Una religione umanitaria sta rinnegando la croce

“Il Figlio dell’Uomo quando verrà, troverà la fede sulla terra?” (Lc 18, 8). L’interrogativo di Gesù posto ai suoi discepoli risuona nella sua drammatica attualità soprattutto oggi che “la fede viene persa (incredulità) o rinnegata (apostasia)”. Ma un argine solido a tale “scatenamento satanico”, alla costruzione di un “mondo nuovo senza Dio” è rappresentato dalla Vergine Maria, che assicura costantemente nelle apparizioni di Medjugorje il trionfo finale del suo Cuore Immacolato.

Lo racconta Padre Livio, noto direttore di Radio Maria, nel suo ultimo libro-intervista con Diego Manetti La croce rinnegata (Piemme 2019, pp. 206) sull’apostasia dell’Occidente. D’altra parte “è tramite l’incredulità che il diavolo prende sempre più potere sull’uomo, fino a condurlo al supremo peccato d’orgoglio che consiste nella pretesa di essere dio al posto di Dio”. Non solo egoismo, dunque, o meglio egolatria, ma anche materialismo e modernismo sono i sintomi visibili di tale apostasia, che “riduce Gesù a un semplice maestro di sapienza”.

Un faro di luce nelle tenebre è rappresentato allora proprio dalle apparizioni frequenti della Vergine a Medjugorje, le quali costituiscono il “compimento di Fatima”, ossia la piena attuazione di quanto già rivelato da Maria ai tre pastorelli. In questo caso, però, sono già stati rivelati ai veggenti ben dieci segreti; in particolare, a due ammonimenti e un segno visibile a tutti sulla collina del Podbrdo, seguiranno ‘sette castighi’, ognuno dei quali sarà svelato tre giorni prima di compiersi. È questo il cuore profetico di quanto preannunciato a Medjugorje dalla Regina della Pace.

Nella società attuale è evidente come Satana sia ‘sciolto dalle catene’. “I fronti del suo attacco sono il mondo, la Chiesa e la famiglia” e naturalmente il cuore degli uomini, nel quale egli “semina l’incredulità, seducendoli con l’inganno secondo cui senza Dio si vive meglio”. Il demonio all’opera cerca infatti di colpire innanzitutto la famiglia, che è “il vertice dell’opera della creazione e il segno di Dio tra gli uomini”, poiché in essa “si rispecchia la Santissima Trinità”. Per questo “attacca i matrimoni, causa discordie tra genitori e figli, porta l’uomo a preferire la solitudine, stravolge la natura dei rapporti tra uomo e donna, cercando di sostituire al vincolo matrimoniale qualsiasi unione ridotta a mera pratica sessuale, o tra esseri umani dello stesso sesso, fino alle più recenti aberrazioni favorite dall’ideologia gender, ovvero la maternità surrogata e l’utero in affitto, per cui la vita di un figlio non è più dono da accogliere nel matrimonio cristiano, bensì un diritto e un’esigenza da soddisfare con la stessa superficialità con cui si ordina un prodotto da un catalogo commerciale”. Il diavolo fa così fiorire una “falsa religione che vuol sostituire l’adorazione di Dio col culto dell’uomo”.

C’è poi il sincretismo modernista che, neutralizzando la pretesa veritativa del cattolicesimo, mette sullo stesso piano tutte le diverse fedi riducendole a semplici espressioni di cultura e civiltà, a mere produzioni dell’animo umano. Tale eresia modernista, che veicola una religione umanitaria, viene purtroppo talvolta drammaticamente abbracciata anche da diversi sacerdoti e consacrati, la cui predicazione diviene perciò sempre più appiattita sulla dimensione orizzontale. In effetti, fare della Chiesa “una semplice crocerossina” (card. Biffi), piuttosto che evidenziare la dimensione trascendente dell’uomo, parlando di peccato, salvezza dell’anima e realtà escatologiche, genera conseguenze molto gravi sul sensus fidei dei credenti.

Tuttavia, pur nella dilagante e generalizzata apostasia dell’Occidente dentro e fuori la Chiesa, la barca di Pietro non può esimersi dal percorrere la via della croce nell’anelito di conformarsi a Cristo e non può sottrarsi alla propria vocazione alla testimonianza, e dunque anche al martirio se necessario.

Nonostante le criticità evidenziate, non mancano però segni di speranza, quali la fioritura di numerose conversioni e la rassicurazione materna di Maria che alla fine il suo Cuore Immacolato trionferà. Certo nella lotta contro Satana ciascuno è chiamato a fare la sua parte, a combattere con le armi di sempre, quelle consuete della tradizione della Chiesa, ossia preghiera, digiuno e carità, per ottenere la propria conversione e quella di tutti i peccatori. Per questo una raccomandazione incessante della mamma celeste ai suoi figli è innanzitutto questa: “La corona del Rosario sia sempre nelle vostre mani, come segno per Satana che appartenete a me”.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Figli genderless, l’ultima folle moda hollywoodiana

Crescere i propri figli ‘genderless’, ovvero ‘senza genere’ è l’ultimo trend diffuso tra le star di Hollywood o forse soltanto un modo ‘politicamente corretto’ per continuare a far parlare di sé e riempire le copertine patinate dei rotocalchi.

Lo conferma quanto dichiarato in una recente intervista rilasciata ad AOL dall’attrice statunitense Kate Hudson: “Vesto la neonata con abitini da donna ma sono comunque aperta ad ogni possibilità. Deve essere mia figlia a scegliere chi vuole essere”. Questo l’annuncio della decisione della star – che ha già due figli maschi di 17 e 14 anni, frutto di due precedenti relazioni – presa insieme all’attuale compagno Danny Fujikawa relativamente all’educazione della terzogenita Rani Rose nata lo scorso ottobre.

Eppure, nel corso della stessa intervista, la Hudson è costretta ad ammettere che “le piace molto comprarle vestitini da femmina”, a fiorellini, perché si sa, la realtà è profondamente diversa dall’ideologia di genere che ha sposato. E ancora, con una certa sorpresa, l’attrice americana si lascia andare a considerazioni autocontraddittorie e non proprio ‘gender free’, nella misura in cui constata che “al momento sembra incredibilmente femminile in fatto di energia, dei suoi suoni e modi”. Insomma le sue parole lasciano trapelare l’evidenza di un dato biologico incontrovertibile, quello della differenza tra uomo e donna, tra una personalità e un ‘modo di essere’ maschile e una personalità e un ‘modo’ di essere femminile. D’altra parte chi nasce femmina non muore maschio, perché ogni cellula del proprio corpo, dalla più piccola alla più grande, è sessuata. Studi scientifici hanno abbondantemente dimostrato che la stessa conformazione cerebrale di uomini e donne evidenzia una sostanziale divergenza delle connessioni neuronali degli uni rispetto alle altre. Un altro dato che prescinde chiaramente da qualsivoglia forma di educazione. Senza dubbio tale scelta della Hudson è anche condizionata da un disagio vissuto in prima persona nel proprio contesto familiare; a tal proposito l’attrice confessa “di esser cresciuta come ‘un maschiaccio’ dai suoi genitori”.

Così la nuova filosofia genderless continua a mietere proseliti tra i divi dello star system. Infatti la stessa figlia di Angelina Jolie e Brad Pitt, Shiloh, è stata educata in maniera ‘gender free’ e non in conformità al suo esser femmina. Il risultato? Oggi ha dodici anni, preferisce indossare pantaloni e abiti maschili, portare i capelli corti come un maschio e farsi chiamare ‘John’. La follia di tale ideologia sembra aver pervaso anche i regnanti di casa Windsor, in quanto ad attendere il royal baby di Henry e Meghan, che nascerà nella prossima primavera, pare non ci sarà una cameretta dalle pareti bianche, azzurre o rosa, bensì una dai muri grigi. Se essere maschi o femmine è un retaggio del passato, un vecchio stereotipo culturale, azzurro e rosa sono colori decisamente fuori moda. È allora il grigio il colore neutro per eccellenza che rispecchia, forse più dei colori dell’arcobaleno, la pretesa ideologica di chi desidera a tutti costi negare che ogni cosa sia bianca o nera.

La moda del ‘genderless’ nell’educazione dei propri figli è dunque l’ennesima conferma di una rivoluzione culturale e politica in atto che ha coinvolto già diversi Stati soltanto in America. Ad offrire la nuova opzione è dapprima l’Oregon nel luglio 2017, seguono poi California, Montana, New Jersey, lo Stato di Washington, e ora la città della Grande Mela, New York, dove sarà finalmente possibile scegliere, accanto a maschio e femmina, la dicitura ‘gender X’, in modo da permettere ai genitori di cambiare arbitrariamente il genere dei figli sul certificato di nascita anche senza l’autorizzazione del medico. Così, ancora una volta, l’ideologia soppianta la realtà, la cultura sovverte la natura e il ‘divieni ciò che vuoi’ sostituisce il ‘divieni ciò che sei’ di nietzschiana memoria.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

San Giovanni Bosco, il devoto dell’angelo custode

“Renditi familiare con gli angeli, osservali spesso invisibilmente presenti nelle tue azioni, ama ed onora gli angeli della persona vivente con te, e particolarmente il tuo angelo custode; pregali spesso e rendi loro omaggio di lode, invoca il loro aiuto e il loro soccorso in ogni tua impresa spirituale e temporale: essi coopereranno alle tue intenzioni”, scriveva san Francesco di Sales nella sua Introduzione alla vita devota, meglio nota come Filotea.

Gli fa eco san Giovanni Bosco che inscrive la propria missione proprio nel solco del carisma del vescovo ginevrino, chiamando per questo “salesiani” i propri figli spirituali. Il santo educatore torinese si premurò infatti che i giovani del suo oratorio coltivassero la devozione angelica e scrisse anche un opuscolo sul tema dal titolo: Il divoto dell’Angelo Custode. Lo ricorda il noto angelologo Marcello Stanzione nel recente volume Gli angeli di San Giovanni Bosco (La Fontana di Siloe, pp. 192). Don Bosco stesso beneficiò per vari anni della sua vita di una “misteriosa custodia angelica”. Si tratta del Grigio, un grosso cane che non mangiava, non beveva, compariva all’improvviso per soccorrere il Santo nei pericoli e misteriosamente scompariva. Senza dubbio un cane non ordinario, anche se “dire che sarebbe un angelo forse farebbe ridere”, per dirla con le stesse parole del santo amico dei giovani.

Relativamente agli angeli, don Bosco era solito ricordare ai ragazzi: “Fatevi buoni per dare allegrezza al vostro Angelo Custode”. Nello stesso tempo suggeriva loro: “In ogni afflizione e disgrazia, anche spirituale, ricorrete all’Angelo con piena fiducia ed esso vi aiuterà”. Un suggerimento semplice e comprensibile, che diventava per questo anche praticabile, come i moniti: “Ricordati che hai un Angelo, per custode, compagno e amico”, per cui “se vuoi piacere a Gesù e a Maria, obbedisci alle ispirazioni del tuo Angelo custode”. D’altra parte l’angelo custode rappresenta un aiuto nelle tentazioni, anche in virtù del “suo desiderio di aiutarti” soprattutto nei pericoli.

Così, tra i figli spirituali del santo sacerdote, “San Domenico Savio era convinto di avere sempre vicino il compagno celeste, ricorreva a lui con fiducia e ne riceveva favori e aiuti speciali”. Allo stesso modo, un altro dei giovani dell’oratorio poté sperimentare in prima persona tale potenza della tutela angelica. Un giorno, mentre lavorava come muratore al restauro di una casa, cadde dall’impalcatura insieme ad altri due coetanei. Uno purtroppo morì, l’altro finì in ospedale, egli invece rimase illeso proprio per aver invocato il proprio angelo custode che intervenne prontamente a sua protezione mentre precipitava a terra dall’alto.

Nel libricino Il divoto dell’Angelo Custode – che il volume di don Marcello ha il pregio di riportare in appendice in versione integrale – don Bosco condensa in dieci considerazioni fondamentali tale forma di devozione angelica. Muovendo dalla riflessione sulla bontà di Dio nel destinare agli uomini i Santi Angeli Custodi, egli ricorda che queste creature celesti li amano per riguardo a Gesù e Maria, manifestando tale amore attraverso una speciale assistenza quotidiana, e in particolare nel tempo della preghiera, nella tentazione, nelle tribolazioni, nell’ora della morte e confortando l’anima in Purgatorio. Insomma la tenerezza dell’angelo custode nei confronti di ogni peccatore è talmente grande da non abbandonarlo mai nel corso della vita. Perciò è opportuno che ciascuno lo preghi con animo grato con queste parole: “Tenerissimo Custode dell’anima mia, che di continuo specchiandovi ne’ Sacri Cuori di Gesù e di Maria, nuove fiamme traete d’amor divino; fate che il mio cuore per l’avvenire non pensi più che amare Voi, amar Gesù mio Redentore, amare Maria madre mia amantissima”.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

“La grazia di vivere la grazia”. La sorella racconta Chiara

“Una ragazza spontanea, dalla battuta pronta, col sorriso sulle labbra. Amava viaggiare, scherzare e stare tra la gente. Parlava della sua fede, incarnando il Vangelo in tutto quello che faceva, certa che il Signore fosse al suo fianco”. È ricordata così Chiara Corbella Petrillo, ora Serva di Dio, nelle parole dette da sua sorella Elisa nel corso di una testimonianza pubblica. “Più che parlare, Chiara riusciva ad ascoltare l’altro e a dire a chi incontrava anche soltanto una parola, essendo ella stessa in ascolto delle ispirazioni che lo Spirito Santo le suggeriva”.

La sorella Elisa lascia principalmente che sia Chiara stessa a parlare in un video esclusivo del suo ultimo viaggio a Medjugorje, quando era già divorata dal tumore alla lingua. Le parole di Chiara risuonano così tra le immagini del suo matrimonio, dell’incontro con lo sposo terreno, Enrico Petrillo, e quelle dei suoi funerali nell’incontro con lo Sposo celeste. Chiara racconta con la simpatia e l’ironia che la contraddistinguono l’incontro con Enrico, avvenuto proprio lì a Medjugorje, i litigi, la breve interruzione del suo fidanzamento, il desiderio e la decisione comune di sposarsi. Di qui alla gioia della prima figlia, Maria Grazia Letizia, anencefala, vissuta solo 30 minuti; alla grazia di avere subito un altro figlio, il piccolo Davide Giovanni, con gravi problemi agli arti inferiori e malformazioni agli organi interni, che vivrà sulla terra solo 38 minuti. Rispetto a tale doloroso epilogo, Chiara afferma con una serenità e una pace interiore disarmante: “Non ci è sembrato poco il tempo che abbiamo passato con loro, perché ogni momento passato con loro ci ha riempito e siamo usciti pieni del loro amore”.

Passano pochi mesi ed essi “rimangono incinti del terzo figlio” – come Chiara stessa afferma – cioè Francesco, perfettamente sano. Questa volta però è la sua mamma ad ammalarsi e a scegliere di posticipare le cure, in particolare il secondo intervento che le avrebbe comportato l’asportazione di una parte della lingua, a qualche giorno dalla nascita di Francesco, proprio per non comprometterne la salute. E così Chiara sopporta chemio e radioterapia e si sottopone alle cure necessarie “con la serenità che Dio avrebbe fatto della sua vita un qualcosa di più grande di quello che ella stessa avrebbe potuto immaginare”.

In quel suo ultimo pellegrinaggio terreno nel luogo delle apparizioni mariane, Chiara è lì per “chiedere la grazia di vivere la grazia” (c’era già tornata dopo essersi lasciata con Enrico per comprendere la propria chiamata all’Amore in dialogo col suo Signore), ossia per comprendere se il Signore desideri la sua guarigione o che raggiunga in cielo gli altri due figli per realizzare un bene più grande, in conformità al disegno del Padre. Chiara è anche fermamente convinta, nello stesso tempo, sia che “a ogni tribolazione corrisponde una consolazione perché Dio non ci lascia soli nel dolore”, come ricorda sua sorella Elisa, sia che “se uno si lascia amare dal Signore può fare tutto”.

Nel rievocare le ultime ore della vita terrena della sorella, Elisa ricorda infine che “Chiara, nel suo ultimo respiro, è come se avesse spiccato il volo e si può spiccare il volo così solo se si è sicuri che Qualcuno ti prenderà”. E lei lo era. Perciò al suo matrimonio, come al suo funerale, si piange e si gioisce, “suonano le campane e cantano gli angeli nel ciel”.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

L’entusiasmo di un prete, anche nei suoi pensieri più morbosi

“Non sono i nostri sforzi a portarci a Dio, ma senza di essi, per una qualche ragione, è impossibile arrivare a Lui”. A mostrare la veridicità di tale affermazione è il romanzo “Entusiasmo” (pp. 412, Vita e Pensiero) del sacerdote e poeta spagnolo Pablo d’Ors, nominato da Papa Francesco anche consultore del Pontificio Consiglio per la Cultura.

Si tratta di un’autobiografia scritta in forma di romanzo; di un “racconto dei cammini da me battuti: come li ho scoperti e percorsi, come ho fatto i miei primi passi per poi alla fine perdermi di nuovo, o come mi sono trovato all’improvviso, senza aspettarmelo, di fronte a un difficile crocevia, totalmente inatteso”.

Così il diciassettenne Pedro Pablo Ros (anagramma del cognome dello stesso autore) è ospite in America di una famiglia tutt’altro che religiosa per uno scambio culturale dove conduce una vita piuttosto dissoluta e comunque lontana dalla fede. Eppure in tale contesto si delineano le condizioni per un’amicizia significativa con il coetaneo spagnolo Salmerón, anch’egli ospitato dalla medesima famiglia americana, che gli testimonia la propria fede e lo invita a pregare insieme a lui.

È questo soltanto il primo di una serie di incontri che costituiranno le tappe fondamentali del suo cammino progressivo di conversione. Rientrato in Spagna, Pablo si reca alle catechesi di padre Aureliano, il quale “era convinto che il cristianesimo fosse intelligibile solo se lo si spiegava a partire dai casi concreti”; quindi si fa seguire nel suo discernimento vocazionale anche da padre Emiliano dell’Opus Dei. In una notte del 22 dicembre sente la propria vocazione percepita “nell’intensità di una Presenza nel buio della mia stanza”, riscopre un senso di “pace e la meravigliosa pienezza” di un Dio con cui egli diventa sempre più familiare mediante la pratica dei sacramenti e in particolare stando in ginocchio dinanzi al tabernacolo, nella consapevolezza che “solo in quello specchio mi avvicino al contempo al mistero di Dio e al mio io”.

Il protagonista confessa dunque di essere ‘un entusiasta’, poiché è consapevole che “c’è Qualcuno che preme dentro di me, e tutto quanto faccio nella vita, assolutamente tutto, obbedisce soltanto al desiderio di farlo uscire”. Sospinto da tale desiderio di servire Dio, Pablo decide di entrare in noviziato nel carisma dei claretiani. Degli anni di formazione gli riscaldano il cuore le estati trascorse al servizio degli ultimi, dai disabili e dagli anziani ai detenuti.

Ma di quegli anni ricorda anche la fatica di resistere alle seduzioni del mondo “perché persino quando sembra sconfitto risorge dalle sue ceneri” e il riconoscimento di aver avuto come docenti diversi teologi preoccupati più di essere ‘moderni’ e al passo coi tempi, leggendo Freud e gli altri ‘maestri del sospetto’, che cristiani.

Egli giudica però criticamente “l’eredità dei preti del ‘68” e nel contempo considera “falsa, riduttiva e inadeguata la lettura rossa del Vangelo”. Divenuto missionario tra i più poveri delle baraccopoli in Honduras, Pablo scopre progressivamente che il suo volersi dedicare ai bisognosi comporta fondamentalmente un ricevere maggiore di quanto egli stesso non riesca a dare.

Nonostante alcuni spunti spirituali interessanti, nel romanzo l’autore indugia morbosamente su descrizioni erotiche con un linguaggio eccessivamente volgare; confessa pensieri inconfessabili, desideri carnali e persino i suoi peccati contro la castità senza pudore. Senza nascondere la sua simpatia per Herman Hesse e l’ammirazione per Gandhi, D’Ors strizza leggermente l’occhio sul piano dottrinale alla ‘teologia della liberazione’ e al modernismo, soprattutto quando scrive che “nella Chiesa abita il germe dell’autodistruzione”, nella misura in cui “l’eterodossia abita in seno all’ortodossia”, sia allorquando invoca una certa ‘flessibilità’ nel modo d’intendere la fede cristiana nel dialogo con le altre fedi.

Fonte: La NuovaBussolaQuotidiana

Tra fiaba e teologia, le letture del cardinal Biffi

Collodi, Sant’Ambrogio, Dante, Guareschi, Bacchelli, Chesterton, Tolkien, Solov’ëv sono gli autori preferiti del cardinale Biffi rievocati durante piacevoli conversazioni confluite nel volume Filastrocche e canarini. Il mondo letterario di Giacomo Biffi, a cura di Davide Riserbato e Samuele Pinna, appena pubblicato da Cantagalli per celebrare i novant’anni dalla nascita (1918-2018) di Sua Eminenza.

Il volume raccoglie i contributi di autorevoli studiosi quali Franco Nembrini, Inos Biffi, Alessandro Ghisalberti, Alberto Guareschi, figlio di Giovannino, Maurizio Vitale, Paolo Gulisano, Guglielmo Spirito, Vittorio Possenti e Giacomo Poretti che, con la sapiente ironia che gli appartiene, si sofferma sul senso dell’ironia dello stesso cardinale e arcivescovo bolognese.

“Un cardinale dovrebbe scrivere filastrocche per bambini e allevare canarini”, scriveva Giacomo Biffi. Di qui la genesi del curioso titolo del libro che rivela un tratto significativo della personalità del cardinale che, oltre a essere un “impavido e intrepido araldo della Verità, è stato maestro di buon senso e di sano umorismo”.

Con profonda gratitudine Franco Nembrini ricorda come il commento teologico a Le avventure di Pinocchio di Biffi sia stato il filo conduttore delle sue lezioni di religione per molti anni. Grazie all’acuta lettura della fiaba proposta dal cardinale nel libro Contro Mastro Ciliegia, Nembrini riconosce il proprio ‘debito’ intellettuale nei confronti di Biffi che gli ha fatto comprendere come “la storia di Pinocchio sia in qualche modo la metafora dell’ortodossia cattolica”. E in effetti, secondo tale lettura, Collodi ha avuto un’infanzia cristiana e ha poi rifiutato da adulto la fede, che sarebbe dunque “riemersa nel linguaggio della fiaba”. Infatti Geppetto è figura allegorica del Padre, in quanto per lui “un pezzo di legno non è solo un pezzo di legno”, poiché condivide “lo sguardo che Dio ha sulle cose”. Egli ha un disegno grande per il proprio figlio, è pronto a perdonargli le intemperanze, anche se Pinocchio si dimentica spesso della relazione con il Padre, ammazza la Sua voce che è in lui (il Grillo Parlante), per assecondare la pretesa di diventare padrone della propria vita e del mondo. E così diventa prima schiavo di Mangiafuoco, poi un asino, fino a toccare il fondo nell’esser divorato dal Pesce-cane, che è “il male per eccellenza”. Ma nel ventre del pesce avviene il ritrovamento del figlio perduto e un commovente incontro tra padre e figlio, che segna anche un capovolgimento di ruoli particolarmente significativo, in quanto alla fine è Pinocchio a prendere il braccio il padre e salvare Geppetto, divenendo quindi figura tipologica di Cristo. Allo stesso modo anche la fata turchina è figura allegorica di Maria e della Chiesa.

Se persino una fiaba può meritare un commento teologico, allora la teologia non può limitarsi alla mera esposizione della verità, perché è anche bellezza. Lo testimonia l’apprezzamento del cardinale per gli Inni di Sant’Ambrogio rievocato da Inos Biffi, nei quali “dottrina e affectus giungono al livello della liricità, della poesia e la fede diventa canto o il canto traduce la fede”. Inos Biffi elogia poi “la cortesia e l’affabilità” dell’amico cardinale e confessa di non aver conosciuto, “almeno in Italia magistero episcopale che abbia saputo più felicemente unire la luce della sapienza teologica e il rigore della scienza sacra con la pertinenza della valutazione e dell’applicazione pratica”.

Un’altra passione letteraria del cardinale è rappresentata sicuramente dal Sommo Poeta, se si considera che non trascorreva giorno che Giacomo Biffi non leggesse un canto o almeno qualche terzina della Divina Commedia. Egli considerava il poema dantesco come “un prodigio che, nella molteplicità delle sue meraviglie e nella varietà dei suoi valori, non trova riscontri plausibili”, anche perché “la scienza teologica sostanzia e connota innegabilmente il canto” di Dante. D’altra parte, come sottolinea il professor Ghisalberti, è notevole “la consapevolezza di Dante, secondo la quale egli ha ricevuto un’autorizzazione dall’alto a compiere questo viaggio, con un fine che consiste nell’evangelizzazione in senso lato”.

Relativamente a Giovannino Guareschi, Biffi ha osservato acutamente che la scrittura del celebre autore delle storie di Don Camillo e Peppone “mira ad arrivare direttamente alle cose”. Guareschi racconta infatti il ‘mondo piccolo’ della Bassa in cui viveva in “comunione con le cose” che gli stavano a cuore. Questo tratto della personalità di Guareschi è evidenziato anche dal figlio Alberto che, riguardo alla capacità narrativa del padre conferma che “la sua arte consiste nel fatto di riuscire a rendere semplici le cose senza cadere nella banalità e di avere le chiavi dei cuori dei suoi lettori”.

Nella conversazione con il professore Maurizio Vitale emerge invece il profilo di uno scrittore del Novecento piuttosto dimenticato ma molto caro a Biffi: Riccardo Bacchelli. La sua opera, Il mulino del Po, è considerata dal cardinale “un canto d’amore all’Italia”, mentre in tutta la sua produzione emerge la passione per l’umano dello scrittore e drammaturgo bolognese unita a un sentimento di pietas che si configura quale “amore condolente per quanti condividono con noi la stessa natura di uomini”.

Riguardo a Chesterton, Paolo Gulisano rileva che “una delle frasi più significative che il Cardinale cita è la seguente: ‘Il mondo moderno ha subìto un tracollo mentale, molto più consistente del tracollo morale’”. Dietro tale preferenza si cela la consapevolezza che “la nostra prima preoccupazione nell’approcciare i problemi del mondo contemporaneo non può limitarsi a essere di tipo etico: dobbiamo anzitutto preoccuparci del fatto che esistano comportamenti assolutamente insensati, irragionevoli”. Un esempio? La deriva eugenetica della nostra cultura non è soltanto assolutamente immorale, ma è innanzitutto insensata, poiché denuncia un ottenebramento della stessa ragione. In effetti “Chesterton era un laico che difendeva la fede combattendo in difesa della ragione”. Ed è soprattutto per questo motivo che l’autore inglese è particolarmente caro al cardinale, il quale riteneva che in ogni sua pagina “balena la frase lucente e incisiva che non si dimentica più”. Nel proprio contributo Gulisano ricorda altresì come lo stesso Guareschi sia stato un “appassionato lettore di Chesteron”.

Relativamente a Tolkien e al mondo degli hobbit de Il Signore degli Anelli tanto apprezzato dal cardinale Biffi, padre Guglielmo Spirito afferma che “la loro umiltà, al di là della pietà e della misericordia, li custodisce e permette che il progetto di salvezza si realizzi. Tutto ciò significa veramente cogliere la realtà in una visione di mitezza e di compassione è il cuore stesso del Vangelo! –, e questo Tolkien ce l’ha nel midollo!

Riprendendo Solov’ëv il cardinale Biffi mette in guardia dal rischio profetico di scambiare la Chiesa per un’organizzazione umanitaria. Nel solco della sua riflessione il professor Possenti ribadisce la distanza esistente tra cristianesimo e mera filantropia. Infatti l’espressione del Racconto dell’Anticristo cara al cardinale recita: «Quello che noi abbiamo di più chiaro nel Cristianesimo è Cristo stesso».

Infine Giacomo Poretti racconta i primi passi della sua vocazione di attore, di aver incontrato il cardinale, anche lui come Nembrini, nelle pagine del suo commento teologico alla fiaba di Pinocchio e di averne apprezzato quel sano umorismo che è anche “un bagno d’umiltà”, perché aiuta a essere autoironici e ad avere “uno sguardo positivo anche sulle cose brutte che capitano”.

Le piacevoli conversazioni raccolte in questo volume consentono al lettore, per dirla con le parole dell’arcivescovo di Bologna Matteo Maria Zuppi, di “comprendere Biffi attraverso i ‘suoi’ autori, diventati vere e proprie passioni e che ci ha insegnato a gustare. Questa volta, però, e viceversa, sono proprio loro che ci aiutano a comprendere l’intelligenza e la fede del Cardinale, attento all’umano perché liberamente obbediente solo a Colui che è la Verità”.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Reliquie, la scienza conferma la tradizione agiografica

“Nella tradizione cristiana le reliquie esercitano la loro potenza di rassicurazione, incoraggiamento e protezione. Il corpo è condizione reale dell’incontro con Dio perché è proprio attraverso il corpo di Gesù che si entra nel Mistero. La devozione verso le reliquie diventa un modo con cui la nostra fede riconosce nella storia, nel vissuto, nel soffrire, nel morire di alcuni fratelli i segni di un martirio che può incoraggiarci a sopportare il nostro martirio. Le reliquie ci dicono che ognuno di noi può essere santo conservando la fede attraverso una grande tribolazione”. Con queste parole Mons. Mario Delpini, Arcivescovo di Milano, ha sottolineato l’importanza del culto delle reliquie, talvolta liquidato come un retaggio del passato legato a vacue forme di superstizione.

Eppure la venerazione delle reliquie consente alla fede di non scadere nel devozionalismo e di radicarsi saldamente nella carne e nel sangue dei suoi testimoni concreti di ieri e di oggi. Nel solco di tale consapevolezza si colloca la recente ricognizione scientifica delle ossa dei santi Ambrogio, Gervaso e Protaso, che ha confermato le radici storiche e spirituali della tradizione ecclesiale milanese.

Nel corso di tre mesi intensi un team di ricercatori coordinato dalla prof.ssa Cristina Cattaneo – Ordinario di Medicina Legale dell’Università Statale di Milano e direttrice del Centro LabAnOf dello stesso Ateneo – ha avuto modo di studiare diversi materiali in archivio e le fonti storiografiche, di effettuare un accurato esame antropologico dei resti di Ambrogio, Gervaso e Protaso, valutando lo stato di conservazione sia degli scheletri che del sarcofago in porfido che li ha custoditi.

Le reliquie di Ambrogio, Protaso e Gervaso sono state riscoperte nel 1864, grazie a Mons. Francesco Maria Rossi, che nel 1871 consentì l’apertura del sarcofago di porfido rosso pesante ben 2300 chilogrammi che le custodiva. Ma la loro storia è naturalmente ben più antica: nel 386 Ambrogio rinvenne i corpi di due martiri del II secolo, Gervaso e Protaso, e volle che fossero custoditi nella cripta della basilica in un’urna che di lì a poco, nel 397, avrebbe accolto anche le proprie spoglie.  Relativamente alle cause della morte dei santi martiri di cui egli stesso promosse il culto, il vescovo di Milano racconta in maniera piuttosto verosimile che “tutte le ossa erano integre, molto il sangue” (Epistola 77), narra di “reliquie inviolate, ma di un capo staccato dal tronco”. In realtà è un’epistola anonima pseudo-ambrosiana della prima metà del V secolo a raccontare il martirio di Protaso e Gervaso, due fratelli probabilmente gemelli, figli del luogotenente Vitale. In tale lettera si legge in particolare che Gervaso fu colpito mortalmente da un flagello piombato, mentre Protaso venne decapitato. La loro fedeltà a Cristo fino alla morte rifulge gloriosa insieme a quella del loro padre nei mosaici della basilica ravennate dedicata proprio a quest’ultimo.

Esaminando con approfondimenti diagnostici poco invasivi gli scheletri di Ambrogio e dei due martiri, un’équipe di fisici, chimici, biologi e antropologi, ha raccolto una grande mole di dati che ne avvalora la tradizione agiografica. La costruzione di modelli digitali in 3D, l’uso delle tecniche di fluorescenza, l’impiego di raggi X e Tac e persino l’analisi del tartaro dentale, hanno permesso di far emergere infatti particolari inediti e preziosi. Sono state le monache benedettine di Orta San Giulio a occuparsi in prima persona della delicata fase di svestizione delle reliquie e del restauro dei paramenti sacri dei santi. Altre tecniche avanzate di restauro hanno consentito di sostituire i fili metallici che tenevano insieme tutte le ossa di ciascuno scheletro con dei fili di nylon decisamente meno invasivi, in modo da scongiurarne il deterioramento, al quale ha contribuito in parte anche la foratura praticata durante la precedente ricognizione al fine di mantenere lo scheletro in uno stato d’immobilità.

I risultati di tre mesi di studio e campionature sono davvero sorprendenti e attestano che i resti di Ambrogio sono quelli di un uomo di età compresa tra 54 e 64 anni, alto 1.68 cm, con una marcata asimmetria del volto, come testimoniato da uno dei primi mosaici che lo ritrae nella cappella di San Vittore in Ciel d’oro, e una frattura alla clavicola destra, probabilmente dovuta a una brutta caduta verificatasi quando era giovane, che doveva procurargli non pochi dolori nei movimenti.

L’esame degli scheletri dei due martiri Gervaso e Protaso ha rilevato invece difetti congeniti alle vertebre, tali da avvalorare la tesi della consanguineità tra i due. Inoltre entrambi risultano molto giovani, di età compresa tra i 23 e i 27 anni e alti oltre 1.80, un’altezza decisamente notevole per l’epoca. Protaso presenta inoltre segni di lesioni da taglio tra le vertebre cervicali, che alludono chiaramente alla sua decapitazione; e peculiari lesioni alle caviglie, forse da costrizione forzata; mentre lo scheletro di Gervaso mostra lesioni da difesa e fratture costali, oltre a segni sospetti di tubercolosi ancora in corso di studio.

Infine le indagini microbiologiche delle alterazioni cromatiche sulle ossa hanno rivelato che non vi è nessun attacco microbiologico in atto, per cui il loro stato di conservazione rimane sostanzialmente buono. Resta ancora da attendere il risultato degli esami genetici, che sicuramente forniranno ulteriori delucidazioni all’insegna dell’ormai indubbia convergenza delle indagini scientifiche con la tradizione agiografica.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

“Campioni del Rosario”. Eroi e storia di un’arma spirituale

“La gente, oggi, deve sapere che esiste un’arma in grado di combattere e vincere l’immoralità e il male. Fidatevi: ho toccato con mano quanto il Rosario possa contribuire alla conversione di un’anima”. Con la freschezza del convertito Donald H. Calloway racconta nel suo Campioni del Rosario. Eroi e storia di un’arma spirituale (D’Ettoris Editori, pp. 280), i prodigi operati dal Santo Rosario nella storia dei popoli e nella propria esistenza.

“Ricordo che mi infilai nella piccola cappella militare di Nostra Signora della Vittoria, presso la base navale di Norfolk, in Virginia. Ero agitato e tremante, pienamente consapevole di non essere in buoni rapporti con Dio”. L’autore, nato negli Stati Uniti nel 1972, ricorda così l’inizio della sua conversione avvenuta all’età di vent’anni, dopo un’adolescenza costellata di esperienze borderline e di periodi di detenzione. Donald entra in una chiesa e scorge alcune donne sgranare la corona, le quali lo invitano prontamente a unirsi alla loro preghiera. Da allora la sua devozione alla Vergine è sbocciata e maturata fino a divenire il carisma peculiare del suo stesso ministero di sacerdote della Congregazione dei Mariani dell’Immacolata Concezione.

“Il Rosario è un’arma spirituale, una spada celeste forgiata dalla mano di un Artefice divino. La lavorazione di una qualunque spada richiede molto tempo e molta abilità: per la fabbricazione di quella celeste c’è voluto un lavorio di secoli. Si tratta di un’arma diversa da tutte le altre. Infatti, ha il potere di uccidere draghi, di convertire i peccatori e di conquistare cuori. La lama è stata forgiata nel fuoco della parola vivente di Dio, il martello dell’ispirazione divina ne ha definito la sagoma e, una volta ultimata, è stata affidata alla Regina del Cielo e ai suoi eletti. Quando finalmente fu pronta per l’uso in battaglia, e l’Artefice divino ebbe stabilito che era giunto il momento di sfoderarla, la Regina del Cielo, la Beata Vergine Maria, la rivelò al mondo, scegliendosi un santo predicatore come cavaliere. Ella lo investì del potere della spada divina, incaricandolo di predicarla in lungo e in largo a chiunque avesse il desiderio di brandirla”.

Nel volume Calloway ripercorre la storia della forma di devozione mariana più diffusa e cara ai fedeli a partire dai suoi ‘antecedenti’, ossia dalle parole di saluto dell’arcangelo Gabriele e di Elisabetta alla Vergine che confluirono nella prima parte dell’Ave Maria, all’uso documentato fin dal III secolo di sgranare coroncine e cordicelle composte di piccoli nodi “per tenere il conto delle preghiere già proferite”, in specie “per adempiere a una penitenza o a un voto”. Certo le prime corone di ‘grani’ che venivano portate, come le spade dei cavalieri, alla cintola di religiosi e sacerdoti che parteciparono alla prima crociata (1096-1099) erano composte di Paternoster. Infatti fino all’Alto Medioevo chierici analfabeti e laici potevano sostituire la preghiera dei Salmi della liturgia delle ore in latino con la recita di altrettanti Padre nostro.

Con l’avvento di certosini e cistercensi e, grazie soprattutto al contributo di San Bernardo, crebbe la devozione mariana, per cui molti monaci cominciarono a “sviluppare un salterio dedicato a Maria che ricalcasse il breviario dei poveri, recitando centocinquanta Ave Maria al posto di centocinquanta Padre nostro. Nel giro di breve tempo, la preghiera fu intercalata da quindici Padre Nostro, che divisero le Ave Marie in quindici ‘decine’”. Ma non era ancora il Rosario.

Bisogna attendere l’apparizione della Vergine a Domenico di Guzman che, per sostenerlo nella lotta contro l’eresia albigese, si rivolse al frate con queste parole: «Non meravigliarti se finora hai ottenuto sì pochi frutti dalle tue fatiche: hai profuso le tue forze su un terreno arido non ancora irrigato dalla rugiada della grazia divina. Quando Dio decise di rinnovare la faccia della terra, Egli inviò la pioggia fertilizzante del saluto angelico. Tu predica dunque il mio Salterio». Il frate intuì che la recita dell’Ave Maria, unita alla contemplazione di alcuni dei principali misteri della vita di Cristo che gli suggerì la Vergine, potesse costituire “una diretta risposta agli errori diffusi dagli albigesi, perché tali misteri si concentravano sull’Incarnazione, sulla Passione e sul Trionfo glorioso del suo Divin Figlio”. Mettendo in pratica il suggerimento della Madonna, Domenico entrava così senza timore in ogni villaggio eretico e, per dirla con padre Lagrange, “predicava alcuni istanti su ognuno di questi quindici misteri, facendo poi recitare dieci Ave Maria. Dove non arrivavano le parole del predicatore, era la dolce preghiera dell’Ave Maria a instillarle nel profondo dei cuori”. Con San Domenico il salterio mariano, unito alla contemplazione dei misteri divini, assunse dunque una dimensione evangelizzatrice e apostolica nuova. Ecco perché egli è a buon diritto considerato il fondatore del Rosario, che però rimase noto al tempo come ‘salterio mariano’. Dietro il nome Rosarium si cela l’uso di omaggiare la Vergine con le rose nel mese di maggio e la crescente consapevolezza che ogni Ave Maria del salterio mariano sia una ‘rosa’ offerta alla Vergine, come testimonia l’“Ave, o Rosa” che si legge nell’incipit dell’Ave Maria de Il Salterio della Vergine Maria del benedettino Engelberto di Admont (1250-1331).

La diffusione del Rosario subisce una battuta d’arresto durante la peste e lo scisma del Trecento per essere poi rilanciata con il beato Alano della Rupe e la nascita della Confraternita del Rosario. È in effetti proprio la preghiera del Rosario ad assicurare il trionfo della Madonna della Vittoria e delle armate cristiane a Lepanto nel 1571 e nuovamente nel 1683 a Vienna. Ogni secolo ha poi i suoi santi e testimoni illustri del Rosario, da San Luigi Maria Grignion di Montfort a Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, dal beato Federico Ozanam a padre Massimiliano Kolbe. Ogni secolo miete i suoi martiri che, dalla Vandea al Messico, confermarono con il proprio sangue il loro amore al Figlio, pregando la Madre con il Rosario e mostrandone la corona pubblicamente senza timore né vergogna. ‘Il secolo di Maria’, quello che si estende dalle apparizioni di Rue du Bac nel 1830 a Caterina Labourè all’Anno Mariano del 1954, vede la Vergine manifestarsi nei più disparati luoghi della terra spesso proprio con una corona tra le mani, per invitare i fedeli a recitare il Rosario in specie per la conversione dei peccatori. Il Rosario diventa dunque centrale anche nel magistero dei Papi; basti pensare che Leone XIII dedicò undici encicliche a tale forma di devozione.

Di qui la scelta di padre Calloway, attraverso due brevi appendici al suo volume, di offrire anche alcuni preziosi suggerimenti su come e perché pregare il Santo Rosario, la “catena dolce che ci rannoda a Dio”, per dirla con il Beato Bartolo Longo, e che riconduce ogni figlio al Figlio tramite l’abbraccio e le cure amorevoli della più tenera fra le madri.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Ihab Alrachid, un sacerdote nell’inferno siriano

Il sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani. Lo era un Siria agli albori della Chiesa nascente, lo è ancora oggi in maniera non meno cruenta. “Prima della guerra, i cristiani erano rispettati, potevano professare pubblicamente la propria fede, andare in chiesa a Natale e Pasqua, che erano considerate feste nazionali. Erano il 9% della popolazione, ora sono meno della metà, ma non possiamo e non dobbiamo perdere la speranza”.

A parlare è padre Ihab Alrachid, 50 anni, sacerdote siriano della diocesi greco-melchita cattolica di Damasco, nel corso di una testimonianza promossa dalla onlus Aiuto alla Chiesa che Soffre, dal 1947 accanto ai cristiani perseguitati nel mondo soprattutto in Siria e in Palestina. “In Siria non c’è solo l’Isis tra i gruppi terroristici, ma anche l’Esercito Islamico, Al Nusra e Al Qaeda – sottolinea don Ihab – Agiscono tutti però animati dallo stesso intento: dove entrano fanno un massacro. Hanno rapito migliaia e migliaia di persone e continuano a farlo, non solo civili, ma soprattutto religiosi, di cui non abbiamo più notizie. Due vescovi ortodossi sono stati rapiti cinque anni fa ad Aleppo e ogni giorno cadono razzi e missili su ospedali, uffici e case”. Non c’è alcuna pietà nei membri di tali gruppi terroristici che arrivano spesso a “violentare le belle e giovani donne siriane per poi condurle al mercato degli schiavi per venderle al miglior offerente”. La furia omicida di chi uccide al grido di “Allah Akbar!” non risparmia neanche i bambini. A tal proposito sono particolarmente commoventi, pur nella loro tragicità, due episodi che testimoniano l’amore a Cristo e al prossimo di questi nostri fratelli nella fede da cui c’è solo da imparare: “Una bambina del catechismo, che si preparava a ricevere la Santa Comunione, è stata colpita da un razzo che le ha tranciato i piedi mentre si stava recando a scuola. Più che il dolore della perdita degli arti inferiori, la sua preoccupazione è stata quella di come potersi avvicinare all’altare per ricevere il Corpo di Cristo. Un’altra giovane quattordicenne è invece rimasta colpita e uccisa da un missile mentre andava a comprare un regalo a sua madre per la festa della mamma dell’indomani”.

Nonostante la devastazione e la guerra abbiano spinto moltissimi cristiani a lasciare la propria terra natia, anche “a Maalula, in un piccolo villaggio devastato e distrutto dai fondamentalisti, in cui si parla ancora l’aramaico, la lingua di Gesù, ci sono ancora tanti cristiani che non rinnegano la propria fede, anche a costo della propria stessa vita. Ormai quasi ogni cristiano in Siria – rileva amaramente padre Ihab  ha purtroppo almeno un parente rapito, di cui non riceve più notizie, o ucciso magari anche dinanzi ai propri occhi”. E non hanno rinnegato Cristo nemmeno i due cugini di don Alrachid rapiti cinque anni fa. Uno di essi è stato fortunatamente liberato due anni e mezzo fa, mentre dell’altro non ha ricevuto più notizie. Quello superstite ha potuto raccontare al suo cugino sacerdote come sia stato obbligato dai terroristi a imparare a memoria il Corano prima di essere da loro esaminato nel merito; come abbia subito delle torture per ogni parola sbagliata che pronunciava”. Di qui, alla domanda provocatoria relativa all’esistenza di un islam ‘moderato’, don Ihab risponde con un sorriso di diniego, quasi a lasciar intendere che esso sia solo nella testa di alcuni opinionisti di salotti televisivi borghesi.

Rispetto alla situazione attuale, nonostante continuino le persecuzioni e non diminuisca il rischio cui fedeli vanno incontro ogni volta che partecipano alla Santa Messa, a Damasco le chiese sono piene. “Non possiamo abbandonare la nostra ‘casa’, abbiamo fame della Parola di Dio e del Corpo di Cristo”, affermano infatti i fedeli siriani. Insomma anche dove le pietre delle grandi cattedrali sono cadute, ad Aleppo come a Damasco, restano salde nelle fede le ‘pietre vive’, ossia i cristiani siriani, che “hanno preparato anche il presepe e sono pronti ad accogliere il Salvatore”. La loro testimonianza di fede vissuta e di carità sia per noi dunque un monito a ricordarli quotidianamente nella preghiera, affinché il Cristo che viene come ‘Principe della Pace’ protegga e custodisca ogni cristiano perseguitato, donando agli inermi la forza del martirio e pace e consolazione a quanti hanno perso i propri cari perché in ogni cuore il suo Amore trionfi su ogni forma d’odio e di barbarie.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Il mistero del Natale nelle parole dei santi e dei mistici

“Il mondo intero, o Signore, ha sete del giorno della tua nascita; questo giorno beato racchiude in sé i secoli futuri; esso è uno e molteplice. Sia dunque anche quest’anno simile a te, e porti la pace fra il cielo e la terra”. Esprime così il desiderio del Natale del Signore Efrem il Siro, un poeta del IV secolo. “Gesù posto nella mangiatoia è il cibo dei giumenti che siamo noi”, scrive invece il cantore del desiderio di Dio Sant’Agostino, che conclude un suo discorso sull’Incarnazione del Verbo ricordandone il significato profondo: “Voi siete il prezzo dell’incarnazione del Signore”. Soffermandosi sul paradosso di un Dio uomo anche Sant’Ambrogio evidenzia con grande lirismo che Gesù Bambino “volle farsi pargolo, volle farsi bimbo, perché tu possa divenire uomo perfetto; fu avvolto in pochi panni perché tu venissi sciolto dai lacci di morte; giacque nella mangiatoia per collocare te sugli altari; scese in terra per elevare te alle stelle; non trovò posto in quell’albergo perché tu potessi avere il tuo nella patria celeste. Da ricco che era, si fece povero per voi – dice l’apostolo – perché per la sua povertà voi diventaste ricchi. Quella povertà è dunque la mia ricchezza, la debolezza del Signore è la mia forza. Volle per sé ristrettezze e per noi tutti l’abbondanza”.

Sono queste alcune delle meditazioni più significative e poetiche dei Padri, di santi, mistici e Dottori della Chiesa sul mistero mirabile dell’Incarnazione del Verbo raccolte dal noto angelologo Marcello Stanzione nel volume Il Natale nella vita e negli scritti di mistici e santi (Mimep-docete). “Che ogni nuovo Natale ci trovi sempre più simili a colui che, in questo tempo, è divenuto un bambino per amor nostro – scrive  John Henry Newman – che si convertì dall’anglicanesimo al cattolicesimo nel desiderio di “riaffermare la centralità e la realtà dell’Incarnazione per ricordare all’essere umano la sua dignità, all’uomo insidiato dall’idolatria e dalle ideologie materialistiche, positivistiche e immanentistiche”. A meditare sul mistero del Verbo fatto carne non sono infatti soltanto i Padri della Chiesa, ma ne hanno contemplato e cantato la bellezza anche numerosi santi e mistici del nostro tempo. Tra costoro vi è Luisa Piccarreta (1865-1947), una mistica che si nutrì per molti anni soltanto dell’Eucarestia, la quale in una delle sue visioni della Natività racconta di un tripudio di luce nella grotta di Betlemme: “Chi può dire la bellezza del Bambinello che in quei felici momenti spargeva anche esternamente i raggi della Divinità? Chi può dire la bellezza della Madre che restava tutta assopita in quei raggi divini? E S. Giuseppe mi pareva che non fosse presente nell’atto del parto, ma se ne stava in un altro canto della spelonca tutto assorto in quel profondo Mistero e se non vide con gli occhi del corpo, vide benissimo cogli occhi dell’anima, perché se ne stava rapito in estasi sublime”.

Un invito alla gioia viene invece dalle parole del sacerdote santo Guido Maria Conforti (1865-1931): “Oh! Si rallegrino pure gli uomini nel Signore come la terra si rallegra ogni mattina quando sorge il sole a liberarla dalle tenebre. Il Natale è la grande aurora della nostra liberazione”. Ne era consapevole già a 8 anni il  giovane Giuseppe Moscati, il medico santo, che in una lettera ai suoi genitori così scrive: “Io prego Gesù Bambino, affinché vi conceda quella pace, che egli promise agli uomini di buona volontà ed ogni altro bene in questa vita e nell’altra”. In Avvicinandosi il Natale, una delle poesie più struggenti legate agli ultimi giorni della sua vita, il rosminiano Clemente Rebora invoca per sé un nuovo ‘natale’: “Se ancor quaggiù mi vuoi, un giorno e un giorno, / con la tua Passion che vince il male/ Gesù Signore, dammi il Tuo Natale / di fuoco interno nell’umano gelo”.

Una figlia spirituale di Padre Pio, Lucia Iadanza, racconta di aver assistito a una delle diverse volte in cui Gesù Bambino veniva a visitare il santo frate: “Vidi apparire tra le sue braccia Gesù Bambino. Il volto del Padre era trasfigurato, i suoi occhi guardavano quella figura di luce con le labbra aperte in un sorriso stupito e felice”. Il frate di Pietrelcina desiderava augurare anche ai fedeli tale esperienza del Verbo: “Il celeste Bambino faccia sentire anche al vostro cuore tutte quelle sante emozioni che de’ sentire a me nella beata notte, allorché venne deposto nella povera capannuccia”. In un suo pensiero sul mistero del Natale un altro santo del nostro tempo, il fondatore dell’Opus Dei, José Maria Escrivà de Balaguer, invita caldamente così ciascun figlio di Dio: “Spingiti fino a Betlemme, avvicinati al Bambino, cullalo, digli tante cose ardenti, stringitelo al cuore. Non parlo di bambinate: parlo di amore! E l’amore si manifesta con i fatti: nell’intimità della tua anima, lo puoi ben abbracciare!”. Sia questo l’augurio più bello per ogni persona che attende con fiduciosa speranza ed esultanza un altro Natale del Signore nella propria vita.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana