“Nati guasti”. Cinque passi al Mistero con Padre Maurizio Botta

“Gli uomini si dividono in due categorie, quelli che credono al peccato originale e gli sciocchi”, scriveva Nicolás Gómez Davila. Per non rientrare tra le fila dei secondi, dovremmo umilmente prendere consapevolezza che “noi siamo questa impossibilità a fare quello che vorremmo, siamo una volontà di potenza sovradimensionata rispetto alle nostre possibilità, un desiderio di velocità sovradimensionato rispetto alla nostra lentezza. Noi siamo questa contraddizione vivente chiamata dalla Chiesa ‘peccato originale’”. Per questo “abbiamo bisogno del Redentore sempre, perché se ogni istante della nostra vita non è liberato da Lui, rimaniamo sotto il giogo di una legge che non vogliamo ma da cui non riusciamo a liberarci e continueremo a sentire dentro un debito che non potremo mai saldare da soli”.

È questo il cuore di ‘Volere è potere?’, il primo dei ‘Cinque passi al Mistero’ raccolti da padre Maurizio Botta nel recente volume Nati guasti (San Paolo 2019, pp. 190). Si tratta di un libro che riporta fedelmente le catechesi del giovane e brillante sacerdote che predica nel solco del carisma di San Filippo Neri e risponde in maniera puntuale alle domande di giovani e adulti in dialogo con lui sulle ragioni della fede, secondo una formula vincente che ormai da dieci anni rende gremita la Chiesa di S. Maria in Vallicella a Roma. Come rileva Costanza Miriano nella Prefazione “padre Botta riesce nel miracolo di parlare ai lontani e anche ai lontanissimi, ma senza fare alcuno sconto nei contenuti, semplificando senza impoverire, traducendo senza tradire, rendendo potabile senza annacquare, avvicinando i lontani senza mai, neanche per un attimo, allontanarsi da Colui che, si sente a ogni frase, sta al centro del suo cuore e dei suoi pensieri, Gesù Cristo”.

Il primo passo da compiere consiste dunque nel liberarsi dall’illusione dell’autosufficienza che traspare nello stesso ‘mito del buon selvaggio’, “secondo il quale l’uomo è buono per natura ed è la società a corromperlo, per cui cambiando la società salveremo anche l’uomo”. La realtà dell’uomo però non è questa da quando egli ha preteso di sostituirsi a Dio, mangiando “quel frutto, quell’unico frutto e non tutti gli altri, che Dio avrebbe voluto riservarsi di staccarlo Lui stesso ogni volta e donarlo con amore, perché l’amore di quel dono diretto era l’unico antidoto. In Cristo questo era il progetto, non drammatico: farci dono Lui, continuamente, della conoscenza del bene e del male, ma noi abbiamo allungato la mano per prenderla, una volta per tutte”. Assecondando il proprio delirio di onnipotenza, la creatura umana si trova piuttosto a sperimentare costantemente la propria impotenza. Dunque “l’uomo – prosegue il sacerdote oratoriano – non è buono, ha un cuore malato ed è questo guasto che lo danneggia, non ciò che viene da fuori. Ognuno di noi dovrebbe guardare a questa malattia che ha dentro di sé, partire da quella, da se stesso, invece di accusare sempre gli altri. L’uomo è abitato da questa contrapposizione tra desideri grandissimi, intelligenza acutissima e limiti: una lotta continua che lo porta a precipitare. Senza Cristo, l’uomo non ce la fa, non riesce”.

Se limite e finitezza contraddistinguono l’uomo in quanto tale, è “transumanesimo – puntualizza padre Maurizio – quando sogno di superare i limiti dell’umano”; così come è “scientismo quando ripongo nel progresso scientifico una sorta di fiducia messianica per la salvezza dell’uomo”. Perciò da una parte è necessario prender coscienza del fatto che “siamo dei nobili decaduti con pretese ingiustificate e sproporzionate rispetto a quel che siamo realmente: un ammasso di limiti incredibile, una bolla che con un niente può scoppiare”. Però dall’altro ciò non deve scoraggiare, perché il credente è chiamato a superare in forza della grazia divina il proprio limite in una maniera del tutto inedita. Infatti “il superamento del limite cristiano è quello che ti porta a vivere la vita di Dio dentro la carne: ‘Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me’ (Gal 2, 20). È questo l’inaudito cristiano: noi siamo piccole creature qua e Dio è irraggiungibile là ma, uniti a Cristo, siamo inseriti nella vita eterna della Trinità”.

Allo stesso modo, nel ‘passo’ dedicato ai social e alla dipendenza da smartphone, padre Maurizio suggerisce come rimedi “un ‘digiuno’, che sia quotidiano o almeno settimanale, e la decisione d’intraprendere attività in cui ti privi volontariamente, anche quando dolorosamente, della connessione”. Imparando a trascorrere più tempo con se stessi infatti si valorizza quella dimensione preziosa del silenzio, che “Satana odia mortalmente e considera assai pericolosa perché è nel silenzio che può essere ascoltata la parola trasformante dell’amore”.

La catechesi sui temi del lavoro e del tempo libero prende le mosse da una constatazione, quella per cui il mercato globale è ormai ridotto “a un oligopolio di pochi e grandi che esclude i tanti e piccoli”, e da una considerazione, ossia che “il dogma dell’efficienza del mercato è una gran panzana, poiché il mercato non detta legge, sono gli uomini e la politica a dover scrivere le regole e a doverlo gestire”. Di qui, rispetto all’attuale modo di vivere la propria professione senza contemplare la possibilità di santificare la domenica, padre Maurizio non fa sconti ricordando che “se Dio ‘ci comanda’ il riposo – e non lo suggerisce, non ci rivolge un invito, non ci dà un consiglio, proprio lo ‘comanda’ – lo fa non solo per la nostra felicità, ma perché sa che una parte di noi, istintivamente, sarebbe portata a non viverlo”. È necessario allora modificare la propria “visione del tempo come ora d’aria rispetto a un lavoro vissuto invece come schiavitù guastatrice della festa” per vivere il proprio otium non quale “tempo ‘libero da’, ma come tempo ‘libero per’, in quanto la festa vera è il luogo dove decidi come utilizzare la tua libertà e porta con sé la logica del dono”. Una logica sicuramente da riscoprire e di cui sembra del tutto priva “la festa moderna, tutta individualistica, in cui ci si stordisce da soli e ci si ubriaca da soli, che è il contrario della festa cristiana che è sempre comunitaria”.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

San Giovanni Bosco, il devoto dell’angelo custode

“Renditi familiare con gli angeli, osservali spesso invisibilmente presenti nelle tue azioni, ama ed onora gli angeli della persona vivente con te, e particolarmente il tuo angelo custode; pregali spesso e rendi loro omaggio di lode, invoca il loro aiuto e il loro soccorso in ogni tua impresa spirituale e temporale: essi coopereranno alle tue intenzioni”, scriveva san Francesco di Sales nella sua Introduzione alla vita devota, meglio nota come Filotea.

Gli fa eco san Giovanni Bosco che inscrive la propria missione proprio nel solco del carisma del vescovo ginevrino, chiamando per questo “salesiani” i propri figli spirituali. Il santo educatore torinese si premurò infatti che i giovani del suo oratorio coltivassero la devozione angelica e scrisse anche un opuscolo sul tema dal titolo: Il divoto dell’Angelo Custode. Lo ricorda il noto angelologo Marcello Stanzione nel recente volume Gli angeli di San Giovanni Bosco (La Fontana di Siloe, pp. 192). Don Bosco stesso beneficiò per vari anni della sua vita di una “misteriosa custodia angelica”. Si tratta del Grigio, un grosso cane che non mangiava, non beveva, compariva all’improvviso per soccorrere il Santo nei pericoli e misteriosamente scompariva. Senza dubbio un cane non ordinario, anche se “dire che sarebbe un angelo forse farebbe ridere”, per dirla con le stesse parole del santo amico dei giovani.

Relativamente agli angeli, don Bosco era solito ricordare ai ragazzi: “Fatevi buoni per dare allegrezza al vostro Angelo Custode”. Nello stesso tempo suggeriva loro: “In ogni afflizione e disgrazia, anche spirituale, ricorrete all’Angelo con piena fiducia ed esso vi aiuterà”. Un suggerimento semplice e comprensibile, che diventava per questo anche praticabile, come i moniti: “Ricordati che hai un Angelo, per custode, compagno e amico”, per cui “se vuoi piacere a Gesù e a Maria, obbedisci alle ispirazioni del tuo Angelo custode”. D’altra parte l’angelo custode rappresenta un aiuto nelle tentazioni, anche in virtù del “suo desiderio di aiutarti” soprattutto nei pericoli.

Così, tra i figli spirituali del santo sacerdote, “San Domenico Savio era convinto di avere sempre vicino il compagno celeste, ricorreva a lui con fiducia e ne riceveva favori e aiuti speciali”. Allo stesso modo, un altro dei giovani dell’oratorio poté sperimentare in prima persona tale potenza della tutela angelica. Un giorno, mentre lavorava come muratore al restauro di una casa, cadde dall’impalcatura insieme ad altri due coetanei. Uno purtroppo morì, l’altro finì in ospedale, egli invece rimase illeso proprio per aver invocato il proprio angelo custode che intervenne prontamente a sua protezione mentre precipitava a terra dall’alto.

Nel libricino Il divoto dell’Angelo Custode – che il volume di don Marcello ha il pregio di riportare in appendice in versione integrale – don Bosco condensa in dieci considerazioni fondamentali tale forma di devozione angelica. Muovendo dalla riflessione sulla bontà di Dio nel destinare agli uomini i Santi Angeli Custodi, egli ricorda che queste creature celesti li amano per riguardo a Gesù e Maria, manifestando tale amore attraverso una speciale assistenza quotidiana, e in particolare nel tempo della preghiera, nella tentazione, nelle tribolazioni, nell’ora della morte e confortando l’anima in Purgatorio. Insomma la tenerezza dell’angelo custode nei confronti di ogni peccatore è talmente grande da non abbandonarlo mai nel corso della vita. Perciò è opportuno che ciascuno lo preghi con animo grato con queste parole: “Tenerissimo Custode dell’anima mia, che di continuo specchiandovi ne’ Sacri Cuori di Gesù e di Maria, nuove fiamme traete d’amor divino; fate che il mio cuore per l’avvenire non pensi più che amare Voi, amar Gesù mio Redentore, amare Maria madre mia amantissima”.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

“Campioni del Rosario”. Eroi e storia di un’arma spirituale

“La gente, oggi, deve sapere che esiste un’arma in grado di combattere e vincere l’immoralità e il male. Fidatevi: ho toccato con mano quanto il Rosario possa contribuire alla conversione di un’anima”. Con la freschezza del convertito Donald H. Calloway racconta nel suo Campioni del Rosario. Eroi e storia di un’arma spirituale (D’Ettoris Editori, pp. 280), i prodigi operati dal Santo Rosario nella storia dei popoli e nella propria esistenza.

“Ricordo che mi infilai nella piccola cappella militare di Nostra Signora della Vittoria, presso la base navale di Norfolk, in Virginia. Ero agitato e tremante, pienamente consapevole di non essere in buoni rapporti con Dio”. L’autore, nato negli Stati Uniti nel 1972, ricorda così l’inizio della sua conversione avvenuta all’età di vent’anni, dopo un’adolescenza costellata di esperienze borderline e di periodi di detenzione. Donald entra in una chiesa e scorge alcune donne sgranare la corona, le quali lo invitano prontamente a unirsi alla loro preghiera. Da allora la sua devozione alla Vergine è sbocciata e maturata fino a divenire il carisma peculiare del suo stesso ministero di sacerdote della Congregazione dei Mariani dell’Immacolata Concezione.

“Il Rosario è un’arma spirituale, una spada celeste forgiata dalla mano di un Artefice divino. La lavorazione di una qualunque spada richiede molto tempo e molta abilità: per la fabbricazione di quella celeste c’è voluto un lavorio di secoli. Si tratta di un’arma diversa da tutte le altre. Infatti, ha il potere di uccidere draghi, di convertire i peccatori e di conquistare cuori. La lama è stata forgiata nel fuoco della parola vivente di Dio, il martello dell’ispirazione divina ne ha definito la sagoma e, una volta ultimata, è stata affidata alla Regina del Cielo e ai suoi eletti. Quando finalmente fu pronta per l’uso in battaglia, e l’Artefice divino ebbe stabilito che era giunto il momento di sfoderarla, la Regina del Cielo, la Beata Vergine Maria, la rivelò al mondo, scegliendosi un santo predicatore come cavaliere. Ella lo investì del potere della spada divina, incaricandolo di predicarla in lungo e in largo a chiunque avesse il desiderio di brandirla”.

Nel volume Calloway ripercorre la storia della forma di devozione mariana più diffusa e cara ai fedeli a partire dai suoi ‘antecedenti’, ossia dalle parole di saluto dell’arcangelo Gabriele e di Elisabetta alla Vergine che confluirono nella prima parte dell’Ave Maria, all’uso documentato fin dal III secolo di sgranare coroncine e cordicelle composte di piccoli nodi “per tenere il conto delle preghiere già proferite”, in specie “per adempiere a una penitenza o a un voto”. Certo le prime corone di ‘grani’ che venivano portate, come le spade dei cavalieri, alla cintola di religiosi e sacerdoti che parteciparono alla prima crociata (1096-1099) erano composte di Paternoster. Infatti fino all’Alto Medioevo chierici analfabeti e laici potevano sostituire la preghiera dei Salmi della liturgia delle ore in latino con la recita di altrettanti Padre nostro.

Con l’avvento di certosini e cistercensi e, grazie soprattutto al contributo di San Bernardo, crebbe la devozione mariana, per cui molti monaci cominciarono a “sviluppare un salterio dedicato a Maria che ricalcasse il breviario dei poveri, recitando centocinquanta Ave Maria al posto di centocinquanta Padre nostro. Nel giro di breve tempo, la preghiera fu intercalata da quindici Padre Nostro, che divisero le Ave Marie in quindici ‘decine’”. Ma non era ancora il Rosario.

Bisogna attendere l’apparizione della Vergine a Domenico di Guzman che, per sostenerlo nella lotta contro l’eresia albigese, si rivolse al frate con queste parole: «Non meravigliarti se finora hai ottenuto sì pochi frutti dalle tue fatiche: hai profuso le tue forze su un terreno arido non ancora irrigato dalla rugiada della grazia divina. Quando Dio decise di rinnovare la faccia della terra, Egli inviò la pioggia fertilizzante del saluto angelico. Tu predica dunque il mio Salterio». Il frate intuì che la recita dell’Ave Maria, unita alla contemplazione di alcuni dei principali misteri della vita di Cristo che gli suggerì la Vergine, potesse costituire “una diretta risposta agli errori diffusi dagli albigesi, perché tali misteri si concentravano sull’Incarnazione, sulla Passione e sul Trionfo glorioso del suo Divin Figlio”. Mettendo in pratica il suggerimento della Madonna, Domenico entrava così senza timore in ogni villaggio eretico e, per dirla con padre Lagrange, “predicava alcuni istanti su ognuno di questi quindici misteri, facendo poi recitare dieci Ave Maria. Dove non arrivavano le parole del predicatore, era la dolce preghiera dell’Ave Maria a instillarle nel profondo dei cuori”. Con San Domenico il salterio mariano, unito alla contemplazione dei misteri divini, assunse dunque una dimensione evangelizzatrice e apostolica nuova. Ecco perché egli è a buon diritto considerato il fondatore del Rosario, che però rimase noto al tempo come ‘salterio mariano’. Dietro il nome Rosarium si cela l’uso di omaggiare la Vergine con le rose nel mese di maggio e la crescente consapevolezza che ogni Ave Maria del salterio mariano sia una ‘rosa’ offerta alla Vergine, come testimonia l’“Ave, o Rosa” che si legge nell’incipit dell’Ave Maria de Il Salterio della Vergine Maria del benedettino Engelberto di Admont (1250-1331).

La diffusione del Rosario subisce una battuta d’arresto durante la peste e lo scisma del Trecento per essere poi rilanciata con il beato Alano della Rupe e la nascita della Confraternita del Rosario. È in effetti proprio la preghiera del Rosario ad assicurare il trionfo della Madonna della Vittoria e delle armate cristiane a Lepanto nel 1571 e nuovamente nel 1683 a Vienna. Ogni secolo ha poi i suoi santi e testimoni illustri del Rosario, da San Luigi Maria Grignion di Montfort a Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, dal beato Federico Ozanam a padre Massimiliano Kolbe. Ogni secolo miete i suoi martiri che, dalla Vandea al Messico, confermarono con il proprio sangue il loro amore al Figlio, pregando la Madre con il Rosario e mostrandone la corona pubblicamente senza timore né vergogna. ‘Il secolo di Maria’, quello che si estende dalle apparizioni di Rue du Bac nel 1830 a Caterina Labourè all’Anno Mariano del 1954, vede la Vergine manifestarsi nei più disparati luoghi della terra spesso proprio con una corona tra le mani, per invitare i fedeli a recitare il Rosario in specie per la conversione dei peccatori. Il Rosario diventa dunque centrale anche nel magistero dei Papi; basti pensare che Leone XIII dedicò undici encicliche a tale forma di devozione.

Di qui la scelta di padre Calloway, attraverso due brevi appendici al suo volume, di offrire anche alcuni preziosi suggerimenti su come e perché pregare il Santo Rosario, la “catena dolce che ci rannoda a Dio”, per dirla con il Beato Bartolo Longo, e che riconduce ogni figlio al Figlio tramite l’abbraccio e le cure amorevoli della più tenera fra le madri.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Il mistero del Natale nelle parole dei santi e dei mistici

“Il mondo intero, o Signore, ha sete del giorno della tua nascita; questo giorno beato racchiude in sé i secoli futuri; esso è uno e molteplice. Sia dunque anche quest’anno simile a te, e porti la pace fra il cielo e la terra”. Esprime così il desiderio del Natale del Signore Efrem il Siro, un poeta del IV secolo. “Gesù posto nella mangiatoia è il cibo dei giumenti che siamo noi”, scrive invece il cantore del desiderio di Dio Sant’Agostino, che conclude un suo discorso sull’Incarnazione del Verbo ricordandone il significato profondo: “Voi siete il prezzo dell’incarnazione del Signore”. Soffermandosi sul paradosso di un Dio uomo anche Sant’Ambrogio evidenzia con grande lirismo che Gesù Bambino “volle farsi pargolo, volle farsi bimbo, perché tu possa divenire uomo perfetto; fu avvolto in pochi panni perché tu venissi sciolto dai lacci di morte; giacque nella mangiatoia per collocare te sugli altari; scese in terra per elevare te alle stelle; non trovò posto in quell’albergo perché tu potessi avere il tuo nella patria celeste. Da ricco che era, si fece povero per voi – dice l’apostolo – perché per la sua povertà voi diventaste ricchi. Quella povertà è dunque la mia ricchezza, la debolezza del Signore è la mia forza. Volle per sé ristrettezze e per noi tutti l’abbondanza”.

Sono queste alcune delle meditazioni più significative e poetiche dei Padri, di santi, mistici e Dottori della Chiesa sul mistero mirabile dell’Incarnazione del Verbo raccolte dal noto angelologo Marcello Stanzione nel volume Il Natale nella vita e negli scritti di mistici e santi (Mimep-docete). “Che ogni nuovo Natale ci trovi sempre più simili a colui che, in questo tempo, è divenuto un bambino per amor nostro – scrive  John Henry Newman – che si convertì dall’anglicanesimo al cattolicesimo nel desiderio di “riaffermare la centralità e la realtà dell’Incarnazione per ricordare all’essere umano la sua dignità, all’uomo insidiato dall’idolatria e dalle ideologie materialistiche, positivistiche e immanentistiche”. A meditare sul mistero del Verbo fatto carne non sono infatti soltanto i Padri della Chiesa, ma ne hanno contemplato e cantato la bellezza anche numerosi santi e mistici del nostro tempo. Tra costoro vi è Luisa Piccarreta (1865-1947), una mistica che si nutrì per molti anni soltanto dell’Eucarestia, la quale in una delle sue visioni della Natività racconta di un tripudio di luce nella grotta di Betlemme: “Chi può dire la bellezza del Bambinello che in quei felici momenti spargeva anche esternamente i raggi della Divinità? Chi può dire la bellezza della Madre che restava tutta assopita in quei raggi divini? E S. Giuseppe mi pareva che non fosse presente nell’atto del parto, ma se ne stava in un altro canto della spelonca tutto assorto in quel profondo Mistero e se non vide con gli occhi del corpo, vide benissimo cogli occhi dell’anima, perché se ne stava rapito in estasi sublime”.

Un invito alla gioia viene invece dalle parole del sacerdote santo Guido Maria Conforti (1865-1931): “Oh! Si rallegrino pure gli uomini nel Signore come la terra si rallegra ogni mattina quando sorge il sole a liberarla dalle tenebre. Il Natale è la grande aurora della nostra liberazione”. Ne era consapevole già a 8 anni il  giovane Giuseppe Moscati, il medico santo, che in una lettera ai suoi genitori così scrive: “Io prego Gesù Bambino, affinché vi conceda quella pace, che egli promise agli uomini di buona volontà ed ogni altro bene in questa vita e nell’altra”. In Avvicinandosi il Natale, una delle poesie più struggenti legate agli ultimi giorni della sua vita, il rosminiano Clemente Rebora invoca per sé un nuovo ‘natale’: “Se ancor quaggiù mi vuoi, un giorno e un giorno, / con la tua Passion che vince il male/ Gesù Signore, dammi il Tuo Natale / di fuoco interno nell’umano gelo”.

Una figlia spirituale di Padre Pio, Lucia Iadanza, racconta di aver assistito a una delle diverse volte in cui Gesù Bambino veniva a visitare il santo frate: “Vidi apparire tra le sue braccia Gesù Bambino. Il volto del Padre era trasfigurato, i suoi occhi guardavano quella figura di luce con le labbra aperte in un sorriso stupito e felice”. Il frate di Pietrelcina desiderava augurare anche ai fedeli tale esperienza del Verbo: “Il celeste Bambino faccia sentire anche al vostro cuore tutte quelle sante emozioni che de’ sentire a me nella beata notte, allorché venne deposto nella povera capannuccia”. In un suo pensiero sul mistero del Natale un altro santo del nostro tempo, il fondatore dell’Opus Dei, José Maria Escrivà de Balaguer, invita caldamente così ciascun figlio di Dio: “Spingiti fino a Betlemme, avvicinati al Bambino, cullalo, digli tante cose ardenti, stringitelo al cuore. Non parlo di bambinate: parlo di amore! E l’amore si manifesta con i fatti: nell’intimità della tua anima, lo puoi ben abbracciare!”. Sia questo l’augurio più bello per ogni persona che attende con fiduciosa speranza ed esultanza un altro Natale del Signore nella propria vita.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Gli angeli, ‘iniziati dell’Incarnazione’

Gli angeli della Natività sono ‘gli iniziati dell’Incarnazione’ (San Gregorio di Nazianzo) perché è stato rivelato loro il mistero del Verbo fatto uomo prima della nascita di Gesù nella grotta di Betlemme. A tali messaggeri celesti è affidato dal Padre il compito prezioso di intervenire “per creare la disponibilità nell’intimo degli esseri umani che nel Natale del Cristo vedono finalmente il compimento di tutte le attese messianiche”. Ma questo è soltanto uno dei numerosi uffici affidati alle creature angeliche, ora come allora al servizio della Maestà divina sia nella liturgia di lode che nell’agire operoso per la sua gloria. Li sottolinea e approfondisce Marcello Stanzione, noto angelologo, nel volume Angeli della Natività. Il Cantico degli Angeli: gloria e pace, edito da Sugarco.

Sin dall’inizio dei Vangeli gli angeli sono inviati per portare la notizia dell’avvento del Messia a Zaccaria, a Maria e ai pastori nei campi. Certo “la prima scena dell’annunciazione di Gabriele a Zaccaria ci mostra come non dovremmo reagire dinanzi ai messaggi di Dio”. In effetti il sacerdote e marito di Elisabetta viene subito ridotto “al silenzio, non soltanto perché non dica più niente, ma perché tacciano anche le considerazioni troppo umane e terrestri con le quali giudica di continuo se stesso e sua moglie. Lo spazio del silenzio è privo di giudizi. In questo spazio del silenzio Zaccaria cambia. Tornerà a parlare solamente alla nascita del bambino”, quando cioè vede compiersi il disegno divino e, per celebrarne la bontà, prorompe con gioia in quell’inno di lode, il Benedictus, che la Chiesa proclama quotidianamente nella preghiera delle Lodi. Di diversa natura è invece il domandare di Maria che, animato da “prudenza e saggezza”, si schiude in un assenso fiducioso al progetto mirabile del Padre che nell’Incarnazione del suo Figlio “si abbassa al di sotto della natura angelica”. Proprio al momento del pronunciamento del suo ‘sì’, secondo Origene, gli angeli sarebbero discesi a prostrarsi intorno alla loro giovane Regina divenuta, nell’istante dell’Incarnazione, grembo accogliente del Verbo divino. Lo stesso arcangelo Gabriele fa poi visita in sogno a Giuseppe perché comprenda più chiaramente il mirabile disegno di Dio che sta per compiersi anche grazie alla sua collaborazione.

Gabriele è dunque l’arcangelo che reca buone notizie e che annuncia la nascita di bambini molto speciali. D’altra parte non poteva “che essere annunciato da ‘Fortezza di Dio’ colui che veniva quale ‘Signore degli eserciti e forte guerriero’”, come nota opportunamente Gregorio Magno. Così, al momento della nascita di Gesù, intorno alla grotta di Betlemme si strinsero due diverse schiere di messaggeri celesti; da un lato gli angeli annunciatori del Natale del Messia, dall’altro gli Angeli delle Nazioni che, come sottolinea Eusebio di Cesarea, “riconobbero subito il loro Signore, venendo gioiosi per servirlo in soccorso degli altri angeli”.

Apparendo in sogno a Giuseppe, è sempre un angelo del Signore a suggerirgli tempi e modi della fuga in Egitto e del successivo ritorno in Israele. Gli angeli del Natale sono anche quelli che scendono dal cielo per illuminare come il giorno la notte santa e annunciare la grande gioia della nascita del Salvatore “a uomini rudi, consumati dalle fatiche e dalle intemperie”, quali sono i pastori. Essi erano infatti considerati ladri e i farisei sconsigliavano di comprare da loro latte e lane, perché erano probabilmente merce rubata. Di qui la loro testimonianza era considerata nulla persino durante un processo in tribunale. Eppure sono loro i primi destinatari dell’annuncio angelico e i primi a udirne il sublime canto che rivela che la pace tra gli uomini sulla terra è intimamente congiunta alla ricerca della gloria di Dio: “il Gloria è intessuto con la pace in terra, poiché in Dio è la nostra pace. Anche se le guerre continuano una cosa rimane: un figlio dell’uomo ha restituito la gloria a Dio! E nella misura con cui una civiltà o un uomo si unisce a questa glorificazione, ci sarà in esso anche la pace”. In quest’ottica è da intendersi “il Gloria recitato o cantato all’inizio della celebrazione eucaristica, il quale costituisce un richiamo al Natale presente in ogni santa Messa, quasi a indicare la continuità vitale che avviene tra la nascita e la morte di Cristo, tra la sua incarnazione e il suo mistero pasquale”.

Nelle meditazioni teologiche e spirituali dei Padri orientali emerge anche un altro particolare significativo: “gli angeli non sono stati in grado di contrastare l’inondazione del male nel mondo. Pertanto ora che Dio stesso viene in soccorso sia degli uomini che degli angeli, gli angeli dei popoli si riuniscono dinanzi alla mangiatoia e prima dei Re Magi depositano innanzi al Divino Bambino le loro corone e i loro scettri da principi del cielo”. In realtà “anche per gli angeli la Natività rappresentò una meraviglia e un mistero nello stesso modo in cui lo fu per gli uomini. Possedevano la conoscenza di molti segreti che la flebile mente umana non era in grado di cogliere, ma nemmeno gli angeli conoscevano, nella loro interezza, i progetti divini. Anche per loro, l’incarnazione rappresentò non solo una rivelazione ma anche un mistero, tale da richiedere nuove vette di umiltà, di amore e di condiscendenza nell’adorazione di Dio. A loro era stato affidato il compito di annunciare la Natività e loro stessi si trovarono in preghiera al cospetto di Gesù Bambino, insieme ai pastori”.

Annunciatori esultanti, adoratori silenziosi del mistero del Verbo fatto carne e nel contempo già pronti “a seguire Gesù “ovunque il suo cammino l’avesse condotto”, gli angeli del Natale sono chiamati allora a “stabilire la pace nel mondo, nella Chiesa e in ogni anima che nasce su questa terra. La pace è prima di tutto il riposo dell’anima nella verità e nella carità. Gli angeli sono veri illuminatori delle nostre intelligenze e si sforzano di farci conoscere Dio e i suoi progetti. Infaticabili nel realizzare la loro opera di luce, approfittano delle più piccole circostanze: di un lutto; di un’omelia; di una lettura; di un film… ci fanno capire le parole che leggiamo e gli avvenimenti a cui assistiamo. Se noi ci indeboliamo, ci sostengono; se tremiamo, ci rassicurano; se pecchiamo, ci riprendono e ci riportano sulla retta via; i nostri angeli, incessantemente, ci incoraggiano al bene; ci animano al dovere e ci spingono alla santità”. Per questo motivo ciascun cristiano è chiamato a coltivare e rinsaldare il legame spirituale con il proprio angelo custode e quello con i Santi Arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele per camminare ogni giorno con passo fermo e deciso nella via del Signore e crescere nella comprensione dei misteri divini a partire dal concepimento verginale del Figlio nel grembo di Maria.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Il cammino dell’uomo a Dio nei sei giorni della creazione

“‘In principio Dio creò il cielo e la terra’ (Gen 1, 1). All’origine di tutto c’è un Altro. Le cose non iniziano da noi. La realtà non ci obbedisce. Noi entriamo sempre ‘in corsa’, a partita iniziata”. Sin dall’incipit della Sacra Scrittura, ma in particolare nel racconto dei sei giorni della creazione, è possibile individuare le tappe fondamentali di un preciso iter utile al proprio discernimento interiore.

Tale itinerario spirituale viene delineato con cura e premura pastorale nei suoi passaggi salienti nel recente volume L’arte di ricominciare (San Paolo, 2018) di don Fabio Rosini, Direttore del Servizio per le Vocazioni della Diocesi di Roma e ideatore del percorso i ‘Dieci Comandamenti’, o meglio delle ‘Dieci Parole’ come egli stesso ama definire i precetti divini, che consente di “introdurre i giovani al discernimento sulla Volontà di Dio, allo scopo di aiutarli a prendersi ‘la parte migliore’, intesa come la propria vocazione”.

Ripercorrendo il racconto della creazione, Rosini individua le fasi principali di un percorso interiore da intendersi come “un’operazione di liberazione dal ‘falso sé’. Tutta la fatica, dalle prime evidenze alle priorità, passando per i limiti, distinguendo ispirazioni da suggestioni, e capitalizzando grazie e umiliazioni, è la fatica del viaggio verso se stessi sotto lo sguardo tenero di Dio, che ci vede così infedeli a quello che ci ha dato, così trasandati sulla nostra gloria”.

Nel suo commento esegetico al primo giorno della creazione, Rosini afferma in maniera apodittica che “tutti gli errori della nostra vita vengono almeno in piccola parte da questa cantonata: non aver rispettato le cose per come sono”. Obbedire alla realtà è dunque la prima evidenza, mentre la creazione della luce suggerisce che “tutto il tempo passato a non amare è notte”. La separazione delle acque del secondo giorno allude piuttosto alla necessità di imparare a riconoscere “quello che ci fa male da quello che ci fa bene”, selezionando opportunamente le proprie priorità, dando cioè il giusto peso ai doveri del proprio stato di figlio e studente, di marito e padre, di moglie e madre. Il terzo giorno della creazione offre il motivo per riflettere sul dono dei propri limiti, dal cui rifiuto scaturì il peccato originale. Al contrario, “i limiti per Gesù sono occasioni di relazione al Padre. Sono la sua occasione per essere figlio”. Egli “non li sfugge, ma li usa”.

Sull’esempio di Cristo “la fame è per chiedere a Lui il pane quotidiano, per sperimentare la sua provvidenza; le cose che non capiamo sono il momento dell’abbandono; la povertà è il luogo per disobbedire all’ansia e passare alla fiducia”. Le fonti di luce maggiore e minore create da Dio per governare rispettivamente il giorno e la notte durante il quarto giorno, ovvero il sole e le stelle, alludono alle ispirazioni dello Spirito Santo, che propongono alla libertà dell’uomo “un bene cui potersi aprire”, mentre invece le suggestioni, che si presentano sempre con i tratti di un’urgenza impellente, vengono dal maligno. Assolutizzando solo un aspetto della realtà le suggestioni arrecano ansie e preoccupazioni prima di dissolversi, mentre le ispirazioni “appaiono luminose anche il giorno dopo, perché hanno in sé un briciolo d’eternità”.

Di qui le parole di benedizione del Creatore: “Siate fecondi e moltiplicatevi!” (Gen 1, 22) pronunciate nel quinto giorno della creazione rimandano all’esigenza di imparare a “rinvenire, accogliere e assecondare la benedizione di Dio nella nostra esistenza”, poiché “ci è consegnata la vita benedetta”. Custodire la propria esistenza equivale in effetti a essere fedeli alla propria realtà, evitando “tutti i sistemi idolatrici, di aspettative, di proiezioni su oggetti o progetti, che sono in fondo disgusto di sé”. Perciò “se uno vuole un’altra cosa che la propria esistenza, smette di benedire ciò che ha e ciò che è”.

Nel sesto giorno della creazione la terra chiamata a produrre esseri viventi (cf. Gen 1, 24) evoca la necessità di morire all’amor proprio per portare molto frutto. Anche il tempo della prova può dunque essere valorizzato, come le umiliazioni ricevute, non solo quelle che subiamo a causa del nostro orgoglio, ma ancor più quelle che sembrano accadere ingiustamente. Tali umiliazioni sono molto preziose perché “consentono di vedere la potenza di Dio che crea dal nulla”, proprio nella misura in cui “ci crocifiggono, ci danno occasione per consegnarci nelle mani di Dio e fargli compiere la sua opera”. “Fare memoria delle proprie umiliazioni” è particolarmente utile poiché consente di “ricordare tutte le volte che la vita ci ha rimesso al nostro posto”.

Il sesto giorno è anche quello della creazione dell’uomo che, nella relazione maschio-femmina, rivela la propria natura sponsale. Da qui ne deriva che “possiamo unirci alla cose, possiamo donarci nelle cose che facciamo”, nella consapevolezza che “ogni atto umano o è aperto all’amore, alla comunione, o è un inganno”. Infatti “solo l’amore spiega la nostra esistenza, io sono io nell’amore. L’amore è il punto di arrivo del mio percorso umano, solo l’amore mi identifica, solamente quando amo giro a tutta velocità, quando servo fiorisco”.

Se questa è la natura dell’uomo, allora a orientare il discernimento interiore non può essere la domanda “Ci sono?”, bensì quella “Per chi sono?”, alla quale si può rispondere adeguatamente soltanto avendo di mira “la vita altrui: che qualcuno esista a causa tua, che qualcuno cresca a causa tua, che qualcuno sia felice a causa tua”.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Il sogno di Giuseppe, dove Dio parla

«“Io amo molto san Giuseppe, perché è un uomo forte e silenzioso. Sul mio tavolo ho un’immagine di san Giuseppe che dorme. E mentre dorme si prende cura della Chiesa! Sì! Può farlo, lo sappiamo. E quando ho un problema, una difficoltà, io scrivo un foglietto e lo metto sotto san Giuseppe, perché lo sogni! Questo gesto significa: prega per questo problema!”. Con queste parole, il pomeriggio del 16 gennaio 2015, papa Francesco, di fronte alle famiglie riunite nel Mall of Asia Arenadi Manila, ha parlato della sua devozione a san Giuseppe e di quella statua del santo dormiente che si trova in un cassettone a fianco della piccola scrivania, nel suo studio della Casa Santa Marta, dove papa Bergoglio ha deciso di abitare dopo la sua elezione».

Si apre con questa nota biografica di Papa Francesco il recente volume La devozione a San Giuseppe dormiente di Marcello Stanzione (Segno Edizioni, pp. 202, €15), uno dei massimi esperti di angelologia a livello internazionale, dedicato al culto e alla venerazione del padre putativo di Gesù e del patrono della Chiesa universale.

«In ebraico, Giuseppe vuol dire che ‘Dio faccia credere’ o ‘affinché Dio aumenti, aiuti’». La sua figura di custode della Santa Famiglia è fondamentale nell’economia del disegno salvifico del Padre, come rileva acutamente San Bernardo di Chiaravalle: «Fu necessario che Maria fosse sposata a Giuseppe. Nulla di più saggio e di più degno della Provvidenza divina. Con un solo atto è ammesso un teste ai segreti celesti, ne è escluso il nemico, si conserva integro l’onore della Vergine».

Come per i grandi profeti, anche Giuseppe confida sempre nell’Altissimo e si dispone alla sua visita anche durante la notte. D’altra parte «nella Sacra Scrittura è chiaramente affermato che i sogni possono anche servire a Dio come strumento di comunicazione con gli esseri umani». Ecco perché «il suo sonno non era quello del vigliacco o dell’indifferente che si addormenta egoisticamente nell’incoscienza di tutto, ma era quello dell’uomo di Fede che sa che ad ogni giorno bastano la sua grazia e la sua pena, che nulla giunge che Dio non l’abbia voluto o permesso e che Dio non vuole o permette niente, in fin dei conti, che per il nostro più grande bene».

È questo il significato profondo della devozione a San Giuseppe dormiente. Infatti «Giuseppe, dopo i sogni con l’apparizione dell’angelo, si rende conto che Dio può creare fatti ed eventi nuovi, che l’uomo deve accettare, perché è possibile realizzarli. Contengono ispirazioni divine che risvegliano in lui l’uomo nuovo, retto e giusto, chiamato ad assumere la responsabilità di essere padre legale di Gesù». Oltre al suo totale abbandono alla volontà di Dio, egli è il servo umile, di cui San Francesco di Sales ha cantato le virtù, in particolare la verginità, la generosità e soprattutto la sua prontezza nel rispondere al comando dell’angelo. Egli «fu sempre anche oltremodo valoroso, costante e perseverante».

Sulla conclusione dei suoi giorni terreni, il drammaturgo spagnolo Lope di Vega in uno straordinario lirico poetico immagina che San Giuseppe sia stato abbracciato da Gesù nell’ora della sua morte: «Dio, seduto accanto a quel giaciglio, incoraggia il morente come un figlio. Giuseppe, che da gran dolore è colto, a quello del suo Dio appressa il volto. Gesù abbraccia quell’infermo amato ed il suo cuore piange addolorato».

San Giuseppe ha potuto così ricevere una speciale corona di gloria, che gli conferisce il ‘patrocinio’ sulla Chiesa, ossia un potere universale di intercessione. Lo sapeva bene Santa Teresa d’Avila allorquando affermò in proposito: «Ho sperimentato che il glorioso san Giuseppe ci soccorre in tutto. Il Signore vuol farci capire che allo stesso modo in cui fu a lui soggetta la terra – dove san Giuseppe che gli faceva le veci di padre, avendone la custodia, poteva dargli ordini – anche in cielo fa quanto gli chiede».

Nella consapevolezza di tale premurosa, attenta e sollecita intercessione del custode della Vergine per ogni fedele che a lui ricorre, questo volume di don Marcello Stanzione presenta infine anche un’ampia raccolta delle più belle preghiere della tradizione cristiana a San Giuseppe affinché, sulle sue orme, ogni battezzato possa cooperare fedelmente all’opera di salvezza del genere umano realizzata dal Padre per mezzo del suo Figlio.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

L’angelo, il pensiero di Dio che arriva a noi

“Quello che viene detto sugli angeli in tanti bestseller di oggi è in contraddizione con la parola di Dio. Sono convinto che molti degli ‘angeli’ che sono così popolari tra i fanatici New age degli angeli oggi non sono niente meno che spiriti demoniaci che impersonano angeli”.

Con questa lucida analisi don Marcello Stanzione, uno dei massimi esperti di angelologia e parroco dell’Abbazia di S. Maria La Nova a Campagna (SA), introduce il volume contenente gli atti del XIII Convegno Nazionale di Angelologia, svoltosi a Roma (Basilica San Giuseppe al Trionfale, 30 settembre – 1 ottobre 2017) sul tema: Gli angeli custoditra devozione e confusione (Ed. Segno, pp. 196, € 20), che raccoglie sia i contributi dei diversi studiosi che un cospicuo numero di testimonianze.

In relazione agli spiriti celesti, già “nei testi sumerici e assiro-babilonesi si parla spesso di messaggeri degli dèi o di dèi messaggeri. Inoltre, i babilonesi credevano che ogni uomo fosse accompagnato da uno spirito custode ilu, e che esistessero i geni protettori delle case, dei templi, dei palazzi e dell’intero paese, raffigurati come animali alati”. Nella mitologia greca è nota la figura di Ermes, presentato “come messaggero degli dei e come araldo, per comunicare gli ordini dell’autorità”. Nella filosofia di matrice platonica tali spiriti vengono concepiti come “potenze mediatrici tra Dio e l’uomo”, laddove per Aristotele essi hanno anche il compito di sovrintendere al movimento delle sfere celesti.

Ripercorrendo le pagine bibliche emerge la preziosità della loro missione al servizio del popolo di Dio, in specie nelle figure dei tre arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele. “A ciascuno dei fedeli sta accanto un angelo come protettore e come pastore per condurlo alla vita”, scriveva san Basilio, in quanto “un angelo è in certo qual modo un pensiero personale con il quale Dio si è rivolto a me”, per dirla con le parole di Joseph Ratzinger.

L’iconografia tradizionale raffigura tali spiriti celesti con le ali. Ciò non è evidentemente senza significato: “le ali simboleggiano il fatto che gli angeli sono liberi da impedimenti fisici. A questo proposito Dionigi l’Areopagita afferma: “L’Ala simboleggia la prontezza ad elevarsi, la leggerezza delle ali indica che essi non hanno alcuna inclinazione terrestre, ma si levano in completa purezza e senza pesi verso le altezze sublimi”.

Sulla possibilità di consacrarsi agli angeli custodi, sulla scia della Madre Gabriella Bitterlich fondatrice dell’Opus Angelorum, riflette invece il contributo di padre Ignazio Maria Suarez: “Il senso della Consacrazione all’Angelo è il legame al proprio santo Angelo Custode, affinché il suo aiuto diventi molto più efficace in noi e noi progrediamo più velocemente nel cammino verso Dio. Il suo Angelo Custode intende usare tutte le sue forze per impedire che mai ci distacchiamo da Dio. Vuole parlarci più chiaramente mediante ammonimenti interiori, spronarci più a fare il bene (cfr. Dio CCC 350), richiamare la nostra attenzione sui pericoli, illuminare la nostra mente, affinché ci addentriamo più profondamente nella conoscenza di Dio, nel timore di Dio e nell’amore di Dio, nella grandezza ed importanza della parola di Dio” (Statuto dell’Opus Sanctorum Angelorum, n. 17).

Tra le testimonianze relative ai provvidenziali interventi angelici nella vita quotidiana delle persone risulta particolarmente interessante il racconto di un episodio accaduto al padre del giornalista Federico Pini: “Babbo doveva allentare un cavo d’acciaio sul ponte di una nave, dall’altra parte un collega doveva assicurarsi che l’operazione venisse compiuta con attenzione. In quel momento sentì una voce dentro di lui, imperiosa, forte che non lasciava spazio a repliche: “Fuggi, vai via!”, ripeteva insistente quella voce. Mio padre lasciò immediatamente il cavo, e meno male, perché proprio in quell’istante questi si sganciò, portandosi dietro un grosso pezzo di ferro che lo avrebbe praticamente diviso in due. Questo è un esempio di come i nostri Angeli Custodi agiscano sui nostri sensi interiori, spronandoci, senza mai però imporsi, perché comunque l’uomo é sempre lasciato libero di agire”.

Questo volume curato da don Marcello Stanzione presenta infine anche un’ampia raccolta delle più belle preghiere cristiane agli angeli custodi.

 

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Padre Francesco Cavallo, l’esorcista più anziano d’Italia, da 40 anni in lotta contro il demonio si racconta in un libro-intervista

 

“L’esorcismo è un comando rivolto al diavolo da un prete, delegato dal proprio vescovo, in nome e per la potenza di Gesù Cristo affinché si allontani e smetta di tormentare i credenti che sono stati redenti grazie alla passione e alla morte di Cristo. Non si tratta di un servizio semplice: i demoni molte volte sono violenti e per compiere un esorcismo occorre la presenza di più persone, spesso anche laici, che devono trattenere l’indemoniato affinché non si faccia male. Per scacciare definitivamente il diavolo dal corpo occorrono molte preghiere e numerose sedute”. Con queste parole don Marcello Stanzione, sacerdote esorcista e uno dei massimi esperti di angelologia, introduce  padre Francesco Cavallo, l’esorcista più anziano d’Italia, nel recente libro-intervista L’esorcista quasi centenario (pp. 90, Edizioni Segno 2017, €9), scritto insieme a Domenico Mariano, giovane studioso di demonologia e angelologia.

Padre Francesco Cavallo fu nominato esorcista nel 1979 ed è tuttora attivo a Salerno nella lotta contro il demonio al servizio delle persone che, da ogni parte dʼItalia, si rivolgono a lui in cerca di aiuto. In relazione al proprio ministero racconta: “Più volte le persone possedute o vessate dal demonio hanno tentato di aggredirmi, ma non sono mai riuscite a toccarmi. Le loro mani, giunte a pochi centimetri dal mio viso, hanno trovato un invisibile ostacolo. C’è stato chi ha esclamato: “C’è quella lì che ti protegge””, con una chiara allusione alla Vergine Maria. Egli sottolinea inoltre “l’importanza della divina benedizione che pone fine all’esorcismo: è una scudisciata efficacissima inferta allo spirito malefico”. Durante l’intervista padre Cavallo racconta anche una sua esperienza acquisita nel corso di un esorcismo a un giovane: “Gli chiesi quale fosse il numero dei demoni che lo tormentavano. Con voce rauca, ben diversa dalla sua, fu costretto a dire: “Siamo sei”, e mi dissero i loro nomi. Alla mia seconda domanda: “Poiché siete concordi nel tormentare questo giovane, c’è amore fra di voi?” Questa la loro risposta: “Fra di noi non c’è amore, ma odio”, che svela chiaramente la natura del diavolo.

Ad integrazione delle risposte di padre Cavallo viene presentata anche un’interessante relazione di approfondimento sul tema che il defunto esorcista napoletano mons. Vincenzo Cuomo inviò al cardinale dell’epoca mons. Michele Giordano. Tra le cause che possono provocare l’intervento del demonio, il prelato individua: “a) Una scelta personale: quando si invoca Satana per essere aiutati nelle proprie malefatte. b) Quando si praticano sedute spiritiche. c) Quando si frequentano maghi, stregoni, e indovini di vari tipi. d) Quando si vive una vita dissoluta fatta talvolta di sacrilegi”. Relativamente alle molteplici tipologie di malefici, e in particolare sulle fatture, mons. Cuomo osserva che si tratta di “interventi compiuti attraverso segni o simboli e per opera del demonio per ottenere degli effetti altrimenti insperati. Si chiama magia bianca se la fattura è compiuta sempre per intervento di Satana per ottenere un beneficio; si chiama magia nera se si vuole ottenere un danno”.

Il libro riporta anche brevi esperienze di esorcismo e raccomanda, oltre alla preghiera costante e ai sacramenti,  l’esercizio “con somma cura e vigilanza delle due virtù che il demonio odia: l’umiltà e la castità” poiché, come è stato autorevolmente detto, “l’umiltà è la castità dell’anima, mentre la castità è l’umiltà del corpo”. Una pratica delle virtù che, insieme alla custodia della grazia divina, aiuta a rimanere vigili per vincere così ogni tentazione.

Fonte: FarodiRoma

“Noi e gli angeli”: alla scoperta degli spiriti celesti che ci custodiscono

“L’Angelo Custode è il nostro primo contatto con il Soprannaturale. Quando una mamma dice (tuttora) a un figlio: “Dormi tranquillo, il tuo Angioletto Custode ti protegge”, di fatto gli dice che esiste qualcosa che c’è ma non si può vedere, ecco dunque l’arrivo del Soprannaturale nella nostra vita, prima ancora che qualcuno ci parli di Dio o della fede”. Da tale consapevolezza prende le mosse il recente volume Noi e gli angeli (pp. 159, Pagine dell’Arco 2017; disponibile in formato e-book su Amazon, € 2, 99) di don Marcello Stanzione, uno dei massimi esperti di angelologia. Egli si sofferma sulla natura di tali creature spirituali dotate di intelletto e volontà affidate agli uomini per custodirne i passi nelle vie del Signore.  In effetti ogni angelo, “in quanto Puro Spirito, si offre a noi con un carattere di unità, di semplicità, di stabilità, e, nello stesso tempo, con qualità di mobilità, di chiaroveggenza, di vigore e di energia”. Al di là dell’iconografia tradizionale cui siamo abituati, in realtà gli angeli non hanno le ali: esse sono semplicemente “una maniera per esprimere che non fanno parte della sfera umana, la loro rapidità, la fretta che portano nell’eseguire gli ordini del Signore”. La natura spirituale di cui sono costituiti consente loro di muoversi infatti alla velocità del pensiero. Ripercorrendo le pagine bibliche in cui si parla in particolare degli arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele, l’autore ne evidenzia la preziosità di una missione esclusiva al servizio del popolo di Dio. Infatti Stanzione si sofferma successivamente sul legame molto stretto tra gli spiriti celesti e molti santi e papi di ogni epoca storica. Gli angeli sono così presenti nei racconti biografici di diversi martiri dei primi secoli, nella vita di Gregorio Magno, Francesco d’Assisi, Tommaso d’Aquino, Francesco di Paola, Francesca Romana, Teresa d’Avila, Giovanna d’Arco, Luigi Gonzaga e di tante altre figure di santi di cui l’autore racconta anche brevi ma significativi aneddoti in relazione al loro personale incontro con tali creature.

San Filippo Neri, per esempio, fu salvato dal suo angelo custode allorquando una carrozza trainata da cavalli imbizzarriti stava per travolgerlo. “Un’altra volta a San Filippo Neri si fece innanzi un povero per chiedergli l’elemosina. Il Santo stava per dargli prontamente tutte le poche monete di cui disponeva, ma l’altro disse sorridendogli: “Io volevo vedere solamente quello che tu sapevi fare””. Era il suo angelo custode, il quale aveva fatto “ricorso a questo travestimento per fargli capire sempre più quanto la carità ai poveri fosse gradita a Dio”. Allo stesso modo San Giovanni Bosco, autore di “un opuscolo popolare per diffondere il culto degli Spiriti Celesti”, per sottolineare l’esigenza di tale devozione, scrive: “Un argomento che mostra l’eccellenza dell’uomo è certamente il fatto che egli abbia un Angelo per custode. Così fin dal primo istante che l’uomo compare nel mondo, egli l’assiste notte e giorno. Lo accompagna nel viaggio lungo le strade; lo difende dai pericoli, sia dell’anima che del corpo, l’avvisa di ciò che è bene perché lo segua”. Di qui l’augurio di padre Pio nel salutare i pellegrini: “Che l’Angelo di Dio ti sia luce, aiuto, forza e guida”. Gli fa eco un passaggio dell’omelia di Papa Francesco, nella quale il Santo Padre esclama: “Quante volte abbiamo sentito: “Ma…questo…Dovrei fare così, questo non va, stai attento”. Tante volte! È la voce di questo nostro compagno di viaggio. Dobbiamo essere sicuri che lui ci porterà alla fine della nostra vita con i suoi consigli, e per questo dare ascolto alla sua voce, non ribellarci”. Il libro di don Marcello Stanzione presenta infine anche una breve appendice con tante utili preghiere e invocazioni di richiesta di protezione angelica a tali creature celesti, in specie ai tre arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele.

Fonte: FarodiRoma