Italiani poca gente. E anche malconsigliati

In Italia ci sono sempre più culle vuote. Meno di 14 figli per ogni 20 adulti. Nel 2018 in Italia sono nate 449mila persone, i decessi sono stati invece 636mila, con un saldo negativo di quasi190 mila persone. Che l’Italia sia il Paese più ‘vecchio’ d’Europa e, dopo il Giappone, il più vecchio al mondo, è ormai risaputo. Ciò che manca, al di là di una reale presa di coscienza del fenomeno, è la consapevolezza di un ripensamento critico dei temi dell’immigrazione, dello sviluppo economico, del lavoro e del welfare alla luce di tale dato.

È quanto cerca di fare attraverso un’indagine dettagliata e rigorosa Antonio Golini – già Presidente dell’ISTAT ad interim e docente emerito di Demografia all’Università “La Sapienza” – nel suo recente libro-intervista con il giornalista Rai Marco Valerio Lo Prete Italiani poca gente (Luiss Press 2019, pp. 221).

Riguardo al tema dell’immigrazione, l’illustre demografo evidenzia che non si può presumere di risolvere il problema demografico nel Vecchio continente favorendo l’ingresso di 1,6 milioni di immigrati l’anno in Europa. Questo è il segno di “una visione miope”, poiché tiene conto soltanto dell’equilibrio numerico e dunque quantitativo dell’andamento della popolazione, e non anche di quello qualitativo altrettanto significativo. Un mutamento qualitativo di questo tipo è gravido di conseguenze anche sociali e culturali che non possono essere tralasciate. La stessa presenza di donne straniere non è sufficiente a innalzare in modo significativo il tasso di natalità, in quanto si è constatato che esse tendano ad “assumere, almeno in parte, i comportamenti riproduttivi degli autoctoni”. Allora è necessario salvaguardare piuttosto la propria identità e le proprie tradizioni, non solo quella culinaria, attraverso un equilibrio dei flussi migratori che favorisca e non danneggi né i Paesi di origine né quelli di destinazione.

Tra le proposte di soluzioni possibili per uscire dal malessere demografico italiano, bisogna tralasciare quindi tanto “l’idea di una maggiore immigrazione” che “non è una bacchetta magica”, quanto “il fare affidamento al mero assistenzialismo pubblico”, per sostenere “un Paese a misura di ‘adulti generativi’ e di ‘anziani attivi’”. Per questi ultimi Golini ipotizza creativamente la possibilità di essere protagonisti dell’assistenza dei loro coetanei non autosufficienti, cumulando in questo modo una sorta di crediti in una ‘banca del tempo’ da cui poterli eventualmente recuperare qualora si diventi non autosufficienti. Sarebbe questa una strada per consentire al sistema assistenziale italiano di respirare, ripensando nel contempo il ciclo lavorativo per il mercato e per il ‘non mercato’ (come il lavoro di sostegno per anziani disabili) e favorendo la crescita del Terzo settore.

Tra le contromisure per rilanciare la natalità, l’autore auspica anche una maggior tutela della libertà delle donne che desiderano più di un figlio; una politica lavorativa che incentivi lo smart working e premi il merito dei giovani lavoratori più che gli anni di servizio e l’esperienza dei più anziani, e una politica fiscale più equa che consideri il quoziente familiare.

Adottare politiche lungimiranti per il rilancio della natalità, non solo nel nostro Paese, è l’unica strada per ribaltare i numeri attuali tutt’altro che confortanti. Basti pensare che “cinquant’anni fa la popolazione mondiale contava 3,3 miliardi di persone, per cui c’erano 7 ragazzi sotto i 15 anni per ogni anziano oltre i 65 anni”; oggi che invece la popolazione conta 7,5 miliardi il rapporto è 3 giovani per ciascun anziano. In Italia è però 0,6 per anziano, ossia “per ogni 3 ragazzi ci sono 5 anziani”. Nel 1980 erano 17 milioni le persone under 20 e 10 milioni quelle over 60, oggi la situazione è invertita: sono 10 milioni quelle under 20 e 17 milioni quelle over 60. Pertanto sono “in costante aumento i figli che accudiscono i propri genitori e in costante diminuzione i genitori che accudiscono i propri figli”.

In Italia “l’autunno demografico nel frattempo è diventato un rigido inverno”, mentre sul piano internazionale si è passati dal ‘secolo della bomba demografica’, il XX, a quello attuale che è il ‘secolo dell’invecchiamento demografico’, e dunque da una ‘demografia naturale’ a una ‘demografia controllata’ e a fasi di ‘transizione demografica’ difficilmente prevedibili. Basti citare il caso della Nigeria, per la quale erano previsti 289 milioni di abitanti nel 2050 e ad oggi la stessa previsione è stata aggiornata a 410 milioni. Attualmente i Paesi più popolosi sono Cina e India. Nel primo, però, nonostante sia stata accantonata la ‘politica del figlio unico’, il tasso di fecondità è pari a 1,5, mentre quello delle indiane è in crescita e pari a 2,4. Pertanto nel 2024 si stima che la nazione più popolosa sarà proprio l’India.

Il ‘malessere demografico’ crea non pochi problemi di ‘sostenibilità interna’, “in quanto diventa difficile mantenere lo stesso livello di welfare in una popolazione anziana e con pochi figli”, anche perché in una popolazione con età media di 45 anni quale è quella italiana diminuiscono creatività e spirito d’imprenditorialità. Nell’indagare le cause di tale malessere, Golini sottolinea come queste non siano legate a problemi economici, come invece presume l’opinione diffusa secondo cui si fanno meno figli perché ci sono meno soldi, bensì a motivi culturali e sociali fioriti in particolare nell’età del narcisismo e della liberazione sessuale che hanno contribuito a intendere la procreazione esclusivamente come un ‘diritto individuale’ e non anche come un ‘dovere’ per il prosieguo della stessa società.

A conferma di questa tesi resta il fatto che “proprio mentre l’economia si sviluppava a ritmi elevati il tasso di fecondità totale italiano passava da 1,68 (1980) a 1,35 (1990) e a 1,19 (1995)”, registrando in quest’ultimo dato il suo minimo storico e il record mondiale di eccesso di denatalità. Per garantire almeno una ‘crescita zero’ nell’andamento della popolazione è necessario ridurre l’asimmetria che sussiste “tra le donne che vogliono avere nessun figlio o un solo figlio e quelle che ne vorrebbero tre o quattro”. Infatti a queste ultime non è garantita “la stessa libertà economica, di carriera o anche di coppia (quanti uomini accettano che la propria compagna abbia quattro figli?) che hanno le donne che non vogliono avere figli”.

Il lavoro di Golini ha il pregio di costituire ‘una presa di coscienza’ del problema demografico, nella consapevolezza che “un figlio non è soltanto un fatto individuale, un’opzione a disposizione dell’uomo e della donna, ma è dal punto di vista razionale un bene collettivo positivo”. D’altra parte una politica incapace di tener conto di tali dati e di porre al centro della sua azione con sguardo lungimirante il tema della natalità non ha alcun futuro.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

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