Il vero presepe, i significati dietro ogni statuina

«La grotta, la caverna, ‘porte’ d’accesso nel cuore della terra, da sempre sono simbolo dell’utero materno, in un rinvio significativo tra la fecondità della terra e la fecondità umana. La grotta, nel presepe, indica la più grande fecondità che la nostra terra abbia mai avuto: Gesù Cristo». Prende le mosse dall’importanza di custodire tale ambientazione Il vero presepe (Il Timone 2021, pp. 132) di Luisella Scrosati e con le illustrazioni di Marina Lonati Colombo. Nel volume viene esplicitata la ragione storica, spirituale e teologica sottesa alla presenza di ogni personaggio, elemento naturale e artefatto che popola il presepe, dall’acqua al fuoco, dai diversi animali alle figure degli attori e spettatori del Natale del Signore, allo scopo di apprendere l’arte presepiale attraverso l’unico sguardo possibile, quello di chi riconosce che Dio si è fatto Bambino.

Di qui, se l’acqua è figura delle sorgenti della salvezza cui attingere e della corrente che sgorga dal lato del Tempio secondo la visione di Ezechiele (cf. Ez 47,1-12), allora «porre un ruscello nel presepe, meglio se sgorga dalla ‘roccia’ della grotta, è un gesto semplice, che vale però tutta una professione di fede e indirizza il nostro desiderio verso quella Sorgente che sola è in grado di dare vita». Allo stesso modo il fuoco posto vicino al Bambinello richiama il roveto che arde senza consumarsi, così come «la natura divina (il fuoco) arde nella natura umana, senza però distruggerla»; è il fuoco della misericordia divina che purifica e scongiura il fuoco divoratore dell’inferno.

C’è poi un pozzo, «un canale di comunicazione tra le viscere della terra e il cielo, una realtà che congiunge il basso e l’alto e unisce tre elementi della creazione: l’acqua, la terra, l’aria», presso il quale nella Bibbia si stringono amicizie e si sugellano fidanzamenti e matrimoni. Dunque «il pozzo indica innanzitutto Gesù stesso, che nella natura umana e divina unifica e collega in Sé Cielo, terra e inferi: disceso dal Cielo, venuto sulla terra, sprofondato negli inferi e di nuovo asceso alla destra del Padre». Allo stesso modo il ponticello allude a Cristo quale ‘pontefice’ tra Dio e gli uomini.

Segno invece di potere e prepotenza è il castello di Erode che però «non è in grado di sconvolgere l’armonia del presepe», in quanto «il male ha sempre la pretesa di fare e brigare, perturbare e distruggere; eppure non riesce in nessun modo a stravolgere i piani di Dio».

Relativamente agli animali che non possono mancare nel presepe, le pecorelle sono il segno degli uomini vicini e lontani che il Buon Pastore desidera radunare in un unico gregge. La capra come l’agnello alludono al sacrificio di Cristo; il cane rimanda ai sacerdoti e a quanti hanno il compito di custodire il gregge dei fedeli dai predatori; il gallo preannuncia con il suo canto lo spuntare della Luce vera; la chioccia coi suoi pulcini «manifesta la premura materna di Dio, la sua disponibilità a dare la vita per i suoi figli».

Per quanto concerne i mestieri rappresentati, «il falegname intento a spaccare un ceppo, il panettiere che sforna una pagnotta fragrante, il ciambellaio che mostra a tutti le sue delizie, il maniscalco che ferra il suo cavallo, la massaia che porta in grembo un cesto di uova o la lavandaia che pulisce con la lisciva gli indumenti formano come un coro di fatica e realizzazione intorno al Dio fatto uomo. È da Lui che essi traggono forza e maestria; è per Lui che si affaccendano; ed è ancora da Lui che il loro lavoro viene benedetto». Infatti, come osserva ancora in proposito acutamente la Scrosati, «ogni colpo d’accetta o di martello, ogni panno lavato, ogni pane sfornato proclamano la benevolenza di Dio verso le sue creature e riconoscono in Lui, nella sua gloria, il fine di ogni cosa».

Nel presepe c’è spazio ancora per Meraviglia, il pastore che nel Bambino di Betlemme contempla il mistero del Dio fatto uomo al quale offre in dono nient’altro che se stesso; per Benino, il pastore che è figura dei grandi ‘sognatori’ biblici, il quale accoglie nel sonno la rivelazione divina, «abbandonando la dimensione della vigilanza, del calcolo, del ragionamento logico e della previsione».

 Ma nel presepe si ritrovano anche figure potenzialmente ingannevoli, quali l’oste che, attraverso «la promessa di una falsa consolazione ed una ingannevole felicità», rischia di far perdere la strada a chi sta andando ad adorare il Bambino. Allo stesso modo agisce la prostituta, simbolo di tutto ciò che seduce il cuore dell’uomo fino all’idolatria, allontanandolo dall’amore per Dio.

La mangiatoia nella quale è adagiato il piccolo Gesù a Betlemme (‘città del pane’ in ebraico e ‘città della carne’ in arabo) aiuta a far memoria del fatto che «il pane non diventa tale se prima i chicchi di grano non vengono frantumati, impastati e cotti nel forno. C’è dunque un processo di morte che dà la vita. Il Bambino nella mangiatoia di Betlemme richiama così l’offerta sacrificale della propria carne». Il bue e l’asinello alludono rispettivamente ai giudei e ai pagani, ossia all’universalismo della salvezza per tutti i popoli, laddove gli angeli rimandano alla riconciliazione operata da Cristo che rende nuovamente gli uomini concittadini degli spiriti celesti.

E nella grotta, rigorosamente a mezzanotte durante la vigilia di Natale, viene adagiato il Bambino tra Maria e Giuseppe, in un silenzio che rievoca quello della notte dei primogeniti d’Egitto. Nell’evento che divide la storia umana in prima e dopo la nascita di Cristo, il ‘segno di contraddizione’ che si fa carne invita ciascuno a decidere se «riconoscere e amare Dio in questo Bambino per la vita, o ignorarlo e rifiutarlo per la morte».

Il volume della Scrosati riporta infine le benedizioni dell’Epifania e si sofferma anche sul significato spirituale profondo della corona d’avvento e dell’albero di Natale, la cui tradizione affonda le radici nell’opera di evangelizzazione di San Bonifacio. Nel 724 l’apostolo della Germania riesce infatti a soppiantare il culto pagano, sostituendo «all’idolatria della superba grandezza della quercia l’umile maestà del giovane abete» e ai sacrifici umani offerte di amore e di bontà significate dalle candele poste sui suoi rami dal capo del villaggio di Geismar. Così «il nostro albero è pieno di luci, frutti e decorazioni perché ha riconosciuto la venuta del Re che è anche il Signore della vita».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *