La battaglia di don Fortunato per salvare i piccoli dai pedofili

«Giù le mani dai bambini!» è il grido sofferto e non taciuto di un parroco di periferia contro una tragedia che si consuma drammaticamente nel silenzio e nell’indifferenza sociale: l’abuso dei minori. Un appello accorato raccolto da Roberto Mistretta nel libro-testimonianza Don Fortunato Di Noto. La mia battaglia in difesa dei bambini (Paoline 2021, pp. 200), che ripercorre la vita e le tappe dell’impegno costante e generoso di un sacerdote di Cristo contro pedofilia e pedopornografia nella fedeltà al Vangelo e che raccoglie anche alcune testimonianze di vittime di abusi, comprese quelle commesse nella Chiesa.

 «Grazie, sono libero, ma ora grida. Grida per me e per tutti gli altri bambini». Sono le parole di gratitudine per il sacerdote siciliano di Carlos, un bambino brasiliano che per due anni è stato segregato e ripetutamente abusato da una banda di pedofili. Le foto di quegli abusi venivano scambiate e vendute in Internet. Carlos è il primo innocente liberato dalla polizia nel corso di un’operazione scattata in seguito a una segnalazione partita dall’altra parte del mondo, da Avola, in provincia di Siracusa.

Piccoli indifesi violati nella dignità dalla pedopornografia, dalla circolazione di foto e video condivisi in rete per alimentare perversioni di orchi e orchesse per un business con cifre da capogiro in crescita che investe persino i neonati: nel solo 2020 sono stati individuati 14.521 link, 3.768.057 foto, 2.032.556 video e 456 chat. Oggi addirittura «succede anche di peggio: che i bambini diventino vittime due volte, del pedofilo e della società. Ricordo episodi in cui i bambini abusati sono stati allontanati, isolati, esiliati perché in qualche modo contaminati dal male. Esclusi dai giochi e dai parchi. Sarà questa la ragione per cui pochi denunciano e continuano a lavare i panni sporchi tra mura domestiche, magari gli stessi tuguri criminali dove si consuma il dolore silenzioso dell’innocenza. Ecco allora l’urgenza di accogliere chi bussa per essere salvato, accudito, guarito dalle profonde ferite di un abuso», afferma con forza il sacerdote di Avola.

 La sua vocazione affonda le radici negli orfanatrofi di Ragusa che Fortunato frequenta sin da ragazzino, spinto dal desiderio di mettere in pratica il Vangelo, mentre ringrazia per la gioia di nascere in una famiglia, dono precluso a tanti piccoli più sfortunati di lui. «Guardavo il Crocifisso e aspettavo di vedere chiaro in me». E così, dopo il diploma di ragioneria e il dovuto discernimento interiore, entra in seminario. Dalla sua infanzia affiora un ricordo traumatico, quello del maestro che strappa le basette agli alunni indisciplinati fino a farle sanguinare. Quel maestro vorrà don Fortunato al suo capezzale per riconciliarsi con Dio prima di morire. Da questa ferita interiore ne sarebbe scaturita presto una feritoia di grazie copiose per tanti innocenti indifesi.

Nel 1995 arriva ad Avola nella parrocchia della Madonna del Carmine, in un degradato quartiere periferico di seimila anime, che sarà il suo ovile per ventiquattro anni. Con un rogo simbolico sul sagrato della chiesa di riviste pornografiche invita la comunità alla custodita della purezza dello sguardo dei bambini.

Dopo la scoperta di diverse chat e immagini pedopornografiche in rete scattano le prime segnalazioni alle autorità competenti; quando ancora non esisteva la polizia postale, Don Fortunato Di Noto è il primo a porre il problema all’attenzione politica. Così nel 1998 l’Italia è il primo Paese a dotarsi di una legge che punisca con la reclusione chi detiene, commercia o ceda anche a titolo gratuito materiale pedopornografico. Ma i pedofili si riorganizzano, tentano di eludere i confini nazionali, istituiscono l’Alice Day per l’Orgoglio pedofilo il 25 aprile, allo scopo «di normalizzare i rapporti sessuali tra adulti e bambini, fino ad abolire i limiti di età in materia di rapporti sessuali». A questa iniziativa egli contrappone nella stessa data la Giornata Bambini Vittime della pedofilia.

Suscita poi tanto clamore mediatico un’indagine seguita dal procuratore di Torre Annunziata che conduce a numerosi arresti e scopre una rete con ramificazioni internazionali per un giro d’affari di «seicento milioni di dollari versati su conti della Western Union Bank di Mosca». L’operazione “Rescue” del 2011 scova una rete di settantamila adepti, porta all’arresto di 184 persone e, soprattutto, strappa 230 bambini dagli orchi, tra i quali un bambino siciliano abusato da un istruttore di calcio.

Don Fortunato prosegue con tenacia la sua missione, abbatte la coltre di silenzio e ha il coraggio di denunciare a voce alta le lobby dei pedofili che osano difendere questi atti ignobili. Tale grido, però, gli si ritorce paradossalmente contro dalle stesse istituzioni che avrebbero dovuto farlo proprio. Viene indagato, accusato perfino di detenere materiale pedopornografico e, naturalmente, ogni accusa si rivela del tutto infondata. Tuttavia egli non si perde d’animo, anzi procede con maggiore determinazione, incoraggiato dai frutti concreti di un’opera meritoria che può vantare «millecinquecento bambini salvati dalla schiavitù sessuale negli ultimi quindici anni».

«I bambini non si toccano» è il motto l’associazione Meter da lui fondata, nella quale lavorano tecnici informatici, psicologi e operatori sociali, che ha come logo una grande ‘M’, simbolo di un grembo che abbraccia, accoglie e proteggere ogni vittima attraverso un approccio globale che mira a coinvolgere in uno sguardo positivo le loro famiglie, affinché ogni bimbo possa riguadagnare l’autostima azzerata dalla violenza subita, nella consapevolezza che «un bambino amato non sarà mai abusato».

«Uno degli ultimi filmati mostrava un uomo e una donna che agghindavano bambine di un paio d’anni come se fossero minuscole prostitute» per soddisfare le perversioni di «gente disposta a spendere fortune per filmati orripilanti», per inondare gallery per turismo pedofilo, di cui abbonda il deep web, quel livello della rete che sembra assicurare l’anonimato ai carnefici.

Attraverso Meter don Fortunato Di Noto continua a combattere la pedofilia come un crimine, a sensibilizzare l’opinione pubblica sulla vastità del fenomeno e a supportare le vittime con il sostegno psicologico e spirituale necessario. Questo senza dimenticare le parole più dure di Gesù, quelle rivolte proprio verso quanti scandalizzano i più piccoli.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

La dignità della persona, un principio da recuperare

«La persona dell’uomo è il diritto umano sussistente: quindi anco l’essenza del diritto», scrive Antonio Rosmini. Quest’affermazione del beato di Rovereto ben sintetizza il legame tra persona e diritto al centro di un volume Personalismi o dignità della persona? (Fede e Cultura 2021, pp. 208) a cura di Samuele Cecotti, che raccoglie preziosi contributi di giuristi, filosofi e teologi alla ricerca di antidoti in materia alle deviazioni ideologiche del mondo cattolico.

Tale volume propone il recupero del principio fondamentale della dignità della persona umana nella riflessione di San Tommaso d’Aquino quale rimedio necessario per liberarsi dai personalismi. E in effetti, considerando la persona come un assoluto, le ideologie della modernità hanno chiuso Dio nell’uomo e divinizzato l’uomo, facendo in questo modo decadere il Creatore quale fondamento metafisico della stessa creatura razionale.

Nella disanima del contesto attuale, Stefano Fontana osserva acutamente che il personalismo novecentesco è erede del naturalismo politico ottocentesco, poiché dissolve i concetti di natura e persona che pure presume paradossalmente di difendere sul piano filosofico, nella misura in cui costruisce «un’antropologia autopoietica» e autoreferenziale all’interno della quale viene sussunta la stessa dimensione metafisica e teologica, dal momento che Dio si comunica alla coscienza storica dell’uomo. D’altra parte, secondo il teologo della ‘svolta antropologica’ Karl Rahner che tanto influenza anche le posizioni dei padri conciliari del Vaticano II, la teologia è sostanzialmente antropologia.

 «La dignità habet fundamentum in re», scrive Tommaso d’Aquino. Sulla scia della riflessione speculativa dell’Angelico Dottore, il professor Giovanni Turco si sofferma sulla dignità umana da intendersi non quale attribuzione estrinseca, bensì come una connotazione intrinseca che allude alla bontà di una realtà per se stessa. La stessa nozione di dignitas rimanda ai principi primi, ai postulati indimostrabili che sono alla base di ogni ragionamento. In quanto principio dell’agire, presuppone l’essere, non può prescindere dal soggetto cui inerisce ed è partecipata negli enti in conformità alla natura di ciascuno. Sul piano etico «la dignità consiste in una perfezione: la perfezione (obiettiva) dell’atto (secondo) o dell’abito (buono)», che quindi «consente l’adempimento del proprio dover essere». Di qui la dignità etica dipende dal valore morale degli atti che l’uomo compie, perciò può essere smarrita, a differenza di quella ontologica. Dio è invece la dignità che eccede qualsiasi altra dignità. Tra le dignità soprannaturali che perfezionano quella ontologica dell’uomo vi è la ‘dignità di figlio di Dio’ la quale, in relazione al compito, al grado più alto, consiste nell’essere cooperatori del Padre, agendo sempre in conformità alla volontà divina.

 La dignità dell’uomo viene illuminata sotto il profilo teologico nel contributo di padre Arturo A. Ruiz Freites che critica duramente il personalismo di matrice liberal-maritainiano, secondo il quale «non sarebbe compito della società e dell’ambito pubblico, bensì della persona nella sua dimensione privata, della propria coscienza intima, attuare le scelte in conformità con la propria trascendenza spirituale». In sostanza, l’umanesimo integrale di cui parla Maritain costituirebbe di fatto una «resa alla secolarizzazione liberale-laicista della società». Un altro bersaglio polemico del saggio di padre Ruiz Freites è la «pseudo-teologia rahneriana», giudicata di matrice gnostica ed hegelo-esistenzialista, per cui alla fine «Dio è dissolto nel Pensiero come pura possibilità e nulla di essere, e la persona umana è la mediazione storica del suo divenire coscienza riflessa di pensiero», con il conseguente svuotamento della creaturalità della persona nell’ordine metafisico prestabilito. Di qui è necessaria «la carità di Cristo per ridare la dimensione creaturale alla persona e la dimensione personale-creaturale alla società, rifondandole in Dio Creatore e Salvatore, e, dunque, nell’ordine teleologico della Salvezza eterna, supremo bene comune dell’umanità».

Padre Andrés J. Bonello ribadisce che le posizioni personaliste di Maritain e di Mounier non sono per niente fedeli alla lettera dei testi dell’Aquinate che essi interpretano molto liberamente. Anche per il professor Danilo Castellano «il personalismo contemporaneo, essendo la radicalizzazione dell’individualismo liberale, è dottrina irrazionale» che finisce con l’identificare la persona con la sua volontà e i suoi desideri con i suoi ‘diritti’. Lungi dal riprendere il concetto classico boeziano e tommasiano di persona, il personalismo contemporaneo, che permea in larga parte anche la cultura cattolica, cerca a tutti i costi una conciliazione con la modernità, «subordinandosi sempre alla cultura egemone nel tentativo di non perdere il presunto treno della storia, andando a rimorchio dei pensieri dominanti».

Di qui, se l’uomo è ridotto alla sua volontà, «il più fondamentale dei diritti fondamentali diventa coerentemente, alla luce di questo modo d’intendere la persona, l’autodeterminazione, non come capacità/possibilità di scelta (uso del libero arbitrio), ma come ‘diritto’ di fare sempre e comunque quello che contingentemente si vuole, senza interferenze di volontà altrui e senza considerare l’ordine naturale delle ‘cose’». Questo concetto di autodeterminazione, che permea la cultura giuridica dal divorzio alla stepchil adoption per le coppie omosessuali, ha alle spalle una pretesa gnostica. Infatti «se Adamo ed Eva pretesero di diventare come Dio, gli gnostici moderni pretendono di essere superiori a Dio. Pretendono, infatti, da una parte di essere liberati dalla legge, da ogni legge, dall’ordine naturale; dall’altra di usare la legge come strumento per l’esercizio pieno, assoluto, libero da ogni criterio, dell’autodeterminazione». Al contrario, il diritto soggettivo è realmente tale solo nella misura partecipa dell’ordine oggettivo della giustizia, come rilevato dal dottor Rudi Di Marco.

Insomma, volendo individuare un filo rosso che leghi i diversi contributi, l’antidoto a tale deriva teoretica, socio-culturale e per certi versi anche pastorale è uno solo: ripristinare, nel solco del realismo tommasiano, «la persona umana metafisicamente, la natura umana come normativa, la lex naturalis come criterio d’ogni legge positiva, la Realtà come espressiva di un ordine obiettivo di giustizia universalmente vincolante», così da rimanere fedeli all’autentica dottrina sociale della Chiesa.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

La bugia del ‘divorzio facile’ e la crisi come occasione

«La progressiva identificazione del diritto con il desiderio è la vera metastasi delle nostre società occidentali». Quest’affermazione del cardinale Caffarra individua nel contesto attuale il motivo principale di tante crisi familiari generate proprio dal fatto che «al giorno d’oggi cedere alle pulsioni è diventato una sorta di dovere morale, mentre il diritto è sempre più equivalente al desiderio».

Alcune di queste storie emblematiche sono state raccolte dall’avvocato familiarista Massimiliano Fiorin nel suo recente saggio Il diritto e il desiderio. Ritrovare sé stessi attraverso le crisi familiari (Ares 2021, pp. 232), in cui c’è spazio per vicende dolorose di separazione e divorzio, lotte all’ultimo sangue con l’altro e con sé stessi, ma anche per percorsi di rinascita. I titoli dei capitoli – l’Innocente, l’Orfano, il Guerriero, il Saggio, il Mago, il Folle – rimandano a precise immagini archetipiche della psicologia analitica del profondo di matrice junghiana. Scopo del saggio è supportare singoli e famiglie perché non cedano all’illusione di un ‘divorzio facile’ privo di conseguenze per se stessi e soprattutto per i propri figli, imparando a resistere insieme alle tempeste della vita con resilienza e spirito di collaborazione.

Il volume prende le mosse da un’amara constatazione, secondo la quale «il matrimonio è divenuto qualcosa che fa solo paura, perché toglie semplicità alla vita e rende più minacciose le incognite che incombono su di essa, anche rispetto alla prospettiva della solitudine che almeno garantisce l’illusione della libertà». Per cui, sulla base di tante esperienze di vita, il divorzio fa capolino ormai quasi come un «finale scontato».

Fiorin ripercorre i dialoghi verosimili avuti con i suoi ‘assistiti’. Il primo è quello con un uomo che s’accorge del tradimento della propria compagna convivente con la quale ha anche avuto un figlio. Costui incarna la prima figura archetipica, quella dell’Innocente, «che continua a credere e sperare negli altri a qualunque costo, anche di fronte all’evidenza, perché ha conservato dalla sua infanzia un’incrollabile fiducia riguardo alla positività del mondo. Questo però comporta una forte spinta a negare l’esistenza dei problemi relazionali dentro e fuori l’intimità della coppia». Per cui, quando questi insorgono, «l’Innocente di solito tende a colpevolizzarsi o anche a colpevolizzare chi gli sta accanto, perché non riesce a tollerare che la persona che ama possa deluderlo». Egli deve perciò divenire progressivamente cosciente di quello che l’altro è realmente, rimarginare le proprie ferite e – cosa che accade tra i due solo al termine di un percorso di mediazione familiare – aprirsi a un perdono che porti la sua relazione amorosa a un nuovo livello di consapevolezza e responsabilità reciproca.

L’Orfano emerge, invece, ogni qualvolta che «il bambino interiore torna a sentirsi abbondonato, tradito e deluso». È quanto accade alla protagonista della seconda vicenda, una donna straniera abituata a contare sulle proprie forze che ha avuto due figli con uomini diversi e che desidera vivere la propria indipendenza, evitando così di «diventare un Angelo custode, protettiva verso i figli». Grazie però alla fermezza dell’uomo che ha accanto, il quale si preoccupa di entrambi i figli e ne provvede concretamente alla crescita, riesce a curare la depressione in cui è caduta attraverso una terapia psicoterapeutica.

 Il Guerriero è un uomo sposato che non avrebbe dovuto avvicinarsi a moglie e figlia per almeno un anno perché sospettato di essere pericoloso per entrambe, in quanto non accetta la separazione e non si rassegna alla fine del proprio matrimonio. Nel suo caso è stata sufficiente una parola fuori luogo dettata da un certo nervosismo a far scattare il protocollo dei nuovi centri antiviolenza femminili con l’accusa di ‘violenza morale’ per tenerlo lontano da moglie e figlia. Egli riesce però a recuperare una buona relazione con la figlia mostrandosi per quello che realmente è, al di là delle accuse della moglie.

Dopo aver avuto un figlio con il compagno, il matrimonio di Alma è stato quasi un ‘atto dovuto’. «A causa del suo archetipo dominante, l’Angelo custode, Alma aveva un’idea sproporzionatamente alta del suo ruolo materno», per cui se vuol custodire la sua relazione deve impegnarsi molto a non fagocitare il marito nelle proprie dinamiche e aprirsi a riconoscere gradualmente nell’uomo che le è accanto «il ruolo di protettore per lei e per il loro figlio».

L’uomo dominato dall’archetipo dell’Esploratore, invece, non ha mai raggiunto la maturità affettiva e fallisce come padre, perché le sue relazioni sono funzionali soltanto alla propria ‘ricerca di senso’. Ha tre mogli, dalle quali viene lasciato per il suo atteggiamento di fuga dinanzi alle responsabilità anche nei confronti dei figli. Tuttavia, solo a partire da tali responsabilità egli può recuperare, seppur nella vecchiaia, il senso più profondo della propria esistenza.

Tra le altre figure vi sono il Distruttore, che soffre una sorta di «sindrome di Medea, un comportamento materno finalizzato alla distruzione del rapporto tra il padre e i figli dopo una separazione conflittuale»; l’Amante, incarnata da una coppia sposata che, dopo diversi tradimenti causati da «passione degenerata e narcisistica» riscopre, grazie alla fede, il perdono e la bellezza dell’eros vissuto nell’amore coniugale; il Creatore, per il quale il lavoro è tutto a detrimento di moglie e figli; il Sovrano che, dopo tanti errori fatti in gioventù, è «diventato sovrano di sé stesso e della propria famiglia attraverso la capacità di chiedere perdono»; il Folle, cui interessa essenzialmente solo la propria libertà al di là di qualsiasi giudizio altrui.

Il volume di Fiorin racconta tante storie di cuori esacerbati, ma anche di amori lacerati e pazientemente ricuciti, nella ferma speranza che, coltivando adeguatamente la relazione di coppia, tante famiglie possano restare unite e crescere nell’amore reciproco proprio superando insieme le difficoltà e «cercando in sé la nostalgia di qualcosa di più grande».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Da re degli aborti a pro vita, l’autobiografia di Nathanson

«Dell’aborto conosco ogni sfaccettatura. Sono stato una delle sue balie; ho aiutato a nutrire la creatura nella sua infanzia, a grandi sorsi di sangue e denaro; l’ho guidato nella sua adolescenza mentre cresceva a dismisura». Queste parole di Bernard Nathanson condensano la confessione spietamente realistica di un pioniere del più grande genocidio silenzioso del nostro tempo, ossia l’aborto di innocenti indifesi nel grembo materno. Sono tratte da La mano di Dio, l’autobiografia del celebre abortista statunitense disponibile per la prima volta in italiano (Tau Editrice 2020, pp. 244).

 Dopo aver eseguito migliaia di aborti, anche sul suo stesso figlio, promosso la legalizzazione in USA e guidato la più grande clinica abortiva del mondo, Bernard Nathanson riconosce la realtà del concepito e da convinto abortista diventa uno strenuo difensore della vita umana dal concepimento alla morte naturale. Nel volume egli smaschererà il sistema, gli inganni della politica, dei media e di certa pseudo scienza medica con parole profetiche: «Viviamo in un’epoca in cui la definizione di persona è così al rialzo che un numero sempre minore di noi vi trova posto, un’epoca in cui si abiurano i valori morali così che possiamo trattare la gente come oggetti – e sì, l’aborto ci ha aiutati ad imparare a farlo».

Figlio di un medico ebreo che abbandona la fede, matura la convinzione «che la religione non avesse niente da darmi, che fosse solo un peso»; non accoglie l’idea di un Dio assimiliabile al Mosè di Michelangelo «massiccio, leonino, minaccioso». D’altra parte dal padre riceve solo pressioni psicologiche e «nessuna coerenza di norme morali». Frequentata la facoltà di medicina in Canada, professa quel giuramento di Ippocrate che avrebbe smentito nei fatti praticando aborti.

La prima di tali vittime è il figlio ‘non desiderato’ avuto con Ruth. «E questo fu il primo dei miei settantacinquemila incontri con l’aborto. La notte prima dell’aborto dormimmo insieme abbracciati; piangemmo entrambi, per il bimbo che stavamo per perdere, e per l’amore che entrambi sapevamo sarebbe stato irreparabilmente danneggiato da quello che stavamo per fare. Non sarebbe mai più stato lo stesso per noi», commenta lo stesso Nathanson nel ricordare quella decisione scellerata. Un aborto clandestino, non senza complicazioni per lei, al termine del quale i due si ritrovano abbracciati «come complici di un crimine innominabile».

Dopo due matrimoni falliti, procura l’aborto anche alla madre di un altro suo figlio. Descrive quest’atto ignobile in tutte le sue fasi in maniera asettica, riferendo la preoccupazione «che tutto il tessuto sia evacuato», senza provare alcun sentimento né il benché minimo rimorso, ma solo «senso di soddisfazione e orgoglio della mia competenza e professionalità».

 «Io ho fatto abortire i figli dei miei amici, dei miei colleghi, delle conoscenze casuali e perfino dei miei insegnanti. Mai un filo di dubbio, mai un tentennamento di quella suprema fiducia nel fatto che stavo rendendo un grandissimo servizio a coloro che me lo avevano chiesto». Confessa che «questa era la disinvoltura con cui parlavamo di queste faccende a metà degli anni 60 e negli anni 70; ora viene fuori che ci potrebbe essere una relazione tra aborto e cancro al seno; in realtà migliaia di donne sono rimaste sterili in seguito a un aborto fatto male».

Avendo avuto modo di constatare che «miserevoli donne in povertà che continuavano ad arrivare in ambulanza nel nostro pronto soccorso in preda a violenta emorragia, in shock settico, collasso cardiaco, quando non morte», Nathanson si fa presto promotore di una battaglia culturale per sottrarre l’aborto all’illegalità e renderlo libero e gratuito. A tale scopo «la manipolazione dei media fu cruciale ma facile, con le giuste pubbliche relazioni, soprattutto un costante tamtam di comunicati stampa dai dubbi risultati di inchieste e sondaggi, in effetti profezie che si autoavveravano, in quanto proclamavano che il popolo americano già credeva in ciò che presto sarebbe accaduto: che ogni persona ragionevole sapeva che le leggi sull’aborto dovevano essere liberalizzate». E, in effetti, rileva che se «negli Stati Uniti c’erano forse più o meno trecento donne che morivano per aborti illegali ogni anno negli anni 60, NARAL (associazione pro-choiche, ndr) dichiarava di avere in mano dati che riportavano la cifra di cinquemila donne morte», laddove «un’indagine presso le maggiori compagnie di assicurazione nelle cause per negligenza poneva l’aborto tra i tre o quattro casi con maggiori denunce».

La presa di coscienza del dottor Nathanson ha luogo quando «cominciammo ad osservare il cuore del feto sul monitor elettronico. Per la prima volta cominciai a pensare a quello che realmente facevamo nella clinica. La tecnica degli ultrasuoni spalancò un mondo nuovo. Per la prima volta potevamo realmente vedere il feto umano, misurarlo, osservarlo, controllarlo, e addirittura legarci ad esso, e amarlo». Perciò «nel 1979 feci il mio ultimo aborto. Ero arrivato alla conclusione che non c’era nessuna ragione per l’aborto, mai; questa persona nel grembo è un essere umano vivente e noi non potevamo continuare a fare una guerra contro il più indifeso degli esseri umani».

Quella del «re degli aborti» è una ‘conversione’ dettata esclusivamente dall’evidenza scientifica, da uno sguardo onesto sulla realtà di ogni figlio nel grembo materno. Tale riconoscimento dello zigote quale «nuovo individuo lanciato lungo un vettore di vita di inimmaginabile operosità», lo porta ad ammettere conseguentemente che «l’aborto è un crimine».

Di qui «nel 1984 dissi a un mio amico che faceva quindici, o forse venti aborti al giorno: “Guarda, fammi un favore, Jay. Sabato prossimo, mentre fai tutti questi aborti, sistema un apparecchio di ultrasuoni sulla madre e fammi una registrazione”». Da quel filmato sono poi state tratte le immagini eloquenti del video The Silent Scream (‘L’urlo silenzioso’), un documentario che avrebbe aperto gli occhi di tanti pro-choice sulla brutale violenza della pratica abortiva.

Nathanson diviene così un paladino del diritto alla vita, denunciando anche il commercio vergognoso di tessuti fetali abortiti per curare le malattie di altre persone, e accoglie il dono della fede cristiana, scoprendo il volto di «un dio che mi aveva fatto attraversare i proverbiali cerchi dell’inferno, solo per mostrarmi il cammino della redenzione e della misericordia attraverso la Sua grazia».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Enrico Medi, lo scienziato di Dio

«Voi misteriose Galassie: voi mandate luce ma luce non intendete! Voi mandate bagliori di bellezza, ma bellezza non possedete. Voi avete immensità di grandezza, ma grandezza non calcolate! Ed io vi vedo, vi calcolo, vi intendo, vi studio, vi scopro, vi penetro e vi raccolgo. Io prendo voi, o stelle, nelle mie mani e, tremando nell’umiltà dell’essere mio, vi alzo al di sopra di voi stesse e, in preghiera, vi porgo a quel Creatore che, solo per mio mezzo, voi stelle, potete adorare: l’uomo è più grande delle stelle! Ecco la nostra immensa dignità, ecco l’immensa grandezza dell’uomo, della vita umana».

In queste parole pronunciate da Enrico Medi traspaiono lo stupore grande dell’intelligenza e del cuore dinanzi al mistero della creazione e la lode al suo Creatore. Esse sono tratte da un discorso dell’insigne fisico che, insieme ad altri scritti significativi sul rapporto tra scienza e fede, la politica e la famiglia, arricchiscono Enrico Medi. Lo scienziato di Dio (2021, pp. 288) di padre Antonino Gliozzo, la prima biografia del Servo di Dio ripubblicata dalla casa Editrice Leardini e dal Centro Missionario Francescano per i 110 anni dalla sua nascita.

Cresciuto a Belvedere Ostrense (AN), Medi si trasferisce con la famiglia a Roma. Si laurea brillantemente in fisica nel 1932 a soli ventun anni con una tesi sul neutrone sotto la supervisione di Enrico Fermi. Così descrive la sua passione per la fisica: «È la materia più vicina alla realtà delle cose. L’ho presa perché sentivo la vocazione a scoprire l’armonia della verità tra la Filosofia, la Fisica e la Fede». Docente di fisica sperimentale all’Università di Palermo, adduce il pregiudizio diffuso di un conflitto insanabile tra scienza e fede a «conoscenze parziali, a cattiva disposizione di cuori distolti da una malcelata passionalità, alla paura che hanno occhi malati di ricevere troppa luce». Deputato dell’Assemblea Costituente, nel 1948 siede in Parlamento e resta alla Camera fino al 1953. Dal 1949 è direttore dell’Istituto Nazionale di Geofisica e nel 1958 vicepresidente dell’Euratom quale pioniere delle ricerche sull’energia atomica. Conduce in Rai Le avventure della scienza, uno dei primi programmi televisivi di divulgazione scientifica.

Il 20 luglio 1969 partecipa in qualità di esperto alla lunga diretta dello sbarco sulla Luna e subito si accorge della difficoltà incontrata dagli astronauti nell’aprire il portello del LEM (modulo per l’atterraggio) dell’Apollo 11 a causa della pressione. Il giorno dopo i colleghi in Facoltà lo ringraziano per aver onorato la fisica con semplicità, chiarezza e competenza dinanzi a milioni di telespettatori ed egli riconosce con animo grato: «Allora mi sono veramente convinto che scoprire il cuore degli uomini è molto più bello che accarezzare il volto della luna». A Medi si devono anche i primi esperimenti con il radar e l’ipotesi dell’esistenza di fasce ionizzanti nell’alta atmosfera, note attualmente come fasce di Van Allen.

«Marito amorevole, saggio padre di sei figlie, figlio spirituale di Padre Pio», amico di Papa Pio XII, Medi è un «infaticabile apostolo della fede» con profonda devozione eucaristica (aspetto raccontato in un altro articolo). Si ferma frequentemente «nella sua cappella, cercando un momento di intimità e di preghiera davanti a Gesù Eucarestia, bisbigliando alcune parole di una conversazione mai interrotta durante la giornata, che in quel momento diventava abbandono filiale nelle braccia di Dio e di sua Madre Maria; e così, nel silenzio nella notte, attendeva il resto della famiglia che si andava radunando nella chiesetta come ogni sera per concludere la giornata con la preghiera di compieta».

Alla moglie Enrica scrive in una lettera: «Dobbiamo ringraziare il Signore di questa vita carica di doni che ci dà giorno per giorno: tu sei rimasta la sempre splendida ragazza di allora, molto più bella e perfetta. Preghiamo per avere ancora tanti tanti anni insieme, con le nostre figlie e le creature che amiamo, la vita è una preparazione dolce e gioiosa. Ogni momento ha il suo valore quasi infinito, bisogna gustarlo anche quando sembra che porti con sé qualche amarezza».

La sua devozione per la Mamma celeste è tale che vuole per le tutte le figlie il nome di Maria come primo nome. «Maria è il cuore della Chiesa perché se il Sangue è la grazia, attraverso il cuore di Maria passa tutta la grazia per venir da Dio e a Dio risalire in preghiera, in sofferenza, in lacrime», scrive ancora in un discorso.

Rispetto all’impegno politico, Medi afferma che «la politica per un cristiano è un servizio reso agli altri; è una rinunzia ai propri interessi e alla propria vanità; è un’altissima missione davanti a Dio». Quando interviene alla Costituente per patrocinare lo stanziamento di fondi per la ricerca scientifica, ricorda che «non è l’uomo fatto per servire la scienza, ma la scienza è al servizio dell’uomo per adempiere i disegni di Dio».

Commissario all’Euratom, del suo discorso programmatico scrive poche righe alla moglie che testimoniano l’umiltà dello ‘scienziato per vocazione’ che vive ogni compito in risposta a una chiamata: «Questa sera al ricevimento ero l’uomo del giorno. Amore mio, che possa essere, nella mia miseria, di gloria e onore a Gesù e a Maria Immacolata».

La scienza, per Enrico Medi, è conoscenza razionale piena della realtà che diviene sapienza nella misura in cui è illuminata dalla fede, «non è soltanto un povero sforzo per innalzare delle bandiere. La prima bandiera è la Croce di Cristo e la più grande gloria dell’uomo nelle sue scoperte è di portare nelle sue mani tremanti il canto della natura, affinché la natura, attraverso l’uomo, ritorni a Dio». Come registrato nel discorso pronunciato poco tempo prima di nascere nel regno dei cieli, «così è la nostra vita, la vita nel cammino della verità. Lavoriamo, cerchiamo, fatichiamo, leggiamo, versiamo lacrime, dubbi, ansie, veniamo alla ricerca del Sole che chiamiamo Verità».

Il volume è distribuito dal Centro Missionario Francescano: laperlapreziosa@libero.it

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Originalità del cristianesimo e libertà secondo Péguy

«Ogni azione, ogni vita, ogni essere, che sempre e per definizione è reale, rifugge, quanto più possibile, come la più nemica, ogni conoscenza intellettuale, ma assorbe, come se fosse se stessa, ogni conoscenza reale». Di conseguenza, ogni conoscenza soltanto ‘intellettualoide’, che non sia radicata nella realtà, «non è nemmeno conoscenza». In questa scarsa considerazione della realtà Charles Péguy individua la matrice ideologica del pensiero moderno, troppo spesso così disancorato da un’esperienza autentica e dunque dalla possibilità di una vera conoscenza.

Ne Il fazzoletto di Véronique (Cantagalli e EuPress FTL, pp. 592) viene raccolta la produzione saggistica dello scrittore francese noto in Italia decisamente più come poeta. Quest’ampia antologia della prosa, con prefazione di Julián Carrón e a cura di Pigi Colognesi, in cui è condensata un’attenta disanima critica del pensiero moderno insieme a intense riflessioni sull’orginialità del cristianesimo e la grandezza della libertà umana, intende colmare dunque proprio tale lacuna del nostro panorama editoriale.

Il giovane Péguy è un appassionato giornalista, un ateo socialista e strenuo difensore di Dreyfus quando scoppia il famoso affaire. Egli riconosce da un lato con indubbia onestà intellettuale che «la mortalità dell’anima sia un’affermazione metafisica», che insomma il materialismo sia in fondo «una metafisica tra le metafisiche»; mentre dall’altro resta dell’idea che «vale di più un’inquitudine o anche un timore sincero di una speranza religiosa».

Eppure lo scrittore francese si accorge presto che il pensiero moderno «è un blocco dottrinario dimentico della realtà». Infatti il filosofo sistematico punta a «dare dimostrazione di sé», laddove al contrario «un realista non dà mai tali dimostrazioni: come potrebbe darle? Quando ha ragione, tutti sanno bene che non è lui ad avere ragione, perché è la realtà che è in lui ad avere ragione; seguire la realtà, devotamente: non è difficile seguire la realtà; tutti possiamo fare altrettanto, seguire la realtà».

Dall’attenzione alla realtà al riconoscimento dell’avvenimento cristiano il passo è breve. «Un Dio, amico mio, Dio si è scomodato. Dio si è sacrificato per me. Ecco qua del cristianesimo». Si tratta di «un avanzamento infinito», di un «salto infinito». Così Péguy riscopre l’originalità della fede cristiana. «Venne Gesù. Doveva fare tre anni. Fece i suoi tre anni. Ma non perse i suoi tre anni, non li usò per piagnucolare e accusare la cattiveria dei tempi. Eppure c’era la cattiveria dei tempi, del suo tempo. Arrivava il mondo moderno, era pronto. Lui vi tagliò (corto). Oh, in un modo molto semplice. Facendo il cristianesimo. Non incriminò il mondo. Salvò il mondo. Sulla sabbia del secolo si versava inesauribile una fonte, una fonte di grazia».

Il mondo moderno nega infatti la possibilità che carnale e temporale possano avere a che fare con lo spirituale e l’eterno. Tuttavia, «se disgraziatamente il cristianesimo venisse dimostrato con ragioni logicamente rigorose, tutti i ragionatori si troverebbero logicamente costretti a entrarvi. E la libertà cadrebbe». La fede è invece proprio un’accorato appello alla libertà umana da parte della libertà divina: «A questa libertà, a questa gratuità ho sacrificato tutto, dice Dio, al gusto che ho di essere amato da uomini liberi, liberamente, gratuitamente, da veri uomini, virili, adulti, fermi». Tale logica di libertà è pienamente espressa nello stesso mistero dell’Incarnazione del Verbo: «È per un pieno gioco della sua libera volontà che si è fatto uomo. Tutto l’avvenimento della sua vita e del suo martirio e della sua morte era libero, consenziente, volontario e voluto. Fino all’ultimo momento era libero di non morire per la salvezza del mondo».

In questa prospettiva Cristo, «anima carnale», «è qui tra noi in tutti i giorni della sua eternità», «viene a sedersi alla nostra tavola e mangia il nostro pane solo per dare il Pane eterno». Di conseguenza, «il cristiano non è definito dal livello, ma dalla comunione. Non si è cristiani perché si è a un certo livello morale, intellettuale, persino spirituale. Si è cristiani perché di una certa razza spirituale e carnale, temporale ed eterna, di un certo sangue». Il cattolico è, in sostanza, «un ragazzo che sa molto bene di essere sulla giusta strada spirituale e prova gioia a consultare i cartelli indicatori, scoprendo che è un piacere per lui il cartello che c’è per tutti».

Péguy è anche il cantore della «principessa-bambina» delle virtù teologali, la Speranza, poiché «lei è la fonte di vita, perché è lei che costantemente disabitua. Lei è il germe. Di ogni nascita spirituale. Lei è la sorgente e lo zampillo della grazia, poiché è lei che sveste costantemente da quel rivestimento mortale dell’abitudine. Dato che è piccola, si potrebbe pensare che abbia bisogno delle altre. Per camminare. Ma sono le altre invece che hanno bisogno di lei. E sono ben contente di darle la mano. Per camminare. Perché senza di lei la Fede si sarebbe abituata al mondo e senza di lei la Carità si sarebbe abituata al povero. E così la Fede senza di lei e senza di lei la Carità, ciascuna a propria volta, si sarebbero abituate anche a Dio».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

La rete che vorrei, al tempo della webcrazia

«Nel 2019 l’Italia – fra le prime dieci nazioni industrializzate del mondo – occupava il 24° posto su 28 Paesi Ue nella classifica del Desi 2019 (Digital Economy & Society Index)». Ci son voluti un lockdown e «2 milioni di lavoratori che hanno trasferito la loro sede di lavoro a casa» per saltare qualche passaggio burocratico e riscoprire, attraverso smart working, sanità digitale e didattica online, nuove opportunità digitali per innovare il Paese e renderlo più efficiente.

Lo sottolinea Cesare Avenia, Presidente di Confindustria Digitale, nel contributo che apre il volume La rete che vorrei (FrancoAngeli 2020, pp. 153), a cura del Prof. Ruben Razzante, firma nota ai nostri lettori. Tale volume raccoglie interessanti contributi di professionisti ed esperti della comunicazione in rete che si confrontano sui temi legati all’impatto della digitalizzazione quale «metamorfosi irreversibile delle dinamiche di sviluppo di individui, imprese, pubbliche amministrazioni e collettività organizzate, alla luce della ‘webcrazia’ che si sta sempre più affermando come cifra identitaria del nostro tempo».

Contro la deriva delle fake news nell’era della post-verità, «deve crescere la capacità di cittadini, imprese e istituzioni nell’utilizzare l’informazione statistica, soprattutto nell’ambito dei contesti di decisione e di valutazione concreti dell’attività economica e della vita quotidiana», attraverso open data sempre più accessibili e interpretabili non solo dagli addetti ai lavori. È quanto evidenzia Gian Carlo Blangiardo, Presidente dell’ISTAT.

Sui rischi di reati che corrono i minori in rete e sui social, dal cyberbullismo al sexting, dalla diffamazione all’hate-speech, si sofferma il contributo del Procuratore della Repubblica del Tribunale per i minorenni di Milano Ciro Cascone, il quale osserva acutamente che «i ragazzi sono spesso vittime della propria inconsapevolezza che su internet si commettono reati come nella realtà. La Rete, infatti, rende ininterrotta la ‘connessione’ con il mondo esterno, e tende a sottrarre all’adolescente spazi tradizionali di costruzione del sé sostituendoli con uno spasmodico bisogno di rappresentazione del sé, di un’immagine da modificare o da alterare per poter essere condivisa nella comunità online, con tutti i rischi connessi a una sovraesposizione del sé mediato e alla degenerazione in forme di vero e proprio isolamento in cui le relazioni virtuali sostituiscono completamente quelle reali».

Oggi siamo immersi in un’Infosfera quale «perfetta ‘casa di vetro’ realizzata dalla tecnologia digitale, dove le persone sono interconnesse, le informazioni accessibili, la comunicazione immediata, i giudizi trasparenti. Dove ciascuno vede e valuta ciò che fanno gli altri, e compie le proprie scelte sulla base dell’aspettativa delle reazioni altrui, perché queste sono interconnesse, accessibili, immediate e trasparenti». In tale contesto diviene fondamentale «governare sia la comunicazione del sé che la percezione dell’Infosfera per costruire e difendere la propria Reputazione» dentro e fuori il web, come evidenza Daniele Chieffi, docente universitario e già direttore di PR e comunicazione digitale della Presidenza del Consiglio.

Eppure il nostro Paese continua a essere «il fanalino di coda nella corsa al digitale con 10 milioni di ‘esclusi digitali’», per dirla con Giorgio De Rita, Segretario generale del CENSIS, il quale denuncia il moltiplicarsi di microprogetti, iniziative e slogan per la digitalizzazione, che lasciano trasparire la mancanza di una visione strategica d’insieme. Tuttavia, se la globalizzazione ha visto il protagonismo di pochi «grandi soggetti come attori principali dello sviluppo», nell’era della post-globalizzazione le nuove potenzialità del digitale aprono «spazi e margini di manovra a chi è meno vincolato nei processi globali: le medie imprese, le medie città, le nicchie di mercato specializzate».

Nel volume curato da Razzante si offrono anche riflessioni sulla tutela dei diritti di proprietà intellettuale, come quella in cui Alibaba è pioniera; sui servizi di cloud computing di Amazon Web Services, su cui si appoggiano tra gli altri Zoom, AirBnb e Netflix che hanno scommesso su tale tecnologia di data service per assicurarsi tutto lo spazio virtuale di cui necessitano; sulle politiche dei colossi della rete (Google, Facebook) in difesa di imprese, utenti e soprattutto della qualità dei contenuti informativi. Se infatti da un lato le principali piattaforme «non potranno diventare ‘sceriffi del web’», dall’altro neppure possono «continuare a invocare una estraneità completa ai meccanismi di produzione delle notizie e dei commenti», come chiarisce il curatore del volume, il quale invoca anche maggiori «forme di autodisciplina istituzionale e aziendale sui social».

Tra le sfide che attendono il nostro Paese in questo ambito c’è innanzitutto l’esigenza di supportare la digitalizzazione delle Pmi e di compensare il divario digitale tra le diverse fasce della popolazione, perché sia incrementata la possibilità di accesso alla rete da parte degli utenti anche attraverso una dotazione di dispositivi più performanti. Di qui se da una parte è necessaria «una connessione potente e stabile, che semplifica la vita delle persone, avvicina le comunità e consente una gestione facile, efficiente e affidabile di questa nuova ‘normalità digitale’» – secondo quanto sostiene Maximo Ibarra, Ceo di Sky Italia – dall’altra bisogna che ciascuno impari a vivere in maniera sempre più consapevole e responsabile la propria dimensione digitale.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

I misteri della Genesi, tra scienza e fede

«Il linguaggio dei primi capitoli della Genesi è quello del mito, da intendersi come racconto sacro di eventi primordiali, indirizzato all’uomo del suo tempo per la sua edificazione morale». I miti non sono dunque racconti fantastici e antistorici ma, per dirla con Tolkien, «fatti di verità».

 A indagare le origini del mito della creazione non solo in ambito scritturale ma anche in altri contesti e tradizioni culturali è Armando Savini – docente di economia e cultore di esegesi biblica – nel suo recente saggio Miti, storie e leggende. I misteri della Genesi dal caos a Babele (Diarkos, pp. 350).

«La Genesi è un otre che chiude in sé parole creative. Significanti di inesauribile senso, che forgiano immense moltitudini di sostanza». Richiamando soprattutto i termini ebraici, il creare di Dio ‘in principio’ fa riferimento alla Sapienza del Padre per mezzo della quale viene creato dal nulla ciò che esiste, ossia le realtà visibili e invisibili cui alludono ‘il cielo e la terra’. Contiguità e distanza dai miti mesopotamici emergono allorquando l’autore della Genesi chiama semplicemente ‘lampade’ i luminari del giorno e della notte proprio per evitare l’identificazione di sole e luna con le divinità.

Quanto afferma la Genesi è conciliabile con i modelli cosmologici contemporanei? Fermo restando che il libro biblico non è un trattato scientifico, ciò non vuol dire che esso non racconti la verità, la realtà del mistero della creazione sotto altra forma e linguaggio. D’altra parte gli stessi scienziati della ‘teoria del multiverso’, secondo la quale «l’universo è eterno e scaturisce dal caso» hanno rilevato, sulla scorta delle osservazioni preziose dell’astronomo belga padre George Lemaître, che «l’inflazione dell’universo può risultare matematicamente infinita solo verso il futuro, ma non verso il passato». Tra questi fisici Vilenkin ammette che: «Se le leggi della fisica descrivono la creazione dell’universo, questo presuppone che esse esistano prima dell’universo. La questione che nessuno è in grado di sollevare è: da dove vengono queste leggi e perché queste leggi in particolare?». Secondo il filosofo della complessità Morin, al di là dell’esplosione termica del big bang, c’è una catastrofe, ossia una «disintegrazione organizzatrice, cioè il cosmo si organizza disintegrandosi». E ancora, «la fisica quantistica afferma che, se non ci fosse la coscienza, tutto resterebbe in uno stato indeterminato di probabilità», dato il coinvolgimento ineludibile dello scienziato, spettatore-attore di quello che osserva.

Pertanto «l’idea di un universo nato da un punto ad altissima densità, temperatura e curvatura detto singolarità iniziale»; l’ipotesi di una ‘deriva dei continenti’ da un unico supercontinente iniziale; la tesi einsteiniana dell’universo come enorme mollusco che ha in sé le leggi che lo regolano e nel contempo l’idea che «senza una coscienza preesistente qualsiasi universo esisterebbe solo in uno stato di probabilità» evidenziano «una certa consonanza tra cosmogonia biblica e cosmologia; una certa convergenza tra i misteri della creazione rivelati dalla Genesi e le conferme empiriche scaturite dall’osservazione delle leggi di natura».

Per quanto riguarda la creazione dell’uomo, «l’evoluzione presuppone la creazione degli esseri che si evolvono. Dio ha creato gli esseri e li ha lasciati sviluppare secondo le leggi interne che Lui ha dato a ognuno», ha ribadito Papa Francesco durante un discorso alla Pontificia Accademia delle Scienze, riprendendo l’idea agostiniana delle ‘ragioni seminali’ quali leggi razionali volute dal Creatore come principi ordinatori di tutto ciò che esiste. D’altra parte che tutto si sia evoluto casualmente è un «attacco all’intelligenza», per dirla con Chesterton; implica una contraddizione in termini perché «come può la legge scaturire dall’assenza di essa?». Se l’ordine presuppone infatti un principio ordinatore, dal caos non può derivare invece alcun ordine; sarebbe come ammettere che da parole pescate alla rinfusa possano saltar fuori i versi della Commedia.

Relativamente all’albero della conoscenza del bene e del male, la scelta di mangiarne il frutto allude a una violazione delle leggi eterne del Creatore da parte dei progenitori, che non uniformano così la propria libertà alla volontà del Padre.

Per quanto riguarda i giganti, di cui si legge in Genesi (6, 4), il loro nome non allude al frutto dell’unione di angeli decaduti con le donne, né a una sorta di titani del mondo greco, bensì è da intendersi in senso figurato quale riferimento ai ‘potenti’ o, in senso etimologico, agli uomini quali ‘figli della terra’.

Rispetto al diluvio universale l’autore, analizzando i termini ebraici presenti nelle fonti giudaiche e nella tradizione rabbinica, supporta l’ipotesi che potrebbe essersi trattato di un cataclisma locale, in quanto l’espressione ‘tutta la terra’ è spesso usata nella Bibbia per identificare un evento che si verifica in una regione circoscritta con portata storica di più ampio respiro.

Allo stesso modo Savini sottolinea che prima di costruire la torre di Babele i popoli custodivano un unico ‘labbro’ cioè, più che una sola lingua, un’identità politico-religiosa comune, la quale viene minata dal sogno idolatrico dell’uomo di sostituirsi al Creatore. La conseguente punizione divina genera un’incomunicabilità tra uomo e uomo che sarà colmata dal ‘labbro puro’ comprensibile a tutti del Vangelo di Cristo.

Il saggio di Armando Savini ha il pregio di setacciare il ‘mito’ della narrazione sacra, attraverso un’attenta esegesi biblica con continui riferimenti alla lingua ebraica, offrendo così un proficuo approfondimento dei misteri della Genesi.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

I commenti al Vangelo di Benedetto XVI svelano la vita

«L’uomo è vivo finché attende, finché nel suo cuore è viva la speranza. E dalle sue attese l’uomo si riconosce: la nostra ‘statura’ morale e spirituale si può misurare da ciò che attendiamo, da ciò in cui speriamo». Così si esprime Benedetto XVI durante un Angelus nella prima domenica d’avvento, secondo quanto ripreso nei Commenti ai Vangeli del Pontefice emerito pubblicati di recente in un’ampia raccolta a cura di Mattia Pittau (Palumbi, pp. 622).

In tali commenti la Parola del Vangelo di ogni giorno e tempo dell’anno liturgico A, B e C – sia essa festiva, feriale, di una Memoria, Festa o Solennità – è accompagnata da una breve e profonda riflessione di Benedetto XVI, particolarmente feconda per la meditazione spirituale di ogni fedele che desidera custodire nel cuore e nella mente ogni parola di verità che esce dalla bocca del Signore. Si tratta di citazioni che riprendono stralci di omelie, di udienze generali, di discorsi pronunciati in diverse occasioni, nelle quali «Benedetto XVI riesce a fondere insieme la mente e il cuore, la riflessione profonda e il sentimento che commuove» in un «linguaggio semplice, accessibile e diretto», per dirla con le parole della prefazione al volume di Mons. Angelo Comastri.

Parole vive e sempre attuali, che rilevano come «nella Chiesa sia sempre in atto una lotta tra il deserto e il giardino, tra il peccato che inaridisce la terra e la grazia che la irriga perché produca frutti abbondanti di santità». Di qui, sull’esigenza di compiere sempre la volontà del Padre, Joseph Ratzinger evidenza con grande chiarezza che «la gloria di Dio, la sua signoria, la sua volontà è sempre più importante e più vera che il mio pensiero e la mia volontà. Ed è questo l’essenziale nella nostra preghiera e nella nostra vita: apprendere questo ordine giusto della realtà; accettarlo intimamente; confidare in Dio e credere che Egli sta facendo la cosa giusta; che la sua volontà è la verità e l’amore; che la mia vita diventa buona se imparo ad aderire a quest’ordine. Vita, morte e resurrezione di Gesù sono per noi la garanzia che possiamo veramente fidarci di Dio. È in questo modo che si realizza il Suo regno».

Parole, queste di Benedetto XVI, ancorate alla Verità che salva. D’altra parte «se la Verità fosse solo una formula matematica, in un certo senso si imporrebbe da sé. Se invece la Verità è Amore, domanda la fede, il ‘sì’ del nostro cuore. E cosa cerca, in effetti, il nostro cuore, se non una Verità che sia Amore? La cerca il bambino, con le sue domande, così disarmanti e stimolanti; la cerca il giovane, bisognoso di trovare il senso profondo della propria vita; la cercano l’uomo e la donna nella loro maturità, per guidare e sostenere l’impegno nella famiglia e nel lavoro; la cerca la persona anziana, per dare compimento all’esistenza terrena». Tale anelito alla Verità che si è fatta carne deve dunque anche tradursi in un impegno concreto per l’edificazione del Regno, diventando così «lievito dell’umanità: se mancasse, verrebbe meno la forza che manda avanti il vero sviluppo», che non è evidentemente quello ‘sostenibile’ millantato dall’ideologia ecologista, bensì «la spinta a collaborare per il bene comune, al servizio disinteressato del prossimo, alla lotta pacifica per la giustizia». E in effetti «la signoria di Dio si manifesta nella guarigione integrale dell’uomo», sempre e comunque prima di ogni conseguente tutela del creato.

Il Pontefice emerito sottolinea che «la fede cristiana non è ideologia, ma incontro personale con Cristo crocifisso e risorto. Da questa esperienza, personale e comunitaria, scaturisce poi un nuovo modo di pensare e di agire: ha origine, come testimoniano i santi, un’esistenza segnata dall’amore». Sul piano operativo si tratta allora «di lasciare che la grazia trasformi la nostra volontà egoistica e la apra ad uniformarsi alla volontà divina», anche attraverso «il cammino esigente della croce che Gesù indica a tutti i suoi discepoli», in quanto «non esiste altra via per sperimentare la gioia e la vera fecondità dell’Amore che la via del darsi, del donarsi, del perdersi per ritrovarsi». È questa «la nostra missione nella storia cui dobbiamo cercare di corrispondervi, dando ciascuno il proprio contributo», evitando ogni forma di complicità con il male e connivenza con il peccato e imparando ad avere «non paura, ma responsabilità e preoccupazione per la nostra salvezza e per la salvezza di tutto il mondo».

 Quando ciò non accade e l’uomo, al contrario, «si sbarazza di Dio e non attende da Lui la salvezza, crede di poter fare ciò che gli piace e di potersi porre come sola misura di se stesso e del proprio agire, si estendono l’arbitrio del potere, gli interessi egoistici, l’ingiustizia e lo sfruttamento, la violenza in ogni sua espressione per cui, alla fine, l’uomo si ritrova più solo e la società più divisa e confusa». «In un mondo, così pieno di libertà fittizie che distruggono l’ambiente e l’uomo – osserva ancora acutamente Joseph Ratzinger – vogliamo, con la forza dello Spirito Santo, imparare insieme la libertà vera».

Traendo linfa dalla perenne novità del Vangelo, Benedetto XVI ricorda infatti che «lo Spirito Santo ci rende figli e figlie di Dio. Egli ci coinvolge nella stessa responsabilità di Dio per il suo mondo, per l’umanità intera. Ci insegna a guardare il mondo, l’altro e noi stessi con gli occhi di Dio». E in effetti il «programma del cristiano, appreso dall’insegnamento di Gesù, è un ‘cuore che vede’ dove c’è bisogno di amore e agisce in modo conseguente».

Scorrendo le sapienti meditazioni di Benedetto XVI ci si mette con piacere alla scuola dell’ascolto della Parola quotidiana del Maestro e così, per dirla ancora con Mons. Comastri, «il Vangelo diventa vivo, attuale, salutarmente provocante e capace di illuminare il buio della modernità spesso vuota e prostrata ad incensare il ‘niente’. Leggete, meditate e mi darete ragione e, in silenzio, arriverete ad esclamare: “Grazie, Papa Benedetto!”».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

L’Eucaristia e il sacerdozio, i doni del Giovedì Santo

«Proprio nel momento in cui chiaramente si manifestava la nostra indegnità, Gesù ci ha raggiunto con un gesto di Amore infinito» – scrive il cardinale Angelo Comastri, che è stato Vicario Generale di Sua Santità per la Città del Vaticano e Arciprete della Basilica Papale di San Pietro –, nel suo recente volume Nella notte in cui fui tradito (San Paolo 2021, pp. 112), in cui raccoglie preziose meditazioni spirituali sui misteri d’amore del Giovedì Santo, l’Eucarestia e il sacerdozio.

 «Cari sacerdoti, non abituatevi a questo miracolo, ma stupitevi ogni volta che celebrate una Santa Messa!», suggerisce una volta il grande scienziato Enrico Medi a un gruppo di sacerdoti. Allo stesso modo San Francesco afferma con fervore mistico e poetico: «Dell’Altissimo Figlio di Dio nient’altro vedo corporalmente, in questo mondo, se non il Santissimo Corpo e il Santissimo Sangue che essi soli consacrano ed essi soli possono donarci».

Gli fa eco il santo curato d’Ars: «Tolto il sacerdote, noi non avremmo più la presenza di Gesù nel tabernacolo. Chi lo ha riposto nel tabernacolo? Il sacerdote! Chi ha accolto la vostra anima al primo entrare nella vita con il Battesimo? Il sacerdote. Chi la nutre con l’Eucaristia per darle la forza di compiere il suo pellegrinaggio verso il Cielo? Il sacerdote. Chi la preparerà a comparire innanzi a Dio, lavandola per l’ultima volta nel sangue di Gesù Cristo? Il sacerdote, sempre il sacerdote. E se quest’anima viene a morire per il peccato, chi la risusciterà, chi le darà il perdono di Dio? Ancora il sacerdote. Dopo Dio, il sacerdote è tutto! Lui stesso si capirà bene soltanto in Cielo».

Nel volume il cardinal Comastri denuncia altresì «la situazione tragica dell’uomo contemporaneo che avverte il bisogno di un punto di appoggio, ma allo stesso tempo è convinto che non ci sia! C’è da impazzire!». Citando il filosofo Hans Jonas evidenzia come «oggi il massimo potere si unisca al massimo vuoto e il massimo di capacità va insieme al minimo sapere intorno agli scopi ultimi della vita». In questo contesto, però, «la fede ci svela il senso della vita e accende una lampada alla nostra libertà».

Sul cammino della fede s’incontra Maria, che il cardinale invoca con queste parole: «O Maria esperta di libertà, pronuncia il Tuo ‘sì’ nella selva dei nostri ‘no’ e rieduca il nostro cuore alla gioia di seguire il Signore, per essere liberi attraverso il dono e la fedeltà al dono di noi stessi». Sul modello della Vergine Madre – di contro a «una errata impostazione della pastorale che punta unicamente al fare» e al rischio di un «apostolato ridotto a spettacolo» per strappare qualche applauso da parte dei fedeli e dei media – bisogna riproporre «una testimonianza che suppone la santità e la vita interiore» in quanto «l’apostolato è l’interiorità che affiora», per dirla con un Piccolo Fratello di Charles De Foucauld.

Il primato della vita spirituale sulle ‘buone azioni’ è testimoniato infatti da Gesù stesso che, «per la preghiera, sacrificava anche la carità per insegnarci che, senza Dio, siamo troppo poveri per poter aiutare i poveri», come sottolinea madre Teresa di Calcutta, la quale precisa anche che l’adorazione del Santissimo Sacramento è il motore della carità operosa: «Noi Missionarie della Carità non apriamo nuove case, bensì apriamo nuovi Tabernacoli. Tutto parte da Lì: da Lì parte la nostra carità».

Nell’Eucarestia il discepolo viene raggiunto in maniera incomparabile dall’onnipotenza dell’amore del Maestro. Ciò è testimoniato in modo mirabile nel mistero inaugurato durante la Cena del Signore, ove «il comportamento di Gesù è lontano da ogni logica umana. Egli sapeva che Giuda aveva deciso di tradirlo, sapeva che Pietro l’avrebbe rinnegato, sapeva che gli altri sarebbero tutti scappati e l’avrebbero lasciato solo e, pertanto, poteva sentirsi provocato e giustificato a gesti di legittimo sdegno: poteva gridare, poteva rovesciare la tavola dell’amicizia tradita, poteva chiudere i conti con quegli uomini ingrati (che, in verità, siamo tutti noi!) e invece… ecco il comportamento di Dio: si mette a lavare i piedi!». In un gesto riservato agli schiavi si rivela tutta l’umile grandezza dell’amore del Padre che, sebbene «circondato da uomini che non incoraggiavano nessun gesto di amore», sceglie di consegnarsi a ciascuno senza riserve attraverso l’Eucarestia. È questo il «dono, attraverso il quale l’Amore maternamente e paternamente dirompente di Dio dà la vita ai suoi figli nutrendoli d’amore: è l’amore, infatti, il cibo eucaristico».

A questo punto la meditazione del cardinale si fa preghiera: «Vogliamo lealmente seguirti nell’amore fino al segno estremo, fino alla lavanda dei piedi espressa ogni giorno in piccoli gesti di carità fraterna che tutti possiamo fare. Aiutaci, o Signore! Aiutaci a cominciare fin da oggi una vita diversa, una vita che profumi di umiltà, una vita che non rinneghi il tuo gesto di Divina Umiltà, che ripetiamo ogni Giovedì Santo». Egli invita a elevare al Padre anche una preghiera di ringraziamento per il dono grande dei sacerdoti: «Grazie per il sacerdote che ci ha battezzato, per il sacerdote che ci ha dato il primo perdono, per i sacerdoti che ci perdonano ogni giorno e ogni giorno ci regalano la Santa Eucaristia; grazie per il sacerdote che ci darà l’ultimo perdono nell’ultimo giorno della nostra vita! Signore, abbi pietà di noi e manda oggi santi sacerdoti alla tua Chiesa!».

D’altra parte, «se la gente capisse il valore di una Santa Messa, ci sarebbe la fila fuori dalla Chiesa per poter entrare», per dirla con San Pio. E in effetti «è più facile che il mondo possa vivere senza il sole piuttosto che senza l’Eucaristia», esclama ancora il frate di Pietrelcina. Un amore al Santissimo Sacramento che sostiene la vita anche in condizioni durissime, come quelle vissute in una cella buia e fredda dal cardinale vietnamita Van Thuán che, con appena tre gocce di vino e un’ostia, celebra quotidianamente in solitudine la Santa Messa, la quale diviene sorgente misteriosa di grazia e conversione per diversi carcerieri.

Nella sera della sua ultima Cena il Signore ci conceda dunque di poter corrispondere al suo mistero d’amore attraverso una ‘vita eucaristica’ spesa per il prossimo con la stessa lucida consapevolezza di Madre Teresa: «Non potrei vivere senza l’Eucaristia: è l’Eucaristia che mi riempie di amore e mi dà la forza per servire i poveri e per chinarmi con amore sulle loro piaghe».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana