I carismi di san Giuseppe e i tanti ordini in suo onore

«Ognuno prende le proprie ispirazioni dal suo modello San Giuseppe che fu il primo sulla terra a curare gli interessi di Gesù, esso che ce lo custodì infante e lo protesse fanciullo e gli fu in luogo di padre nei primi trent’anni della sua vita qui in terra». Da questa consapevolezza del santo sacerdote torinese poi vescovo di Acqui Giuseppe Marello (1844-1895) nasce nel 1878 la nuova Compagnia di San Giuseppe, meglio nota col nome di Oblati di San Giuseppe.

Nascondimento, operosità e paternità spirituale nel solco del padre putativo di Gesù sono i tratti che contraddistinguono il nucleo di giovani a servizio di un orfanotrofio presso l’Opera Pia Michelerio; «certosini in casa e apostoli fuori casa», si impegnano a educare cristianamente i giovani nelle scuole e nei convitti e ad alleviare le sofferenze dei più poveri. Catechesi, attività scolastiche e oratoriali, discernimento vocazionale in centri d’accoglienza sono il cuore della carità operosa anche del ramo femminile della stessa congregazione, le Oblate di San Giuseppe, attive nell’apostolato in special modo in Brasile, Filippine, Perù e Nigeria.

«Tu che dopo la Vergine benedetta primo stringesti al seno il Redentore Gesù, sii il nostro esemplare nel nostro ministero che, come il tuo, è ministero di relazione intima col Divin Verbo». In una preghiera composta dal sacerdote torinese San Giuseppe è invocato quale modello per la vocazione sacerdotale, ma anche come patrono e intercessore per chiunque desideri coniugare sulle sue orme vita interiore e autentico zelo apostolico. Di qui il vescovo di Acqui lo invoca ancora con parole che lasciano trasparire grande fiducia nel suo celeste patrocinio: «Eccoci tutti per Te e Tu sii tutto per noi. Tu ci segni la via, ci sorreggi in ogni passo, ci conduci dove la Divina Provvidenza vuole che arriviamo, sia lungo o breve il cammino, piano o malagevole, si vegga o non si vegga per vista umana la meta. O in fretta o adagio noi con Te siamo sicuri di andar sempre bene». Consacrati e laici donano perciò docilmente e continuamente la propria volontà al Padre buono quale oblazione a Dio gradita nel carisma del Santo Patriarca perché, come scrive Marello, «ogni momento che passa è una nuova occasione che dobbiamo sfruttare e della quale ci tocca rispondere un giorno al cospetto di Dio».

«Il nostro santo». Viene chiamato così San Giuseppe dai Giuseppini di San Leonardo Murialdo (1828-1900). Sacerdote torinese come Marello, Murialdo manifesta una grande e sincera devozione per il padre putativo di Gesù. In diverse conferenze medita con sapienza teologica sulla sua figura: «San Giuseppe ha la missione di nascondere Gesù Cristo fino all’ora della sua manifestazione. Siccome oscurare la glora divina è maggior miracolo che manifestarla, l’onnipotenza e la sapienza di Dio non si manifestarono meno grandi in San Giuseppe che in tutti gli altri santi. La gloria di San Giuseppe brilla agli occhi di Dio e degli angeli in ragione della sua oscurità agli occhi degli uomini. Dotato di ogni virtù in grado più eminente, è stato sollevato all’altissima dignità di sposo della più gloriosa fra tutte le donne mortali, della quale fu custode, come di Gesù, il più ricco tesoro che c’è non solo sulla terra ma anche in cielo, dignità che lo rende oggetto di santa invidia da parte degli angeli. Assume per lui cuore e tenerezza di padre e diviene per lui per affetto ciò che non è per natura. Il cielo e la terra ubbidiscono a un cenno di Dio e Dio vuol ubbidire ad ogni cenno di Giuseppe; tutti gli uomini della terra invocano Dio col nome di Padre e il Figlio di Dio chiama Giuseppe con questo dolce nome. San Giuseppe è modello perfetto e protettore della vita interiore. La sua vita fu un’orazione e una contemplazione continua; le azioni esteriori non hanno mai interrotto il suo raccoglimento e la sua attenzione alla presenza di Dio. Giuseppe fu la Provvidenza di Gesù e di Maria. Gesù Cristo esaudisce i suoi servi, non esaudirà il suo padre putativo? Ci benedica il Signore e ci benedica il caro e venerato san Giuseppe nel quale, dopo Dio e Maria, noi mettiamo ogni nostra speranza».

Tale devozione profonda traspare anche nella scelta del nome della congregazione che fonda nel 1873, ancorata ai principi di «obbedienza pronta al volere del Padre in spirito di fede; scelta evangelica della vita povera, oscura, laboriosa di Gesù; spirito di famiglia vissuto nell’umiltà, nella carità e nell’accoglienza verso tutti, specie i più umili; impegno nella formazione dei giovani (a imitazione di san Giuseppe che educò il suo figlio Gesù)». Forte dell’esperienza maturata al Collegio degli Artigianelli di Torino, fonda la prima casa-famiglia d’Italia e considera l’educazione umana e  cristiana dei giovani, soprattutto la formazione professionale di quelli più poveri e svantaggiati, il cuore dell’apostolato della sua famiglia spirituale.

«Vi chiamerete Figlie di San Giuseppe, perché a imitazione di questo grande santo, dovete essere le custodi di Gesù Sacramentato conducendo una vita santa ad imitazione della Sacra Famiglia di Nazareth. Lì dovrete specchiarvi, cercando di praticare le virtù che si ritrovano in quella Santa Casa». Con queste parole un altro santo sociale piemontese dell’Ottocento, il Beato Clemente Marchisio (1833-1903), spiega le ragioni del nome dato alle sue figlie spirituali, le Figlie di San Giuseppe di Rivalba. Figlio di un umile calzolaio di Racconigi, padre Clemente fa costruire un asilo infantile e un laboratorio tessile per le ragazze, poi un’intuizione improvvisa: vuole che le suore si occupino di rendere degno tutto ciò che avviene sull’altare, poiché durante le missioni si rammarica che chiese e paramenti sacri siano di frequente indecorosi e indegni del Signore. Inizia così il lavoro delle suore di produzione delle ostie e del vino che diventeranno Corpo e Sangue di Gesù Cristo. «Questa volta il Signore ha finalmente voluto pensare a sé stesso!», commenta con ironia il papa Leone XIII rispetto al loro carisma. Di tale primato di Cristo nella vita consacrata Marchisio era profondamente consapevole, perciò ripeva spesso: «La Messa è la mia vita».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Ippolito e il cardinale Biffi spiegano l’Anticristo

«Gesù Cristo è leone a motivo della regalità e della gloria; l’Anticristo a motivo della tirannide e della violenza; re il Cristo e re terrestre l’Anticristo; il Salvatore si è mostrato come agnello, e anche lui si farà vedere come agnello, pur essendo dentro un lupo. Il Signore ha mandato gli apostoli a tutte le genti ed egli ugualmente manderà pseudo-apostoli». Se Cristo è la Verità, l’Anticristo è chiunque insegni ogni falsa dottrina.

 Queste parole sono riprese dal primo trattato sul diavolo scritto nel 200 da Ippolito di Roma, pubblicato recentemente in Cristo e l’Anticristo nella pregevole collana “I Talenti” delle Edizioni Studio Domenico e delle Edizioni San Clemente con testo greco a fronte a cura di Maria Benedetta Artioli, insieme a un’antica Omelia pasquale e a Due discorsi sull’Anticristo pungenti e ironici del cardinale Giacomo Biffi.

Dall’anticristologia dell’autore emerge a contrario anche la sua cristologia, nella misura in cui egli accosta sapientemente le figure di Cristo e del diavolo in parallelo, perché risalti ancor più che la scimmia di Dio è palesemente tutto ciò che il Messia non è. Secondo Ippolito l’Anticristo discenderebbe da una stirpe ebraica, quella del giudice e re tiranno Dan, in quanto nella Genesi si legge: «Sia Dan un serpente appiattato sulla strada, che morde il garretto del cavallo» (Gen 49, 17). L’esegesi biblica di questo passo, rispetto al quale Ippolito segue il suo maestro Ireneo di Leone, è però supportata sostanzialmente soltanto dal fatto che tale tribù non rientra nel novero di quelle salvate.

 La venuta di Cristo nella gloria determinerà la fine del regno dell’Anticristo il quale, presagendo la definitiva sconfitta, «esaltatosi nel suo cuore, comincia a innalzarsi e a glorificare se stesso come Dio, perseguitando i santi e bestemmiando il Cristo». Presentatosi «con le due corna simili a quelle di un agnello per farsi simile al Figlio di Dio», il principe dei demoni parla in realtà come un drago «perché è un seduttore e non parla con verità». Egli viene a «opprimere e scacciare dal mondo i servi di Dio perché non gli danno gloria»; promette di dare ai propri seguaci potere e regni terreni solo per essere adorato alla stregua del Creatore; «chiama a sé l’umanità volendo far suo ciò che gli è estraneo, annunciando a tutti una falsa redenzione, mentre non può salvare se stesso».

Tuttavia la «donna vestita di sole» (Ap 12, 1), figura della Chiesa, non se ne sta a guardare, e anche nel tempo della prova e della persecuzione «non cessa di generare dal suo cuore il Verbo», affinché ogni credente, come il Teofilo destinatario del trattato di Ippolito, possa vivere in comunione con Lui e «custodirsi irreprensibile davanti a Dio e agli uomini, fino a quando Cristo, risuscitati i santi, con essi si rallegrerà, glorificando il Padre».

Nell’Omelia pasquale, che ricalca nello schema un testo per la veglia della notte santa e ha come fonte uno scritto dello stesso Ippolito andato perduto, emerge il cuore della fede delle comunità dell’antichità cristiana. La Pasqua è accolta nel duplice e originario significato di «passione e passaggio»: come al tempo della Legge il popolo ebreo ha patito in Egitto le piaghe e la morte dei primogeniti prima di poter celebrare la Pasqua passando il Mar Rosso, così allo stesso modo è stato necessario che il Figlio di Dio patisse fino alla morte di croce perché il suo popolo santo passasse dalla morte alla vita nuova secondo la sua grazia. Il segno della vittoria del Risorto è la croce, celebrata quale albero per i cui «fiori fiorisco; dei suoi frutti godo pienamente, quei frutti che fin dal principio mi erano stati tenuti in serbo, li raccolgo liberamente; anche le sue foglie sono spirito di vita. È mio rifugio quando temo Dio, sostegno quando vacillo; quando lotto è il mio premio e, quando vinco, il mio trofeo». Essa è ancora magnificata quale «pianta immortale fissata tra cielo e terra, appoggio di tutte le cose, supporto dell’universo, fondamento di tutta la terra, vincolo cosmico che tiene insieme la multiforme natura umana, inchiodandola con i chiodi dello Spirito affinché, ora che è congiunta armoniosamente al divino, non possa più esserne sciolta».

Nel solco del lirismo poetico del preconio pasquale, l’autore contempla il mistero grande della salvezza: «O Pasqua, bagliore di fiaccolata nuova e fulgore delle torce verginali! È per te che non si spengono più le lampade delle anime, perché divinamente e spiritualmente il fuoco della grazia procurato dall’olio di Cristo, a tutti come torcia è trasmesso, nel corpo e nello spirito».

Commentando I tre dialoghi e il racconto dell’Anticristo di Solov’ëv di cui è un profondo conoscitore, il cardinale Giacomo Biffi ravvisa in appendice al volume nella figura del diavolo «un’ipostatizzazione della religiosità confusa e ambigua di questi nostri anni». In tale opera l’Anticristo si configura quale «convinto spiritualista, ammirevole filantropo, pacifista impegnato e solerte, vegetariano osservante, animalista determinato e convinto, eccellente ecumenista, senza un’ostilità di principio verso Cristo, ma censurandone la sua assoluta unicità» in nome di «un cristianesimo dei valori, del dialogo, delle aperture, che riduce la militanza di fede ad azione umanitaria e genericamente culturale». Si comprende allora chiaramente l’identità del nemico da combattere, il quale si arroga persino il merito «di aver purificato il messaggio cristiano da ciò che è inaccettabile all’uomo di oggi», mentre rimane per il cristiano il rischio di apostasia se «per amore di apertura al mondo e di buon vicinato con tutti, stempera quasi senza avvedersene il fatto salvifico nell’esaltazione di traguardi secondari».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

La spiritualità giuseppina del venerabile Prinetti

«Giuseppe è il custode dei misteri divini, il più nascosto dei Santi, unico nella grazia e nell’ufficio, il più vicino a Maria, l’ombra dell’Eterno Padre. E Giuseppe adorava con fede, umiltà ed amore; amore umile, amore tenero, amore paterno. Giuseppe prostrato ginocchioni, le braccia tese, gli occhi sfavillanti, il petto ansante per l’emozione contempla e adora». In queste parole, tratte dagli scritti del Venerabile Padre Felice Prinetti, è racchiuso il cuore della profonda devozione al Santo Patriarca del fondatore delle “Figlie di San Giuseppe di Genoni”, prima congregazione femminile interamente sarda.

Nato a Voghera il 14 maggio 1842, terzogenito di sei in una famiglia cattolica che dona tre sacerdoti alla Chiesa, Felice Prinetti si arruola nell’esercito piemontese, ingegnere e «capitano d’artiglieria decorato nella terza guerra d’indipendenza rinucia a prendere a cannonate il papa nel 1870 e ai roboanti proclami risorgimentali e ai lustrini dei salotti preferisce il silenzio raccolto della preghiera, al posto della distruzione in nome della patria sceglie il concreto aiuto al prossimo in nome di Dio» (R. Cammilleri, Ufficiale e sacerdote, San Paolo 20002). Accusato di bigottismo, di infangare la divisa facendosi sorprendere col Rosario tra le mani in processione, sceglie di abbandonarla. Suo fratello don Giacomo «aveva messo gli amici a pregare San Giuseppe» per la vocazione di Felice al sacerdozio.

Animato dal desidero di servire la chiesa con maggiore fedeltà, Felice entra negli Oblati di Maria Vergine. Il 20 settembre 1888, proprio nell’anniversario della Breccia di Porta Pia, grazie alla collaborazione con la signora Eugenia Montixi – una vedova pia che dopo la morte prematura della figlia decide di consacrarsi – fonda nel ‘sud del sud’ d’Italia le “Figlie di San Giuseppe di Genoni” (dal nome del paese della diocesi di Oristano, dove acquista una casa rilevando un’azienda agricola che diviene la Casa Madre dell’Istituto), al fine di contribuire principalmente, mediante il loro servizio, alla formazione dei futuri sacerdoti, imitando l’operosità nascosta e silenziosa del Santo Patriarca. Cominciano facendo con amore le pulizie in Seminario perché di questo vi è esigenza. D’altra parte hanno quale direttiva del proprio carisma il «preferire sempre, salva l’ubbidienza, gli uffici più bassi, nascosti, mortificati».

E probabilmente è proprio San Giuseppe a salvare la vita a don Prinetti. Un giorno d’estate di caldo asfissiante, Padre Felice siede sulla sua sedia dopo pranzo. Un giovanotto bussa alla porta chiedendo urgentemente di lui e, mentre corre verso l’uscio non scorgendo nessuno, crolla il soffitto della stanza dove era fino a un attimo prima.

In una lettera alla sue figlie spirituali Padre Prinetti scrive: «Io desidero che vi ricordiate che San Giuseppe è il vostro modello nel servire Gesù e Maria; egli li servì nel silenzio, nella preghiera, nel lavoro. San Giuseppe tace e vive oscuro e ignorato nella sua bottega. Ma era con Gesù e Maria! E viveva unito a Dio con la più continua preghiera e lavorava per insegnarci a fuggire l’ozio». Padre Prinetti ritiene che i gradi dell’amore di Dio siano tre: «Pensare a Lui, operare per Lui, soffrire per Lui. Il terzo comprende i primi due, e questo solo trasforma pienamente ad immagine di Gesù Cristo».

Egli invita perciò le suore ad avere San Giuseppe quale modello di riferimento per la propria vita interiore tra contemplazione amorosa e generoso servizio di Cristo nei fratelli: «Giuseppe! L’esercizio della sua autorità che altro è se non la pratica della sublime obbedienza? La sua anima piena di adorazione, scende negli abissi dell’umiltà, mentre la sua larga mano guida la tenera mano del giovinetto a qualche lavoro e il suo sguardo interiore lo mira risplendente di gloria e la sua fede lo riconosce e adora Onnipotente Creatore!». Di qui padre Prinetti le esorta: «Entrate nelle vie del Signore e vedrete che l’andare avanti non vi sarà grave». Le Figlie di San Giuseppe sono chiamate all’obbedienza quotidiana alla volontà del Padre, proprio come accade nella stessa Santa Famiglia, ove «si opera la salvezza del mondo» anche nello spirito di Giuseppe, ossia «nell’umiltà, nell’oscurità, nella solitudine, nella vita interiore». D’altra parte, scrive ancora il santo sacerdote, «il Regno di Gesù Cristo è tutto interiore: consiste nello escludere dall’anima ogni altro spirito e giudicare, amare, operare in conformità a Gesù», il quale «spazzava la casa, andava con la madre alla fonte ad attingere acqua, faticava nel duro mestiere del falegname, ripuliva le stoviglie, l’Onnipotente, Signore del creato».

E in effetti è bene che soprattutto un’anima consacrata a Dio coltivi tale fedeltà nel vivere con amore quanto le accade quotidianamente proprio come San Giuseppe, in quanto «con la perfezione delle piccole cose rendiamo un più profondo omaggio a Dio, perché si richiede motivo più puro, fede più viva. L’esiguità, la noncuranza degli uomini, l’apparente facilità ci lasciano soli dinanzi a Dio. La perfezione delle piccole cose costa di più, merita di più. Non c’è pericolo d’orgoglio, non vi è soddisfazione». Agendo in questo modo la grazia di giungere alla meta della santità è certa, nella misura in cui «facciamo con perfezione crescente i doveri comuni del nostro stato, impiegando i mezzi che ci sono dati», perché «la vita è bella quando è via al Cielo».

Con oltre trecento suore distribuite in sessantasei case tra Italia, Africa, India, Brasile e Argentina, il carisma di padre Felice Prinetti continua a vivere in ospedali, asili, scuole, collegi, case di riposo, istituti di assistenza al clero, frutto della carità operosa e silenziosa delle Figlie di San Giuseppe.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Il profeta Isaia nel commento di San Tommaso

I santi sono stelle, gigli e aquile. Come le stelle sono numerose nel cielo, ordinate nel loro moto e disposte circolarmente, differenti per grado di luminosità eppure intensamente splendide, così i santi godono in paradiso di una beatitudine assoluta e nel contempo proporzionata ai loro meriti. I santi sono assimilabili anche a dei gigli dallo stelo alto «per la costanza nelle tribolazioni», forti «per la linfa dello Spirito che scorre in loro» e col «profumo della buona fama». Cristo «li veste quanto ai doni delle virtù, tra di essi riposa compiaciuto e li raccoglie per i premi eterni». I santi nel cielo sono anche aquile che volano in alto e in modo veloce, per l’altezza della contemplazione e per la prontezza e operosità della loro carità. Aquile che cambiano il piumaggio, segno dell’impegno costante dei santi nell’autocorrezione; aquile maestose per la bellezza delle virtù e sollecite verso i piccoli come lo sono i santi nei confronti del prossimo.

Queste splendide similitudini sono alcune delle immagini contenute nel Commento a Isaia di San Tommaso d’Aquino, pubblicato recentemente nella pregevole collana “I Talenti” delle Edizioni Studio Domenico e delle Edizioni San Clemente con testo latino a fronte, grazie al paziente e accurato lavoro di traduzione di padre Giuseppe Barzaghi.

Quello Super Isaiam è di fatto il primo commento esegetico dell’Aquinate alla Sacra Scrittura.

L’expositio ad litteram, ossia il commento versetto per versetto del libro del grande profeta, è corredata da note ‘a margine’ essenziali che consentono di cogliere i molteplici dettagli delle immagini e similitudini proposte dall’autore sacro mentre lasciano trasparire l’animo speculativo e contemplativo dell’Angelico Dottore, il quale si sofferma volentieri su di esse perché i fedeli possano trarne linfa per la propria meditazione spirituale.

Le ricche similitudini presenti nel testo del profeta Isaia sono, secondo Tommaso, «belle e gradevoli e ci sono necessarie a causa della connaturale disposizione del senso alla ragione: per natura infatti la nostra ragione apprende dalle cose sensibili, per cui essa capisce in modo più chiaro le cose di cui vede una somiglianza nell’ordine sensibile». Tra gli elementi naturali, per esempio, l’acqua allude al «refrigerio della consolazione contro il caldo della tribolazione»; è immagine di benedizione e sapienza divina oltre che della purificazione battesimale; «risana chi è infermo, purifica chi è impuro, disseta l’assetato».

Relativamente ai peccati del popolo d’Israele e all’esigenza di una sua purificazione (cf. Is 1, 18), Tommaso sottolinea che non è sufficiente fuggire il male attraverso la «purificazione del passato», ma occorre evidentemente anche «la cautela rispetto al futuro», ossia è necessario che «il cuore non pensi il male e non dia compimento con le opere ai suoi pensieri», bensì «si adoperi nella sequela del bene e nel soccorso ai miseri».

Rispetto alla profezia dell’avvento di un virgulto dal tronco di Iesse (Is 11, 1), il Messia discendente dalla stirpe di Davide, Cristo è presentato come restauratore che manifesta un perfetto uso di tutti i doni dello Spirito Santo «secondo il modo più alto del loro esercizio, così come lo si avrà in paradiso» per i beati. La rettitudine del Signore nell’operare e nel giudicare dà luogo a una «sovrabbondanza di pace» e a un banchetto di grasse vivande preparato su di un monte (Is 25, 6), perché «lì Cristo ha patito e di lì sono pervenuti a noi tutti i beni».

Riguardo al tempo della promessa della consolazione per Israele, nel primo canto del Servo del Signore (Is 42), il profeta «mostra l’amore divino in base al figlio che ha promesso» e nel contempo la sua «equità e verità nel giudizio». Ciò comporta inesorabilmente «la caduta dei malvagi e la risurrezione dei buoni». Di qui egli invita il popolo a innalzare al Padre un canto di lode e ringraziamento per tale disegno di salvezza che, «in senso mistico, riguarda la conversione delle genti alla fede».

Tale mistero di salvezza ha la croce quale via privilegiata per attuarsi e comunicarsi agli uomini. Pertanto nei celebri canti del Servo sofferente emerge la «perfetta obbedienza» del Figlio che «indica la difesa già pronta», ossia la fiducia nel Padre rispetto a quanto lo attende nella sua passione (Is 50). Nello stesso tempo traspare «la sua umiltà quanto al nascondimento della sua maestà, rispetto all’abbondanza dei beni interni ed esterni» che restano celati lungo la salita dolorosa al Calvario del Cristo, per cui Egli non ha apparenza né bellezza, «nascosta a causa della debolezza assunta», per attirare gli sguardi degli astanti (Is 53, 2-3).

San Tommaso commenta dunque il libro del profeta Isaia mediante un’esegesi che collega sapientemente ogni versetto ad altri riferimenti scritturali, nella radicata consapevolezza che sostanzialmente solo la Parola può spiegare la Parola, sebbene sia necessario coniugare la conoscenza biblica con le argomentazioni razionali per favorirne un’interpretazione più feconda. Lo sottolinea egli stesso in una nota: «Le parole di Dio sono utili per rischiarare l’intelletto, per il dilettarsi dell’affetto, per suscitare l’amore, per dirigere l’azione, per conseguire la gloria e per istruire gli altri».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Tempo Barocco, la mostra sul secolo d’oro di Roma

Cupole, chiese, fontane, palazzi, piazze, sculture, oli su tela. Dalla ‘barca di Pietro’ alla Barcaccia, il Barocco è il tempo di Roma. Se c’è un ‘secolo d’oro’ che ha contributo al fulgore della Città Eterna e ne ha trasfigurato il volto è proprio il Seicento. Nell’Urbe di Papa Urbano VIII, nella Roma dei Barberini lavorano alacremente Maderno, Bernini e Borromini, operano artisti italiani e internazionali, tra i quali anche Pietro da Cortona, Valentin de Boulogne, Nicolas Poussin, Antoon Van Dyck, Domenichino, Andrea Sacchi, Guido Reni.

Articolata in cinque sezioni che si focalizzano su altrettanti aspetti della concezione del tempo nel Seicento, la mostra Tempo Barocco di Palazzo Barberini a Roma – curata da Francesca Cappelletti e Flaminia Gennari Santori, inaugurata il 15 maggio e visitabile fino al prossimo 3 ottobre – si snoda attraverso 40 opere di grandi artisti protagonisti della cultura dell’epoca, per la maggior parte vissuti a Roma nel secolo della ‘rivoluzione scientifica’.

Nella tela di Antoon Van Dyck il vecchio Crono recide le ali di Eros, Il Tempo taglia le ali all’Amore. L’uomo del Seicento vuole controllare e dominare il tempo; mentre constata da un lato la caducità e fragilità della propria esistenza terrena, dall’altro sembra non rassegnarsi all’idea che la verità sia ‘figlia del tempo’, secondo il classico adagio attribuito allo scrittore latino Aulo Gellio vissuto nel II secolo d.C. e ripreso dal filosofo Bacone agli albori della modernità. Eppure spesso Il Tempo rivela la Verità, la dis-vela, le toglie gradatamente il velo, facendola apparire in tutta la sua nudità e bellezza, come accade alla donna tratteggiata con inchiostro marrone su carta da Gian Lorenzo Bernini.

La misurazione del tempo è un tema cruciale del Seicento che da una parte evidenzia la pretesa dell’uomo di essere padrone del proprio tempo, dall’altra non può eludere l’irriducibile vacuità e vanità di tutte le cose. La consapevolezza della vanitas di ogni realtà terrena è particolarmente cara a San Filippo Neri e radicata nella sua predicazione. Di qui è possibile ammirare lungo il percorso della mostra un raffinato orologio con la Madonna Vallicelliana appartenuto proprio al ‘Pippo buono’.

Alcuni artisti si cimentano così nell’impresa di provare a rendere eterno l’effimero, muovendo da una profonda coscienza che, pur nella sua labilità, ogni realtà è positiva e buona perché creata dal Padre di ogni bene. In questa prospettiva sono da leggersi le nature morte e le suppellettili raffinate create dalla mano dell’uomo, i cristalli e l’argenteria che popolano le tele La mosca e L’orologio di Berentz.

All’uomo che non si rassegna allo scorrere inesorabile del tempo viene incontro l’Amor sacro e l’Amor profano di Guido Reni, nel quale il primo Eros è raffigurato mentre brucia faretra e frecce dell’amore volgare, segno che non bisogna lasciar spazio ad amori fugaci e ciechi che non danno sapidità e gusto alla vita, perché inseguono il piacere escludendo l’orizzonte del dono, vera essenza di ogni amore e sola forza in grado di renderlo vero e dunque eterno.

 Il barocco assume lo stile dell’azione teatrale per una resa efficace di movimenti e gesti volta a suscitare stupore e meraviglia. Di qui ne Il sacrificio di Isacco il Domenichino prova a fissare sulla tela con straordinaria maestria pittorica l’istante – ciò che per definizione ‘non sta’ nella sua sfuggevolezza – in cui l’angelo interviene a fermare il braccio di Abramo prima che stenda la spada sul capo del proprio figlio.

 A combattere e vincere il Tempo sono anche le allegorie indomite della Bellezza e della Speranza nella tela del pittore francese Simon Vouet, che campeggia nella locandina dell’esposizione quale cifra simbolica e sintetica del senso stesso della mostra: tentare di afferrare, con e dentro la via maestra della bellezza artistica, la vera natura del tempo che, per dirla con Platone, è pur sempre «immagine mobile dell’Eterno».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

In un libro 123 storie di sacerdoti e religiosi morti in guerra

«O tutti o nessuno!», grida don Elia Comini a chi gli offre la salvezza poche ore prima della sua uccisione da parte delle SS a Pioppe di Salvaro in provincia di Bologna. Egli non è stato il solo pastore a offrire la propria vita per le sue pecore. Sono infatti 123 i sacerdoti uccisi in Emilia Romagna durante la Seconda Guerra mondiale: 45 caduti sotto i bombardamenti, 14 cappellani militari morti per cause di servizio, 37 per mano dei nazifascisti e 27 ‘in odio alla fede’ o per odio politico dei partigiani. I loro volti e nomi affollano le pareti e l’abside di una piccola chiesa a Pieve di Rivoschio, in provincia di Forlì.

Tale grido di don Elia è stato ascoltato da Alberto Leoni che, nel suo recente saggio O tutti o nessuno! (Ares 2021, pp. 192), ne ripercorre le storie, attingendo alle foto e testimonianze raccolte con particolare premura da don Alberto Benedettini.

Tra i cappellani, «compagni dell’uomo in guerra», c’è don Ettore Barucci «sorpreso in Libia da azione aerea di bombardamento mentre dall’altare impartiva l’estrema benedizione a due Caduti, rifiutava esplicitamente di cercare riparo. Vestito dei Sa­cri paramenti cadeva al suo posto, sull’Altare»; c’è don Alberto Carozza, che cede il suo salvagente a un soldato mentre la motonave sulla quale si trova viene colpita da un siluro nemico a largo dell’isola di Cefalonia.

Don Raffaele Dogali Busi è ferito a una gamba, quando il comandante dei bersaglieri del suo reg­gimento lo fa salire su un camion. «Poco dopo i partigiani tornano all’attacco e il sacerdote ferito rimane isolato sull’autocarro, circondato dai guerriglieri. Dice loro di essere disarmato, mostrando la croce rossa cucita sul petto, ma un partigiano lo accoltella al torace». È una delle numerose vittime della sanguinosa guerriglia in Jugoslavia.

Ci sono pastori che muoiono sotto i bombardamenti accanto al proprio gregge. Don Arturo Giovannini «quando suonava l’allarme passava dall’altare della Madonna, andava in una stanzetta, si se­deva in poltrona e recitava il rosario». È stato trovato sotto le macerie del santuario di S. Maria del perpetuo soccorso di cui era rettore a Bologna, «sereno come sempre». Frate Eusebio Galanti «vide una ma­dre che stringeva disperata il cadavere della figlia straziata dalle bombe e andò a confortarla proprio mentre arrivava la seconda ondata, e una scheggia lo falciò». Padre Giuseppe Rivola è sorpreso dalle bombe mentre corre in cappella per custodire al sicuro il Santissimo Sacramento. Don Santo Perin salta su una mina mentre scava per dare degna sepoltura a un soldato tedesco rimasto insepolto.

Tra i martiri della carità trucidati si ritrova Don Pasquino Borghi. «All’ordine di fuoco sui condannati si udirono solo due voci: il “Viva l’anarchia!” di Zambonini e il “Gesù mio, misericordia” di don Pasquino». Molte sono state anche le vittime della furia nazifascista, tra le quali Don Umberto Bracchi che «viene falciato mentre benediceva i propri assassini facendo il se­gno di croce» e don Alessandro Sozzi che muore «allargando le braccia in segno di preghiera».

 «L’11 dicembre 1944 una squadra di partigiani andò a prelevare il sacerdote usando, forse per la prima volta, un trucco che sarebbe poi stato ricorrente: riferire che c’era un malato grave che aveva bisogno dei sacramenti e dell’Estrema unzione». Con questo pretesto Don Ernesto Talè cade nelle mani dei nemici. Sono davvero efferate le crudeltà perpetrate nei confronti di don Giuseppe Viola, «che rallentava il passo per la flebite di cui soffriva. Arrivati al confine della parrocchia, su un piccolo ponte di pietra, i partigiani dissero al parroco che poteva tornare a casa: e fu a quel punto che gli vuotarono un caricatore di mitragliatore nella schiena. Poi lo presero per la testa e per le gambe, lo buttarono giù dal ponte e andarono a festeggiare all’osteria. Il cadavere fu trovato la mattina dopo: la mano stringeva ancora la corona del rosario. Era la mattina di Pasqua e per il paese furono visti personaggi che mostravano come trofei il cappello del prete o indossavano i suoi pantaloni macchiati di sangue. Ai funerali non partecipò alcun parrocchiano: i partigiani lo avevano vietato e, dopo le esequie, devastarono la canonica. Questo il contributo militare dato da questa banda alla lotta per la Liberazione», rileva acutamente Leoni.

Mentre con due colpi di pistola al petto e alla testa viene ucciso, sempre ‘in odio alla fede’ e con l’accusa assolutamente infondata di essere una spia dei tedeschi, il quattordicenne seminarista Rolando Rivi, dopo che della sua talare è stato fatto un pallone da calciare in un fosso.

Insomma nel volume di Alberto Leoni si ritrovano le storie troppo spesso sottaciute di martiri della fede che testimoniano «la tragica bellezza del sacrificio di sé» e lasciano trasparire, per dirla con le parole della postfazione di don Aldo Cianci, «da una parte il male banale della guerra, dall’altra il bene creativo di chi la contrasta» con la carità di Cristo senza trattenere nulla per sé, neanche la propria stessa vita.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

I racconti del piffero, tra sorrisi e perle di saggezza

«Dio c’è, anche quando sta in silenzio» e non solo per coloro che hanno occhi per riconoscerlo, cuore vigile e mente attenta a cogliere i segni della Sua presenza nella realtà che ci circonda. È questo il leitmotiv de I racconti del piffero (Fede&Cultura 2021, pp. 159) di Rino Cammilleri che richiamano nel titolo, come una dolce melodia, la sinfonia del Padre disponibile anche on demand per quanti desiderino sintonizzarsi docilmente sulle sue frequenze.

È una raccolta di quindici brevi storie significative. C’è quella di Tobia Nicodemi, scrittore mitomane che si convince che avrebbe dovuto sparare al Papa per poter vedere un suo libro tra i bestseller con tanto di «fascetta esaltatoria». Commette quest’atto e le cose gli sembrano andare come previsto, ma «il successo genera invidia e stalker». Così, durante la presentazione di un suo libro, paga con la vita l’aver ignorato un autore desideroso di fama e successo a tutti i costi proprio come lui. In un altro racconto, invece, l’autore ironizza proprio sul fatto che i libri più venduti siano decisi a tavolino dai grandi editori prima di entrare nelle librerie e come spesso basti un bollino adesivo sulla copertina con le migliaia di copie vendute a fare di un romanzo un bestseller, a prescindere da se tale numero sia vero o falso.

Messer Jacopo degli Uguccioni è un eretico condannato al braccio secolare dell’Inquisizione, che decide di farsi preparare da un mago un elisir che gli consenta una morte apparente e un risveglio dopo cinquant’anni. Ma, anche in questo caso, le cose non vanno come l’uomo auspica che accadano perché, per grazia, la realtà è infinitamente più grande e misteriosa della sua capacità di controllarla. Così il risveglio ritarda di secoli e il protagonista viene catapultato nel contesto attuale in cui «si poteva bestemmiare anche ad alta voce per strada senza che nessuno se ne meravigliasse». Nel partecipare a un incontro pubblico sulla famigerata Inquisizione, egli finisce col tesserne un’apologia, adducendo diverse ragioni per mostrare come, al contrario della sua fama, «tale istituzione fosse mite e anche troppo misericordiosa». Eppure, quando manifesta liberamente il proprio pensiero ‘politicamente scorretto’, come accade di frequente, non constata alcuna democraticità da parte dei suoi interlocutori: «Fin lì gli era sembrato che in quel mondo si potesse parlare come si voleva, ma adesso che si era permesso di dire la sua lo si linciava». In questo racconto fanno capolino anche altri riferimenti velati ma non troppo ai temi caldi al centro del dibattito bioetico, tra cui l’eutanasia.

 Nel “Dialogo tra un venditore di caldarroste e un vacanziere” spuntano interessanti aneddoti storici, tra i quali uno relativo a «Filippo II, il quale era un devoto, devotissimo: si figuri che quando un messaggero trafelato gli comunicò la vittoria a Lepanto non volle far interrompere la messa che stava seguendo. Solo alla fine, con le lacrime agli occhi, fece intonare il solenne Te Deum. Si era anche fatto aprire una finestrella nel suo studio per seguire la messa quotidiana mentre lavorava». Qui i protagonisti discutono sul ruolo della Provvidenza divina nella storia umana, che fa piovere sui giusti e sugli ingiusti, a partire dalla propria vicenda personale nella quale riscoprire che è meglio affidarsi docilmente nelle mani di Dio e lasciare che «faccia come Gli pare», piuttosto che stare sempre a lamentarsi che le cose non vanno come si vorrebbe che vadano, pretendendo di spiegarne i motivi con ragioni umane troppo umane.

Cammilleri dissemina nei suoi racconti numerose perle di sapienza evangelica. Nel solco delle “Lettere di Berlicche” di Lewis, il diavolo custode millanta la sua capacità di rendere ogni cosa un po’ buona e un po’ cattiva, bivalente, mentre è costretto a riconoscere paradossalmente con acutezza il fine positivo che soggiace al comandamento dell’amore per il prossimo: «Ordinarvi di amare l’inamabile è, infatti, una delle tante follie di cui è pieno il Vangelo. Ma anche questa è per il vostro bene, perché è l’unica via per disinnescare la potenza distruttiva dei caratteri». In questa storia si fatica a trattenere un sorriso dinanzi alla descrizione archetipica della suocera, che lo stesso diavoletto si diverte a presentare come personificazione del male, «che snocciola fatti tanto minuti quanto remoti, rinfacciandoteli riverniciati» e, anche se le si «moltiplicano gli acciacchi, chissà perché, in lei l’unica cosa a conservare intatta la sua capacità malefica è la lingua. Essendo femmina, l’area cerebrale dell’espressione verbale è in lei, ovviamente, più sviluppata che in te. Questo, in una società egualitaria, mette te in svantaggio, svantaggio insuperabile».

 Tra gli altri racconti c’è quello di Rocco Caldani, un investigatore privato chiamato a pedinare la compagna di una lesbica per scoprire se questa la tradisca come teme e un’altra storia sul tema della violenza sessuale. «Vuoi fuggire da Dio, gettati in Lui!» è il cuore della vicenda del ciabattino Carlos che, per «vendicarsi con Dio», diventa frate. E ancora, in un racconto ambientato durante la notte di Natale, compare al cospetto della Santa Famiglia un vecchio ramingo, l’omicida Caino, il quale afferma: «Il mio pentimento non ha più lacrime da piangere, perché alla vista di quel che ho scatenato le ho versate tutte, e ora i miei occhi sono secchi come una sorgente inaridita. Solo oggi, finalmente, il mio peccato è stato cancellato dal libro della morte. Adesso finalmente posso andare al riposo eterno. Sono così stanco».

I racconti di Cammilleri si leggono piacevolmente e sono ricchi di spunti di carattere storico e spirituale, di incursioni critiche sul contesto culturale attuale per cui, per dirla con una battuta (e spero non me ne voglia l’autore), son tutto fuorché ‘racconti del piffero’!

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

La battaglia di don Fortunato per salvare i piccoli dai pedofili

«Giù le mani dai bambini!» è il grido sofferto e non taciuto di un parroco di periferia contro una tragedia che si consuma drammaticamente nel silenzio e nell’indifferenza sociale: l’abuso dei minori. Un appello accorato raccolto da Roberto Mistretta nel libro-testimonianza Don Fortunato Di Noto. La mia battaglia in difesa dei bambini (Paoline 2021, pp. 200), che ripercorre la vita e le tappe dell’impegno costante e generoso di un sacerdote di Cristo contro pedofilia e pedopornografia nella fedeltà al Vangelo e che raccoglie anche alcune testimonianze di vittime di abusi, comprese quelle commesse nella Chiesa.

 «Grazie, sono libero, ma ora grida. Grida per me e per tutti gli altri bambini». Sono le parole di gratitudine per il sacerdote siciliano di Carlos, un bambino brasiliano che per due anni è stato segregato e ripetutamente abusato da una banda di pedofili. Le foto di quegli abusi venivano scambiate e vendute in Internet. Carlos è il primo innocente liberato dalla polizia nel corso di un’operazione scattata in seguito a una segnalazione partita dall’altra parte del mondo, da Avola, in provincia di Siracusa.

Piccoli indifesi violati nella dignità dalla pedopornografia, dalla circolazione di foto e video condivisi in rete per alimentare perversioni di orchi e orchesse per un business con cifre da capogiro in crescita che investe persino i neonati: nel solo 2020 sono stati individuati 14.521 link, 3.768.057 foto, 2.032.556 video e 456 chat. Oggi addirittura «succede anche di peggio: che i bambini diventino vittime due volte, del pedofilo e della società. Ricordo episodi in cui i bambini abusati sono stati allontanati, isolati, esiliati perché in qualche modo contaminati dal male. Esclusi dai giochi e dai parchi. Sarà questa la ragione per cui pochi denunciano e continuano a lavare i panni sporchi tra mura domestiche, magari gli stessi tuguri criminali dove si consuma il dolore silenzioso dell’innocenza. Ecco allora l’urgenza di accogliere chi bussa per essere salvato, accudito, guarito dalle profonde ferite di un abuso», afferma con forza il sacerdote di Avola.

 La sua vocazione affonda le radici negli orfanatrofi di Ragusa che Fortunato frequenta sin da ragazzino, spinto dal desiderio di mettere in pratica il Vangelo, mentre ringrazia per la gioia di nascere in una famiglia, dono precluso a tanti piccoli più sfortunati di lui. «Guardavo il Crocifisso e aspettavo di vedere chiaro in me». E così, dopo il diploma di ragioneria e il dovuto discernimento interiore, entra in seminario. Dalla sua infanzia affiora un ricordo traumatico, quello del maestro che strappa le basette agli alunni indisciplinati fino a farle sanguinare. Quel maestro vorrà don Fortunato al suo capezzale per riconciliarsi con Dio prima di morire. Da questa ferita interiore ne sarebbe scaturita presto una feritoia di grazie copiose per tanti innocenti indifesi.

Nel 1995 arriva ad Avola nella parrocchia della Madonna del Carmine, in un degradato quartiere periferico di seimila anime, che sarà il suo ovile per ventiquattro anni. Con un rogo simbolico sul sagrato della chiesa di riviste pornografiche invita la comunità alla custodita della purezza dello sguardo dei bambini.

Dopo la scoperta di diverse chat e immagini pedopornografiche in rete scattano le prime segnalazioni alle autorità competenti; quando ancora non esisteva la polizia postale, Don Fortunato Di Noto è il primo a porre il problema all’attenzione politica. Così nel 1998 l’Italia è il primo Paese a dotarsi di una legge che punisca con la reclusione chi detiene, commercia o ceda anche a titolo gratuito materiale pedopornografico. Ma i pedofili si riorganizzano, tentano di eludere i confini nazionali, istituiscono l’Alice Day per l’Orgoglio pedofilo il 25 aprile, allo scopo «di normalizzare i rapporti sessuali tra adulti e bambini, fino ad abolire i limiti di età in materia di rapporti sessuali». A questa iniziativa egli contrappone nella stessa data la Giornata Bambini Vittime della pedofilia.

Suscita poi tanto clamore mediatico un’indagine seguita dal procuratore di Torre Annunziata che conduce a numerosi arresti e scopre una rete con ramificazioni internazionali per un giro d’affari di «seicento milioni di dollari versati su conti della Western Union Bank di Mosca». L’operazione “Rescue” del 2011 scova una rete di settantamila adepti, porta all’arresto di 184 persone e, soprattutto, strappa 230 bambini dagli orchi, tra i quali un bambino siciliano abusato da un istruttore di calcio.

Don Fortunato prosegue con tenacia la sua missione, abbatte la coltre di silenzio e ha il coraggio di denunciare a voce alta le lobby dei pedofili che osano difendere questi atti ignobili. Tale grido, però, gli si ritorce paradossalmente contro dalle stesse istituzioni che avrebbero dovuto farlo proprio. Viene indagato, accusato perfino di detenere materiale pedopornografico e, naturalmente, ogni accusa si rivela del tutto infondata. Tuttavia egli non si perde d’animo, anzi procede con maggiore determinazione, incoraggiato dai frutti concreti di un’opera meritoria che può vantare «millecinquecento bambini salvati dalla schiavitù sessuale negli ultimi quindici anni».

«I bambini non si toccano» è il motto l’associazione Meter da lui fondata, nella quale lavorano tecnici informatici, psicologi e operatori sociali, che ha come logo una grande ‘M’, simbolo di un grembo che abbraccia, accoglie e proteggere ogni vittima attraverso un approccio globale che mira a coinvolgere in uno sguardo positivo le loro famiglie, affinché ogni bimbo possa riguadagnare l’autostima azzerata dalla violenza subita, nella consapevolezza che «un bambino amato non sarà mai abusato».

«Uno degli ultimi filmati mostrava un uomo e una donna che agghindavano bambine di un paio d’anni come se fossero minuscole prostitute» per soddisfare le perversioni di «gente disposta a spendere fortune per filmati orripilanti», per inondare gallery per turismo pedofilo, di cui abbonda il deep web, quel livello della rete che sembra assicurare l’anonimato ai carnefici.

Attraverso Meter don Fortunato Di Noto continua a combattere la pedofilia come un crimine, a sensibilizzare l’opinione pubblica sulla vastità del fenomeno e a supportare le vittime con il sostegno psicologico e spirituale necessario. Questo senza dimenticare le parole più dure di Gesù, quelle rivolte proprio verso quanti scandalizzano i più piccoli.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

La dignità della persona, un principio da recuperare

«La persona dell’uomo è il diritto umano sussistente: quindi anco l’essenza del diritto», scrive Antonio Rosmini. Quest’affermazione del beato di Rovereto ben sintetizza il legame tra persona e diritto al centro di un volume Personalismi o dignità della persona? (Fede e Cultura 2021, pp. 208) a cura di Samuele Cecotti, che raccoglie preziosi contributi di giuristi, filosofi e teologi alla ricerca di antidoti in materia alle deviazioni ideologiche del mondo cattolico.

Tale volume propone il recupero del principio fondamentale della dignità della persona umana nella riflessione di San Tommaso d’Aquino quale rimedio necessario per liberarsi dai personalismi. E in effetti, considerando la persona come un assoluto, le ideologie della modernità hanno chiuso Dio nell’uomo e divinizzato l’uomo, facendo in questo modo decadere il Creatore quale fondamento metafisico della stessa creatura razionale.

Nella disanima del contesto attuale, Stefano Fontana osserva acutamente che il personalismo novecentesco è erede del naturalismo politico ottocentesco, poiché dissolve i concetti di natura e persona che pure presume paradossalmente di difendere sul piano filosofico, nella misura in cui costruisce «un’antropologia autopoietica» e autoreferenziale all’interno della quale viene sussunta la stessa dimensione metafisica e teologica, dal momento che Dio si comunica alla coscienza storica dell’uomo. D’altra parte, secondo il teologo della ‘svolta antropologica’ Karl Rahner che tanto influenza anche le posizioni dei padri conciliari del Vaticano II, la teologia è sostanzialmente antropologia.

 «La dignità habet fundamentum in re», scrive Tommaso d’Aquino. Sulla scia della riflessione speculativa dell’Angelico Dottore, il professor Giovanni Turco si sofferma sulla dignità umana da intendersi non quale attribuzione estrinseca, bensì come una connotazione intrinseca che allude alla bontà di una realtà per se stessa. La stessa nozione di dignitas rimanda ai principi primi, ai postulati indimostrabili che sono alla base di ogni ragionamento. In quanto principio dell’agire, presuppone l’essere, non può prescindere dal soggetto cui inerisce ed è partecipata negli enti in conformità alla natura di ciascuno. Sul piano etico «la dignità consiste in una perfezione: la perfezione (obiettiva) dell’atto (secondo) o dell’abito (buono)», che quindi «consente l’adempimento del proprio dover essere». Di qui la dignità etica dipende dal valore morale degli atti che l’uomo compie, perciò può essere smarrita, a differenza di quella ontologica. Dio è invece la dignità che eccede qualsiasi altra dignità. Tra le dignità soprannaturali che perfezionano quella ontologica dell’uomo vi è la ‘dignità di figlio di Dio’ la quale, in relazione al compito, al grado più alto, consiste nell’essere cooperatori del Padre, agendo sempre in conformità alla volontà divina.

 La dignità dell’uomo viene illuminata sotto il profilo teologico nel contributo di padre Arturo A. Ruiz Freites che critica duramente il personalismo di matrice liberal-maritainiano, secondo il quale «non sarebbe compito della società e dell’ambito pubblico, bensì della persona nella sua dimensione privata, della propria coscienza intima, attuare le scelte in conformità con la propria trascendenza spirituale». In sostanza, l’umanesimo integrale di cui parla Maritain costituirebbe di fatto una «resa alla secolarizzazione liberale-laicista della società». Un altro bersaglio polemico del saggio di padre Ruiz Freites è la «pseudo-teologia rahneriana», giudicata di matrice gnostica ed hegelo-esistenzialista, per cui alla fine «Dio è dissolto nel Pensiero come pura possibilità e nulla di essere, e la persona umana è la mediazione storica del suo divenire coscienza riflessa di pensiero», con il conseguente svuotamento della creaturalità della persona nell’ordine metafisico prestabilito. Di qui è necessaria «la carità di Cristo per ridare la dimensione creaturale alla persona e la dimensione personale-creaturale alla società, rifondandole in Dio Creatore e Salvatore, e, dunque, nell’ordine teleologico della Salvezza eterna, supremo bene comune dell’umanità».

Padre Andrés J. Bonello ribadisce che le posizioni personaliste di Maritain e di Mounier non sono per niente fedeli alla lettera dei testi dell’Aquinate che essi interpretano molto liberamente. Anche per il professor Danilo Castellano «il personalismo contemporaneo, essendo la radicalizzazione dell’individualismo liberale, è dottrina irrazionale» che finisce con l’identificare la persona con la sua volontà e i suoi desideri con i suoi ‘diritti’. Lungi dal riprendere il concetto classico boeziano e tommasiano di persona, il personalismo contemporaneo, che permea in larga parte anche la cultura cattolica, cerca a tutti i costi una conciliazione con la modernità, «subordinandosi sempre alla cultura egemone nel tentativo di non perdere il presunto treno della storia, andando a rimorchio dei pensieri dominanti».

Di qui, se l’uomo è ridotto alla sua volontà, «il più fondamentale dei diritti fondamentali diventa coerentemente, alla luce di questo modo d’intendere la persona, l’autodeterminazione, non come capacità/possibilità di scelta (uso del libero arbitrio), ma come ‘diritto’ di fare sempre e comunque quello che contingentemente si vuole, senza interferenze di volontà altrui e senza considerare l’ordine naturale delle ‘cose’». Questo concetto di autodeterminazione, che permea la cultura giuridica dal divorzio alla stepchil adoption per le coppie omosessuali, ha alle spalle una pretesa gnostica. Infatti «se Adamo ed Eva pretesero di diventare come Dio, gli gnostici moderni pretendono di essere superiori a Dio. Pretendono, infatti, da una parte di essere liberati dalla legge, da ogni legge, dall’ordine naturale; dall’altra di usare la legge come strumento per l’esercizio pieno, assoluto, libero da ogni criterio, dell’autodeterminazione». Al contrario, il diritto soggettivo è realmente tale solo nella misura partecipa dell’ordine oggettivo della giustizia, come rilevato dal dottor Rudi Di Marco.

Insomma, volendo individuare un filo rosso che leghi i diversi contributi, l’antidoto a tale deriva teoretica, socio-culturale e per certi versi anche pastorale è uno solo: ripristinare, nel solco del realismo tommasiano, «la persona umana metafisicamente, la natura umana come normativa, la lex naturalis come criterio d’ogni legge positiva, la Realtà come espressiva di un ordine obiettivo di giustizia universalmente vincolante», così da rimanere fedeli all’autentica dottrina sociale della Chiesa.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

La bugia del ‘divorzio facile’ e la crisi come occasione

«La progressiva identificazione del diritto con il desiderio è la vera metastasi delle nostre società occidentali». Quest’affermazione del cardinale Caffarra individua nel contesto attuale il motivo principale di tante crisi familiari generate proprio dal fatto che «al giorno d’oggi cedere alle pulsioni è diventato una sorta di dovere morale, mentre il diritto è sempre più equivalente al desiderio».

Alcune di queste storie emblematiche sono state raccolte dall’avvocato familiarista Massimiliano Fiorin nel suo recente saggio Il diritto e il desiderio. Ritrovare sé stessi attraverso le crisi familiari (Ares 2021, pp. 232), in cui c’è spazio per vicende dolorose di separazione e divorzio, lotte all’ultimo sangue con l’altro e con sé stessi, ma anche per percorsi di rinascita. I titoli dei capitoli – l’Innocente, l’Orfano, il Guerriero, il Saggio, il Mago, il Folle – rimandano a precise immagini archetipiche della psicologia analitica del profondo di matrice junghiana. Scopo del saggio è supportare singoli e famiglie perché non cedano all’illusione di un ‘divorzio facile’ privo di conseguenze per se stessi e soprattutto per i propri figli, imparando a resistere insieme alle tempeste della vita con resilienza e spirito di collaborazione.

Il volume prende le mosse da un’amara constatazione, secondo la quale «il matrimonio è divenuto qualcosa che fa solo paura, perché toglie semplicità alla vita e rende più minacciose le incognite che incombono su di essa, anche rispetto alla prospettiva della solitudine che almeno garantisce l’illusione della libertà». Per cui, sulla base di tante esperienze di vita, il divorzio fa capolino ormai quasi come un «finale scontato».

Fiorin ripercorre i dialoghi verosimili avuti con i suoi ‘assistiti’. Il primo è quello con un uomo che s’accorge del tradimento della propria compagna convivente con la quale ha anche avuto un figlio. Costui incarna la prima figura archetipica, quella dell’Innocente, «che continua a credere e sperare negli altri a qualunque costo, anche di fronte all’evidenza, perché ha conservato dalla sua infanzia un’incrollabile fiducia riguardo alla positività del mondo. Questo però comporta una forte spinta a negare l’esistenza dei problemi relazionali dentro e fuori l’intimità della coppia». Per cui, quando questi insorgono, «l’Innocente di solito tende a colpevolizzarsi o anche a colpevolizzare chi gli sta accanto, perché non riesce a tollerare che la persona che ama possa deluderlo». Egli deve perciò divenire progressivamente cosciente di quello che l’altro è realmente, rimarginare le proprie ferite e – cosa che accade tra i due solo al termine di un percorso di mediazione familiare – aprirsi a un perdono che porti la sua relazione amorosa a un nuovo livello di consapevolezza e responsabilità reciproca.

L’Orfano emerge, invece, ogni qualvolta che «il bambino interiore torna a sentirsi abbondonato, tradito e deluso». È quanto accade alla protagonista della seconda vicenda, una donna straniera abituata a contare sulle proprie forze che ha avuto due figli con uomini diversi e che desidera vivere la propria indipendenza, evitando così di «diventare un Angelo custode, protettiva verso i figli». Grazie però alla fermezza dell’uomo che ha accanto, il quale si preoccupa di entrambi i figli e ne provvede concretamente alla crescita, riesce a curare la depressione in cui è caduta attraverso una terapia psicoterapeutica.

 Il Guerriero è un uomo sposato che non avrebbe dovuto avvicinarsi a moglie e figlia per almeno un anno perché sospettato di essere pericoloso per entrambe, in quanto non accetta la separazione e non si rassegna alla fine del proprio matrimonio. Nel suo caso è stata sufficiente una parola fuori luogo dettata da un certo nervosismo a far scattare il protocollo dei nuovi centri antiviolenza femminili con l’accusa di ‘violenza morale’ per tenerlo lontano da moglie e figlia. Egli riesce però a recuperare una buona relazione con la figlia mostrandosi per quello che realmente è, al di là delle accuse della moglie.

Dopo aver avuto un figlio con il compagno, il matrimonio di Alma è stato quasi un ‘atto dovuto’. «A causa del suo archetipo dominante, l’Angelo custode, Alma aveva un’idea sproporzionatamente alta del suo ruolo materno», per cui se vuol custodire la sua relazione deve impegnarsi molto a non fagocitare il marito nelle proprie dinamiche e aprirsi a riconoscere gradualmente nell’uomo che le è accanto «il ruolo di protettore per lei e per il loro figlio».

L’uomo dominato dall’archetipo dell’Esploratore, invece, non ha mai raggiunto la maturità affettiva e fallisce come padre, perché le sue relazioni sono funzionali soltanto alla propria ‘ricerca di senso’. Ha tre mogli, dalle quali viene lasciato per il suo atteggiamento di fuga dinanzi alle responsabilità anche nei confronti dei figli. Tuttavia, solo a partire da tali responsabilità egli può recuperare, seppur nella vecchiaia, il senso più profondo della propria esistenza.

Tra le altre figure vi sono il Distruttore, che soffre una sorta di «sindrome di Medea, un comportamento materno finalizzato alla distruzione del rapporto tra il padre e i figli dopo una separazione conflittuale»; l’Amante, incarnata da una coppia sposata che, dopo diversi tradimenti causati da «passione degenerata e narcisistica» riscopre, grazie alla fede, il perdono e la bellezza dell’eros vissuto nell’amore coniugale; il Creatore, per il quale il lavoro è tutto a detrimento di moglie e figli; il Sovrano che, dopo tanti errori fatti in gioventù, è «diventato sovrano di sé stesso e della propria famiglia attraverso la capacità di chiedere perdono»; il Folle, cui interessa essenzialmente solo la propria libertà al di là di qualsiasi giudizio altrui.

Il volume di Fiorin racconta tante storie di cuori esacerbati, ma anche di amori lacerati e pazientemente ricuciti, nella ferma speranza che, coltivando adeguatamente la relazione di coppia, tante famiglie possano restare unite e crescere nell’amore reciproco proprio superando insieme le difficoltà e «cercando in sé la nostalgia di qualcosa di più grande».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana