La realtà secondo i media, tra propaganda e manipolazione

I media informano o fanno propaganda? A questa domanda risponde attraverso un’accurata e acuta analisi della macchina della manipolazione mediatica l’ultimo saggio di Giuliano Guzzo, firma nota ai lettori de Il Timone, dal titolo: Propagande. Segreti e peccati dei mass media (La Vela, pp. 203). “Le notizie non vanno solo apprese. Sarebbe troppo semplice. Vanno anche esaminate”; perché “la verità esiste e, nonostante tutto, resiste. Ma non deve mai essere data per scontata”. È questo anelito al vero, a smascherare ogni forma di menzogna spacciata per verità, a muovere l’indagine di Guzzo soprattutto su temi bioetici.

Edward Bernays, uno degli spin doctor che compare nel novero dei 100 uomini più influenti del XX secolo secondo la rivista Life, nel suo saggio Propaganda, pubblicato nel 1928, ha riconosciuto esplicitamente che “il vero potere dominante è nelle mani di coloro che regolano i meccanismi nascosti della società, concludendo che noi siamo governati, le nostre menti vengono modellate, i nostri gusti formati, le nostre idee ispirate in gran parte da uomini di cui non abbiamo mai sentito parlare”. Non si tratta qui di aderire a teorie complottiste, ma di constatare un dato di fatto.

Per esempio, in relazione all’aborto Bernard Nathanson, il noto abortista americano poi divenuto pro-life, ha rilevato proprio l’intenzionalità manipolatoria della campagna mediatica pro-choice: “Cominciammo convincendo i mass media che quella per la liberalizzazione dell’aborto era una battaglia liberale, progressista e intellettualmente raffinata”. E così “anche se il numero delle donne morte per le conseguenze di aborto illegali si aggirava su 200-250 l’anno, indicammo ai media che era 10 mila. Questi falsi numeri penetrarono nelle coscienze degli americani, convincendo molti che era necessario eliminare la legge che proibiva l’aborto”, ha confessato lo stesso dottore. Anche in Italia si diedero i numeri: 25000 sarebbero state le donne vittima dell’aborto clandestino. Peccato però che tale cifra si sia rivelata addirittura superiore al numero totale delle donne in età feconda decedute nel 1972 che fu pari a 15116. In tempi recenti la copertura mediatica sulle principali emittenti americane della March for Life 2018, nonostante ad essa abbia partecipato anche Donald Trump, è stata di soli 2 minuti e 6 secondi; mentre all’indomani quella femminista ha avuto uno spazio tre volte maggiore, ossia ben 6 minuti e 43 secondi.

Relativamente all’eutanasia, la narrazione del ‘caso pietoso’ è piuttosto strumentale a “un’intenzione non già d’informare le persone, come sarebbe giusto, ma di generare in esse un senso di profonda pietà e indulgenza nei confronti di quanti hanno preferito porre fine alla sofferenza di una persona piuttosto che prolungarne un’esistenza dolorosa”. E così la ragione economica viene anteposta alla dignità del paziente.

Si procede con lo stesso metodo anche riguardo al tema della violenza sulle donne, sul quale si continua a insistere imputandone la colpa principale alla famiglia ‘tradizionale’. Si mistifica in questo modo ancora una volta la realtà, in quanto “la maggior parte delle violenze alle donne non si manifesta all’interno del matrimonio, anzi è vero l’opposto: la condizione coniugale è mediamente una garanzia, rispetto a tutte le altre, per la sicurezza femminile”.

Di frequente diventa legittimo anche ricorrere a palesi fake news, pur di gettare fango sulla Chiesa. Basti ricordare che “si raccontava che Benedetto XVI se ne andasse in giro con scarpe di Prada, quando esse erano in realtà un prodotto artigianale donato al Santo Padre da un artigiano novarese”. Attualmente però pare che la tecnica manipolatoria abbia cambiato il suo registro. “Da qualche tempo – sottolinea infine acutamente Guzzo – si assiste a una sorprendente mutazione genetica che, all’insistenza martellante, preferisce i giochi di parole, alla difesa di un credo la sponsorizzazione di opinioni, alla promozione di ideologie collettive quella di convinzioni individuali, ma non  per  questo meno ideologiche e meno funzionali a logiche di dominio”. Il rimedio resta dunque sempre lo stesso: vigilare e vagliare per rimanere fedeli alla realtà.

Charlie. Sgomento e amarezza tra gli Universitari per la Vita

La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo ha ormai decretato la morte di Charlie Gard, il piccolo di 10 mesi affetto da sindrome da deperimento mitocondriale. “Siamo caduti nel baratro più profondo, nell’aberrazione più nera, nella disumanizzazione più completa”. Con queste parole Chiara Chiessi, Presidente degli Universitari per la Vita, commenta con sgomento e amarezza la decisione della CEDU di porre fine alle cure per il piccolo Charlie, nonostante la volontà contraria dei suoi genitori che si sono offerti di portarlo in America per sottoporlo a una terapia sperimentale a proprie spese e senza alcun ulteriore aggravio per lo Stato.

A nulla dunque è servito l’accorato appello inviato all’attenzione del Presidente della CEDU, l’On. Guido Raimondi, sottoscritto e firmato da 33 rappresentanti di associazioni pro vita e pro famiglia italiane, tra le quali i Comitati ‘Difendiamo i nostri figli’ e alcune sezioni dei Centri di Aiuto alla Vita e del Movimento per la Vita italiano, allo scopo di auspicare un’altra decisione che fosse “di conforto per i genitori e di speranza per la vita di Charlie”: la tutela del suo diritto alla vita. Nel ringraziare pubblicamente i firmatari dell’appello, Chiara Chiessi dichiara con forza che “questo bambino interroga le coscienze di ognuno di noi” e che, dinanzi a tale palese ingiustizia sotto gli occhi di tutti, “non si può stare in silenzio, non ci si può fermare”. Di qui l’esigenza di un rinnovato impegno degli Universitari per la Vita a costruire, mediante attività di sensibilizzazioni soprattutto tra i giovani, “un’Europa in cui la dignità di ogni vita umana, specialmente la più fragile, sia rispettata e difesa dalle istituzioni, dalla società, da tutti”.

Fonte: FarodiRoma