I Sermoni di Newman, antidoto al relativismo

“Faceva la teologia già predicando e i suoi sermoni li pensava teologicamente”. Con queste parole il gesuita Carlo Huber introduce i Sermoni anglicani di John Henry Newman, recentemente riproposti da Jaca Book che sta pubblicando meritoriamente l’Opera Omnia del cardinale inglese in una nuova edizione. Tali sermoni costituiscono per i pastori della Chiesa “un esempio di come dovrebbe essere un’omelia: intelligente, profonda, ma chiara e facile da comprendere; non piatta, banale, contorta e difficile”.

Pronunciate tra il 1825 e il 1843, quando era ancora pastore anglicano, le omelie di Newman contenute nei Sermoni anglicani non compromettono sul piano dottrinale l’ortodossia della fede cattolica. Nella predica per la festa di San Tommaso apostolo, egli afferma che nessuno dei discepoli in realtà, eccetto Giovanni, credette immediatamente alla risurrezione del Signore finché non lo vide e riconobbe, così come fu per Tommaso. Tale episodio del discepolo incredulo offre al futuro cardinale l’occasione per precisare che Gesù, come nel caso della fede del centurione, loda “la fede di crede prontamente”. Fede è fare affidamento nelle parole di un altro”, o meglio – sottolinea il beato Newman – mettere da parte il proprio io per vivere sulle parole di Colui che parla nei Vangeli”, secondo quanto scrive in un’altra omelia. Di qui “la religione deve essere realizzata in atti particolari al fine di poter continuare ad essere viva”, per dirla con le sue parole pronunciate nel sermone per il lunedì della Settimana di Pasqua.

In diverse omelie egli esorta i fedeli a fuggire la tentazione di una ‘religione-fai-da-te’, abbracciando un relativismo teologico tuttora piuttosto in voga, in nome del quale ci si potrebbe presto accorgere di star adorando “un mero nome astratto oppure una vaga creazione della mente al posto del Figlio Semprevivo, insegnando una religione del cuore senza ortodossia di dottrina”. Egli denuncia altresì “la corruzione di una filosofia spregiudicata e presuntuosa disseminata sopra la nostra fede, come una precisa volontà di estrarre il nostro Credo, ognuno per proprio conto, come meglio può, dalle fonti profonde della verità”.

 Riguardo alla Provvidenza del Creatore, evidenzia con parole mirabili la prossimità del Padre ai suoi figli nelle circostanze liete e dolorose della vita: “Tu non ami te stesso meglio di quanto Egli ti ami. Tu non puoi sfuggire al dolore più di quanto Egli si dolga del tuo doverlo sopportare”.

Relativamente all’amore verso gli amici, Newman ritiene che sia “il solo esercizio preparatorio per l’amore verso tutti gli uomini”. Infatti “noi non possiamo amare color dei quali non conosciamo nulla; eccetto il caso che li consideriamo in Cristo, come obiettivi della Sua Redenzione, cioè, nella fede piuttosto che nell’amore”.

In un’omelia su “Il pericolo della ricchezza”, egli mette in guardia i fedeli dal rischio di cadere nella trappola di confidare eccessivamente nella “sicurezza temporale alla quale le ricchezze conducono”. Newman chiarisce in proposito che “ogniqualvolta compiamo le nostre azioni riferendoci a un oggetto di questo mondo, quand’anche sia il più puro, siamo esposti alla tentazione di fissare i nostri cuori allo scopo di ottenerlo”. Si tratta dunque in realtà di ‘eccitamenti’ “che ci proiettano fuori dalla serenità e stabilità della fede, facendo convergere i nostri pensieri su qualcosa che è privo di ciò che è infinitamente alto ed eterno”. E in effetti “una vita dedicata al far quattrini è una vita piena di preoccupazioni” vissuta nell’ansia di perdere quelle ricchezze che con tanta fatica si è cercato di accumulare.

In relazione al sacramento della confessione e al significato del pentimento, il beato Newman ribadisce con la stessa chiarezza che contraddistingue il suo linguaggio omiletico che “la condotta più decorosa di un peccatore coscienzioso è una resa incondizionata di se stesso a Dio”, in quanto “tenendo presente i diritti del Benefattore che egli ha offeso e vergognosamente colpito e il senso della propria ingratitudine, egli deve arrendersi al suo legittimo Sovrano”.

Riguardo al rapporto tra Chiesa e realtà mondana scrive ancora in un sermone dedicato al tema della ‘Sottomissione all’autorità della Chiesa’: “La fede non si sente a proprio agio a portare il linguaggio del mondo nel suo sacro ovile, o a mettere le gelosie del mondo nel suo sistema di governo divino, a pretendere diritti, ad adulare i molti, o a corteggiare i potenti. Qual è il più grande desiderio della fede, il suo massimo godimento? Un santo che muore vi risponderà”. Insomma la testimonianza del martire rimane la ‘prova provata’ della fede del cristiano e l’obbedienza la virtù per eccellenza dell’uomo di fede, la quale consiste “nel non aver bisogno di fare delle scelte per conto proprio”. Il cristiano è chiamato a comprendere che la vera libertà non è la libertà dalla legge, bensì la libertà della Legge e dei precetti divini. Per questo egli deve avere un altro metro di giudizio e assecondare un altro criterio d’azione che risponde a una logica inversa e opposta ai canoni del pensiero mainstream e che valuta addirittura quale “disgrazia capitata a un peccatore quella libertà di pensiero e azione di cui il mondo si vanta come del massimo bene”. D’altra parte – afferma infine il beato inglese – “il cielo è un traguardo che esige il nostro amore più alto e i nostri sforzi più tenaci”.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana