La Città irreale: come il pensiero occidentale è stato demolito

«Quando si aprirà una nuova voragine logica sotto di voi, sarete davvero soddisfatti perché ogni nuova offesa alla ragione e alla realtà farà trasalire il mondo, e voi gioirete di quello che solo per voi rappresenterà un piccolo intervallo di pace. George Orwell una volta scrisse che se sui giornali tutti scrivono la stessa cosa, si può essere ragionevolmente certi che quella cosa non sia vera. Orwell non ebbe la fortuna di fare esperienza di internet, il mezzo che diffonde bugie alla velocità della luce e le ramifica in milioni di varianti ogni giorno. Per quanto mi riguarda, do per scontato che se tutti dicono la stessa cosa, e quella cosa non fa parte del patrimonio universale dell’umanità, è quasi certamente falsa; e di solito è anche una bugia, nel senso di una falsità pronunciata coscientemente, o comunque una falsità così profondamente radicata nella mentalità di massa che la nostra mente la accoglie inconsapevolmente come i nostri polmoni accolgono l’aria inquinata».

È quanto scrive Anthony Esolen nel saggio La demolizione del pensiero occidentale (2021, pp. 240) appena uscito anche in Italia per l’opera meritoria di traduzione e pubblicazione a cura de Il Timone.  Si tratta di un «tour tra le macerie di una cultura che ha smarrito il senso della realtà, da una sessualità liquida alla cancel culture» e perciò si propone di rintracciare il sentiero della verità in un mondo impazzito. L’autore statunitense è attualmente professore di letteratura al Magdalen College of the Liberal Arts nel New Hampshire. Ha tradotto l’edizione Modern Library della Divina Commedia, così come l’edizione Johns Hopkins della Gerusalemme liberata di Tasso.

La ‘città irreale’, quella messa in piedi dalla società contemporanea, vacilla perché si fonda su cumuli di menzogna, continui misconoscimenti dell’ordine naturale della realtà, dell’essere delle cose: è una città che ha escluso Dio dal proprio orizzonte, le cui «mura non reggono, le cui torri si inclinano e scricchiolano, è ciò che non è». Ma «se Dio è reale, allora allontanarsi da Dio significa consacrarsi all’irrealtà, e questa è, con buona approssimazione, la definizione stessa del male. Credere in Dio, ma fingere per amore della politica, del guadagno, dell’istruzione o del matrimonio che Egli non sia reale, significa mentire a se stessi per convenienza e compromettere l’integrità di tutto ciò che di buono ci si è proposti di fare. Perché dobbiamo sempre tornare ai dati di fatto. Se Dio esiste, è difficile aspettarsi che la città che non conosce Dio conosca se stessa».

Con un argomentare stringente, il docente statunitense mette il coltello nella piaga: «Abbiamo dichiarato che restare ancora ancorati alla realtà sia una cosa da condannare». Evidenziando il legame tra cultura, tradizione e orizzonte teistico, Esolen fa notare che «non c’è cultura senza un incontro sentito con il divino. Il contrario sarebbe una contraddizione in termini. Ci sarebbero usi e costumi di massa, ma non una cultura di massa, perché l’uomo, perdendo il senso di un valore più grande di se stesso, perderebbe anche il senso della tradizione».

 «Il fatto è che non si va più a scuola per conoscere ciò che è reale», afferma Esolen in maniera critica rispetto al modo d’insegnare attuale. «Allo stesso modo – prosegue – il professore universitario che storce il naso davanti all’epopea di Gilgamesh, Esiodo, Omero, Eschilo, Sofocle, Pindaro, Platone, Aristotele, Livio, Cicerone, Virgilio, Marco Aurelio, Agostino, la Torah, i Salmi, i Vangeli e le lettere di san Paolo, in un corso scarnificato già di suo dai professori politicizzati del campus, non è troppo istruito. Quel professore è una combinazione di “poco istruito” e “super indottrinato». Al contrario un vero insegnante è umile, come «Robert Hollander, il più grande dantista degli Stati Uniti, il quale dice: “Penso di iniziare finalmente a capire la Divina Commedia”». Di qui egli fa una considerazione drammatica sulla «condizione dei giovani che frequentano le nostre scuole pubbliche e le nostre università. Si allungano per afferrarsi alla roccia, come devono, come sono stati creati per fare, e non afferrano nient’altro che aria». E in effetti, per comprendere la storia, occorre analizzare i fatti a partire dai documenti, non dai pregiudizi legati alla propria visione politica, dal momento che, secondo quanto afferma Esolen, «un impegno per la verità, quando si tratta del caos che è la storia umana, praticamente esclude atteggiamenti politici. Oppure l’atteggiamento politico esclude un impegno per la verità».

«Una delle strane caratteristiche della Città Irreale è l’ossessione simultanea per il linguaggio e un rifiuto generale di riconoscere a cosa serve il linguaggio. Una persona sana di mente comprende che prima viene la realtà e poi il linguaggio; il linguaggio è al servizio della realtà». Eppure la neolingua attuale pretende al contrario di costruire la realtà ex novo, di edificare nuovi mondi ideologici che non sono altro che castelli di parole privi di qualsiasi ancoraggio al reale. E in realtà «l’irrealtà del movimento ‘transgender’, infiammato dall’incendio selvaggio della rivoluzione sessuale in generale, dipende per la sua esistenza dalla supposizione che la realtà dipenda dalle parole, cosicché chiunque controlli il linguaggio, controlla anche l’universo». D’altra parte se l’uomo «non crede in Dio, si rivolgerà subito a qualche idolo, ceppo o pietra, se stesso, lo Stato, il sesso, qualcosa di stupido, salace o maligno come un cancro. L’uomo senza fede diventa un credulone».

Ciò genera pesanti ricadute anche in ambito etico, perché «quando si crede che il bene e il male non siano realtà oggettive da scoprire con la ragion pratica e da onorare nel costume e nel diritto, e quando, inoltre, ci si sente dispensati dalla rivelazione di Dio, che in realtà non prevale sulla ragione ma ci offre un chiarimento, dando alla nostra ragione un supporto, allora non resta altro che credere che ‘bene’ e ‘male’ siano cose soggettive, relative a chi le valuta e alla società cui egli fa riferimento». Di qui, relativamente alle questioni bioetiche e alla pratica dell’utero in affitto, Esolen afferma senza mezzi termini che in quest’ottica «l’essere umano viene valutato per la sua utilità», nella misura in cui «il bambino è o non è strumentale alla realizzazione dei miei desideri». Fortunatamente, però, «il mondo non obbedisce alle leggi dell’Irrealtà».

Insomma la battaglia dei nostri giorni è una battaglia teologica, una «rivolta contro Dio e l’ordine del mondo che Egli ha creato», per cui nel volume di Esolen non c’è solo la pars destruens, ma anche e soprattutto una cospicua pars construens con la proposta concreta di un percorso di ricostruzione per un rilancio della ‘città di Dio’. D’altra parte «in un istante, Gesù ci dona ciò che è più umilmente reale del nostro pane e del nostro vino, e più eccelso delle nostre più alte concezioni della divinità; è “l’immensità claustrata nel tuo caro ventre”, come dice John Donne della Vergine Maria, o il regno di Dio in un granello di senape. Penso a quel Santissimo Sacramento, e non c’è porzione infinitesimale dell’universo materiale che non risplenda di possibilità di gloria, e non c’è infinità di divinità che Dio non possa ospitare entro le mura della materia: un grembo, una mangiatoia, un uomo che prega nel deserto, un uomo sofferente su una croce, un corpo deposto in un sepolcro, un Salvatore risorto nella Gloria; un granello di senape, un pensiero, un impulso della volontà per trasformarsi, essere convertiti ed essere reali».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

 

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