Le meditazioni spirituali del beato de Foucauld

«Bisogna cercare di lasciarsi impregnare dallo spirito di Gesù, leggendo e rileggendo, meditando e rimeditando continuamente le sue parole e i suoi esempi: passino nelle nostre anime come la goccia d’acqua che cade e ricade su una pietra, sempre nello stesso punto». È stato questa pietra il beato Charles de Foucauld, presenza silenziosa e invisibile dell’amore a Dio e ai fratelli. Le sue meditazioni ‘infuocate’ sul Vangelo e la preghiera del Padre Nostro, maturate ai piedi di Gesù Eucarestia e alla luce della Parola nel silenzio notturno dell’adorazione, sono ora raccolte nel volume Come un viaggiatore nella notte (2021, pp.192) grazie all’editore Monasterium.

«Una vita, la sua, apparentemente inutile, fallimentare, eppure quei due occhi abitati dalla Vittoria di Cristo, da una mansuetudine celeste che riposa nella carne di una creatura umana», per dirla con le parole della prefazione al testo di padre Maurizio Botta. Sono insomma pagine – la maggior parte delle quali scritte a Nazareth tra il 1887 e il 1889 – «di chi brucia dal desiderio di entrare nell’intimità di Gesù».

«La conformazione è la misura dell’amore», scrive de Foucauld in calce a una meditazione in cui riflette in preghiera sul mistero della carità di Cristo: «Sacro Cuore di Gesù, grazie di aver abbracciato per noi, fin dalla culla, dalla nascita, le croci, le fughe, la fatica, un lungo viaggio, la persecuzione, l’esilio, il freddo, la fame e sete, i pericoli, la privazione, l’abbandono, tutte le sofferenze dei tuoi santi genitori che il tuo tenero Cuore patisce per loro, divide con loro e a loro impone per noi. Grazie perché tu trasformi così, per il futuro, queste spine in rose, per i cuori che ti amano».

Relativamente alle preghiere che sembrano restare inascoltate, il religioso francese afferma che ciò accade perché «la nostra domanda non era abbastanza illuminata ed Egli ci ha concesso invece qualcosa di meglio». Recuperando il legame tra preghiera e azione, de Foucauld sottolinea che «non dobbiamo agire senza pregare (giammai) ma neppure pregare senza agire quando abbiamo il modo di agire; ma agire pregando, se abbiamo i mezzi per agire; accontentarci di pregare, se non abbiamo alcun mezzo». D’altra parte, il Signore vede e provvede, dandone ai suoi amici anche nel sonno, come recita il salmo 127. Di qui, riguardo ai sogni di san Giuseppe, sono rilevati come la strada privilegiata dal Padre per manifestarsi ai suoi figli soprattutto nei momenti di sofferenza, dubbio, paura e buio interiore e, confidenzialmente, come «la tua maniera di condurre le anime».

All’invito amoroso del Padre occorre però rispondere col dono di sé, nella consapevolezza che «abbiamo ricevuto tutto gratuitamente: i doni soprannaturali, le grazie, i doni naturali dell’anima e del corpo, i beni materiali, tutto abbiamo ricevuto gratuitamente da Dio: diamo tutto senza misurare, mettiamo a servizio degli altri pienamente, interamente, sia i doni soprannaturali che Dio ci ha fatto, sia le forze della nostra anima e del nostro corpo, sia i beni materiali che abbiamo a nostra disposizione…e senza altri limiti che l’obbedienza…perché un padre che ama così teneramente tutti i suoi figli vuole che tra loro essi agiscano così, donandosi pienamente gli uni agli altri». Di conseguenza, «accogliere il prossimo è accogliere un membro di Gesù, una porzione del corpo di Gesù, una parte di Gesù».

Per ricambiare l’amore del Padre, dal momento che «Gesù ha legato la salvezza a ciò che tutti, tutti assolutamente, tutti possono dargli, a ciò che ogni essere umano, chiunque sia, può dargli, mettendoci un po’ di buona volontà: un po’ di buona volontà, è tutto quello che serve per guadagnare questo cielo che Gesù vincola qui all’umiltà, al farsi piccoli». In ciò risiede «il modo per sapere se cresci, se stai progredendo nell’amore di Dio e in tutte le virtù; nel vedere se cresci nell’amore del prossimo e nell’umiltà. Se cresci in queste due cose, è certo che cresci in ogni perfezione».

Il beato, che sarà proclamato santo il prossimo 15 maggio, ricorda che «se ci si svuota di sé, è per essere riempiti di Dio; se ci si dimentica di sé, è per non pensare ad altro che a Dio; se non si cerca più il proprio bene, è per cercare in ogni istante il bene di Dio: quindi rinnegare se stessi significa dimenticare completamente il proprio io».

Relativamente alla dimensione salvifica della sofferenza vissuta in Cristo, de Foucauld sottolinea che «non dobbiamo mai imporci una croce da noi stessi, ma accettare sempre quella che Dio vuole da noi, prendere la nostra croce non vuol dire altro che obbedirgli». In un’altra, poiché il diavolo è sempre all’opera, mette invece in guardia il fedele da un rischio diffuso: «Più soffriamo, più siamo tentati e più fatichiamo a pregare; la tattica del demonio è quella di avvilupparci come dentro una nube, di annegarci in qualche modo nella nostra sofferenza o nella nostra tentazione, e d’impedirci di elevare la voce e gli occhi al cielo…Squarciamo questa rete, questa nube, non cadiamo in questo tranello, poiché lo conosciamo, e quanto più soffriamo, quanto più siamo tentati, tanto più ardentemente, tanto più di tutto cuore gettiamoci in Dio, chiamiamolo in aiuto con fede e amore!».

Negli scritti spirituali del beato Charles de Foucaud la meditazione e contemplazione del mistero d’Amore si effonde sempre in una preghiera accorata come la seguente: «Mio Dio, dammi la grazia di amarti così, di amarti più che posso, tu che hai acquistato la mia anima e il mio amore a così caro prezzo! Tu hai dato la tua vita per me, o mio Sposo! Concedimi la grazia di donare anch’io la mia per Te, ti supplico con tutte le mie forze, non avendo altro che un solo desiderio, una sola domanda: glorificarti quanto più mi è possibile, o mio Diletto».

 Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

A Dio don Franco Fedullo, testimone di verità e carità

Cavaliere di Cristo, paladino della vita dei piccoli minacciati nel grembo materno, padre attento e premuroso per ciascuno dei ‘figli’ affidati alle sue cure. Per tutti, semplicemente, don Franco. È questo don Franco Fedullo, parroco della “Parrocchia di S. Domenico” in Salerno dal 1999, che il Padre ha stretto sul suo cuore e chiamato a sé il 30 gennaio, domenica, la “Pasqua della settimana”, non senza averlo reso prima participe del calice del suo Figlio.

Un intero popolo da sud a nord – non solo dunque i fedeli della comunità di San Domenico che è la sua famiglia sin dagli albori della sua ordinazione sacerdotale nel 1983 – si è stretto intorno al suo pastore sofferente, soprattutto quando le condizioni di salute hanno reso necessario il ricovero ospedaliero, elevando al Padre una preghiera continua, in ogni ora del giorno e della notte, per supportarlo costantemente lungo la via dolorosa.

Agli occhi del mondo e per tanta cronaca locale è soltanto l’ennesima vittoria del Covid che continua a mietere le sue vittime; per lo sguardo della fede è invece il trionfo dell’amore che prega, ama e spera, soffre e offre, crea comunione e unità, si affida alla materna intercessione della Beata Vergine di Pompei perché sempre in Dio confida. Così gli occhi della fede possono cogliere (e non è una magra consolazione!) che, mentre la seconda lettura proclama il manifesto paolino della carità, il servo buono e fedele don Franco – che l’ha incarnata durante la sua vita terrena – è chiamato dal Padre a partecipare alle nozze dell’Agnello.

Don Franco è stato «un grande testimone del tempo in cui le sue battaglie erano quelle di un’epoca della Chiesa. Ora che la Chiesa sta vivendo forse un’altra fase, il Signore lo sceglie come strumento prezioso di intercessione per noi nell’aldilà», per dirla con le parole di padre Francesco de Feo, egumeno dell’Abbazia di San Nilo in Grottaferrata. Un uomo profondamente radicato in Cristo, con una fede solida e la freschezza del ‘convertito’, un testimone sempre in prima linea della verità nella carità e della carità nella verità, mai dell’una senza l’altra. Ne è una scia la sua premura costante alla formazione continua di giovani e adulti, nell’anelito di ridestare un popolo per la vita, consapevole della propria missione nella Chiesa e della posta in gioco da difendere, ossia la dignità di ogni essere umano come figlio di Dio sin dal grembo materno, contro l’imperante cultura della morte.

È tra i fondatori del Centro per la Vita “Il Pellicano”, che dal 1983 a oggi ha contribuito a strappare all’aborto 1153 bambini, tutelando la vita nascente e aiutando madri e padri a riscoprire la bellezza di tale dono. Di qui, dinanzi alle situazioni più problematiche, non solo ha saputo sapientemente invitare i genitori ad agire secondo un principio molto semplice, ossia “Fai a un bambino in grembo quello che faresti a un bambino in culla”, ma anche a supportarli concretamente attraverso le strade di una carità multiforme per affrontare insieme i problemi, senza cancellare la vita del loro figlio.

Un padre spirituale sempre disponibile a dare una mano o un buon consiglio, a infondere speranza e determinazione, che si è fatto docilmente tutto a tutti, «che incarna ciò che predica, che cammina con le scarpe rotte, che non riesce ad avere soldi in tasca, che non ha orari se hai bisogno di lui anche solo di parlare… a cui 24 ore, 7 giorni e 12 mesi non bastano perché ogni secondo è buono per aiutare qualcuno, dalla vita nascente a quella che si spegne», per riprendere le parole di Maria Rosaria.

La sua carità operosa, umile, silenziosa e lontana dai riflettori anche quando è nominato direttore della Caritas, riaffiora nei ricordi dei giovani di San Domenico, come racconta Mariano: «Me la ricordo come se fosse adesso, quella sera di oltre 25 anni fa, ottobre 1996, quando verso le 10 di sera mi fermasti davanti la chiesa e mi dicesti: “Ciao, accompagnami a fare una opera bella!” e ti facesti accompagnare a portare una coperta a un barbone che dormiva per strada a via Velia».

Innamorato di Maria e di Gesù Eucarestia, appassionato cultore delle vite dei santi e della memoria storica di Salerno, si è sempre preoccupato sul piano pastorale in particolare della preghiera e della comunione quotidiana dei più giovani, tenendo la chiesa aperta fino a tarda sera. Santo sacerdote, ha incarnato quotidianamente la pagina del Vangelo di Giovanni dell’Ultima Cena che commentava con semplicità e profondità, ricordando che «niente è piccolo di ciò che è fatto per amore». Lo rileva acutamente ancora Paolo sui social: «Come un pellicano hai consumato te stesso per gli altri, con quelle carezze del cuore che erano consolazione dell’anima». Infatti don Franco si è continuato a spendere per amore di Dio e del prossimo anche quando i dolori fisici e articolari si facevano più acuti e intensi da rendere difficoltoso persino l’indossare il proprio giaccone.

Insomma, per dirla con le parole autorevoli del medico e professor Pino Noia: «Don Franco è sempre vissuto in Dio. Adesso partecipa della Sua gioia infinita e aiuterà di più noi poveri mortali a vivere secondo la volontà del Signore. A voi il lascito di continuare l’opera del Pellicano perché continui a vivere  tutta la sua vita nel dare vita spirituale, fisica, culturale, etica, umana e cristiana. A voi l’eredità di combattere come prima e più di prima affinché il wonderful gift (il dono della meraviglia della vita, come mi disse madre Teresa nel nostro incontro al Gemelli) sia difeso, custodito, protetto e diffuso sempre e comunque, perché Tu Signore sei Via, Verità e Vita. Lo abbiamo accompagnato con la preghiera e continueremo a farlo come intercessore presso Dio, per voi e per tutti noi».

Don Franco è una «finestra sul Mistero», come egli stesso amava definire gli autentici testimoni di Cristo, un segno tangibile dell’amore di Dio per me, una presenza paterna e amica della Presenza che mi è accanto sempre, un canale privilegiato attraverso il quale la grazia divina mi raggiunge, dal battesimo al matrimonio e nella ferialità dell’ordinario, e ancor di più ora che vive nel seno del Padre nella comunione dei santi.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Gridiamo il Vangelo, la vita di fede spiegata da Comastri

«Quando predichi, ricordati che la tua vita parla più forte delle tue parole. Se la tua vita smentisce le tue parole, la gente guarderà la tua vita e non ascolterà le tue parole. E porta sempre un esempio concreto: l’idea facilmente si dimentica, mentre l’esempio resta impresso nella memoria. E poi: prega e preparati bene! Se ti prepari, dici cose sensate…e sei breve!». Fa tesoro di quanto gli disse un giorno confidenzialmente Santa Madre Teresa di Calcutta il cardinale Angelo Comastri nel suo recente volume Gridiamo il Vangelo (Palumbi 2021, pp. 480), che raccoglie i testi di tutte le omelie sui Vangeli festivi dell’anno liturgico C in corso, il quale riprende principalmente il Vangelo secondo Luca.

Si tratta di testi ancorati alla Parola di Dio e legati alla pastorale, che nascono dal cuore e dalla sapienza teologica di un cardinale molto amato dai fedeli e ammirato per la sua capacità oratoria, capace di parlare ai colti come ai semplici. Le sue omelie si rivelano infatti come un prezioso strumento particolarmente utile tanto per i sacerdoti per la preparazione delle omelie festive, quanto per i laici che desiderino approfondire e meditare la Parola che salva.

 «Gesù ha scelto come collaboratori gli uomini meno idonei al successo. Ha scelto un pugno di pescatori, gente che non contava socialmente e li ha invitati per le strade del mondo per un’avventura che, umanamente parlando, era destinata a sicuro fallimento. Invece, questi uomini hanno scosso le fondamenta dell’impero romano, hanno affrontato persecuzioni, e hanno versato il sangue senza paura…e hanno vinto i loro persecutori. Tutto questo è stato possibile soltanto perché Gesù è Dio», scrive Comastri relativamente al cuore della proposta cristiana.

Egli avverte del rischio da parte dell’uomo «di fare di Dio una pericolosa

Gridiamo al Vangelo. Omelie sui Vangeli festivi. Anno C

caricatura», mentre ricorda che «Dio non è soltanto l’infinitamente grande, ma è anche l’infinitamente felice e l’infinitamente buono e gioisce nel condividere con qualcuno la Sua gioia». Di qui egli richiama, nell’omelia del Battesimo di Gesù, il valore dell’esempio nella trasmissione della fede: «La famiglia e soltanto la famiglia può ridare vita e ossigeno al Battesimo dei bambini. Oggi le nostre famiglie offrono un clima di esempi, in cui i figli possono percepire la bellezza della vita battesimale? Nei genitori si vede una via da seguire o si vede soltanto un cristianesimo esteriore contraddetto dalla vita di ogni giorno?». Così se da un lato ricorda in proposito che il battesimo è «il dono della vita di Dio messo dentro la nostra libertà perché lo accolga o lo lasci crescere»; dall’altro cita quanto constatato con amarezza dal cardinal Suenens: «Mi tormenta che noi abbiamo tanti battezzati, ma pochi cristiani».

 Nell’omiletica del cardinal Comastri si ritrovano suggerimenti e provocazioni per scuotere il torpore dei fedeli, e soprattutto, tanti fatti concreti e aneddoti innestati in un cristianesimo che si fa carne ogni giorno nelle membra della Chiesa.

Sul vangelo che apre il tempo di quaresima, Comastri cita il biblista Rinaldo Fabris: «Il racconto delle tentazioni è un Vangelo in miniatura, nel quale sono drammatizzate le scelte fondamentali di Gesù». Rispetto alla parabola del Padre misericordioso, in relazione alla reazione del secondo figlio nei confronti del fratello ritornato sui propri passi, sottolinea: «Questo figlio rappresenta i falsi buoni, i falsi amici di Dio, i falsi adoratori di Dio; coloro che non si convertono ai sentimenti di Dio». Allo stesso modo ricorda che «Dio è felice di perdonare quando trova un cuore pentito».

Parole poetiche e vere quelle pronunciate dal cardinal Comastri in calce all’omelia della Domenica delle Palme che apre la Settimana Santa, «storia di un amore sanguinante» mediante la quale «Cristo ci risponde con la sua passione e ci rivela chi siamo noi e chi è Dio». Riguardo al mistero pasquale della nostra salvezza il cardinale toscano proclama con forza: «La Pasqua non è dietro a noi, ma davanti a noi. Cristo Risorto: in Lui abbiamo riconosciuto la risposta di Dio alle ferite di angoscia, di nostalgia, di paura, di debolezza, che sono nel cuore di ogni uomo». Di qui l’invito a «gettare semi di risurrezione dove viviamo, seminando la bontà intorno a noi e in mezzo a noi, anticipando il trionfo finale della bontà con piccoli gesti di bontà, di perdono, di generosità senza meschini calcoli umani. Cominciando dalla nostra famiglia e dal nostro ambiente quotidiano di vita».

E ciò per contrastare «il primato del benessere senza anima, il primato degli omicidi, il primato dei suicidi, il primato della droga, il primato degli aborti, il primato dei divorzi, il primato della frivolezza» che ci rende «i primi in graduatoria nella tabella dell’egoismo»; per combattere solitudine, tristezza e nevrosi che testimoniano proprio che «non ci manca qualcosa, ma Qualcuno», in quanto solo «se si vive donando se stessi, la vita acquista un sapore nuovo».

 Alla luce di tali considerazioni e nella prospettiva del dono della propria vita, è necessario riscoprire tanto la bellezza del disegno divino sulla famiglia, nella consapevolezza che «paternità e maternità sono due modi che Dio ha scelto per presentarsi al mondo», quanto «gettare ogni giorno un seme di bontà per preparare la primavera del mondo». Per far questo non basta la buona volontà, occorre anche e soprattutto lasciar operare la grazia di Dio in noi. Lo sapeva bene anche Chesterton, il quale afferma con l’ironia che lo contraddistingue: «Essere buoni è un’avventura ben più grande e ben più ardita che fare il giro del mondo con una barca a vela».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Le radici della modernità, così l’Europa è divenuta atea

Come si è passati dalla Cristianità alla modernità; dalla Christianitas medievale all’Europa contemporanea laicista? Questa domanda è al centro de Le radici della modernità (2021, pp. 184), una raccolta di saggi del filosofo giusnaturalista spagnolo Francisco Elías de Tejada tradotta in italiano per Solfanelli e con una preziosa introduzione del professor Giovanni Turco.

Tale passaggio è contraddistinto da tre tappe peculiari, differenti sì sul piano storico, ma sostanzialmente affini su quello ideologico. L’avvento del Protestantesimo, l’imporsi del Giacobinismo e della Rivoluzione francese, la nascita del Marxismo segnano infatti tre svolte epocali e, nello stesso tempo, sono però anche il frutto di un unico processo rivoluzionario che ha comportato il passaggio traumatico dalla Cristianità alla modernità, in forza del quale «la democrazia equalizzatrice ha sostituito l’ordinamento gerarchico dei valori».

Procedendo su questa scia, secondo le parole profetiche del filosofo giusnaturalista, «l’Europa verso cui stiamo andando è marxista, perché ciò che conta è l’economia, essendo indifferente la fede in Dio o la giustizia tra gli uomini; ecco perché inizia con il Mercato Comune, con il mercato dei cambi e degli scambi. È atea, perché i popoli che la formano, pur essendo tutti cristiani, hanno deliberatamente eliminato Cristo dalla vita sociale, dal momento in cui hanno anteposto la professione di fede nella libertà dell’uomo alla professione di fede negli insegnamenti del Redentore, ponendo il divino sotto l’umano, la Verità di Cristo sotto la libertà degli uomini, il teocentrismo sotto l’antropocentrismo, le certezze del Vangelo sotto le opinioni degli individui».

Al contrario la Cristianità è una fede militante «che smuove perché commuove; nacque dalla passione posta al servizio di Dio». Perciò «la civiltà della tradizione cristiana – come scrive Turco rileggendo de Tejada – ha il senso vivo della libertà, nella concretezza di consuetudini e di diritti, nella connessione delle finalità, onde il bene è misura e contenuto della libertà. La Cristianità reca in sé la tensione verso l’unione sulla base di fattori essenziali: religiosi, intellettuali, morali. Essa è unitiva senza essere unitaria, universalistica piuttosto che mondialistica». È il riflesso della civitas Dei di agostiniana memoria e si estende da Carlo Magno a Carlo V, abbracciando anche figure di sovrani ispanici tra i quali in particolare Filippo II e Carlo II. Tuttavia, sul piano storico, l’offuscamento del prestigio del papato e dell’autorità imperiale, le lotte intestine tra i due poteri e la caduta del papato nelle mani dei re di Francia hanno lentamente eroso la Cristianità, mentre soggettivismo e antropocentrismo l’hanno traghettata progressivamente, attraverso un costante processo di secolarizzazione, verso la sua negazione, ossia l’Europa moderna nata «dal capitalismo liberale destinato a creare ricchezza e dall’egualitarismo socialista finalizzato a distribuirla secondo i canoni di quell’idea di ‘giustizia sociale’ tanto stupida fin dal superfluo aggettivo, come se esistesse una giustizia che non fosse sociale per propria stessa essenza!». Un’Europa che ha come ‘padri’ Lutero in ambito religioso, Hobbes in ambito giuridico, Bodin in ambito politico, Machiavelli in ambito etico, il quale fa coincidere la virtù con la scaltrezza necessaria a conservare il potere. E in effetti con la visione protestantica si passa sostanzialmente dal primato di Dio a quello dell’uomo.

Secondo l’analisi tejadiana, le radici del giacobinismo sono rinvenibili nella teorizzazione della volontà generale di Rousseau da intendersi non quale volontà di tutti bensì come volontà del tutto, cioè di uno Stato che si identifica con la ‘minoranza illuminata’ di un popolo, la quale si arroga il diritto di rappresentare anche la maggioranza, incapace di esprimere ciò che sia conveniente per se stessa. Insomma gli unici virtuosi che possono comandare sono soltanto i giacobini. In tale prospettiva il filosofo ginevrino si rivela come «il profeta democratico che annuncia l’avvento del messia Robespierre». E in effetti «i giacobini non governano né per la Francia, né per il popolo francese. Hanno diritto a tutto; i non giacobini non hanno altro diritto che quello di morire sulla ghigliottina. I giacobini saccheggiano proprietà, rubano nei templi, impongono tasse ai nemici, sequestrano la ricchezza pubblica e privata. L’impunità ufficiale per i dittatori giacobini equivale al terrore per i loro nemici. Così si uccide la libertà in nome della libertà e la tirannia dei pochi schiaccia la volontà dei più».

Elías de Tejada ritiene si sviluppi in questo modo ogni teoria egualitaria e individua un legame tra giacobinismo e marxismo sulla base di tre aspetti: «primo, la comune discendenza rousseauiana che sfocia in un sistema politico totalitario; secondo, l’identificazione quasi religiosa di una minoranza di illuminati con la classe o con il popolo, disposti a imporre le proprie idee con disprezzo della maggioranza, e terzo, la creazione di un ordine tirannico, mantenuto dalla violenza dell’oppressione forzata».

Da queste tendenza non è immune neanche l’ipertrofia dell’io tipica del razionalismo e del liberalismo moderno. La deriva totalitaria, per il giusfilosofo spagnolo, emerge nella misura in cui l’individuo è lasciato solo di fronte al potere che gli propina modelli valoriali cui uniformarsi. Egli intuisce che anche la cibernetica sia di fatto un’altra forma di «teoria totalitaria dello Stato» con il dominio dell’informatica per il controllo sociale. Se ogni rivoluzione è la «secolarizzazione della felicità e la sostituzione della rivelazione divina con un mito creato dalla ragione umana», allora c’è un giacobinismo, «religione dell’uomo che si è fatto dio», incarnato ieri come oggi «da marionette e burattinai delle logge, banchieri liberali, vescovi non credenti, marchesi comunisti, uomini d’affari che finanziano giornali socialisti, democrati della falsità».

 L’alternativa giuridica, morale e politica a ogni deriva totalitaria è allora rappresentata, per dirla con il professor Turco nel suo commento alla riflessione tejadiana, da una valorizzazione dell’ontologia e della teleologia classica improntata all’indagine speculativa di San Tommaso d’Aquino. Essa, presupposta «la naturale razionalità e politicità del soggetto umano ed il bene comune come fine obbiettivo della comunità politica, riconosce il primato della giustizia – quindi del diritto naturale classicamente inteso – come fondamento del diritto positivo che richiede la prudenza politica come criterio prossimo dell’esercizio dell’autorità».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

La vita di Cristo secondo san Tommaso

Uno sguardo contemplativo ai misteri della vita di Cristo. È questa la prospettiva adottata da San Tommaso d’Aquino nella sua Summa Theologiae; egli non mette in discussione quanto affermato e compiuto dal Figlio, lo dà in qualche modo per scontato, mentre si interroga sempre con una ragione illuminata dalla fede sulla convenienza di tali accadimenti nella prospettiva del disegno salvifico del Padre.

 Questo sguardo viene ora ulteriormente illuminato dal recente saggio La vita di Cristo secondo San Tommaso d’Aquino (Fede e Cultura 2021, pp. 144) di Mauro Gagliardi, presbitero dell’Arcidiocesi di Salerno, ordinario di teologia all’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum e professore invitato Ateneo Pontificio San Tommaso d’Aquino (Angelicum) di Roma. Si tratta del secondo volume di «un piccolo trittico dedicato rispettivamente alla Persona di Gesù Cristo (cristologia), alla sua vita terrena (misteri cristologici) e alla salvezza da Lui donata (soteriologia), secondo la dottrina di san Tommaso d’Aquino».

Nella Terza Parte della Summa Theologiae, infatti, l’Aquinate si occupa dei misteri cristologici, ripercorrendo gli eventi più importanti dell’esistenza terrena di Gesù. Con un linguaggio divulgativo e chiaro, accessibile anche ai non esperti del linguaggio filosofico e teologico dell’Angelico Dottore, Mauro Gagliardi presenta le questioni dalla 27 alla 45 della stessa sezione, incentrate proprio sugli acta Christi, ossia sui grandi eventi che vanno dal concepimento sino alla trasfigurazione del Signore, in continuità dunque con il volume precedente La persona di Cristo secondo san Tommaso d’Aquino che ne riprendeva le questioni 1-26 e in attesa di quello conclusivo sul mistero pasquale e il compimento dell’opera della nostra redenzione di prossima pubblicazione.

 Sebbene nella Summa si ritrovino alcune concezioni scientifiche oggi superate, tra le quali «nozioni biologiche quanto all’origine di Cristo da Maria, e cosmologiche riguardo ai miracoli; in nessun caso, però, il condizionamento è tale da invalidare la riflessione teologica». Inoltre, per quanto la trattazione tommasiana privilegi «l’ottica esemplare e redentiva per noi uomini, l’idea di una qualche efficacia per Cristo stesso non è esclusa», ossia la prospettiva del ‘Cristo per noi’ è integrata costantemente con quella del ‘Cristo per se stesso’, dal momento che «l’umanità di Cristo crebbe fino al perfezionamento nella gloria», come la stessa Trasfigurazione attesta.

Relativamente a Maria, intendendo la «santificazione come purificazione dal peccato originale», la quale è «opera di grazia e la grazia è data alla creatura razionale», Tommaso sostiene erroneamente che «la Beata Vergine contrasse il peccato originale, ma ne fu mondata prima di uscire dal seno materno». Su questo punto, però, si può evidenziare a sua ‘discolpa’ come fa l’autore, che l’Aquinate non poteva esser stato istruito dal Magistero solenne dal dogma dell’Immacolata Concezione, per il quale «in Lei la salvezza del Figlio ha agito in modo preventivo, non purificando il peccato contratto, bensì impedendo che Maria ne fosse macchiata». Nonostante tale errore teologico, Tommaso riconosce però altresì che «Maria fu predestinata a essere vicinissima all’Autore della grazia, accogliendo in sé Colui che era pieno di grazia. Per questo anche di Lei si dice che è piena di grazia».

Riguardo alla santificazione di Cristo, Tommaso specifica invece che «fu santificato al concepimento, ossia divenne perfettamente santo in quel momento, non perché prima Egli fosse peccatore, ma semplicemente perché, in quanto uomo, non esisteva prima di essere concepito. Mancava, in altre parole, quella natura umana individuale che potesse ricevere la santificazione». E sulla natura umana e divina del Verbo incarnato, l’Aquinate sottolinea che «dato che in Cristo vi sono due nature – una ricevuta eternamente dal Padre, l’altra ricevuta nel tempo dalla Madre – è necessario attribuire a Cristo anche una nascita nel tempo, oltre alla nascita ab aeterno. Quando diciamo che il Verbo nasce nel tempo, con ciò non intendiamo dire che Egli prima non esistesse in alcun modo, dato che già esisteva, da sempre, per l’eterna nascita dal Padre». Dunque, rispetto alla nascita di Gesù a Betlemme, il Dottore Angelico precisa che «se Cristo si fosse manifestato da sé, avrebbe indicato la potenza della sua divinità, ma pregiudicato la fede nella propria umanità. Per questo preferì non far conoscere direttamente la sua nascita, bensì per mezzo di creature: ai pastori mediante angeli e ai magi per mezzo di una stella».

Tommaso ricorda in proposito che i Magi e Simeone e Anna sono rispettivamente anche figure dei pagani e degli ebrei, e dunque dell’universalismo della salvezza. Soffermandosi sul significato del battesimo di Cristo l’Aquinate cita invece Sant’Ambrogio, il quale scrive che «la giustizia è questa: che tu faccia per primo ciò che pretendi facciano gli altri, stimolandoli con il tuo esempio».

Relativamente alle tentazioni nel deserto che precedono l’inizio della vita pubblica di Gesù, il Dottore Angelico sottolinea l’importanza del digiuno quale strumento che allude all’esigenza per tutti «di premunirsi contro le tentazioni», poiché «il diavolo attacca tutti quelli che fanno il bene». L’Aquinate rileva ancora che il Signore ha resistito «non con la forza del proprio potere divino, ma con testi di legge» e ciò, per dirla con San Leone Magno, «per onorare maggiormente l’uomo e punire maggiormente l’avversario, in quanto il nemico del genere umano veniva vinto da Cristo non come Dio, ma come uomo». Solo con la terza tentazione Gesù scaccia il diavolo, poiché attenta all’onore del Padre, «affinché imparassimo dal suo esempio a sopportare con animo forte le ingiurie rivolte a noi, ma a non tollerare quelle contro Dio».

I motivi per cui il Signore opera miracoli durante la sua predicazione vengono così approfonditi da Tommaso: «Il primo e principale è perché in questo modo Dio conferma la dottrina di fede insegnata da quell’uomo. Infatti le verità di fede superano le capacità della ragione e quindi non possono essere da questa dimostrate, potendo essere provate solo in base alla potenza di Dio. Così, se un uomo compie opere miracolose, che solo Dio può fare, si potrà credere anche all’origine divina della sua dottrina. In secondo luogo, mediante i miracoli Dio mostra la santità di un uomo, ossia il fatto che Egli abita in lui mediante la grazia».

Infine, relativamente alla Trasfigurazione, Tommaso evidenzia che «lo splendore visto sul Tabor è per natura lo stesso che i corpi hanno in cielo, ma la maniera in cui questa claritas è posseduta dai corpi in cielo è diversa da come la possedette il corpo di Cristo alla trasfigurazione». D’altra parte, conclude l’Angelico Dottore, «scopo della trasfigurazione fu mostrare agli uomini la gloria di Cristo e stimolarli a desiderarla».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Il vero presepe, i significati dietro ogni statuina

«La grotta, la caverna, ‘porte’ d’accesso nel cuore della terra, da sempre sono simbolo dell’utero materno, in un rinvio significativo tra la fecondità della terra e la fecondità umana. La grotta, nel presepe, indica la più grande fecondità che la nostra terra abbia mai avuto: Gesù Cristo». Prende le mosse dall’importanza di custodire tale ambientazione Il vero presepe (Il Timone 2021, pp. 132) di Luisella Scrosati e con le illustrazioni di Marina Lonati Colombo. Nel volume viene esplicitata la ragione storica, spirituale e teologica sottesa alla presenza di ogni personaggio, elemento naturale e artefatto che popola il presepe, dall’acqua al fuoco, dai diversi animali alle figure degli attori e spettatori del Natale del Signore, allo scopo di apprendere l’arte presepiale attraverso l’unico sguardo possibile, quello di chi riconosce che Dio si è fatto Bambino.

Di qui, se l’acqua è figura delle sorgenti della salvezza cui attingere e della corrente che sgorga dal lato del Tempio secondo la visione di Ezechiele (cf. Ez 47,1-12), allora «porre un ruscello nel presepe, meglio se sgorga dalla ‘roccia’ della grotta, è un gesto semplice, che vale però tutta una professione di fede e indirizza il nostro desiderio verso quella Sorgente che sola è in grado di dare vita». Allo stesso modo il fuoco posto vicino al Bambinello richiama il roveto che arde senza consumarsi, così come «la natura divina (il fuoco) arde nella natura umana, senza però distruggerla»; è il fuoco della misericordia divina che purifica e scongiura il fuoco divoratore dell’inferno.

C’è poi un pozzo, «un canale di comunicazione tra le viscere della terra e il cielo, una realtà che congiunge il basso e l’alto e unisce tre elementi della creazione: l’acqua, la terra, l’aria», presso il quale nella Bibbia si stringono amicizie e si sugellano fidanzamenti e matrimoni. Dunque «il pozzo indica innanzitutto Gesù stesso, che nella natura umana e divina unifica e collega in Sé Cielo, terra e inferi: disceso dal Cielo, venuto sulla terra, sprofondato negli inferi e di nuovo asceso alla destra del Padre». Allo stesso modo il ponticello allude a Cristo quale ‘pontefice’ tra Dio e gli uomini.

Segno invece di potere e prepotenza è il castello di Erode che però «non è in grado di sconvolgere l’armonia del presepe», in quanto «il male ha sempre la pretesa di fare e brigare, perturbare e distruggere; eppure non riesce in nessun modo a stravolgere i piani di Dio».

Relativamente agli animali che non possono mancare nel presepe, le pecorelle sono il segno degli uomini vicini e lontani che il Buon Pastore desidera radunare in un unico gregge. La capra come l’agnello alludono al sacrificio di Cristo; il cane rimanda ai sacerdoti e a quanti hanno il compito di custodire il gregge dei fedeli dai predatori; il gallo preannuncia con il suo canto lo spuntare della Luce vera; la chioccia coi suoi pulcini «manifesta la premura materna di Dio, la sua disponibilità a dare la vita per i suoi figli».

Per quanto concerne i mestieri rappresentati, «il falegname intento a spaccare un ceppo, il panettiere che sforna una pagnotta fragrante, il ciambellaio che mostra a tutti le sue delizie, il maniscalco che ferra il suo cavallo, la massaia che porta in grembo un cesto di uova o la lavandaia che pulisce con la lisciva gli indumenti formano come un coro di fatica e realizzazione intorno al Dio fatto uomo. È da Lui che essi traggono forza e maestria; è per Lui che si affaccendano; ed è ancora da Lui che il loro lavoro viene benedetto». Infatti, come osserva ancora in proposito acutamente la Scrosati, «ogni colpo d’accetta o di martello, ogni panno lavato, ogni pane sfornato proclamano la benevolenza di Dio verso le sue creature e riconoscono in Lui, nella sua gloria, il fine di ogni cosa».

Nel presepe c’è spazio ancora per Meraviglia, il pastore che nel Bambino di Betlemme contempla il mistero del Dio fatto uomo al quale offre in dono nient’altro che se stesso; per Benino, il pastore che è figura dei grandi ‘sognatori’ biblici, il quale accoglie nel sonno la rivelazione divina, «abbandonando la dimensione della vigilanza, del calcolo, del ragionamento logico e della previsione».

 Ma nel presepe si ritrovano anche figure potenzialmente ingannevoli, quali l’oste che, attraverso «la promessa di una falsa consolazione ed una ingannevole felicità», rischia di far perdere la strada a chi sta andando ad adorare il Bambino. Allo stesso modo agisce la prostituta, simbolo di tutto ciò che seduce il cuore dell’uomo fino all’idolatria, allontanandolo dall’amore per Dio.

La mangiatoia nella quale è adagiato il piccolo Gesù a Betlemme (‘città del pane’ in ebraico e ‘città della carne’ in arabo) aiuta a far memoria del fatto che «il pane non diventa tale se prima i chicchi di grano non vengono frantumati, impastati e cotti nel forno. C’è dunque un processo di morte che dà la vita. Il Bambino nella mangiatoia di Betlemme richiama così l’offerta sacrificale della propria carne». Il bue e l’asinello alludono rispettivamente ai giudei e ai pagani, ossia all’universalismo della salvezza per tutti i popoli, laddove gli angeli rimandano alla riconciliazione operata da Cristo che rende nuovamente gli uomini concittadini degli spiriti celesti.

E nella grotta, rigorosamente a mezzanotte durante la vigilia di Natale, viene adagiato il Bambino tra Maria e Giuseppe, in un silenzio che rievoca quello della notte dei primogeniti d’Egitto. Nell’evento che divide la storia umana in prima e dopo la nascita di Cristo, il ‘segno di contraddizione’ che si fa carne invita ciascuno a decidere se «riconoscere e amare Dio in questo Bambino per la vita, o ignorarlo e rifiutarlo per la morte».

Il volume della Scrosati riporta infine le benedizioni dell’Epifania e si sofferma anche sul significato spirituale profondo della corona d’avvento e dell’albero di Natale, la cui tradizione affonda le radici nell’opera di evangelizzazione di San Bonifacio. Nel 724 l’apostolo della Germania riesce infatti a soppiantare il culto pagano, sostituendo «all’idolatria della superba grandezza della quercia l’umile maestà del giovane abete» e ai sacrifici umani offerte di amore e di bontà significate dalle candele poste sui suoi rami dal capo del villaggio di Geismar. Così «il nostro albero è pieno di luci, frutti e decorazioni perché ha riconosciuto la venuta del Re che è anche il Signore della vita».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Ritorna il Re, la Verità oltre il politicamente corretto

«Il bene non è una teoria, nessuno ce lo insegna o ce lo impone, ma l’abbiamo iscritto dentro, è una legge naturale». È questa la risposta che dà al ritornello mainstream che invita ad agire piuttosto all’insegna del «Fai un po’ come ti pare!» padre Maurizio Botta – giovane sacerdote della Parrocchia di Santa Maria in Vallicella a Roma e brillante predicatore oratoriano – nel primo dei sei ‘Passi al Mistero’ raccolti nel recente volume Ritorna il Re (Edizioni Studio Domenicano 2021, pp. 186).

E in effetti «se Dio ci ha dato dei comandamenti, è per il nostro bene, e tutte le azioni contrarie alla legge che abbiamo iscritta dentro ci fanno del male, ci tolgono gioia, voglia di vivere, pazienza, serenità. I dieci Comandamenti li abbiamo scritti dentro, ma non siamo capaci di viverli. Ed è qui che si apre il dono smisurato della grazia», prosegue padre Botta, evidenziando il ruolo decisivo della grazia divina nel rafforzare la capacità dell’uomo di compiere il bene.

Nel ‘secondo passo’ dedicato alla figura del Re, padre Botta rileva come «Gesù non è oggetto di studio, né può essere argomento di una chiacchiera da salotto, ma è una persona viva. O Gesù è questione di vita e di morte, o semplicemente non è Lui e non è nessuno». Rispetto alla fede in Cristo, il sacerdote oratoriano mette in guarda dal rischio diffuso di assumere il solo sentimento quale criterio assoluto: «Penso al cammino di fede: prima di sentire Cristo, c’è ben altro, c’è la volontà di farsi governare da Lui, per esempio, e di far abitare dal Signore la propria solitudine». Perché «la fede non è una questione di sentimenti. Ci sono momenti in cui Lui si rende sensibile ed effettivamente lo ‘senti’, ma non sono i momenti più forti. Pensiamo alle parole di Gesù per noi. Chiedere al Signore di vivere per Lui e di Lui, di essere suo non è più promettente che sentirlo?». D’altra parte, «agognare, volere Cristo Re, significa rendersi conto delle proprie debolezze e fragilità di uomo, ma chiedere a Lui di guarirle e di assumere il suo sguardo».

Relativamente al ‘terzo passo’ dedicato al tema del legame tra giustizia e misericordia, il sacerdote oratoriano ricorda innanzitutto che «quando una legge va contro il diritto naturale scritto nel cuore dell’uomo – “non schiaccerai il debole e l’innocente” –, quella norma diventa automaticamente l’esercizio di potere di una banda di briganti. Togli il diritto naturale, universale, che ti intima di non schiacciare il debole, e il diritto positivo non si fonderà da nessuna parte. Togli Dio e il suo giudizio, e cosa resta? E se non si ha il senso che si dovrà rendere conto a Dio dei nostri giorni, delle nostre ore, di come li abbiamo vissuti e di come abbiamo risposto alla nostra coscienza; se eliminiamo anche il diritto naturale e la legge scritta dentro di noi, allora non si sa veramente cosa farsene della misericordia del Signore. Il mondo non sa che farsene, la gente non passa nemmeno sotto la Porta Santa, perché, se non credi al giudizio divino e sei indifferente alla legge scritta dentro di te, allora francamente il perdono di Dio è inutile». Un cristiano autentico è invece «consapevole che con le sue uniche e misere forze umane non sarà mai capace di fare di sé un uomo giusto: potrà esserlo solo se giustificato dall’unico giusto, Gesù».

Rispetto al tema dell’eutanasia, cui dedica il ‘quarto passo’, padre Maurizio Botta argomenta che «nel diritto non esiste il reato di tentato suicidio perché non c’è separazione tra il soggetto che agisce e il bene protetto, ovvero la vita. Dire che il suicidio non è reato non equivale a sostenere che rappresenti un diritto né che esista da parte dell’ordinamento giuridico una valutazione positiva sull’atto del togliersi la vita. In questo contesto, introdurre l’eutanasia equivale a considerare il suicidio come un diritto soggettivo, consentendo e favorendo la cooperazione di altri: l’eutanasia altro non è se non il diritto di cooperare al suicidio altrui senza essere arrestati, e dunque il diritto di uccidere. Ecco, se definiamo quello del suicidio e della cooperazione altrui al proprio suicidio come un diritto umano: chi non ha capacità, volontà o possibilità di prendere questa decisione, vuol dire che non è umano? Ripeto: personalmente, a un individuo che chiedesse la mia cooperazione – e che immagino sia un non credente io chiederei solo di non rendermi complice, di non lasciarmi con un terribile senso di colpa, ma di consentirmi di fare tutto il possibile per stargli vicino, accudirlo e accompagnarlo». Insomma, domanda ancora con forza il sacerdote oratoriano, «si vuole affermare il valore della cura, dell’accudimento, della vicinanza, della prossimità nella sofferenza? Oppure si vuole sostenere e avallare la cultura dello scarto, per la quale l’autocoscienza è tutto ed è l’unico elemento fondante, come se la morte fosse un fatto privato? Uno Stato deve decidere su questo, al di là delle singole e certamente toccanti storie usate dai Radicali come cavalli di Troia emotivi». Dunque il ritornello attualmente in voga secondo cui «“la vita è mia e la decido io” è un falso principio, una clamorosa bugia esistenziale: non è così in entrata e non può esserlo in uscita». A questa ‘cultura della morte’ in particolare i cristiani sono esortati a contrapporre una «cultura della cura, dell’accudimento, del comfort care, della vicinanza al malato che muore e al malato che nasce, che si contrappone alla cultura dello scarto», nella ferma consapevolezza che «le nostre sofferenze, unite a quelle di Cristo, hanno valore redentivo, perché Cristo ha redento anche la sofferenza».

Nel quinto passo padre Botta scardina la logica del ‘politicamente corretto’. E il tema della morte ritorna, in quanto «parlare pubblicamente di morte è diventato politicamente scorretto, e ancora di più parlarne ai bambini, che invece una volta erano abituati a incontrarla e a riconoscerla come parte della vita. Il politicamente corretto non tollera l’imperfezione: l’uomo è sempre educabile, guaribile, risanabile. E, menzogna ancora più grande, l’uomo è buono per natura, nasce innocente ed è la società a corromperlo. Il mito del “Buon selvaggio” è ancora attuale e potentissimo». In tale clima culturale il credente è chiamato a «rispondere solo a Dio e alla propria coscienza, e non alle logiche della politica, della convenienza o dell’efficace in modo machiavellico».

Di contro al dogma del ‘pensiero debole’ e del relativismo contemporaneo per il quale non esiste alcuna verità assoluta, «Gesù è politicamente scorretto perché è totalmente sovrano, perché è il Kyrios, il Signore. È emancipato da cliché e stereotipi di vario tipo. Una sola cosa gli interessa compiere: la volontà di amore e offerta verso il Padre e verso di noi». Perciò, come rileva padre Giorgio Carbone nella prefazione al volume, «se avrai accettato di scommettere su Gesù – come ti chiede padre Maurizio –, che non è un folle megalomane che abusivamente pretende di essere Dio, ma che è piuttosto Dio fattosi nostra carne per amore e misericordia verso di noi, se avrai puntato tutta la tua esistenza su Gesù, allora potrai anche scoprire che è sempre Gesù il politicamente scorretto per eccellenza», ossia la Verità.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

La natura secondo le voci dei poeti

«Non credo che bastino yogurt ‘bio’ o altri cibi e bevande ‘biologici’ a farci vivere una vita davvero naturale. E nemmeno le varie mode su materiali in fibra di caucciù, ginnastica e cose del genere. La natura non è solo un bel paesaggio da conservare o energia pulita o tisane diuretiche. Accanto al proliferare di cuccioli di gatto tenerissimi che vediamo su Instagram, ci sono virus, cataclismi, flagelli che falciano miriadi di innocenti». Dunque la concezione comunemente diffusa di una Natura ‘buona’ deve conciliarsi con la consapevolezza che «il pianeta è anche un posto orrendo per un sacco di gente, e per un sacco di specie animali e vegetali».

Si snoda tra versi e narrazione, ironia e riflessioni, il saggio di Davide Rondoni Cos’è la natura? Chiedetelo ai poeti (Fazi Editore 2021, pp. 200) che indaga il tema della natura attraverso interrogativi antichi e sempre nuovi, affrontando diversi luoghi comuni senza pregiudizi anche in relazione alle sfide contemporanee. Quello di Rondoni è un taccuino di appunti, un itinerario personale nello stupore inquieto che si ridesta nell’animo di chi mira o riflette sulla Natura, sul mistero delle cose, condotto attraverso le voci di autori classici, da Lucrezio a Keats, da Leopardi a Luzi, perché i poeti «proseguono il primo atto del bambino che esce nel mondo e dell’uomo che esce dalla caverna e vede la Natura; parlano da dentro la Natura, da dentro lo ‘spazio del suo dono’».

Dopo aver osservato nella semioscurità due cervi mentre si accoppiavano, Lev Tolstoj «si chiese perché mai la vita in Natura, l’esistenza, fosse abitata da una strana necessità a proseguire, a generarsi dal proprio interno in una propulsione che pare insensata». Da questa considerazione, secondo tale aneddoto, nacque l’ispirazione per l’incipit di Anna Karenina.

Se dunque, come afferma Eraclito, «la natura ama nascondersi», i poeti l’inseguono, o almeno cercano a tentoni di carpirne il mistero. «La Natura in Dante è luogo del viaggio e co-protagonista, attraverso il suo ordine misterioso, del movimento del poeta come di ogni cammino umano». D’altra parte, «per vivere al giusto livello la ‘esperienza’ occorre sapere che la Natura non è uno scenario, né una madre trascendente, ma una co-protagonista della nostra vita. Sorella, fratello, diceva il poeta di Assisi».

Di qui l’uomo è natura e nel contempo intuizione di ciò che è al di là di essa, come ha ben compreso Leopardi, il quale ne L’infinito evidenzia come «nella comparazione tra il regno naturale (finito) e una visione del non naturale (l’infinito), l’io fa un dolce naufragio. Forse perché non sa come fare ad abitare i due territori insieme». In tal senso «il paradosso dell’io abita e osserva, per conoscerlo, il paradosso della Natura», come osserva acutamente Rondoni.

E in effetti il mistero dell’ulteriorità della natura rispetto alla sua comprensibilità da parte dell’uomo emerge nei versi di Emily Dickinson: «Natura è ciò che noi conosciamo / Ma non abbiamo arte per dirla / Così impotente la nostra saggezza / Al cospetto della sua chiarezza». Le fa eco Einstein quando afferma: «La cosa più bella della vita è il suo lato misterioso». Lo scienziato è dunque, in tal senso, come il poeta; se ne sta sulla soglia pronto a cogliere nuovi indizi che aprano scenari nuovi.

 La natura richiede perciò un atteggiamento di umiltà, che non pare essere particolarmente diffuso tra gli intellettuali del nostro tempo. Infatti «in questo recente frangente della vita sociale e politica così condizionata dalla pandemia si è avuto da un lato un atteggiamento fideistico verso la scienza e dall’altro la netta sensazione che pur assumendosi anche con un certo cipiglio da educatori del popolo le responsabilità di indirizzo politico, gli scienziati brancolassero nella nebbia, quando non addirittura attirassero il sospetto di muoversi per altri interessi che non la tanto declamata ‘salute pubblica’. Di sicuro, il mondo esce dalla pandemia con una certezza più inquieta rispetto alla scienza che ha proposto se stessa come modo unico e certo di conoscere la vita umana in modo perentorio negli ultimi tre secoli». Allo stesso modo, osserva Rondoni, «la ideologia ‘naturalistica’ che sta dominando in questi anni non fa rima con una visione più poetica della vita ma con l’economia. Basta prendere qualsiasi articolo che rivela come la nuova dottrina ‘verde’ – o chiamiamola transizione ecologica – sia una parola d’ordine che ha trovato nel business il suo primo campo di applicazione». D’altra parte attualmente «la vita del pianeta, la sua durata, e non più il ‘senso’ della vita umana, è lo scopo ideale, la nuova ideologia a cui piegare tutto».

Al contrario, «per i poeti la Natura ha uno ‘scopo’ che non è biologicamente, chimicamente o matematicamente leggibile. Essa è, per così dire, interpretabile solo in rapporto dinamico con l’uomo». Perciò al grido leopardiano alla luna «Ed io che sono?» dà risposta con la propria vita un uomo santo, don Luigi Giussani: «Io sono Tu che mi fai».

D’altra parte, come testimonia Dante, «il parlar poetico sorge come obbedienza, come ascolto di ‘amor ch’e’ ditta dentro’». Un parlar poetico che rende Rondoni consapevole di un ultimo paradosso della Natura, il più significativo, quello per il quale «le leggi della Natura e della vita non si cancellano ma fioriscono quando le traversa (e le smentisce) l’amore. Che fiorisce nei perdoni».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Il Giappone cristiano tra santi, martiri e samurai

Il Giappone è una terra di santi, martiri e samurai. Il cristianesimo comincia ad affermarsi nell’isola soltanto nel 1549 con San Francesco Saverio e i suoi missionari che, giunti nell’isola contestualmente alle navi dei commercianti portoghesi, in pochi decenni e pagando un prezzo altissimo in termini di vite umane, contribuiscono alla conversione alla fede cattolica di oltre 600.000 persone, tra le quali anche signori feudali, guerrieri e monaci buddisti. Seguono due secoli e mezzo di atroci persecuzioni che causano la morte di oltre 5.000 credenti, durante i quali si forma il popolo dei ’cristiani nascosti’, custodi in clandestinità di una fede senza sacerdoti, né chiese, né sacramenti.

La storia del Giappone cristiano è raccontata in maniera avvincente e attraverso una narrazione particolarmente documentata da Gabriele Di Comite nel  suo recente saggio Santi, martiri e samurai (La Fontana di Siloe 2021, pp. 308).

«Io mi sento animato da un tal sentimento nel cuore circa l’andata al Giappone, che non sarei per mutar pensiero, né pur quando di certo sapessi di dovermi trovar in pericoli assai maggiori. Tanta è la speranza che Iddio stesso m’ha posta in cuore di propagare la Religion Cristiana». Francesco Saverio scrive così a Ignazio di Loyola riguardo al suo zelo apostolico nel ‘Paese del Sol Levante’. Egli si muove in un contesto difficile sia per la lingua particolarmente ostica, sia per le lotte intestine tra i signori feudali (daimyō) dei diversi territori delle isole. Eppure riesce, attraverso la strada della bellezza, ossia donando un dipinto di una Madonna con Bambino a uno di costoro, a ottenere l’autorizzazione per predicare il Vangelo a Kagoshima. Di lì poi la città di Yamaguchi diventerà la sede generalizia dei gesuiti. Questo non senza essere osteggiato dai bonzi buddhisti, la cui predicazione era tanto radicata sul territorio quanto lontana dalla dottrina cattolica sul piano teologico.

Alessandro Valignano, altro missionario gesuita, constata che per convertire i giapponesi bisogna conoscere e rispettare le loro usanze, adattarsi alle abitudini locali e parlare la loro lingua. Era opportuno insomma che anche i missionari mangiassero su tavoli bassi, seduti su stuoie di tatami e avessero nelle proprie case la sala per la cerimonia del tè. Allievo di Valignano, Matteo Ricci sposa il suo metodo d’inculturazione della fede.

Accanto ai gesuiti vi sono anche diversi samurai, guerrieri che arrivano a sostituirsi all’aristocrazia nel controllo delle province per la loro forza militare, tra i quali Takayama Ukon. Egli, rinunciando ai privilegi feudali, si adopera in prima persona per la costruzione di chiese, orfanatrofi, ospedali, cimiteri e la diffusione della fede, anche attraverso la trasformazione della stanza della cerimonia zen del tè in eremo cristiano, la fondazione di scuole teologiche e del seminario di Azuchi. «Io non cerco la mia salvezza con le armi ma con la pazienza e l’umiltà, in accordo con la dottrina di Gesù Cristo che io professo», scrive in un messaggio a chi gli veniva incontro in armi, prima di salpare esule nel 1614 per l’attività missionaria nelle Filippine, alla cui comunità dona una statua della Madonna del Rosario. Soprannominato ‘Giusto Takayama’ e ‘samurai di Cristo’, è stato un vero martire della fede, riconosciuto tale dallo stesso Sant’Alfonso. È stato infatti poi beatificato nel 2017.

Verso la fine del Cinquecento giungono anche missionari francescani, domenicani e agostiniani sull’isola. Il diffondersi della fede cristiana preoccupa però i daimyō, per cui diverse ordinanze ne proibiscono il culto. Ne derivano punizioni esemplari per chi le infrange. Così San Paolo Miki e altri 25 fratelli nella fede, religiosi e laici, spagnoli, portoghesi e giapponesi sono crocifissi a Nagasaki.

Altri cristiani vengono indotti ad apostatare, costretti a calpestare immagini sacre (fumie), pena le torture più atroci, «infilzando aghi di metallo sotto le unghie» del reo o calandone il corpo in una fossa a testa in giù dove viene lasciato per giorni, fino alla crocifissione. «Con l’editto del 1641 inizia il periodo del Sakoku», ossia il Giappone diviene un Paese blindato per duecento anni e ai cristiani non resta che professare la propria fede in clandestinità, per quanto «alla scoperta di un cristiano occulto, sarebbe stato punito tutto il villaggio». Di qui, a parte il tentativo isolato di riportare il Vangelo in Giappone del sacerdote siciliano Giovanni Battista Sidoti, per due secoli il Paese rimane senza l’ombra di un sacerdote. Relativamente a tale periodo di bando del cristianesimo, la documentazione storica racconta di 5000 martiri, anche se sono stati di fatto sicuramente molte migliaia di più.

Poi il Giappone conosce l’occidentalizzazione, implementa la rete ferroviaria e il progresso tecnologico, ma vive altresì l’orrore delle due bombe atomiche. Eppure ancora una volta non mancano mirabili testimonianze di fede. I cristiani escono gradualmente dalla clandestinità; soltanto nel 1947 la Costituzione del Paese esplicita la libertà religiosa. Tra le maggiori figure di rilievo del XX secolo basti ricordare il missionario polacco Fra Zeno della Milizia dell’Immacolata di San Massimiliano Kolbe che, insieme a Satoko ‘Maria delle Formiche’, si prodiga per sottrarre gli orfani a un destino di povertà e miseria estrema tra cumuli d’immondizia.

Insomma, sebbene attualmente i cristiani in Giappone siano l’1% e i cattolici lo 0,5% (500.000, di cui solo a Nagasaki il 4,5%), il sangue dei martiri, tra i quali 42 santi e 396 beati, continua a essere seme di nuovi cristiani, «capace di rinnovare e far ardere continuamente lo zelo evangelizzatore» (Papa Francesco).

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Tra sangue e scintille di bene nell’Europa in guerra

Le contraddizioni della storia e gli abissi del cuore umano costituiscono la cornice e il quadro del nuovo avvincente romanzo di Elisabetta Sala Il cardo e la spada (Ares 2021, pp. 320) ambientato durante la Guerra dei Trent’anni. Esso mette a fuoco, attraverso le vicende dei suoi personaggi, storie di caduta e redenzione tra orrore e speranza, desideri e delusioni, tormento e luce inattesa.

Siamo a Münden in bassa Sassonia nel 1626. Prìncipi e generali si fronteggiano con schiere di eserciti in Germania, mentre la povera gente annaspa per sopravvivere. La prostituta Rose, bella e combattiva, dopo una vita di umiliazioni al seguito degli eserciti cerca una via di redenzione, ma il destino le pone una scelta complicata.

«“Perché siete tanto buono con me, che neanche conoscete?”», chiede Rose a chi le tende la mano per aiutarla a sollevarsi dalla propria condizione di miseria. Questa domanda ingenua offre in realtà l’occasione per approfondire la natura del bene, diversamente inteso da cattolici e protestanti, se infatti l’autrice chiosa: «Herr Helmut rimase disorientato dalla schiettezza della domanda. Non lo sapeva neanche lui, in realtà. Era perché le buone opere erano un segno del favore di Dio? Se uno è generoso, dev’essere perché Dio lo ha destinato alla salvezza, no? O era per ricordare a Dio di ricordarsi di lui e di non permettere più che anni e anni di fatica e sudore andassero in fumo? Non era, piuttosto, che questa bella giovane gli piaceva? La risposta che diede sorprese anche lui: “Perché non mi costa nulla. E perché ho un certo sesto senso con le persone”».

Anche il luogotenente Brian, nauseato e ormai assuefatto al sangue, combatte per professione interrogandosi sull’onore e il senso ultimo dell’esistenza. L’amore tra queste due anime in cerca di riscatto è messo alla prova dai fantasmi del passato e dalle violenze del presente. Il loro cammino s’intreccia a quello di altri personaggi significativi, tra i quali il padre gesuita Friedrich Spee, missionario tra gli eretici, sorpreso a portare «urgentemente in salvo la cosa più preziosa che c’era: delle particole consacrate trafugate il giorno prima da una chiesetta cittadina. Una volta nel bosco, forzato il tabernacolo rivestito di placche d’oro che avevano smurato dall’altare, i ladri avevano abbandonato le ostie tra l’erba e il fango, dove lui e Markus avevano avuto la fortuna di ritrovarle. Accadeva anche troppo spesso: chiese profanate, devastate, incendiate. Il nemico le provava tutte prima di arrendersi definitivamente». Eppure il suo zelo apostolico, corroborato da solide ‘ragioni della fede’, sospinge molti protestanti a rientrare nell’ovile dell’unica Chiesa. Sul tema spinoso e divisivo della predestinazione, il sacerdote gesuita ribadisce che la sola fede non è sufficiente senza le opere per ottenere la vita eterna, e dunque «ci salviamo solo per i meriti di Cristo; il quale, però, vorrebbe salvarci tutti, ma non ci salva senza la nostra cooperazione. Lo stesso vale per la dannazione: all’inferno va solo chi consapevolmente rifiuta la salvezza».

Padre Spee fa ancora una considerazione significativa sugli uomini e le loro opere, valida per tutti e non solo in tempo di guerra: «Cercò di contemplare e basta, pensando che la natura era il libro di Dio; ma, come quegli splendidi fiori si affollavano sui rami, così facevano i pensieri nella sua mente. “Molti di questi fiori si staccheranno e cadranno a terra”, si disse. “Sarebbe bello sapere quali, invece, daranno frutto”. Lo stesso valeva per la vita degli uomini: pur tra i mille fiori caduti, poi perduti mescolandosi al terreno, centinaia si trasformavano in frutti. E lui, alla fine della vita, voleva essere un albero che si piegava per il peso: voleva darne il più possibile, impegnare al meglio tutti i suoi poveri talenti».

Degli spaccati della dura vita sui campi di battaglia della guerra dei Trent’anni, l’autrice racconta: «I beoni sono i poeti migliori, perché birra e vino ti sciolgono la lingua. Ricordo un soldato convinto che nelle stelle sia scritta la morte di ognuno. Quando ce l’hai sempre accanto, la morte, o non ne parli mai e cerchi di stare allegro, o ne parli in continuazione, di solito dopo aver bevuto». Di qui «la cosa che più mi colpisce è che a volte, anche il più malvagio degli uomini nella peggiore delle sventure riesce a trovare un momento per voler bene a qualcuno. Che cos’è questo se non una scintilla dell’amore di Dio?».

Insomma, ripercorrendo peripezie e vicissitudini dei protagonisti, Elisabetta Sala tesse la trama di un avvincente romanzo in uno scenario storico complesso, in cui è però possibile individuare un filo rosso, la fede autentica e semplice di persone umili, non quella di avidi regnanti in cerca di legittimare la propria sete di potere, bensì quella degli ‘ultimi’– soldati, prostitute, bambini e sacerdoti – che la manifestano concretamente in atti generosi, quotidiani ed eroici, di carità fraterna.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana