Ippolito e il cardinale Biffi spiegano l’Anticristo

«Gesù Cristo è leone a motivo della regalità e della gloria; l’Anticristo a motivo della tirannide e della violenza; re il Cristo e re terrestre l’Anticristo; il Salvatore si è mostrato come agnello, e anche lui si farà vedere come agnello, pur essendo dentro un lupo. Il Signore ha mandato gli apostoli a tutte le genti ed egli ugualmente manderà pseudo-apostoli». Se Cristo è la Verità, l’Anticristo è chiunque insegni ogni falsa dottrina.

 Queste parole sono riprese dal primo trattato sul diavolo scritto nel 200 da Ippolito di Roma, pubblicato recentemente in Cristo e l’Anticristo nella pregevole collana “I Talenti” delle Edizioni Studio Domenico e delle Edizioni San Clemente con testo greco a fronte a cura di Maria Benedetta Artioli, insieme a un’antica Omelia pasquale e a Due discorsi sull’Anticristo pungenti e ironici del cardinale Giacomo Biffi.

Dall’anticristologia dell’autore emerge a contrario anche la sua cristologia, nella misura in cui egli accosta sapientemente le figure di Cristo e del diavolo in parallelo, perché risalti ancor più che la scimmia di Dio è palesemente tutto ciò che il Messia non è. Secondo Ippolito l’Anticristo discenderebbe da una stirpe ebraica, quella del giudice e re tiranno Dan, in quanto nella Genesi si legge: «Sia Dan un serpente appiattato sulla strada, che morde il garretto del cavallo» (Gen 49, 17). L’esegesi biblica di questo passo, rispetto al quale Ippolito segue il suo maestro Ireneo di Leone, è però supportata sostanzialmente soltanto dal fatto che tale tribù non rientra nel novero di quelle salvate.

 La venuta di Cristo nella gloria determinerà la fine del regno dell’Anticristo il quale, presagendo la definitiva sconfitta, «esaltatosi nel suo cuore, comincia a innalzarsi e a glorificare se stesso come Dio, perseguitando i santi e bestemmiando il Cristo». Presentatosi «con le due corna simili a quelle di un agnello per farsi simile al Figlio di Dio», il principe dei demoni parla in realtà come un drago «perché è un seduttore e non parla con verità». Egli viene a «opprimere e scacciare dal mondo i servi di Dio perché non gli danno gloria»; promette di dare ai propri seguaci potere e regni terreni solo per essere adorato alla stregua del Creatore; «chiama a sé l’umanità volendo far suo ciò che gli è estraneo, annunciando a tutti una falsa redenzione, mentre non può salvare se stesso».

Tuttavia la «donna vestita di sole» (Ap 12, 1), figura della Chiesa, non se ne sta a guardare, e anche nel tempo della prova e della persecuzione «non cessa di generare dal suo cuore il Verbo», affinché ogni credente, come il Teofilo destinatario del trattato di Ippolito, possa vivere in comunione con Lui e «custodirsi irreprensibile davanti a Dio e agli uomini, fino a quando Cristo, risuscitati i santi, con essi si rallegrerà, glorificando il Padre».

Nell’Omelia pasquale, che ricalca nello schema un testo per la veglia della notte santa e ha come fonte uno scritto dello stesso Ippolito andato perduto, emerge il cuore della fede delle comunità dell’antichità cristiana. La Pasqua è accolta nel duplice e originario significato di «passione e passaggio»: come al tempo della Legge il popolo ebreo ha patito in Egitto le piaghe e la morte dei primogeniti prima di poter celebrare la Pasqua passando il Mar Rosso, così allo stesso modo è stato necessario che il Figlio di Dio patisse fino alla morte di croce perché il suo popolo santo passasse dalla morte alla vita nuova secondo la sua grazia. Il segno della vittoria del Risorto è la croce, celebrata quale albero per i cui «fiori fiorisco; dei suoi frutti godo pienamente, quei frutti che fin dal principio mi erano stati tenuti in serbo, li raccolgo liberamente; anche le sue foglie sono spirito di vita. È mio rifugio quando temo Dio, sostegno quando vacillo; quando lotto è il mio premio e, quando vinco, il mio trofeo». Essa è ancora magnificata quale «pianta immortale fissata tra cielo e terra, appoggio di tutte le cose, supporto dell’universo, fondamento di tutta la terra, vincolo cosmico che tiene insieme la multiforme natura umana, inchiodandola con i chiodi dello Spirito affinché, ora che è congiunta armoniosamente al divino, non possa più esserne sciolta».

Nel solco del lirismo poetico del preconio pasquale, l’autore contempla il mistero grande della salvezza: «O Pasqua, bagliore di fiaccolata nuova e fulgore delle torce verginali! È per te che non si spengono più le lampade delle anime, perché divinamente e spiritualmente il fuoco della grazia procurato dall’olio di Cristo, a tutti come torcia è trasmesso, nel corpo e nello spirito».

Commentando I tre dialoghi e il racconto dell’Anticristo di Solov’ëv di cui è un profondo conoscitore, il cardinale Giacomo Biffi ravvisa in appendice al volume nella figura del diavolo «un’ipostatizzazione della religiosità confusa e ambigua di questi nostri anni». In tale opera l’Anticristo si configura quale «convinto spiritualista, ammirevole filantropo, pacifista impegnato e solerte, vegetariano osservante, animalista determinato e convinto, eccellente ecumenista, senza un’ostilità di principio verso Cristo, ma censurandone la sua assoluta unicità» in nome di «un cristianesimo dei valori, del dialogo, delle aperture, che riduce la militanza di fede ad azione umanitaria e genericamente culturale». Si comprende allora chiaramente l’identità del nemico da combattere, il quale si arroga persino il merito «di aver purificato il messaggio cristiano da ciò che è inaccettabile all’uomo di oggi», mentre rimane per il cristiano il rischio di apostasia se «per amore di apertura al mondo e di buon vicinato con tutti, stempera quasi senza avvedersene il fatto salvifico nell’esaltazione di traguardi secondari».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

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