La rete che vorrei, al tempo della webcrazia

«Nel 2019 l’Italia – fra le prime dieci nazioni industrializzate del mondo – occupava il 24° posto su 28 Paesi Ue nella classifica del Desi 2019 (Digital Economy & Society Index)». Ci son voluti un lockdown e «2 milioni di lavoratori che hanno trasferito la loro sede di lavoro a casa» per saltare qualche passaggio burocratico e riscoprire, attraverso smart working, sanità digitale e didattica online, nuove opportunità digitali per innovare il Paese e renderlo più efficiente.

Lo sottolinea Cesare Avenia, Presidente di Confindustria Digitale, nel contributo che apre il volume La rete che vorrei (FrancoAngeli 2020, pp. 153), a cura del Prof. Ruben Razzante, firma nota ai nostri lettori. Tale volume raccoglie interessanti contributi di professionisti ed esperti della comunicazione in rete che si confrontano sui temi legati all’impatto della digitalizzazione quale «metamorfosi irreversibile delle dinamiche di sviluppo di individui, imprese, pubbliche amministrazioni e collettività organizzate, alla luce della ‘webcrazia’ che si sta sempre più affermando come cifra identitaria del nostro tempo».

Contro la deriva delle fake news nell’era della post-verità, «deve crescere la capacità di cittadini, imprese e istituzioni nell’utilizzare l’informazione statistica, soprattutto nell’ambito dei contesti di decisione e di valutazione concreti dell’attività economica e della vita quotidiana», attraverso open data sempre più accessibili e interpretabili non solo dagli addetti ai lavori. È quanto evidenzia Gian Carlo Blangiardo, Presidente dell’ISTAT.

Sui rischi di reati che corrono i minori in rete e sui social, dal cyberbullismo al sexting, dalla diffamazione all’hate-speech, si sofferma il contributo del Procuratore della Repubblica del Tribunale per i minorenni di Milano Ciro Cascone, il quale osserva acutamente che «i ragazzi sono spesso vittime della propria inconsapevolezza che su internet si commettono reati come nella realtà. La Rete, infatti, rende ininterrotta la ‘connessione’ con il mondo esterno, e tende a sottrarre all’adolescente spazi tradizionali di costruzione del sé sostituendoli con uno spasmodico bisogno di rappresentazione del sé, di un’immagine da modificare o da alterare per poter essere condivisa nella comunità online, con tutti i rischi connessi a una sovraesposizione del sé mediato e alla degenerazione in forme di vero e proprio isolamento in cui le relazioni virtuali sostituiscono completamente quelle reali».

Oggi siamo immersi in un’Infosfera quale «perfetta ‘casa di vetro’ realizzata dalla tecnologia digitale, dove le persone sono interconnesse, le informazioni accessibili, la comunicazione immediata, i giudizi trasparenti. Dove ciascuno vede e valuta ciò che fanno gli altri, e compie le proprie scelte sulla base dell’aspettativa delle reazioni altrui, perché queste sono interconnesse, accessibili, immediate e trasparenti». In tale contesto diviene fondamentale «governare sia la comunicazione del sé che la percezione dell’Infosfera per costruire e difendere la propria Reputazione» dentro e fuori il web, come evidenza Daniele Chieffi, docente universitario e già direttore di PR e comunicazione digitale della Presidenza del Consiglio.

Eppure il nostro Paese continua a essere «il fanalino di coda nella corsa al digitale con 10 milioni di ‘esclusi digitali’», per dirla con Giorgio De Rita, Segretario generale del CENSIS, il quale denuncia il moltiplicarsi di microprogetti, iniziative e slogan per la digitalizzazione, che lasciano trasparire la mancanza di una visione strategica d’insieme. Tuttavia, se la globalizzazione ha visto il protagonismo di pochi «grandi soggetti come attori principali dello sviluppo», nell’era della post-globalizzazione le nuove potenzialità del digitale aprono «spazi e margini di manovra a chi è meno vincolato nei processi globali: le medie imprese, le medie città, le nicchie di mercato specializzate».

Nel volume curato da Razzante si offrono anche riflessioni sulla tutela dei diritti di proprietà intellettuale, come quella in cui Alibaba è pioniera; sui servizi di cloud computing di Amazon Web Services, su cui si appoggiano tra gli altri Zoom, AirBnb e Netflix che hanno scommesso su tale tecnologia di data service per assicurarsi tutto lo spazio virtuale di cui necessitano; sulle politiche dei colossi della rete (Google, Facebook) in difesa di imprese, utenti e soprattutto della qualità dei contenuti informativi. Se infatti da un lato le principali piattaforme «non potranno diventare ‘sceriffi del web’», dall’altro neppure possono «continuare a invocare una estraneità completa ai meccanismi di produzione delle notizie e dei commenti», come chiarisce il curatore del volume, il quale invoca anche maggiori «forme di autodisciplina istituzionale e aziendale sui social».

Tra le sfide che attendono il nostro Paese in questo ambito c’è innanzitutto l’esigenza di supportare la digitalizzazione delle Pmi e di compensare il divario digitale tra le diverse fasce della popolazione, perché sia incrementata la possibilità di accesso alla rete da parte degli utenti anche attraverso una dotazione di dispositivi più performanti. Di qui se da una parte è necessaria «una connessione potente e stabile, che semplifica la vita delle persone, avvicina le comunità e consente una gestione facile, efficiente e affidabile di questa nuova ‘normalità digitale’» – secondo quanto sostiene Maximo Ibarra, Ceo di Sky Italia – dall’altra bisogna che ciascuno impari a vivere in maniera sempre più consapevole e responsabile la propria dimensione digitale.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

I misteri della Genesi, tra scienza e fede

«Il linguaggio dei primi capitoli della Genesi è quello del mito, da intendersi come racconto sacro di eventi primordiali, indirizzato all’uomo del suo tempo per la sua edificazione morale». I miti non sono dunque racconti fantastici e antistorici ma, per dirla con Tolkien, «fatti di verità».

 A indagare le origini del mito della creazione non solo in ambito scritturale ma anche in altri contesti e tradizioni culturali è Armando Savini – docente di economia e cultore di esegesi biblica – nel suo recente saggio Miti, storie e leggende. I misteri della Genesi dal caos a Babele (Diarkos, pp. 350).

«La Genesi è un otre che chiude in sé parole creative. Significanti di inesauribile senso, che forgiano immense moltitudini di sostanza». Richiamando soprattutto i termini ebraici, il creare di Dio ‘in principio’ fa riferimento alla Sapienza del Padre per mezzo della quale viene creato dal nulla ciò che esiste, ossia le realtà visibili e invisibili cui alludono ‘il cielo e la terra’. Contiguità e distanza dai miti mesopotamici emergono allorquando l’autore della Genesi chiama semplicemente ‘lampade’ i luminari del giorno e della notte proprio per evitare l’identificazione di sole e luna con le divinità.

Quanto afferma la Genesi è conciliabile con i modelli cosmologici contemporanei? Fermo restando che il libro biblico non è un trattato scientifico, ciò non vuol dire che esso non racconti la verità, la realtà del mistero della creazione sotto altra forma e linguaggio. D’altra parte gli stessi scienziati della ‘teoria del multiverso’, secondo la quale «l’universo è eterno e scaturisce dal caso» hanno rilevato, sulla scorta delle osservazioni preziose dell’astronomo belga padre George Lemaître, che «l’inflazione dell’universo può risultare matematicamente infinita solo verso il futuro, ma non verso il passato». Tra questi fisici Vilenkin ammette che: «Se le leggi della fisica descrivono la creazione dell’universo, questo presuppone che esse esistano prima dell’universo. La questione che nessuno è in grado di sollevare è: da dove vengono queste leggi e perché queste leggi in particolare?». Secondo il filosofo della complessità Morin, al di là dell’esplosione termica del big bang, c’è una catastrofe, ossia una «disintegrazione organizzatrice, cioè il cosmo si organizza disintegrandosi». E ancora, «la fisica quantistica afferma che, se non ci fosse la coscienza, tutto resterebbe in uno stato indeterminato di probabilità», dato il coinvolgimento ineludibile dello scienziato, spettatore-attore di quello che osserva.

Pertanto «l’idea di un universo nato da un punto ad altissima densità, temperatura e curvatura detto singolarità iniziale»; l’ipotesi di una ‘deriva dei continenti’ da un unico supercontinente iniziale; la tesi einsteiniana dell’universo come enorme mollusco che ha in sé le leggi che lo regolano e nel contempo l’idea che «senza una coscienza preesistente qualsiasi universo esisterebbe solo in uno stato di probabilità» evidenziano «una certa consonanza tra cosmogonia biblica e cosmologia; una certa convergenza tra i misteri della creazione rivelati dalla Genesi e le conferme empiriche scaturite dall’osservazione delle leggi di natura».

Per quanto riguarda la creazione dell’uomo, «l’evoluzione presuppone la creazione degli esseri che si evolvono. Dio ha creato gli esseri e li ha lasciati sviluppare secondo le leggi interne che Lui ha dato a ognuno», ha ribadito Papa Francesco durante un discorso alla Pontificia Accademia delle Scienze, riprendendo l’idea agostiniana delle ‘ragioni seminali’ quali leggi razionali volute dal Creatore come principi ordinatori di tutto ciò che esiste. D’altra parte che tutto si sia evoluto casualmente è un «attacco all’intelligenza», per dirla con Chesterton; implica una contraddizione in termini perché «come può la legge scaturire dall’assenza di essa?». Se l’ordine presuppone infatti un principio ordinatore, dal caos non può derivare invece alcun ordine; sarebbe come ammettere che da parole pescate alla rinfusa possano saltar fuori i versi della Commedia.

Relativamente all’albero della conoscenza del bene e del male, la scelta di mangiarne il frutto allude a una violazione delle leggi eterne del Creatore da parte dei progenitori, che non uniformano così la propria libertà alla volontà del Padre.

Per quanto riguarda i giganti, di cui si legge in Genesi (6, 4), il loro nome non allude al frutto dell’unione di angeli decaduti con le donne, né a una sorta di titani del mondo greco, bensì è da intendersi in senso figurato quale riferimento ai ‘potenti’ o, in senso etimologico, agli uomini quali ‘figli della terra’.

Rispetto al diluvio universale l’autore, analizzando i termini ebraici presenti nelle fonti giudaiche e nella tradizione rabbinica, supporta l’ipotesi che potrebbe essersi trattato di un cataclisma locale, in quanto l’espressione ‘tutta la terra’ è spesso usata nella Bibbia per identificare un evento che si verifica in una regione circoscritta con portata storica di più ampio respiro.

Allo stesso modo Savini sottolinea che prima di costruire la torre di Babele i popoli custodivano un unico ‘labbro’ cioè, più che una sola lingua, un’identità politico-religiosa comune, la quale viene minata dal sogno idolatrico dell’uomo di sostituirsi al Creatore. La conseguente punizione divina genera un’incomunicabilità tra uomo e uomo che sarà colmata dal ‘labbro puro’ comprensibile a tutti del Vangelo di Cristo.

Il saggio di Armando Savini ha il pregio di setacciare il ‘mito’ della narrazione sacra, attraverso un’attenta esegesi biblica con continui riferimenti alla lingua ebraica, offrendo così un proficuo approfondimento dei misteri della Genesi.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

I commenti al Vangelo di Benedetto XVI svelano la vita

«L’uomo è vivo finché attende, finché nel suo cuore è viva la speranza. E dalle sue attese l’uomo si riconosce: la nostra ‘statura’ morale e spirituale si può misurare da ciò che attendiamo, da ciò in cui speriamo». Così si esprime Benedetto XVI durante un Angelus nella prima domenica d’avvento, secondo quanto ripreso nei Commenti ai Vangeli del Pontefice emerito pubblicati di recente in un’ampia raccolta a cura di Mattia Pittau (Palumbi, pp. 622).

In tali commenti la Parola del Vangelo di ogni giorno e tempo dell’anno liturgico A, B e C – sia essa festiva, feriale, di una Memoria, Festa o Solennità – è accompagnata da una breve e profonda riflessione di Benedetto XVI, particolarmente feconda per la meditazione spirituale di ogni fedele che desidera custodire nel cuore e nella mente ogni parola di verità che esce dalla bocca del Signore. Si tratta di citazioni che riprendono stralci di omelie, di udienze generali, di discorsi pronunciati in diverse occasioni, nelle quali «Benedetto XVI riesce a fondere insieme la mente e il cuore, la riflessione profonda e il sentimento che commuove» in un «linguaggio semplice, accessibile e diretto», per dirla con le parole della prefazione al volume di Mons. Angelo Comastri.

Parole vive e sempre attuali, che rilevano come «nella Chiesa sia sempre in atto una lotta tra il deserto e il giardino, tra il peccato che inaridisce la terra e la grazia che la irriga perché produca frutti abbondanti di santità». Di qui, sull’esigenza di compiere sempre la volontà del Padre, Joseph Ratzinger evidenza con grande chiarezza che «la gloria di Dio, la sua signoria, la sua volontà è sempre più importante e più vera che il mio pensiero e la mia volontà. Ed è questo l’essenziale nella nostra preghiera e nella nostra vita: apprendere questo ordine giusto della realtà; accettarlo intimamente; confidare in Dio e credere che Egli sta facendo la cosa giusta; che la sua volontà è la verità e l’amore; che la mia vita diventa buona se imparo ad aderire a quest’ordine. Vita, morte e resurrezione di Gesù sono per noi la garanzia che possiamo veramente fidarci di Dio. È in questo modo che si realizza il Suo regno».

Parole, queste di Benedetto XVI, ancorate alla Verità che salva. D’altra parte «se la Verità fosse solo una formula matematica, in un certo senso si imporrebbe da sé. Se invece la Verità è Amore, domanda la fede, il ‘sì’ del nostro cuore. E cosa cerca, in effetti, il nostro cuore, se non una Verità che sia Amore? La cerca il bambino, con le sue domande, così disarmanti e stimolanti; la cerca il giovane, bisognoso di trovare il senso profondo della propria vita; la cercano l’uomo e la donna nella loro maturità, per guidare e sostenere l’impegno nella famiglia e nel lavoro; la cerca la persona anziana, per dare compimento all’esistenza terrena». Tale anelito alla Verità che si è fatta carne deve dunque anche tradursi in un impegno concreto per l’edificazione del Regno, diventando così «lievito dell’umanità: se mancasse, verrebbe meno la forza che manda avanti il vero sviluppo», che non è evidentemente quello ‘sostenibile’ millantato dall’ideologia ecologista, bensì «la spinta a collaborare per il bene comune, al servizio disinteressato del prossimo, alla lotta pacifica per la giustizia». E in effetti «la signoria di Dio si manifesta nella guarigione integrale dell’uomo», sempre e comunque prima di ogni conseguente tutela del creato.

Il Pontefice emerito sottolinea che «la fede cristiana non è ideologia, ma incontro personale con Cristo crocifisso e risorto. Da questa esperienza, personale e comunitaria, scaturisce poi un nuovo modo di pensare e di agire: ha origine, come testimoniano i santi, un’esistenza segnata dall’amore». Sul piano operativo si tratta allora «di lasciare che la grazia trasformi la nostra volontà egoistica e la apra ad uniformarsi alla volontà divina», anche attraverso «il cammino esigente della croce che Gesù indica a tutti i suoi discepoli», in quanto «non esiste altra via per sperimentare la gioia e la vera fecondità dell’Amore che la via del darsi, del donarsi, del perdersi per ritrovarsi». È questa «la nostra missione nella storia cui dobbiamo cercare di corrispondervi, dando ciascuno il proprio contributo», evitando ogni forma di complicità con il male e connivenza con il peccato e imparando ad avere «non paura, ma responsabilità e preoccupazione per la nostra salvezza e per la salvezza di tutto il mondo».

 Quando ciò non accade e l’uomo, al contrario, «si sbarazza di Dio e non attende da Lui la salvezza, crede di poter fare ciò che gli piace e di potersi porre come sola misura di se stesso e del proprio agire, si estendono l’arbitrio del potere, gli interessi egoistici, l’ingiustizia e lo sfruttamento, la violenza in ogni sua espressione per cui, alla fine, l’uomo si ritrova più solo e la società più divisa e confusa». «In un mondo, così pieno di libertà fittizie che distruggono l’ambiente e l’uomo – osserva ancora acutamente Joseph Ratzinger – vogliamo, con la forza dello Spirito Santo, imparare insieme la libertà vera».

Traendo linfa dalla perenne novità del Vangelo, Benedetto XVI ricorda infatti che «lo Spirito Santo ci rende figli e figlie di Dio. Egli ci coinvolge nella stessa responsabilità di Dio per il suo mondo, per l’umanità intera. Ci insegna a guardare il mondo, l’altro e noi stessi con gli occhi di Dio». E in effetti il «programma del cristiano, appreso dall’insegnamento di Gesù, è un ‘cuore che vede’ dove c’è bisogno di amore e agisce in modo conseguente».

Scorrendo le sapienti meditazioni di Benedetto XVI ci si mette con piacere alla scuola dell’ascolto della Parola quotidiana del Maestro e così, per dirla ancora con Mons. Comastri, «il Vangelo diventa vivo, attuale, salutarmente provocante e capace di illuminare il buio della modernità spesso vuota e prostrata ad incensare il ‘niente’. Leggete, meditate e mi darete ragione e, in silenzio, arriverete ad esclamare: “Grazie, Papa Benedetto!”».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

L’Eucaristia e il sacerdozio, i doni del Giovedì Santo

«Proprio nel momento in cui chiaramente si manifestava la nostra indegnità, Gesù ci ha raggiunto con un gesto di Amore infinito» – scrive il cardinale Angelo Comastri, che è stato Vicario Generale di Sua Santità per la Città del Vaticano e Arciprete della Basilica Papale di San Pietro –, nel suo recente volume Nella notte in cui fui tradito (San Paolo 2021, pp. 112), in cui raccoglie preziose meditazioni spirituali sui misteri d’amore del Giovedì Santo, l’Eucarestia e il sacerdozio.

 «Cari sacerdoti, non abituatevi a questo miracolo, ma stupitevi ogni volta che celebrate una Santa Messa!», suggerisce una volta il grande scienziato Enrico Medi a un gruppo di sacerdoti. Allo stesso modo San Francesco afferma con fervore mistico e poetico: «Dell’Altissimo Figlio di Dio nient’altro vedo corporalmente, in questo mondo, se non il Santissimo Corpo e il Santissimo Sangue che essi soli consacrano ed essi soli possono donarci».

Gli fa eco il santo curato d’Ars: «Tolto il sacerdote, noi non avremmo più la presenza di Gesù nel tabernacolo. Chi lo ha riposto nel tabernacolo? Il sacerdote! Chi ha accolto la vostra anima al primo entrare nella vita con il Battesimo? Il sacerdote. Chi la nutre con l’Eucaristia per darle la forza di compiere il suo pellegrinaggio verso il Cielo? Il sacerdote. Chi la preparerà a comparire innanzi a Dio, lavandola per l’ultima volta nel sangue di Gesù Cristo? Il sacerdote, sempre il sacerdote. E se quest’anima viene a morire per il peccato, chi la risusciterà, chi le darà il perdono di Dio? Ancora il sacerdote. Dopo Dio, il sacerdote è tutto! Lui stesso si capirà bene soltanto in Cielo».

Nel volume il cardinal Comastri denuncia altresì «la situazione tragica dell’uomo contemporaneo che avverte il bisogno di un punto di appoggio, ma allo stesso tempo è convinto che non ci sia! C’è da impazzire!». Citando il filosofo Hans Jonas evidenzia come «oggi il massimo potere si unisca al massimo vuoto e il massimo di capacità va insieme al minimo sapere intorno agli scopi ultimi della vita». In questo contesto, però, «la fede ci svela il senso della vita e accende una lampada alla nostra libertà».

Sul cammino della fede s’incontra Maria, che il cardinale invoca con queste parole: «O Maria esperta di libertà, pronuncia il Tuo ‘sì’ nella selva dei nostri ‘no’ e rieduca il nostro cuore alla gioia di seguire il Signore, per essere liberi attraverso il dono e la fedeltà al dono di noi stessi». Sul modello della Vergine Madre – di contro a «una errata impostazione della pastorale che punta unicamente al fare» e al rischio di un «apostolato ridotto a spettacolo» per strappare qualche applauso da parte dei fedeli e dei media – bisogna riproporre «una testimonianza che suppone la santità e la vita interiore» in quanto «l’apostolato è l’interiorità che affiora», per dirla con un Piccolo Fratello di Charles De Foucauld.

Il primato della vita spirituale sulle ‘buone azioni’ è testimoniato infatti da Gesù stesso che, «per la preghiera, sacrificava anche la carità per insegnarci che, senza Dio, siamo troppo poveri per poter aiutare i poveri», come sottolinea madre Teresa di Calcutta, la quale precisa anche che l’adorazione del Santissimo Sacramento è il motore della carità operosa: «Noi Missionarie della Carità non apriamo nuove case, bensì apriamo nuovi Tabernacoli. Tutto parte da Lì: da Lì parte la nostra carità».

Nell’Eucarestia il discepolo viene raggiunto in maniera incomparabile dall’onnipotenza dell’amore del Maestro. Ciò è testimoniato in modo mirabile nel mistero inaugurato durante la Cena del Signore, ove «il comportamento di Gesù è lontano da ogni logica umana. Egli sapeva che Giuda aveva deciso di tradirlo, sapeva che Pietro l’avrebbe rinnegato, sapeva che gli altri sarebbero tutti scappati e l’avrebbero lasciato solo e, pertanto, poteva sentirsi provocato e giustificato a gesti di legittimo sdegno: poteva gridare, poteva rovesciare la tavola dell’amicizia tradita, poteva chiudere i conti con quegli uomini ingrati (che, in verità, siamo tutti noi!) e invece… ecco il comportamento di Dio: si mette a lavare i piedi!». In un gesto riservato agli schiavi si rivela tutta l’umile grandezza dell’amore del Padre che, sebbene «circondato da uomini che non incoraggiavano nessun gesto di amore», sceglie di consegnarsi a ciascuno senza riserve attraverso l’Eucarestia. È questo il «dono, attraverso il quale l’Amore maternamente e paternamente dirompente di Dio dà la vita ai suoi figli nutrendoli d’amore: è l’amore, infatti, il cibo eucaristico».

A questo punto la meditazione del cardinale si fa preghiera: «Vogliamo lealmente seguirti nell’amore fino al segno estremo, fino alla lavanda dei piedi espressa ogni giorno in piccoli gesti di carità fraterna che tutti possiamo fare. Aiutaci, o Signore! Aiutaci a cominciare fin da oggi una vita diversa, una vita che profumi di umiltà, una vita che non rinneghi il tuo gesto di Divina Umiltà, che ripetiamo ogni Giovedì Santo». Egli invita a elevare al Padre anche una preghiera di ringraziamento per il dono grande dei sacerdoti: «Grazie per il sacerdote che ci ha battezzato, per il sacerdote che ci ha dato il primo perdono, per i sacerdoti che ci perdonano ogni giorno e ogni giorno ci regalano la Santa Eucaristia; grazie per il sacerdote che ci darà l’ultimo perdono nell’ultimo giorno della nostra vita! Signore, abbi pietà di noi e manda oggi santi sacerdoti alla tua Chiesa!».

D’altra parte, «se la gente capisse il valore di una Santa Messa, ci sarebbe la fila fuori dalla Chiesa per poter entrare», per dirla con San Pio. E in effetti «è più facile che il mondo possa vivere senza il sole piuttosto che senza l’Eucaristia», esclama ancora il frate di Pietrelcina. Un amore al Santissimo Sacramento che sostiene la vita anche in condizioni durissime, come quelle vissute in una cella buia e fredda dal cardinale vietnamita Van Thuán che, con appena tre gocce di vino e un’ostia, celebra quotidianamente in solitudine la Santa Messa, la quale diviene sorgente misteriosa di grazia e conversione per diversi carcerieri.

Nella sera della sua ultima Cena il Signore ci conceda dunque di poter corrispondere al suo mistero d’amore attraverso una ‘vita eucaristica’ spesa per il prossimo con la stessa lucida consapevolezza di Madre Teresa: «Non potrei vivere senza l’Eucaristia: è l’Eucaristia che mi riempie di amore e mi dà la forza per servire i poveri e per chinarmi con amore sulle loro piaghe».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

San Giuseppe e i carmelitani: una pioggia di grazie

«Giuseppe è il servo silenzioso della Parola che si cancella dietro la sua missione, con la quale fa corpo finanche nel suo nome. Giuseppe è ‘quello che fa crescere e che veglia sulla crescita’ del Figlio di Dio». Eppure «il Signore ha riunito in Giuseppe, come in un sole, tutte le prerogative e tutto ciò che i santi hanno insieme di luce e di splendore», come osserva acutamente San Gregorio di Nazianzo.

Di qui, in un tempo di «profonda crisi della paternità, faremmo forse bene a volgere i nostri sguardi ed i nostri cuori verso colui che incarnò, nel cuore del mondo, quella paternità divina ‘da cui fuoriesce ogni altra paternità in cielo e sulla terra’ (cfr. Ef 3, 15). Perché non seguire dunque l’esempio del ‘Papa buono’, Giovanni XXIII, che confessava in tutta semplicità: “San Giuseppe lo amo molto, a tal punto che non posso cominciare la mia giornata, né finirla, senza che la mia prima parola ed il mio ultimo pensiero non siano per lui”».

 Un appello accorato a una sincera e profonda devozione a San Giuseppe, soprattutto in quest’anno a lui dedicato, emerge dalle pagine del recente volume I santi carmelitani e la devozione a San Giuseppe (Edizioni Segno 2021, pp. 140) del noto angelologo Marcello Stanzione.

Onorato quasi esclusivamente in relazione a Gesù e Maria, San Giuseppe diviene motivo di devozione popolare soltanto a partire dal 1522, anno di pubblicazione di un libro in suo onore da parte del frate domenicano Isidoro de Isolani, fino a esser proclamato, per volere di Papa Pio IX, ‘Patrono della Chiesa Universale’ nel 1870, così da proseguire in cielo quel patrocinio iniziato sulla terra allorquando gli «venne dato il sacro compito di prendersi cura della Santa Famiglia di Nazareth».

Nelle encicliche di papa Leone XIII è invocato subito dopo Maria con i superlativi di San Giuseppe «beatissimo, castissimo, purissimo, santissimo, gloriosissimo, immacolato». Nella mirabile Redemptoris Custos il Santo Padre Giovanni Paolo II esorta tutti i fedeli a «imparare da lui a servire l’economia della salvezza. Che san Giuseppe diventi per tutti un singolare maestro nel servire la missione salvifica di Cristo, compito che nella Chiesa spetta a ciascuno e a tutti: agli sposi e ai genitori, a coloro che vivono del lavoro delle proprie mani o di ogni altro lavoro, alle persone chiamate alla vita contemplativa come a quelle chiamate all’apostolato».

Nella schiera di queste anime occupa sicuramente un posto di primo piano la suora carmelitana Teresa d’Avila. «Colta da una paralisi totale, nella sua immobilità, viene inchiodata al letto da dolori acutissimi. È malmenata dai medici, dichiarata poi inguaribile, prende una decisione importante: scegliersi un medico nel cielo. Teresa trova e sceglie san Giuseppe». Di lui dirà: «Vidi chiaramente che questo mio padre e patrono mi trasse fuori sia da quella situazione, sia da altre più gravi in cui erano in gioco il mio onore e la salvezza dell’anima mia, meglio di quanto io non sapessi chiedergli. Ho ricevuto grazie da questo santo benedetto». In una visione estatica è sempre San Giuseppe a rivestirla di una veste bianchissima, come segno esteriore di una purificazione interiore dai peccati.

Un supporto operativo, quello del Santo Patriarca, che si manifesta anche nelle ristrettezze economiche: «Una volta, trovandomi in tale situazione da non sapere che fare né come pagare alcuni operai, mi apparve san Giuseppe, mio vero padre e protettore, e mi fece comprendere che il denaro non mi sarebbe mancato; pertanto pattuissi pure il prezzo». Di qui la radicata convinzione di Santa Teresa che la sospinge ad affermare: «Io vorrei persuadere tutti a essere devoti di questo glorioso Santo, per la grande esperienza che ho dei beni che ottiene da Dio».

Santa Teresa è dunque profondamente consapevole del patrocinio, ossia «del potere universale d’intercessione» per ogni necessità di San Giuseppe, il quale è anche «modello delle anime oranti» ed è presente nella sua spiritualità mistica «in stretto rapporto con Gesù e Maria».

Dopo Santa Teresa, padre Girolamo Graciàn scrive la Josefina, un libro di spiritualità e devozione giuseppina nel quale ripercorre la vita dell’‘uomo giusto’, le sue virtù, il suo lavoro, il suo esempio di ‘angelica castità’, soffermandosi soprattutto sul suo «amore fervoroso, forte e tenero» verso i due tesori che gli sono affidati, la Sposa e il Figlio. Il padre carmelitano evidenzia con venature poetiche che «non solo Giuseppe dormì sul petto di Gesù, ma innumerevoli volte Gesù si addormentò sul petto di Giuseppe, ponendo la sua bocca divina sopra quel cuore, saccheggiandolo, abbracciandolo, frantumandolo e producendovi ferite d’amore. E Giuseppe vegliava sul suo sonno, contemplando i misteri racchiusi nel Cristo». Nel solco della spiritualità teresiana sorsero presto tanti conventi e case dell’ordine carmelitano dedicate proprio a San Giuseppe.

«Chi non ha maestro, si rivolga a San Giuseppe, maestro di orazione. Il suo magistero è tutto nella sua paternità spirituale, con la quale attira e stringe a Gesù e Maria», scrive nelle Lettere pastorali padre Antonio di Sant’Alberto, vescovo carmelitano in Argentina vissuto nel 1700. Egli sottolinea opportunamente anche che, essendo San Giuseppe morto fra le braccia di Gesù e di Maria, «gode di un potere di protezione e grazia particolare per i suoi devoti nell’ora della loro morte».

«Oh! il buon san Giuseppe; Oh! quanto lo amo!», esclama spesso un’altra Teresa, la giovane santa del Carmelo di Lisieux. Ella si pone sotto il manto di San Giuseppe fin dall’infanzia, perché intravede in lui «un valido esempio per vivere a servizio di Gesù e Maria, di passare in silenzio e contemplazione le giornate offerte per la salvezza del mondo». Gli dedica anche una poesia e, in un testo scritto per essere rappresentato, mette sulla bocca di Giuseppe queste parole: «O Bimbo, com’è dolce il tuo sorriso! Ma è proprio vero che io, il povero falegname Giuseppe, ho la felicità di portare tra le mie braccia il Re del Cielo, il Salvatore degli uomini? È vero che ho ricevuto la missione sublime di essere il padre putativo di Colui che sazia con la sua presenza gli ardenti serafini e dà il nutrimento a tutte le creature? È vero che sono lo sposo della Madre di Dio, il custode della sua verginità? O Maria, ditemi, che profondo mistero è mai questo?». E in un’altra scena, a chi gli domanda perché Dio non punì con la morte il crudele Erode durante la strage degli innocenti, Giuseppe replica: «Io non posso sondare la profondità dei pensieri divini e li adoro senza comprenderli».

Un’altra santa carmelitana, Teresa Benedetta della Croce, al secolo Edith Stein, in un componimento in onore di San Giuseppe che si fa preghiera, scrive: «Custodisce il bambino Gesù con la Madre di tutte le madri. Perciò in lui si trovano al sicuro le madri fedeli di tutti i bambini. San Giuseppe, alle nostre mamme dona ampia benedizione. Oggi poniamo nel tuo cuore tutte le loro domande». In una chiesa di Auschwitz a lui dedicata «per salvaguardare il futuro da un deprecabile rinnovato furore di uomo contro uomo», egli è invocato dai carmelitani scalzi polacchi quale «potente Taumaturgo della nostra speranza».

Il volume di don Marcello Stanzione documenta accuratamente anche la storia del culto con una ricognizione delle feste liturgiche e delle pie pratiche di devozione in onore del padre putativo di Gesù e riporta in appendice sia una lettera dei Superiori Generali Carmelitani sul patrocinio di San Giuseppe sul Carmelo, sia un’ampia raccolta di preghiere per invocare il provvido custode della Santa Famiglia per ogni esigenza spirituale e necessità concreta.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

“Dio arriverà all’alba”: lo spettacolo su Alda Merini

«Dio arriverà all’alba / se io sarò tra le tue braccia». Trae ispirazione da questi versi della lirica Accarezzami lo spettacolo teatrale scritto e diretto dal poeta Antonio Nobili sulla ‘poetessa dei Navigli’ Alda Merini per omaggiarne la figura a novant’anni dalla nascita, il 21 marzo 1931, attraverso una tournée inaugurata al Teatro Viganò di Roma e che ora prosegue in streaming, date le dure restrizioni imposte dalla pandemia agli spettacoli teatrali.

«Non le scrivo, le trovo le poesie», ripete Alda Merini. La poesia è per lei «amica e amante»; è una «presenza della speranza che genera torrenti di versi», perché è «tra i nudi e i vuoti che si trova la poesia». Ma la parola della ‘poetessa dei Navigli’ non aleggia sulle cose, le attraversa come una lama affilata, se ne prede cura e le trasfigura, conferendo anche alla più semplice di esse la dignità che le spetta di realtà creata. E così la parola poetica compare sul retro di una lista della spesa, su foglietti di reimpiego e persino sul muro della sua casa popolare di Milano che fa da sfondo alla rappresentazione scenica, sul quale si staglia un verso, ‘Nessuno mi pettina bene come il vento’, tra promemoria e appuntamenti in programma per la settimana.

La Merini di Nobili è ripresa nel quotidiano della sua casa, in pantofole, mentre tra una sigaretta e l’altra e un bicchierino di Fernet riceve un giovane Arnoldo Mondadori venuto a portarle le bozze della prossima raccolta di poesie da pubblicare e a confessarle velatamente l’amore che prova per la domestica di lei o allorquando accoglie il suo medico che viene periodicamente a visitarla, col quale ride dei suoi mali alla schiena. Ma è a Paolo – un giovane ricercatore che vuole conoscerla per approfondire gli sviluppi della poesia contemporanea su richiesta del suo professore – che manifesta le crepe dei ricordi e le pieghe dell’anima. Egli ne esce intimamente trasformato sin dal primo incontro. E in effetti nei versi estemporanei della poetessa milanese traspare un’anima allo specchio spesso piacevolmente ironica, talvolta pungente e scontrosa, che non teme di nascondere a se stessa e agli altri quanto sia «agghiacciante guardarsi e non trovarsi». Eppure accetta la sfida di imparare a convivere con la propria anima e di sublimare in versi anche l’esperienza dolorosa degli anni trascorsi in manicomio e la scelta di dare in affido le sue quattro figlie. Alda Merini sostiene che, al contrario, «pazzo è colui che è così vigliacco da accettare di essere normale» e che in fondo «le persone non sono né cattive né buone, sono solo amate male o lo sono state».

Se dunque «lacrime dell’anima sono i versi del poeta», la Merini ne versa tante «come balsamo che mi pioveva sulla pelle», mentre siede sulla sua poltrona nelle notti insonni al chiarore della luna o mentre riaffiorano in solitudine i volti di persone care o i misteri delle cose. D’altra parte «in ogni cosa c’è una storia silenziosa e io ho voglia di sentire cosa hanno da raccontare. Ogni cosa che ci circonda ci sta già dettando qualcosa». Insomma è «l’amore la sorgente della poesia». È questo il segreto della poesia di Alda Merini, reso mirabilmente dall’interpretazione particolarmente intesa e commovente di Antonella Petrone e da tutto il cast di TeatroSenzaTempo.

Lo spettacolo è finalmente disponibile anche in streaming al costo di 5 euro (per ulteriori informazioni: www.dioarriveraallalba.com). È possibile sostenere coloro che lavorano nel mondo del teatro, così duramente provati dalle restrizioni ancora vigenti, anche acquistando il libro e il dvd dello spettacolo, il cui ricavato sarà devoluto in beneficenza alla Cooperativa Itaca che si prende cura della salute mentale di tanti malati psichiatrici.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

La sfera e la croce, profezia dei nostri giorni

La sfera e la croce, due simboli per due visioni della realtà e della vita umana inconciliabili, che si sfidano in cielo e sulla terra. «Questa palla è ragionevole; quella croce è irragionevole. È una bestia a quattro zampe, una delle quali è più lunga delle altre. Il globo è logico. La croce è arbitraria. Prima di tutto, il globo è unità in se stesso; la croce è, essenzialmente e soprattutto, nemica di se stessa. La croce è il conflitto di due linee nemiche, di due direzioni inconciliabili. Questa cosa muta che si innalza è un contrasto, una rottura violenta, una lotta nella pietra. Ne abbiamo abbastanza di questo simbolo. La stessa sua forma è una contraddizione in termini».

Sono queste le parole pronunciate da Lucifero, nome curioso per un professore, nel dialogo con un monaco che non a caso si chiama Michele, nel romanzo La Sfera e la Croce (pp. 256, 2021) di Chesterton, ripubblicato in una nuova veste editoriale dalla Società Chestertoniana Italiana, la casa Editrice Leardini e il Centro Missionario Francescano.

«Si tratta di un racconto distopico, una versione romanzata del suo precedente Eretici e una profezia dei nostri giorni», come rileva Marco Sermarini, presidente della Società Chestertoniana Italiana. I primi capitoli del romanzo uscirono a puntate, tra il marzo 1905 e il novembre 1906, sul periodico Commonwealth. Poi Chesterton ripose il progetto nel cassetto per ripubblicarlo integralmente nel 1910. A tal proposito «non escluderei che Ray Bradbury abbia preso spunto anche da quest’opera quando scrisse Fahrenheit 451. D’altronde si proclamò sempre devoto ammiratore del Nostro Eroe. Quasi negli stessi anni un altro ammiratore di G.K.C., Robert Hugh Benson, partoriva il suo ben noto romanzo distopico Il Padrone del mondo», osserva ancora acutamente Sermarini.

Da una parte c’è una ragione che si apre alla fede, dall’altra una fiducia razionalista cieca nel progresso che esclude ogni fede nelle verità rivelate. E in effetti san Giovanni Paolo I, nel capitolo dedicato a Chesterton del suo Illustrissimi, ha sottolineato mirabilmente proprio tale aspetto: «Il progresso con uomini che si amino, ritenendosi fratelli e figli dell’unico Padre Dio, può essere una cosa magnifica. Il progresso con uomini che non riconoscono in Dio un unico Padre, diventa un pericolo continuo: senza un parallelo processo morale, interiore e personale, esso – quel progresso – sviluppa, infatti, i più selvaggi fondacci dell’uomo».

Nel prologo un vascello volante sorvola la cattedrale di St. Paul a Londra. Agli occhi del professor Lucifero non è pensabile che la croce sovrasti la sfera, perciò tuona con superbia al suo interlocutore: «È un errore evidente. La sfera dovrebbe essere sopra la croce. Questa non è che un supporto barbarico; la sfera è la perfezione. La croce è tutt’al più l’albero amaro della storia dell’uomo; la sfera è il tondo frutto maturo finale. E il frutto sta in cima all’albero; non alla sua base». Tuttavia le ideologie della storia testimoniano, con ironia tragica, l’esatto contrario, e cioè che tali filosofie razionalistiche, cui allude la sfera, «comincino con l’infrangere la Croce, ma finiscano per distruggere il mondo abitabile». La fede autentica è, invece, passione antica e sempre nuova per tutto ciò esiste: «lo sguardo di Michele godeva di tutto ciò che incontrava, e non per una soddisfazione estetica, ma con la pura e gioconda avidità del bimbo che morde una ciambella».

La guerra nei cieli tra il professor Lucifero e il monaco Michele continua sulla terra nella lite sfociata in un duello a fil di spada e argomentazioni tra il signor MacIan – un uomo di fede «più certo dell’esistenza di Dio che della propria» che desidera «vendicare Nostra Signora sul Suo miserabile calunniatore» a tutti i costi – e Turnbull, suo antagonista in quanto ‘libero pensatore’ e ateo miscredente.

Di qui, quando la discussione si accende, MacIan argomenta acutamente che «il cristianesimo è sempre fuori di moda perché è sano di mente; e tutte le mode sono lievemente insane». Perciò «la Chiesa pare sempre indietro rispetto ai tempi, mentre in realtà precorre i tempi: aspetta che l’ultima follia abbia visto il suo ultimo tramonto e conserva le chiavi di una virtù permanente». E in effetti «la Croce non può conoscere la sconfitta perché è la Sconfitta», come ribadisce MacIan, il quale desidera battersi in nome di questa per difendere il motivo della sua stessa esistenza, nella consapevolezza che «più alto dei cieli, c’è qualche cosa di più umano dell’umanità».

Perciò egli ricorda ancora al suo interlocutore che «l’uomo in strada considera se stesso come io onnipotente pur sapendo di non esserlo. Si aspetta che l’universo intero giri intorno a lui, pur sapendo di non esserne il centro». Il romanzo segue le peripezie dei due protagonisti che finiscono come ‘folli’ persino in manicomio per le loro posizioni, muovendosi sempre sull’orlo del ‘paradosso’ così caro allo scrittore britannico.

Così nel Dies irae, nel giorno del giudizio finale, Turnbull che, «fino a quel momento, aveva avuto in perfetta buona fede la certezza che il materialismo fosse un fatto», riconosce che c’è un Fatto dinanzi al quale crolla ogni costruzione ideologica del mondo, la Rivelazione del Verbo di Dio, che può essere riconosciuto da colui che si pone con cuore libero e umile dinanzi alla realtà. Di qui anche Turnbull piega le proprie ginocchia in segno di adorazione, mentre le spade dei contendenti cadono definitivamente l’una sull’altra a mo’ di croce per ricordare che il mondo non può reggersi senza la croce.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Un manuale pratico per uscire dalle relazioni ambigue

«Chi si ama si dona, chi non si ama si svende». In questa citazione di Nicoletta Musso, counselor di Incontro Matrimoniale – un movimento nato in ambito cattolico che promuove un metodo per migliorare il dialogo in coppia per fidanzati o sposi – è condensato il cuore del recente volume di Alessandra Lucca Trombamica d’eccezione. 5 mosse per uscire dalle relazioni ambigue (StreetLib 2020, pp. 353), che addita un percorso per uscire da un’affettività irrisolta ed entrare in una relazione vera con l’altro, in cui amare ed essere amati sul serio per essere pienamente felici.

L’autrice è una giovane mamma lucana di 4 figli. Insieme al marito Francesco Rao sono influencer cattolici di professione per vocazione e coautori del blog 5 pani e 2 pesci. Avventure di Provvidenza quotidiana (5p2p.it) con dirette video frequenti molto seguite sui social dedicate ai ‘nuclei di morte’ delle relazioni affettive e ad altri temi legati alla vocazione all’Amore.

«La bellezza invece, soprattutto per una donna, è missione: rende l’uomo più uomo», scrive Padre Giovanni Marini nella prefazione. Eppure sono tante le ragazze oggi che vivono una situazione affettiva d’ambiguità, che si buttano in storie da ‘amiche di letto’, trombamiche senza impegno né responsabilità, mancando così il bersaglio della felicità, che consiste nell’amare ed essere amate pienamente nella verità del proprio essere. «La felicità si trova quando trovi il tuo posto nel mondo – precisa Alessandra Lucca –, riguarda le viscere di chi sono e di chi voglio essere». Ma la trovi solo manifestando un’affettività matura, che sappia andare oltre le farfalle nello stomaco. D’altra parte una tale felicità «non dipende da quello che succede, ma da cosa ci fai con quello che accade».

L’autrice, che attinge a piene mani al bagaglio della propria esperienza, non è indulgente con se stessa ma è anche molto ironica. Dice di sé che si vestiva da maschiaccio e aveva i brufoli; «ero quella che bisognava amare dentro..peccato che nessun ragazzo si avvicinava per vedere cosa c’era dentro».

Tra trombamici il must è solo sesso e niente sentimenti di mezzo, eppure si dimentica così che «il piacere sessuale è proporzionale alla profondità della relazione». Tra coloro che vivono relazioni ambigue si collocano anche le donne che preferiscono il ruolo di crocerossine o quelle che si lamentano che gli uomini son tutti uguali. Per uscire da questi loop che conducono solo all’infelicità è perciò necessario recuperare anzitutto l’equilibrio tra Sé ideale e Sé percepito, ovvero una buona autostima.

L’autostima non è solo l’immagine che gli altri ci rimandano di noi stessi, ma ha a che fare anche con il nostro modo di entrare in relazione, di «guardare le cose non come sono, ma come siamo». Per avere una buona autostima, che si costruisce sin dall’infanzia, è necessario scardinare l’equazione per cui se «nessuno mi si fila, allora non valgo nulla»; occorre evitare la mania del confronto con gli altri a tutti i costi per stabilire il proprio valore e imparare «ad essere gratuiti, avere pensieri positivi ed essere naturalmente capaci di ringraziare per le cose che viviamo».

Di qui il suggerimento di Alessandra Lucca è di imparare a benedire ogni parte del proprio corpo, cioè «di amarsi prima di cominciare a dimagrire perché se dimagrisci per amarti non funzionerà». L’autostima cresce infatti durante l’adorazione eucaristica, cioè «nel sentirsi guardata e amata in profondità dall’unico Padre che ti ama sempre, anche nelle tue fragilità, perché sei unica e fichissima». D’altra parte «se sono bella e mi tratto bene non permetterò a nessuno di trattarmi male».

Insomma bisogna «cominciare a dare un taglio a scelte/azione distruttive per la mia vita e iniziare a volersi bene» per poter entrare adeguatamente in relazione con l’altro. Per far questo occorre superare mancanza di autostima, vittimismo e idealizzazione amorosa; allontanare il fantasma del proprio ex, combattere la dipendenza dai propri genitori e non considerare l’attrazione fisica quale unica porta d’ingresso di una relazione. Poi occorre definire le proprie priorità (lavoro, amore, famiglia), perché le energie personali sono limitate e si rischia spesso di cadere nella pretesa di fatto irrealistica di porle sullo stesso piano, dedicandovi pari risorse in termini di impegno e tempo.

Dunque «una relazione equilibrata è una relazione in cui tanto quanto si cresce in tenerezza/contatto fisico si cresce in responsabilità», secondo quanto si evince dal triangolo di Sternberg che pone ai suoi tre vertici alla base amore e sesso e in alto il matrimonio. Secondo tale schema l’apice della responsabilità (il matrimonio) coincide con l’apice del contatto fisico (il sesso), altrimenti la relazione è inevitabilmente sbilanciata a favore di un solo dei tre poli. In tale prospettiva si tratta allora di «verginizzare l’uomo per portarlo al suo livello più elevato di uomo gratuito e generoso, capace di dare la vita per te». D’altra parte «se la castità fa verità sempre, la sessualità è l’apice della libertà che si esprime nel dono gratuito di sé all’altro». E in effetti, riconosce l’autrice, «la gratuità è l’unico presupposto che azzera le ambiguità, perché annulla pregiudizi e attese».

Amicizia, stima e rispetto sono al contrario le porte d’ingresso per una relazione autentica, per la quale bisogna lottare, altrimenti «se non dedichi le tue migliori energie a prenderti cura della tua affettività non ti rimangono che briciole insoddisfacenti, ovvero una relazione amorosa eccessivamente squilibrata verso la corporeità». Occorre tener presente che «l’amore se non cresce muore», muore se non ce ne prendiamo cura. E ricordare la bellezza della propria unicità anche nel modo di amare, poiché «l’uomo ragiona con gli occhi, è attratto dalla bellezza. La donna ragiona con l’orecchio, segue le parole».

Riprendendo l’esperienza personale, l’autrice sfata il luogo comune del matrimonio come prigione e ‘tomba dell’amore’: «A vent’anni ci siamo sposati e a ventisei avevo tre figli, cambiato tre nazioni, imparato tre lingue e preso una laurea in Italia. Alla faccia del #matrimonioèunagalera! Insomma un buon matrimonio dà la carica per viaggiare, imparare cose nuove, studiare di notte per dare gli esami».

Pertanto il segreto di una relazione autentica in cui ci si dona completamente e ci si sente completamente amati si regge sulla Roccia, che è Cristo. D’altra parte, «se vuoi amare da Dio, ci devi mettere Dio!». Tuttavia la fede da sola non basta, perché siamo fatti di spirito sì, ma anche di corpo e psiche, per cui può esser necessario, oltre al padre spirituale, anche un buon psicoterapueta per lavorare su ferite e traumi di un’affettività irrisolta. In questo modo si smette di essere ‘trombamici’ e si impara ad amare sul serio, lavorando costantemente per la propria felicità mentre nel contempo la si attende come dono, perché «noi siamo quello che doniamo».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Da Ratzinger a Benedetto XVI, il racconto di una vita

«Joseph Ratzinger ha fatto la storia. Novellino al Concilio, innovatore della teologia, prefetto che al fianco di Karol Wojtyła ha guidato la Chiesa in una fase storica tumultuosa. Ed è stato inoltre il primo papa a dimettersi dall’incarico per motivi di età: mai prima d’ora è esistito un ‘papa emerito’. Mai prima d’ora, e da un giorno all’altro, un singolo uomo ha cambiato il papato in modo tanto decisivo».

Alla sua figura Peter Seewald che dal 1992 a oggi ha avuto modo di porgergli circa duemila domande dedica una poderosa biografia edita anche in italiano da Garzanti (Benedetto XVI. Una vita, 2020, pp. 1292). Il suo intervistatore non ha dubbi: Benedetto XVI è «uno dei pensatori più intelligenti dei nostri tempi», che «ha mostrato che religione e ragione non sono in contrapposizione. Che proprio la ragione è ciò che garantisce alla religione di non cadere in fantasie folli e nel fanatismo. Ratzinger ha affascinato con i suoi modi nobili, il suo spirito elevato, l’onestà delle sue analisi, la profondità e la bellezza delle sue parole. Il suo messaggio può anche essere scomodo, ma è fedele all’insegnamento del Vangelo, alle dottrine dei Padri della Chiesa e alle riforme del Concilio Vaticano II: invita ad andare oltre l’esteriorità delle cose, per concedersi la possibilità di guardare più a fondo, all’essenza stessa della vita e della fede».

A 11 anni il giovane Joseph «utilizza il tragitto verso casa “per ripetere quello che avevo imparato a scuola”, dopo il pranzo fa un breve riposino sul divano, dopo di che si dedica con cura ai suoi compiti. “Sa lavorare con grande intensità: tutto molto preciso, sempre in modo sistematico, racconta il fratello Georg secondo il motto: prima il dovere, poi il piacere”. ‘Per favore non disturbare’, recita una targhetta sulla porta della sua camera a Hufschlag. “In ogni caso era chiaro puntualizza il futuro papa che suddividevo il mio tempo, e che il tempo destinato al lavoro lo utilizzavo davvero per quello”». Seewald rileva anche l’abitudine appresa sin dall’asilo da parte di Ratzinger di preferire la matita alla penna per scrivere, così da poter aver sempre l’opportunità di cancellare. Un’abitudine che lo accompagnerà anche nella stesura dei suoi libri. «Tanto introverso poteva sembrare di natura, tanto estroverso si rivelò in seguito il Ratzinger professore quando si trattava di comunicare ad altri ciò che riteneva vero e importante. Da giovane – sottolinea Seewald – amava anche comporre poesie, ma soprattutto si sentiva chiamato a ‘trasmettere ciò che è stato conosciuto’, andando sempre più a fondo». E lo faceva coniugando mente e cuore, riflessione e dimensione affettiva «in modo emozionale riguardo alle esperienze interiori e spirituali, e in modo razionale nel momento in cui considerava il messaggio della fede anche come sfida intellettuale».

Una fede solida, quella dei Ratzinger, coltivata tra le mura domestiche sin dall’infanzia; così «più crescevano le pressioni della dittatura e la miseria generale, più si faceva intensa la devozione della famiglia. I genitori recitano insieme il rosario quotidianamente». Dopo cena tutti insieme recitano diverse volte il Padre Nostro e invocano la protezione di San Giuda Taddeo per una buona morte e quella di San Disma per essere liberati da ladri e criminali. In una famiglia modesta egli impara a «conciliare la vita con quello che è possibile e a trovare gioia nel poco che si ha: questo era in sostanza l’ora et labora della regola di san Benedetto». Di qui, quando diventa professore a Tubinga, devolve parte del suo stipendio per pagare gli studi ai suoi studenti più poveri; in seguito rifiuterà un pianoforte Steinway per il suo appartamento che la ditta gli avrebbe gentilmente offerto, come una valigia nuova da Lufthansa. Tra le sue doti si ritrovano anche tanta umiltà e riservatezza. Infatti «si percepiva che era un teologo geniale, ma non ha mai ostentato la sua peculiarità. Non ha mai nemmeno fatto pesare di essere il ‘capo’». Eppure a scuola i compagni lo chiamavano scherzosamente ‘Joseph l’onnisciente’.

Rispetto alla minaccia rappresentata dal poter di Hitler, Joseph scrive: «Nella fede dei miei genitori avevo trovato la conferma che il cattolicesimo fosse il baluardo della verità e della giustizia contro il regno dell’ateismo e della menzogna rappresentato dal nazionalsocialismo».

La sua passione per gli studi filosofici e teologici, in particolare per Sant’Agostino, del quale afferma: «Lo sento come un amico, un contemporaneo che parla a me», lo induce a condividere lo stesso anelito esistenziale del vescovo d’Ippona, ossia a divenir consapevole che «più conosci Gesù e più il suo mistero ti attrae; più lo incontri e più sei spinto a cercarlo».

Teologo illuminato e docente molto apprezzato, ritiene umilmente che il teologo non sia «colui che possiede un sapere intellettuale acquisito grazie a una serie di esami, bensì colui che realizza in sé la teologia, colui nel quale la rivelazione e il dogma […] sono divenuti forma di vita e forza di vita esistenziali-effettive». I corsi del professor Ratzinger sono seguitissimi; i suoi appunti per le lezioni «erano scritti nella stenografia che lui stesso aveva inventato e contenevano solo la traccia dei temi principali che intendeva trattare. In aula parlava a braccio, usando frasi molto chiare e ricche di immagini, con una qualità retorica senza eguali».

Ratzinger partecipa al Concilio Vaticano II in qualità di perito e ricorda la sua posizione di quegli anni in questi termini: «Certo che ero progressista. A quei tempi progressismo non significava rompere con la fede, ma imparare a comprenderla meglio e a viverla in modo più giusto, ripartendo dalle sue origini». Infatti egli nel contempo «era convinto che la sola intenzione di adeguarsi al mondo, senza trovare un giusto equilibrio con la tradizione, avrebbe condotto la Chiesa non a conquistare nuovi fedeli, ma a perdere se stessa».

Prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede e ‘braccio destro’ del Santo Padre Giovanni Paolo II, egli addita con profonda lucidità una strada precisa sulla scia del Divino Maestro per il cammino della Chiesa dinanzi alle sfide del mondo contemporaneo. Nelle dichiarazioni riportate fedelmente dal suo intervistatore il cardinal Ratzinger afferma in proposito: «Dietro la facciata umana della Chiesa sta il mistero di una realtà sovrumana sulla quale il riformatore, il sociologo, l’organizzatore non hanno alcuna autorità per intervenire. Se la Chiesa fosse solo un nostro artifizio, anche i contenuti della fede finiscono per diventare arbitrari; il Vangelo diventa il progetto-Gesù, il progetto liberazione-sociale, o altri progetti solo storici, immanenti, che possono sembrare anche religiosi in apparenza, ma sono ateistici nella sostanza. Dunque, ‘riforma’ vera non significa tanto arrabattarci per erigere nuove facciate, ma […] darci da fare per far sparire nella maggiore misura possibile ciò che è nostro, così che meglio appaia ciò che è Suo, del Cristo». Il porporato tedesco denuncia da subito una tentazione costante che la Chiesa di ogni tempo è chiamata a combattere, ossia «l’illusione di poter creare un uomo e un mondo nuovi, non col chiamare ciascuno a conversione, ma agendo solo sulle strutture sociale ed economiche».

Intelligenza acuta e limpida, capacità di amare nella verità e di render ragione e testimonianza alla Verità nella carità e con semplicità, zelo pastorale per ‘vicini’ e ‘lontani’ contraddistinguono Joseph Ratzinger anche quando diventa Benedetto XVI. D’altra parte sin da giovane sostiene che: «Essere amati e restituire amore agli altri l’ho sempre considerato fondamentale per poter vivere». Una santa e umile ingenuità confermata dalla testimonianza di una pellegrina bavarese, la quale riferì che «in lui non c’era niente di fittizio, nemmeno il suo sorriso; d’un tratto c’era solo un uomo la cui anima traspariva dai suoi occhi».

«La sua comunicazione era ancora spesso quella di un uomo da scrivania, la cui natura riservata e delicata non era progettata per adattarsi ai media». Più che una ‘comunicazione per slogan’, Papa Benedetto XVI preferisce infatti di gran lunga i contenuti, le argomentazioni per rendere ragione della speranza cristiana quale unica linfa capace di innervare la vita personale, comunitaria e sociale dei credenti. Giornali e stampa estrapolano invece di frequente alcune sue frasi per manipolare l’informazione e screditarne la figura dinanzi all’opinione pubblica. Lo testimoniano, per ricordare qualche esempio, gli attacchi ingiustificati alle sue dichiarazioni rispetto alla questione dell’uso del preservativo per debellare l’AIDS in Africa; le tesi negazioniste del vescovo Williamson sulla Shoà; il presunto poco rigore nella gestione dei casi di pedofilia nella Chiesa e il caso Vatileaks. Tutti pretesti per colpire Benedetto XVI e, con lui, infangare l’intera Chiesa.

Eppure egli, con silenzioso e paziente lavoro apostolico, continua fino alla fine nell’opera di ‘demondanizzazione’ della Chiesa, gettando le basi per una ‘nuova evangelizzazione’, alla quale contribuisce alacremente soprattutto con profonde encicliche, mirabili catechesi e la sua splendida opera Gesù di Nazareth: «Il suo obiettivo era di continuare a resistere, di rimanere scomodo, sconveniente, per dimostrare ancora una volta che la fede cristiana andava ben oltre qualsiasi cosa fosse collegata a una visione del mondo puramente mondana e materialistica, incluso il segreto della vita eterna». Perché «credere – diceva – non è altro che, nell’oscurità del mondo, toccare la mano di Dio e così, nel silenzio ascoltare la Parola, vedere l’amore».

Abbattuto ma non schiacciato, col perdono offerto al maggiordomo sorpreso a trafugare carte riservate nell’appartamento papale, «la questione per lui era chiusa anche a livello interiore», per dirla con le parole del segretario Mons. Gänswein. Completamente cieco all’occhio sinistro per la maculopatia e con un’artrosi al ginocchio destro che gli ostacola la mobilità, egli rassegna le proprie dimissioni con un’ammirevole libertà interiore, preoccupata solo di dar seguito al disegno misterioso d’amore del Padre. Così «il filosofo di Dio, il grande pensatore del soglio di Pietro, si era ritirato là dove la sola ragione non era sufficiente. Nella meditazione, nella preghiera». In questo modo «il pontefice tedesco ha infuso vita nuova nella dottrina e, così facendo, è stato un innovatore della fede che ha costruito ponti per l’arrivo del nuovo – malgrado possa sembrare che le cose siano ben diverse. Il suo successore sulla cattedra di Pietro ne è già certo: “Il suo spirito […] apparirà di generazione in generazione sempre più grande e potente”».

E, rispetto all’inedita missione di ‘papa emerito’, che ancora svolge nel nascondimento, Benedetto XVI dichiara al suo intervistatore, che essa consiste nel «servire la sede di un tempo nell’interiorità del proprio rapporto con Dio, nella partecipazione e dedizione della preghiera». Relativamente al rapporto con Papa Francesco, ammette infine che la sua amicizia con lui «è andata crescendo nel tempo».

 La biografia di Seewald, che dedica circa 900 pagine a raccontare la vita di Joseph Ratzinger prima della sua ascesa al soglio di Pietro, si legge piacevolmente come un romanzo perché dedica ampio spazio anche al contesto storico e a numerosi retroscena della Chiesa, dal dibattito teologico internazionale al resoconto del conclave, alternando sapientemente stralci dei discorsi pubblici a ‘confessioni’ private inedite dell’‘umile lavoratore nella vigna del Signore’.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

 

Casti alla meta, 50 sfumature dell’amore vero

Guardare al proprio corpo e a quello della persona amata con occhi limpidi e sguardo puro per riscoprire la bellezza della sessualità come dono. Non è un saggio ma la condivisione di una profonda esperienza personale quella che Cecilia Galatolo racconta nel suo recente volume Casti alla meta. 50 sfumature dell’amore vero (Mimep-Docete 2020, pp. 141). L’autrice è una donna marchigiana, sposata, madre di due bambini e autrice in particolare di alcuni romanzi sulle vite di Santa Gianna Beretta Molla e del beato Carlo Acutis.

«Sei prezioso, unico, irripetibile, non esiste nessuno come te! Sei libero, creativo e puoi rendere il mondo un posto migliore. Butteresti in un pozzo un diamante?». Di qui l’invito dell’autrice a custodire gelosamente e integralmente se stessi, corpo e spirito, fisicità e interiorità. Un appello per niente scontato se si considerano le raccomandazioni in voga tra i più giovani, per cui «ti avran detto che “il corpo è tuo” e puoi farci quello che vuoi; “l’importante è che lo fai con la testa, usando le giuste precauzioni”; “sesso libero, ma sicuro”». In questo modo «puoi unirti a tanti e, in fondo, a nessuno; puoi decidere di ‘giocare’, di cercare esclusivamente il tuo piacere e soddisfare quello di un altro. Oppure guardarti allo specchio e dirti: “No, io valgo più di così”».

La Galatolo confessa apertamente di aver creduto in passato «che la castità significasse ‘privazione’. Pensavo fosse sinonimo di ‘castrarsi’; ora invece penso sia come il fuoco, che brucia i rovi, ma fa brillare l’oro». L’autrice racconta come i propri genitori si siano sforzati di trasmetterle il valore della purezza, di imparare ad attendere l’uomo cui donarsi totalmente; ricorda la scelta avventata di cedere inizialmente alla logica dei rapporti prematrimoniali per poi fare un passo indietro e accogliere con consapevolezza nuova le ‘buone ragioni’ degli insegnamenti dei genitori.

Nel suo racconto trova spazio anche la scelta coraggiosa di un fidanzamento casto condivisa con Marco, divenuto poi suo marito. Grazie a lui Cecila scopre in pratica quanto aveva appreso solo in teoria dalla testimonianza di una giovane coppia di sposi cristiani, che cioè castità significa «Voglio fare sul serio con te», perché «quando fai l’amore, con il tuo corpo stai dicendo Sono tuo e sarò tuo per sempre, ma se affermi questo prima di aver accolto per la vita quell’uomo o quella donna, ciò che dici col corpo è una menzogna».

Oggi invece tra i millennials si è convinti che sia necessario testare preventivamente la ‘sintonia’ sotto le lenzuola. Eppure «il sesso è un linguaggio, una via per manifestare l’amore che c’è. Non è il fine, è il mezzo», perché l’altro non sia considerato un ‘partner sessuale’. Esso è «un modo per esprimere amore, ma non è l’amore». In tale prospettiva, anche per una coppia di sposi, vivere in castità non è sinonimo di astinenza, ma di «vivere la sessualità come dono sincero di sé e non mera ricerca di un piacere limitato ed egoistico», perché «l’altro non è un oggetto da usare».

La castità è un dono utile perché «ti fa vedere la ‘solitudine’ come un tempo prezioso per conoscerti», perché per amare bisogna innanzitutto esser capaci di amarsi, «aiutandoti a dare valore a te stesso e agli altri», nella consapevolezza che gli altri non sono ‘funzionali’ a sè; «ti fa crescere nella gratuità e nella capacità di dono», e dunque aiuta a costruire legami veri, lontani dalle logiche utilitaristiche e del possesso; aiuta a riscoprire la bellezza della tenerezza e «permette di vivere in modo ancora più intenso l’atto sessuale con tua moglie/marito» per poter essere un modello positivo per i figli. «Ti incoraggia nella ricerca della tua vocazione, preparandoti a viverla», e così, « aiutandoti a guardare gli altri come Lui li vede, ti avvicinerai più a Dio».

«La castità nel fidanzamento – prosegue l’autrice – aiuta a mettere al centro la relazione personale, stimola a parlare, a conoscersi in profondità, insegnando il valore dell’attesa; contribuisce a creare un’intimità anche mediante il dialogo, preservando la passione vera», laddove il sesso «crea un’intimità fittizia, l’illusione di un’intimità che nel cuore non c’è». Tra l’altro tale scelta se da un lato «rende anche meno difficile il distacco se si sceglie di prendere strade diverse», dall’altro «fa crescere il desiderio se l’amore è vero».

La castità aiuta in sostanza a vedere l’altro come un ‘bene in se stesso’, e non un ‘bene per te’, rafforzando autocontrollo, spirito di sacrificio e forza di volontà e, in questo modo, tempra la coppia preparandola ad affrontare le difficoltà che incontrerà nel matrimonio. Certo occorre anche chiedere a Dio con fede, umiltà e perseveranza la grazia di custodirsi e custodire l’altro nella purezza.

Attingendo all’esperienza personale, l’autrice sottolinea la fortezza del futuro marito durante il fidanzamento: «La fermezza con cui ha portato avanti il proposito della castità, nonostante fosse difficile, mi ha svelato in gran parte la sua fortezza, la sua capacità di dare la vita prima di cercare la sua soddisfazione».

Il libro raccoglie anche diverse testimonianze di giovani coppie di Cuori Puri, un’associazione nata a Medjugorie da un’iniziativa di Padre Renzo Gobbi e di Ania Goledzinowska, ex modella convertita, e offre molti preziosi suggerimenti per educare al valore di questa fondamentale virtù. Insomma, per dirla con una di queste, che sia nel fidanzamento o nel matrimonio, la castità è la via maestra che conduce alla vera libertà d’amare perché fa «vivere tutto come dono».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana