Sabato Santo con i Padri. ‘Il Re dorme’, ma l’attesa è carica di speranza

Oggi la terra rimane in silenzio perché il Re dorme, come scrive sant’Agostino: “Cristo dormì perché stessimo svegli noi, Lui che era morto perché fossimo vivi noi. Oggi il Re dorme. Il suo sonno, la sua discesa agli inferi, però, risveglia l’uomo decaduto, ha il potere di sciogliere le catene del peccato e della morte”. Tuttavia il silenzio che caratterizza questo giorno, in cui la Chiesa celebra solo la liturgia delle ore, è il segno esteriore di un’attesa colma di fiduciosa speranza. La speranza che il peccato e la morte non siano l’ultima parola rispetto al destino di ogni uomo, a cui Cristo, con la sua morte e risurrezione, offre la salvezza.

Un’antica omelia sul Sabato Santo, scritta da un autore del III secolo, immagina un dialogo negli inferi tra Cristo e Adamo, tanto significativo sul piano teologico quanto poetico su quello letterario, che merita di essere riportato integralmente, anche perché costituisce una delle rare testimonianze dei primi secoli in grado di fare luce sul mistero della condizione di Cristo dopo la sua morte. «Che cosa è avvenuto? Oggi sulla terra c’è grande silenzio, grande silenzio e solitudine. Grande silenzio perché il Re dorme: la terra è rimasta sbigottita e tace perché il Dio fatto carne si è addormentato e ha svegliato coloro che da secoli dormivano. Dio è morto nella carne ed è sceso a scuotere il regno degli inferi. Certo egli va a cercare il primo padre, come la pecorella smarrita. Egli vuole scendere a visitare quelli che siedono nelle tenebre e nell’ombra di morte. Dio e il Figlio suo vanno a liberare dalle sofferenze Adamo ed Eva che si trovano in prigione. Il Signore entrò da loro portando le armi vittoriose della croce. Appena Adamo, il progenitore, lo vide, percuotendosi il petto per la meraviglia, gridò a tutti e disse: “Sia con tutti il mio Signore”. E Cristo rispondendo disse ad Adamo: “E con il tuo spirito”. E, presolo per mano, lo scosse, dicendo: “Svegliati, tu che dormi, e risorgi dai morti, e Cristo ti illuminerà. Io sono il tuo Dio, che per te sono diventato tuo figlio; che per te e per questi, che da te hanno avuto origine, ora parlo e nella mia potenza ordino a coloro che erano in carcere: Uscite! A coloro che erano nelle tenebre: Siate illuminati! A coloro che erano morti: Risorgete! A te comando: Svegliati, tu che dormi! Infatti non ti ho creato perché rimanessi prigioniero nell’inferno. Risorgi dai morti. Io sono la vita dei morti. Risorgi, opera delle mie mani! Risorgi mia effige, fatta a mia immagine! Risorgi, usciamo di qui! Tu in me e io in te siamo infatti un’unica e indivisa natura. Per te io, tuo Dio, mi sono fatto tuo figlio. Per te io, il Signore, ho rivestito la tua natura di servo. Per te, io che sto al di sopra dei cieli, sono venuto sulla terra e al di sotto della terra. Per te uomo ho condiviso la debolezza umana, ma poi son diventato libero tra i morti. Per te, che sei uscito dal giardino del paradiso terrestre, sono stato tradito in un giardino e dato in mano ai Giudei, e in un giardino sono stato messo in croce. Guarda sulla mia faccia gli sputi che io ricevetti per te, per poterti restituire a quel primo soffio vitale. Guarda sulle mie guance gli schiaffi, sopportati per rifare a mia immagine la tua bellezza perduta. Guarda sul mio dorso la flagellazione subita per liberare le tue spalle dal peso dei tuoi peccati. Guarda le mie mani inchiodate al legno per te, che un tempo avevi malamente allungato la tua mano all’albero. Morii sulla croce e la lancia penetrò nel mio costato, per te che ti addormentasti nel paradiso e facesti uscire Eva dal tuo fianco. Il mio costato sanò il dolore del tuo fianco. Il mio sonno ti libererà dal sonno dell’inferno. La mia lancia trattenne la lancia che si era rivolta contro di te. Sorgi, allontaniamoci di qui. Il nemico ti fece uscire dalla terra del paradiso. Io invece non ti rimetto più in quel giardino, ma ti colloco sul trono celeste. Ti fu proibito di toccare la pianta simbolica della vita, ma io, che sono la vita, ti comunico quello che sono. Ho posto dei cherubini che come servi ti custodissero. Ora faccio sì che i cherubini ti adorino quasi come Dio, anche se non sei Dio. Il trono celeste è pronto, pronti e agli ordini sono i portatori, la sala è allestita, la mensa apparecchiata, l’eterna dimora è addobbata, i forzieri aperti. In altre parole, è preparato per te dai secoli eterni il regno dei cieli”».

Anche se inserita in una cornice narrativa fittizia, questa mirabile catechesi rivela il desiderio profondo del cuore del Padre di riportare l’uomo, mediante il sacrificio del suo Figlio, allo splendore della sua prima immagine, quella di creatura appena uscita dalle mani del Creatore e non ancora segnata dal peccato, affinché possa vivere con l’ausilio della Grazia in conformità al suo disegno originario. Per questo motivo la volontà salvifica del Padre prende le mosse dalla liberazione degli uomini giusti, dei patriarchi, dei profeti e di quanti, pur essendo nati prima della venuta del Signore sulla terra, attendevano con ansia e trepidazione la consolazione di Israele, alla stregua del vecchio Simeone e di Anna, e videro venirsi incontro finalmente l’oggetto e la fonte della loro speranza, il Cristo Salvatore.

Il Sabato Santo è preludio al compimento di tale promessa: nella discesa nelle viscere della terra del “nuovo Adamo” per liberare Adamo, dell’uomo nuovo per soppiantare l’uomo vecchio, è in effetti adombrato e racchiuso il germe della vita nuova inaugurata da Cristo. Nella prospettiva di un simile progetto d’amore del Padre – realizzato pienamente nel mistero della Passione, Morte e Risurrezione del Figlio – persino la colpa di Adamo, una volta riscattata, diviene “felice”, per dirla parafrasando sant’Agostino, perché ci ha meritato un Redentore così grande!

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Venerdì Santo con i Padri. Stat crux dum volvitur orbis, mentre il mondo ignaro insegue idoli e chimere

“Stat Crux dum volvitur orbis”. Il motto ruminato dai monaci certosini sintetizza mirabilmente il mistero del Venerdì Santo: una croce, la Croce di Cristo, che rimane salda lì sulla roccia del Calvario, sospesa tra terra e cielo, mentre ora come allora passa la scena di un mondo che prosegue ignaro la sua corsa effimera continuando a inseguire idoli e chimere. Eppure, issato sulla croce in segno di perenne alleanza tra Dio e gli uomini, durante i suoi ultimi spasimi e nel momento in cui il suo costato viene trapassato da una lancia, il Figlio bagna ancora la terra col suo sangue perché nessuno dei suoi fratelli si perda, ma ognuno ritorni pentito al Padre volgendo lo sguardo a Colui che ha trafitto col proprio peccato.

“Non taccia la nostra lingua e dica: Ecco Cristo ha sofferto, il compratore ha mostrato il compenso, ecco il prezzo che ha dato, il suo sangue è stato versato. Nel sacco del suo Corpo portava il nostro prezzo; è stato colpito dalla lancia, il sacco si è aperto e ne è disceso il prezzo di tutta la terra – commenta Sant’Agostino – Cristo è così per noi vincitore e vittima, anzi, vincitore perché vittima; per noi, al tuo cospetto sacerdote e sacrificio, anzi, in tanto sacerdote in quanto sacrificio: e ci ha fatti da servi figli, fattosi Egli, Figlio, schiavo per noi”. “Colui che viene portato al martirio è in realtà il vincitore quando è legato, flagellato, scorticato e ucciso. Ciò che nelle guerre costituisce sconfitta, presso di noi è vittoria. I dolori e la passione che Cristo soffrì sono la nostra nobiltà. Perciò noi non vinciamo mai facendo il male, bensì sopportando il male”, rileva San Giovanni Crisostomo.

“E la croce lo innalzò realmente e simbolicamente – sottolinea San Gregorio di Nissa –, perché con la sua passione a tutti si rivelasse chiara la sua potenza e la sua maestà. Estendendo sul patibolo le mani, dilatò anche le ali verso Oriente e Occidente, affinché sotto di esse si raccogliessero tutte le genti da ogni parte del mondo a trovar pace”.

“Ti era necessario il legno della sua umiltà – nota ancora acutamente il vescovo Agostino – Infatti ti eri gonfiato di superbia ed eri stato cacciato lontano dalla patria; la via era stata interrotta dai flutti di questo secolo, e non c’è altro modo di compiere la traversata e raggiungere la patria che nel lasciarti portare dal legno. Ingrato! Irridi a Colui che è venuto per riportarti di là. Egli stesso si è fatto via, una via attraverso il mare. È per questo che ha voluto camminare sul mare, per mostrarti che la via è attraverso il mare. Ma tu, che non puoi camminare sul mare come lui, lasciati trasportare da questo vascello, lasciati portare dal legno: credi nel Crocifisso e potrai arrivare. È per te che si è fatto crocifiggere, per insegnarti l’umiltà; e anche perché, se fosse venuto come Dio, non sarebbe stato riconosciuto. Se fosse venuto come Dio, infatti, non sarebbe venuto per quelli che erano incapaci di vedere Dio. Credi nel crocifisso, perché la tua fede possa elevarsi fino alla croce. Non verrai sommerso, ma sarà la croce a portarti”. È necessario però anche “portare la croce e seguire il Signore – come ricorda San Gregorio Magno – che significa dominare la carne e avere compassione del prossimo, sentendo i suoi bisogni come se fossero propri, per vero zelo della beatitudine. Chi fa ciò solo con fine umano, porta la croce, ma non segue il Signore”.

In questo giorno siamo invitati a tenere fisso il nostro sguardo sul volto di Gesù sfigurato dal sangue e sul suo corpo martoriato dalle percosse per ammirare “con occhi interiori le piaghe del Crocifisso, le cicatrici del Risorto, il sangue del morente, il prezzo versato per il credente, lo scambio effettuato dal Redentore. Pensate al valore di tutte queste cose e ponetelo sulla bilancia dell’amore, affinché vi si imprima in tutto il cuore Colui che per voi fu confitto in croce”, come suggerisce Sant’Agostino, il quale esclama ancora: “Quanto grande è l’amore di Dio per gli uomini, quanta tenerezza, amare i peccatori fino a tal punto da morire per essi di amore!”.

Adorando la Santa Croce possiamo perciò rivolgere con San Pier Damiani queste parole al talamo e trono della nostra salvezza: “O croce beata che meritasti di reggere, peso mirabile, Colui che il cielo e la terra non possono portare! O croce più tersa del vetro, più fiammeggiante dell’oro, che fosti adorna, come da lucide gemme o perle, delle membra del Salvatore! Tu sola meritasti di sostenere quel peso per cui tutto l’edificio del mondo si libra nello spazio senza precipitare. O albero veramente famoso, che cresci da cespite terreno, ma spandi i tuoi rami felici oltre gli astri del cielo! O croce beata! Poiché il sole nascose i suoi raggi per non vedere il sacrilegio, quando la terra tremò, quando gli elementi vacillanti palpitarono di terrore, tu sola meritasti di essere compagna al Signore morente, di sottoporre al suo corpo le braccia devote e di raccoglierlo nel tuo mite grembo”.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Giovedì Santo con i Padri. Non può morire chi mangia la Vita

“Li amò sino alla fine” (Gv 13, 1). Il Giovedì Santo, che apre il Triduo Pasquale, cuore dell’anno liturgico, è annuncio e memoriale del desiderio ardente del cuore di Cristo, un roveto che brucia senza consumarsi. Come scrive sant’Agostino commentando il passo dell’evangelista Giovanni: “Questa frase del Vangelo può anche essere interpretata in senso umano, nel senso cioè che Cristo amò i suoi fino alla morte. Questa è un’opinione umana, non divina: non si può dire infatti che ci amò solo fino a questo punto colui che ci ama sempre e senza fine. Lungi da noi pensare che con la morte abbia finito di amarci colui che non è finito con la morte”. Perciò quest’espressione “va intesa nel senso che li amò tanto da morire per loro”, ossia “che fu proprio l’amore a condurlo alla morte”.

Così, alla vigilia della sua Passione, dopo aver reso partecipi i suoi della propria volontà di essere una sola cosa con loro, Gesù istituisce il sacramento dell’amore, la Santa Eucarestia, affinché lo Sposo possa restare sempre con la sua Sposa, la Chiesa. “Riconoscete nel pane quello stesso corpo che pendette sulla croce e nel calice quello stesso sangue che sgorgò dal suo fianco. Prendete dunque e mangiate il corpo di Cristo, ora che anche voi siete diventati membra di Cristo nel corpo di Cristo; prendete e abbeveratevi col sangue di Cristo. Per non distaccarvi, mangiate quel che vi unisce; per non considerarvi da poco, bevete il vostro prezzo. Come questo, quando ne mangiate e bevete, si trasforma in voi, così anche voi vi trasformate nel corpo di Cristo, se vivete obbedienti e devoti. Se dunque avrete in lui la vita, sarete con lui in una sola carne. Non è infatti che questo sacramento dia il corpo di Cristo per poi lasciarvene separati”. In queste parole del vescovo di Ippona è rivelato il mistero mirabile del “segno dell’amore supremo del Figlio” che, nel sacramento del suo Corpo e Sangue, prefigura e compie il dono della propria vita umana e divina.

In questo modo, per dirla con san Leone Magno, “diveniamo portatori integrali, in anima e corpo, di Colui col quale e nel quale siamo morti, sepolti e risuscitati”. Allora, scrive sant’Ambrogio, “sta a te prendere questo pane. Accostati a questo pane o lo prenderai. Se ti allontanerai da Cristo morirai, se ti avvicinerai a Cristo vivrai. Questo è il pane della vita: dunque, chi mangia la Vita, non può morire. Come potrà morire chi ha per cibo la Vita? Come potrà venir meno chi avrà la Vita per sostentamento? Accostatevi a Lui e saziatevi: Egli è pane. Accostatevi a Lui e bevete: Egli è la sorgente. Accostatevi a Lui e lasciatevi illuminare: Egli è la luce. Accostatevi a Lui e lasciatevi liberare: infatti dove c’è lo Spirito del Signore, lì c’è la libertà. Accostatevi a Lui e lasciatevi sciogliere dai legami: Egli è la remissione dei peccati”.

La consegna senza riserve di Cristo durante l’Ultima Cena si traduce anche nell’umile gesto del Maestro che si china a lavare i piedi dei discepoli, ulteriore testimonianza di una regalità che si fa servizio generoso di sé ai fratelli, “i quali già erano puliti e mondi”. In questo modo, però, scrive sant’Agostino, “Gesù volle farci riflettere che noi, a causa dei nostri legami e contatti terreni, nonostante tutti i nostri progressi sulla via della giustizia, non siamo esenti dal peccato; dal quale peraltro Egli ci purifica intercedendo per noi, quando preghiamo il Padre che è nei cieli che rimetta a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori. Questo sublime gesto del Signore costituisce per noi un grande impegno: quello di confessarci a vicenda le nostre colpe e di pregare gli uni per gli altri, così come Cristo per tutti noi intercede”.

La lavanda dei piedi costituisce dunque un segno visibile anche di quella dignità sacerdotale di cui partecipa ciascun battezzato e, spiega ancora il Doctor Gratiae, di “un ministero di carità e di umiltà” che ci esorta, unitamente a Cristo, a servirlo nel prossimo lavando i piedi gli uni agli altri. Poi “sta a lui esaudirci, purificarci da ogni contaminazione di peccato per Cristo e in Cristo e sciogliere in cielo ciò che noi sciogliamo in terra, cioè i debiti che noi avremo rimesso ai nostri debitori”, nella misura in cui “Egli è colui che prega per noi, che prega in noi e che è pregato da noi. Prega per noi come nostro sacerdote; prega in noi come nostro capo; è pregato da noi come nostro Dio. Riconosciamo dunque in lui la nostra voce e in noi la sua voce”.

Eucarestia e lavanda dei piedi appaiono allora come due risvolti di un medesimo gesto proteso a sottolineare la donazione totale del Figlio dell’uomo al Padre, agli amici e ancor di più ai nemici. La notte dell’Ultima Cena è infatti anche la notte del tradimento di Giuda, del rinnegamento di Pietro e della consegna di Gesù nelle mani di malfattori e peccatori di ogni genere, siano essi sommi sacerdoti, farisei, scribi, soldati romani o gente comune. È la notte tenebrosa degli insulti, dello scherno, delle percosse e del sudore di sangue che nell’orto del Getsemani riga il volto del Redentore e allude tanto al peso del peccato di ciascun uomo per cui ogni goccia è donata, quanto al sangue dei martiri che sarebbe stato versato nel suo Corpo mistico. In questo modo, per dirla ancora con l’Ipponate, “Egli volle farsi simbolo anche di quei tali che nel suo corpo, cioè nella sua Chiesa, avrebbero voluto fare la propria volontà, ma poi si sarebbero sottomessi alla volontà di Dio”.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Le sette parole di Gesù in croce, per imparare a morire con Lui

Le “sette parole” che Gesù pronunciò sulla croce costituiscono il testamento spirituale d’amore del Cristo morente. Lo rileva monsignor Angelo Comastri, vicario generale di Sua Santità per la Città del Vaticano e arciprete della Basilica di San Pietro, nel suo recente volume Le ultime parole di Gesù (San Paolo 2019, pp. 176), in cui la meditazione sulle parole di Nostro Signore è accostata sapientemente ai gesti concreti di coloro che, con la loro testimonianza di vita, hanno incarnato il lascito di tale manifesto d’amore.

“Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno” (Lc 23, 34)

La prima espressione del Crocifisso è una parola di perdono per i suoi crocifissori. Rivela che, come sottolinea Comastri, “l’onnipotenza di Dio è onnipotenza di amore. Sulla Croce di Gesù è stata definitivamente inchiodata ogni immagine di Dio che vorrebbe caratterizzarlo come onnipotenza di forza irresistibile e di potere che schiaccia e punisce”. Questo amore che perdona e non serba odio nei confronti dei carnefici è stato testimoniato mirabilmente da san Massimiliano Maria Kolbe, allorquando decise di offrire la propria vita in cambio di quella di un padre di famiglia condannato a morte dai nazisti come ritorsione per la fuga di un prigioniero. Il santo, “con un atto di amore, ha reso presente l’Amore di Dio in un inferno di odio”.

“In verità Io ti dico: oggi sarai con me nel paradiso” (Lc 23, 43)

Queste stesse parole sono state fatte proprie da Maria Goretti quando, colpita per ben 14 volte da un giovane con un punteruolo che voleva attentare alla sua verginità, fu trasportata sanguinante in ospedale. «Il parroco, indicando il Crocifisso, ha l’ispirazione di chiedere a Maria: “Marietta, vuoi perdonare Alessandro come Gesù perdonò i suoi crocifissori?”. La bambina resta in silenzio per qualche secondo e poi risponde: “Sì, lo perdono di cuore. E lo voglio con me in Paradiso”», racconta Comastri. Così, mentre era in carcere, una notte Alessandro sognò Maria Goretti che raccoglieva per lui dei gigli e gli si avvicinava. Il giovane si svegliò di soprassalto e, rasserenato, pensò in cuor suo: «Ormai mi salvo anch’io – dico tra me – perché sono certo che Marietta prega per me. È venuta a trovarmi e a darmi il suo perdono. Da quel giorno non sento più l’orrore di prima per la mia vita». Ciò accadde verso la fine del 1906. Alessandro fu poi accolto dai Padri Cappuccini e, con sua profonda gioia, ricevette anche il perdono da parte della madre di Maria.

“Donna, ecco tuo figlio!”. “Ecco tua madre!” (Gv 19, 26-27)

«Voleva dirle: “Mamma, non pensare a me! Io sto vivendo il gesto del più grande amore: e questo mio amore è l’unica ancora di salvezza per l’umanità! Mamma, insegnalo a Giovanni! Fagli da mamma! E, dopo Giovanni, fai da mamma a tutti gli uomini che appariranno nello scenario della storia”». In relazione alla maternità di Maria, padre Comastri ricorda come la potente intercessione della Vergine a Lourdes abbia liberato dall’ateismo il chirurgo Alexis Carrel (premio Nobel per la medicina), in seguito a un miracolo accaduto a una sua paziente e di cui è stato spettatore. Allo stesso modo la premura materna di Maria ha impedito il suicidio di Giuseppe Battista Tomassi, che aveva deciso di spararsi. Intervenendo prontamente nello stesso luogo santo, la Madonna guarì le ferite del cuore di Giuseppe e così, “da una rivoltella diventata inutile; da una disperazione diventata speranza; dallo spettacolo dell’amore vissuto, nel quale un giovane disperato incontrò Dio; dalla gratitudine di un ragazzo guarito nel cuore dalla Madonna”, è affiorata l’idea dell’Unitalsi, la nota associazione che prosegue ancora oggi nella sua missione al servizio dei disabili e dei malati.

“Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mc 15, 34)

«Queste parole sono l’inizio del Salmo 21, un salmo che gli scribi e i farisei conoscevano alla perfezione. Si tratta di una impressionante cronaca della Passione di Gesù: è una fotografia scattata prima dell’evento, una fotografia che Dio solo poteva scattare. L’Amore infinito ha attraversato la nostra cattiveria in tutta la sua ampiezza e l’ha vinta: l’ha sconfitta con l’ampiezza dell’Amore. L’abbiamo capito? Gesù continua a gettare sprazzi di luce nel buio di ogni tempo», spiega il cardinale. Jacques Fesch è un giovane del secolo scorso, un omicida che riuscì ad affrontare serenamente persino la ghigliottina. Dopo aver condotto una vita da dissoluto, fece penitenza in carcere, sposò la sua compagna con rito religioso, scrisse parole commoventi alla sua bambina e morì ricevendo i sacramenti nella grazia di Dio, fiducioso nella misericordia del Padre.

“Ho sete” (Gv 19, 28)

«La sete di Gesù è sete di amore e il suo grido attraversa i secoli e interroga anche ciascuno di noi», commenta il teologo Comastri. A tal proposito Madre Teresa di Calcutta, la cui vita è stata una risposta a tale grido di Cristo, si rivolgeva così al Signore: «Gesù, ti disseto! Dovunque andrò, seminerò amore! E te lo porgerò per dissetare la tua insaziabile sete di amore».

“Tutto è compiuto” (Gv 19, 30)

«Che cosa è compiuto? È compiuto lo svelamento del vero volto di Dio! Sulla Croce è caduto il velo di tante caricature di Dio costruite dagli uomini ed è apparso il vero e affascinante volto di Dio: Dio è Amore e la sua onnipotenza è esclusivamente Onnipotenza di Amore». Kirk Kilgour è stato un atleta, nonché assistente allenatore di pallavolo della Nazionale italiana. Nel 1976 rimase paralizzato a tutti e quattro gli arti, a seguito di una lussazione alla vertebra cervicale con lesione al midollo spinale che lo costrinse sulla sedia a rotelle. Eppure sperimentò la potenza dell’amore di Cristo. In una sua preghiera ebbe infatti il coraggio e la grazia di scrivere: «Domandai a Dio che mi desse la salute per realizzare grandi imprese: Egli mi ha dato il dolore per comprenderla meglio».

“Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito” (Lc 23, 46)

L’ultima espressione sulle labbra del Crocifisso testimonia che «la morte non è un salto nel buio né, tantomeno, è un salto nell’abisso del niente: la morte è un abbraccio con Dio! Come sono belle le ultime parole di Gesù e come sono rassicuranti per noi! Il viaggio della nostra vita va verso un incontro: e noi dobbiamo prepararci a quell’incontro per essere pronti e capaci di rispondere all’abbraccio di Dio». Come rispondere a tale amore? Sicuramente «attraverso l’amore scelto e vissuto negli anni dell’attesa!». È stato così, ad esempio, per Giovanni XXIII, il “Papa buono”, che «alle ore undici, dopo aver ricevuto il Santo viatico, si rivolge agli astanti che sono ancora in ginocchio e pronuncia parole di fede grandissima: “Questo letto è un altare, l’altare vuole una vittima: eccomi pronto! Offro la mia vita per la Chiesa, la continuazione del Concilio, la pace del mondo, l’unione dei cristiani. Il segreto del mio sacerdozio sta nel Crocifisso. Quelle braccia allargate dicono che Egli è morto per tutti, per tutti, nessuno è respinto dal suo amore e dal suo perdono”». D’altra parte, sottolinea infine padre Comastri, «con Gesù, e soltanto con Gesù, è possibile morire sorridendo, cantando e sentendo vicina la gioiosa melodia del Paradiso. Preghiamo perché la nostra morte sia così»

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Un dizionario degli uomini grandi nella fede e nelle opere

Agostino, Alberto Magno, Benedetto da Norcia, Bernini, Brunelleschi, Carlo Magno, Clodoveo, Cristoforo Colombo, Copernico, Dante, De Wohl, Francesco d’Assisi, Galileo, Giotto, Guareschi, Isabella di Castiglia, Lejeune, Michelangelo, Pampuri, Marco Polo, Stradivari, Tommaso d’Aquino, Vespucci sono solo alcune delle oltre 400 voci che popolano il Dizionario elementare dei cattolici illustri, pubblicato recentemente dall’Istituto di Apologetica, a cura di Gianpaolo Barra, Mario Arturo Iannaccone e Marco Respinti.

C’è ampio spazio per uomini illustri nelle arti e nelle lettere, regine e sovrani saggi, scienziati illuminati, matematici e astronomi acuti, abili navigatori e compositori, grandi storici, sapienti filosofi e teologi, ma anche santi sociali, papi, cardinali, vescovi, sacerdoti, religiosi e religiose che hanno lasciato un segno profondo nella storia dell’umanità e ai quali tutti, compreso i non credenti, dovrebbero essere grati. Tali voci riportano in maniera sintetica, con linguaggio semplice e accessibile a tutti, brevi biografie di uomini e donne che hanno contribuito allo sviluppo della nostra civiltà e dato gloria alla Chiesa di cui sono figli.

In ambito matematico spiccano, ad esempio, le figure di Maria Gaetana Agnesi (1718-1799), riconosciuta per le sue Instituzioni analitiche come “una delle più grandi donne matematiche di tutti i tempi” e quella di Ennio De Giorgi (1928-1996), che ha aperto “prospettive inedite alla matematica mondiale”, distinguendosi per la ricerca su equazioni, derivate parziali e calcolo delle variazioni. Egli riteneva che “il segreto della forza della matematica risiedesse nella capacità di passare dalla osservazione delle cose visibili all’immaginario delle cose invisibili”.

In ambito scientifico è davvero considerevole il contributo dei cattolici. Girolamo Fracastoro (1476-1553), medico personale di Papa Paolo III, è stato il “pioniere dell’infettivologia, colui che, 300 anni prima della sua validazione sperimentale, intuì che alcune malattie erano dovute a germi capaci di moltiplicarsi nell’organismo e di trasmettersi per contagio, attraverso la respirazione o altre forme di contatto, ad altri organismi”. A lui si deve anche il nome della sifilide. C’è poi padre Benedetto Castelli (1578-1643), “inventore del pluviometro per misurare la quantità di pioggia nel tempo e iniziatore della scienza idraulica”. Luigi Galvani (1737-1798) è stato “un pioniere dell’ostetricia italiana” e tra i fondatori dell’elettrotecnica moderna. A lui si deve l’invenzione del galvanometro per misurare l’intensità di correnti elettriche e della ‘galvanizzazione’, il processo col quale si riveste di un sottile strato di metallo un manufatto di un altro materiale metallico proteggendolo dalla corrosione. Lavoiseir (1743-1794), padre della chimica moderna, celebre per le sue ‘leggi’ e il suo contributo alla stechiometria, ha anche dimostrato il ruolo dell’ossigeno nei processi vitali di animali e la composizione dell’acqua e dell’aria. A don Giuseppe Mercalli (1850-1914), il sacerdote dei vulcani e dei terremoti, si deve invece l’elaborazione della famosa ‘scala’ che porta il suo nome per la classificazione dei sismi e della loro intensità. In campo astronomico la tesi scientifica di un universo in espansione da un atomo primordiale, poi ribattezzata ‘teoria del Big Bang’, porta il nome di padre George Lamaître (1894-1966).

In ambito letterario sono pochi gli studenti liceali a sapere che l’autore del proprio dizionario Lorenzo Rocci (1864-1950) era un padre gesuita che ha lavorato alacremente per compendiare il cuore della letteratura greca nel poderoso vocabolario che porta il suo nome o che il conte Monaldo Leopardi (1776-1847), padre del poeta Giacomo e gonfaloniere della città di Recanati, dopo aver sperimentato l’efficacia della vaccinazione sui propri figli, sia stato il primo a introdurla nello Stato Pontificio, rendendola obbligatoria per il vaiolo. Egli è stato uno scrittore vivace, intelligente, colto, orgoglioso della propria fede, sebbene la sua fama sia stata ingiustamente oscurata.

In campo sociale, al di là della missione educativa di grandi santi quali Giovanni Bosco e Giovanni Battista De La Salle in favore di orfani e poveri, meritano di essere ricordate l’opera missionaria di Francesca Cabrini (1850-1917), che ha favorito l’insegnamento dell’inglese e promosso la costruzione di ospedali, case di cure e luoghi d’assistenza per immigrati, e quella di don Carlo Gnocchi (1902-1956), rivolta in specie a orfani, mutilati di guerra e malati di poliomielite per una ‘riabilitazione integrale’ della loro persona a tutela della propria dignità.

Sfogliando con curiosità il Dizionario dei cattolici illustri, si possono scorgere dettagli particolarmente significativi tra le pieghe recondite della vita di personaggi celebri scoprendo, ad esempio, che il campione del ciclismo Gino Bartali (1914-2000) era terziario carmelitano col nome di Fra’ Tarcisio di Santa Teresa di Gesù Bambino.

In ambito produttivo tra per gli imprenditori è opportuno ricordare Harmel Léon (1829-1915), sperimentatore della dottrina sociale della Chiesa nella sua fabbrica di filatura con misure concrete a favore dei propri lavoratori, dagli assegni familiari all’istituzione di una cassa di mutua assistenza. In ambito politico basti citare le figure luminose del valoroso Marcantonio Colonna e del frate Marco d’Aviano, i cui apporti furono decisivi per il respingimento dell’esercito turco rispettivamente sia a Lepanto nel 1571 che alle porte di Vienna l’11 settembre del 1683; o quella del giovane martire José Sánchez del Rio durante la rivolta dei cristeros in Messico (1926-1929). In ambito giuridico emerge la figura del magistrato Rosario Livatino (1952-1990) che, per il suo impegno in prima linea per la giustizia contro la mafia, è stato vittima di un attentato. Martire della giustizia, uomo discreto, teneva sulla sua scrivania un Vangelo e un crocifisso, mentre la sua giornata iniziava sempre sostando in una chiesetta in preghiera davanti al tabernacolo.

Insomma, come scrivono i curatori, tale Dizionario si configura come una “collezione di brevi ritratti che porta esempi ed eccellenze di una civiltà millenaria” e che non vuole avere la pretesa dell’esaustività e della completezza, bensì desidera assolvere al compito di riconoscere il meritato onore ai nomi notissimi, meno noti e ignoti di quanti hanno contribuito a edificare il Regno di Dio sulla terra mettendo a frutto i doni del Padre attraverso le loro opere in tutti i campi dello scibile e dell’agire umano.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Peppe Diana, il sacerdote che si oppose ai Casalesi

«Occorre riscoprire quegli spazi per una ‘ministerialità’ di liberazione, di promozione umana e di servizio. Coscienti che il nostro aiuto è nel nome del Signore, riaffermiamo il valore anticipatorio della preghiera che è la fonte della nostra Speranza. Ai preti nostri pastori e confratelli chiediamo di parlare chiaro nelle omelie e in tutte quelle occasioni in cui si richiede una testimonianza coraggiosa». Passa anche attraverso queste parole, pronunciate nel corso della sua seconda denuncia pubblica della camorra, l’impegno profetico di don Giuseppe Diana (4 luglio 1958 – 19 marzo 1994), detto Peppe, disposto a essere segno di contraddizione in un territorio avvelenato dalla malavita organizzata.

«Basta con la dittatura armata della camorra», tuona ancora in un altro suo accorato appello, dopo l’ennesima uccisione di un innocente per errore da parte del clan dei Casalesi. Il giovane sacerdote fa sentire la propria voce senza timore. «Non sapeva, forse, che questo era il suo destino. Si riconosceva solo un povero ma solerte lavoratore nella vigna del Signore. Metteva volentieri tutta la sua vita e tutta la sua cultura nella missione universale della sua Chiesa», scrive il vescovo Raffaele Nogaro: «E per la libertà del tuo popolo e per l’amore della tua terra ti hanno immolato».

Anche questa preziosa testimonianza confluisce in Don Peppe Diana e la caduta di Gomorra del giornalista Luigi Ferraiuolo, recentemente pubblicato dalla San Paolo, che racconta la vicenda, il ministero e il martirio di don Giuseppe Diana, evidenziando le ferite del contesto sociale in cui maturò il suo omicidio: «Erano le 7.30 del mattino del 19 marzo 1994, giorno del suo onomastico. La risposta arrivò subito, forte e chiara, come suo solito: “Sono io don Peppe”. Giuseppe Quadrano sparò quattro colpi di pistola al sacerdote che si stava vestendo per la Messa e andò via, tranquillamente come era entrato». Eppure, «dal sangue di don Peppe e di altre 353 vittime sono nati centri sociali, case famiglia, ostelli, realtà per aiutare persone con autismo o disabili o sole, isole ecologiche, associazioni sportive, ristoranti, negozi, agriturismi. Una ribellione collettiva e sempre più forte alla camorra, sfidata nella sua stessa terra e inizialmente con scarso supporto delle istituzioni», come ha osservato Elisabetta Soglio nella prefazione.

Don Peppe ha pagato in prima persona anche la propria decisione «di negare un funerale pubblico a un camorrista, parente del killer che poi lo avrebbe ucciso per conto dei boss», come scrive Ferraiuolo. «In poco più di tre anni, dal luglio del 1991 al marzo del 1994, egli ha saputo insegnare con coraggio e convinzione alla comunità casalese e al mondo che la camorra non aveva ragione e che i clan erano il male. Gli era chiaro che il contesto in cui si viveva nel Casalese era corrotto, amorale, violento e sanguinario». Per questo motivo «don Peppe Diana doveva morire, perché si era spinto troppo avanti. Perché aveva parlato troppo, aveva aperto troppe menti, troppi cuori, troppi occhi. Perché non si potevano impartire i sacramenti ai camorristi, agli assassini. Era diventato troppo esemplare, nel cuore della testa della camorra, perché potesse sopravvivere. Se non fosse stato ucciso quel 19 marzo, per i disegni di Nunzio De Falco e l’opposizione al funerale del parente di Quadrano, sarebbe stato ucciso poco dopo, perché la sua stessa presenza fisica avrebbe intralciato gli affari dei boss. Era una conseguenza diretta della sua predicazione pubblica cominciata anni prima, tra il 1988 e il 1989, e divenuta palese nel luglio del 1991», quando aveva tuonato contro la dittatura armata della camorra.

A 25 anni dalla sua morte, monsignor Lorenzo Chiarinelli ha voluto lanciare «un accorato appello alla popolazione, meglio ai camorristi: O terra amata che conosci il sudore, le sofferenze e le lacrime della nostra gente; o terra bagnata di sangue di non pochi tuoi figli, e ora, da ultimo – che sia veramente l’ultimo – dal sangue di un tuo figlio, ministro di Cristo e della Chiesa, spezza la spirale di follia omicida, ricrea spazi di serenità e fiducia per i tuoi giovani, rifiorisci in messe abbondante di giustizia e di pace… Nessuno in mezzo a te tradisca mai più questa speranza. Il nostro martire don Peppino ha seminato per il futuro».

Nel visitare la sua tomba per omaggiarne la figura, monsignor Angelo Spinillo, vescovo di Aversa, «ha riconosciuto in don Peppino l’impegno e la generosità di tanti, sacerdoti e fedeli laici, che in questa nostra terra vivono e donano speranza». Durante l’Angelus del 20 marzo 1994, il giorno seguente la sua uccisione, il Santo Padre Giovanni Paolo II pregava così: «Voglia il Signore far sì che il sacrificio di questo suo ministro, evangelico chicco di grano caduto nella terra e morto, produca frutti di sincera conversione, di operosa concordia, di solidarietà e di pace». Le tante realtà associative e caritative fiorite a Casal di Principe e non solo, nel solco della sua testimonianza di vita spesa per il Vangelo, testimoniano senza dubbio una condivisione del suo anelito di fede, giustizia e carità.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Giuseppina Bakhita: il fascino di una donna libera

“Bakhita è donna. Senza tentennamenti donna. Orgogliosamente donna. Bakhita non nasconde le sue debolezze, i suoi dolori, il suo amore, ma comunque impone la propria femminilità. Caparbia sceglie e percorre tappa dopo tappa la sua strada. Si propone per quello che è, spontaneamente, e diventa un esempio da imitare, una luce a cui rivolgersi, un cuore a cui affidarsi”. È questo il ritratto che emerge tra le pagine di Bakhita. Il fascino di una donna libera (San Paolo 2019, pp. 156), terzo libro dedicato alla ‘santa moretta’ da Roberto Italo Zanini, giornalista della redazione romana di Avvenire.

“Bakhita è un dono. Un dono di Dio per il nostro tempo. Un volto della grazia divina che chiede di essere accolto, anche solo per un istante, anche solo per assaporare il senso intimo della libertà. È ‘la Sorella universale’ – come ebbe a dire di lei San Giovanni Paolo II – perché ci rivela il segreto della felicità più vera: le Beatitudini”. Discriminata perché nera, schiava, costretta a sopportare sul suo corpo violenze inaudite, tra le quali scarificazioni profonde su braccia e schiena e il torcimento del seno sin da quando è soltanto una giovane ragazza. Nel suo diario racconta però la gioia grande che provò quando ottenne un padrone decisamente più mite, un console italiano che l’avrebbe portata fuori da quell’inferno sudanese e dunque probabilmente in condizioni di vita meno dure. Giunta a Ziniago in Veneto, viene ‘regalata’ a un’altra famiglia per fare la domestica e, quando il suo padrone decide di aprire un’attività alberghiera a Suakin, torna in Sudan, ma solo per un breve periodo, lavorando nel bar dell’albergo.

Una svolta determinante nella sua vita è segnata da un regalo. Il fattore della famiglia Michieli presso la quale lavora come domestica le dona un crocifisso d’argento, che ella confessa di aver inizialmente nascosto per paura che la sua padrona glielo potesse sottrarre. “Ogni tanto lo guardavo e sentivo una cosa in me che non sapevo spiegare”. È l’inizio di un percorso di maturazione di fede e libertà interiore che la induce a dare progressivamente risposta a quell’anelito del proprio cuore che, sin da quando era in Africa, la spinge a chiedersi “dinanzi alle bellezze della natura, quali il sole, la luna e le stelle: ‘Chi è mai il padrone di queste belle cose?’”, e di conseguenza ad ammettere: “E provavo una voglia grande di vederlo, di conoscerlo”.

Poi impara a ripetere in cuor suo spesso: “Il Signore è sempre stato buono con me”; “Il Signore mi ha sempre voluto bene”; “Tutta la mia vita è stata un dono di Dio”. Tale consapevolezza culmina nella scelta di consacrarsi a Lui. Di qui Bakhita “viveva di Dio e si commuoveva fino alle lacrime pensando alla grazia e alla bontà di Dio nei suoi riguardi, per essere stata chiamata al battesimo e alla vita religiosa”. Prima di prendere i voti è don Giuseppe Sarto, il futuro Papa Pio X, a esaminare la sua scelta vocazionale e a esortarla con queste parole: “Pronunciate i voti senza timori. Gesù vi vuole, Gesù vi ama. Voi amatelo e servitelo sempre così”.

Divenuta suora, si apre a una forma di “perdono che giunge al paradosso del ringraziamento: ‘Se incontrassi quei negrieri che mi hanno rapita e quelli che mi hanno torturata, mi inginocchierei a baciare le loro mani, perché se non mi fossero accadute quelle cose non sarei ora cristiana e consacrata’”. Immersa in un Amore che tutto trasfigura, diceva di vivere “non sul Calvario, ma sul Tabor”.

Quando è ormai prossima alla morte, tra dicembre del 1946 e gennaio del 1947 Bakhita raccontava a chi andava a visitarla mentre era molto malata di essere particolarmente stanca per aver due valigie da portare, alla stregua degli attendenti di un generale, “una piena di debiti e l’altra piena dei meriti di Gesù”. Eppure non aveva alcun timore, poiché diceva: “Appena sarò sulla porta del Paradiso, coprirò i miei debiti con i meriti della Madonna, poi aprirò l’altra e dirò: Eterno Padre, giudicate per quello che vedete”. Ella aveva dunque compreso, come ricordato dallo stesso Papa Francesco, che “è il dipendere da Lui che ci libera dalle schiavitù e ci porta a riconoscere la nostra dignità” di figli di Dio.

Nel suo libro Zanini intervalla la vicenda biografica di Bakhita con quella di uomini, donne, famiglie e testimoni che l’hanno conosciuta e invocata e che, soprattutto grazie all’incontro con la ‘santa moretta’ nel santuario di Schio dove sono ora custodite le sue spoglie, hanno ritrovato la fede e il coraggio di affidarsi a Dio nella malattia, nelle difficoltà, nel dolore, durante una gravidanza difficile o nei propri problemi familiari, rimettendosi alla sua intercessione. Lo stesso autore racconta anche una serie di ‘coincidenze’ della propria vita che rivelano il suo legame speciale con Bakhita, ma nel contempo sono segni evidenti della presenza di Dio, della sua grazia operante e della comunione dei santi.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

“Nati guasti”. Cinque passi al Mistero con Padre Maurizio Botta

“Gli uomini si dividono in due categorie, quelli che credono al peccato originale e gli sciocchi”, scriveva Nicolás Gómez Davila. Per non rientrare tra le fila dei secondi, dovremmo umilmente prendere consapevolezza che “noi siamo questa impossibilità a fare quello che vorremmo, siamo una volontà di potenza sovradimensionata rispetto alle nostre possibilità, un desiderio di velocità sovradimensionato rispetto alla nostra lentezza. Noi siamo questa contraddizione vivente chiamata dalla Chiesa ‘peccato originale’”. Per questo “abbiamo bisogno del Redentore sempre, perché se ogni istante della nostra vita non è liberato da Lui, rimaniamo sotto il giogo di una legge che non vogliamo ma da cui non riusciamo a liberarci e continueremo a sentire dentro un debito che non potremo mai saldare da soli”.

È questo il cuore di ‘Volere è potere?’, il primo dei ‘Cinque passi al Mistero’ raccolti da padre Maurizio Botta nel recente volume Nati guasti (San Paolo 2019, pp. 190). Si tratta di un libro che riporta fedelmente le catechesi del giovane e brillante sacerdote che predica nel solco del carisma di San Filippo Neri e risponde in maniera puntuale alle domande di giovani e adulti in dialogo con lui sulle ragioni della fede, secondo una formula vincente che ormai da dieci anni rende gremita la Chiesa di S. Maria in Vallicella a Roma. Come rileva Costanza Miriano nella Prefazione “padre Botta riesce nel miracolo di parlare ai lontani e anche ai lontanissimi, ma senza fare alcuno sconto nei contenuti, semplificando senza impoverire, traducendo senza tradire, rendendo potabile senza annacquare, avvicinando i lontani senza mai, neanche per un attimo, allontanarsi da Colui che, si sente a ogni frase, sta al centro del suo cuore e dei suoi pensieri, Gesù Cristo”.

Il primo passo da compiere consiste dunque nel liberarsi dall’illusione dell’autosufficienza che traspare nello stesso ‘mito del buon selvaggio’, “secondo il quale l’uomo è buono per natura ed è la società a corromperlo, per cui cambiando la società salveremo anche l’uomo”. La realtà dell’uomo però non è questa da quando egli ha preteso di sostituirsi a Dio, mangiando “quel frutto, quell’unico frutto e non tutti gli altri, che Dio avrebbe voluto riservarsi di staccarlo Lui stesso ogni volta e donarlo con amore, perché l’amore di quel dono diretto era l’unico antidoto. In Cristo questo era il progetto, non drammatico: farci dono Lui, continuamente, della conoscenza del bene e del male, ma noi abbiamo allungato la mano per prenderla, una volta per tutte”. Assecondando il proprio delirio di onnipotenza, la creatura umana si trova piuttosto a sperimentare costantemente la propria impotenza. Dunque “l’uomo – prosegue il sacerdote oratoriano – non è buono, ha un cuore malato ed è questo guasto che lo danneggia, non ciò che viene da fuori. Ognuno di noi dovrebbe guardare a questa malattia che ha dentro di sé, partire da quella, da se stesso, invece di accusare sempre gli altri. L’uomo è abitato da questa contrapposizione tra desideri grandissimi, intelligenza acutissima e limiti: una lotta continua che lo porta a precipitare. Senza Cristo, l’uomo non ce la fa, non riesce”.

Se limite e finitezza contraddistinguono l’uomo in quanto tale, è “transumanesimo – puntualizza padre Maurizio – quando sogno di superare i limiti dell’umano”; così come è “scientismo quando ripongo nel progresso scientifico una sorta di fiducia messianica per la salvezza dell’uomo”. Perciò da una parte è necessario prender coscienza del fatto che “siamo dei nobili decaduti con pretese ingiustificate e sproporzionate rispetto a quel che siamo realmente: un ammasso di limiti incredibile, una bolla che con un niente può scoppiare”. Però dall’altro ciò non deve scoraggiare, perché il credente è chiamato a superare in forza della grazia divina il proprio limite in una maniera del tutto inedita. Infatti “il superamento del limite cristiano è quello che ti porta a vivere la vita di Dio dentro la carne: ‘Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me’ (Gal 2, 20). È questo l’inaudito cristiano: noi siamo piccole creature qua e Dio è irraggiungibile là ma, uniti a Cristo, siamo inseriti nella vita eterna della Trinità”.

Allo stesso modo, nel ‘passo’ dedicato ai social e alla dipendenza da smartphone, padre Maurizio suggerisce come rimedi “un ‘digiuno’, che sia quotidiano o almeno settimanale, e la decisione d’intraprendere attività in cui ti privi volontariamente, anche quando dolorosamente, della connessione”. Imparando a trascorrere più tempo con se stessi infatti si valorizza quella dimensione preziosa del silenzio, che “Satana odia mortalmente e considera assai pericolosa perché è nel silenzio che può essere ascoltata la parola trasformante dell’amore”.

La catechesi sui temi del lavoro e del tempo libero prende le mosse da una constatazione, quella per cui il mercato globale è ormai ridotto “a un oligopolio di pochi e grandi che esclude i tanti e piccoli”, e da una considerazione, ossia che “il dogma dell’efficienza del mercato è una gran panzana, poiché il mercato non detta legge, sono gli uomini e la politica a dover scrivere le regole e a doverlo gestire”. Di qui, rispetto all’attuale modo di vivere la propria professione senza contemplare la possibilità di santificare la domenica, padre Maurizio non fa sconti ricordando che “se Dio ‘ci comanda’ il riposo – e non lo suggerisce, non ci rivolge un invito, non ci dà un consiglio, proprio lo ‘comanda’ – lo fa non solo per la nostra felicità, ma perché sa che una parte di noi, istintivamente, sarebbe portata a non viverlo”. È necessario allora modificare la propria “visione del tempo come ora d’aria rispetto a un lavoro vissuto invece come schiavitù guastatrice della festa” per vivere il proprio otium non quale “tempo ‘libero da’, ma come tempo ‘libero per’, in quanto la festa vera è il luogo dove decidi come utilizzare la tua libertà e porta con sé la logica del dono”. Una logica sicuramente da riscoprire e di cui sembra del tutto priva “la festa moderna, tutta individualistica, in cui ci si stordisce da soli e ci si ubriaca da soli, che è il contrario della festa cristiana che è sempre comunitaria”.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Giussani e il fascino originale del cristianesimo

Riproporre il cristianesimo nel suo fascino originale e nella sua profonda ragionevolezza come risposta al desiderio di felicità e pienezza dell’uomo del proprio tempo. È questo il cuore del pensiero teologico di Luigi Giussani, che è stato oggetto di un importante convegno di studi, il primo in Europa a livello internazionale, sulla figura e la vasta produzione di scritti del sacerdote ambrosiano, una tra le personalità più significative del cattolicesimo italiano e non solo del Novecento, noto soprattutto per il suo genio educativo e le realtà ecclesiali nate nel suo carisma.

Gli atti di tale convegno, che si è tenuto presso la Facoltà teologica di Lugano tra l’11 e il 13 dicembre del 2017, sono stati raccolti in un poderoso volume, Luigi Giussani. Il percorso teologico e l’apertura ecumenica, edito recentemente da Cantagalli e da Eupress FTL. In esso sono condensati i contributi di autorevoli studiosi e confratelli che ne hanno apprezzato e condiviso il carisma, tra cui Stefano Alberto, Maria Bocci, Massimo Borghesi, Francesco Braschi, Edoardo Bressan, Aleksandr Filonenko, Onorato Grassi, André-Marie Jerumanis, Sobhy Makhoul, Giulio Maspero, Paola Mazzola, John Milbank, Antonietta Moretti, René Roux, Alberto Savorana, Jacques Servai. Inoltre vi sono brevi saggi di Romeo Astorri, Michael Konrad, Marco Lamanna, Ezio Prato e Monica Scholz-Zappa, nonché una lectio magistralis del Presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, Julián Carrón.

Un coro a più voci, dunque, ciascuna delle quali evidenzia un aspetto della personalità multiforme del ‘Gius’, teologo colto e originale, autore di numerosissimi testi letti in tutto il mondo e meditati ancora oggi soprattutto tra i membri della Fraternità di Comunione e Liberazione. Al centro di essi non vi è un pensiero astratto, ma la consapevolezza che l’avvenimento cristiano sia la lente d’ingrandimento necessaria per mettere a fuoco la realtà in tutte le sue pieghe e per valorizzarne esperienze umane, religiose, intellettuali e artistiche. Un pensiero che si nutre del confronto con le più alte figure del panorama teologico del secolo scorso, tra cui de Lubac, von Balthasar, Guardini, Niebuhr, Newman, e naturalmente i papi Giovanni Paolo II e Benedetto XVI.

Don Giussani è “tra le poche voci che hanno intuito le crepe profonde apertesi nella cristianità, in un panorama in cui, apparentemente, i valori tradizionali sembravano un punto di riferimento per la maggior parte degli italiani” (Maria Bocci). Così, facendo leva sulla natura dell’uomo che “non può fare a meno di desiderare”, egli intuisce quel “Mistero che parla dal di dentro della nostra esperienza”. Il sacerdote ambrosiano sottolinea come il Logos sia un ‘fatto incarnato’, “un’evidenza che si impone alla coscienza”. In questa prospettiva credere equivale a vivere l’incontro con Gesù nella quotidianità, poiché “l’avvenimento di Cristo, che è il significato di tutto, ti fa vivere tutto in modo diverso. […] Noi scopriamo la fede come convinzione dentro il gesto, dentro la diversità del gesto che essa provoca. Questo gesto è il gesto normale: mangiare, bere, vegliare, dormire, vivere, morire”. Di qui “il lavoro culturale del cristiano nel mondo deriva dalla sua liberazione mediante la sua comunione a Cristo con Dio, vivendo secondo l’impegno di Gesù per il mondo e non semplicemente contemplando la verità di Cristo. Si tratta di essere coinvolti nell’impegno di Cristo, muovendosi nello stesso senso”. Con queste parole il professor Jerumanis evidenzia nel proprio contributo la sintonia del sacerdote di Desio con il pensiero di von Balthasar. Giussani avrebbe certamente condiviso quanto l’illustre teologo svizzero affermava, ossia che “il cristianesimo nato dalla Parola-carne deve diventare cultura: umanità in senso lato che abbraccia anche tutti campi della cultura umana”.

Relativamente alla Parola di Dio e alla sua lettura e meditazione, Giussani sostiene che “la capacita di osservare e di lasciarsi stupire dalla realtà non si applica solo alle vicende attuali, ma anche a quelle testimoniate dalle Scritture”. Di qui egli propone un’‘esegesi esperienziale’, per cui i brani evangelici che privilegia “sistematicamente sono quelli in cui il senso religioso è più manifesto ed il legame con la vita più fruttuoso” (Roux). Sul piano liturgico, Braschi ricorda invece come per il sacerdote ambrosiano la Santa Messa sia “il gesto più importante della nostra esistenza perché è il gesto della morte e resurrezione di Cristo”. Per Giussani “la vita del cristiano deve essere una messa vissuta”, nella misura in cui la celebrazione eucaristica “dovrebbe essere il paradigma, la struttura ideale, ispirativa, la forma di tutte le nostre azioni”.

Sulle sue passioni letterarie, Maspero ricorda l’incontro del Gius con Leopardi, che consente “al giovane seminarista di percepire la domanda metafisica originaria che abita il cuore del poeta, presentandolo quasi come vate della sproporzione tra la finitudine dell’essere umano e la tensione all’infinito che in modo ineludibile lo attraversa”. Tuttavia, nella sua lettera di Leopardi, Giussani evidenzia come il poeta di Recanati non si fermi alla coscienza del limite umano che si rivela costantemente nel rapporto con la realtà, ma colga la realtà come un segno, “un rinvio all’oltre”, al suo fondamento metafisico, il medesimo del proprio io. Nelle poesie di Ada Negri scorge invece che “tutto è atto d’amore”. Relativamente alla missione e sfida educativa del sacerdote di Desio, Maspero rileva come l’educazione si configuri quale “introduzione alla realtà totale come coscienza, conoscenza e amore”, poiché “conferma e svolge il cuore dell’uomo, in quanto la coscienza dell’io vive come essenziale esigenza di una totalità”.

“Il cammino al vero è un’esperienza”, sottolinea infine Julián Carrón nella lectio magistralis che chiude il volume. Egli ripercorre le tappe del cammino esistenziale del fondatore di CL alla riscoperta della fede come “pertinenza alle esigenze della vita” e quale “avvenimento di Dio che si è fatto carne e permane nella storia come avvenimento, la cui forma incontrabile è quella compagnia umana che si chiama Chiesa”. D’altra parte, se così non fosse, ossia se “Cristo non si rendesse ‘contemporaneo’ a noi attraverso l’incontro con una umanità raggiunta e cambiata da Lui, il Suo ricordo non sarebbe in grado di muovere il nostro io, non inciderebbe sul nostro presente, non avrebbe la forza di compiere l’attesa sterminata del cuore”. Vivere l’eredità ricevuta nel solco del carisma di don Giussani significa allora, per il suo successore alla guida del Movimento, “testimoniare una fede che possa essere reperta e trovata nell’esperienza presente, confermata da essa, utile a rispondere alle sue esigenze”, perché è la sola “in grado di resistere in un mondo dove tutto, tutto, diceva e dice l’opposto”.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

La fede, una risorsa preziosa anche per lo psicoterapeuta

“All’inizio, il rapporto tra psicologia e religione è stato caratterizzato da una reciproca diffidenza che, probabilmente trova le sue origini nelle ipotesi di Freud, il padre della psicologia moderna, che considerò la religione come un’esperienza nevrotica, al più un’illusione, che aveva il ruolo di placare l’angoscia esistenziale dell’uomo”. Di diverso avviso furono invece i suoi successori, decisamente più propensi a valorizzare il contributo positivo della religione alla maturazione umana. Allo stesso modo lo psicologo e psicoterapeuta Domenico Bellantoni, docente invitato di Psicologia della religione presso l’Università Salesiana di Roma, sviluppa la propria indagine fenomenologica ad orientamento analitico-esistenziale nel solco della riflessione dello psichiatra viennese Viktor Frank e delle sue applicazioni cliniche ed educative.

Così, nel considerare il legame esistente tra psicologia ed esperienza religiosa – nel suo recente volume Religione, spiritualità e senso della vita (Franco Angeli 2019, pp. 274) – Bellantoni si sofferma sulla dimensione trascendente quale fattore di promozione dell’umano, evidenziando come la fede possa costituire una risorsa preziosa fondamentale anche nel lavoro terapeutico.

Se da un lato certamente “l’immaturità della religione nevrotica” riscontrata da Freud in alcuni suoi pazienti “non può essere estesa all’intera fenomenologia del fatto religioso”; dall’altro però è necessario interrogarsi su quale ruolo possa ricoprire la fede in una società relativista e nichilista, tanto più se si considera che “il nichilista dice a se stesso che non è affatto necessario prendere in pugno la propria vita, dominare il destino, perché la vita in fondo non ha alcun senso” (Frankl). Infatti oggi si assiste impotenti a un dilagante riduzionismo antropologico che considera l’uomo a una dimensione, sia essa biologica, psicologica o sociologica, ma pur sempre esclusivamente orizzontale, per cui c’è chi si ripiega nel fatalismo, ossia si lascia determinare dagli eventi e dalle circostanze che gli capitano; chi preferisce un conformismo prono al ‘politicamente corretto’; chi è razionalista e confida nel progresso costante della tecnologia; chi è scientista, per cui ripone tutta la propria fiducia in una scienza priva di limiti, la quale “gli toglie l’ultimo residuo di quel sentimento di significanza che può ancora essergli rimasto”, per dirla sempre con lo psichiatra viennese.

Al contrario, per Frankl, l’uomo è uno “scopritore di significati che esistono indipendentemente da lui” e si autorealizza, ossia può trascendere se stesso soltanto “orientandosi a qualcosa fuori di sé, come un valore, un compito, una persona d’amare”. Se il segreto di una vita felice consiste nella capacità di trascendere se stessi amando, allora occorre innanzitutto evitare il rischio di ricercarlo “nell’emozionalità, in una sorta di attivazione fisiologica che contribuirebbe al ‘sentirsi vivi’”. Lo scopo della vita non può evidentemente coincidere con un imperativo attualmente imperante soprattutto tra i più giovani come “Godi il più possibile!”, poiché assecondarlo è soltanto un’illusione e un triste inganno. Infatti “quanto più si cerca di ghermire il piacere, tanto meno lo si ottiene. Ciò è dovuto al fatto che il piacere non è mai lo scopo degli sforzi umani – afferma ancora Frankl –, ma è, e deve restare, un effetto, l’effetto collaterale dello scopo raggiunto”.

Relativamente al legame tra religione e psicologia, pur perseguendo finalità differenti – la prima la salvezza dell’uomo la seconda il benessere dell’anima – costituiscono entrambe “un fattore importante di resilienza e di crescita post-traumatica”. Lo conferma “un recentissimo studio, condotto su di una popolazione di soggetti anziani, che ha evidenziato come la pratica religiosa sia correlata a un più alto livello di resilienza nel fronteggiamento di disagi, avversità e persino eventi traumatici, minore depressione e anche migliori capacità di reintegrazione in riferimento a vissuti traumatici”, nella misura in cui “rimandando a un vissuto profondo, la fede rappresenta qualcosa di unificante ed armonizzante l’intera esistenza, che proprio da tale atteggiamento acquista senso, inteso come orientamento nella vita, e significato, come valore assegnato ad essa e, in essa, ai vari accadimenti”. Credere in Dio nel significato autentico comporta in realtà “l’essere fedeli a Dio e coerenti con il senso ‘scoperto’ come vero, buono e giusto per la propria esistenza nelle continue risposte agli appelli della vita, nei suoi innumerevoli eventi”.

Ma come accogliere e sostenere il senso religioso del paziente durante il setting terapeutico, nell’esigenza di tenere distinte la funzione dello psicoterapeuta e la missione del sacerdote? Innanzitutto occorre considerare che “la religione non è mai una polizza di assicurazione per una vita tranquilla, per una libertà da conflitti, per un obiettivo psicoigienico. La religione dà all’uomo molto di più della psicoterapia, e nello stesso tempo gli chiede anche molto di più”. A sostenerlo è ancora una volta Frankl, lo psichiatra viennese che per le sue origini ebraiche visse anche la prigionia in ben quattro campi di sterminio. Sulla sua scia Bellantoni mostra, riprendendo alcuni stralci di colloqui svolti durante il lavoro terapeutico, come si possa far leva proficuamente sulla coerenza del paziente rispetto alle esigenze proprie della fede che confessa di professare. In questa prospettiva analitica anche il racconto dei sogni può divenire un elemento rivelatore significativo della maturità della condotta religiosa del paziente, nella misura in cui è espressione della sua capacità “di vivere nella continuità e nella reciproca implicanza l’esperienzaquotidiana e l’esperienza trascendente”.

La lettura del volume di Bellantoni, che dedica un capitolo anche al ruolo del testo sacro come risorsa educativa e di autoformazione, può dunque risultare particolarmente utile a quanti sono impegnati nella cura della persona in ambito educativo, formativo, consulenziale, pastorale, accademico e clinico.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana