essenziale per andare controcorrente, “per vivere la libertà della verità, per abbattere gli idoli che inevitabilmente hanno occupato aree più o meno vaste della nostra mente e del nostro cuore” e per avere una vita autentica e pienamente felice perché radicata in Cristo.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Gabrielle Bossis, la mistica che parlava con Gesù

“Il Mio Amore segreto e tenero è in realtà per ogni anima che vive in questo mondo”, confidò Gesù stesso a Gabrielle Bossis, una delle grandi mistiche del secolo scorso. È questo il senso più intimo e profondo della trascrizione fedele dei loro colloqui in un diario, recentemente pubblicato in edizione integrale (Lui e io, Edizioni Ares 2019, pp. 600), nel quale ogni dialogo di Gabrielle col Divino Maestro è puntualmente datato e brevemente contestualizzato.

Nata nel 1874, coetanea di Santa Teresa di Lisieux, “Gabrielle non fu una monaca di clausura; visse a lungo nel mondo interessandosi di musica, di danza e di letteratura, scrivendo opere teatrali e mettendole in scena in varie parti del mondo, perfino in Palestina e in Marocco”, sottolinea padre Sicari nell’introduzione all’opera.

Gesù desidera che Gabrielle scriva anche le sue preghiere e le intima di rivolgersi a Lui con parole d’amore: “Ripeti: ‘Che a ogni nuovo istante Tu sia il più grande amore della mia vita. Così, crescerai in Me’”. E le sussurra: “Non ti fermare ai dettagli. Cammina con lo sguardo fisso sul Mio Amore. Cadi? Rialzati e guardaMi di nuovo”. La invita a essere “il Mio sorriso per tutti, la Mia voce amabile”.

Allo stesso modo il Signore la esorta a pregare, mentre le confida: “Cambio le tue preghiere in preghiere Mie, ma se tu non preghi…Posso far fiorire una pianta se tu non la semini?”. Di qui le precisa: “Quando non ti parlo, vuol dire che è giunto per te il momento dell’azione. Parla con gli altri come pensi che Io parlerei con te. Ti aiuterò”.

In un appello accorato la esorta ad alimentare il suo amore per Lui: “VediMi in ogni cosa; considera ogni cosa in vista dell’eternità; esci dalle tue solite misure, amaMi di più”. In un’altra circostanza la esorta a vivere radicata nella sua divina volontà: “Sradicati da te stessa, piantati in Me”, affinché “la tua vita sia un costante raccoglimento, un’incessante conversazione col tuo Signore”. L’invito alla carità verso il prossimo è condensato nelle espressioni: “FamMi crescere negli altri”, dal momento che “quello che fai agli altri, è a Me che lo fai”. Gesù l’invita a percorrere la via dell’amore sulla scia di Maria: “Mia Madre non viveva che per Dio. Non aveva alcun egoismo, alcun ripiegamento su sé stessa. Rispondeva esattamente allo scopo del Creatore, mentre La creava. ImitaLa”.

Suor Gabrielle pone dunque Cristo al centro della propria esistenza. E ciò, come le spiega il Divino Maestro, “vuol dire pensare a Me. Parlare con Me come con il migliore e più dolce amico. Cercare i Miei interessi. Soffrire per causa Mia. Avere cura del Mio Regno. Ricordarsi delle Mie sofferenze. Lasciar fluire il proprio amore nel Mio amore in ogni momento della vita e tutto quel che consegue da ciò”. L’unione mistica della sua anima con Cristo viene evocata anche attraverso questa bella immagine: “Io sono l’Ostia. Tu sei l’ostensorio. I raggi d’oro sono le Mie Grazie attraverso di te”.

Un amore totale richiede un amore totale. E allora, “visto che Mi do tutto intero, donati tutta intera, senza neanche pensare che potresti riservare qualcosa per te”. Ecco perché il Maestro le sussurra con amore: “Sei dunque a casa tua nel Mio Cuore, Mia piccola figlia: anche sulla terra, esso è la tua vera casa” e “famMi posto nel tuo cuore: entrerò con tutte le Mie Grazie”.

 Gesù la invita spesso a un’adeguata considerazione di ogni realtà, compresa la più piccola, e di ogni suo atto: “Non essere mai sorpresa delle Mie Bontà. Quelle che puoi vedere sono minori di quelle che ti circondano”. E ancora: “Non ti ho detto che nulla è piccolo ai Miei occhi? Che tutto sta nel modo di amore con cui lo si compie?” Di qui il motivo del suggerimento: “Metti la tua felicità nel servirMi sin nei più piccoli dettagli. Nulla è piccolo quando si tratta di amore”, in quanto “ogni piccolo sforzo, un vostro minimo gesto, Mi incanta, come una madre è gioiosa quando il suo piccolino assume una nuova espressione”.

In relazione alla compartecipazione di Suor Gabrielle alle sofferenze di Cristo, Egli le ripete: “Sopporta le spine di ogni giorno per amor Mio. Questo prepara la tua anima alla virtù eroica. Comprendi che l’unione con Dio altro non è che fare la volontà di Dio”. Il Signore non è un giudice severo, ma un Padre misericordioso che si identifica metaforicamente con il personaggio biblico di Sansone allorquando le rivela: “Perdo la Mia forza di giudice quando un’anima Mi esprime la fedeltà del suo amore. Non che quest’amore sia un grande amore, ma è il più grande che lei sia capace di offrirMi. Allora, Mi tocca sul vivo e sono incline a piegarMi alla sua volontà, che adotto come Mia”.

Così fa il Divino Maestro anche nel momento in cui chiama sé la sua sposa fedele Gabrielle la quale, durante la sua ultima Messa, invoca il suo Sposo con fiduciosa speranza: “Dove sei amorosa Presenza?…E dopo, che sarà?”. E Gesù le risponde: “Sarò Io, sarò sempre Io”.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Il Fatto di Cristo, un ‘già’ che fa desiderare il ‘non ancora’

“Solo quando il futuro è certo come realtà positiva, diventa vivibile anche il presente”, scrive Papa Benedetto XVI nella sua Spe salvi. Dunque è solo nella prospettiva dell’avvenimento cristiano che “vita e storia assumono significato e direzione” (mons. Negri) in un contesto sociale come quello attuale dominato dal nichilismo, dal ‘pensiero debole’ che non riconosce alcuna certezza e dalla liquidità dei legami interpersonali.

S’inscrive nel solco di questa consapevolezza e di coloro che riconosce esplicitamente come propri maestri, don Giussani e il cardinale Giacomo Biffi, la riflessione sull’Avvenimento di Cristo e della Chiesa sviluppata da don Pietro Re nel suo recente saggio Già e non ancora (Edizioni Ares 2019, pp. 246). Il volume è impreziosito da un apparato iconografico di dieci tavole a colori di Sieger Köder e dal commento artistico e spirituale ad esse di Suor Maria Gloria Riva, nota ai lettori de La Nuova Bussola Quotidiana.

L’autore conduce il lettore dalla scoperta dei “principali desideri radicati nell’io profondo della persona umana, che così riconosce la sua identità naturale”, sulle orme di Sant’Agostino, Dante, Leopardi, Pascal, Ungaretti, Rebora, Pasolini, Gide, all’avvenimento di Cristo e alla docilità allo Spirito in una vita vissuta nel mistero sacramentale della Chiesa. In una cultura del vuoto e di desertificazione spirituale quale è quella attuale, è necessario infatti ripartire da un’esperienza elementare dell’uomo, quella appunto del desiderio, che costituisce “il motore interiore dell’indomabile tensione di ogni persona verso il suo totale compimento”. E in effetti “il desiderio è come una scintilla, un motore che deve manovrare tutto per arrivare alla felicità”. E il desiderio in tutti i suoi aspetti – esistenziale, storico e sociale – è sostanzialmente un desiderio di verità e di bene.

“La vita di un buon cristiano è tutta un santo desiderio. Viviamo dunque di desiderio. In questo consiste la nostra vita: esercitarci nel desiderio. Dilatiamoci col desiderio di Lui”, scriveva Sant’Agostino. La natura del desiderio profondo del cuore umano è dunque l’amore, “quella verità-forza vivente che si radica nell’intimo della persona, spegne l’egoismo e ci libera dai limiti dell’autoaffermazione, riconosce all’altro un’importanza assoluta e, mediante la fede, congiunge l’individuo alla sfera unitiva della totalità finale del reale”. Perché l’amore, come scrive San Giovanni della Croce, “è l’unico tesoro che si moltiplica nella condivisione”.

A un tale desiderio infinito del cuore umano “non offrono risposta le ideologie degli stati totalitari, che tragicamente hanno deluso la promessa di felicità per tutti; tanto meno le pretese del razionalismo, illuminista e positivista, e delle tante scienze e tecnologie”, ma solo l’Avvenimento cristiano, il quale “non è una dottrina, ma una comunicazione di esistenza” (Kierkegaard). Si tratta di un Fatto che sollecita la libera adesione dell’uomo, “altrimenti la Sua sarebbe una salvezza da schiavi”, per dirla con Peguy. In questo modo alla ‘mendicanza dell’uomo’ risponde la ‘mendicanza di Cristo’ che invita l’uomo a “un incontro d’amore, nel quale conosca veramente se stesso, ritrovi i suoi veri valori e sia ricreato” (San Giovanni Paolo II).

È il rapporto d’amore con Cristo che ci costituisce e – istante dopo istante – trasforma la profondità del nostro essere. È un rapporto che non umilia la nostra dignità, è un rapporto di appartenenza a una Presenza che è oltre noi stessi e rende l’uomo una sola cosa con il Cristo che lo fa. Nessun altro può dire a una persona: ‘Tu mi appartieni’”. Con il mistero della sua Passione, Morte e Resurrezione, Egli spiana “la strada della felicità, che è percorsa da chi si lascia prendere per mano da Cristo e impara la gioia dalle sue gioie. La felicità non sarà la spensieratezza effimera e illusoria, che davanti alle grandi questioni resta muta e disperata. Sarà un percorso verso la verità e il bene, lungo il quale si impara a fare pace in sé stessi, sapendo di essere immensamente amati da lui e mettendosi al servizio degli altri”, evidenzia ancora don Re.

 Tale incontro della creatura con Cristo, generatore di vita nuova, bellezza e santità, si realizza ora nella Chiesa, nel cui mistero Gesù si fa contemporaneo di ciascun uomo. Il cristiano è così chiamato a dare la propria testimonianza nello Spirito Santo. Testimone è allora colui “le cui opere compiute ogni santo giorno – affetti, lavoro, riposo fanno risplendere la presenza di Cristo Risorto”.

Di qui, “dal principio alla fine, nella pienezza dei tempi, al cuore del disegno salvifico rivelato c’è l’Avvenimento di Cristo. Il suo dipanarsi nel tempo e nello spazio è l’evento ecclesiale, nel quale va riconosciuta la Presenza redentrice per la potenza dello Spirito di Cristo risorto”. Infatti – conclude don Pietro Re citando De Lubac– “il mistero di Cristo è anche il nostro. Ciò che si è compiuto nella testa deve compiersi anche nelle membra. Incarnazione, Morte e Risurrezione; radicamento, distacco e trasfigurazione. Non c’è spiritualità cristiana senza questo ritmo in tre tempi. Noi dobbiamo far penetrare il cristianesimo nel più intimo delle realtà umane, ma non lasciarvelo perdere o snaturare, non per svuotarlo della sua sostanza spirituale; ma perché agisca dentro di noi e nella società, come il fermento che lievita tutta la pasta; perché tutto si trasfiguri e giunga a maturazione; perché, all’interno di ogni realtà, un principio nuovo faccia sentire dovunque l’esigenza e l’urgenza dell’appello divino”.

Tale considerazione risuona anche nel commento spirituale e artistico di suor Gloria Riva al dipinto di Köder Albero genealogico di Gesù, nel quale così descrive la figura di Maria: “Il suo corpo è di cielo, perché verginale fu il suo concepimento, come verginale è il concepimento della Chiesa. Il suo volto è coperto dal Volto del Figlio, perché ‘caro Christi caro Mariae’, diceva Tertulliano: la carne di Cristo è carne di Maria. E, infine, alla sommità di quest’albero, come frutto maturo ed eterno, ecco il Cristo, il Verbo di Dio fatto carne. Il Cristo è nudo perché si constati la veridicità della sua carne, uguale alla nostra; e tiene le braccia in croce, perché più di noi è nato per morire. Ecco: la Vergine Madre di Köder è radice, tronco e cima. Possiede la fede di Abramo, tiene nel grembo la vera Toràh di Mosè ed estende alla Chiesa il senso vero e ultimo del suo esistere: quel Dio Bambino. Egli ci ha portato dritti nelle braccia del Padre, ha inviato lo Spirito ad abitare in mezzo a noi e ha fatto della Chiesa la testimone fra gli uomini di un Regno qui e ora, in un misterioso ‘già e non ancora’, che tuttavia porta il frutto della pace”.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Luoghi comuni, un Dizionario per smascherarli

È proprio vero che ‘al cuor non si comanda’, che bisogna andare ‘dove ti porta il cuore’; che ‘chi è causa del suo mal pianga se stesso’; che ‘l’ottimo è nemico del bene’ o che ‘nessuno è perfetto’? La maggior parte delle ‘frasi fatte’ che si sentono spesso ripetere sono in realtà soltanto dei moniti ‘politicamente corretti’ quali: ‘Bisogna essere sempre se stessi’; ‘Bisogna essere aperti di mente’; ‘Non bisogna giudicare dalle apparenze’, ‘Bisogna rispettare sempre le opinioni degli altri’, ‘L’importante nella vita è essere coerenti con le proprie idee’. E ancora tale discorso, in ambito morale, traspare nelle espressioni consuete: ‘Il fine giustifica i mezzi’, ‘È un male necessario’, ‘Errare humanum est’, ‘Non tutto il male viene per nuocere’, ‘Io ho una mia morale’, ‘La morale cambia’, e via discorrendo.

I luoghi comuni, le massime e gli slogan vengono spesso banalizzati, mentre sono in realtà “un precipitato di visioni del mondo, sintetizzano in sé interi universi filosofici”. Di qui l’esigenza di raccogliere, oltre quelli sopracitati, numerose frasi fatte, detti e modi di dire alla luce del pensiero cattolico in un corposo Dizionario elementare dei luoghi comuni (pp. 527), pubblicato recentemente dall’Istituto di Apologetica, a cura di Tommaso Scandroglio, docente di Filosofia del Diritto, bioeticista e firma ormai nota ai lettori de La Nuova Bussola Quotidiana.

‘Cerchiamo ciò che ci unisce, non ciò che ci divide’ è, per esempio, uno dei leitmotiv non solo dei salotti televisivi, ma anche di tante preghiere dei fedeli. Eppure, rispetto a questo, è opportuno rilevare che “il dialogo deve essere fatto in nome della verità e del bene e non deve essere fine a se stesso”. Di qui la pace che ne scaturisce, in quanto frutto della verità e del bene che si è condiviso, non può esser segno di un irenismo sterile e inerte di identità culturali e religiose che preferiscono confondersi, forse anche per timore di emergere nelle proprie specificità, mentre professano paradossalmente il dogma della diversità come ricchezza.

 Allo stesso modo, anche il ‘carpe diem’ di oraziana memoria, “l’invito a godere dei piaceri immediati senza interrogarsi troppo sul domani e senza indagare se le occasioni siano buone o cattive”, che è frequentemente sulla bocca soprattutto dei più giovani, nasconde “una certa cultura neo-edonista proiettata nel godimento del presente perché convinta che tutto finirà con la morte”. Al contrario è necessario, come rileva Scandroglio, non lasciarsi “trascinare dallo stato d’animo del momento senza preoccuparsi degli effetti delle nostre azioni” per non restare “soggiogati dagli eventi che casualmente capitano”. È, in effetti, “la santità il vero bene di cui preoccuparsi giorno per giorno, istante dopo istante”.

‘Fatti gli affari tuoi!’. Anche questo detto trascura il fatto che “ciascuno di noi è legato da un vincolo di carità con il prossimo, vincolo che assume diversi spessori e significati a seconda dei rapporti”. In realtà “‘farsi gli affari degli altri’ è condotta lecita se persegue un fine buono e se tale fine è conseguito con modalità appropriate al fine e tenendo comunque in considerazione lo spazio di vita privata delle persone”.

In relazione alle tematiche antropologiche, rispetto a slogan quali ‘Il cuore ha sempre ragione’ o ‘L’amore è cieco’, ‘L’amore può finire”, l’autore sottolinea con nettezza da un lato che “l’amore vuole vederci perfettamente per riconoscere e compiere l’autentico bene della persona amata”, e dall’altro che “i sentimenti non sono l’amore ma possono accompagnare l’amore. Infatti amare è scoprire il bene dell’altro e volerlo”. Dunque, dal momento che l’intelletto e la volontà contribuiscono ad alimentare i sentimenti, è altrettanto utile evidenziare che “chi cessa di amare prima di tutto fa del male a sé perché viene meno alla propria vocazione personale che lo chiamava a donarsi completamente a quella persona”. In tale ottica “identificare l’amore solo con i sentimenti tarpa le ali della libertà della persona: infatti non sarà più lei a decidere chi, come e quando amare, bensì i sentimenti al posto suo. Per paradosso, amare non dipenderà da chi ama”.

In ambito bioetico, il “detto popolare ‘di mamma ce n’è una sola’ appare superato dagli sviluppi della scienza e della tecnica”. Infatti le tecniche di fecondazione extracorporea di tipo eterologa, e in specie la maternità surrogata, consentono di giungere fino a cinque genitori. Tra le molteplici ragioni a supporto dell’inaccettabilità sul piano etico di tali pratiche, basti semplicemente ricordare il principio alla base dell’istituto giuridico dell’adozione che “vuole soddisfare il diritto del minore ad avere una famiglia”, mentre nelle altre forme suddette si “vuole soddisfare un inesistente diritto degli adulti ad avere un bambino”. Dunque, se la mamma non è un ‘concetto antropologico’, in questo caso la vox populi rispecchia la natura profonda del reale.

In ambito teologico, rispetto all’aforisma ‘Dio scrive dritto anche sulle righe storte’, ascrivibile al vescovo Jacques Bossuet (1627-1704), occorre precisare che se da un lato è da rigettare l’interpretazione secondo la quale l’onnipotenza divina ricondurrebbe sulla retta via chi compie il male quand’anche la sua volontà fosse difforme da quella del Padre; dall’altro è da accogliere una seconda accezione, secondo cui “Dio a volte permette il male per un bene maggiore”, ovvero “Dio continua a scrivere dritto, nonostante i nostri peccati, affinché siamo persuasi a ritornare da Lui, ad adeguarci alla sua ‘ortografia’”. Allo stesso modo, in relazione al detto altrettanto diffuso, secondo cui ‘Dio ti ama per quello che sei’, è opportuno rilevare che “Dio non ama il peccatore in quanto peccatore, ma ama la persona nonostante sia anche peccatrice; Egli ama la parte buona di noi, non quella malvagia; ama cioè la persona che Lui ha creato e non l’immagine sfigurata dal peccato”, per cui il Creatore chiede altresì alla creatura di convertirsi, che è “l’unico modo per ricevere il Suo amore, per rispondere al suo amore e dunque per salvarci”.

Insomma il Dizionario elementare curato da Scandroglio costituisce uno strumento prezioso per esaminare e contrastare i molteplici ‘luoghi comuni’, ma anche le tante frasi fatte su Dio e la Chiesa; su sessualità, convivenza e matrimonio; su aborto, eutanasia, omosessualità e gender, riportando la ragione sul proprio binario di realtà. Infine l’autore ha il grande pregio della chiarezza del buon divulgatore, per cui compone accuratamente ogni voce di una parte analitica più approfondita e di una parte più sintetica in cui condensa il cuore degli argomenti razionali e/o di fede più significativi che consentono di replicare sensatamente tanto durante una chiacchierata o una cena tra amici quanto in un eventuale contesto pubblico, riconoscendo l’evidenza del vero sul piano della logica e rendendo ragione della propria speranza su quello della fede.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Jacques Fesch, la canonizzazione del santo assassino

“Fu condotto ai piedi del marchingegno. Lì lo aspettava padre Jean Devoyod. Molte volte si era stretto al suo abito bianco di figlio di san Domenico e gli dispiacque di non poterlo fare anche in quel momento perché i polsi erano legati. Padre Devoyod gli si avvicinò fino a sussurrargli qualcosa sul volto, lo segnò, gli sorrise. Insieme salirono gli scalini. Poi trascorse un secolo che durò un minuto. Jacques fu messo giù. L’anima gli fu penetrata da un lampo nel quale passarono le mille verità della sua vita. Si udì un comando. Immediato – un grido: ‘Il Crocifisso! Il Crocifisso!’’. E davanti alle mani di padre Devoyod, che reggevano la Croce, la lama della ghigliottina precipitò con tonfo pesante”.

La modalità di andare incontro alla morte dice molto, se non tutto, del valore e significato riconosciuto alla propria vita. Ecco perché il racconto della vita di Jacques Fesch, un assassino che salirà presto agli onori degli altari, prende le mosse proprio dai suoi ultimi istanti per poi svilupparsi come un lungo flashback narrato con ritmo incalzante da Curzia Ferrari, scrittrice e giornalista, ne I giorni di Jacques (pp. 208, Ares, 2019).

Tormentato dal dèmone dell’avidità perché del denaro non può farne a meno, Jacques è un giovane che guadagna già 60.000 franchi al mese nell’istituto di credito del padre, per cui si lascia andare volentieri ad alcol, bagordi e gioco d’azzardo. Sposa Pierrette, una donna di origine ebrea, dalla quale ha una figlia, ma ben presto abbondona entrambe e torna a vivere dalla madre. In preda alla passione amorosa verso un’altra donna di cui s’invaghisce, si macchia di una terribile violenza per poi abbandonarla senza riconoscerne il figlio. Un fatidico giorno il padre si rifiuta di dargli il suo compenso, per cui per rabbia gli ruba la rivoltella che custodiva in un cassetto. In quel periodo Jacques desiderava comprare una barca a vela, ma non ne aveva il denaro necessario. Così organizza un colpo di mano e fugge via con la refurtiva. Inseguito da un poliziotto che gli intima di alzare subito le mani in alto, si trova di fronte un cancello senza altra via di fuga. Di qui istintivamente mette mano alla rivoltella e preme il grilletto: nel sangue di quell’uomo ucciso vede chiudersi i propri giorni di persona libera. Confinato in dieci metri quadrati di spazio vitale per tre anni nella prigione de La Santé, mentre è tentato di pensare che solo una severa condanna potrebbe redimerlo da tutti i mali compiuti, tra il silenzio e la solitudine, si fa strada progressivamente una ricerca profonda del volto di Dio che traspare vivida nelle sue lettere raccolte durante la fase di postulazione della causa di beatificazione.

L’amore del Padre lo visita attraverso le letture spirituali, gli viene incontro nel cappellano del carcere e soprattutto gli si fa prossimo mediante il suo avvocato, un terziario carmelitano “certo al novantanove per cento che avrebbero condannato alla pena capitale” il suo assistito. Nonostante tale timore, “egli mette in gioco l’ipotesi di rendere Jacques felice”, esortandolo a pentirsi e ad accogliere il perdono del Padre misericordioso. In preda all’angoscia, a sera, il condannato grida in cella ripetutamente: “Dio mio! Dio mio!” e la grazia del Padre viene a consolarlo. La racconta con queste parole: “Una grande gioia si è impossessata di me e soprattutto una grande pace. Tutto è diventato chiaro in pochi istanti…Quindi è venuta la lotta, silenziosamente tragica, fra ciò che sono stato e ciò che sono diventato, perché la creatura nuova innestata in me implora una risposta alla quale resto libero di rifiutarmi”.

Eppure Jacques è già stato condannato alla pena capitale nel momento in cui ha ucciso un agente, secondo quanto scrivono i giornali, perché nella Francia della prima metà del ‘900 la vita di un poliziotto veniva considerata di maggior valore rispetto a quella di un comune passante, per cui di conseguenza la sua colpa era causa di maggiore riprovazione sociale. In forza del peso politico del Sindacato di Polizia francese, l’affaire Fesch diviene allora presto un caso di giustizia di rilevanza nazionale.

Se ciò è motivo di sofferenza per l’animo di Jacques è anche nel contempo fonte di feconda espiazione. In cella Jacques prega il Rosario, recita la liturgia delle ore, si comunica e legge le vite dei santi. Nell’ultima sua Pasqua invita un amico in carcere a gioire esclamando che “è la festa della nostra felicità”, mentre confessa all’avvocato carmelitano di aver ricevuto per due volte un messaggio da Gesù: “Tu ricevi le grazie della tua morte”. Di qui, dopo la condanna definitiva, dirà nell’ultimo abbraccio al suo fido avvocato: “Vi starò sempre accanto: se Dio me lo concede, vi assisterò di lassù”. Paul Baudet morirà il 6 aprile 1972, a 15 anni esatti dalla fine del processo.

La fede di Jacques radicata nell’amore del Padre fa capolino anche nella serena accettazione della pena di morte. Egli offre la sua testa al carnefice “come un fiorellino primaverile”, consapevole che “per essere ammessi a contemplare Cristo, bisogna purificarsi per mezzo della sofferenza e uccidere in noi tutto ciò che ci è proprio” e che “se l’anima gioisce, il corpo è morto e più nulla conta, a parte i baci che si mandano al cielo”. In tale spirito di umiltà sposa anche religiosamente sua moglie Pierrette e perdona i suoi carnefici. Prima di salire sul patibolo afferma: “Io non muoio, non faccio che cambiare vita e sono tanto felice che padre Thomas celebri la Messa ogni giorno per le mie intenzioni. Con la Santa Ostia ogni mattina sale al cielo Jacques Fesch!”. Il sigillo sulla sua morte in odore di santità lo metterà l’arcivescovo di Parigi che nel 1987 apre la causa di beatificazione.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Il segretario racconta il cardinale Biffi “privato”

Amabilità, schiettezza e semplicità, rapporti senza formalità, passione per la verità, zelo apostolico e soprattutto ironia e sano umorismo sono i tratti distintivi di Giacomo Biffi che emergono dal ‘ritratto familiare’ che ne fa Don Arturo Testi nel recente volume Giacomo Biffi. L’altro cardinale (ESD 2019, pp. 134). Nel suo racconto Don Arturo – primo segretario di Biffi a Bologna, quando quest’ultimo fu nominato vescovo sulla cattedra di San Petronio – ripercorre gli anni compresi tra il 1984 e il 1991. C’è ampio spazio per aneddoti e ricordi personali, ma soprattutto per lo spessore umano, teologico e pastorale del cardinale.

Dal suo carattere traspare una forma di umorismo che abbraccia ogni aspetto della vita, fino a indurlo ad ammettere con ironia che i tortellini bolognesi “sono ancora più buoni se mangiati nella prospettiva del Regno dei Cieli piuttosto che in quella di finire nel nulla”. Tuttavia l’unico vero umorista è Dio. Infatti “l’umorismo è arte rara – scrive il Cardinale –, e deve saper comporre in una sola attitudine dello spirito distacco e partecipazione, oggettivazione e coinvolgimento, trascendenza e immanenza; cosa che riesce bene solo a Dio”.

l suo senso dello humor emerge anche nelle battute di spirito quali: “Quando la visita pastorale in una parrocchia è finita e il vescovo è finalmente partito, il parroco ritrova la sua liberazione”; oppure: “Ricevo i poveri così non vengono a visitarmi per rubare”. E ancora, poiché amava leggere i gialli di Agata Christie, “quando li terminava, aveva anche un pensiero per il successivo lettore dello stesso libro: sul frontespizio, in maiuscolo, gli scriveva il nome del colpevole”. Biffi riusciva ad arginare con la sua ironia anche questioni ben più serie. Perciò così rispose a firme di illustri fiorentini che gli chiedevano di strappare dal muro della sua San Petronio la parte di affresco di Giovanni da Modena che raffigurava Maometto all’inferno, in nome della custodia del dialogo interreligioso: “Prendete tutti i codici che riproducono la Commedia ed espungete i versetti che riguardano Maometto. Poi passate agli incunaboli e quindi alle edizioni a stampa. Quando avrete terminato, non disturbatevi a scrivermi un’altra lettera. Più semplicemente telefonatemi. E allora io sicuramente farò la mia parte”.

Ubi fides, ibi libertas’, questo il motto del suo ministero episcopale. Una libertà, quella di Biffi, che scaturisce e si nutre della Parola di verità per fiorire nella pratica della carità di Cristo. In questa prospettiva si comprende meglio anche il senso profondo della ‘consulenza telefonica’ con Lucio Dalla sui poveri di Piazza Grande e la scelta di aprire per loro ogni sabato a mezzogiorno l’Arcivescovado, specialmente ai senza fissa dimora. Considerando suo maestro ideale il cardinal Charles Journet, Biffi richiamava spesso una sua espressione: “I confini della Chiesa passano dentro di noi”. La sua carità era orientata in particolare “ai preti ammalati, ai quali dedicava una visita prolungata e affettuosa”; mentre “nella Solennità dell’Epifania, dopo la celebrazione dell’Eucaristia, era solito visitare il reparto oncologico dei bimbi ricoverati all’Istituto Ortopedico Rizzoli, portando loro i regali della Befana”.

Salda era l’amicizia con don Giussani e don Lattanzio, che “erano i compagni abituali delle vacanze di don Giacomo”. Quest’ultimo racconta che nel 1969 erano tutti e tre al mare a Senigallia: “Ma mentre Giussani e Lattanzio erano in acqua a nuotare, io ero sotto l’ombrellone a scrivere. Mentre Giussani e Lattanzio erano davanti alla televisione per vedere l’allunaggio, io ero a tavolino a scrivere. Così durante il loro ozio io ho scritto Il quinto evangelo”, un testo che rivela una fede piena di benevolenza. In un’altra circostanza, mentre erano in vacanza a Caprera e stavano recandosi alla tomba di Garibaldi egli, conoscendo l’antipatia del Gius nei confronti di tale personaggio, con una battuta gli disse: “Una requiem aeternam non si nega a nessuno”. Ma Don Giussani manifestò ancora un accenno di contrarietà. Allora il Cardinale rimodulò la sua affermazione, invitandolo a pregare per tutti i defunti. Così finalmente riuscirono a pregare insieme.

Relativamente alla sua tenerezza, il suo segretario ricorda che “il suo sorriso insieme allo sguardo toglieva ogni timore, paura, stanchezza. Era sempre accompagnato dalla delicatezza nelle parole, anche quando mi indicava qualche mio sbaglio o qualche decisione che avevo preso con precipitazione e senza avere una chiara visione delle conseguenze”. Inoltre “era sempre puntualissimo nella Celebrazione eucaristica mattutina, nei pranzi e nelle cene, specialmente quando c’era il risotto alla milanese, nel leggere i quotidiani al mattino, prima della Messa, nel disbrigo della posta giornaliera”.

Don Arturo racconta ancora che Biffi “sedeva in auto sempre davanti e mai dietro. Qualcuno si sorprenderà, ma questo particolare mi ha provocato le sgridate delle guardie svizzere tutte le volte che il Cardinale doveva andare in udienza dal Papa: sia le guardie svizzere sia la gendarmeria pontificia volevano che lui si sedesse dietro, ma testardamente non ha mai accettato”.

C’è infine un’espressione, “Bologna, città sazia e disperata”, che gli viene solitamente attribuita, ma che in realtà egli non pronunciò mai. Fu coniata da un giornalista ed è divenuta poi icastica, poiché in effetti condensava in modo puntuale il suo pensiero.
Anche nella malattia egli seppe abbandonarsi alla volontà di Dio, nella certezza che stava per arrivare, per dirla con Sant’Ambrogio, il ‘Buon Padrone’.

Il Cardinale Biffi è stato dunque “un profeta – conclude don Arturo – nel senso che ha costruito la sua missione di teologo e di pastore sulla roccia, che è Cristo Signore. La persona di Gesù è stata sempre il punto di partenza e di arrivo di ogni sua missione”.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Nasi lunghi gambe corte, tra pulsioni e passi verso il Mistero

Oggi c’è un mostro che soffoca la vita. È l’ansia che, venendo costantemente iperalimentata, rende indisponibili all’attesa, segue la logica del ‘tutto e subito’ e ci fa perdere il gusto di aspettare. Lo sottolinea con fermezza padre Maurizio Botta – giovane sacerdote della Parrocchia di Santa Maria in Vallicella a Roma e brillante predicatore oratoriano nel solco del carisma di San Filippo Neri –, nel primo dei ‘Cinque passi al Mistero’ raccolti nel suo recente volume Nasi lunghi gambe corte (Edizioni Studio Domenicano 2019, pp. 159).

L’ansia è “uno stato della mente e del corpo che in determinate circostanze tutti gli esseri umani conoscono e sperimentano”. Egli sottolinea infatti che esiste un’ansia positiva, ‘adattiva’, “che ci consente di adattarci meglio all’ambiente e alla realtà che ci circonda, che aumenta il nostro stato di vigilanza e ci aiuta focalizzare un elemento degno di attenzione”, e un’ansia altrettanto benefica che si manifesta come ‘percezione di vulnerabilità’ relativamente a quanto abbiamo paura di perdere. Se contenuta entro certi limiti, l’ansia è dunque un fattore positivo legato alla capacità previsionale dell’uomo, al futuro. L’ansia negativa è invece disadattiva e consiste “nella sovrastima del pericolo e nella sottostima delle risorse personali per fronteggiarlo”. Una simile ansia è anche il “male spirituale di ogni tempo, che nasce dall’illusione di poter controllare la realtà, dal delirio d’onnipotenza sulle nostre capacità, dalla schiavitù logorante di voler affermare se stessi”. Contro l’ansia, stando all’appello di padre Maurizio, il rimedio è uno solo: rimanere nel presente, fidandosi del fatto che c’è un Padre che ci ama, “e offrire a Dio la sofferenza dei propri respiri dolorosi” che talvolta sembrano soffocarci, nella consapevolezza che è Cristo e non se stessi il metro di giudizio del proprio valore.

Nel ‘secondo passo’ dedicato alla pigrizia padre Botta rileva come tale vizio abbia in sé qualcosa di disgustoso e vergognoso. Lo attesta la stessa “irrefrenabilità con cui ci appelliamo alle giustificazioni” ogniqualvolta veniamo accusati di essere pigri. “La pigrizia è la ruggine della bellezza”, diceva Buddha. Lo si legge anche nella Scrittura allorquando “il fastidio nel vedere un pigro che esegue un compito affidatogli è paragonato al sapore di aceto o al fumo negli occhi (cf. Prov 26, 14)”. E ancora, nel libro del Siracide il pigro è addirittura assimilato a una palla di sterco (cf. Sir 22, 2). Oggi invece sin da piccoli si assiste a ‘un’istigazione alla pigrizia’, instillata da genitori troppo apprensivi, pronti a evitare ogni minima fatica ai propri figli, e favorita da insegnanti disponibili ad accettare anche una pessima calligrafia dai loro studenti, abituati a scrivere per abbreviazioni sui social. Per non parlare della pigrizia nella lettura e di quella ben più grave nel fare il bene. Infatti, per dirla con un proverbio significativo, “la pigrizia è la stupidità del corpo, la stupidità la pigrizia dello spirito”. Di qui se “rifiutiamo il sacrificio della pazienza, la sofferenza dell’attesa, non impareremo né insegneremo mai nulla”. Allo stesso modo “la madre perfetta fa la figlia inetta”, per dirla con un altro proverbio popolare, nella misura in cui fa tutto lei e non permette che la si aiuti. Così, frustrando ogni tentativo dei figli, li si impigrisce. Tale vizio può essere sia il frutto del perfezionismo altrui, sia l’esito della ‘cultura dell’aiutino’ che demonizza il sacrificio come del nichilismo contemporaneo. D’altra parte perché ci si dovrebbe sacrificare se nulla ha valore e significato? Ecco allora l’altra faccia della medaglia della pigrizia, ossia la tristezza, “quella tristezza diabolica che ingloba il senso ultimo della vita e il senso possibile di tutti gli atti umani, la tentazione di dire e di pensare che tutto è inutile”, per cui a nulla serve impegnarsi per qualcosa, né tanto meno perseguire con fatica il bene. Allora il canto, il vivere la vita come un pellegrinaggio, la carità operosa, la preghiera e la liturgia costituiscono alcune vie maestre per uscire dal nichilismo e scrollarsi di dosso la pigrizia, in quanto è solo riacquistando il senso e assaporando il gusto di una vita piena che si è spinti ad alzarsi dal divano.

Relativamente al ‘terzo passo’ dedicato al tema della scelta, il sacerdote oratoriano evidenzia come la nostra sia una ‘libertà da’, mentre quella vera, autentica, è la ‘libertà per’. Certo bisogna anche rassegnarsi al fatto che ogni scelta ‘libera per’ implichi una rinuncia. D’altra parte “se scegli qualcosa inevitabilmente ti privi di un’altra”. Occorre dunque liberarsi “dell’illusione luccicante delle mille possibilità aperte”. La regola fondamentale che deve animare ogni scelta umana dovrebbe quindi essere la gloria di Dio e la salvezza dell’anima propria e dei fratelli, come insegna Sant’Ignazio di Loyola, evitando di scambiare i mezzi (es. vocazione al matrimonio o alla vita consacrata) con i fini. In tale prospettiva i consigli sono di “non prendere mai una decisione importante quando si è nella tristezza” e di “non mettere mai in discussione una decisione presa nella luce, nella pace, nella gioia e nella bellezza”. È necessario altresì considerare che “non esiste scelta e libertà vera senza gli altri. È sempre un altro a dirti chi sei, ad aiutarti a capire negli snodi fondamentali della vita”.

Rispetto alla menzogna del ‘quarto passo’, padre Maurizio individua, tra le ragioni per cui si mente, la paura, il timore di essere rimproverati e la pigrizia per evitare la fatica di dover dare delle spiegazioni. Ma il rischio più grande lo corre chi mente a se stesso o vive nella menzogna. Allora il rimedio è lasciarsi attrarre da Cristo come da una calamita in modo tale che “tutto ciò che nella tua vita è menzogna, che non è verità incarnata, scivoli via”. Il demonio è infatti il padre della menzogna; “le sue bugie sono anche sistemi di pensiero, idee, immagini, programmi televisivi costruiti per alimentare lo sconforto e sedimentare le voci disperanti”. Ma persino “le menzogne vissute, le più dolorose, cadono in un rapporto vivo e vero con Cristo”.

L’ultimo passo è relativo all’ossessione del confronto e al bisogno di sentirsi migliori degli altri. “La superbia – afferma padre Botta – gode dell’inferiorità altrui”. Per il superbo non essere vincente o ‘la più bella del reame’ equivale a non essere nessuno. Eppure la diversità di amore con cui il Padre ama ciascuno non deve dar luogo a un confronto invidioso tra fratelli. L’amore di Dio non può esser misurato in termini di ‘più’ o di ‘meno’, come fu per Caino in relazione al gradimento da parte del Padre dell’offerta del fratello Abele. Di qui “il problema di Caino è proprio la non accettazione del modo in cui Dio ama lui e di conseguenza del modo con cui ama Abele”. L’antidoto al bisogno di sentirsi migliori degli altri si radica allora in tale amore del Creatore, diverso e unico per ogni sua creatura. E in effetti, per dirla con Lewis, “se vi è uguaglianza, è nel Suo amore, non in noi”, nella misura in cui “nell’amore immenso di Dio per ciascuno di noi – conclude il sacerdote oratoriano – le nostre differenze vengono non solo custodite, ma esaltate”, per cui “ciò che è uguale è la potenza dell’amore di Dio”.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

L’Eden del diavolo: miseria del Venezuela e come uscirne

“Bambini, adulti, anziani, disabili, intere comunità prostrati fisicamente e interiormente per la cronica assenza di cibo, medicine e ogni genere di prima necessità. Manca anzitutto la libertà, anche quella di fare una semplice fotografia”. Con queste parole Alessandro Monteduro, Presidente di Aiuto alla Chiesa che Soffre – Italia, racconta la ‘grande tribolazione’ che il Venezuela sta vivendo da almeno due decenni e che si è acuita fortemente negli ultimi anni.

A raccontare l’angoscia di un popolo vittima di un’iperinflazione incontenibile, brutalizzato da un regime repressivo e corrotto e dalla violenza di gruppi paramilitari che agiscono indisturbati, e nel contempo la speranza di ritrovare le radici morali e spirituali per riportare libertà, democrazia e pace in un Paese allo stremo, si eleva la voce di undici vescovi e due cardinali raccolta da Marinellys Tremamunno – vaticanista italo-venezuelana e collaboratrice de La Nuova Bussola Quotidiana –  nel suo libro Venezuela, l’Eden del Diavolo (pp. 136), appena pubblicato per Infinito Edizioni. Nelle parole dei vescovi della Conferenza Episcopale del Venezuela (CEV) traspare una grande fiducia del popolo nel ruolo di guida e di forza morale della Chiesa. Il popolo venezuelano le riconosce l’impegno quotidiano al suo servizio e perciò, con grande resilienza, trae da essa le energie spirituali per lottare ogni giorno per la libertà e la tutela della dignità e dei diritti di ogni uomo, laddove la cronaca riporta costantemente episodi relativi alla sua violazione.

“Noi venezuelani in nome di una rivoluzione e di un miraggio ci siamo lasciati conquistare dal male assoluto dell’odio ideologico e dalla cultura della morte, alimentata dalla presenza tra noi del narcotraffico e del terrorismo”, confessa con disincanto e profonda amarezza l’avvocato Asdrúbal Aguiar, già Ministro dell’Interno quando fu eletto Chávez nel 1998, mentre ripercorre nell’introduzione al volume tutte le tappe e gli ingredienti che hanno determinato l’infernale situazione attuale.

Per contrastare il ‘peccato strutturale’ in cui vessa il Paese, il cui esecutivo “è diventato un carnefice del popolo e un tiranno” che nega ogni possibilità di costruzione del bene comune, è necessario “un rinnovamento morale, senza il quale il risanamento istituzionale e la riconciliazione socioculturale” non sarebbero possibili, come rileva il cardinal Baltazar Enrique Porras Cardozo. Anche perché “con la criminalità non si possono fare trattative”, come gli fa eco mons. José Trinidad Fernández Angulo, vescovo ausiliare di Caracas e segretario della CEV.

Tuttavia, anche nelle tenebre più fitte, non mancano semi di luce e di bene. Al popolo, già prostrato dalla fame, dalla carenza di acqua, medicine e mezzi di trasporto pubblici, il regime di Maduro ha negato anche il diritto di conservare quel po’ di cibo così faticosamente procurato, lasciandolo per lunghi periodi senza corrente elettrica. Eppure “tale situazione ci ha resi consapevoli della necessità di dare, di incontrare l’altro, di misurarci con i bisogni degli altri – evidenzia Mons. José Manuel Barrios, vescovo di El Tigri – Ci sono persone che danno il loro tempo, altre che donano i loro soldi, altri semplicemente che accompagnano chi ne ha bisogno. È molto bello”. Occorre però continuare a “rafforzare la famiglia e seminare speranza nei giovani”, in un contesto in cui l’unica via dolorosa percorribile da giovani genitori e adulti sembrerebbe quella di lasciare i propri figli piccoli ai nonni e abbandonare il Paese nell’auspicio di farvi presto ritorno, come testimonia il grande esodo di milioni di venezuelani.

È opportuno invece resistere con tenacia, “coltivare i principi, i valori, perché la trasformazione senza valori non è possibile” – sottolinea Mons. Pablo Pérez, vescovo di Guasdalito – il quale con il progetto Saman è in prima linea nel prendersi cura dei bambini malnutriti. Allo stesso modo Mons. Léon, vescovo dell’Arcidiocesi di Coro, ha trasformato la sua curia in una farmacia dove vengono distribuite medicine gratuitamente, mentre in Paraguanà un vescovo ha trasformato il suo palazzo in un ristorante in grado di offrire 400 pasti gratuiti al giorno.

Sono questi alcuni segni fecondi di una Chiesa che si fa prossimo del suo popolo, che si china sui più poveri e bisognosi, ma al tempo stesso non tace dinanzi all’ingiustizia e, con il Cardinal Urosa Savino, arcivescovo emerito di Caracas, ha il coraggio di denunciare pubblicamente la politica di un “governo che vuole apparire come il redentore dei poveri ed è il loro carnefice”.

A un popolo sequestrato da un regime che ha legami anche con hezbollah e gruppi criminali di origine colombiana; che mette in carcere e tortura con metodi cubani ogni oppositore politico; che impedisce ogni comunicazione sui media che non sia filogovernativa, l’avvento di libere elezioni democratiche sembra sempre più lontano e rischia di diventare, in una logica prettamente umana, soltanto un’utopia. “Maduro è oggi alla testa di una vasta rete che unisce aziende, strutture regionali e individui con legami storici in una varietà di operazioni criminali che vanno dalla corruzione al riciclaggio di denaro sporto per traffico di droga e contrabbando di ora”, evidenzia in proposito l’autrice.

Per questo motivo, poiché “sarebbe ingenuo pensare che sia possibile sconfiggere il crimine attraverso la diplomazia”, è decisamente più opportuno provvedere a “risanare le ferite per una ricostruzione morale del Venezuela”. Come? Vincendo in ogni contesto e a ogni livello, personale e sociale, il male con il bene, senza cedere alla corruzione, allo scoraggiamento e alla disperazione. Infatti, solo camminando nella giustizia, nella verità e nella carità fraterna insieme ai propri pastori, definiti dal regime ‘diavoli con la tonaca’, il gregge del popolo venezuelano potrà uscirne vincitore e finalmente davvero libero.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana