I pastorelli di Fatima, una vita trasformata da Dio

«“Signore, fammi santa, mantieni il mio cuore sempre puro, dedicato soltanto a te”. E le sembrò di ricevere nel fondo del proprio cuore la ri­sposta di Dio: “La grazia che oggi ti è concessa ri­marrà viva nella tua anima, producendo frutti di vita eterna”. Queste parole, che rievocano il dialogo intimo tra Lucia e Gesù dopo la Prima Comunione, sono opportunamente riprese ne I pastorelli di Fatima (Ares 2022, pp. 196) di Madalena Fontoura, psicologa e scrittrice portoghese che dagli anni ’80 si dedica allo studio della personalità dei tre veggenti della Cova d’Iria.

La profonda devozione eucaristica costituisce il cuore della spiritualità dei tre pastorelli di Fatima. Lo testimonia in modo particolare un dialogo tra Giacinta e Lucia, sua cugina maggiore, che rivela la loro abitudine di chiamare l’Eucarestia ‘Gesù nascosto’: «“E tu, quando ricevi la Comunione, parli con lui?”. “Certo”. “E perché non lo vedi?”. “Perché è nascosto”. Allo stesso modo Giacinta si commuove e piange quanto sente la cugina raccontarle la Passione di Gesù, mentre brama di baciare e abbracciare il Crocifisso.

Si manifesta loro l’Angelo del Portogallo per prepararli alle apparizioni mariane. Lucia racconta che «erano concentrati in Dio» e godevano di pace e felicità interiore. Poi il 13 maggio, quando vedono «la Signora, tutta vestita di bianco», non si lasciano vincere dal timore. Suor Lucia ribadirà in proposito che «le apparizioni della Madonna non infondono paura né timore, ma sorpresa». L’autrice commenta inoltre che «con dolcezza, ma senza giri di parole, la Madon­na disse loro la verità, prendendo sul serio l’offerta di se stessi che avevano appena fatto: “Allora soffrirete molto, ma la grazia di Dio sarà il vostro conforto”.

Il cuore puro e lo spirito contemplativo di Francesco, un bambino di soli 9 anni, emerge in un altro aneddoto raccontato da Lucia. Mentre rincorre farfalle insieme a lui, sua cugina si accorge che Francesco ha preso particolarmente sul serio l’invito della Mamma celeste a recitare il Rosario. Di qui se ne sta in disparte e così giustifica tale decisione: «Sto pensando a Dio, che è così triste a causa di tanti peccati. Se fossi capace di dargli gioia!».

Giacinta, la pastorella più giovane, è invece la «prima apostola degli avvenimenti di Fatima» e sin dall’annuncio dell’apparizione manifesta «una passione infiammata, che non le face­va tacere quanto aveva incontrato, né rimanere tran­quilla davanti a quanto succedeva». La visione infernale, prima parte del segreto di Fatima, la sospinge a offrire con gioia ogni sorta di mortificazioni e penitenze per strappare le anime al maligno. Tra l’altro, come osserva acutamente l’autrice, «sottolineare l’esistenza dell’inferno nel secolo che avrebbe visto la caduta di tutte le certezze significa affermare la libertà dell’uomo e l’esistenza di un de­stino. È anche un appello alla solidarietà, per il fat­to che si affida alle mani dei credenti la possibilità e la necessità concreta di fare di tutto perché ciascuno possa conoscere l’amore di Dio». Di qui «Fatima sfida il pensiero del mondo con la logica della penitenza».

Mirando ai tre pastorelli, «la loro fedeltà alla preghiera, la generosità con cui facevano sacrifici, il loro orrore per il peccato, il loro zelo per la conversione dei peccatori, l’amore che nutrivano per Gesù e per il Cuore Immacolato di Ma­ria» costituiscono in effetti il terreno fecondo nel quale germogliano frutti di vita eterna. Nello specifico, la sensibilità e delicatezza davanti alla sofferenza di Francesco fanno fiorire il suo amore oblativo, per cui «si consegnò con cuore indiviso a quel Dio ferito, che gli chiedeva aiuto, e a quella Signora tanto buona che tutti i mesi gli appariva e lo chiamava per nome», giungendo alla morte con il sorriso tre anni più tardi. Parimenti Giacinta «mandava a dire a ‘Gesù nascosto’ che ave­va nostalgia di Lui, chiamava ‘Mammina del Cielo’ il Cuore Immacolato di Maria e dava baci ai santini che le davano. Era anche intrepi­da nella sofferenza, ferma nella speranza e imbattibi­le nell’amore». E ancora Lucia «con le apparizioni assunse il ruolo di interlocu­trice con l’Angelo e con la Madonna, spiegava ai cu­gini quanto aveva udito, rispondeva ai loro dubbi e li incoraggiava in modo esigente ma buono. Era sem­pre in prima linea negli incontri, sia con persone che credevano sia con i non credenti, cosa che le fece in­teriorizzare la sua missione di testimone».

In sostanza Francesco, Giacinta e Lucia hanno gradualmente imparato ad amare Cristo nella loro carne segnata dal peccato, ma anche dalla trasformante grazia divina. La loro vicenda è «se­gno del fatto che il Cielo ci vuole così come siamo e al contempo disponibili a vivere in rapporto con Dio. Come un bambino accoglie la realtà, così a noi viene proposto di accogliere il Suo amore su di noi», osserva mons. Massimo Camisasca nella postfazione. Attraverso le apparizioni di Fatima, insomma, «la prima preoccupazione del Cielo fu quella di scegliere, sulla ter­ra, tre cuori innocenti che battessero al ritmo stesso del cuore sofferente di Cristo e di quello premuroso di Maria», mostrando «quale dialogo affettivo si instauri tra Dio e l’anima che accetta di amarlo, di rispondere alle sue attese e richieste».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

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