Si può essere ‘mogli cattoliche tradizionali’ nel 2020?

Dà voce alle donne, a giovani mogli e madri cattoliche del nostro tempo l’ultimo libro pubblicato da Il Timone, Mogli cattoliche tradizionali modello 2020 (pp. 112). Si tratta di un agile volume che dà spazio alla testimonianza umana e di fede di Raffaella Frullone, Costanza Miriano, Beatrice Bocci, Benedetta Frigerio, Annalisa Teggi, Paola Belletti, Caterina Giojelli, Giulia Tanel e tante altre donne che non hanno timore di proclamare con la propria vita più che con le parole che il matrimonio in Cristo è la fonte della loro felicità e realizzazione piena.

Sono “spose che non misurano l’amore in base ai mazzi di fiori o alle dichiarazioni d’amore – sottolinea la giornalista Raffaella Frullone –, che non tengono il conto di chi fa cosa in casa e quante volte, che sanno che maschi e femmine sono diversi e ogni tentativo di negare questa evidenza si trasforma in un disastro domestico, familiare, di coppia. Donne che vivono un fidanzamento casto anche se quando lo dicono scatta la risatina, spose che fanno tre, quattro, cinque figli e si sentono ripetere: ‘Ma non avete la tv?’, donne per cui usare gli anticoncezionali non è la normalità, per cui il divorzio non è mai la soluzione e per cui l’aborto non è mai una opzione. Mamme per cui la cosa più importante non sono le buone maniere, ma la fede, che sanno che amare il proprio marito è il primo bene dei propri figli, che lottano, che perdonano, che credono”.

Per tali donne il matrimonio “ha l’orizzonte della vita eterna, non quello del semplice ‘vissero felici e contenti’. Sono perciò “donne che restano – racconta ancora Raffaella Frullone –, anche quando il gioco si fa duro e la vita le modella con sudore e lacrime. Donne che restano e danno la vita”.

“La donna si compie quando non si occupa solo di sé” – le fa eco la collega Costanza Miriano – perché “il meglio della donna è il genio della relazione”, come amava ripetere San Giovanni Paolo II, per cui una moglie trova il segreto di una vita piena e felice solo nel dono di sé a marito e figli.

Al di là dell’amore il “valore aggiunto è nella sequela di Cristo – lo evidenzia Beatrice Bocci, finalista a Miss Italia nel 1994 e moglie del presentatore Alessandro Greco –, nella quale impariamo a dare valore pieno ad ogni cosa, ad ogni evento, ad ogni persona”. Infatti, prosegue la Bocci, “stare con Gesù mi fa vivere nella gioia piena il mio essere donna, moglie e madre e la fatica di alcuni momenti, diventa un passaggio transitorio e leggero, rispetto al meraviglioso gusto di essere ciò che sono, di stare dove sono e di sentirmi destinataria di un amore così grande”.

Eppure “sposarsi è una dura liberazione dall’immagine bellissima che ci siamo costruiti di noi stessi”, scrive ancora Benedetta Frigerio, svelando l’essenza profonda del matrimonio cristiano. Ogni donna, moglie e madre è infatti chiamata a convertirsi, passando dalla tentazione di “prendere le redini del controllo”, di voler cambiare gli altri a tutti i costi “percependosi come vittima inascoltata”, all’esigenza di cambiare innanzitutto se stessa, divenendo più pronta “a rincominciare con pazienza sempre da capo, per puro amore e al di là dei risultati, come fa Dio con noi”, sia con il marito che coi figli.

Annalisa Teggi racconta che il matrimonio è il luogo nel quale ha imparato a litigare bene e a perdonare; Paola Belletti sottolinea invece, a nome delle ‘mogli cattoliche tradizionali’, che “amiamo servire e prenderci cura degli altri perché in mancanza di questo amore spietato che se ne frega se hai sonno, tuo figlio ha vomitato e alzare ti devi, ci salva dalla noia, dall’egoismo, dalla schiavitù di tutto il nostro multiforme sentire”. La libertà della donna che sceglie di sposarsi in Cristo è, per Caterina Giojelli, “risposta a una Storia cui appartenere e per cui dare la vita, fino all’ultimo capello impigliato nella spazzola”. Infine Giulia Tanel, giornalista con passione prolife, decostruisce ancora una volta il pregiudizio che una ‘moglie cattolica tradizionale’ sia una donna esclusivamente ‘tutta casa e chiesa’, in quanto ella può esser benissimo anche lavoratrice, come lo sono la maggior parte delle autrice di questo volume e lo era “Zelia Martin Guérin, mamma di Santa Teresa del Bambin Gesù, che nell’Ottocento aveva un’azienda di merletti”, purché però viva nel dono di sé una vita conforme alle virtù intellettuali, morali e teologiche della fede cristiana.

Il libro raccoglie anche altre numerose testimonianze di ‘mogli tradizionali cattoliche’ giunte alla redazione della rivista Il Timone, “alcune così travolgenti che andavano fissate su carta”, perché raccontano di un amore concreto vissuto nella fedeltà quotidiana, e per questo davvero eroica, a Dio attraverso la persona amata nell’adempimento della propria vocazione sponsale.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Dalle crociate all’Inquisizione, la storia senza leggende nere

“Con l’Inquisizione la Chiesa crea il primo fondamentale pilastro della moderna giustizia, quella creata per perseguire d’ufficio i crimini”. In queste parole dello storico Paolo Prodi, già rettore dell’Università di Bologna, emerge un merito della famigerata ‘Inquisizione’ di grande rilievo: tale tribunale ha di fatto contribuito a trasformare il diritto romano-barbarico, accusatorio e fondato sulla semplice querela di parte, in diritto d’ufficio. Insomma, per quanto paradossale possa apparire, al di là di ogni ‘leggenda nera’ diffusa nel “tritacarne della scuola di stato e dei media”, è stata proprio “l’Inquisizione a inventare, nel procedimento, il verbale, l’avviso di garanzia, l’appello e, insomma, tutti quegli accorgimenti a tutela dell’imputato che oggi chiameremmo garantismo”.

Si può dunque rispondere affermativamente alla domanda che dà il titolo al quinto volume della raccolta Il Kattolico, ossia Ma l’Inquisizione ha fatto anche cose buone? (Fede&Cultura 2020, pp. 140), nel quale Rino Cammilleri –  firma cara ai lettori della Nuova Bussola – smonta, con le armi della ragione e citando i fatti storici, molte credenze comune elaborate da una storiografia faziosa e pregiudizialmente anticattolica relativamente a crociate, Inquisizione, Medioevo delle streghe e dei roghi e al mito della Sicilia tollerante con i musulmani.

Nel volume de ‘Il Kattolico’ c’è spazio pertanto per figure meno note, quali lo spagnolo Gil de Albornoz, l’uomo grazie alla cui impresa il Papato poté rientrare a Roma dopo la ‘cattività avignose’; o Sant’Angelo da Gerusalemme, padre carmelitano trafitto da Berengario con cinque pugnalate mentre predicava nel 1220 in Sicilia, perché ritenuto responsabile della conversione di sua sorella Margherita con la quale conviveva more uxorio da tempo.

Particolarmente significativa è anche la vicenda che vede protagonista la Vergine Maria e Luigi XIII il quale, non riuscendo a venire a capo delle continue guerre intestine con i protestanti, “convocò i domenicani della capitale e chiese loro di guidare la recita del rosario davanti a tutta la corte. Poi li mandò come cappellani alle sue truppe che assediavano La Rochelle. I religiosi distribuirono migliaia di rosari ai soldati. Ogni sera, al lume delle torce, una statua della Madonna veniva portata in processione attorno alle mura, mentre i combattenti intonavano inni alla Vergine sotto il naso dei protestanti. L’importante piazzaforte si arrese l’1 novembre 1628 e con la sua caduta cessarono definitivamente le guerre di religione che avevano squassato la Francia per decenni”. La devozione di questo sovrano fu tale che chiese e ottenne, dopo tante novene alla Regina delle Vittorie, che sua moglie potesse donargli finalmente un figlio, dopo diversi aborti spontanei. Alla fine nacque Luigi XIV che non ebbe però la fede salda dei suoi genitori.

Durante il regno di Luigi XIV ci furono anche le rivelazioni a suor Marguerite-Marie Alacoque del Sacro Cuore, al quale egli avrebbe dovuto consacrare la Francia. Il sovrano non lo fece, lo faranno piuttosto i cattolici della Vandea antigiacobina che, in ossequio a tale consacrazione, nei momenti di maggior pericolo per il proprio Paese “cuciranno il Sacro Cuore sulle loro giubbe, sui cappelli e sulle bandiere”. E, dopo di loro, faranno lo stesso “a titolo personale, milioni di soldati nel corso della Grande Guerra, tanto che nel 1917 il governo laicista dovette esplicitamente vietarla”.

Fu invece grazie a una ‘Crociata nazionale del Rosario’ promossa da padre Pedrus in Austria, il quale rispose al richiamo ricevuto dalla stessa Vergine presso il Santuario di Mariazell, “Pregate il Rosario tutti i giorni e sarete salvi”, che l’Urss decise di accantonare le proprie mire occupazioniste. Il popolo pregò la Madonna con fedeltà e costanza per diversi anni. Il 13 maggio 1955 il cancelliere austriaco fu convocato a Mosca per ricevere la lieta notizia: l’Armata rossa avrebbe abbandonato spontaneamente l’Austria in cambio della promessa di neutralità del Paese rispetto ai due blocchi ideologici della guerra fredda. Tra l’altro “il ritiro sovietico avvenne in ottobre, mese del rosario”.

In ambito letterario, relativamente alla figura di Leopardi, il Kattolico sottolinea come emerga dagli stessi registri parrocchiali che Giacomo ricevette i sacramenti in punto di morte, sebbene il pregiudizio del suo ‘ateismo’ sia stato a lungo acclarato presso la critica. Tale pregiudizio affonda le proprie radici nelle parole che “Antonio Ranieri (nella cui casa il Poeta morì) rivolse al magistrato Alessandro Stefanucci d’Alba, il quale gli chiedeva perché avesse taciuto sulla circostanza: ‘Avrei rovinato presso i liberi pensatori il Leopardi, la cui fama presso di loro era tutta nell’incredulità’”.

Rispetto alla famigerata ‘caccia alle streghe’ di cui la Chiesa si sarebbe macchiata, Cammilleri ricorda che “la storia racconta invece che un recente conteggio degli accusati di stregoneria (solo accusati, non giustiziati) tra il 1500 e il 1777 (data dell’ultimo processo in Europa) fornisce la cifra di 7776 persone. La stessa ricerca dice che ‘le streghe’ erano soprattutto maschi e che le punte maggiori si ebbero nella Germania sud-occidentale e in Ungheria. Come si vede, siamo lontani dai ‘milioni’ di streghe bruciate in quei secoli e dall’insistenza anti-femminista della ‘caccia’ nell’epoca di Galileo, Keplero e Newton”.

Una realtà storica significativa si cela persino dietro la tradizione della colazione amata dagli italiani, e non solo. Se la mezzaluna evoca la “sottilissima falce”, cioè la forma della luna nel cielo allorquando i turchi conquistarono Costantinopoli nel 1453, “la luna crescente è il croissant francese – scrive ancora Cammilleri –, dolce inaugurato per scherno proprio all’assedio di Vienna del 1683 e coniugato col ‘cappuccino’ perché i turchi, messi in fuga dai cristiani guidati da Jan Sobieski, lasciarono immense quantità di caffè nel loro accampamento abbandonato, e i viennesi allungarono l’amaro caffè col latte; la nuova bevanda ricordava, nel colore, il saio di quel cappuccino italiano la cui predicazione infiammata li aveva salvati, padre Marco d’Aviano”.

Insomma nel libro dell’apologeta Cammilleri si possono ritrovare davvero tanti spunti interessanti per stimolare l’approfondimento e riconsegnare alla verità storica molteplici eventi così frequentemente interpretati in maniera intenzionalmente ideologica dalla cultura dominante.

Fonte:  LaNuovaBussolaQuotidiana

La libertà creatrice di Dio, fondamento della vera libertà

“Volendo mettere la libertà dove non è, la si distrugge dove Dio l’ha messa. L’uomo che non accetta di essere relativamente libero sarà assolutamente schiavo”. Questa citazione del ‘filosofo contadino’ Gustave Thibon sintetizza mirabilmente la concezione della libertà espressa dal cardinale Camillo Ruini nel suo recente dialogo col senatore Gaetano Quagliariello, appena pubblicato in Un’altra libertà. Contro i nuovi profeti del paradiso in terra (Rubbettino 2020, pp. 136).

Un libro sulla vera libertà, quella che necessita di un perimetro e di confini, dal momento che “in una società in cui il diritto naturale viene sempre più messo in discussione – come si legge nella prefazione – difendere la persona e la sua autentica libertà diventa un imperativo categorico per chiunque abbia a cuore le sorti dell’Occidente e della stessa umanità”.

Attualmente si assiste infatti alla “tendenza a evadere da noi stessi e dalla realtà” e la libertà è intesa “quale criterio assoluto delle nostre scelte, pretesa sbagliata perché la nostra vita e la nostra libertà vengono da Dio, sono legate a Lui e in ultima analisi dipendono a Lui”, sottolinea Ruini. E in effetti, relativamente ai temi etici, a farla da padrone oggi nei dibattiti televisivi e sulle pagine dei quotidiani è il principio di autodeterminazione che, come rileva Quagliariello, considera “l’individuo a prescindere dagli altri e persino dal dato di realtà di se stesso”, come un “tutto interessato unicamente alla sua affermazione”, mentre ai suoi antipodi si colloca il concetto di persona figlio della cultura e tradizione cristiana, che intende l’uomo come “un tutto che si rapporta a un altro tutto per cui il corpo sociale non lo sovrasta e non ne cancella l’autonomia”.

Di qui, relativamente al progresso delle tecnoscienze, il senatore Quagliariello rileva con preoccupazione come esso “non sia inteso come conoscenza e applicazione al servizio dell’uomo, ma quale pretesa di superare l’umano per giungere al post-umano”. Per non assecondare tale delirio d’onnipotenza dei nuovi profeti del paradiso in terra, il cardinale Ruini addita una strada, “riconciliarsi con la propria finitudine”, un rimedio umile e particolarmente attuale anche per i tempi di psicosi da Covid-19 che stiamo vivendo.

Allo stesso modo, sui temi della nascita, della genitorialità e dell’eutanasia, per arginare la “via giudiziaria alla creazione dell’uomo nuovo che cerca scorciatoie e percorsi giudiziali obliqui senza bisogno di sporcarsi le mani” è opportuno, secondo il senatore, “tornare a chiamare le cose col proprio nome” in ossequio alla propria ragione. E così, senza mezzi termini, il cardinale ricorda le parole dell’Evangelium vitae di San Giovanni Paolo II sull’aborto, definito quale “uccisione volontaria di un essere umano innocente sempre gravemente immorale”.

Riguardo all’eutanasia, se da un lato Ruini sottolinea il fatto che la vita terrena sia una realtà ‘penultima’ e non ‘ultima’, per cui vi “si può rinunciare per salvare e proteggere i nostri fratelli in umanità” o magari per affrontare il martirio; dall’altro “tutto questo non implica affatto una subordinazione della vita e del suo valore alla nostra libertà: in concreto non comporta che avremmo diritto di rinunciare alla vita semplicemente perché non ci piace più”, perché “la libertà non può essere sganciata dalla realtà del nostro essere; se va contro di questa va contro se stessa e quindi si autodistrugge”. Ancora sul tema, relativamente alla mutata considerazione dei sostegni vitali in terapie, Quagliariello rileva che “nessuno è mai riuscito a spiegare quali siano le malattie che vengono curate con acqua e cibo”. Inoltre nelle ‘disposizioni anticipate di trattamento’ egli ravvisa il pericolo “di una libertà assoluta dell’individuo-monade, che finisce col negare quella degli altri, rendendo il medico un mero esecutore della propria volontà”. Così, dietro “la gelida asetticità dei protocolli sanitari e privando i medici della libertà di tener fede al proprio giuramento”, si è tolta la vita a Charlie Gard e ad Alfie Evans, in barba anche al volere dei genitori di continuare a prendersene cura. Eppure per risvegliare la ragione dagli effetti devastanti del suo sonno basterebbe considerare che “la stessa evoluzione dei diritti dell’uomo dalla Dichiarazione Universale fino alle ultime dichiarazioni promulgate da organizzazioni sovranazionali”, nei termini del positivismo giuridico, non si comprenderebbe pienamente “senza considerare il grado di universalità del precetto della sacralità della vita”, che è alla base del diritto naturale.

Proprio in tali “prese di posizione definitive e non riformabili” risiede, secondo il porporato, la grande attualità dell’Evangelium vitae, nella misura in cui pone la cultura occidentale dinanzi a un bivio: “o la strada di un post-umanesimo che in realtà è un integrale naturalismo, dove l’‘eccezione umana’ cessa di esistere”, o la possibilità di “trarre dalle radici sia cristiane che ‘laiche’ del proprio umanesimo la linfa per un suo nuovo sviluppo e una sua nuova pienezza, dove la centralità dell’uomo non sia alternativa al valore della natura e alla centralità di Dio”, perché è “nella libertà creatrice di Dio” che affonda le proprie radici la possibilità di un’autentica e vera libertà per l’uomo.

Nel solco di tale consapevolezza deve radicarsi anche l’impegno politico dei cattolici, chiamati a “non tacere sulle cose concrete della vita” per non “rendere il Vangelo insignificante”. Insomma, relativamente ai principi non negoziabili, che si tratti dei temi di bioetica o del transumanesimo propugnato dall’ideologia gender, “la fede deve tradursi in cultura – conclude il porporato –, in capacità di valutazione e di giudizio. Quando è in gioco la verità sull’uomo, la Chiesa può e deve parlare”; “se tacesse su questi temi, non farebbe invero molto onore né a se stessa, né all’Italia” (Benedetto XVI). D’altra parte, per dirla anche con San Giovanni Paolo II, “non si tratta di imporre ai non credenti una prospettiva di fede, ma di interpretare e difendere i valori radicati nella natura stessa dell’essere umano”. Parole allora profetiche, oggi ancora profondamente attuali.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

La fioritura dell’arte medica? E’ opera di medici santi

Cosma e Damiano, Ildegarda di Bingen, Nicolò Stenone, Camillo de Lellis, Riccardo Pampuri, Giuseppe Moscati e Gianna Beretta Molla sono solo alcuni dei “medici, infermieri e farmacisti santi che spesero le loro vite per lenire i mali del corpo senza dimenticare le esigenze dell’anima. Infatti la storia della medicina non è soltanto la storia di invenzioni, di scoperte, di progressi scientifici; è anche la storia di uomini che hanno dedicato la propria vita a prendersi cura di chi soffre”.

È questo il leitmotiv della documentata storia della medicina del medico e scrittore Paolo Gulisano, condensata nel saggio L’arte del guarire (Ancora, pp. 187). Dalla medicina rudimentale delle antiche civiltà al Medioevo che, nell’anelito di mettere in pratica la carità del Medico celeste, inventa gli ospedali; dal Rinascimento alla modernità ipertecnologica dove chi soffre ha bisogno anzitutto di una presenza umana accanto a sé, si susseguono tante figure che hanno praticato “in modo eroico, fino alla santità, l’arte del guarire”.

“In principio le cause di una malattia erano imputate a fattori soprannaturali, in quanto essa era considerata una conseguenza dell’ira e del castigo divino alle cattive azioni degli uomini. Con gli egizi la medicina è una tra ‘le prime scienze autentiche’, tanto che Erodoto li chiama ‘popolo dei sanissimi’. Basti ricordare che “curavano l’igiene di bocca e denti con bicarbonato”. In ambito greco, in relazione alla peste che colpì Atene nel 430 a.C., “Tucidide è stato in qualche modo il precursore della moderna informazione sanitaria e della promozione della salute secondo un metodo preventivo”. Si deve invece a Ippocrate, fondatore di una vera e propria scuola medica e autore di una settantina di opere, il ‘Giuramento del medico’, “una formula dall’altissima valenza etica, che dal IV secolo a.C. in poi i sanitari hanno pronunciato all’inizio della loro missione”. Egli elabora “un vero e proprio metodo scientifico, basato sull’osservazione diretta del malato, eseguita con grande attenzione: nasce qui il concetto di clinica e della conseguente diagnosi. La medicina deve essere una ricerca continua, serena e disinteressata alla quale bisogna dedicarsi solo per amore di essa e della salute delle persone. Ippocrate inventa la cartella clinica, teorizza la necessità di osservare razionalmente i pazienti, prendendone in considerazione l’aspetto e i sintomi e introduce, per la prima volta, i concetti di diagnosi e prognosi”.

I romani comprendono piuttosto che “la cura dell’igiene preveniva l’insorgere di molte malattie, soprattutto trasmesse attraverso acque infette, motivo per il quale realizzano i loro acquedotti. L’esercizio della professione era anche allora remunerativo, e molti, del tutto inesperti, come ciabattini e tessitori, diventavano da un giorno all’altro medici, spesso facendo esperienza sulla pelle dei loro pazienti: ‘I medici imparano a nostro rischio e pericolo e fanno esperimenti con la morte; soltanto il medico gode di impunità completa quando ha provocato la morte di qualcuno’, scrive Plinio nella sua Naturalis historia”. Tra i medici latini più accreditati c’è sicuramente Celso, il quale “tratta approfonditamente di patologia, di clinica, di igiene, ma soprattutto di chirurgia”. Egli è esperto nella pratica “della legatura dei vasi nelle emorragie più imponenti, della sutura delle ferite profonde, di interventi sul torace, del trattamento di varie ernie e di diverse tecniche chirurgiche in oculistica”.

Nel ministero di Cristo “la cura dei malati rappresenta una prova dell’avvento del regno di Dio. L’attività terapeutica esercitata dal medico Gesù è il segno dell’amore di Dio per l’uomo – sottolinea l’autore – I Vangeli sottolineano che Gesù cura i malati, e il verbo greco therapèuein, ‘curare’, ricorre ben trentasei volte, mentre altre diciannove volte troviamo il verbo iàsthai, ‘guarire’”. Tra i primi medici cristiani c’è San Luca, come conferma il suo maestro san Paolo che in un’epistola scrive: ‘Vi salutano Luca, il caro medico, e Dema’ (Col 4,14)”. Nel suo vangelo Luca, quando racconta la celebre parabola del Buon Samaritano, precisa che costui “fasciò le lesioni del ferito e vi versò sopra dell’olio e del vino, curandolo, cioè, secondo i metodi del tempo: la fasciatura a scopo protettivo, l’olio come lenitivo e il vino come blando disinfettante”.

Con l’avvento delle prime comunità cristiane, “una parte degli episcòpi – le residenze dei vescovi – viene destinata al riparo dei malati, assistiti dal clero. Le persone da assistere, col passar del tempo, diventano sempre più numerose anche perché i cristiani, come ebbe a riconoscere loro persino un implacabile nemico quale fu l’imperatore Giuliano l’Apostata, non si limitano ad accogliere i propri correligionari. Alle porte della città di Cesarea viene realizzata una vera e propria ‘città dei malati’. Il progetto di grandi luoghi di ospitalità, che dà in seguito il nome all’Ospedale (dal latino hospitale), è ripreso da sant’Elena, madre di Costantino che, nel corso del suo pellegrinaggio in Terra Santa, fa costruire intorno a Gerusalemme case per la cura dei poveri, dotate di camere per i malati e gli infermi di ogni tipo, affidati alle cure di medici e infermieri che a loro volta dispongono di locali propri dove vivere”. Tra i santi medici martiri dei primi secoli basti citare Ursicino, Alessandro Lionese, Papilo, che edifica una sorta di casa di ricovero per anziani, Talaleo e Ciro di Alessandria.

Tra i santi taumaturghi vi sono Sebastiano e Pantaleone, che esercita la professione per puro spirito di carità. Egli, dopo aver guarito un cieco in nome di Cristo, dinanzi all’imperatore che l’accusava di aver rinnegato Asclepio, guarisce anche un altro malato sempre pronunciando il nome di Gesù. Vi è poi Diomede, il primo medico dei carcerati, e Sansone, che nel V secolo, si china sulle piaghe dei più derelitti e guarisce persino l’imperatore Giustiniano il quale, in segno di gratitudine, gli dona alcuni locali adiacenti la basilica di Santa Sofia dove poter assistere con cure mediche i più bisognosi: sorge così il primo ospedale. Nell’Alto Medioevo Sant’Isidoro fonda la scuola medica di Siviglia e la medicina diviene una ‘seconda filosofia’. La tradizione della medicina galenica è alla radice della fioritura della medicina monastica, mentre Sant’Alberto Magno compone diversi trattati scientifici che sono all’origine della medicina scolastica e alla base delle nascenti facoltà universitarie. E ancora, “tutte le tecniche mediche usate da Sant’Ildegarda sono tecniche accessorie per far sì che Cristo possa operare come medico – evidenzia Paolo Gulisano – Sono strumenti che bisogna saper utilizzare, come le piante, come la musica”.

Nel Rinascimento San Martino de’ Porres allestisce un ospedale nella casa della sorella, mentre è notevole il contributo all’anatomia del medico, scienziato e sacerdote danese Nicolò Stenone, che scopre il dotto parotideo e contribuisce agli studi sul cervello umano, sul sistema circolatorio e su quello ghiandolare. Significative sono poi le figure di San Giovanni di Dio, che fonda l’ordine religioso per l’assistenza ai malati dei Fatebenefratelli; di Giovanni Leonardi, il santo farmacista, e di San Camillo de Lellis che, insieme a cinque compagni, si consacra al servizio dei malati, dando vita alla Compagnia dei Ministri degli Infermi. Divenuto “uno dei pionieri dell’assistenza infermieristica negli ospedali”, Camillo è solito affermare che ‘per i malati bisogna essere madri’”.

Verso la fine del Settecento Edward Jenner inventa un antidoto per garantire l’immunizzazione da virus di animali: nasce il ‘vaccino’. Nell’Ottocento il frate agostiniano Gregor Mendel pone le basi della genetica con la scoperta dell’ereditarietà dei caratteri; mentre il beato Laval fonda la Cassa della carità per le cure dei più bisognosi e inizia quella lunga schiera di missionari medici che negli ultimi due secoli avrebbe prestato la propria opera per l’evangelizzazione e la promozione umana nei Paesi più poveri del mondo.

Infine, tra le altre figure di medici di grande spessore umano e scientifico, meritano di essere citati il convertito a Lourdes Alexis Carrel, Premio Nobel nel 1912 per le suture vascolari; San Giuseppe Moscati “che ogni giorno si chinava sul dolore umano; trascorreva tutto il tempo che poteva in ospedale al capezzale degli infermi, cercando di alleviarne le sofferenze. Per lui il dolore non era soltanto un problema fisico, ma era il grido di un’anima che chiedeva aiuto. Egli era consapevole che gli ammalati sono ‘figure di Cristo’. Oltre al santo nelle corsie di ospedale, ci sono anche il ‘medico condotto’ Fra Riccardo Pampuri e la pediatra Santa Gianna Beretta Molla.

Il contributo di questi medici lascia trasparire pienamente il ruolo autentico dell’arte del guarire che, più che un lavoro, è una ‘missione specifica’, la quale deve essere scandita – come ebbe a dire Benedetto XVI in un incontro con gli operatori sanitari – “dal perseguimento di tre obiettivi: guarire la persona malata o almeno cercare di incidere in maniera efficace sull’evoluzione della malattia; alleviare i sintomi dolorosi che la accompagnano, soprattutto quando è in fase avanzata; prendersi cura della persona malata in tutte le sue umane aspettative. […] Ogni singolo paziente, anche quello inguaribile, porta con sé un valore incondizionato, una dignità da onorare, che costituisce il fondamento ineludibile di ogni agire medico. Il rispetto della dignità umana, infatti, esige il rispetto incondizionato di ogni singolo essere umano, nato o non nato, sano o malato, in qualunque condizione esso si trovi”.

Alla luce di tali parole, in un contesto culturale in cui fa spesso capolino il concetto di ‘qualità della vita’ a detrimento della dignità umana del paziente, la missione del medico è quantomai preziosa e assolutamente necessaria nella misura in cui egli riesce, per dirla con un adagio francese del XV secolo, a “curare qualche volta, alleviare spesso, confortare sempre”.

Fonte: ProVitaeFamiglia (febbraio 2020) La fioritura dell’arte medica. E’ opera di medici santi.pdf

Suor Bernadette, miracolata ‘per la gloria di Dio’

“Sono una povera suora che fu pesantemente handicappata e invalidata. Mi trovavo fuori dalla barca della vita e messa da parte. Ma poi sono stata miracolosamente sanata”. Inizia così a raccontare la propria storia redatta insieme a Jean-Marie Guénois, la suora francese Bernadette Moriau ne La mia vita è un miracolo (San Paolo 2019, pp. 239). C’è lucida consapevolezza e profonda gratitudine a Dio nelle parole e nell’animo di questa suora mentre ripercorre le tappe della propria vita fino alla prodigiosa guarigione dalla cosiddetta ‘sindrome della cauda equina’ al ritorno da Lourdes. Tale guarigione costituisce il settantesimo miracolo ‘certificato’ operato dall’Immacolata presso la grotta di Massabielle su circa 6400 dossier di guarigioni inspiegabili aperti presso il Bureau des Constatations Médicales della città pirenaica.

Ella confessa di non aver mai chiesto la propria guarigione e di aver piuttosto pregato per quella degli altri. Eppure proprio a lei, una suora francescana Oblata del Sacro Cuore di Gesù, un’infermiera ormai anziana, ciò che era insperato si è realizzato. Bernadette nel 2008 ha 69 anni e vive paralizzata da 42, “il piede sinistro era in una stabile posizione di inversione quasi completa. La schiena, la colonna vertebrale, il bacino erano ridotti in poltiglia. Erano sostenuti da un rigido busto cervico-toracico-lombo-sacrale che però non mi impediva di soffrire”. Sedata dalla morfina quando il dolore diventava insostenibile, nel viaggio di ritorno dal suo pellegrinaggio, suor Bernadette prega, soffre e offre le sue sofferenze per i malati che ha visto a Lourdes anche in condizioni peggiori della sua. Non si lamenta, nella consapevolezza “che il mio stato di religiosa è per loro, per tutti gli altri, non per me. Ho offerto la vita, che Dio mi ha donato, a Lui e agli altri. Se la mia salute non mi permette più di aiutarli – io ero infermiera – posso almeno pregare per loro a tempo pieno: per la loro guarigione, per il loro benessere”.

Suor Bernadette è stata già diverse nel luogo delle apparizioni, anche se vi mancava dal 1985. Spronata dal proprio medico curante, mediante il quale era Dio stesso a chiamarla, aveva deciso di farvi ritorno bagnandosi anche nelle sue piscine, “nell’acqua della Resurrezione di Gesù”. Poi, durante la benedizione eucaristica al termine della processione nel sacro perimetro del santuario, ode dall’Ostia Santa il Maestro che le sussurra al cuore: “Vedo la tua sofferenza e quella dei tuoi fratelli e sorelle malati. Dammi tutto”. Rientrata in convento, dopo tre giorni di cui scrive: “Le mie ossa urlano, la mia anima canta”, percepisce sensibilmente quell’ ‘oceano di pace’ che è un grande dono di grazia per molti pellegrini.

L’acqua delle piscine e il fuoco dell’amore eucaristico sono “i segni dell’inizio di una vita nuova”. Alle 17.45 dell’11 luglio è ai piedi di Gesù Eucaristica durante l’adorazione nella cappella del suo convento di Bresles. Improvvisamente avverte un calore interiore e, rientrata in camera, una voce che la invita: “Togliti gli apparecchi”. Il suo corpo ritorna inspiegabilmente perfettamente in salute, il piede non più torto, il dolore completamente svanito e la gioia incontenibile. Eppure, come spesso accade in questi eventi straordinari, è tenuta a custodire il silenzio e la segretezza ed è chiamata a raccontare principalmente nelle sedi opportune quanto le è capitato. Di qui ritorna come paziente negli studi dei dottori che l’avevano avuta in cura sino ad allora; compare con la propria cartella clinica dinanzi a medici che non la conoscono e si presenta innanzi a commissioni schierate di teologi e monsignori che hanno necessità di esaminare il suo ‘caso’.

Nel volume c’è ampio spazio per la narrazione di un’odissea durata ben dieci anni, vissuta in obbedienza alla volontà di Dio e della sua Chiesa, perché sia riconosciuta la straordinarietà della sua guarigione, a beneficio di tutto il popolo di Dio. Essa è stata infatti certificata dall’esame accurato di circa 300 medici, mentre il miracolo è stato appurato da una commissione teologica appositamente costituita.

La nuova vita di suor Bernadette dopo il grande dono ricevuto è consistita nell’ “accettare di uscire dalla riservatezza per essere disponibile a raccontare le meraviglie di Dio senza appartenersi più”. D’altra parte, per la suora francese, il miracolo ricevuto è un “piccolo germoglio di grazia”, nella consapevolezza che “se il Signore ha voluto fare di me un ‘segno’ è per manifestare la Sua gloria, non la mia”. Perciò, una volta recuperata la salute fisica, ella non si è tirata indietro dinanzi alla responsabilità di tale compito, anzi “si è rimessa al servizio della sua comunità, della sua parrocchia, dell’Ospitalità e dei malati di Lourdes”, a testimonianza del fatto che – come ha rilevato opportunamente il vescovo di Beauvais Jacques Benoît-Gonnin – “una vita ritrovata è una vita feconda nel dono di sé”.ù

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

San Tommaso e il Vangelo di Giovanni, un commento che illumina

“La sua contemplazione è perfetta; poiché tale atto è perfetto quando colui che contempla viene sollevato fino all’altezza della realtà contemplata. Ora, siccome Giovanni insegnò non solo che il Cristo Gesù, Verbo di Dio, è Dio elevato al di sopra di ogni essere, e che per mezzo di lui tutto è stato creato, ma altresì che siamo stati santificati per mezzo di lui e che a lui aderiamo mediante la grazia che egli ci infonde, è evidente che la sua contemplazione è perfetta”.

In queste parole di San Tommaso d’Aquino è racchiuso il cuore del suo poderoso commento al Vangelo secondo Giovanni (2019, 2 voll, pp. 3000), pubblicato ora nella pregevole collana “I Talenti” delle Edizioni Studio Domenico e delle Edizioni San Clemente con testo latino a fronte, grazie al paziente e accurato lavoro di traduzione dei Padri Domenicani Tito Sante Centi e Roberto Coggi. In tale commento Tommaso rielabora le citazioni dei vari autori spesso senza menzionarne esplicitamente le fonti, a differenza dell’altro suo monumentale commento ai Vangeli, noto come Catena Aurea, nel quale invece le auctoritates dei Padri della Chiesa sono riprese testualmente. Secondo Tolomeo di Lucca, che ne catalogò le opere, l’Aquinate avrebbe scritto di suo pugno solo il commento ai primi cinque capitoli, mentre il resto sarebbe frutto di una fedele trasposizione da parte del segretario fra’ Reginaldo degli appunti delle sue lezioni, naturalmente rivisti dal maestro prima di essere pubblicati.

 Il fascino intellettuale, spirituale e mistico del Vangelo di Giovanni costituisce una miniera inesauribile di tesori per la ragione acuta e illuminata dalla grazia di Tommaso. Quella dell’Aquinate, però, non vuole essere un’esegesi storico-critica, bensì una “reinterpretazione esistenziale” del testo giovanneo inteso quale Parola ispirata capace di generare ancora vita di fede in colui che l’accoglie nella propria esistenza di ogni giorno. D’altra parte “mentre gli altri evangelisti trattano principalmente dell’umanità di Cristo, Giovanni insiste sulla Divinità di Cristo senza per questo tralasciare i misteri della sua umanità”, sottolinea ancora il Doctor Angelicus.

Giovanni, assimilato all’aquila “perché volle fissare con gli occhi acutissimi dell’anima la luce della verità immutabile”, insegna a Tommaso che è per mezzo dell’umanità di Cristo che bisogna tendere a Dio. D’altra parte Egli è “Via secondo la sua umanità ed è termine secondo la sua divinità”. Nel tentativo di immergersi con l’evangelista nelle profondità del mistero del Verbo divino Tommaso, che al solo commento del Prologo (Gv 1) dedica circa 250 pagine focalizzando la propria riflessione e meditazione su ciascuna parola, scrive: “Siccome Dio con un solo atto, mediante la sua essenza, conosce se stesso e tutto ciò che egli sa, l’unico Verbo divino esprime tutto quello che è in Dio: non solo per quanto riguarda le Persone divine, ma anche per quanto riguarda le creature; altrimenti sarebbe imperfetto”. Particolarmente significativa è anche la sua puntualizzazione sulla traduzione latina di Logos con ‘verbum’ e non con ‘ratio’. A tal proposito l’Aquinate precisa che, a differenza del termine ‘ratio’ che allude solo “al concepire della nostra mente quale fatto mentale”, verbum “invece indica pure l’espressione esteriore”, e dunque implica “un riferimento a cose esterne”, ossia alle realtà create che mediante tale Parola divina sono fatte esistere.

Il Verbo di Dio è la ‘luce vera’ (Gv 1, 9), cioè “la luce per essenza”; dunque né quella di cui partecipano le creature, né quella “falsa che i filosofi si vantano di possedere”. Di qui a ciascun uomo è stato dato ‘il potere di diventare figlio di Dio’ (Gv 1, 12), ossia “il potere proprio della grazia per l’acquisto della perfezione delle opere e il conseguimento della gloria”.

Relativamente al miracolo di Gesù alle nozze di Cana, Tommaso rileva “la pietà e la misericordia della Madre nel considerare il bisogno altrui come proprio” quando venne a mancare il vino; “la riverenza verso Cristo e la sua sollecitudine e diligenza” nel non attendere che “il bisogno fosse estremo”, rimettendosi “al modo di agire proprio di Dio”.

Tra i numerosi spunti di riflessione che offre il suo commento al capitolo 6 di Giovanni sul discorso di Gesù quale ‘pane di vita’, Tommaso sottolinea che “come l’uomo Cristo riceve la vita spirituale dall’unione con Dio, così anche noi riceviamo la vita spirituale nella comunione del sacramento”, poiché l’anima vive nella misura in cui aderisce al Verbo di Dio. Cristo è infatti la Via, nella misura in cui “è il fine a cui aspira la vita dell’uomo; e l’uomo desidera soprattutto due cose: primo, la conoscenza della verità, che è una sua prerogativa; secondo, il prolungamento della propria esistenza”. In tal senso, il Signore è allora anche la Verità e la Vita.

Di qui, se da un lato “un bene creato non acquieta perfettamente il desiderio e la brama dell’uomo e dunque non è possibile avere una gioia piena”, dall’altro invece “la nostra gioia sarà piena quando possederemo il bene nel quale si trovano in maniera sovrabbondante tutti i beni che possiamo desiderare. E questo bene è soltanto Dio, il quale riempie di beni il nostro desiderio”. A tale desiderio del cuore umano viene incontro il desiderio profondo di Cristo stesso morente sulla croce che, nell’espressione ‘Ho sete’ (Gv 19, 28), grida e testimonia pienamente il proprio “ardente desiderio della salvezza del genere umano”.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

La Grande migrazione, Europa vittima della sua ideologia

Chi sono i migranti? Sono ospiti o nemici? La distinzione tra ‘migranti economici’ e ‘rifugiati’ rende giustizia della complessità del fenomeno migratorio o è piuttosto riduttiva? Senza dubbio “la tendenza a lasciare il proprio paese è uno dei contrassegni sociali primari della modernità”. Eppure, al di là delle strumentalizzazioni politiche di sinistra o di destra, la “Grande Migrazione si caratterizza per l’elevato numero delle persone coinvolte; la presenza di mafie che gestiscono il loro movimento lucrando; la sciatteria, tolleranza e indolenza con cui i paesi europei (in questo caso, l’Italia) hanno risposto al flusso, senza capirne la natura né elaborare una posizione autorevole, ferma e decisa; la violenza con cui si pretende di risolvere un problema che la negligenza ha lasciato marcire; la mancanza di linea di condotta, sia al momento di ospitare sia al momento di sgomberare; il brusco, ancorché tardivo, passaggio da una politica di distratto sinite parvulos a una di risposta dura ma inefficace”.

Sono questi solo alcuni degli aspetti della Grande Migrazione (che considera i flussi dal 2005 a oggi) indagati attraverso un’analisi molto puntuale da Raffaele Simone – docente emerito dell’Università di Roma Tre e linguista di fama internazionale –  ne L’ospite e il nemico (Garzanti, pp. 274). Il suo saggio “si occupa del modo in cui l’Europa la ricevette e dell’effetto sociale, culturale e politico che potrebbe derivare dall’impatto”, nella lucida consapevolezza di “dover calpestare il ‘politicamente corretto’”, a partire dal diffuso ‘obbligo morale dell’accoglienza’ quale modus operandi di un’Europa desiderosa di farsi perdonare il proprio passato colonialista. Allo stesso modo, data la complessità del fenomeno migratorio, Simone tiene a precisare che “essere ‘pro o contro’ la Grande Migrazione non ha senso: sarebbe come essere ‘pro o contro’ un’inondazione o una tempesta di neve che stanno seppellendo le nostre case. È molto più assennato cercar di capire che cosa è, cosa significa e cosa comporterà, e organizzare risposte adeguate prima che a fornirle siano i fatti”.

Mediante un significativo excursus storico, egli rileva comenell’antichità l’ospitalità era riconosciuta, ma soggetta a restrizioni. Come il ghēr giudaico, infatti, lo straniero di stirpe greca poteva godere nella pólis di alcuni privilegi: poteva commerciare, usare pascoli, possedere immobili e terreni, sposare una donna attica. Gli stranieri non-greci erano invece bárbaroi, non solo perché le loro lingue erano incomprensibili, ma anche perché potevano esser fatti schiavi, anzi erano ‘schiavi per natura’”. Allo stesso modo se Sparta disponeva regolarmente espulsioni di stranieri per evitare gli effetti destabilizzanti della loro presenza in città; Atene, invece, permetteva loro di vivere come meteci, i quali “non partecipavano alla vita politica, erano tenuti a pagare una tassa e a svolgere il servizio militare e potevano, su decisione della comunità, sposarsi e avere proprietà, ma questo diritto era concesso solo di rado, per evitare di favorire l’integrazione etnica”.

Rispetto al fenomeno migratorio si assumono oggi preventivamente, invece, almeno due posizioni ideologiche fondamentali. La prima è l’opzione dell’‘Europa colpevole’ secondo cui l’immigrazione sarebbe la risposta tardiva a secoli di politiche coloniali nei paesi più poveri. Eppure “se al movimento migratorio contribuissero tutte le aree interessate dal colonialismo sarebbe molto più ingente”. Secondo i sostenitori di questa tesi, i migranti “non solo sono titolari di speciali diritti di risarcimento, ma sono anche intrinsecamente onesti, portatori di virtù, miti e pronti a cooperare. È quasi – si direbbe – una riedizione della concezione del ‘buon selvaggio’. La seconda, conseguente alla prima, è quella della Grande Sostituzione, secondo cui si vuole che si riversino “in Europa milioni di persone povere e affamate, cariche di risentimento e di desiderio di risarcimento. Si realizzerà così un graduale rimpiazzo dell’intera popolazione europea coi nuovi arrivati. In questo modo il mondo islamico, africano e asiatico otterranno una rivalsa totale sull’Europa e l’Occidente, di cui cancelleranno poco a poco ogni traccia”. E in effetti, con i trattati di Schengen e di Dublino, “il migrante viene considerato come semplice straniero, e quindi incluso nelle dinamiche di libera circolazione previste per i cittadini europei, esprimendo di fatto un atteggiamento mite e umano, emozionale e irenico” nei suoi confronti.  Di qui, “nel tentativo di risarcire in termini giuridici e politici le atrocità di un secolo e mezzo, si è diffuso un senso di ospitalità universale, un’accoglienza pacifica e gratuita perché a carico dei paesi ospitanti”, che ha cancellato di fatto ogni confine e lo stesso concetto giuridico di frontiera.

L’elemento di maggiore drammaticità risiede nel fatto che “l’Europa si fece trovare del tutto impreparata – prosegue il professore nella sua analisi –, anzi impostò una politica di breve termine destinata però ad avere conseguenze e ripercussioni a lunghissimo termine”. Al contrario, la Grande Migrazione avrebbe potuto costituire un’occasione proficua per riflettere con serietà sulla propria identità europea. Eppure, come osservò acutamente lo storico tedesco Hagen Schulze, “l’Europa diventa un motivo di identificazione solo quando ha a che fare con un nemico avvertito come totalmente ‘altro’; l’opposizione fondamentale è sempre tra ‘libertà europea’ e ‘dispotismo barbaro’. Con l’allontanarsi della minaccia, il concetto di Europa scompare”, per ritrovare la propria dimensione unitaria solo quando si tratta di far quadrare i conti sul piano economico e finanziario.

Ma perché, tra tutti i Paesi, i migranti scelgono di venire in Europa e in particolare in Italia? Senza dubbio perché “il suo welfare è universale e gratuito; per la speranza di arrivare a godere dei vantaggi di un ambiente che trovano già costruito e funzionante”, inseguendo un desiderio d’Occidente, che è quello “di possedere e condividere quella che è rappresentata e ovunque vantata come l’agiatezza occidentale” (Badiou).

Sono allora principalmente questi fattori, ossia “bisogno di nuova verginità, orrore delle colpe coloniali, desiderio di risarcirle, teoria dell’inclusione illimitata e della diversità”, a delineare i tratti salienti di quella che il professor Simone definisce Ideologia Europea. In questo modo il Club Radicale ha diffuso e imposto quel ‘politicamente corretto’ che, insieme alla dottrina terzomondista, ha coniato un nuovo linguaggio giuridico e mediatico che impedisce di vedere e comprendere integralmente il fenomeno migratorio, anzi favorisce un’inversione di valori per la quale “tutto ciò che è occidentale è deplorevole, sorpassato, privo di energia, a confronto con la forza vitale e l’attrattiva culturale che promanano dal Terzo Mondo, sia orientale sia occidentale”. Le dichiarazioni di ministri svedesi sull’inconsistenza della propria cultura; l’abolizione di presepi, canti natalizi e carne di maiale dalle mense scolastiche nel nostro Paese, sono solo un pallido esempio di tale odio di sé e delle proprie radici culturali e religiose, che presenta nel multiculturalismo il proprio rovescio della medaglia. Infatti, se tra comunità diverse non ci si parla e non ci si confronta per condividerne eventualmente valori comuni, “ciascuna finisce per auto-ghettizzarsi, sia per timore di contatti con la comunità locale, sia per affermare il proprio controllo sul territorio”, producendo di fatto un ‘monoculturalismo plurimo’(Sen) di cui le banlieue francesi sono una chiara espressione.

In realtà una politica europea incapace di lungimiranza si trova sempre a dover gestire ‘emergenze’, perché ha scelto, al contrario, una prospettiva dello sguardo corto, consolidata ormai nella cronaca quotidiana dei media, che si limita a “contare i morti, pubblicare fotografie strazianti di bambini in lacrime o morti nelle traversate, il racconto dei soccorsi, dei salvataggi e dei naufragi”. Tale narrazione, pur essendo profondamente umana e toccante sul piano emotivo, rimane in superficie e tace intenzionalmente sulle motivazioni ideologiche del fenomeno migratorio ben approfondite dal professor Simone che, in questo saggio, smaschera anche le bugie dei luoghi comuni più diffusi quali ‘gli immigrati salveranno l’Europa dal calo demografico’; ‘siamo tutti migranti’; ‘siamo tutti meticci’ o ‘le frontiere non esistono’. Senza questa necessaria decostruzione diventa impossibile individuare, al di là degli slogan, una strada percorribile, condivisa e duratura per gestire la Grande Migrazione, che abbia davvero a cuore il destino di ogni uomo costretto a lasciare la propria terra in modo disumano.

Fonte: La NuovaBussolaQuotidiana

Il bene comune, un fine che discende dalla legge divina

“Il contesto all’interno del quale Tommaso inserisce la sua trattazione della lex naturalis è quello del ritorno della creatura razionale al suo Creatore”. Di qui, stando alla lettura del dott. Damiamo Simoncelli del pensiero dell’Aquinate, “l’ens universale è l’oggetto proprio dell’intelligenza umana, rispettivamente come verum universale allorché si consideri l’intelletto e come bonum universale allorché si consideri la volontà”. È questo il presupposto da cui partire per ragionare sul bene comune a partire dal suo legame costitutivo con la natura dell’uomo e la legge naturale nel pensiero di San Tommaso.

Tale rapporto è al centro di un recente volume monografico Bonum in communi. Prospettive su natura umana e legge naturale della rivista Divus Thomas (n. 122/2019, pp. 442) pubblicato dalle Edizioni Studio Domenicano, che raccoglie i contributi di numerosi studiosi di fama nazionale e internazionale che si sono confrontati sugli aspetti salienti del tema in oggetto. Da parte sua, il Prof. Simoncelli ricorda che “l’uomo è legge e provvidenza a se stesso in forza di una sua partecipazione excellentiori modo alla lex aeterna”, ossia in virtù del proprio essere radicato nel modo più sublime nella legge divina stabilita dal Creatore sin dall’eternità.

La legge naturale vede dunque nella beatitudine la propria causa finale remota, mentre ritrova la causa finale prossima – e quindi ciò cui essa propriamente ordina – nel bene comune: l’idealità del bene che è oggetto proprio della volontà. Tale legge costituisce dunque un invito anche a “vivere i bisogni secondo la profondità del desiderio”, inteso nel suo “autentico ruolo di realizzazione del destino umano”.

Sulla scia dell’insegnamento paolino, anche l’Aquinate sottolinea a più riprese che ‘bisogna fare il bene ed evitare il male’. D’altra parte “Dio è il Sommo Bene, è una Persona che ha creato singolarmente ogni essere umano animato dall’amore, dunque il fine ultimo e complessivo dell’agire umano dev’essere la relazione-amore a Dio, la corrispondenza al suo amore, la comunione con lui”, sottolinea ancora il Prof. Giacomo Samek Lodovici, docente di Storia delle dottrine morali e di Filosofia della storia all’Università Cattolica di Milano, nel suo contributo sul legame tra legge morale e amore. Secondo questa prospettiva “i precetti dell’amore verso se stessi, Dio e il prossimo costituiscono i principi morali più importanti della legge naturale”. Perciò “la condizione necessaria, anche se non sufficiente, per la virtuosità di un atto è la sua compatibilità, anche inconsapevole, con l’amore a Dio”. Pertanto “un atto contrastante con il fine ultimo dell’uomo non può essere buono”, anche se occorre altresì considerare che “tra le azioni virtuose che scaturiscono dalle virtù etiche e l’amore di Dio non sussiste una relazione mezzi-fine, bensì tra fini e fine ultimo”. Infatti “l’uomo pienamente morale rispetta sì i giusti doveri e le giuste norme, ma vive motivato dall’amore e le sue azioni virtuose sono espressioni di amore, conseguono l’ordo amoris. Il soggetto pienamente virtuoso non agisce in vista del dovere, bensì motivato dall’amore e dall’apprezzamento del valore del bene che egli può realizzare”. E in effetti, come precisa San Tommaso, “colui che agisce per amore, agisce come un uomo libero o un figlio”.

Con l’avvento della modernità, con le ‘regole di morale provvisoria’ di Cartesio e le posizioni di Montaigne e di Pascal, si afferma al contrario “un’indeducibilità del diretto naturale” con la conseguente “accezione convenzionalistica della prassi” – come evidenzia Alberto Peratoner, Professore di Metafisica, Teologia Filosofica e Antropologia Filosofica presso la Facoltà Teologica del Triveneto –, la quale conduce a una “radicale negazione della deducibilità di una benché minima forma di universalità nella sfera morale”. Tuttavia Pascal sembra ammettere in qualche misura “la possibilità di una legge naturale come espressione dell’universale etico radicato nella struttura relazionale intersoggettiva della persona”. Allo stesso modo la possibilità di un riconoscimento della legge naturale è individuata nella pietà religiosa da Giambattista Vico, stando a quanto evidenziato nel contributo dello studente di filosofia Francesco Fanti Rovetta.

Per quanto riguarda il ruolo della legge naturale nella dottrina e nel magistero della Chiesa, è utile riprendere una riflessione acuta di Joseph Ratzinger citata esplicitamente in un passaggio del saggio del Prof. Francesco Totaro, docente di Filosofia morale all’Università di Macerata: “Il diritto naturale – particolarmente nella Chiesa cattolica – è rimasto il modello di argomentazione con cui essa si appella alla ragione comune nei dialoghi con la società laica e con altre comunità di fede e cerca i fondamenti a favore di un’intesa sui principi etici del diritto in una società pluralistica ‘secolare’”. A conferma di ciò, puntualizza Totaro, solo “una legge di natura imperniata sul riconoscimento della dignità-di-essere di ogni persona e sul valore di reciprocità della regola aurea può proporsi come criterio di discernimento, nelle circostanze storiche concrete, tra ciò che realizza l’umano e ciò che da esso si allontana. I valori ritenuti irrinunciabili non vanno deposti, ma debbono farsi valere e mostrare la loro pregnanza nell’orientare decisioni responsabili nelle sfide di civiltà in cui è in gioco il bene della convivenza”. Gli fa eco il Prof. Carmelo Vigna, Professore emerito di filosofia morale presso l’Università ‘Ca’ Foscari’ di Venezia, allorquando rileva che “l’essenza stessa della legge naturale è l’intersoggettività della regola d’oro”, ossia di quel modo di agire che invita a fare agli altri quanto si desidera fosse fatto a sé perché possa realizzarsi un germe di bene comune.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Cattolici nel mondo, un vademecum per i fedeli di oggi

La Regola di San Benedetto può costituire un vademecum imprescindibile per la vita di ogni cristiano, e dunque non solo dei monaci? Quella che può apparire come una provocazione è la sfida raccolta nei brevi saggi di Luisella Scrosati, firma cara ai lettori de La Nuova Bussola Quotidiana; di Marco Sermarini, Presidente della Società Chestertoniana Italiana e alla guida della Compagnia dei Tipi Loschi del beato Pier Giorgio Frassati a Grottammare nelle Marche; e di Dom. Massimo Lapponi, benedettino dell’Abbazia di Farfa.

Si tratta di brevi postille alla magna carta del monachesimo occidentale raccolte in un agile manuale destinato a fedeli laici e famiglie e non ai chierici come invece ci si aspetterebbe, dal titolo: Cattolici nel mondo. Uso e manutenzione (2019, pp. 98). In effetti la Regola di San Benedetto “non è una raccolta di belle massime, magari da aprire a caso per avere il pensiero del giorno”, bensì una ‘scuola di servizio del Signore’ fatta di direttive concrete perché ciascun cristiano progredire in un costante cammino di conversione con l’aiuto di Dio stesso mediante il suo Santo Spirito.

Uno dei pilastri della Regola è certamente la stabilità che, in tale ottica, “significa famiglie insieme che si aiutano nel concreto e nel quotidiano e che hanno criteri e obiettivi comuni”. Ciò comporta il vivere nella consapevolezza che “nessuna delle cose che creiamo in questa vita è eterna, ma dobbiamo costruirle come se lo fossero”. Questo vale, per esempio, quando due giovani decidono di sposarsi.

L’anima della vita del monaco è la preghiera. Allo stesso modo anche il laico è chiamato a pregare con i Salmi e la Lectio divina, cercando di “blindare 20-30 minuti al giorno” per quest’ultima, memorizzando una o due frasi della Parola, perché siano “la nostra compagnia durante la giornata e il lievito che pian piano farà fermentare la nostra anima”. In particolare, è molto preziosa la preghiera al mattino in famiglia poiché “darà il giusto tono a tutta la giornata, quali che siano le diverse incombenze di ognuno”. E, allo stesso modo, sarebbe altrettanto fecondo abituarsi a pregare insieme anche la sera “in preparazione al riposo notturno”.

La Regola di San Benedetto non si ferma alla preghiera e alla dimensione contemplativa, ricercando attraverso il lavoro anche quella attiva. Bisogna lavorare per vincere l’ozio ma senza troppa frenesia, e dunque combattere l’accidia “che fa desiderare di essere altrove da dove si è, che fa fare altro da quanto si deve fare, portandoci lontano dalla concreta volontà Dio”. Occorre inoltre lavorare “per il bene nostro e altrui”, con spirito di servizio e umiltà, adoperandosi facendo anche in casa ciascuno la propria parte. Tuttavia anche “il riposo è necessario; e a noi oggi manca il riposo ancor più che il lavoro. Il riposo è fratello del silenzio. A noi manca il riposo come manca il silenzio”. Di qui l’esortazione a impiegare costruttivamente la sera proprio in vista del riposo, poiché “il sonno lavora e bisogna farlo lavorare preparandogli il lavoro la sera”. Solo in tale prospettiva ‘la notte porta consiglio’.

Per quanto riguarda la consumazione dei pasti, sulla scia del padre del monachesimo occidentale, è opportuno evitare di mangiare smodatamente e quando se ne ha voglia senza rispettare dei tempi prestabiliti, così come ricercare cibi raffinati a ogni costo piuttosto che accontentarsi di ‘quel che passa il convento’. Bisogna altresì impegnarsi a conversare a tavola, evitando le interruzioni di tv e smartphone e abituarsi a rendere grazie a Dio insieme prima e dopo il pasto, nella consapevolezza che quello che si ha la possibilità di mangiare è anche un suo dono e non solo frutto del proprio lavoro.

E ancora San Benedetto raccomanda caldamente di custodire il silenzio, e dunque la propria lingua e interiorità, ossia di “parlare solo per dire cose buone, di parlare poco e appropriatamente e di non dire sciocchezze”. Ciò non significa che in famiglia non bisogna parlare, bensì che occorre “imparare ad ascoltarsi, rivolgendosi gli uni agli altri con umiltà e prudenza”. I genitori, in particolare, sono chiamati a essere autorevoli, cioè severi e teneri al tempo stesso, evitando di lasciar correre ove vi sia invece da individuare e punire il male commesso: tutti in famiglia “devono sapere cosa si può fare e cosa no ed essere avvertiti delle conseguenze” di eventuali trasgressioni.

Infine anche una fuga mundi, in specie dalla mentalità dominante, risulta essenziale per andare controcorrente, “per vivere la libertà della verità, per abbattere gli idoli che inevitabilmente hanno occupato aree più o meno vaste della nostra mente e del nostro cuore” e per avere una vita autentica e pienamente felice perché radicata in Cristo.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Gabrielle Bossis, la mistica che parlava con Gesù

“Il Mio Amore segreto e tenero è in realtà per ogni anima che vive in questo mondo”, confidò Gesù stesso a Gabrielle Bossis, una delle grandi mistiche del secolo scorso. È questo il senso più intimo e profondo della trascrizione fedele dei loro colloqui in un diario, recentemente pubblicato in edizione integrale (Lui e io, Edizioni Ares 2019, pp. 600), nel quale ogni dialogo di Gabrielle col Divino Maestro è puntualmente datato e brevemente contestualizzato.

Nata nel 1874, coetanea di Santa Teresa di Lisieux, “Gabrielle non fu una monaca di clausura; visse a lungo nel mondo interessandosi di musica, di danza e di letteratura, scrivendo opere teatrali e mettendole in scena in varie parti del mondo, perfino in Palestina e in Marocco”, sottolinea padre Sicari nell’introduzione all’opera.

Gesù desidera che Gabrielle scriva anche le sue preghiere e le intima di rivolgersi a Lui con parole d’amore: “Ripeti: ‘Che a ogni nuovo istante Tu sia il più grande amore della mia vita. Così, crescerai in Me’”. E le sussurra: “Non ti fermare ai dettagli. Cammina con lo sguardo fisso sul Mio Amore. Cadi? Rialzati e guardaMi di nuovo”. La invita a essere “il Mio sorriso per tutti, la Mia voce amabile”.

Allo stesso modo il Signore la esorta a pregare, mentre le confida: “Cambio le tue preghiere in preghiere Mie, ma se tu non preghi…Posso far fiorire una pianta se tu non la semini?”. Di qui le precisa: “Quando non ti parlo, vuol dire che è giunto per te il momento dell’azione. Parla con gli altri come pensi che Io parlerei con te. Ti aiuterò”.

In un appello accorato la esorta ad alimentare il suo amore per Lui: “VediMi in ogni cosa; considera ogni cosa in vista dell’eternità; esci dalle tue solite misure, amaMi di più”. In un’altra circostanza la esorta a vivere radicata nella sua divina volontà: “Sradicati da te stessa, piantati in Me”, affinché “la tua vita sia un costante raccoglimento, un’incessante conversazione col tuo Signore”. L’invito alla carità verso il prossimo è condensato nelle espressioni: “FamMi crescere negli altri”, dal momento che “quello che fai agli altri, è a Me che lo fai”. Gesù l’invita a percorrere la via dell’amore sulla scia di Maria: “Mia Madre non viveva che per Dio. Non aveva alcun egoismo, alcun ripiegamento su sé stessa. Rispondeva esattamente allo scopo del Creatore, mentre La creava. ImitaLa”.

Suor Gabrielle pone dunque Cristo al centro della propria esistenza. E ciò, come le spiega il Divino Maestro, “vuol dire pensare a Me. Parlare con Me come con il migliore e più dolce amico. Cercare i Miei interessi. Soffrire per causa Mia. Avere cura del Mio Regno. Ricordarsi delle Mie sofferenze. Lasciar fluire il proprio amore nel Mio amore in ogni momento della vita e tutto quel che consegue da ciò”. L’unione mistica della sua anima con Cristo viene evocata anche attraverso questa bella immagine: “Io sono l’Ostia. Tu sei l’ostensorio. I raggi d’oro sono le Mie Grazie attraverso di te”.

Un amore totale richiede un amore totale. E allora, “visto che Mi do tutto intero, donati tutta intera, senza neanche pensare che potresti riservare qualcosa per te”. Ecco perché il Maestro le sussurra con amore: “Sei dunque a casa tua nel Mio Cuore, Mia piccola figlia: anche sulla terra, esso è la tua vera casa” e “famMi posto nel tuo cuore: entrerò con tutte le Mie Grazie”.

 Gesù la invita spesso a un’adeguata considerazione di ogni realtà, compresa la più piccola, e di ogni suo atto: “Non essere mai sorpresa delle Mie Bontà. Quelle che puoi vedere sono minori di quelle che ti circondano”. E ancora: “Non ti ho detto che nulla è piccolo ai Miei occhi? Che tutto sta nel modo di amore con cui lo si compie?” Di qui il motivo del suggerimento: “Metti la tua felicità nel servirMi sin nei più piccoli dettagli. Nulla è piccolo quando si tratta di amore”, in quanto “ogni piccolo sforzo, un vostro minimo gesto, Mi incanta, come una madre è gioiosa quando il suo piccolino assume una nuova espressione”.

In relazione alla compartecipazione di Suor Gabrielle alle sofferenze di Cristo, Egli le ripete: “Sopporta le spine di ogni giorno per amor Mio. Questo prepara la tua anima alla virtù eroica. Comprendi che l’unione con Dio altro non è che fare la volontà di Dio”. Il Signore non è un giudice severo, ma un Padre misericordioso che si identifica metaforicamente con il personaggio biblico di Sansone allorquando le rivela: “Perdo la Mia forza di giudice quando un’anima Mi esprime la fedeltà del suo amore. Non che quest’amore sia un grande amore, ma è il più grande che lei sia capace di offrirMi. Allora, Mi tocca sul vivo e sono incline a piegarMi alla sua volontà, che adotto come Mia”.

Così fa il Divino Maestro anche nel momento in cui chiama sé la sua sposa fedele Gabrielle la quale, durante la sua ultima Messa, invoca il suo Sposo con fiduciosa speranza: “Dove sei amorosa Presenza?…E dopo, che sarà?”. E Gesù le risponde: “Sarò Io, sarò sempre Io”.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana