Contro la realtà: i padrini del gender

Ogni teoria scientifica che si rispetti ha il suo padre fondatore in colui che l’ha elaborata in ossequio alla realtà e alla natura delle cose. Essa nasce dunque dallo stupore che la realtà stessa desta nell’intelligenza umana che l’ammira. Gli studi di genere nascono invece non dall’osservazione del dato reale, ma da tesi filosofiche sedicenti tali costruite a tavolino con lo scopo pratico di destabilizzare quel modello binario maschile/femminile, considerato come la causa di tutti i mali. Il nemico pubblico da cancellare è il sistema maschilista e logofallocentrico della tradizione metafisica classica, colpevole di aver veicolato nella storia e nella società un ruolo della donna subordinato e quindi inferiore rispetto a quello imperante dell’uomo.

L’ideologia di genere affonda infatti le proprie radici filosofiche nel decostruttivismo di Derrida (1930-2004), per il quale l’essere non è monolite, bensì è in se stesso differenza irriducibile. Secondo tale dottrina, che intende decostruire la metafisica tradizionale, il significato delle cose non è comprensibile in maniera univoca, ma rimanda piuttosto a una pluralità di senso che non può mai essere colta dall’uomo nella sua totalità. Tale pensiero filosofico influenza a sua volta sul piano teoretico le teorie femministe e muove i suoi primi passi sul piano pratico con la rivoluzione sessuale del 1968.

La filosofa francese Simone de Beauvoire (1908-1986), nella sua opera “Il secondo sesso” (1949), considerata il manifesto del femminismo, riteneva che la diversità tra uomo e donna fosse alla base di stereotipi comuni consolidati e di ruoli di genere tradizionali da scardinare, poiché frutto di condizionamenti sociali imposti e forieri di una visione della donna subordinata al modello culturalmente dominante che è quello maschile. È suo il noto slogan: «Donna non si nasce, ma si diventa!». L’idea preconfezionata che sia il papà a dover lavorare per portare i soldi a casa e che la madre sia la custode del focolare domestico va dunque respinta fermamente come un retaggio del passato di una società rigorosamente maschilista.

Allo stesso modo, secondo la filosofa statunitense Donna Haraway, classe 1944, l’uomo è stato concepito tradizionalmente mediante una serie di dualismi che vanno superati, quali sé/altro, mente/corpo, maschile/femminile, natura/cultura. Con l’avanzamento delle tecnologie, la creatura razionale è trasformata piuttosto in un cyborg, in un uomo-macchina che è un ibrido di materiale organico e tecnica, ossia un individuo non determinabile in maniera univoca dal dato biologico, e dunque libero di scegliere la propria sessualità secondo il proprio gusto del momento. In questo contesto la donna-cyborg non è più dominata dall’uomo, né determinata dal proprio sesso, ma può sperimentare tutte le possibili trasformazioni di esso, liberando i propri desideri e facendo valere i propri diritti, in specie quelli riproduttivi, per essere artefice del proprio destino.

Sulla scia d tali idee il pensiero della differenza di matrice femminista, che intende decostruire quella concezione della donna ancorata al modello patriarcale, approda a una nuova categoria elaborata recentemente dalla filosofa Rosi Braidotti, quella della ‘soggettività nomade’. Una soggettività post-identitaria, liquida, ibrida, mai predeterminata o determinabile in modo univoco, ma perennemente esposta alla possibilità di mutare secondo il proprio desiderio.

La gender theory non ha tuttavia alle proprie spalle soltanto le femministe, ma anche i suoi padri ignobili. Innanzitutto il berlinese di origine ebraica Magnus Hirschfeld (1868-1935), considerato uno dei pionieri della sessuologia. Dichiaratamente omosessuale, nel 1897 fondò il “Comitato Scientifico Umanitario”, una tra le prime associazioni per i diritti delle persone omosessuali, che difese strenuamente battendosi per l’abrogazione del paragrafo 175 del Codice Penale tedesco che criminalizzava l’omosessualità. Egli elaborò la teoria di un terzo sesso mediano tra quello maschile e quello femminile. Si deve a lui inoltre la coniatura del termine travestitismo. Magnus si travestiva spesso e per le sue iniziative nel merito fu soprannominato “Zia Magnesia”. Fu proprio il dottor Hirschfeld a realizzare l’operazione per il cambiamento di sesso che trasformò Mogens Einar Wegener, un’artista danese nato maschio, in una donna di nome Lili Elbe. Il primo transessuale della storia subì ben cinque operazioni in due anni e sembra che la causa del suo decesso sia con buona probabilità attribuibile proprio a un rigetto successivo al trapianto dell’utero.

Più celebre di Hirshfeld è certamente Alfred Charles Kinsey (1894-1956), un entomologo americano che, nei suoi due volumi dedicati al comportamento sessuale dell’uomo e della donna finanziati dalla Rockefeller Foundation, si divertì a raccontare ogni sorte di perversione sessuale, ritenendo lecita non solo l’omosessualità ma persino la pedofilia e la zoofilia. Nei “rapporti Kinsey” fu però manipolato lo stesso campione dei soggetti intervistati sui propri comportamenti sessuali. Infatti furono presi in esame esclusivamente testimoni volontari, che non erano nemmeno tanto attendibili se si considera solo che il 25% di essi aveva precedenti penali per crimini sessuali. Appare allora evidente il fine ideologico delle sue ricerche, volto a sovvertire la morale sessuale tradizionale per imporre la liceità d’ogni forma di perversione. Oltre alla raccolta di dati e alla diffusione di materiale pornografico, nei due volumi di Kinsey compare anche esplicitamente un riferimento ai quattro generi sessuali (Lesbian, Gay, Bisexual e Transgender), dai quali deriva l’ormai noto acronimo LGBT.

Ogni teoria scientifica propriamente tale deve essere supportata da almeno una conferma sperimentale. Tale opportunità si presentò allorquando, nello studio di Baltimora dello psicologo e sessuologo neozelandese John William Money (1921-2006), giunsero due gemelli omozigoti nati in Canada nel 1965: i gemelli Bruce e Brian Reimer. Purtroppo quello che doveva essere un semplice intervento di circoncisione per curare la fimosi di Bruce a sette mesi dalla nascita, a causa di un banale incidente avvenuto in sala operatoria, riportò una tragica conseguenza. L’organo sessuale di Bruce rimase irrimediabilmente bruciato. Al dottor Money si presentò così l’occasione che attendeva da una vita e che gli avrebbe consentito di coronare i suoi studi di genere con una fama imperitura. Guadagnato il consenso dei genitori di Bruce, ebbe infatti l’opportunità di riassegnare a questo bambino una sessualità diversa da quella biologica e consigliò alla madre e al padre di crescerlo come una ragazza. Fu allora che Bruce, completamente ignaro di quanto gli stesse succedendo e a seguito di cure ormonali e di un intervento chirurgico, divenne Brenda. Ma qualcosa andò storto. E mentre il dottor Money continuava a scrivere pubblicazioni pseudo-scientifiche sul caso che stava seguendo personalmente, Bruce-Brenda sviluppò un comportamento aggressivo, mostrava di preferire le macchine alle bambole, in bagno faceva la pipì in piedi e disdegnava la compagnia delle amiche. Nonostante avesse iniziato le cure ormonali, mostrò presto di non gradire affatto l’invasività di quel medico. Pertanto, dopo numerose e inefficaci sedute psicologiche, pretese dai genitori di conoscere la sua reale identità. Di qui Bruce-Brenda decise di sottoporsi a ulteriori interventi chirurgici e a cure ormonali nel disperato tentativo di ripristinare la propria identità maschile, un’identità sessuale sopita e anestetizzata, ma di fatto impossibile da sradicare, perché scritta in ogni fibra della sua carne e nel DNA di ogni cellula del suo corpo. Così a 14 anni Bruce-Brenda tornò a essere maschio col nome di David. A 25 anni sposò una donna che aveva avuto già tre figli da tre uomini differenti. Ma la sua vita continuava ad essere segnata da una profonda infelicità che culminò, dopo il suicidio del fratello Brian, con la scelta di seguirlo nella medesima sorta sparandosi un colpo alla testa (chi desiderasse saperne di più su questa storia, può leggere il volume del giornalista John Colapinto, Bruce, Brenda e David. Il ragazzo che fu cresciuto come una ragazza, edito da San Paolo nel 2014). Un esperimento compiuto sì, ma tragicamente fallito.

Ancora una volta è la verità dei fatti a smentire le teorie e a mostrare come nasce un’ideologia, la quale non è altro che il tentativo di piegare la realtà a proprio piacimento per farla rientrare in uno schema ideale prestabilito, calato dall’alto e funzionale soltanto a un sistema di potere. E se la realtà delle cose non rispecchia tale paradigma ideologico, tanto peggio per la realtà. Invece ogni cellula del nostro corpo è sessuata, è XX o XY. Il dato biologico è dunque un elemento imprescindibile, inalienabile e incontrovertibile che struttura l’identità sessuale di ciascuno e non può essere inteso come l’ostacolo da superare con ogni mezzo per imporre altri generi. Insomma, capovolgendo l’ideologia gender, la natura, la cultura e la storia umana concordano nel rilevare che maschi e femmine si nasce, non si diventa.

Fonte: La Croce Quotidiano

Come si fa a dire ancora famiglia?

C’era una volta la famiglia, oggi ci sono invece la “famiglia tradizionale” e le “famiglie arcobaleno”. Mediante l’aggiunta di aggettivi accanto al sostantivo famiglia che non sembrano modificare più di tanto il referente concreto di un termine, viene stravolto invece un significato originario e la “società naturale fondata sul matrimonio” si trova di fatto a essere equiparata ad altre forme di unioni che famiglia non sono. È sufficiente un semplice aggettivo e il gioco è fatto. Alcuni parlano di “gestazioni per altri”, altri semplicemente di “gestazione di sostegno”, mentre coloro che sono maggiormente ancorati alla realtà preferiscono l’espressione più rude di “utero in affitto”. Tuttavia la cosa designata, l’azione di compravendita di un organo dell’apparato riproduttivo femminile, cui tali espressioni alludono, è la medesima. Talvolta basta una perifrasi, breve o lunga che sia, e la realtà appare sfocata, mascherata, e dunque misconosciuta.

In questo modo il political correct esercita il suo potere e, attraverso i media di cui dispone, preferisce parlare, per restare all’ultimo esempio citato, di “gestazione per altri”, di “gestazione di sostegno”, nel tentativo di ammantare di nobiltà una pratica barbara, dal momento che la maternità surrogata prevede l’affitto dell’utero femminile e sfrutta la condizione di bisogno di molte donne, comprandone la dignità. Quella dignità inviolabile che il filosofo illuminista Kant sosteneva non avere prezzo.

«La parola è un gran dominatore che, con un corpo piccolissimo e invisibile, sa compiere cose straordinarie; riesce infatti a calmar la paura, a eliminare il dolore, a suscitare la gioia e ad aumentar la pietà (…). La forza dell’incantesimo, accompagnandosi all’opinione dell’anima, la seduce e la persuade e la trasforma per mezzo del suo incanto». Ne era consapevole il sofista Gorgia quando nel V sec. a. C. celebrava la forza della parola nel suo Encomio di Elena, opera in cui si sforzava di ricercare tutte le giustificazioni possibili per scagionare la moglie di Menelao rapita da Paride dall’aver causato la guerra di Troia. Eppure contro tale uso retorico della parola si scagliò duramente forse il più grande filosofo di tutti i tempi, che denunciò tale capacità subdola del linguaggio «di render forte il discorso debole». Platone contrappose infatti all’uso sofistico del linguaggio una teoria differente, secondo cui le parole hanno il compito fondamentale di tradurre in fonemi significanti quei modelli immutabili ed eterni della realtà, cioè le idee, di cui le cose sono copia. Tale concezione platonica del linguaggio fu poi ripresa anche nel Medioevo nella corrispondenza stabilita fra tre livelli ontologici distinti: l’ordine della realtà, l’ordine delle idee e quello delle parole. Insomma ogni parola fa riferimento a un concetto, il quale a sua volta rimanda alla cosa. Un realismo molto semplice, radicato nel senso comune, ripreso dalla tradizione filosofica classica e utilizzato dagli scienziati come dai bambini quando fanno nuove scoperte, perché conforme alla natura stessa dell’essere delle cose.

La dittatura del pensiero unico, con le sue mistificazioni linguistiche, vuol farci credere piuttosto che questo metodo realista sia ormai obsoleto, che il senso comune inganni, che le cose non siano mai state o comunque non siano più comprensibili in questi termini. La neolingua non vuole guardare la realtà delle cose di cui parla, né dire la verità, anzi vuole coprire intenzionalmente l’una e l’altra con una menzogna che non risulti mai banale, formalmente corretta, meglio ancora se pseudo-scientificamente acclarata, in modo da essere difficilmente smascherabile nella sua falsità.

Il nuovo linguaggio inventa così false contrapposizioni logiche. Ai pro-life dovrebbe contrapporre i pro-dead e invece ecco coloro che sono pro-choice e il gioco degli abortisti è compiuto. Come se la maternità non fosse una scelta, come se l’unica ‘scelta’ che tuteli la libertà della donna sia quella di abortire.

«Parole dette per non dire quello che si ha paura di dire» – questa è l’antilingua – volendo citare il celebre romanzo 1984 dello scrittore George Orwell. Un linguaggio talvolta costitutivamente ossimorico, che parla di “aborto terapeutico”, quasi che l’uccisione di un essere umano possa essere considerata alla stregua di una terapia. Ma per chi? Certamente non per il bambino, cui viene preclusa la possibilità di nascere, né tanto meno per la madre che, nella stragrande maggioranza dei casi, subirà sulla propria pelle le conseguenze traumatiche della sindrome postabortiva. Allo stesso modo la legge 194 è tutta fondata sull’antilingua. Essa non parla tanto di aborto, ma preferisce celarsi dietro la sigla asettica di IVG, di “interruzione volontaria di gravidanza”; non parla né di madre, né di figlio, ma genericamente di donna, concepito, feto e con ironia tragica di nascituro, in riferimento al figlio che non nascerà. Questa legge del 22 maggio del 1978, menzognera fin nel suo titolo, si propone di offrire “norme per la tutela sociale della maternità”, ma, di fatto, non concede nulla affinché una madre sia aiutata ad accogliere il proprio figlio e siano rimosse le cause che la spingerebbero a ricorrere all’aborto. Anzi se la madre vuole abortire, il servizio sanitario nazionale nella sua generosità si dichiara pronto ad accollarsi senza problemi l’onere delle spese dell’intervento chirurgico. Inoltre se la realtà mostra palesemente che prima di ogni embrione non esistono che i gameti (gli spermatozoi e l’ovocita); pur di contraddire la realtà, ecco che ci s’inventa una nuova categoria, quella di pre-embrione. Lo scienziato che formulò la teoria del quattordicesimo giorno così si espresse: «Non c’è dubbio che sin dal concepimento si sviluppa un essere umano, ma risulta utile stabilire un termine convenzionale che ci permetta di poter effettuare studi scientifici». Insomma la ‘nobiltà’ del fine giustificherebbe non solo i mezzi illeciti, ma anche la considerazione meramente strumentale della stessa persona umana. Ben venga dunque per gli antilinguisti il pre-embrione, soprattutto se può esser anche funzionale a vendere scatole di pillole abortive come banali contraccettivi. Purché si rimpinguino le casse delle case farmaceutiche, si può anche far passare sotto silenzio quel primo viaggio dalla tuba all’utero che ciascuno ha compiuto nella prima settimana della propria esistenza e che risulta essenziale per la sua crescita successiva.

I bugiardini della pillola estroprogestinica, di quella “del giorno dopo” e di EllaOne, la pillola dei cinque giorni dopo, parlano chiaro. Si soffermano esclusivamente sull’effetto che tali pillole possono avere nell’impedire il concepimento, mentre trascurano quello che esse riporterebbero a fecondazione già avvenuta. In tal caso, rendendo inospitale l’endometrio della parete uterina, non consentono di fatto l’annidamento di una creatura che ha già circa sette giorni di vita. Quest’effetto abortivo viene omesso intenzionalmente, affinché l’animo della potenziale madre non venga turbato, anzi, sia rinfrancato dalla presunta scientificità del foglietto illustrativo. Così ella potrà liberarsi del suo eventuale figlio a cuor leggero, senza nemmeno accorgersene, buttando giù una pillola con un bicchier d’acqua.

Tale uso antilinguistico delle parole nasce dunque da una sorta di terrore semantico e si nutre della paura, perciò dice e nel contempo smentisce o afferma mezze verità, delineando un perimetro in cui «i significati sono costantemente allontanati, relegati in fondo ad una prospettiva di vocaboli che di per se stessi non vogliono dir niente o vogliono dire qualcosa di vago e di sfuggente» (I. Calvino, in un articolo apparso su «Il Giorno» il 3 febbraio 1965).

Questa paura per i significati autentici delle parole si ritrova anche nella perifrasi “procreazione medicalmente assistita” sintetizzata nella sigla PMA. Di pro-creativo, di generazione al servizio di un Creatore, c’è poco e nulla. Si tratta in realtà di una fabbricazione artificiale e artificiosa dell’umano, medicalmente sostituita, in quanto è il medico il protagonista assoluto, il supervisore e l’addetto alla mescolanza dei gameti. Dal sesso senza figli della contraccezione si passa così ai figli senza sesso voluti ad ogni costo con il ricorso alle tecniche di fecondazione artificiale, scindendo nel primo caso la sessualità dalla fecondità e nel secondo la fecondità dalla corporeità.

Relativamente al fine vita la logica antilinguistica è la stessa: si parla di “eutanasia”, ma la “buona morte” non allude a quella del moribondo che, ricevuta l’estrema unzione, chiude gli occhi nella beata speranza di riaprirli al cospetto del suo Salvatore. Anche l’espressione “lasciar morire”, peculiare della biopolitica, di un potere statuale onnipervasivo che pretende di farsi carico della vita e della morte dei suoi cittadini, distoglie colpevolmente l’attenzione dal soggetto che compie materialmente l’azione, staccando la spina o facendo un’iniezione letale. In tale contesto mortifero anche la compassione viene snaturata nel suo significato autentico di cum-pati, cioè di soffrire insieme, facendosi carico della sofferenza altrui, lenendo il dolore con più amore. Così la lingua si ritorce nuovamente contro se stessa in ossequio a un’ideologia che, pur di costringere la realtà entro le proprie maglie, preferisce fregarsene della realtà.

Come ogni ideologia che si rispetti, la stessa ideologia del gender ha adottato la medesima logica. Ha sostituito all’identità sessuale il genere, al dato biologico il fattore culturale, denigrando contestualmente come “omofobo” chiunque si azzardi a sostenere pubblicamente, pur non discriminando le persone con tendenze omosessuali, che maschi e femmine si nasce e non si diventa.

Alla luce di questi ragionamenti appare evidente che ogni falso mito di progresso è innanzitutto il frutto di una mistificazione linguistica della realtà tesa a scardinare il senso comune e la verità delle cose. Rimanendo in una dialettica antilinguistica in cui le parole non dicono quello che dicono, possiamo concludere infine con una buona dose d’ironia e qualche infingimento neanche troppo surreale che nella cultura dominante ne uccide più la lingua che la spada.

Fonte: La Croce Quotidiano