Le meditazioni spirituali del beato de Foucauld

«Bisogna cercare di lasciarsi impregnare dallo spirito di Gesù, leggendo e rileggendo, meditando e rimeditando continuamente le sue parole e i suoi esempi: passino nelle nostre anime come la goccia d’acqua che cade e ricade su una pietra, sempre nello stesso punto». È stato questa pietra il beato Charles de Foucauld, presenza silenziosa e invisibile dell’amore a Dio e ai fratelli. Le sue meditazioni ‘infuocate’ sul Vangelo e la preghiera del Padre Nostro, maturate ai piedi di Gesù Eucarestia e alla luce della Parola nel silenzio notturno dell’adorazione, sono ora raccolte nel volume Come un viaggiatore nella notte (2021, pp.192) grazie all’editore Monasterium.

«Una vita, la sua, apparentemente inutile, fallimentare, eppure quei due occhi abitati dalla Vittoria di Cristo, da una mansuetudine celeste che riposa nella carne di una creatura umana», per dirla con le parole della prefazione al testo di padre Maurizio Botta. Sono insomma pagine – la maggior parte delle quali scritte a Nazareth tra il 1887 e il 1889 – «di chi brucia dal desiderio di entrare nell’intimità di Gesù».

«La conformazione è la misura dell’amore», scrive de Foucauld in calce a una meditazione in cui riflette in preghiera sul mistero della carità di Cristo: «Sacro Cuore di Gesù, grazie di aver abbracciato per noi, fin dalla culla, dalla nascita, le croci, le fughe, la fatica, un lungo viaggio, la persecuzione, l’esilio, il freddo, la fame e sete, i pericoli, la privazione, l’abbandono, tutte le sofferenze dei tuoi santi genitori che il tuo tenero Cuore patisce per loro, divide con loro e a loro impone per noi. Grazie perché tu trasformi così, per il futuro, queste spine in rose, per i cuori che ti amano».

Relativamente alle preghiere che sembrano restare inascoltate, il religioso francese afferma che ciò accade perché «la nostra domanda non era abbastanza illuminata ed Egli ci ha concesso invece qualcosa di meglio». Recuperando il legame tra preghiera e azione, de Foucauld sottolinea che «non dobbiamo agire senza pregare (giammai) ma neppure pregare senza agire quando abbiamo il modo di agire; ma agire pregando, se abbiamo i mezzi per agire; accontentarci di pregare, se non abbiamo alcun mezzo». D’altra parte, il Signore vede e provvede, dandone ai suoi amici anche nel sonno, come recita il salmo 127. Di qui, riguardo ai sogni di san Giuseppe, sono rilevati come la strada privilegiata dal Padre per manifestarsi ai suoi figli soprattutto nei momenti di sofferenza, dubbio, paura e buio interiore e, confidenzialmente, come «la tua maniera di condurre le anime».

All’invito amoroso del Padre occorre però rispondere col dono di sé, nella consapevolezza che «abbiamo ricevuto tutto gratuitamente: i doni soprannaturali, le grazie, i doni naturali dell’anima e del corpo, i beni materiali, tutto abbiamo ricevuto gratuitamente da Dio: diamo tutto senza misurare, mettiamo a servizio degli altri pienamente, interamente, sia i doni soprannaturali che Dio ci ha fatto, sia le forze della nostra anima e del nostro corpo, sia i beni materiali che abbiamo a nostra disposizione…e senza altri limiti che l’obbedienza…perché un padre che ama così teneramente tutti i suoi figli vuole che tra loro essi agiscano così, donandosi pienamente gli uni agli altri». Di conseguenza, «accogliere il prossimo è accogliere un membro di Gesù, una porzione del corpo di Gesù, una parte di Gesù».

Per ricambiare l’amore del Padre, dal momento che «Gesù ha legato la salvezza a ciò che tutti, tutti assolutamente, tutti possono dargli, a ciò che ogni essere umano, chiunque sia, può dargli, mettendoci un po’ di buona volontà: un po’ di buona volontà, è tutto quello che serve per guadagnare questo cielo che Gesù vincola qui all’umiltà, al farsi piccoli». In ciò risiede «il modo per sapere se cresci, se stai progredendo nell’amore di Dio e in tutte le virtù; nel vedere se cresci nell’amore del prossimo e nell’umiltà. Se cresci in queste due cose, è certo che cresci in ogni perfezione».

Il beato, che sarà proclamato santo il prossimo 15 maggio, ricorda che «se ci si svuota di sé, è per essere riempiti di Dio; se ci si dimentica di sé, è per non pensare ad altro che a Dio; se non si cerca più il proprio bene, è per cercare in ogni istante il bene di Dio: quindi rinnegare se stessi significa dimenticare completamente il proprio io».

Relativamente alla dimensione salvifica della sofferenza vissuta in Cristo, de Foucauld sottolinea che «non dobbiamo mai imporci una croce da noi stessi, ma accettare sempre quella che Dio vuole da noi, prendere la nostra croce non vuol dire altro che obbedirgli». In un’altra, poiché il diavolo è sempre all’opera, mette invece in guardia il fedele da un rischio diffuso: «Più soffriamo, più siamo tentati e più fatichiamo a pregare; la tattica del demonio è quella di avvilupparci come dentro una nube, di annegarci in qualche modo nella nostra sofferenza o nella nostra tentazione, e d’impedirci di elevare la voce e gli occhi al cielo…Squarciamo questa rete, questa nube, non cadiamo in questo tranello, poiché lo conosciamo, e quanto più soffriamo, quanto più siamo tentati, tanto più ardentemente, tanto più di tutto cuore gettiamoci in Dio, chiamiamolo in aiuto con fede e amore!».

Negli scritti spirituali del beato Charles de Foucaud la meditazione e contemplazione del mistero d’Amore si effonde sempre in una preghiera accorata come la seguente: «Mio Dio, dammi la grazia di amarti così, di amarti più che posso, tu che hai acquistato la mia anima e il mio amore a così caro prezzo! Tu hai dato la tua vita per me, o mio Sposo! Concedimi la grazia di donare anch’io la mia per Te, ti supplico con tutte le mie forze, non avendo altro che un solo desiderio, una sola domanda: glorificarti quanto più mi è possibile, o mio Diletto».

 Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *