“Nati guasti”. Cinque passi al Mistero con Padre Maurizio Botta

“Gli uomini si dividono in due categorie, quelli che credono al peccato originale e gli sciocchi”, scriveva Nicolás Gómez Davila. Per non rientrare tra le fila dei secondi, dovremmo umilmente prendere consapevolezza che “noi siamo questa impossibilità a fare quello che vorremmo, siamo una volontà di potenza sovradimensionata rispetto alle nostre possibilità, un desiderio di velocità sovradimensionato rispetto alla nostra lentezza. Noi siamo questa contraddizione vivente chiamata dalla Chiesa ‘peccato originale’”. Per questo “abbiamo bisogno del Redentore sempre, perché se ogni istante della nostra vita non è liberato da Lui, rimaniamo sotto il giogo di una legge che non vogliamo ma da cui non riusciamo a liberarci e continueremo a sentire dentro un debito che non potremo mai saldare da soli”.

È questo il cuore di ‘Volere è potere?’, il primo dei ‘Cinque passi al Mistero’ raccolti da padre Maurizio Botta nel recente volume Nati guasti (San Paolo 2019, pp. 190). Si tratta di un libro che riporta fedelmente le catechesi del giovane e brillante sacerdote che predica nel solco del carisma di San Filippo Neri e risponde in maniera puntuale alle domande di giovani e adulti in dialogo con lui sulle ragioni della fede, secondo una formula vincente che ormai da dieci anni rende gremita la Chiesa di S. Maria in Vallicella a Roma. Come rileva Costanza Miriano nella Prefazione “padre Botta riesce nel miracolo di parlare ai lontani e anche ai lontanissimi, ma senza fare alcuno sconto nei contenuti, semplificando senza impoverire, traducendo senza tradire, rendendo potabile senza annacquare, avvicinando i lontani senza mai, neanche per un attimo, allontanarsi da Colui che, si sente a ogni frase, sta al centro del suo cuore e dei suoi pensieri, Gesù Cristo”.

Il primo passo da compiere consiste dunque nel liberarsi dall’illusione dell’autosufficienza che traspare nello stesso ‘mito del buon selvaggio’, “secondo il quale l’uomo è buono per natura ed è la società a corromperlo, per cui cambiando la società salveremo anche l’uomo”. La realtà dell’uomo però non è questa da quando egli ha preteso di sostituirsi a Dio, mangiando “quel frutto, quell’unico frutto e non tutti gli altri, che Dio avrebbe voluto riservarsi di staccarlo Lui stesso ogni volta e donarlo con amore, perché l’amore di quel dono diretto era l’unico antidoto. In Cristo questo era il progetto, non drammatico: farci dono Lui, continuamente, della conoscenza del bene e del male, ma noi abbiamo allungato la mano per prenderla, una volta per tutte”. Assecondando il proprio delirio di onnipotenza, la creatura umana si trova piuttosto a sperimentare costantemente la propria impotenza. Dunque “l’uomo – prosegue il sacerdote oratoriano – non è buono, ha un cuore malato ed è questo guasto che lo danneggia, non ciò che viene da fuori. Ognuno di noi dovrebbe guardare a questa malattia che ha dentro di sé, partire da quella, da se stesso, invece di accusare sempre gli altri. L’uomo è abitato da questa contrapposizione tra desideri grandissimi, intelligenza acutissima e limiti: una lotta continua che lo porta a precipitare. Senza Cristo, l’uomo non ce la fa, non riesce”.

Se limite e finitezza contraddistinguono l’uomo in quanto tale, è “transumanesimo – puntualizza padre Maurizio – quando sogno di superare i limiti dell’umano”; così come è “scientismo quando ripongo nel progresso scientifico una sorta di fiducia messianica per la salvezza dell’uomo”. Perciò da una parte è necessario prender coscienza del fatto che “siamo dei nobili decaduti con pretese ingiustificate e sproporzionate rispetto a quel che siamo realmente: un ammasso di limiti incredibile, una bolla che con un niente può scoppiare”. Però dall’altro ciò non deve scoraggiare, perché il credente è chiamato a superare in forza della grazia divina il proprio limite in una maniera del tutto inedita. Infatti “il superamento del limite cristiano è quello che ti porta a vivere la vita di Dio dentro la carne: ‘Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me’ (Gal 2, 20). È questo l’inaudito cristiano: noi siamo piccole creature qua e Dio è irraggiungibile là ma, uniti a Cristo, siamo inseriti nella vita eterna della Trinità”.

Allo stesso modo, nel ‘passo’ dedicato ai social e alla dipendenza da smartphone, padre Maurizio suggerisce come rimedi “un ‘digiuno’, che sia quotidiano o almeno settimanale, e la decisione d’intraprendere attività in cui ti privi volontariamente, anche quando dolorosamente, della connessione”. Imparando a trascorrere più tempo con se stessi infatti si valorizza quella dimensione preziosa del silenzio, che “Satana odia mortalmente e considera assai pericolosa perché è nel silenzio che può essere ascoltata la parola trasformante dell’amore”.

La catechesi sui temi del lavoro e del tempo libero prende le mosse da una constatazione, quella per cui il mercato globale è ormai ridotto “a un oligopolio di pochi e grandi che esclude i tanti e piccoli”, e da una considerazione, ossia che “il dogma dell’efficienza del mercato è una gran panzana, poiché il mercato non detta legge, sono gli uomini e la politica a dover scrivere le regole e a doverlo gestire”. Di qui, rispetto all’attuale modo di vivere la propria professione senza contemplare la possibilità di santificare la domenica, padre Maurizio non fa sconti ricordando che “se Dio ‘ci comanda’ il riposo – e non lo suggerisce, non ci rivolge un invito, non ci dà un consiglio, proprio lo ‘comanda’ – lo fa non solo per la nostra felicità, ma perché sa che una parte di noi, istintivamente, sarebbe portata a non viverlo”. È necessario allora modificare la propria “visione del tempo come ora d’aria rispetto a un lavoro vissuto invece come schiavitù guastatrice della festa” per vivere il proprio otium non quale “tempo ‘libero da’, ma come tempo ‘libero per’, in quanto la festa vera è il luogo dove decidi come utilizzare la tua libertà e porta con sé la logica del dono”. Una logica sicuramente da riscoprire e di cui sembra del tutto priva “la festa moderna, tutta individualistica, in cui ci si stordisce da soli e ci si ubriaca da soli, che è il contrario della festa cristiana che è sempre comunitaria”.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Lewis, oltre a Narnia c’è l’apologeta

Il cristianesimo di Clive Staples Lewis non è soltanto quello che traspare sotto il velo dell’allegoria nel suo straordinario romanzo fantasy Le Cronache di Narnia. I grandi temi della fede cristiana, in particolare la bontà e l’onnipotenza divina, la caduta dell’uomo, il peccato e le sue conseguenze,  e in specie il dolore umano e la morte, sono infatti affrontati dall’autore inglese in una serie di saggi contenuti in The Problem of Pain e pubblicati nel 1940.

Nella prefazione a Il problema della sofferenza (Morcelliana, 2017) egli scrive: “Se qualche parte di questo libro fosse ‘originale’, nel senso di lontano dall’ortodossia, questo è contro la mia volontà e risultato puramente della mia ignoranza”, manifestando così la propria vocazione intellettuale di vero apologeta. Docente a Oxford dal 1925, collega e amico di Tolkien, Lewis passò dall’intuizione ideale dell’esistenza di Dio alla consapevolezza della sua presenza nella vita quotidiana e, di qui, dall’anglicanesimo a una fede cattolica vissuta come esperienza e incontro con Cristo. Allo stesso modo, quanto egli teorizzò ne Il problema della sofferenza confluì nell’esperienza personale del dolore che visse in seguito alla morte della moglie e che raccontò in Diario di un dolore.

Riguardo al tema dell’amore e dell’onnipotenza del Creatore, egli afferma che “la bontà divina differisce dalla nostra non come il nero dal bianco, ma come differisce dal cerchio perfetto la prima ruota disegnata da un bambino”, per cui il compito della creatura è quello di rispondere generosamente a tale chiamata all’amore del suo Creatore. “La nostra più nobile e più alta iniziativa dev’essere risposta, non iniziativa – scrive Lewis – poiché la nostra possibilità di amare è un suo dono e la nostra libertà, una libertà di rispondere meglio o peggio”. A tal proposito, con una chiarezza disarmante e senza mezzi termini, egli precisa, ancora in ossequio alla dottrina cristiana, che “quando vogliamo essere qualcosa di diverso da quel che Iddio vuole che siamo, noi vogliamo ciò che in realtà non potrà renderci felici”.

Relativamente al tema del dolore, egli lo definisce come “il rude gusto della realtà che non è fatta né da noi, né per noi, ma che ci colpisce in faccia”. Il dolore può essere però talvolta anche “il tocco del Maestro”, ovvero una spia intelligente che evita che “possiamo riposare soddisfatti sui nostri peccati e sulle nostre stupidità”. Infatti “il dolore insiste per essere ascoltato. Dio si fa dolcemente sentire nei nostri piaceri, parla alla coscienza, ma nel dolore colpisce; è il suo portavoce per svegliare il mondo sordo”. In tal senso la sofferenza risulta allora come un’arma a doppio taglio, e l’autore de Le Cronache di Narnia ne è ben consapevole, in quanto se da un lato può portare anche “alla ribellione finale e impenitente”; dall’altro, decisamente auspicabile, “è l’unica possibilità di correzione per il cattivo”, perché “rimuove il velo, innalza la bandiera della verità sulla fortezza dell’anima ribelle”.

Riguardo alla meta ultima delle anime e ai novissimi, l’autore inglese evidenzia che se per i dannati “le porte dell’inferno sono chiuse dal di dentro”, poiché costoro sono “schiavi di loro stessi”, al contrario i beati “se si sono sottomessi per sempre all’obbedienza, diventano nell’eternità sempre più liberi”. Il premio che attende le anime fedeli è infatti il paradiso, in cui Dio si dona eternamente alle sue creature e dove ciascuno in una comunione perfetta d’amore e di pace è libero di esclamare con gioia: “Finalmente, questo è proprio ciò per cui sono stato creato”.

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

Per un’etica della virtù e una politica dei diritti umani: La socialità del bene di Giacomo Samek Lodovici

“Dove la verità sul bene è negata, distorta e infangata, dove i desideri spadroneggiano e rivendicano di essere assecondati dal diritto, i cittadini sono in se stessi spadroneggiati dalla tirannide delle pulsioni, prima ancora che dal tiranno”.

Con queste parole Giacomo Samek Lodovici, docente di Storia delle dottrine morali e di Filosofia della Storia all’Università Cattolica di Milano, introduce il profondo legame esistente tra etica e politica e la propria riflessione teoretica ma al contempo divulgativa su bene comune, diritti umani e virtù civili nel suo recente volume La socialità del bene (Edizioni ETS, Pisa 2017, pp. 341, € 22). In proposito egli puntualizza infatti che “se la libertà si sgancia del vero bene”, magari perché lo ritiene inconoscibile, allora si pone “al servizio dell’insaziabile sequela dei desideri del soggetto. Così, illudendosi di coltivare la propria autodeterminazione, in realtà si assoggetta alla schiavitù delle pulsioni stessi”. Difficile non cogliere in tali considerazioni un’eco della nostra società ove, come testimonia soprattutto la ricerca spasmodica di emozioni forti da parte delle giovani generazioni, la capacità della ragione di cogliere il vero e della volontà di assecondare il bene personale e sociale viene frequentemente subordinata piuttosto alla tirannia del desiderio che giunge spesso e volentieri anche a dettar legge e a pretendere un riconoscimento giuridico delle proprie voglie. Per arginare una simile pretesa, occorre invece tener presente che la libertà non è solo «’libertà da’ e ‘libertà di’, ma è anche, e fondamentalmente, ‘libertà per’ il bene», ossia capacità di agire in vista del bene proprio e altrui.

L’uomo non è un homini lupus, come voleva Hobbes, ma è sostanzialmente relazione: egli “viene alla luce in un altro uomo”, come sostiene il professor Botturi. Uscendo da un’ottica individualista, quale è quella propria di colui che “si cura delle relazioni, ma non se ne cura”, è possibile constatare al contrario che “la prima esperienza umana del bene è quella che concerne quel bene che è l’altro”. Il riconoscimento del valore dell’alterità è infatti sia il presupposto per riconoscere il senso della propria identità, sia il criterio per un agire autenticamente morale dell’uomo. Tale dimensione etica ha anche un’immediata ricaduta in ambito politico, dal momento che “la promozione della dignità della persona umana è un fine primario degli Stati”. Per questo motivo, se è “dal concetto di dignità che derivano il principio di solidarietà e quello di sussidiarietà”, occorre allora “ripensare la dottrina dei diritti umani in armonia col concetto di bene comune”, nella lucida consapevolezza che “i diritti della persona sono fini fondamentali degli Stati, sono la conseguenza della dignità e cercano di proteggerla e promuoverla”. Pur fondandosi su tale principio, le attuali democrazie liberali sembrano però aver dimenticato il primato della dignità della persona. Questo principio antropologico, prima che giuridico o etico, è in effetti costantemente disatteso nella prassi politica.

È perciò necessario, secondo l’autore, che lo Stato s’impegni maggiormente a incentivare lo sviluppo di ‘comunità umanizzatrici’ per una fioritura di un’etica delle virtù sociali (fedeltà, altruismo e sollecitudine), delle virtù economiche (laboriosità, inventiva, creatività) e delle virtù politiche (coraggio, lealtà e partecipazione attiva alla vita pubblica) in grado di scardinare le maglie di una società tristemente egolatra e di generare comportamenti “fedeli alla legge naturale compresa dalla coscienza” e dunque realmente tesi alla realizzazione del bene comune. Nell’acuta analisi di Giacomo Samek Lodovici le virtù si rivelano in sostanza come ‘il potere dei senza potere’, ossia quali “declinazioni del bene (morale) necessarie alla civiltà e alla società”, nella misura in cui “esprimono e realizzano la socialità del bene”.

Fonte: FarodiRoma