Tu scendi dalle stelle per la nostra gioia

«La vita umana presenta inequivocabilmente le ferite della sofferenza e dell’insufficienza, le ferite del tradimento e della cattiveria…ma dentro questa ruvida greppia umana…Dio è nato e nasce ancora!» – scrive il cardinal Angelo Comastri, Vicario Generale di Sua Santità per la Città del Vaticano e Arciprete della Basilica Papale di San Pietro –, nel suo recente volume Tu scendi dalle stelle…ed è Natale! (San Paolo 2020, pp. 140), che raccoglie diverse meditazioni spirituali sul grande mistero dell’Incarnazione del Verbo nella storia e sul senso autentico del Natale stesso, soprattutto nel particolare momento storico che stiamo vivendo.

 Cristo è e rimane l’unica speranza viva per l’umanità sofferente, ieri come oggi. Un Re che ha sulle spalle il suo potere, come scrive il profeta Isaia. Allo stesso modo le mirabili profezie di Daniele e Zaccaria sulla venuta di un Messia umile, i canti del servo sofferente di Isaia e il Salmo 22 focalizzano soltanto alcuni aspetti salienti della figura di Cristo, in quanto – come ha acutamente osservato Dyson Hogue – «nella Bibbia noi abbiamo il più impressionante ritratto di un uomo perfettamente somigliante, realizzato non da uno, ma da venticinque artisti, nessuno dei quali aveva visto la persona che loro stavano dipingendo».

È necessario allora recuperare un senso di umile stupore dinanzi a tali parole di verità, scritte tanti secoli prima di Cristo eppure così incredibilmente rispondenti agli eventi concreti della sua vita, e in particolare al mistero della sua morte e resurrezione, e pertanto degne di fede. L’uomo contemporaneo si lascia invece più facilmente irretire da fiumi di parole vacue piuttosto che prestare l’orecchio alla Parola che salva; si lascia abbagliare dalle tante luci natalizie che scorge per le strade e non apre gli occhi alla Luce vera, perché «la montagna del nostro orgoglio non entra nell’angusto spazio della grotta».

Eppure basterebbe considerare i fatti storici. «Da questo Bambino – rileva il cardinale – è partita la più grande e benefica trasformazione dell’umanità: da questo Bambino è nata la civiltà dell’amore e del rispetto, mentre, ogni volta che ci si è allontanati da questo Bambino, è riemersa la barbarie del sopruso e del calpestamento della dignità umana. Come dovremmo commuoverci, intenerirci, sentirci inondati di gioia! Dio, l’infinito, si è fatto vicino e si è legato irreversibilmente a noi per puro amore, per irresistibile esplosione di bontà: questo fatto deve farci amare la vita e deve ricolmarci di ottimismo a tutta prova».

Da Paolo di Tarso a Madre Teresa di Calcutta i santi incarnano lo spirito autentico del Natale, che consiste proprio nell’«accorgersi di Gesù, accoglierlo nella vita e lasciar continuare in noi la novità della santità sbocciata, come un inatteso miracolo, nella povera mangiatoia di Betlemme». Una santità possibile che è la vocazione di tutti i battezzati e custodisce il segreto della vera gioia, che è «accogliere Dio, farGli spazio, cioè diventare la povera e umile mangiatoia di Betlemme, perché Dio nasce sempre e solo nella mangiatoia di Betlemme. Occorre pertanto togliere l’orgoglio dal cuore, eliminare l’egoismo, abbattere i muri dell’indifferenza e del rancore, affinché Gesù possa nascere in noi e diventare Lui la nostra gioia. È lo scopo del Natale che ritorna. Facciamo spazio a Gesù perché Gesù è Dio: l’unico capace di farci sorridere ancora! Sì, perché Dio è il proprietario esclusivo della gioia. Esclusivo! Ricordatelo».

La gioia cristiana è infatti seme e frutto di chi vive secondo la logica del dono. Lo evidenzia acutamente ancora l’Arciprete della Basilica Papale di San Pietro, quando sottolinea che «la gioia si trova percorrendo un altro itinerario: l’itinerario del dono di sé, l’itinerario che va dall’egoismo al servizio umile e generoso presso le tante grotte di Betlemme, che sono disseminate dovunque: anche accanto a noi! Non ci manca, infatti, qualcosa per essere felici: abbiamo, invece, qualcosa in più che ci pesa perché non l’abbiamo donata a Gesù, presente nella povera Betlemme, che è nel pianerottolo della nostra stessa casa».

A coloro che desiderano vivere il Natale con questo spirito in maniera concreta, il cardinal Comastri ricorda infine il significato degli stessi auguri che ci scambiamo reciprocamente in questi giorni: «Vi auguro di cuore: Buon Natale! Buon Natale vuol dire: se hai un po’ di orgoglio, buttalo via; e sarai tanto felice. Se hai un po’ di egoismo, mettilo sotto i piedi; e sperimenterai la gioia dell’amore che è esperienza di Dio. Buon Natale a tutti. Provate a uscire dall’egoismo e sentirete il canto degli angeli e proverete la gioia di Maria e di Giuseppe. Anche oggi, anche in questo momento!».

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Avvento. Sant’Agostino: “Aspettate il Signore per riconoscerLo”

«Vieni, Signore Gesù». È questa l’invocazione che ciascun cristiano è chiamato a ruminare come un monaco nel tempo di avvento. Come rivela l’etimo stesso della parola, avvento è ad-ventum, il venirci incontro del Figlio di Dio nell’oggi del nostro tempo e della propria storia personale. Tra la sua prima venuta nell’umiltà della carne umana e nella sottomissione alla volontà del Padre e la seconda venuta alla fine dei tempi del Cristo nella gloria come giudice misericordioso c’è infatti la venuta del Signore dei secoli e dell’eternità nel ‘già e non ancora’ dell’oggi, di questo Natale 2020.

Il Signore viene come un ladro nella notte; «il non conoscere l’ora della sua venuta mira forse proprio a questo: a farti stare sempre pronto», scrive Sant’Agostino. Chi sono allora quelli che non si fanno sorprendere dalla venuta improvvisa del Signore? «Coloro che fanno affidamento più sull’Autore dei doni ricevuti che non sulle cose ricevute in dono senza asservirsi ad esse – sottolinea il vescovo d’Ippona – e, quanto alle cose in se stesse, vi vedono un tratto della sua misericordia che viene a consolarli. Per cui non si appagano dei doni per non precipitare lontano dal Donatore. Persone di questo genere non saranno prese alla sprovvista dal giungere di quell’ora, che sarà come il giungere di un ladro». In tale prospettiva l’avvento costituisce un monito a riscoprire ogni cosa per quella che realmente è, a considerarla in ordine al fine per cui è stata creata, ossia un dono di grazia di cui giovarsi per render maggior gloria a Dio anche nel servizio operoso ai fratelli.

Cristo è luce che viene a rischiarare le tenebre del peccato di ogni uomo per farlo vivere della e nella Sua luce. Ogni uomo, in realtà, in se stesso «non è altro che tenebre, Tu invece sei la luce che fuga le tenebre e che m’illumina; luce per me che non si sprigiona da me, bensì luce ch’è parte di quella che proviene da te». In questo tempo di preparazione al Santo Natale il discepolo di Gesù è chiamato a convertirsi, ossia a combattere il peccato e a conformarsi alla volontà del Padre per vivere nel suo amore da vero figlio della luce. Il vescovo di Ippona avverte infatti che «crescere male è un menomarsi. Sia dunque Dio a crescere in te, Dio che è sempre perfetto. Quanto più conosci Dio e quanto più lo accogli in te, tanto più apparirà che Dio cresce in te; in sé però non diminuisce, essendo sempre perfetto».

D’altra parte solo chi vive ogni giorno alla presenza del Padre, in compagnia del Figlio e nella grazia santificante dello Spirito Santo può divenire, sulla scia di Giovanni il Battista, una ‘voce che grida nel deserto’, cioè annunciatore credibile perché testimone di vita piena nel vuoto di una società che continua a vivere come se non vi fosse mai stata una mangiatoia a Betlemme. Dunque «che significa gridare verso Cristo, fratelli, se non corrispondere alla grazia di Cristo con le opere buone? Dico ciò, fratelli, affinché non facciamo strepito con le parole e rimaniamo poi muti con le opere buone. Chi è che grida verso Cristo affinché sia rimossa la cecità interiore al suo passaggio? Chi è che grida verso Cristo? Grida verso il Cristo chi disprezza il mondo e i piaceri mondani. Grida a Cristo chi non con la lingua, ma con la vita dice: ‘Il mondo per me è morto e io per il mondo sono morto’ (cf. Gal 6, 14)», offrendo le proprie gioie e sofferenze quotidiane del tempo presente come sacrificio spirituale gradito a Dio perché la salvezza operata dal Verbo raggiunga ogni uomo.

Perciò, nell’attesa gioiosa del Natale del Signore, ciascuno contempli il grande mistero del Verbo che si fa carne della nostra carne. Infatti poiché «Dio si è fatto uomo per te, uomo, ti devi credere davvero cosa grande; ma ti devi abbassare per poter salire, perché anche Dio si è fatto uomo abbassandosi. Attaccati alla medicina che ti cura, imita chi si è fatto tuo maestro, riconosci il tuo Signore, abbraccia in lui il fratello, riconosci il tuo Dio».

Allora «venga il Signore a visitare il vostro cuore: nelle ore di svago e fra le occupazioni, in casa, nel letto, durante la consumazione del pasto, la conversazione o il passeggio e in ogni luogo. Venga la pioggia divina e il seme che è stato sparso produca i suoi frutti! Là, dove noi non arriviamo e mentre noi ce ne stiamo riposando tranquilli o badiamo ad altre occupazioni, venga Iddio a far crescere le sementi che abbiamo sparse, di modo che possiamo anche rallegrarci del frutto».

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Il Dio Bambino, tra santi e artisti devoti al piccolo Gesù

Dal Bambino Gesù di Praga a quelli di Siviglia e dell’Aracoeli a Roma, la pratica della devozione al piccolo Gesù Bambino è diffusa in tutta Europa, e non solo. D’altra parte «il rapporto del cristiano con Cristo, bambino o adulto che lo si voglia vedere, è per sua natura un rapporto di amore. Non solo, ma di un amore che tende all’identificazione, fino al traguardo segnato da san Paolo: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me”».

Tale devozione ha radici molto antiche. Nel III secolo Origene scriveva: «Preghiamo Dio onnipotente e lo stesso Bambin Gesù, con il quale desideriamo conversare e tenerlo in braccio, affinché anche noi possiamo prendere il Figlio di Dio e stringerlo al cuore».

Lo evidenzia don Michele Doltz nel suo Il Dio bambino (Ares 2020, pp. 406), un’opera colta ma divulgativa, che coniuga la tradizione delle devozioni dei santi per Gesù Bambino – la quale si effonde in preghiere, meditazioni spirituali e canti liturgici celeberrimi quali Tu scendi dalle stelle di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori – con la storia iconografica del Bambinello nelle raffigurazioni di grandi artisti. In effetti, è paradossalmente proprio dalla figura di Gesù «depurata dalla superflua fantasia e addirittura dall’immoralità» dei Vangeli Apocrifi che emerge un’immagine di Lui quale «Piccolo Re che impone rispetto, che unisce all’innocenza infantile la potenza della divina regalità. È un Bambino che sa e che può tutto».

 La devozione a Gesù Bambino suscita un movimento del cuore di tenerezza e affetto che è alla base di meditazioni spirituali dense di carità e poesia, ma radicate nella concretezza di un evento che ha cambiato la storia. A tal proposito il cisterciense Nicola di Clairvaux, nei suoi sermoni di Natale, scrive: «O Betlemme, città del Dio altissimo, in te e nei tuoi dintorni si sono viste oggi cose meravigliose. Dio si aggrappa al seno, è deposto in una mangiatoia, viene avvolto in fasce, estende felice le sue mani e la braccine nella piccola culla, chiama la Vergine, sorride a Maria». Allo stesso modo San Francesco «nominando il Bambino di Betlemme oppure dicendo ‘Gesù’, si lambiva con la lingua le labbra, quasi a gustare la dolcezza di questo nome».

Gli fa eco San Bonaventura, che relativamente all’esigenza per il fedele di generare il Verbo spiritualmente così come la Vergine lo ha generato nella carne, scrive: «Dopo tale gioiosa nascita, essa comprende e gusta quanto è soave il Signore Gesù. In realtà è soave quando lo si alimenta di sante meditazioni, quando lo si lava con la fonte di devote e calde lacrime, quando lo si avvolge in vesti di casti desideri, lo si porta tra le braccia dell’amore santo, lo si bacia con frequenti sentimenti di devozione e lo si riscalda nel petto mistico del proprio spirito».

Nelle Meditazioni della vita di Cristo Cola, un altro francescano del XIII secolo, scrive parole di rara dolcezza in relazione alle premure della Vergine Madre verso il suo Bambino: «Mio Dio, di quanta premura e diligenza lo fa oggetto perché non gli manchi nulla. Con che devozione e delicatezza, con quale timorosità lo tratta, sapendo che è il suo Dio e Signore, quando inginocchiata lo prende in mano per adagiarlo nella culla. Ma con che gioia insieme e confidenza e diritto materno se lo abbraccia, se lo sbaciucchia, se lo stringe al petto con dolcezza e se lo gusta, sapendo che è figlio suo!».

Una devozione pienamente ‘incarnata’, dunque, spirituale e nel contempo estremamente concreta, che può contribuire a generare una consapevolezza profonda da parte della creatura di appartenere al suo Creatore. Di qui «salendo le scale del monastero dell’Assunzione, ad Ávila, Teresa racconta così l’incontro con un grazioso bambino che le domandò: “Come ti chiami?”. La santa rispose: “Io sono Teresa di Gesù”. E il bimbo: “Io sono Gesù di Teresa”».

«Da sua mamma, donna Assunta Cavaliere, – racconta ancora padre Doltz – il piccolo Alfonso de’ Liguori imparò l’amore a Gesù Bambino». Infatti «quando era già lontano dalla famiglia, la mamma gli regalò la sua statua del Bambino e ne fu così lieto che il 25 di ogni mese la faceva esporre nel coro attorniata da ceri, e davanti a essa i suoi discepoli meditavano sugli esempi di Betlemme e rinnovavano i loro voti». Lo stesso Sant’Alfonso predicherà ai fedeli che si preparano a vivere il Natale con queste parole: «Molti cristiani sogliono per lungo tempo avanti preparare nelle loro case il presepe per rappresentare la nascita di Gesù Cristo; ma pochi sono quelli che pensano a preparare i loro cuori, affinché possa nascere in essi e riposarsi Gesù Cristo. Tra questi pochi però vogliamo essere ancora noi, acciocché siamo fatti degni di restare accesi di questo felice fuoco, che rende le anime contente in questa terra e beate nel cielo». Il cantore di Tu scendi dalle stelle ama effondersi anche in numerose liriche accese d’amore per il Divin Figliuolo: «Io t’amo, o Dio d’amor, ch’essendo amante,/per farti amar da me nascesti Infante». Come rileva acutamente Oreste Gregorio, la meditazione alfonsiana esprime la consapevolezza che «la croce ha le sue radici nella culla; a Betlemme comincia il Calvario del Verbo fatto carne». Tra i santi più recenti merita di essere ricordata Santa Faustina Kowalska, la quale racconta il suo incontro mistico con Gesù, ripetendo frequentemente: «Vedo spesso il Bambino Gesù durante la santa Messa».

Il volume di don Michele Doltz approfondisce anche le ragioni teologiche di tale devozione e ne ripercorre le tappe fondamentali della storia iconografica attraverso un commento puntuale a immagini di statuine e dipinti d’autore, che testimoniano la bellezza di un affetto profondo da parte di artisti, santi e semplici fedeli verso Gesù Bambino.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Come occorre pregare? Ce lo insegna il santo Newman

«Nel mondo ci sono due essere assoluti, di luminosa evidenza: io e il mio Creatore. La preghiera è una conversazione con Dio e, «per la vita spirituale, ciò che è il battito per il polso». Quest’espressione di John Henry Newman lascia trasparire da subito la consapevolezza del suo legame intimo e profondo con Dio mantenuto sempre vivo attraverso la preghiera. 

Il dialogo col Padre «divenne l’occupazione preferita di Newman, scandì tutti i suoi giorni, assumendo aspetti nuovi nelle fasi successive della sua vita. Essa lo accompagnò e lo confortò nel periodo in cui fu studente a Oxford; si fece più frequente e aperta agli altri quando fu nominato parroco della chiesa universitaria di St. Mary e tutor nel college di Oriel; divenne appassionata durante il movimento di Oxford nel 1833». Con la sua conversione al cattolicesimo divenne «più semplice, più fiduciosa», valorizzando maggiormente anche le pratiche di devozione popolare. Così Giovanni Velocci e Francesca Valente introducono i sermoni Sulla preghiera di John Henry Newman – recentemente riproposti da Jaca Book che sta pubblicando meritoriamente l’Opera Omnia del cardinale inglese in una nuova edizione – soffermandosi analiticamente sul valore che il cardinale riconosce al dialogo con Dio nelle sue diverse forme.

Abbeverandosi alle sue fonti – la Scrittura e la Tradizione dei Padri, ma anche i teologi anglicani e il Prayer Book – egli loda la misericordia del Padre affinché, una volta piegato il suo orgoglio, lo renda «un soldato fedele».

Anima orante, alla vigilia della sua ordinazione sacerdotale, prega così: «Fa’ di me il tuo strumento, usami, se vuoi, fammi a pezzi. Fa’ che io sia tuo, in vita e in morte, nella fortuna e nella sfortuna, nella salute e nell’infermità, nell’onore e nel disonore».

La preghiera lo sostiene anche nelle necessità materiali. Quando teme di non riuscire a saldare un debito si rivolge al Padre con fiducia e, rientrato in camera, trova una lettera con 35 sterline. Il cardinale inglese è solito comporre anche delle liste quali promemoria, del tipo: Pregare per…In parrocchia: vigilanza, instancabilità, presenza di spirito, dolcezza di spirito, semplicità, prontezza, immediatezza di risposte, amore, umiltà, discernimento degli spiriti. Nelle visite ai malati: modestia, misericordia, fiducia in Cristo, giudizio, cognizione, fermezza, candore. Nel catechizzare etc.: pazienza, gentilezza, cortesia, buon umore, chiarezza nell’esporre, sapienza. Verso i dissidenti: umiltà, carità, misericordia, pazienza, sapienza, parlare a proposito». Insomma la preghiera è per Newman l’anima di una vita autentica in vista della santità. Egli aveva infatti fatto proprio il motto di Thomas Scott: «La santità piuttosto che la pace».

Tra le preghiere preferite del cardinale c’è la recita dei Salmi. Di qui l’invito accorato innanzitutto a se stesso, poi ai fedeli, affinché «il Salterio di Davide sia familiare a ciascuno come le parole della sua bocca». Dà spazio anche alle mortificazioni e al digiuno da ogni dolce e bibita che non sia acqua, soprattutto in Quaresima, nella consapevolezza che «la più grande mortificazione è compiere bene il nostro dovere quotidiano».

Relativamente alla Santa Messa, contempla così il compiersi dei divini misteri: «Signore, tu sei morto per me e io in contraccambio mi consegno nelle tue mani». Devoto del Santo Rosario, quando durante la vecchiaia le sue mani si irrigidiscono, si fa comperare delle corone composte di grani sempre più grandi in modo da poterli sgranare con maggiore facilità. Una volta entrato nella Congregazione dell’Oratorio, compone splendide preghiere in onore di San Filippo Neri e meditazioni sulle virtù del ‘Pippo buono’.

Il cardinale inglese sostiene fermamente che «la preghiera, la lode, il ringraziamento, la contemplazione sono lo speciale privilegio e il dovere di un cristiano». Per questo motivo «non è fatto per abitare il cielo chi al linguaggio del cielo non si è abituato».

Rispetto alle diverse forme di preghiera, ritiene che «serbare un’accurata memoria di tutto ciò che Dio ha dato per noi» sia il cuore della preghiera di ringraziamento, mentre relativamente a quella di intercessione, precisa che «Cristo intercede in cielo e il cristiano in terra».

La preghiera ottiene anche effetti particolarmente benefici per l’orante, quali la sottomissione delle passioni, il distacco dal mondo, l’amore e l’unione con Dio, e soprattutto, la trasformazione interiore di se stessi. Per questo «l’uomo che prega non è più quello di prima»; ha l’ardire di chiedere al Padre: «Fa’ che io abbia nella mia persona ciò che tu hai dato a Gesù per natura», e così ogni virtù e dono, il fervore dello Spirito e la carità.

Al contrario «chi tralascia la preghiera non gode più della cittadinanza divina, ma corre anche il rischio di perderne il possesso». Perciò l’intera vita del cristiano deve esser preghiera, un cantico di lode e ringraziamento al Padre buono, «adorazione raccolta e servizio attivo» sulla scia evangelica di Marta e Maria, «aspirando a essere ciò che Cristo vuol far di noi».

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

I sette sacramenti spiegati da Fulton Sheen

«Ogni elemento è rivelatore di qualcos’altro. Guardiamo alla purezza del fiocco di neve e vedremo qualcosa della bontà di Dio. Il mondo è pieno di poesia, è un peccato volgerlo in prosa». In questa prospettiva l’universo stesso assume una valenza sacramentale, nella misura in cui ogni elemento visibile rimanda a un significato ‘invisibile’, la materialità al senso spirituale della realtà stessa. Tale consapevolezza traspare nella riflessione teologica e pastorale dell’arcivescovo statunitense Fulton John Sheen (1895-1979) condensata nel saggio I sette sacramenti, pubblicato nel 1964 e ora finalmente disponibile anche in edizione italiana (Ares 2020, pp. 252).

«I sacramenti trasmettono la vita divina o grazia», ricorda Sheen parafrasando il Catechismo. E in effetti «quando Dio ci ha creati, ci ha donato noi stessi. Quando egli ci ha donato la grazia, ci ha dato sé stesso». Di qui, prosegue l’arcivescovo statunitense, se quando è venuto tra gli uomini Gesù «si serviva della sua natura umana come strumento della divinità e delle cose materiali faceva segni e simboli per donare la sua misericordia, nello stesso modo ora si serve di altre nature umane e di altri elementi materiali quali strumenti per comunicare la stessa vita divina».

Esistono perciò «sette condizioni per condurre, a livello personale, la vita cristiana: 1) dobbiamo nascere spiritualmente, nel sacramento del Battesimo; 2) dobbiamo alimentare la vita divina nell’anima, con l’Eucaristia; 3) dobbiamo crescere nella maturità spirituale e assumerci in pieno le responsabilità di membri dell’armata spirituale della Chiesa, con la Confermazione; 4) dobbiamo guarire le ferite del peccato, con la Penitenza; 5) dobbiamo eliminare le tracce della malattia del peccato, con l’Unzione degli infermi; 6) dobbiamo vivere sotto il governo spirituale della Chiesa, grazie all’Ordine Sacro; 7) dobbiamo prolungare e propagare il Regno di Dio sulla terra, grazie al Matrimonio». Tutti i sacramenti sono stati istituiti da Cristo, necessitano di un segno esterno, hanno il potere di conferire la grazia e derivano la propria efficacia dal mistero fecondo della passione, morte e risurrezione del Signore.

«Cristo non ci inserisce in lui a meno che noi non ci offriamo a lui liberamente». Ciò è vero per il battesimo, ma in generale per ogni sacramento che testimonia tale desiderio di comunione del Figlio con i suoi figli nell’unità della Chiesa. E in special modo per l’Eucarestia, dal momento che «ogni cuore cerca la felicità fuori di sé, e poiché l’amore perfetto è Dio, allora il cuore dell’uomo e il cuore di Cristo devono fondersi in qualche modo».

Nel partecipare a tale mistero d’amore, «linfa divina del Corpo mistico di Cristo, di cui si nutre ogni membro», i fedeli sono invitati a pregare il Padre durante la consacrazione con queste parole: «La vera sostanza del mio essere, il mio intelletto e la mia volontà, cambiali! Transustanziali! Così che il mio io si perda in te e il mio intelletto sia uno con la tua verità e la mia volontà sia una cosa sola con i tuoi desideri! Non m’importa che restino le specie, le apparenze della mia vita; vale a dire i miei doveri, le mie occupazioni, i miei appuntamenti nel tempo e nello spazio. Ma ciò che io sono essenzialmente, lo dono a te».

La consapevolezza dell’arcivescovo statunitense di quanto accade durante la Santa Messa è così lucida e profonda, che lo porta a esclamare con convinzione: «Nessuna preghiera umana, nessun atto umano né abnegazione, nessun sacrificio è sufficiente a squarciare il cielo. Solo il sacrificio della croce può farlo ed è ciò che avviene nella Messa. Quando la celebriamo, per noi è come essere appesi alle sue vesti, aggrappati ai suoi piedi durante l’ascensione, stretti alle sue mani piagate mentre offre sé stesso al Padre celeste. Nascondendoci in lui, le nostre preghiere e i nostri sacrifici hanno il suo stesso valore».

Per quanto riguarda il sacramento della Riconciliazione, Fulton Sheen scrive che «il dolore dei peccati include necessariamente la risoluzione di non peccare più; non è solo un desiderio privo di risvolti pratici».

Relativamente al sacramento del matrimonio, l’arcivescovo statunitense precisa dapprima opportunamente la distinzione tra amore erotico e quello personale. Se «nell’amore personale non è possibile sostituire la persona, si ama questa persona e non un’altra; nell’amore carnale o erotico, dal momento che è necessario amare un’altra persona ma c’è solo l’amore di sé, è possibile trovare un sostituto di chi fornisce il piacere. L’amore sessuale sostituisce un’occasione di piacere con l’altra, ma il vero amore non conosce sostituzioni». Su questo amore personale si innesta quello cristiano «che ama ciascuno come potenziale o attuale figlio di Dio, redento da Cristo; è un amore che ama senza alcuna speranza di contraccambio. Ama l’altro, non per l’attrattiva, i talenti o la simpatia, ma per Dio». Di qui «la santità della vita coniugale non è qualcosa che ha luogo accanto al matrimonio, ma dal e attraverso il matrimonio. La vocazione sponsale è una chiamata alla felicità che implica la santità». Infatti, tra marito e moglie, «c’è un ritrovarsi che genera una nuova vita e ne fa una trinità terrena».

Insomma è «dal momento in cui la natura si è ribellata, quando si è ribellato l’uomo, che anche Dio se ne serve per santificare gli uomini nella forma dell’acqua, del grano, dell’uva, dell’olio e dei gesti umani. Grazie ai segni visibili riceviamo la grazia invisibile. L’acqua ci aiuta a capire che veniamo purificati; una mano che si eleva tracciando un segno di croce e pronunciando parole di assoluzione, ci mostra il perdono della Croce che si riversa sulle nostre anime; l’apparenza del pane ci aiuta a comprendere che veniamo nutriti dal vero Pane della vita. Benché tutti conferiscano la grazia, un sacramento sorpassa gli altri in dignità e tutti guardano a esso: si tratta dell’Eucaristia. Gli altri sacramenti donano la grazia, ma l’Eucaristia dona l’autore della grazia. Gli altri sacramenti sono fiumi di grazia, l’Eucaristia è la sorgente». È questo il cuore della vita sacramentale illustrato con semplicità e sapienza teologica da Fulton Sheen.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Negli occhi del Figlio lo sguardo del Padre

«Noi possiamo dire ben poco, ma il Figlio di Dio… sì! Lui può mostrarci e farci conoscere il mistero di Dio. Ascoltiamolo e fissiamo i nostri occhi nei Suoi occhi!» – scrive il cardinal Angelo Comastri, Vicario Generale di Sua Santità per la Città del Vaticano e Arciprete della Basilica Papale di San Pietro –, nel suo recente volume Gli occhi di Dio (San Paolo 2020, pp. 208).

 Gli occhi di Gesù infatti chiamano, scrutano, invocano, hanno compassione, amano e in ogni sguardo rivelano il volto del Padre e il suo infinito amore per ogni uomo.

Così lo sguardo di Cristo chiama «come collaboratori gli uomini meno idonei al successo, un pugno di pescatori, gente che non contava e non valeva, e li ha buttati per le strade del mondo per un’avventura che, umanamente parlan­do, era destinata al fallimento. Eppure questi uomini hanno scosso le fonda­menta dell’Impero Romano. Non solo». Dagli apostoli a San Paolo, a sant’Agostino, da san Francesco a San Pio da Pietrelcina e fino ai nostri giorni gli occhi del Maestro continuano a incrociare quelli degli uomini e delle donne di ogni tempo.

Dinanzi «alla po­vertà del significato, degli ideali, dei valori e delle ragioni per amare la vita e per entusiasmarsi della vita» contemporanea, Cristo rimane l’unica speranza viva per l’umanità sofferente, ieri come oggi. Lo attestano le mirabili profezie di Zaccaria sulla venuta di un Messia umile come il ritratto perfetto del servo sofferente offerto da Isaia e dal Salmo 22. Occorre perciò recuperare un senso di stupore dinanzi a tali parole, scritte secoli prima di Cristo eppure così corrispondenti agli eventi concreti della sua vita, e in particolare al mistero della sua morte e resurrezione.

«Se Dio – scrive Madre Teresa di Calcutta –, che non ha nessun debito con noi, è disposto a darci niente meno che se stesso, come possiamo corrispondere al suo amore limitandoci a dare solo una parte di noi? Ri­nunciando a me, induco Dio a vivere per me». E questo il discepolo è invitato a fare. Eppure lo stesso Pietro, quando impedisce inizialmente a Gesù di lavargli i piedi, «rifiuta il volto di Dio», ergendosi a «maestro di Dio». Ma il Signore continua a parlargli con i suoi occhi di infinita misericordia anche quando lo scorge mentre lo sta rinnegando.

Gesù rivela pienamente il volto del Padre sulla croce: «il volto di Dio, infatti, è l’amore, è la misericordia infinita; il volto di Dio è il volto della bontà senza limiti». Lo sa bene la Vergine Maria quando «l’angelo le apre uno spiraglio e le dà la notizia che cambia la vita: “Sei stata amata e sei amata da Dio”. Quando nella vita si scopre lo sguardo buono di Dio, quando nella vita si sente il palpito di Dio, quello è il momento grande, quello è il momento che cambia l’esistenza». Il cardinal Comastri invoca lo Spirito Santo per noi che al contrario camminiamo «nelle strade stanche di questo mondo, noi che abbiamo una fede così debole e così fragile, noi che abbiamo lo sguardo annebbiato dal dubbio», affinché impariamo a «guardare con la limpidezza degli occhi di Maria, l’Immacolata». Infatti solo recuperando tale sguardo, confidando nel Signore e non nei «troni tarlati» degli uomini, l’uomo può accordare «il proprio sì al Sì di Maria».

Perciò il Signore manda un altro Consolatore, il Paraclito, in soccorso all’uomo decaduto: «Lo Spirito Santo illumina il volto di Gesù e dà la forza per testimoniare che Gesù è il Signore, cioè Dio dentro la storia con la forza dell’Amore». E in effetti «tutto ciò che Dio fa, lo fa nello Spirito Santo: perché Dio non ha altra azione all’infuori del donarsi». Perciò ricolma ogni uomo che lo accoglie dei setti doni dello Spirito Santo, perché ciascuno comprenda e viva una relazione intima con un Dio che è un Padre amoroso che ama e si cura sempre dei suoi figli.

Infatti «chi ha detto il primo sì? Chi, prima di tutti, ha aperto il cuore alla fede? È stata Maria! E, dopo di Lei, Lazzaro, Marta e Maria di Betania, gli Apostoli, Santo Stefano, Paolo di Tarso, i martiri dei primi secoli cristiani! E poi tantissimi altri (persone di ogni categoria sociale, compresi geni come Leonardo, Galilei, Blaise Pascal). E poi milioni e milioni di uomini e donne che hanno gioito alla notizia che Dio è Padre, e, donandoci il Figlio, Egli ha allargato le braccia per stringerci tutti nella festa infinita del Suo Cuore».

Anche «Teresa di Lisieux (1873-1897) con i suoi occhi limpidi e umili aveva intravisto gli Occhi limpidi e umili di Dio: gli Occhi dell’infinita misericordia». E questi occhi pieni di compassione continuano a scrutare ogni creatura che con amore si lascia guardare dal suo Signore. Tale consapevolezza traspare pienamente nel corso della riflessione del cardinale Comastri fino a farsi preghiera: «Signore Gesù, purifica i nostri occhi, affinché possiamo vedere anche noi gli Occhi dell’infinitamente misericordioso».

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Tutti i giorni con Maria

La Madonna appare. Non solo a Rue du Bac, Lourdes, Fatima, Guadalupe e Medjugorie: la Vergine santa si è manifestata e ancora si manifesta a uomini e donne di ogni estrazione socio-culturale ed epoca storica, nei luoghi più disparati della terra, siano essi metropoli o piccoli villaggi. Come ogni mamma, è una presenza costante e premurosa, sempre accanto ai suoi figli per ricondurli al Figlio.

 Di tali apparizioni e manifestazioni Rino Cammilleri offre una ricognizione molto documentata ma condensata in brevi schede nel suo recente volume Tutti i giorni con Maria (Ares 2020, pp. 760). Si tratta di un vero e proprio calendario mariano, in cui l’autore si cimenta nell’impresa di ordinare per data e giorno le innumerevoli apparizioni della Madre celeste. C’è dunque ampio spazio per quelle ufficialmente riconosciute dalla Chiesa; per quelle oggetto di culti locali, alla base dell’edificazione di santuari dedicati e di «rinnovate forme di devozione che ancora perdurano», o per descrivere alcune manifestazioni soprannaturali che La riguardano, in cui «la Madonna si limita a muovere (miracolosamente, ovvio) gli occhi o la mano in un quadro o una statua che la raffigura, oppure a piangere».

Nella prefazione Cammilleri offre provocatoriamente anche uno spunto di riflessione ai teologi, mediante un’acuta osservazione, ossia «la predilezione della Madonna per le pastorelle, preferibilmente sordomute e magari dalla nascita. Be’, un sordomuto nato che improvvisamente parla e sente è la migliore prova della verità di un’apparizione. Ma forse c’è anche qualcos’altro. Esiste, infatti, una specie di favor pastoris che percorre tutta la Bibbia, a cominciare da Abele, passando per Davide e i pastori di Betlemme, per finire con Cristo che si autoqualifica Buon Pastore».

La prima apparizione mariana di cui si abbia notizia è quella della Vergine del ‘Pilar’ (colonna di granito) a San Giacomo il Maggiore, avvenuta il 3 gennaio del 40 a Saragozza. A tale santuario è legato uno dei miracoli più incredibili e sorprendenti della storia. «La sera del 29 marzo 1640 a Calanda, in Aragona, il giovane contadino spagnolo Miguel Juan Pellicer, privo di una gamba, si svegliò con due gambe. Non si trattò di una ‘ricrescita’, perché la nuova gamba era la vecchia, la sua insomma, quella che gli era stata amputata a suo tempo. Cocciutamente fiducioso nella Vergine, tutte le sere ungeva il moncherino con l’olio della lampada che ardeva davanti alla statua della Madonna-sul-Pilastro».

A Garbagna di Tortona (Alessandria) il 26 gennaio 1321 la Madonna appare a una pastorella sordomuta per comunicarle che avrebbe riportato la pace nelle lotte tra guelfi e ghibellini se gli abitanti del paese avessero costruito una chiesa in suo onore. Facendo seguito all’invito, la giovane si precipita dai compaesani «che le credettero quando si accorsero che parlava speditamente». Una storia simile accade a Valleluogo di Ariano Irpino (Avellino) nel tardo medioevo e porta all’edificazione di una cappella dedicata alla Madonna invocata per questo quale ‘Salute degli infermi’. In tempi più recenti, il 5 gennaio 1924 a Cernusco sul Naviglio l’intercessione della Vergine guarisce in maniera immediata e totale una suora cieca e paralizzata, quale segno visibile per tutti della veridicità dell’apparizione che quest’ultima aveva ricevuto.

Il 13 gennaio 1933 a Banneaux in Belgio Maria appare quale ‘Madonna dei Poveri’ a una giovane di undici anni, Mariette Béco, che la vede nella neve. In una successiva apparizione alla stessa ragazza, la Vergine fa sgorgare un rigagnolo d’acqua destinato ai malati, proprio come a Lourdes. A Vercelli c’è, invece, addirittura una statua della Madonna dello Schiaffo, «che presenta come un’ecchimosi sulla guancia», a causa di un giocatore che la percosse sulle gote dopo aver perso tutto. Tale fatto si è verificato alla metà del XVI secolo.

Anche il celebre inno dell’Akathistos (“In piedi”) deve le sue origini a un’apparizione della Vergine a san Johannes Koukouzelis (morto nel 1360) il quale, «dopo aver passato ore in piedi a cantarlo, stanco, si addormentò nella stalla del suo monastero. Gli apparve la Madonna in sogno. Gli disse: “Canta per me e non ti abbandonerò”, e gli mise una moneta d’oro in mano. Divenne primo cantore alla Corte di Bisanzio, poi monaco sul Monte Athos e compositore di inni davanti all’icona di Maria». Apparendo a san Pietro Nolasco, il 1 agosto 1218, gli chiede di fondare «un Ordine religioso che si incaricasse di riscattare gli schiavi e i prigionieri cristiani». Nacquero così i Mercedari in onore di Nostra Signora della Mercede.

E ancora, il 20 gennaio 1842 la Madonna appare e converte al cattolicesimo il cuore di Alphonse Ratisbonne, figlio di un banchiere ebreo, che cade in ginocchio nella chiesa di Sant’Andrea delle Fratte a Roma, dove egli era entrato solo per attendere un amico con una Medaglia Miracolosa nella tasca. Divenuto prete, fonda insieme al fratello, anch’egli sacerdote, la Congregazione di Nostra Signora di Sion, «allo scopo di accogliere gli ebrei diventati cattolici».

«Il 22 gennaio 1980 la Madonna apparve a un diacono del monastero copto di Durunka in Egitto». Dieci anni più tardi, nel 1990, appare ancora nelle grotte sottostanti «a dei monaci circonfusa di luce. È tradizione dei cristiani copti che la Madonna, con san Giuseppe e il Bambino, si siano rifugiati in quella grotta durante la loro fuga in Egitto. Le apparizioni si ripeterono nel 2001».

«La Patrona dell’Honduras è una piccola statua lignea della Vergine, trovata miracolosamente in un campo, il 3 febbraio 1747, da alcuni indios che tornavano dal lavoro», dopo che la Vergine era apparsa qualche giorno prima a un pastore del posto in compagnia di un bambino.

Talvolta la Madonna interviene senza manifestarsi sensibilmente. È successo il 5 febbraio1882, allorquando il vescovo di Haiti, al termine della processione per le strade della capitale Cap Haitien, benedisse il popolo con il quadro della Vergine del Perpetuo Soccorso e, «nel giro di un mese, l’epidemia di vaiolo scomparve completamente».

 Dinanzi a molti testimoni, «nel 1789 la Madonna apparve più volte a Saint-Laurent-de-la- Plaine, in diocesi di Angers», accanto a una vecchia quercia che i giacobini fecero abbattere, nel vano tentativo di sradicare la ‘superstizione cattolica’. Ma se la Rivoluzione finì nel Terrore, la fede cattolica rimane salda e la Vergine continua a manifestarsi.

 Tra le ultime apparizioni mariane ufficialmente riconosciute dalla Chiesa vi sono quelle avvenute il 28 novembre 1981 a Kibeho in Rwanda a diversi scolaretti africani, spettatori anche della ‘danza del sole’ in cielo come a Fatima e destinatari di visioni storiche profetiche, tra le quali quella dei cruenti genocidi del 1994 e 1995 che avrebbero condotto alla morte circa un milione di persone tra Tutsi e Hutu.

Nonostante la sua mole, la poderosa opera di Rino Cammilleri non assume un taglio accademico, ma ha un carattere divulgativo, per cui si legge piacevolmente, anche perché è ricca di storie e curiosità legate alle apparizioni mariane inedite ai più, radicate nelle tradizioni di culto popolare ma non per questo meno degne di credito. È insomma, per dirla col suo autore, «un semplice Calendario a uso del popolo» da tenersi sul comodino quale ulteriore modo per ogni figlio di lasciarsi accompagnare ogni giorno dalla sua Mamma celeste.

Fonte: Il Timone

L’arte di guarire, il segreto per la vita interiore

“La guarigione inizia da una parola udita e deve finire con una parola detta. Se voglio guarire è il mio amore che deve guarire. La guarigione più profonda è la guarigione del mio affetto. Infatti io sono me stesso fino in fondo solo se amo di un amore sano, autentico. Solo l’amore vero dà la felicità vera”. È questo il cuore dell’ultimo libro di don Fabio Rosini.

 Dopo L’arte di ricominciare sul discernimento spirituale, ne L’arte di guarire (San Paolo 2020, pp. 336) don Fabio Rosini – Direttore del Servizio per le Vocazioni della Diocesi di Roma e ideatore del percorso sul Decalogo e sui conseguenti Sette Segni del Vangelo di Giovanni – delinea un itinerario spirituale per la propria guarigione interiore, ponendosi con la propria testimonianza di vita accanto al suo lettore.

Diagnosi, terapia e guarigione sono le tappe da attraversare in cammino verso una vita sana, per la quale occorre il ‘tocco’ della grazia di Cristo. Per questo motivo è l’emorroissa del Vangelo di Marco (Mc 5) la figura paradigmatica che accompagna il lettore in tale cammino di purificazione interiore, per togliersi “lo scafandro del ‘buon cristiano’” e recuperare un rapporto autentico a “‘tu per tu’, ‘faccia a faccia’ e ‘occhi negli occhi’”con un Tu che guarisce, restituisce a se stessi e libera.

Si tratta innanzitutto “di chiamare per nome i molti vuoti che portiamo dentro senza scoraggiarsi”, per uscire da “una tranquillità da paese dei balocchi esistenziale, imboccare la via della libertà e non lasciarla più”. Per cui, dopo aver suggerito al lettore di armarsi per questo viaggio “con tutta la pacatezza di cui si è dotati, tutta la pazienza possibile con sé stessi e qualcuno più esperto di noi nella fede a cui appoggiarsi nelle difficoltà”, don Fabio lo invita a mettersi realmente in tale cammino di conversione rispondendo personalmente, compiendo ogni passo in ascolto dello Spirito Santo, alle diverse ‘provocazioni’ che egli gradualmente suggerisce, perché “ci vuole tutta l’eternità di Dio per guarire il mio cuore”.

Il primo passo consiste nell’imparare a riconoscere i propri sintomi, nella consapevolezza che i sintomi non sono il male. Certo “non bisogna dunque né banalizzare né assolutizzare i sintomi”, ma ricercarne la causa, senza essere né troppo indulgenti né eccessivamente rigorosi con se stessi, laddove “la nostra è un’epoca anestetica, palliativa, onirica. Siamo nel tempo dell’industria del divertimento e della sedazione e ci serviamo di raffinati strumenti di narcosi”. Insomma si tratta di scoprire cosa si nasconde dietro “la vergogna, la mancanza di libertà, la chiusura, la possessività, la timidezza, le dipendenze, i cuori freddi, l’ansia di sedurre, le aggressività e le balbuzie affettive di ogni genere”. Sicuramente ciò che si oppone all’amore è la paura, “quel flagello che pulsa interiormente e storce gli atteggiamenti, rende aggressivi o remissivi, impone rassicurazioni, compensazioni, detta i tempi delle compulsioni, spegne o ferisce l’amore nel nostro cuore”. Infatti dietro il desiderio di piacere a tutti i costi si cela la “paura di non avere importanza. E per questo attacco a straparlare, manipolo i racconti, faccio il maschio-alfa, entro in competizione, denigro gli altri, scimmiotto i sentimenti, mi pavoneggio con i miei successi e le mie abilità, oppure patisco i caratteri forti, ho terrore delle umiliazioni, mi svendo per non essere escluso, mi faccio compatire”. Allo stesso modo, dietro il “darsi continue compensazioni” cadendo nelle dipendenze, c’è “la paura di soffrire, per cui “mostrifico ogni possibile rischio. Esorcizzo il dolore cercando il piacere e mi fisso sulle cose con avidità, imbarcandomi in troppe cose. Probabilmente anche per questa paura faccio un’epopea dei miei dolori e non dimentico i torti subiti”. Insomma dietro ogni vizio capitale c’è una paura da riconoscere. Ma la radice di ogni paura rimane il disprezzo di sé, “un pensiero cattivo su se stessi, un seme di auto-sabotaggio nel nostro sistema operativo, un pensiero nero di delusione su noi stessi”.

“Io non ho paura dei problemi della gente, io ho paura delle soluzioni della gente”, scrive ancora Rosini, alludendo alle diverse forme di compensazioni che schiavizzano l’uomo, al desiderio di potere che lo asserve al compromesso o ai progetti di autorealizzazione; a tutte quelle illusioni che danno soddisfazione a “una tecnica tipica del Maligno: far apparire un bene ipotetico in nome del quale compromettere un bene reale che al momento appare secondario”. Agendo in questo modo, però, “perdo l’opportunità preziosa di imparare a stare dove la vita mi mette”. Perciò occorre anche un po’ di santa ira verso i propri errori, per cominciare a smettere di sacrificare ai propri idoli la propria capacità di amare, in quanto “non si esce mai da un male senza dirgli di no”.

Allora “non c’è da chiedersi se siamo amati ma da lasciarsi amare e da accettare di essere amati tanto poveri” lasciandosi guidare dallo Spirito, che “ha il potere di visitare ogni storia e renderla gravida di Cristo”. Di qui “la Croce di Cristo è la verità che contesta le letture amare della vita che ci portiamo dentro, e sta lì, mitemente, umilmente, pazientemente a dire ad ogni uomo: Calmati, la vita non è difendersi, la vita è amare”. E Gesù ha scelto di farlo, non “prendendomi la manina e portandomi per la retta via perché io la mano non me la lascio prendere, non mi fido, non mi lascio andare, ma permettendo che l’onda di tutto il male che io ho dentro, l’onda di tutta l’invidia, l’ira, l’accidia, l’avarizia, la lussuria, la gola, la superbia che porto in me, arrivassero addosso a Lui, si scatenassero sul suo corpo”. Non bisogna assolutamente dimenticare che ciascuno, qualunque sia il suo peccato, “vale il sangue di Cristo”, perciò è così prezioso agli occhi del Padre.

E “Dio sa fare anche della nostra povertà una strada per incontrarci”. Per incontrare il suo Figlio vivo e vero, “toccare i suoi sentimenti nei nostri confronti”, ci sono infatti la Chiesa, la Parola, i sacramenti, le opere di misericordia spirituali e corporali. Di qui occorre saper far memoria e raccontare come Dio mi ha salvato, ossia “entrare nella lettura riconoscente della nostra vita”, imparare l’arte della gratitudine al Padre per ogni bene, grazia e anche dolore ricevuto: è questo in effetti il principio di un’autentica guarigione del cuore e il segreto per custodire la pace interiore per una vita veramente ‘sana’ perché santa.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Suor Bernadette, miracolata ‘per la gloria di Dio’

“Sono una povera suora che fu pesantemente handicappata e invalidata. Mi trovavo fuori dalla barca della vita e messa da parte. Ma poi sono stata miracolosamente sanata”. Inizia così a raccontare la propria storia redatta insieme a Jean-Marie Guénois, la suora francese Bernadette Moriau ne La mia vita è un miracolo (San Paolo 2019, pp. 239). C’è lucida consapevolezza e profonda gratitudine a Dio nelle parole e nell’animo di questa suora mentre ripercorre le tappe della propria vita fino alla prodigiosa guarigione dalla cosiddetta ‘sindrome della cauda equina’ al ritorno da Lourdes. Tale guarigione costituisce il settantesimo miracolo ‘certificato’ operato dall’Immacolata presso la grotta di Massabielle su circa 6400 dossier di guarigioni inspiegabili aperti presso il Bureau des Constatations Médicales della città pirenaica.

Ella confessa di non aver mai chiesto la propria guarigione e di aver piuttosto pregato per quella degli altri. Eppure proprio a lei, una suora francescana Oblata del Sacro Cuore di Gesù, un’infermiera ormai anziana, ciò che era insperato si è realizzato. Bernadette nel 2008 ha 69 anni e vive paralizzata da 42, “il piede sinistro era in una stabile posizione di inversione quasi completa. La schiena, la colonna vertebrale, il bacino erano ridotti in poltiglia. Erano sostenuti da un rigido busto cervico-toracico-lombo-sacrale che però non mi impediva di soffrire”. Sedata dalla morfina quando il dolore diventava insostenibile, nel viaggio di ritorno dal suo pellegrinaggio, suor Bernadette prega, soffre e offre le sue sofferenze per i malati che ha visto a Lourdes anche in condizioni peggiori della sua. Non si lamenta, nella consapevolezza “che il mio stato di religiosa è per loro, per tutti gli altri, non per me. Ho offerto la vita, che Dio mi ha donato, a Lui e agli altri. Se la mia salute non mi permette più di aiutarli – io ero infermiera – posso almeno pregare per loro a tempo pieno: per la loro guarigione, per il loro benessere”.

Suor Bernadette è stata già diverse nel luogo delle apparizioni, anche se vi mancava dal 1985. Spronata dal proprio medico curante, mediante il quale era Dio stesso a chiamarla, aveva deciso di farvi ritorno bagnandosi anche nelle sue piscine, “nell’acqua della Resurrezione di Gesù”. Poi, durante la benedizione eucaristica al termine della processione nel sacro perimetro del santuario, ode dall’Ostia Santa il Maestro che le sussurra al cuore: “Vedo la tua sofferenza e quella dei tuoi fratelli e sorelle malati. Dammi tutto”. Rientrata in convento, dopo tre giorni di cui scrive: “Le mie ossa urlano, la mia anima canta”, percepisce sensibilmente quell’ ‘oceano di pace’ che è un grande dono di grazia per molti pellegrini.

L’acqua delle piscine e il fuoco dell’amore eucaristico sono “i segni dell’inizio di una vita nuova”. Alle 17.45 dell’11 luglio è ai piedi di Gesù Eucaristica durante l’adorazione nella cappella del suo convento di Bresles. Improvvisamente avverte un calore interiore e, rientrata in camera, una voce che la invita: “Togliti gli apparecchi”. Il suo corpo ritorna inspiegabilmente perfettamente in salute, il piede non più torto, il dolore completamente svanito e la gioia incontenibile. Eppure, come spesso accade in questi eventi straordinari, è tenuta a custodire il silenzio e la segretezza ed è chiamata a raccontare principalmente nelle sedi opportune quanto le è capitato. Di qui ritorna come paziente negli studi dei dottori che l’avevano avuta in cura sino ad allora; compare con la propria cartella clinica dinanzi a medici che non la conoscono e si presenta innanzi a commissioni schierate di teologi e monsignori che hanno necessità di esaminare il suo ‘caso’.

Nel volume c’è ampio spazio per la narrazione di un’odissea durata ben dieci anni, vissuta in obbedienza alla volontà di Dio e della sua Chiesa, perché sia riconosciuta la straordinarietà della sua guarigione, a beneficio di tutto il popolo di Dio. Essa è stata infatti certificata dall’esame accurato di circa 300 medici, mentre il miracolo è stato appurato da una commissione teologica appositamente costituita.

La nuova vita di suor Bernadette dopo il grande dono ricevuto è consistita nell’ “accettare di uscire dalla riservatezza per essere disponibile a raccontare le meraviglie di Dio senza appartenersi più”. D’altra parte, per la suora francese, il miracolo ricevuto è un “piccolo germoglio di grazia”, nella consapevolezza che “se il Signore ha voluto fare di me un ‘segno’ è per manifestare la Sua gloria, non la mia”. Perciò, una volta recuperata la salute fisica, ella non si è tirata indietro dinanzi alla responsabilità di tale compito, anzi “si è rimessa al servizio della sua comunità, della sua parrocchia, dell’Ospitalità e dei malati di Lourdes”, a testimonianza del fatto che – come ha rilevato opportunamente il vescovo di Beauvais Jacques Benoît-Gonnin – “una vita ritrovata è una vita feconda nel dono di sé”.ù

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

San Tommaso e il Vangelo di Giovanni, un commento che illumina

“La sua contemplazione è perfetta; poiché tale atto è perfetto quando colui che contempla viene sollevato fino all’altezza della realtà contemplata. Ora, siccome Giovanni insegnò non solo che il Cristo Gesù, Verbo di Dio, è Dio elevato al di sopra di ogni essere, e che per mezzo di lui tutto è stato creato, ma altresì che siamo stati santificati per mezzo di lui e che a lui aderiamo mediante la grazia che egli ci infonde, è evidente che la sua contemplazione è perfetta”.

In queste parole di San Tommaso d’Aquino è racchiuso il cuore del suo poderoso commento al Vangelo secondo Giovanni (2019, 2 voll, pp. 3000), pubblicato ora nella pregevole collana “I Talenti” delle Edizioni Studio Domenico e delle Edizioni San Clemente con testo latino a fronte, grazie al paziente e accurato lavoro di traduzione dei Padri Domenicani Tito Sante Centi e Roberto Coggi. In tale commento Tommaso rielabora le citazioni dei vari autori spesso senza menzionarne esplicitamente le fonti, a differenza dell’altro suo monumentale commento ai Vangeli, noto come Catena Aurea, nel quale invece le auctoritates dei Padri della Chiesa sono riprese testualmente. Secondo Tolomeo di Lucca, che ne catalogò le opere, l’Aquinate avrebbe scritto di suo pugno solo il commento ai primi cinque capitoli, mentre il resto sarebbe frutto di una fedele trasposizione da parte del segretario fra’ Reginaldo degli appunti delle sue lezioni, naturalmente rivisti dal maestro prima di essere pubblicati.

 Il fascino intellettuale, spirituale e mistico del Vangelo di Giovanni costituisce una miniera inesauribile di tesori per la ragione acuta e illuminata dalla grazia di Tommaso. Quella dell’Aquinate, però, non vuole essere un’esegesi storico-critica, bensì una “reinterpretazione esistenziale” del testo giovanneo inteso quale Parola ispirata capace di generare ancora vita di fede in colui che l’accoglie nella propria esistenza di ogni giorno. D’altra parte “mentre gli altri evangelisti trattano principalmente dell’umanità di Cristo, Giovanni insiste sulla Divinità di Cristo senza per questo tralasciare i misteri della sua umanità”, sottolinea ancora il Doctor Angelicus.

Giovanni, assimilato all’aquila “perché volle fissare con gli occhi acutissimi dell’anima la luce della verità immutabile”, insegna a Tommaso che è per mezzo dell’umanità di Cristo che bisogna tendere a Dio. D’altra parte Egli è “Via secondo la sua umanità ed è termine secondo la sua divinità”. Nel tentativo di immergersi con l’evangelista nelle profondità del mistero del Verbo divino Tommaso, che al solo commento del Prologo (Gv 1) dedica circa 250 pagine focalizzando la propria riflessione e meditazione su ciascuna parola, scrive: “Siccome Dio con un solo atto, mediante la sua essenza, conosce se stesso e tutto ciò che egli sa, l’unico Verbo divino esprime tutto quello che è in Dio: non solo per quanto riguarda le Persone divine, ma anche per quanto riguarda le creature; altrimenti sarebbe imperfetto”. Particolarmente significativa è anche la sua puntualizzazione sulla traduzione latina di Logos con ‘verbum’ e non con ‘ratio’. A tal proposito l’Aquinate precisa che, a differenza del termine ‘ratio’ che allude solo “al concepire della nostra mente quale fatto mentale”, verbum “invece indica pure l’espressione esteriore”, e dunque implica “un riferimento a cose esterne”, ossia alle realtà create che mediante tale Parola divina sono fatte esistere.

Il Verbo di Dio è la ‘luce vera’ (Gv 1, 9), cioè “la luce per essenza”; dunque né quella di cui partecipano le creature, né quella “falsa che i filosofi si vantano di possedere”. Di qui a ciascun uomo è stato dato ‘il potere di diventare figlio di Dio’ (Gv 1, 12), ossia “il potere proprio della grazia per l’acquisto della perfezione delle opere e il conseguimento della gloria”.

Relativamente al miracolo di Gesù alle nozze di Cana, Tommaso rileva “la pietà e la misericordia della Madre nel considerare il bisogno altrui come proprio” quando venne a mancare il vino; “la riverenza verso Cristo e la sua sollecitudine e diligenza” nel non attendere che “il bisogno fosse estremo”, rimettendosi “al modo di agire proprio di Dio”.

Tra i numerosi spunti di riflessione che offre il suo commento al capitolo 6 di Giovanni sul discorso di Gesù quale ‘pane di vita’, Tommaso sottolinea che “come l’uomo Cristo riceve la vita spirituale dall’unione con Dio, così anche noi riceviamo la vita spirituale nella comunione del sacramento”, poiché l’anima vive nella misura in cui aderisce al Verbo di Dio. Cristo è infatti la Via, nella misura in cui “è il fine a cui aspira la vita dell’uomo; e l’uomo desidera soprattutto due cose: primo, la conoscenza della verità, che è una sua prerogativa; secondo, il prolungamento della propria esistenza”. In tal senso, il Signore è allora anche la Verità e la Vita.

Di qui, se da un lato “un bene creato non acquieta perfettamente il desiderio e la brama dell’uomo e dunque non è possibile avere una gioia piena”, dall’altro invece “la nostra gioia sarà piena quando possederemo il bene nel quale si trovano in maniera sovrabbondante tutti i beni che possiamo desiderare. E questo bene è soltanto Dio, il quale riempie di beni il nostro desiderio”. A tale desiderio del cuore umano viene incontro il desiderio profondo di Cristo stesso morente sulla croce che, nell’espressione ‘Ho sete’ (Gv 19, 28), grida e testimonia pienamente il proprio “ardente desiderio della salvezza del genere umano”.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana