Il segretario racconta il cardinale Biffi “privato”

Amabilità, schiettezza e semplicità, rapporti senza formalità, passione per la verità, zelo apostolico e soprattutto ironia e sano umorismo sono i tratti distintivi di Giacomo Biffi che emergono dal ‘ritratto familiare’ che ne fa Don Arturo Testi nel recente volume Giacomo Biffi. L’altro cardinale (ESD 2019, pp. 134). Nel suo racconto Don Arturo – primo segretario di Biffi a Bologna, quando quest’ultimo fu nominato vescovo sulla cattedra di San Petronio – ripercorre gli anni compresi tra il 1984 e il 1991. C’è ampio spazio per aneddoti e ricordi personali, ma soprattutto per lo spessore umano, teologico e pastorale del cardinale.

Dal suo carattere traspare una forma di umorismo che abbraccia ogni aspetto della vita, fino a indurlo ad ammettere con ironia che i tortellini bolognesi “sono ancora più buoni se mangiati nella prospettiva del Regno dei Cieli piuttosto che in quella di finire nel nulla”. Tuttavia l’unico vero umorista è Dio. Infatti “l’umorismo è arte rara – scrive il Cardinale –, e deve saper comporre in una sola attitudine dello spirito distacco e partecipazione, oggettivazione e coinvolgimento, trascendenza e immanenza; cosa che riesce bene solo a Dio”.

l suo senso dello humor emerge anche nelle battute di spirito quali: “Quando la visita pastorale in una parrocchia è finita e il vescovo è finalmente partito, il parroco ritrova la sua liberazione”; oppure: “Ricevo i poveri così non vengono a visitarmi per rubare”. E ancora, poiché amava leggere i gialli di Agata Christie, “quando li terminava, aveva anche un pensiero per il successivo lettore dello stesso libro: sul frontespizio, in maiuscolo, gli scriveva il nome del colpevole”. Biffi riusciva ad arginare con la sua ironia anche questioni ben più serie. Perciò così rispose a firme di illustri fiorentini che gli chiedevano di strappare dal muro della sua San Petronio la parte di affresco di Giovanni da Modena che raffigurava Maometto all’inferno, in nome della custodia del dialogo interreligioso: “Prendete tutti i codici che riproducono la Commedia ed espungete i versetti che riguardano Maometto. Poi passate agli incunaboli e quindi alle edizioni a stampa. Quando avrete terminato, non disturbatevi a scrivermi un’altra lettera. Più semplicemente telefonatemi. E allora io sicuramente farò la mia parte”.

Ubi fides, ibi libertas’, questo il motto del suo ministero episcopale. Una libertà, quella di Biffi, che scaturisce e si nutre della Parola di verità per fiorire nella pratica della carità di Cristo. In questa prospettiva si comprende meglio anche il senso profondo della ‘consulenza telefonica’ con Lucio Dalla sui poveri di Piazza Grande e la scelta di aprire per loro ogni sabato a mezzogiorno l’Arcivescovado, specialmente ai senza fissa dimora. Considerando suo maestro ideale il cardinal Charles Journet, Biffi richiamava spesso una sua espressione: “I confini della Chiesa passano dentro di noi”. La sua carità era orientata in particolare “ai preti ammalati, ai quali dedicava una visita prolungata e affettuosa”; mentre “nella Solennità dell’Epifania, dopo la celebrazione dell’Eucaristia, era solito visitare il reparto oncologico dei bimbi ricoverati all’Istituto Ortopedico Rizzoli, portando loro i regali della Befana”.

Salda era l’amicizia con don Giussani e don Lattanzio, che “erano i compagni abituali delle vacanze di don Giacomo”. Quest’ultimo racconta che nel 1969 erano tutti e tre al mare a Senigallia: “Ma mentre Giussani e Lattanzio erano in acqua a nuotare, io ero sotto l’ombrellone a scrivere. Mentre Giussani e Lattanzio erano davanti alla televisione per vedere l’allunaggio, io ero a tavolino a scrivere. Così durante il loro ozio io ho scritto Il quinto evangelo”, un testo che rivela una fede piena di benevolenza. In un’altra circostanza, mentre erano in vacanza a Caprera e stavano recandosi alla tomba di Garibaldi egli, conoscendo l’antipatia del Gius nei confronti di tale personaggio, con una battuta gli disse: “Una requiem aeternam non si nega a nessuno”. Ma Don Giussani manifestò ancora un accenno di contrarietà. Allora il Cardinale rimodulò la sua affermazione, invitandolo a pregare per tutti i defunti. Così finalmente riuscirono a pregare insieme.

Relativamente alla sua tenerezza, il suo segretario ricorda che “il suo sorriso insieme allo sguardo toglieva ogni timore, paura, stanchezza. Era sempre accompagnato dalla delicatezza nelle parole, anche quando mi indicava qualche mio sbaglio o qualche decisione che avevo preso con precipitazione e senza avere una chiara visione delle conseguenze”. Inoltre “era sempre puntualissimo nella Celebrazione eucaristica mattutina, nei pranzi e nelle cene, specialmente quando c’era il risotto alla milanese, nel leggere i quotidiani al mattino, prima della Messa, nel disbrigo della posta giornaliera”.

Don Arturo racconta ancora che Biffi “sedeva in auto sempre davanti e mai dietro. Qualcuno si sorprenderà, ma questo particolare mi ha provocato le sgridate delle guardie svizzere tutte le volte che il Cardinale doveva andare in udienza dal Papa: sia le guardie svizzere sia la gendarmeria pontificia volevano che lui si sedesse dietro, ma testardamente non ha mai accettato”.

C’è infine un’espressione, “Bologna, città sazia e disperata”, che gli viene solitamente attribuita, ma che in realtà egli non pronunciò mai. Fu coniata da un giornalista ed è divenuta poi icastica, poiché in effetti condensava in modo puntuale il suo pensiero.
Anche nella malattia egli seppe abbandonarsi alla volontà di Dio, nella certezza che stava per arrivare, per dirla con Sant’Ambrogio, il ‘Buon Padrone’.

Il Cardinale Biffi è stato dunque “un profeta – conclude don Arturo – nel senso che ha costruito la sua missione di teologo e di pastore sulla roccia, che è Cristo Signore. La persona di Gesù è stata sempre il punto di partenza e di arrivo di ogni sua missione”.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Tra fiaba e teologia, le letture del cardinal Biffi

Collodi, Sant’Ambrogio, Dante, Guareschi, Bacchelli, Chesterton, Tolkien, Solov’ëv sono gli autori preferiti del cardinale Biffi rievocati durante piacevoli conversazioni confluite nel volume Filastrocche e canarini. Il mondo letterario di Giacomo Biffi, a cura di Davide Riserbato e Samuele Pinna, appena pubblicato da Cantagalli per celebrare i novant’anni dalla nascita (1918-2018) di Sua Eminenza.

Il volume raccoglie i contributi di autorevoli studiosi quali Franco Nembrini, Inos Biffi, Alessandro Ghisalberti, Alberto Guareschi, figlio di Giovannino, Maurizio Vitale, Paolo Gulisano, Guglielmo Spirito, Vittorio Possenti e Giacomo Poretti che, con la sapiente ironia che gli appartiene, si sofferma sul senso dell’ironia dello stesso cardinale e arcivescovo bolognese.

“Un cardinale dovrebbe scrivere filastrocche per bambini e allevare canarini”, scriveva Giacomo Biffi. Di qui la genesi del curioso titolo del libro che rivela un tratto significativo della personalità del cardinale che, oltre a essere un “impavido e intrepido araldo della Verità, è stato maestro di buon senso e di sano umorismo”.

Con profonda gratitudine Franco Nembrini ricorda come il commento teologico a Le avventure di Pinocchio di Biffi sia stato il filo conduttore delle sue lezioni di religione per molti anni. Grazie all’acuta lettura della fiaba proposta dal cardinale nel libro Contro Mastro Ciliegia, Nembrini riconosce il proprio ‘debito’ intellettuale nei confronti di Biffi che gli ha fatto comprendere come “la storia di Pinocchio sia in qualche modo la metafora dell’ortodossia cattolica”. E in effetti, secondo tale lettura, Collodi ha avuto un’infanzia cristiana e ha poi rifiutato da adulto la fede, che sarebbe dunque “riemersa nel linguaggio della fiaba”. Infatti Geppetto è figura allegorica del Padre, in quanto per lui “un pezzo di legno non è solo un pezzo di legno”, poiché condivide “lo sguardo che Dio ha sulle cose”. Egli ha un disegno grande per il proprio figlio, è pronto a perdonargli le intemperanze, anche se Pinocchio si dimentica spesso della relazione con il Padre, ammazza la Sua voce che è in lui (il Grillo Parlante), per assecondare la pretesa di diventare padrone della propria vita e del mondo. E così diventa prima schiavo di Mangiafuoco, poi un asino, fino a toccare il fondo nell’esser divorato dal Pesce-cane, che è “il male per eccellenza”. Ma nel ventre del pesce avviene il ritrovamento del figlio perduto e un commovente incontro tra padre e figlio, che segna anche un capovolgimento di ruoli particolarmente significativo, in quanto alla fine è Pinocchio a prendere il braccio il padre e salvare Geppetto, divenendo quindi figura tipologica di Cristo. Allo stesso modo anche la fata turchina è figura allegorica di Maria e della Chiesa.

Se persino una fiaba può meritare un commento teologico, allora la teologia non può limitarsi alla mera esposizione della verità, perché è anche bellezza. Lo testimonia l’apprezzamento del cardinale per gli Inni di Sant’Ambrogio rievocato da Inos Biffi, nei quali “dottrina e affectus giungono al livello della liricità, della poesia e la fede diventa canto o il canto traduce la fede”. Inos Biffi elogia poi “la cortesia e l’affabilità” dell’amico cardinale e confessa di non aver conosciuto, “almeno in Italia magistero episcopale che abbia saputo più felicemente unire la luce della sapienza teologica e il rigore della scienza sacra con la pertinenza della valutazione e dell’applicazione pratica”.

Un’altra passione letteraria del cardinale è rappresentata sicuramente dal Sommo Poeta, se si considera che non trascorreva giorno che Giacomo Biffi non leggesse un canto o almeno qualche terzina della Divina Commedia. Egli considerava il poema dantesco come “un prodigio che, nella molteplicità delle sue meraviglie e nella varietà dei suoi valori, non trova riscontri plausibili”, anche perché “la scienza teologica sostanzia e connota innegabilmente il canto” di Dante. D’altra parte, come sottolinea il professor Ghisalberti, è notevole “la consapevolezza di Dante, secondo la quale egli ha ricevuto un’autorizzazione dall’alto a compiere questo viaggio, con un fine che consiste nell’evangelizzazione in senso lato”.

Relativamente a Giovannino Guareschi, Biffi ha osservato acutamente che la scrittura del celebre autore delle storie di Don Camillo e Peppone “mira ad arrivare direttamente alle cose”. Guareschi racconta infatti il ‘mondo piccolo’ della Bassa in cui viveva in “comunione con le cose” che gli stavano a cuore. Questo tratto della personalità di Guareschi è evidenziato anche dal figlio Alberto che, riguardo alla capacità narrativa del padre conferma che “la sua arte consiste nel fatto di riuscire a rendere semplici le cose senza cadere nella banalità e di avere le chiavi dei cuori dei suoi lettori”.

Nella conversazione con il professore Maurizio Vitale emerge invece il profilo di uno scrittore del Novecento piuttosto dimenticato ma molto caro a Biffi: Riccardo Bacchelli. La sua opera, Il mulino del Po, è considerata dal cardinale “un canto d’amore all’Italia”, mentre in tutta la sua produzione emerge la passione per l’umano dello scrittore e drammaturgo bolognese unita a un sentimento di pietas che si configura quale “amore condolente per quanti condividono con noi la stessa natura di uomini”.

Riguardo a Chesterton, Paolo Gulisano rileva che “una delle frasi più significative che il Cardinale cita è la seguente: ‘Il mondo moderno ha subìto un tracollo mentale, molto più consistente del tracollo morale’”. Dietro tale preferenza si cela la consapevolezza che “la nostra prima preoccupazione nell’approcciare i problemi del mondo contemporaneo non può limitarsi a essere di tipo etico: dobbiamo anzitutto preoccuparci del fatto che esistano comportamenti assolutamente insensati, irragionevoli”. Un esempio? La deriva eugenetica della nostra cultura non è soltanto assolutamente immorale, ma è innanzitutto insensata, poiché denuncia un ottenebramento della stessa ragione. In effetti “Chesterton era un laico che difendeva la fede combattendo in difesa della ragione”. Ed è soprattutto per questo motivo che l’autore inglese è particolarmente caro al cardinale, il quale riteneva che in ogni sua pagina “balena la frase lucente e incisiva che non si dimentica più”. Nel proprio contributo Gulisano ricorda altresì come lo stesso Guareschi sia stato un “appassionato lettore di Chesteron”.

Relativamente a Tolkien e al mondo degli hobbit de Il Signore degli Anelli tanto apprezzato dal cardinale Biffi, padre Guglielmo Spirito afferma che “la loro umiltà, al di là della pietà e della misericordia, li custodisce e permette che il progetto di salvezza si realizzi. Tutto ciò significa veramente cogliere la realtà in una visione di mitezza e di compassione è il cuore stesso del Vangelo! –, e questo Tolkien ce l’ha nel midollo!

Riprendendo Solov’ëv il cardinale Biffi mette in guardia dal rischio profetico di scambiare la Chiesa per un’organizzazione umanitaria. Nel solco della sua riflessione il professor Possenti ribadisce la distanza esistente tra cristianesimo e mera filantropia. Infatti l’espressione del Racconto dell’Anticristo cara al cardinale recita: «Quello che noi abbiamo di più chiaro nel Cristianesimo è Cristo stesso».

Infine Giacomo Poretti racconta i primi passi della sua vocazione di attore, di aver incontrato il cardinale, anche lui come Nembrini, nelle pagine del suo commento teologico alla fiaba di Pinocchio e di averne apprezzato quel sano umorismo che è anche “un bagno d’umiltà”, perché aiuta a essere autoironici e ad avere “uno sguardo positivo anche sulle cose brutte che capitano”.

Le piacevoli conversazioni raccolte in questo volume consentono al lettore, per dirla con le parole dell’arcivescovo di Bologna Matteo Maria Zuppi, di “comprendere Biffi attraverso i ‘suoi’ autori, diventati vere e proprie passioni e che ci ha insegnato a gustare. Questa volta, però, e viceversa, sono proprio loro che ci aiutano a comprendere l’intelligenza e la fede del Cardinale, attento all’umano perché liberamente obbediente solo a Colui che è la Verità”.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana