La fioritura dell’arte medica? E’ opera di medici santi

Cosma e Damiano, Ildegarda di Bingen, Nicolò Stenone, Camillo de Lellis, Riccardo Pampuri, Giuseppe Moscati e Gianna Beretta Molla sono solo alcuni dei “medici, infermieri e farmacisti santi che spesero le loro vite per lenire i mali del corpo senza dimenticare le esigenze dell’anima. Infatti la storia della medicina non è soltanto la storia di invenzioni, di scoperte, di progressi scientifici; è anche la storia di uomini che hanno dedicato la propria vita a prendersi cura di chi soffre”.

È questo il leitmotiv della documentata storia della medicina del medico e scrittore Paolo Gulisano, condensata nel saggio L’arte del guarire (Ancora, pp. 187). Dalla medicina rudimentale delle antiche civiltà al Medioevo che, nell’anelito di mettere in pratica la carità del Medico celeste, inventa gli ospedali; dal Rinascimento alla modernità ipertecnologica dove chi soffre ha bisogno anzitutto di una presenza umana accanto a sé, si susseguono tante figure che hanno praticato “in modo eroico, fino alla santità, l’arte del guarire”.

“In principio le cause di una malattia erano imputate a fattori soprannaturali, in quanto essa era considerata una conseguenza dell’ira e del castigo divino alle cattive azioni degli uomini. Con gli egizi la medicina è una tra ‘le prime scienze autentiche’, tanto che Erodoto li chiama ‘popolo dei sanissimi’. Basti ricordare che “curavano l’igiene di bocca e denti con bicarbonato”. In ambito greco, in relazione alla peste che colpì Atene nel 430 a.C., “Tucidide è stato in qualche modo il precursore della moderna informazione sanitaria e della promozione della salute secondo un metodo preventivo”. Si deve invece a Ippocrate, fondatore di una vera e propria scuola medica e autore di una settantina di opere, il ‘Giuramento del medico’, “una formula dall’altissima valenza etica, che dal IV secolo a.C. in poi i sanitari hanno pronunciato all’inizio della loro missione”. Egli elabora “un vero e proprio metodo scientifico, basato sull’osservazione diretta del malato, eseguita con grande attenzione: nasce qui il concetto di clinica e della conseguente diagnosi. La medicina deve essere una ricerca continua, serena e disinteressata alla quale bisogna dedicarsi solo per amore di essa e della salute delle persone. Ippocrate inventa la cartella clinica, teorizza la necessità di osservare razionalmente i pazienti, prendendone in considerazione l’aspetto e i sintomi e introduce, per la prima volta, i concetti di diagnosi e prognosi”.

I romani comprendono piuttosto che “la cura dell’igiene preveniva l’insorgere di molte malattie, soprattutto trasmesse attraverso acque infette, motivo per il quale realizzano i loro acquedotti. L’esercizio della professione era anche allora remunerativo, e molti, del tutto inesperti, come ciabattini e tessitori, diventavano da un giorno all’altro medici, spesso facendo esperienza sulla pelle dei loro pazienti: ‘I medici imparano a nostro rischio e pericolo e fanno esperimenti con la morte; soltanto il medico gode di impunità completa quando ha provocato la morte di qualcuno’, scrive Plinio nella sua Naturalis historia”. Tra i medici latini più accreditati c’è sicuramente Celso, il quale “tratta approfonditamente di patologia, di clinica, di igiene, ma soprattutto di chirurgia”. Egli è esperto nella pratica “della legatura dei vasi nelle emorragie più imponenti, della sutura delle ferite profonde, di interventi sul torace, del trattamento di varie ernie e di diverse tecniche chirurgiche in oculistica”.

Nel ministero di Cristo “la cura dei malati rappresenta una prova dell’avvento del regno di Dio. L’attività terapeutica esercitata dal medico Gesù è il segno dell’amore di Dio per l’uomo – sottolinea l’autore – I Vangeli sottolineano che Gesù cura i malati, e il verbo greco therapèuein, ‘curare’, ricorre ben trentasei volte, mentre altre diciannove volte troviamo il verbo iàsthai, ‘guarire’”. Tra i primi medici cristiani c’è San Luca, come conferma il suo maestro san Paolo che in un’epistola scrive: ‘Vi salutano Luca, il caro medico, e Dema’ (Col 4,14)”. Nel suo vangelo Luca, quando racconta la celebre parabola del Buon Samaritano, precisa che costui “fasciò le lesioni del ferito e vi versò sopra dell’olio e del vino, curandolo, cioè, secondo i metodi del tempo: la fasciatura a scopo protettivo, l’olio come lenitivo e il vino come blando disinfettante”.

Con l’avvento delle prime comunità cristiane, “una parte degli episcòpi – le residenze dei vescovi – viene destinata al riparo dei malati, assistiti dal clero. Le persone da assistere, col passar del tempo, diventano sempre più numerose anche perché i cristiani, come ebbe a riconoscere loro persino un implacabile nemico quale fu l’imperatore Giuliano l’Apostata, non si limitano ad accogliere i propri correligionari. Alle porte della città di Cesarea viene realizzata una vera e propria ‘città dei malati’. Il progetto di grandi luoghi di ospitalità, che dà in seguito il nome all’Ospedale (dal latino hospitale), è ripreso da sant’Elena, madre di Costantino che, nel corso del suo pellegrinaggio in Terra Santa, fa costruire intorno a Gerusalemme case per la cura dei poveri, dotate di camere per i malati e gli infermi di ogni tipo, affidati alle cure di medici e infermieri che a loro volta dispongono di locali propri dove vivere”. Tra i santi medici martiri dei primi secoli basti citare Ursicino, Alessandro Lionese, Papilo, che edifica una sorta di casa di ricovero per anziani, Talaleo e Ciro di Alessandria.

Tra i santi taumaturghi vi sono Sebastiano e Pantaleone, che esercita la professione per puro spirito di carità. Egli, dopo aver guarito un cieco in nome di Cristo, dinanzi all’imperatore che l’accusava di aver rinnegato Asclepio, guarisce anche un altro malato sempre pronunciando il nome di Gesù. Vi è poi Diomede, il primo medico dei carcerati, e Sansone, che nel V secolo, si china sulle piaghe dei più derelitti e guarisce persino l’imperatore Giustiniano il quale, in segno di gratitudine, gli dona alcuni locali adiacenti la basilica di Santa Sofia dove poter assistere con cure mediche i più bisognosi: sorge così il primo ospedale. Nell’Alto Medioevo Sant’Isidoro fonda la scuola medica di Siviglia e la medicina diviene una ‘seconda filosofia’. La tradizione della medicina galenica è alla radice della fioritura della medicina monastica, mentre Sant’Alberto Magno compone diversi trattati scientifici che sono all’origine della medicina scolastica e alla base delle nascenti facoltà universitarie. E ancora, “tutte le tecniche mediche usate da Sant’Ildegarda sono tecniche accessorie per far sì che Cristo possa operare come medico – evidenzia Paolo Gulisano – Sono strumenti che bisogna saper utilizzare, come le piante, come la musica”.

Nel Rinascimento San Martino de’ Porres allestisce un ospedale nella casa della sorella, mentre è notevole il contributo all’anatomia del medico, scienziato e sacerdote danese Nicolò Stenone, che scopre il dotto parotideo e contribuisce agli studi sul cervello umano, sul sistema circolatorio e su quello ghiandolare. Significative sono poi le figure di San Giovanni di Dio, che fonda l’ordine religioso per l’assistenza ai malati dei Fatebenefratelli; di Giovanni Leonardi, il santo farmacista, e di San Camillo de Lellis che, insieme a cinque compagni, si consacra al servizio dei malati, dando vita alla Compagnia dei Ministri degli Infermi. Divenuto “uno dei pionieri dell’assistenza infermieristica negli ospedali”, Camillo è solito affermare che ‘per i malati bisogna essere madri’”.

Verso la fine del Settecento Edward Jenner inventa un antidoto per garantire l’immunizzazione da virus di animali: nasce il ‘vaccino’. Nell’Ottocento il frate agostiniano Gregor Mendel pone le basi della genetica con la scoperta dell’ereditarietà dei caratteri; mentre il beato Laval fonda la Cassa della carità per le cure dei più bisognosi e inizia quella lunga schiera di missionari medici che negli ultimi due secoli avrebbe prestato la propria opera per l’evangelizzazione e la promozione umana nei Paesi più poveri del mondo.

Infine, tra le altre figure di medici di grande spessore umano e scientifico, meritano di essere citati il convertito a Lourdes Alexis Carrel, Premio Nobel nel 1912 per le suture vascolari; San Giuseppe Moscati “che ogni giorno si chinava sul dolore umano; trascorreva tutto il tempo che poteva in ospedale al capezzale degli infermi, cercando di alleviarne le sofferenze. Per lui il dolore non era soltanto un problema fisico, ma era il grido di un’anima che chiedeva aiuto. Egli era consapevole che gli ammalati sono ‘figure di Cristo’. Oltre al santo nelle corsie di ospedale, ci sono anche il ‘medico condotto’ Fra Riccardo Pampuri e la pediatra Santa Gianna Beretta Molla.

Il contributo di questi medici lascia trasparire pienamente il ruolo autentico dell’arte del guarire che, più che un lavoro, è una ‘missione specifica’, la quale deve essere scandita – come ebbe a dire Benedetto XVI in un incontro con gli operatori sanitari – “dal perseguimento di tre obiettivi: guarire la persona malata o almeno cercare di incidere in maniera efficace sull’evoluzione della malattia; alleviare i sintomi dolorosi che la accompagnano, soprattutto quando è in fase avanzata; prendersi cura della persona malata in tutte le sue umane aspettative. […] Ogni singolo paziente, anche quello inguaribile, porta con sé un valore incondizionato, una dignità da onorare, che costituisce il fondamento ineludibile di ogni agire medico. Il rispetto della dignità umana, infatti, esige il rispetto incondizionato di ogni singolo essere umano, nato o non nato, sano o malato, in qualunque condizione esso si trovi”.

Alla luce di tali parole, in un contesto culturale in cui fa spesso capolino il concetto di ‘qualità della vita’ a detrimento della dignità umana del paziente, la missione del medico è quantomai preziosa e assolutamente necessaria nella misura in cui egli riesce, per dirla con un adagio francese del XV secolo, a “curare qualche volta, alleviare spesso, confortare sempre”.

Fonte: ProVitaeFamiglia (febbraio 2020) La fioritura dell’arte medica. E’ opera di medici santi.pdf

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