Le sette parole di Gesù in croce, per imparare a morire con Lui

Le “sette parole” che Gesù pronunciò sulla croce costituiscono il testamento spirituale d’amore del Cristo morente. Lo rileva monsignor Angelo Comastri, vicario generale di Sua Santità per la Città del Vaticano e arciprete della Basilica di San Pietro, nel suo recente volume Le ultime parole di Gesù (San Paolo 2019, pp. 176), in cui la meditazione sulle parole di Nostro Signore è accostata sapientemente ai gesti concreti di coloro che, con la loro testimonianza di vita, hanno incarnato il lascito di tale manifesto d’amore.

“Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno” (Lc 23, 34)

La prima espressione del Crocifisso è una parola di perdono per i suoi crocifissori. Rivela che, come sottolinea Comastri, “l’onnipotenza di Dio è onnipotenza di amore. Sulla Croce di Gesù è stata definitivamente inchiodata ogni immagine di Dio che vorrebbe caratterizzarlo come onnipotenza di forza irresistibile e di potere che schiaccia e punisce”. Questo amore che perdona e non serba odio nei confronti dei carnefici è stato testimoniato mirabilmente da san Massimiliano Maria Kolbe, allorquando decise di offrire la propria vita in cambio di quella di un padre di famiglia condannato a morte dai nazisti come ritorsione per la fuga di un prigioniero. Il santo, “con un atto di amore, ha reso presente l’Amore di Dio in un inferno di odio”.

“In verità Io ti dico: oggi sarai con me nel paradiso” (Lc 23, 43)

Queste stesse parole sono state fatte proprie da Maria Goretti quando, colpita per ben 14 volte da un giovane con un punteruolo che voleva attentare alla sua verginità, fu trasportata sanguinante in ospedale. «Il parroco, indicando il Crocifisso, ha l’ispirazione di chiedere a Maria: “Marietta, vuoi perdonare Alessandro come Gesù perdonò i suoi crocifissori?”. La bambina resta in silenzio per qualche secondo e poi risponde: “Sì, lo perdono di cuore. E lo voglio con me in Paradiso”», racconta Comastri. Così, mentre era in carcere, una notte Alessandro sognò Maria Goretti che raccoglieva per lui dei gigli e gli si avvicinava. Il giovane si svegliò di soprassalto e, rasserenato, pensò in cuor suo: «Ormai mi salvo anch’io – dico tra me – perché sono certo che Marietta prega per me. È venuta a trovarmi e a darmi il suo perdono. Da quel giorno non sento più l’orrore di prima per la mia vita». Ciò accadde verso la fine del 1906. Alessandro fu poi accolto dai Padri Cappuccini e, con sua profonda gioia, ricevette anche il perdono da parte della madre di Maria.

“Donna, ecco tuo figlio!”. “Ecco tua madre!” (Gv 19, 26-27)

«Voleva dirle: “Mamma, non pensare a me! Io sto vivendo il gesto del più grande amore: e questo mio amore è l’unica ancora di salvezza per l’umanità! Mamma, insegnalo a Giovanni! Fagli da mamma! E, dopo Giovanni, fai da mamma a tutti gli uomini che appariranno nello scenario della storia”». In relazione alla maternità di Maria, padre Comastri ricorda come la potente intercessione della Vergine a Lourdes abbia liberato dall’ateismo il chirurgo Alexis Carrel (premio Nobel per la medicina), in seguito a un miracolo accaduto a una sua paziente e di cui è stato spettatore. Allo stesso modo la premura materna di Maria ha impedito il suicidio di Giuseppe Battista Tomassi, che aveva deciso di spararsi. Intervenendo prontamente nello stesso luogo santo, la Madonna guarì le ferite del cuore di Giuseppe e così, “da una rivoltella diventata inutile; da una disperazione diventata speranza; dallo spettacolo dell’amore vissuto, nel quale un giovane disperato incontrò Dio; dalla gratitudine di un ragazzo guarito nel cuore dalla Madonna”, è affiorata l’idea dell’Unitalsi, la nota associazione che prosegue ancora oggi nella sua missione al servizio dei disabili e dei malati.

“Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mc 15, 34)

«Queste parole sono l’inizio del Salmo 21, un salmo che gli scribi e i farisei conoscevano alla perfezione. Si tratta di una impressionante cronaca della Passione di Gesù: è una fotografia scattata prima dell’evento, una fotografia che Dio solo poteva scattare. L’Amore infinito ha attraversato la nostra cattiveria in tutta la sua ampiezza e l’ha vinta: l’ha sconfitta con l’ampiezza dell’Amore. L’abbiamo capito? Gesù continua a gettare sprazzi di luce nel buio di ogni tempo», spiega il cardinale. Jacques Fesch è un giovane del secolo scorso, un omicida che riuscì ad affrontare serenamente persino la ghigliottina. Dopo aver condotto una vita da dissoluto, fece penitenza in carcere, sposò la sua compagna con rito religioso, scrisse parole commoventi alla sua bambina e morì ricevendo i sacramenti nella grazia di Dio, fiducioso nella misericordia del Padre.

“Ho sete” (Gv 19, 28)

«La sete di Gesù è sete di amore e il suo grido attraversa i secoli e interroga anche ciascuno di noi», commenta il teologo Comastri. A tal proposito Madre Teresa di Calcutta, la cui vita è stata una risposta a tale grido di Cristo, si rivolgeva così al Signore: «Gesù, ti disseto! Dovunque andrò, seminerò amore! E te lo porgerò per dissetare la tua insaziabile sete di amore».

“Tutto è compiuto” (Gv 19, 30)

«Che cosa è compiuto? È compiuto lo svelamento del vero volto di Dio! Sulla Croce è caduto il velo di tante caricature di Dio costruite dagli uomini ed è apparso il vero e affascinante volto di Dio: Dio è Amore e la sua onnipotenza è esclusivamente Onnipotenza di Amore». Kirk Kilgour è stato un atleta, nonché assistente allenatore di pallavolo della Nazionale italiana. Nel 1976 rimase paralizzato a tutti e quattro gli arti, a seguito di una lussazione alla vertebra cervicale con lesione al midollo spinale che lo costrinse sulla sedia a rotelle. Eppure sperimentò la potenza dell’amore di Cristo. In una sua preghiera ebbe infatti il coraggio e la grazia di scrivere: «Domandai a Dio che mi desse la salute per realizzare grandi imprese: Egli mi ha dato il dolore per comprenderla meglio».

“Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito” (Lc 23, 46)

L’ultima espressione sulle labbra del Crocifisso testimonia che «la morte non è un salto nel buio né, tantomeno, è un salto nell’abisso del niente: la morte è un abbraccio con Dio! Come sono belle le ultime parole di Gesù e come sono rassicuranti per noi! Il viaggio della nostra vita va verso un incontro: e noi dobbiamo prepararci a quell’incontro per essere pronti e capaci di rispondere all’abbraccio di Dio». Come rispondere a tale amore? Sicuramente «attraverso l’amore scelto e vissuto negli anni dell’attesa!». È stato così, ad esempio, per Giovanni XXIII, il “Papa buono”, che «alle ore undici, dopo aver ricevuto il Santo viatico, si rivolge agli astanti che sono ancora in ginocchio e pronuncia parole di fede grandissima: “Questo letto è un altare, l’altare vuole una vittima: eccomi pronto! Offro la mia vita per la Chiesa, la continuazione del Concilio, la pace del mondo, l’unione dei cristiani. Il segreto del mio sacerdozio sta nel Crocifisso. Quelle braccia allargate dicono che Egli è morto per tutti, per tutti, nessuno è respinto dal suo amore e dal suo perdono”». D’altra parte, sottolinea infine padre Comastri, «con Gesù, e soltanto con Gesù, è possibile morire sorridendo, cantando e sentendo vicina la gioiosa melodia del Paradiso. Preghiamo perché la nostra morte sia così»

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Un dizionario degli uomini grandi nella fede e nelle opere

Agostino, Alberto Magno, Benedetto da Norcia, Bernini, Brunelleschi, Carlo Magno, Clodoveo, Cristoforo Colombo, Copernico, Dante, De Wohl, Francesco d’Assisi, Galileo, Giotto, Guareschi, Isabella di Castiglia, Lejeune, Michelangelo, Pampuri, Marco Polo, Stradivari, Tommaso d’Aquino, Vespucci sono solo alcune delle oltre 400 voci che popolano il Dizionario elementare dei cattolici illustri, pubblicato recentemente dall’Istituto di Apologetica, a cura di Gianpaolo Barra, Mario Arturo Iannaccone e Marco Respinti.

C’è ampio spazio per uomini illustri nelle arti e nelle lettere, regine e sovrani saggi, scienziati illuminati, matematici e astronomi acuti, abili navigatori e compositori, grandi storici, sapienti filosofi e teologi, ma anche santi sociali, papi, cardinali, vescovi, sacerdoti, religiosi e religiose che hanno lasciato un segno profondo nella storia dell’umanità e ai quali tutti, compreso i non credenti, dovrebbero essere grati. Tali voci riportano in maniera sintetica, con linguaggio semplice e accessibile a tutti, brevi biografie di uomini e donne che hanno contribuito allo sviluppo della nostra civiltà e dato gloria alla Chiesa di cui sono figli.

In ambito matematico spiccano, ad esempio, le figure di Maria Gaetana Agnesi (1718-1799), riconosciuta per le sue Instituzioni analitiche come “una delle più grandi donne matematiche di tutti i tempi” e quella di Ennio De Giorgi (1928-1996), che ha aperto “prospettive inedite alla matematica mondiale”, distinguendosi per la ricerca su equazioni, derivate parziali e calcolo delle variazioni. Egli riteneva che “il segreto della forza della matematica risiedesse nella capacità di passare dalla osservazione delle cose visibili all’immaginario delle cose invisibili”.

In ambito scientifico è davvero considerevole il contributo dei cattolici. Girolamo Fracastoro (1476-1553), medico personale di Papa Paolo III, è stato il “pioniere dell’infettivologia, colui che, 300 anni prima della sua validazione sperimentale, intuì che alcune malattie erano dovute a germi capaci di moltiplicarsi nell’organismo e di trasmettersi per contagio, attraverso la respirazione o altre forme di contatto, ad altri organismi”. A lui si deve anche il nome della sifilide. C’è poi padre Benedetto Castelli (1578-1643), “inventore del pluviometro per misurare la quantità di pioggia nel tempo e iniziatore della scienza idraulica”. Luigi Galvani (1737-1798) è stato “un pioniere dell’ostetricia italiana” e tra i fondatori dell’elettrotecnica moderna. A lui si deve l’invenzione del galvanometro per misurare l’intensità di correnti elettriche e della ‘galvanizzazione’, il processo col quale si riveste di un sottile strato di metallo un manufatto di un altro materiale metallico proteggendolo dalla corrosione. Lavoiseir (1743-1794), padre della chimica moderna, celebre per le sue ‘leggi’ e il suo contributo alla stechiometria, ha anche dimostrato il ruolo dell’ossigeno nei processi vitali di animali e la composizione dell’acqua e dell’aria. A don Giuseppe Mercalli (1850-1914), il sacerdote dei vulcani e dei terremoti, si deve invece l’elaborazione della famosa ‘scala’ che porta il suo nome per la classificazione dei sismi e della loro intensità. In campo astronomico la tesi scientifica di un universo in espansione da un atomo primordiale, poi ribattezzata ‘teoria del Big Bang’, porta il nome di padre George Lamaître (1894-1966).

In ambito letterario sono pochi gli studenti liceali a sapere che l’autore del proprio dizionario Lorenzo Rocci (1864-1950) era un padre gesuita che ha lavorato alacremente per compendiare il cuore della letteratura greca nel poderoso vocabolario che porta il suo nome o che il conte Monaldo Leopardi (1776-1847), padre del poeta Giacomo e gonfaloniere della città di Recanati, dopo aver sperimentato l’efficacia della vaccinazione sui propri figli, sia stato il primo a introdurla nello Stato Pontificio, rendendola obbligatoria per il vaiolo. Egli è stato uno scrittore vivace, intelligente, colto, orgoglioso della propria fede, sebbene la sua fama sia stata ingiustamente oscurata.

In campo sociale, al di là della missione educativa di grandi santi quali Giovanni Bosco e Giovanni Battista De La Salle in favore di orfani e poveri, meritano di essere ricordate l’opera missionaria di Francesca Cabrini (1850-1917), che ha favorito l’insegnamento dell’inglese e promosso la costruzione di ospedali, case di cure e luoghi d’assistenza per immigrati, e quella di don Carlo Gnocchi (1902-1956), rivolta in specie a orfani, mutilati di guerra e malati di poliomielite per una ‘riabilitazione integrale’ della loro persona a tutela della propria dignità.

Sfogliando con curiosità il Dizionario dei cattolici illustri, si possono scorgere dettagli particolarmente significativi tra le pieghe recondite della vita di personaggi celebri scoprendo, ad esempio, che il campione del ciclismo Gino Bartali (1914-2000) era terziario carmelitano col nome di Fra’ Tarcisio di Santa Teresa di Gesù Bambino.

In ambito produttivo tra per gli imprenditori è opportuno ricordare Harmel Léon (1829-1915), sperimentatore della dottrina sociale della Chiesa nella sua fabbrica di filatura con misure concrete a favore dei propri lavoratori, dagli assegni familiari all’istituzione di una cassa di mutua assistenza. In ambito politico basti citare le figure luminose del valoroso Marcantonio Colonna e del frate Marco d’Aviano, i cui apporti furono decisivi per il respingimento dell’esercito turco rispettivamente sia a Lepanto nel 1571 che alle porte di Vienna l’11 settembre del 1683; o quella del giovane martire José Sánchez del Rio durante la rivolta dei cristeros in Messico (1926-1929). In ambito giuridico emerge la figura del magistrato Rosario Livatino (1952-1990) che, per il suo impegno in prima linea per la giustizia contro la mafia, è stato vittima di un attentato. Martire della giustizia, uomo discreto, teneva sulla sua scrivania un Vangelo e un crocifisso, mentre la sua giornata iniziava sempre sostando in una chiesetta in preghiera davanti al tabernacolo.

Insomma, come scrivono i curatori, tale Dizionario si configura come una “collezione di brevi ritratti che porta esempi ed eccellenze di una civiltà millenaria” e che non vuole avere la pretesa dell’esaustività e della completezza, bensì desidera assolvere al compito di riconoscere il meritato onore ai nomi notissimi, meno noti e ignoti di quanti hanno contribuito a edificare il Regno di Dio sulla terra mettendo a frutto i doni del Padre attraverso le loro opere in tutti i campi dello scibile e dell’agire umano.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Peppe Diana, il sacerdote che si oppose ai Casalesi

«Occorre riscoprire quegli spazi per una ‘ministerialità’ di liberazione, di promozione umana e di servizio. Coscienti che il nostro aiuto è nel nome del Signore, riaffermiamo il valore anticipatorio della preghiera che è la fonte della nostra Speranza. Ai preti nostri pastori e confratelli chiediamo di parlare chiaro nelle omelie e in tutte quelle occasioni in cui si richiede una testimonianza coraggiosa». Passa anche attraverso queste parole, pronunciate nel corso della sua seconda denuncia pubblica della camorra, l’impegno profetico di don Giuseppe Diana (4 luglio 1958 – 19 marzo 1994), detto Peppe, disposto a essere segno di contraddizione in un territorio avvelenato dalla malavita organizzata.

«Basta con la dittatura armata della camorra», tuona ancora in un altro suo accorato appello, dopo l’ennesima uccisione di un innocente per errore da parte del clan dei Casalesi. Il giovane sacerdote fa sentire la propria voce senza timore. «Non sapeva, forse, che questo era il suo destino. Si riconosceva solo un povero ma solerte lavoratore nella vigna del Signore. Metteva volentieri tutta la sua vita e tutta la sua cultura nella missione universale della sua Chiesa», scrive il vescovo Raffaele Nogaro: «E per la libertà del tuo popolo e per l’amore della tua terra ti hanno immolato».

Anche questa preziosa testimonianza confluisce in Don Peppe Diana e la caduta di Gomorra del giornalista Luigi Ferraiuolo, recentemente pubblicato dalla San Paolo, che racconta la vicenda, il ministero e il martirio di don Giuseppe Diana, evidenziando le ferite del contesto sociale in cui maturò il suo omicidio: «Erano le 7.30 del mattino del 19 marzo 1994, giorno del suo onomastico. La risposta arrivò subito, forte e chiara, come suo solito: “Sono io don Peppe”. Giuseppe Quadrano sparò quattro colpi di pistola al sacerdote che si stava vestendo per la Messa e andò via, tranquillamente come era entrato». Eppure, «dal sangue di don Peppe e di altre 353 vittime sono nati centri sociali, case famiglia, ostelli, realtà per aiutare persone con autismo o disabili o sole, isole ecologiche, associazioni sportive, ristoranti, negozi, agriturismi. Una ribellione collettiva e sempre più forte alla camorra, sfidata nella sua stessa terra e inizialmente con scarso supporto delle istituzioni», come ha osservato Elisabetta Soglio nella prefazione.

Don Peppe ha pagato in prima persona anche la propria decisione «di negare un funerale pubblico a un camorrista, parente del killer che poi lo avrebbe ucciso per conto dei boss», come scrive Ferraiuolo. «In poco più di tre anni, dal luglio del 1991 al marzo del 1994, egli ha saputo insegnare con coraggio e convinzione alla comunità casalese e al mondo che la camorra non aveva ragione e che i clan erano il male. Gli era chiaro che il contesto in cui si viveva nel Casalese era corrotto, amorale, violento e sanguinario». Per questo motivo «don Peppe Diana doveva morire, perché si era spinto troppo avanti. Perché aveva parlato troppo, aveva aperto troppe menti, troppi cuori, troppi occhi. Perché non si potevano impartire i sacramenti ai camorristi, agli assassini. Era diventato troppo esemplare, nel cuore della testa della camorra, perché potesse sopravvivere. Se non fosse stato ucciso quel 19 marzo, per i disegni di Nunzio De Falco e l’opposizione al funerale del parente di Quadrano, sarebbe stato ucciso poco dopo, perché la sua stessa presenza fisica avrebbe intralciato gli affari dei boss. Era una conseguenza diretta della sua predicazione pubblica cominciata anni prima, tra il 1988 e il 1989, e divenuta palese nel luglio del 1991», quando aveva tuonato contro la dittatura armata della camorra.

A 25 anni dalla sua morte, monsignor Lorenzo Chiarinelli ha voluto lanciare «un accorato appello alla popolazione, meglio ai camorristi: O terra amata che conosci il sudore, le sofferenze e le lacrime della nostra gente; o terra bagnata di sangue di non pochi tuoi figli, e ora, da ultimo – che sia veramente l’ultimo – dal sangue di un tuo figlio, ministro di Cristo e della Chiesa, spezza la spirale di follia omicida, ricrea spazi di serenità e fiducia per i tuoi giovani, rifiorisci in messe abbondante di giustizia e di pace… Nessuno in mezzo a te tradisca mai più questa speranza. Il nostro martire don Peppino ha seminato per il futuro».

Nel visitare la sua tomba per omaggiarne la figura, monsignor Angelo Spinillo, vescovo di Aversa, «ha riconosciuto in don Peppino l’impegno e la generosità di tanti, sacerdoti e fedeli laici, che in questa nostra terra vivono e donano speranza». Durante l’Angelus del 20 marzo 1994, il giorno seguente la sua uccisione, il Santo Padre Giovanni Paolo II pregava così: «Voglia il Signore far sì che il sacrificio di questo suo ministro, evangelico chicco di grano caduto nella terra e morto, produca frutti di sincera conversione, di operosa concordia, di solidarietà e di pace». Le tante realtà associative e caritative fiorite a Casal di Principe e non solo, nel solco della sua testimonianza di vita spesa per il Vangelo, testimoniano senza dubbio una condivisione del suo anelito di fede, giustizia e carità.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Giuseppina Bakhita: il fascino di una donna libera

“Bakhita è donna. Senza tentennamenti donna. Orgogliosamente donna. Bakhita non nasconde le sue debolezze, i suoi dolori, il suo amore, ma comunque impone la propria femminilità. Caparbia sceglie e percorre tappa dopo tappa la sua strada. Si propone per quello che è, spontaneamente, e diventa un esempio da imitare, una luce a cui rivolgersi, un cuore a cui affidarsi”. È questo il ritratto che emerge tra le pagine di Bakhita. Il fascino di una donna libera (San Paolo 2019, pp. 156), terzo libro dedicato alla ‘santa moretta’ da Roberto Italo Zanini, giornalista della redazione romana di Avvenire.

“Bakhita è un dono. Un dono di Dio per il nostro tempo. Un volto della grazia divina che chiede di essere accolto, anche solo per un istante, anche solo per assaporare il senso intimo della libertà. È ‘la Sorella universale’ – come ebbe a dire di lei San Giovanni Paolo II – perché ci rivela il segreto della felicità più vera: le Beatitudini”. Discriminata perché nera, schiava, costretta a sopportare sul suo corpo violenze inaudite, tra le quali scarificazioni profonde su braccia e schiena e il torcimento del seno sin da quando è soltanto una giovane ragazza. Nel suo diario racconta però la gioia grande che provò quando ottenne un padrone decisamente più mite, un console italiano che l’avrebbe portata fuori da quell’inferno sudanese e dunque probabilmente in condizioni di vita meno dure. Giunta a Ziniago in Veneto, viene ‘regalata’ a un’altra famiglia per fare la domestica e, quando il suo padrone decide di aprire un’attività alberghiera a Suakin, torna in Sudan, ma solo per un breve periodo, lavorando nel bar dell’albergo.

Una svolta determinante nella sua vita è segnata da un regalo. Il fattore della famiglia Michieli presso la quale lavora come domestica le dona un crocifisso d’argento, che ella confessa di aver inizialmente nascosto per paura che la sua padrona glielo potesse sottrarre. “Ogni tanto lo guardavo e sentivo una cosa in me che non sapevo spiegare”. È l’inizio di un percorso di maturazione di fede e libertà interiore che la induce a dare progressivamente risposta a quell’anelito del proprio cuore che, sin da quando era in Africa, la spinge a chiedersi “dinanzi alle bellezze della natura, quali il sole, la luna e le stelle: ‘Chi è mai il padrone di queste belle cose?’”, e di conseguenza ad ammettere: “E provavo una voglia grande di vederlo, di conoscerlo”.

Poi impara a ripetere in cuor suo spesso: “Il Signore è sempre stato buono con me”; “Il Signore mi ha sempre voluto bene”; “Tutta la mia vita è stata un dono di Dio”. Tale consapevolezza culmina nella scelta di consacrarsi a Lui. Di qui Bakhita “viveva di Dio e si commuoveva fino alle lacrime pensando alla grazia e alla bontà di Dio nei suoi riguardi, per essere stata chiamata al battesimo e alla vita religiosa”. Prima di prendere i voti è don Giuseppe Sarto, il futuro Papa Pio X, a esaminare la sua scelta vocazionale e a esortarla con queste parole: “Pronunciate i voti senza timori. Gesù vi vuole, Gesù vi ama. Voi amatelo e servitelo sempre così”.

Divenuta suora, si apre a una forma di “perdono che giunge al paradosso del ringraziamento: ‘Se incontrassi quei negrieri che mi hanno rapita e quelli che mi hanno torturata, mi inginocchierei a baciare le loro mani, perché se non mi fossero accadute quelle cose non sarei ora cristiana e consacrata’”. Immersa in un Amore che tutto trasfigura, diceva di vivere “non sul Calvario, ma sul Tabor”.

Quando è ormai prossima alla morte, tra dicembre del 1946 e gennaio del 1947 Bakhita raccontava a chi andava a visitarla mentre era molto malata di essere particolarmente stanca per aver due valigie da portare, alla stregua degli attendenti di un generale, “una piena di debiti e l’altra piena dei meriti di Gesù”. Eppure non aveva alcun timore, poiché diceva: “Appena sarò sulla porta del Paradiso, coprirò i miei debiti con i meriti della Madonna, poi aprirò l’altra e dirò: Eterno Padre, giudicate per quello che vedete”. Ella aveva dunque compreso, come ricordato dallo stesso Papa Francesco, che “è il dipendere da Lui che ci libera dalle schiavitù e ci porta a riconoscere la nostra dignità” di figli di Dio.

Nel suo libro Zanini intervalla la vicenda biografica di Bakhita con quella di uomini, donne, famiglie e testimoni che l’hanno conosciuta e invocata e che, soprattutto grazie all’incontro con la ‘santa moretta’ nel santuario di Schio dove sono ora custodite le sue spoglie, hanno ritrovato la fede e il coraggio di affidarsi a Dio nella malattia, nelle difficoltà, nel dolore, durante una gravidanza difficile o nei propri problemi familiari, rimettendosi alla sua intercessione. Lo stesso autore racconta anche una serie di ‘coincidenze’ della propria vita che rivelano il suo legame speciale con Bakhita, ma nel contempo sono segni evidenti della presenza di Dio, della sua grazia operante e della comunione dei santi.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

“Nati guasti”. Cinque passi al Mistero con Padre Maurizio Botta

“Gli uomini si dividono in due categorie, quelli che credono al peccato originale e gli sciocchi”, scriveva Nicolás Gómez Davila. Per non rientrare tra le fila dei secondi, dovremmo umilmente prendere consapevolezza che “noi siamo questa impossibilità a fare quello che vorremmo, siamo una volontà di potenza sovradimensionata rispetto alle nostre possibilità, un desiderio di velocità sovradimensionato rispetto alla nostra lentezza. Noi siamo questa contraddizione vivente chiamata dalla Chiesa ‘peccato originale’”. Per questo “abbiamo bisogno del Redentore sempre, perché se ogni istante della nostra vita non è liberato da Lui, rimaniamo sotto il giogo di una legge che non vogliamo ma da cui non riusciamo a liberarci e continueremo a sentire dentro un debito che non potremo mai saldare da soli”.

È questo il cuore di ‘Volere è potere?’, il primo dei ‘Cinque passi al Mistero’ raccolti da padre Maurizio Botta nel recente volume Nati guasti (San Paolo 2019, pp. 190). Si tratta di un libro che riporta fedelmente le catechesi del giovane e brillante sacerdote che predica nel solco del carisma di San Filippo Neri e risponde in maniera puntuale alle domande di giovani e adulti in dialogo con lui sulle ragioni della fede, secondo una formula vincente che ormai da dieci anni rende gremita la Chiesa di S. Maria in Vallicella a Roma. Come rileva Costanza Miriano nella Prefazione “padre Botta riesce nel miracolo di parlare ai lontani e anche ai lontanissimi, ma senza fare alcuno sconto nei contenuti, semplificando senza impoverire, traducendo senza tradire, rendendo potabile senza annacquare, avvicinando i lontani senza mai, neanche per un attimo, allontanarsi da Colui che, si sente a ogni frase, sta al centro del suo cuore e dei suoi pensieri, Gesù Cristo”.

Il primo passo da compiere consiste dunque nel liberarsi dall’illusione dell’autosufficienza che traspare nello stesso ‘mito del buon selvaggio’, “secondo il quale l’uomo è buono per natura ed è la società a corromperlo, per cui cambiando la società salveremo anche l’uomo”. La realtà dell’uomo però non è questa da quando egli ha preteso di sostituirsi a Dio, mangiando “quel frutto, quell’unico frutto e non tutti gli altri, che Dio avrebbe voluto riservarsi di staccarlo Lui stesso ogni volta e donarlo con amore, perché l’amore di quel dono diretto era l’unico antidoto. In Cristo questo era il progetto, non drammatico: farci dono Lui, continuamente, della conoscenza del bene e del male, ma noi abbiamo allungato la mano per prenderla, una volta per tutte”. Assecondando il proprio delirio di onnipotenza, la creatura umana si trova piuttosto a sperimentare costantemente la propria impotenza. Dunque “l’uomo – prosegue il sacerdote oratoriano – non è buono, ha un cuore malato ed è questo guasto che lo danneggia, non ciò che viene da fuori. Ognuno di noi dovrebbe guardare a questa malattia che ha dentro di sé, partire da quella, da se stesso, invece di accusare sempre gli altri. L’uomo è abitato da questa contrapposizione tra desideri grandissimi, intelligenza acutissima e limiti: una lotta continua che lo porta a precipitare. Senza Cristo, l’uomo non ce la fa, non riesce”.

Se limite e finitezza contraddistinguono l’uomo in quanto tale, è “transumanesimo – puntualizza padre Maurizio – quando sogno di superare i limiti dell’umano”; così come è “scientismo quando ripongo nel progresso scientifico una sorta di fiducia messianica per la salvezza dell’uomo”. Perciò da una parte è necessario prender coscienza del fatto che “siamo dei nobili decaduti con pretese ingiustificate e sproporzionate rispetto a quel che siamo realmente: un ammasso di limiti incredibile, una bolla che con un niente può scoppiare”. Però dall’altro ciò non deve scoraggiare, perché il credente è chiamato a superare in forza della grazia divina il proprio limite in una maniera del tutto inedita. Infatti “il superamento del limite cristiano è quello che ti porta a vivere la vita di Dio dentro la carne: ‘Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me’ (Gal 2, 20). È questo l’inaudito cristiano: noi siamo piccole creature qua e Dio è irraggiungibile là ma, uniti a Cristo, siamo inseriti nella vita eterna della Trinità”.

Allo stesso modo, nel ‘passo’ dedicato ai social e alla dipendenza da smartphone, padre Maurizio suggerisce come rimedi “un ‘digiuno’, che sia quotidiano o almeno settimanale, e la decisione d’intraprendere attività in cui ti privi volontariamente, anche quando dolorosamente, della connessione”. Imparando a trascorrere più tempo con se stessi infatti si valorizza quella dimensione preziosa del silenzio, che “Satana odia mortalmente e considera assai pericolosa perché è nel silenzio che può essere ascoltata la parola trasformante dell’amore”.

La catechesi sui temi del lavoro e del tempo libero prende le mosse da una constatazione, quella per cui il mercato globale è ormai ridotto “a un oligopolio di pochi e grandi che esclude i tanti e piccoli”, e da una considerazione, ossia che “il dogma dell’efficienza del mercato è una gran panzana, poiché il mercato non detta legge, sono gli uomini e la politica a dover scrivere le regole e a doverlo gestire”. Di qui, rispetto all’attuale modo di vivere la propria professione senza contemplare la possibilità di santificare la domenica, padre Maurizio non fa sconti ricordando che “se Dio ‘ci comanda’ il riposo – e non lo suggerisce, non ci rivolge un invito, non ci dà un consiglio, proprio lo ‘comanda’ – lo fa non solo per la nostra felicità, ma perché sa che una parte di noi, istintivamente, sarebbe portata a non viverlo”. È necessario allora modificare la propria “visione del tempo come ora d’aria rispetto a un lavoro vissuto invece come schiavitù guastatrice della festa” per vivere il proprio otium non quale “tempo ‘libero da’, ma come tempo ‘libero per’, in quanto la festa vera è il luogo dove decidi come utilizzare la tua libertà e porta con sé la logica del dono”. Una logica sicuramente da riscoprire e di cui sembra del tutto priva “la festa moderna, tutta individualistica, in cui ci si stordisce da soli e ci si ubriaca da soli, che è il contrario della festa cristiana che è sempre comunitaria”.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Giussani e il fascino originale del cristianesimo

Riproporre il cristianesimo nel suo fascino originale e nella sua profonda ragionevolezza come risposta al desiderio di felicità e pienezza dell’uomo del proprio tempo. È questo il cuore del pensiero teologico di Luigi Giussani, che è stato oggetto di un importante convegno di studi, il primo in Europa a livello internazionale, sulla figura e la vasta produzione di scritti del sacerdote ambrosiano, una tra le personalità più significative del cattolicesimo italiano e non solo del Novecento, noto soprattutto per il suo genio educativo e le realtà ecclesiali nate nel suo carisma.

Gli atti di tale convegno, che si è tenuto presso la Facoltà teologica di Lugano tra l’11 e il 13 dicembre del 2017, sono stati raccolti in un poderoso volume, Luigi Giussani. Il percorso teologico e l’apertura ecumenica, edito recentemente da Cantagalli e da Eupress FTL. In esso sono condensati i contributi di autorevoli studiosi e confratelli che ne hanno apprezzato e condiviso il carisma, tra cui Stefano Alberto, Maria Bocci, Massimo Borghesi, Francesco Braschi, Edoardo Bressan, Aleksandr Filonenko, Onorato Grassi, André-Marie Jerumanis, Sobhy Makhoul, Giulio Maspero, Paola Mazzola, John Milbank, Antonietta Moretti, René Roux, Alberto Savorana, Jacques Servai. Inoltre vi sono brevi saggi di Romeo Astorri, Michael Konrad, Marco Lamanna, Ezio Prato e Monica Scholz-Zappa, nonché una lectio magistralis del Presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, Julián Carrón.

Un coro a più voci, dunque, ciascuna delle quali evidenzia un aspetto della personalità multiforme del ‘Gius’, teologo colto e originale, autore di numerosissimi testi letti in tutto il mondo e meditati ancora oggi soprattutto tra i membri della Fraternità di Comunione e Liberazione. Al centro di essi non vi è un pensiero astratto, ma la consapevolezza che l’avvenimento cristiano sia la lente d’ingrandimento necessaria per mettere a fuoco la realtà in tutte le sue pieghe e per valorizzarne esperienze umane, religiose, intellettuali e artistiche. Un pensiero che si nutre del confronto con le più alte figure del panorama teologico del secolo scorso, tra cui de Lubac, von Balthasar, Guardini, Niebuhr, Newman, e naturalmente i papi Giovanni Paolo II e Benedetto XVI.

Don Giussani è “tra le poche voci che hanno intuito le crepe profonde apertesi nella cristianità, in un panorama in cui, apparentemente, i valori tradizionali sembravano un punto di riferimento per la maggior parte degli italiani” (Maria Bocci). Così, facendo leva sulla natura dell’uomo che “non può fare a meno di desiderare”, egli intuisce quel “Mistero che parla dal di dentro della nostra esperienza”. Il sacerdote ambrosiano sottolinea come il Logos sia un ‘fatto incarnato’, “un’evidenza che si impone alla coscienza”. In questa prospettiva credere equivale a vivere l’incontro con Gesù nella quotidianità, poiché “l’avvenimento di Cristo, che è il significato di tutto, ti fa vivere tutto in modo diverso. […] Noi scopriamo la fede come convinzione dentro il gesto, dentro la diversità del gesto che essa provoca. Questo gesto è il gesto normale: mangiare, bere, vegliare, dormire, vivere, morire”. Di qui “il lavoro culturale del cristiano nel mondo deriva dalla sua liberazione mediante la sua comunione a Cristo con Dio, vivendo secondo l’impegno di Gesù per il mondo e non semplicemente contemplando la verità di Cristo. Si tratta di essere coinvolti nell’impegno di Cristo, muovendosi nello stesso senso”. Con queste parole il professor Jerumanis evidenzia nel proprio contributo la sintonia del sacerdote di Desio con il pensiero di von Balthasar. Giussani avrebbe certamente condiviso quanto l’illustre teologo svizzero affermava, ossia che “il cristianesimo nato dalla Parola-carne deve diventare cultura: umanità in senso lato che abbraccia anche tutti campi della cultura umana”.

Relativamente alla Parola di Dio e alla sua lettura e meditazione, Giussani sostiene che “la capacita di osservare e di lasciarsi stupire dalla realtà non si applica solo alle vicende attuali, ma anche a quelle testimoniate dalle Scritture”. Di qui egli propone un’‘esegesi esperienziale’, per cui i brani evangelici che privilegia “sistematicamente sono quelli in cui il senso religioso è più manifesto ed il legame con la vita più fruttuoso” (Roux). Sul piano liturgico, Braschi ricorda invece come per il sacerdote ambrosiano la Santa Messa sia “il gesto più importante della nostra esistenza perché è il gesto della morte e resurrezione di Cristo”. Per Giussani “la vita del cristiano deve essere una messa vissuta”, nella misura in cui la celebrazione eucaristica “dovrebbe essere il paradigma, la struttura ideale, ispirativa, la forma di tutte le nostre azioni”.

Sulle sue passioni letterarie, Maspero ricorda l’incontro del Gius con Leopardi, che consente “al giovane seminarista di percepire la domanda metafisica originaria che abita il cuore del poeta, presentandolo quasi come vate della sproporzione tra la finitudine dell’essere umano e la tensione all’infinito che in modo ineludibile lo attraversa”. Tuttavia, nella sua lettera di Leopardi, Giussani evidenzia come il poeta di Recanati non si fermi alla coscienza del limite umano che si rivela costantemente nel rapporto con la realtà, ma colga la realtà come un segno, “un rinvio all’oltre”, al suo fondamento metafisico, il medesimo del proprio io. Nelle poesie di Ada Negri scorge invece che “tutto è atto d’amore”. Relativamente alla missione e sfida educativa del sacerdote di Desio, Maspero rileva come l’educazione si configuri quale “introduzione alla realtà totale come coscienza, conoscenza e amore”, poiché “conferma e svolge il cuore dell’uomo, in quanto la coscienza dell’io vive come essenziale esigenza di una totalità”.

“Il cammino al vero è un’esperienza”, sottolinea infine Julián Carrón nella lectio magistralis che chiude il volume. Egli ripercorre le tappe del cammino esistenziale del fondatore di CL alla riscoperta della fede come “pertinenza alle esigenze della vita” e quale “avvenimento di Dio che si è fatto carne e permane nella storia come avvenimento, la cui forma incontrabile è quella compagnia umana che si chiama Chiesa”. D’altra parte, se così non fosse, ossia se “Cristo non si rendesse ‘contemporaneo’ a noi attraverso l’incontro con una umanità raggiunta e cambiata da Lui, il Suo ricordo non sarebbe in grado di muovere il nostro io, non inciderebbe sul nostro presente, non avrebbe la forza di compiere l’attesa sterminata del cuore”. Vivere l’eredità ricevuta nel solco del carisma di don Giussani significa allora, per il suo successore alla guida del Movimento, “testimoniare una fede che possa essere reperta e trovata nell’esperienza presente, confermata da essa, utile a rispondere alle sue esigenze”, perché è la sola “in grado di resistere in un mondo dove tutto, tutto, diceva e dice l’opposto”.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

La fede, una risorsa preziosa anche per lo psicoterapeuta

“All’inizio, il rapporto tra psicologia e religione è stato caratterizzato da una reciproca diffidenza che, probabilmente trova le sue origini nelle ipotesi di Freud, il padre della psicologia moderna, che considerò la religione come un’esperienza nevrotica, al più un’illusione, che aveva il ruolo di placare l’angoscia esistenziale dell’uomo”. Di diverso avviso furono invece i suoi successori, decisamente più propensi a valorizzare il contributo positivo della religione alla maturazione umana. Allo stesso modo lo psicologo e psicoterapeuta Domenico Bellantoni, docente invitato di Psicologia della religione presso l’Università Salesiana di Roma, sviluppa la propria indagine fenomenologica ad orientamento analitico-esistenziale nel solco della riflessione dello psichiatra viennese Viktor Frank e delle sue applicazioni cliniche ed educative.

Così, nel considerare il legame esistente tra psicologia ed esperienza religiosa – nel suo recente volume Religione, spiritualità e senso della vita (Franco Angeli 2019, pp. 274) – Bellantoni si sofferma sulla dimensione trascendente quale fattore di promozione dell’umano, evidenziando come la fede possa costituire una risorsa preziosa fondamentale anche nel lavoro terapeutico.

Se da un lato certamente “l’immaturità della religione nevrotica” riscontrata da Freud in alcuni suoi pazienti “non può essere estesa all’intera fenomenologia del fatto religioso”; dall’altro però è necessario interrogarsi su quale ruolo possa ricoprire la fede in una società relativista e nichilista, tanto più se si considera che “il nichilista dice a se stesso che non è affatto necessario prendere in pugno la propria vita, dominare il destino, perché la vita in fondo non ha alcun senso” (Frankl). Infatti oggi si assiste impotenti a un dilagante riduzionismo antropologico che considera l’uomo a una dimensione, sia essa biologica, psicologica o sociologica, ma pur sempre esclusivamente orizzontale, per cui c’è chi si ripiega nel fatalismo, ossia si lascia determinare dagli eventi e dalle circostanze che gli capitano; chi preferisce un conformismo prono al ‘politicamente corretto’; chi è razionalista e confida nel progresso costante della tecnologia; chi è scientista, per cui ripone tutta la propria fiducia in una scienza priva di limiti, la quale “gli toglie l’ultimo residuo di quel sentimento di significanza che può ancora essergli rimasto”, per dirla sempre con lo psichiatra viennese.

Al contrario, per Frankl, l’uomo è uno “scopritore di significati che esistono indipendentemente da lui” e si autorealizza, ossia può trascendere se stesso soltanto “orientandosi a qualcosa fuori di sé, come un valore, un compito, una persona d’amare”. Se il segreto di una vita felice consiste nella capacità di trascendere se stessi amando, allora occorre innanzitutto evitare il rischio di ricercarlo “nell’emozionalità, in una sorta di attivazione fisiologica che contribuirebbe al ‘sentirsi vivi’”. Lo scopo della vita non può evidentemente coincidere con un imperativo attualmente imperante soprattutto tra i più giovani come “Godi il più possibile!”, poiché assecondarlo è soltanto un’illusione e un triste inganno. Infatti “quanto più si cerca di ghermire il piacere, tanto meno lo si ottiene. Ciò è dovuto al fatto che il piacere non è mai lo scopo degli sforzi umani – afferma ancora Frankl –, ma è, e deve restare, un effetto, l’effetto collaterale dello scopo raggiunto”.

Relativamente al legame tra religione e psicologia, pur perseguendo finalità differenti – la prima la salvezza dell’uomo la seconda il benessere dell’anima – costituiscono entrambe “un fattore importante di resilienza e di crescita post-traumatica”. Lo conferma “un recentissimo studio, condotto su di una popolazione di soggetti anziani, che ha evidenziato come la pratica religiosa sia correlata a un più alto livello di resilienza nel fronteggiamento di disagi, avversità e persino eventi traumatici, minore depressione e anche migliori capacità di reintegrazione in riferimento a vissuti traumatici”, nella misura in cui “rimandando a un vissuto profondo, la fede rappresenta qualcosa di unificante ed armonizzante l’intera esistenza, che proprio da tale atteggiamento acquista senso, inteso come orientamento nella vita, e significato, come valore assegnato ad essa e, in essa, ai vari accadimenti”. Credere in Dio nel significato autentico comporta in realtà “l’essere fedeli a Dio e coerenti con il senso ‘scoperto’ come vero, buono e giusto per la propria esistenza nelle continue risposte agli appelli della vita, nei suoi innumerevoli eventi”.

Ma come accogliere e sostenere il senso religioso del paziente durante il setting terapeutico, nell’esigenza di tenere distinte la funzione dello psicoterapeuta e la missione del sacerdote? Innanzitutto occorre considerare che “la religione non è mai una polizza di assicurazione per una vita tranquilla, per una libertà da conflitti, per un obiettivo psicoigienico. La religione dà all’uomo molto di più della psicoterapia, e nello stesso tempo gli chiede anche molto di più”. A sostenerlo è ancora una volta Frankl, lo psichiatra viennese che per le sue origini ebraiche visse anche la prigionia in ben quattro campi di sterminio. Sulla sua scia Bellantoni mostra, riprendendo alcuni stralci di colloqui svolti durante il lavoro terapeutico, come si possa far leva proficuamente sulla coerenza del paziente rispetto alle esigenze proprie della fede che confessa di professare. In questa prospettiva analitica anche il racconto dei sogni può divenire un elemento rivelatore significativo della maturità della condotta religiosa del paziente, nella misura in cui è espressione della sua capacità “di vivere nella continuità e nella reciproca implicanza l’esperienzaquotidiana e l’esperienza trascendente”.

La lettura del volume di Bellantoni, che dedica un capitolo anche al ruolo del testo sacro come risorsa educativa e di autoformazione, può dunque risultare particolarmente utile a quanti sono impegnati nella cura della persona in ambito educativo, formativo, consulenziale, pastorale, accademico e clinico.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Una religione umanitaria sta rinnegando la croce

“Il Figlio dell’Uomo quando verrà, troverà la fede sulla terra?” (Lc 18, 8). L’interrogativo di Gesù posto ai suoi discepoli risuona nella sua drammatica attualità soprattutto oggi che “la fede viene persa (incredulità) o rinnegata (apostasia)”. Ma un argine solido a tale “scatenamento satanico”, alla costruzione di un “mondo nuovo senza Dio” è rappresentato dalla Vergine Maria, che assicura costantemente nelle apparizioni di Medjugorje il trionfo finale del suo Cuore Immacolato.

Lo racconta Padre Livio, noto direttore di Radio Maria, nel suo ultimo libro-intervista con Diego Manetti La croce rinnegata (Piemme 2019, pp. 206) sull’apostasia dell’Occidente. D’altra parte “è tramite l’incredulità che il diavolo prende sempre più potere sull’uomo, fino a condurlo al supremo peccato d’orgoglio che consiste nella pretesa di essere dio al posto di Dio”. Non solo egoismo, dunque, o meglio egolatria, ma anche materialismo e modernismo sono i sintomi visibili di tale apostasia, che “riduce Gesù a un semplice maestro di sapienza”.

Un faro di luce nelle tenebre è rappresentato allora proprio dalle apparizioni frequenti della Vergine a Medjugorje, le quali costituiscono il “compimento di Fatima”, ossia la piena attuazione di quanto già rivelato da Maria ai tre pastorelli. In questo caso, però, sono già stati rivelati ai veggenti ben dieci segreti; in particolare, a due ammonimenti e un segno visibile a tutti sulla collina del Podbrdo, seguiranno ‘sette castighi’, ognuno dei quali sarà svelato tre giorni prima di compiersi. È questo il cuore profetico di quanto preannunciato a Medjugorje dalla Regina della Pace.

Nella società attuale è evidente come Satana sia ‘sciolto dalle catene’. “I fronti del suo attacco sono il mondo, la Chiesa e la famiglia” e naturalmente il cuore degli uomini, nel quale egli “semina l’incredulità, seducendoli con l’inganno secondo cui senza Dio si vive meglio”. Il demonio all’opera cerca infatti di colpire innanzitutto la famiglia, che è “il vertice dell’opera della creazione e il segno di Dio tra gli uomini”, poiché in essa “si rispecchia la Santissima Trinità”. Per questo “attacca i matrimoni, causa discordie tra genitori e figli, porta l’uomo a preferire la solitudine, stravolge la natura dei rapporti tra uomo e donna, cercando di sostituire al vincolo matrimoniale qualsiasi unione ridotta a mera pratica sessuale, o tra esseri umani dello stesso sesso, fino alle più recenti aberrazioni favorite dall’ideologia gender, ovvero la maternità surrogata e l’utero in affitto, per cui la vita di un figlio non è più dono da accogliere nel matrimonio cristiano, bensì un diritto e un’esigenza da soddisfare con la stessa superficialità con cui si ordina un prodotto da un catalogo commerciale”. Il diavolo fa così fiorire una “falsa religione che vuol sostituire l’adorazione di Dio col culto dell’uomo”.

C’è poi il sincretismo modernista che, neutralizzando la pretesa veritativa del cattolicesimo, mette sullo stesso piano tutte le diverse fedi riducendole a semplici espressioni di cultura e civiltà, a mere produzioni dell’animo umano. Tale eresia modernista, che veicola una religione umanitaria, viene purtroppo talvolta drammaticamente abbracciata anche da diversi sacerdoti e consacrati, la cui predicazione diviene perciò sempre più appiattita sulla dimensione orizzontale. In effetti, fare della Chiesa “una semplice crocerossina” (card. Biffi), piuttosto che evidenziare la dimensione trascendente dell’uomo, parlando di peccato, salvezza dell’anima e realtà escatologiche, genera conseguenze molto gravi sul sensus fidei dei credenti.

Tuttavia, pur nella dilagante e generalizzata apostasia dell’Occidente dentro e fuori la Chiesa, la barca di Pietro non può esimersi dal percorrere la via della croce nell’anelito di conformarsi a Cristo e non può sottrarsi alla propria vocazione alla testimonianza, e dunque anche al martirio se necessario.

Nonostante le criticità evidenziate, non mancano però segni di speranza, quali la fioritura di numerose conversioni e la rassicurazione materna di Maria che alla fine il suo Cuore Immacolato trionferà. Certo nella lotta contro Satana ciascuno è chiamato a fare la sua parte, a combattere con le armi di sempre, quelle consuete della tradizione della Chiesa, ossia preghiera, digiuno e carità, per ottenere la propria conversione e quella di tutti i peccatori. Per questo una raccomandazione incessante della mamma celeste ai suoi figli è innanzitutto questa: “La corona del Rosario sia sempre nelle vostre mani, come segno per Satana che appartenete a me”.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Figli genderless, l’ultima folle moda hollywoodiana

Crescere i propri figli ‘genderless’, ovvero ‘senza genere’ è l’ultimo trend diffuso tra le star di Hollywood o forse soltanto un modo ‘politicamente corretto’ per continuare a far parlare di sé e riempire le copertine patinate dei rotocalchi.

Lo conferma quanto dichiarato in una recente intervista rilasciata ad AOL dall’attrice statunitense Kate Hudson: “Vesto la neonata con abitini da donna ma sono comunque aperta ad ogni possibilità. Deve essere mia figlia a scegliere chi vuole essere”. Questo l’annuncio della decisione della star – che ha già due figli maschi di 17 e 14 anni, frutto di due precedenti relazioni – presa insieme all’attuale compagno Danny Fujikawa relativamente all’educazione della terzogenita Rani Rose nata lo scorso ottobre.

Eppure, nel corso della stessa intervista, la Hudson è costretta ad ammettere che “le piace molto comprarle vestitini da femmina”, a fiorellini, perché si sa, la realtà è profondamente diversa dall’ideologia di genere che ha sposato. E ancora, con una certa sorpresa, l’attrice americana si lascia andare a considerazioni autocontraddittorie e non proprio ‘gender free’, nella misura in cui constata che “al momento sembra incredibilmente femminile in fatto di energia, dei suoi suoni e modi”. Insomma le sue parole lasciano trapelare l’evidenza di un dato biologico incontrovertibile, quello della differenza tra uomo e donna, tra una personalità e un ‘modo di essere’ maschile e una personalità e un ‘modo’ di essere femminile. D’altra parte chi nasce femmina non muore maschio, perché ogni cellula del proprio corpo, dalla più piccola alla più grande, è sessuata. Studi scientifici hanno abbondantemente dimostrato che la stessa conformazione cerebrale di uomini e donne evidenzia una sostanziale divergenza delle connessioni neuronali degli uni rispetto alle altre. Un altro dato che prescinde chiaramente da qualsivoglia forma di educazione. Senza dubbio tale scelta della Hudson è anche condizionata da un disagio vissuto in prima persona nel proprio contesto familiare; a tal proposito l’attrice confessa “di esser cresciuta come ‘un maschiaccio’ dai suoi genitori”.

Così la nuova filosofia genderless continua a mietere proseliti tra i divi dello star system. Infatti la stessa figlia di Angelina Jolie e Brad Pitt, Shiloh, è stata educata in maniera ‘gender free’ e non in conformità al suo esser femmina. Il risultato? Oggi ha dodici anni, preferisce indossare pantaloni e abiti maschili, portare i capelli corti come un maschio e farsi chiamare ‘John’. La follia di tale ideologia sembra aver pervaso anche i regnanti di casa Windsor, in quanto ad attendere il royal baby di Henry e Meghan, che nascerà nella prossima primavera, pare non ci sarà una cameretta dalle pareti bianche, azzurre o rosa, bensì una dai muri grigi. Se essere maschi o femmine è un retaggio del passato, un vecchio stereotipo culturale, azzurro e rosa sono colori decisamente fuori moda. È allora il grigio il colore neutro per eccellenza che rispecchia, forse più dei colori dell’arcobaleno, la pretesa ideologica di chi desidera a tutti costi negare che ogni cosa sia bianca o nera.

La moda del ‘genderless’ nell’educazione dei propri figli è dunque l’ennesima conferma di una rivoluzione culturale e politica in atto che ha coinvolto già diversi Stati soltanto in America. Ad offrire la nuova opzione è dapprima l’Oregon nel luglio 2017, seguono poi California, Montana, New Jersey, lo Stato di Washington, e ora la città della Grande Mela, New York, dove sarà finalmente possibile scegliere, accanto a maschio e femmina, la dicitura ‘gender X’, in modo da permettere ai genitori di cambiare arbitrariamente il genere dei figli sul certificato di nascita anche senza l’autorizzazione del medico. Così, ancora una volta, l’ideologia soppianta la realtà, la cultura sovverte la natura e il ‘divieni ciò che vuoi’ sostituisce il ‘divieni ciò che sei’ di nietzschiana memoria.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

San Giovanni Bosco, il devoto dell’angelo custode

“Renditi familiare con gli angeli, osservali spesso invisibilmente presenti nelle tue azioni, ama ed onora gli angeli della persona vivente con te, e particolarmente il tuo angelo custode; pregali spesso e rendi loro omaggio di lode, invoca il loro aiuto e il loro soccorso in ogni tua impresa spirituale e temporale: essi coopereranno alle tue intenzioni”, scriveva san Francesco di Sales nella sua Introduzione alla vita devota, meglio nota come Filotea.

Gli fa eco san Giovanni Bosco che inscrive la propria missione proprio nel solco del carisma del vescovo ginevrino, chiamando per questo “salesiani” i propri figli spirituali. Il santo educatore torinese si premurò infatti che i giovani del suo oratorio coltivassero la devozione angelica e scrisse anche un opuscolo sul tema dal titolo: Il divoto dell’Angelo Custode. Lo ricorda il noto angelologo Marcello Stanzione nel recente volume Gli angeli di San Giovanni Bosco (La Fontana di Siloe, pp. 192). Don Bosco stesso beneficiò per vari anni della sua vita di una “misteriosa custodia angelica”. Si tratta del Grigio, un grosso cane che non mangiava, non beveva, compariva all’improvviso per soccorrere il Santo nei pericoli e misteriosamente scompariva. Senza dubbio un cane non ordinario, anche se “dire che sarebbe un angelo forse farebbe ridere”, per dirla con le stesse parole del santo amico dei giovani.

Relativamente agli angeli, don Bosco era solito ricordare ai ragazzi: “Fatevi buoni per dare allegrezza al vostro Angelo Custode”. Nello stesso tempo suggeriva loro: “In ogni afflizione e disgrazia, anche spirituale, ricorrete all’Angelo con piena fiducia ed esso vi aiuterà”. Un suggerimento semplice e comprensibile, che diventava per questo anche praticabile, come i moniti: “Ricordati che hai un Angelo, per custode, compagno e amico”, per cui “se vuoi piacere a Gesù e a Maria, obbedisci alle ispirazioni del tuo Angelo custode”. D’altra parte l’angelo custode rappresenta un aiuto nelle tentazioni, anche in virtù del “suo desiderio di aiutarti” soprattutto nei pericoli.

Così, tra i figli spirituali del santo sacerdote, “San Domenico Savio era convinto di avere sempre vicino il compagno celeste, ricorreva a lui con fiducia e ne riceveva favori e aiuti speciali”. Allo stesso modo, un altro dei giovani dell’oratorio poté sperimentare in prima persona tale potenza della tutela angelica. Un giorno, mentre lavorava come muratore al restauro di una casa, cadde dall’impalcatura insieme ad altri due coetanei. Uno purtroppo morì, l’altro finì in ospedale, egli invece rimase illeso proprio per aver invocato il proprio angelo custode che intervenne prontamente a sua protezione mentre precipitava a terra dall’alto.

Nel libricino Il divoto dell’Angelo Custode – che il volume di don Marcello ha il pregio di riportare in appendice in versione integrale – don Bosco condensa in dieci considerazioni fondamentali tale forma di devozione angelica. Muovendo dalla riflessione sulla bontà di Dio nel destinare agli uomini i Santi Angeli Custodi, egli ricorda che queste creature celesti li amano per riguardo a Gesù e Maria, manifestando tale amore attraverso una speciale assistenza quotidiana, e in particolare nel tempo della preghiera, nella tentazione, nelle tribolazioni, nell’ora della morte e confortando l’anima in Purgatorio. Insomma la tenerezza dell’angelo custode nei confronti di ogni peccatore è talmente grande da non abbandonarlo mai nel corso della vita. Perciò è opportuno che ciascuno lo preghi con animo grato con queste parole: “Tenerissimo Custode dell’anima mia, che di continuo specchiandovi ne’ Sacri Cuori di Gesù e di Maria, nuove fiamme traete d’amor divino; fate che il mio cuore per l’avvenire non pensi più che amare Voi, amar Gesù mio Redentore, amare Maria madre mia amantissima”.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana