Peppe Diana, il sacerdote che si oppose ai Casalesi

«Occorre riscoprire quegli spazi per una ‘ministerialità’ di liberazione, di promozione umana e di servizio. Coscienti che il nostro aiuto è nel nome del Signore, riaffermiamo il valore anticipatorio della preghiera che è la fonte della nostra Speranza. Ai preti nostri pastori e confratelli chiediamo di parlare chiaro nelle omelie e in tutte quelle occasioni in cui si richiede una testimonianza coraggiosa». Passa anche attraverso queste parole, pronunciate nel corso della sua seconda denuncia pubblica della camorra, l’impegno profetico di don Giuseppe Diana (4 luglio 1958 – 19 marzo 1994), detto Peppe, disposto a essere segno di contraddizione in un territorio avvelenato dalla malavita organizzata.

«Basta con la dittatura armata della camorra», tuona ancora in un altro suo accorato appello, dopo l’ennesima uccisione di un innocente per errore da parte del clan dei Casalesi. Il giovane sacerdote fa sentire la propria voce senza timore. «Non sapeva, forse, che questo era il suo destino. Si riconosceva solo un povero ma solerte lavoratore nella vigna del Signore. Metteva volentieri tutta la sua vita e tutta la sua cultura nella missione universale della sua Chiesa», scrive il vescovo Raffaele Nogaro: «E per la libertà del tuo popolo e per l’amore della tua terra ti hanno immolato».

Anche questa preziosa testimonianza confluisce in Don Peppe Diana e la caduta di Gomorra del giornalista Luigi Ferraiuolo, recentemente pubblicato dalla San Paolo, che racconta la vicenda, il ministero e il martirio di don Giuseppe Diana, evidenziando le ferite del contesto sociale in cui maturò il suo omicidio: «Erano le 7.30 del mattino del 19 marzo 1994, giorno del suo onomastico. La risposta arrivò subito, forte e chiara, come suo solito: “Sono io don Peppe”. Giuseppe Quadrano sparò quattro colpi di pistola al sacerdote che si stava vestendo per la Messa e andò via, tranquillamente come era entrato». Eppure, «dal sangue di don Peppe e di altre 353 vittime sono nati centri sociali, case famiglia, ostelli, realtà per aiutare persone con autismo o disabili o sole, isole ecologiche, associazioni sportive, ristoranti, negozi, agriturismi. Una ribellione collettiva e sempre più forte alla camorra, sfidata nella sua stessa terra e inizialmente con scarso supporto delle istituzioni», come ha osservato Elisabetta Soglio nella prefazione.

Don Peppe ha pagato in prima persona anche la propria decisione «di negare un funerale pubblico a un camorrista, parente del killer che poi lo avrebbe ucciso per conto dei boss», come scrive Ferraiuolo. «In poco più di tre anni, dal luglio del 1991 al marzo del 1994, egli ha saputo insegnare con coraggio e convinzione alla comunità casalese e al mondo che la camorra non aveva ragione e che i clan erano il male. Gli era chiaro che il contesto in cui si viveva nel Casalese era corrotto, amorale, violento e sanguinario». Per questo motivo «don Peppe Diana doveva morire, perché si era spinto troppo avanti. Perché aveva parlato troppo, aveva aperto troppe menti, troppi cuori, troppi occhi. Perché non si potevano impartire i sacramenti ai camorristi, agli assassini. Era diventato troppo esemplare, nel cuore della testa della camorra, perché potesse sopravvivere. Se non fosse stato ucciso quel 19 marzo, per i disegni di Nunzio De Falco e l’opposizione al funerale del parente di Quadrano, sarebbe stato ucciso poco dopo, perché la sua stessa presenza fisica avrebbe intralciato gli affari dei boss. Era una conseguenza diretta della sua predicazione pubblica cominciata anni prima, tra il 1988 e il 1989, e divenuta palese nel luglio del 1991», quando aveva tuonato contro la dittatura armata della camorra.

A 25 anni dalla sua morte, monsignor Lorenzo Chiarinelli ha voluto lanciare «un accorato appello alla popolazione, meglio ai camorristi: O terra amata che conosci il sudore, le sofferenze e le lacrime della nostra gente; o terra bagnata di sangue di non pochi tuoi figli, e ora, da ultimo – che sia veramente l’ultimo – dal sangue di un tuo figlio, ministro di Cristo e della Chiesa, spezza la spirale di follia omicida, ricrea spazi di serenità e fiducia per i tuoi giovani, rifiorisci in messe abbondante di giustizia e di pace… Nessuno in mezzo a te tradisca mai più questa speranza. Il nostro martire don Peppino ha seminato per il futuro».

Nel visitare la sua tomba per omaggiarne la figura, monsignor Angelo Spinillo, vescovo di Aversa, «ha riconosciuto in don Peppino l’impegno e la generosità di tanti, sacerdoti e fedeli laici, che in questa nostra terra vivono e donano speranza». Durante l’Angelus del 20 marzo 1994, il giorno seguente la sua uccisione, il Santo Padre Giovanni Paolo II pregava così: «Voglia il Signore far sì che il sacrificio di questo suo ministro, evangelico chicco di grano caduto nella terra e morto, produca frutti di sincera conversione, di operosa concordia, di solidarietà e di pace». Le tante realtà associative e caritative fiorite a Casal di Principe e non solo, nel solco della sua testimonianza di vita spesa per il Vangelo, testimoniano senza dubbio una condivisione del suo anelito di fede, giustizia e carità.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Don Maurizio Patriciello, testimone di speranza nella terra dei fuochi

«Aurora e Mattia. Hanno entrambi 8 anni. Entrambi sono ricoverati in ospedale. Mattia dona ad Aurora uno spicchio del suo mandarino. Stupendo. Impariamo da loro. Preghiamo per loro. Ho ricevuto dai genitori il permesso di pubblicare la foto. Per portare queste meravigliose creature nelle vostre case e nei vostri cuori. Per far sapere a tutti che Aurora e Mattia sono tra coloro che nella terra dei fuochi lottano, soffrono, sperano. Dio li benedica mille volte». Con queste parole e una foto padre Maurizio Patriciello pubblicava più di un mese fa sulla propria bacheca di facebook il dolore bisognoso di condivisione dei genitori di questi due bambini. È un’immagine di una tenerezza infinita che muove a un’intima compassione.

Aurora e Mattia non sono purtroppo i soli a lottare contro il cancro, che continua a mietere le sue vittime in una piccola striscia di terra compresa tra le provincie di Napoli e Caserta, rimbalzata tristemente agli onori della cronaca locale, nazionale e internazionale come ‘terra dei fuochi’. Sono infatti tante le mamme e i papà e molti i nati di età compresa tra i 22 mesi e i 14 anni che sono saliti al cielo negli ultimi decenni. Don Maurizio Patriciello ha celebrato i loro funerali e ne ricorda i nomi su facebook giorno per giorno in un elenco che sembra destinato drammaticamente a non avere una fine imminente.

Egli ha raccontato nell’auditorium del Centro Sociale di Salerno la sua battaglia quotidiana nella ‘terra dei fuochi’, una terra avvelenata dallo sversamento di milioni di tonnellate di rifiuti speciali, industriali, chimici, farmaceutici, bruciati illegalmente «nelle campagne o ai margini delle strade, che vengono incendiati, dando luogo a roghi, i cui fumi diffondono nell’atmosfera e nelle terre circostanti sostanze tossiche, tra cui diossina; in altri casi i predetti rifiuti sono stati e sono intombati nel suolo, contaminando i terreni agricoli e le falde acquifere con danni incalcolabili per l’uomo determinati dall’avvelenamento della catena alimentare».

«Un patto scellerato tra camorra, industrie e una politica ignava, se non collusa e corrotta» – ha commentato don Patriciello – , sottolineando soprattutto le tragiche ricadute di un giro di affari di milioni di euro consumato sulle salute e la pelle degli abitanti di quelle terre. Terre di quella che fu la Campania felix.

Maurizio Patriciello è di Frattaminore. Si allontanò dalla Chiesa, ma vi fu ricondotto da un incontro, attraverso il quale il Signore tornò a bussare alla porta del suo cuore. Nell’estate del 1985, nei pressi del bosco di Capodimonte, diede un passaggio in auto un frate francescano scalzo. Fu sufficiente quella chiacchierata con fra’ Riccardo perché il Dio vivo fosse riconosciuto nuovamente presente nella sua esistenza. Di lì a poco Maurizio lasciò l’ospedale dove lavorava in qualità di paramedico per entrare in seminario. Ordinato sacerdote a 34 anni, è divenuto parroco di Caivano.

«Nel giugno del 2012 sentii un fetore persistente entrare nella mia casa e in quella dei vicini, mi arrabbiai molto e compresi che il Signore mi chiedeva di agire. Se a questa gente viene rubata l’aria, io posso far finta di non vedere?». Da quella data Padre Maurizio si autodefinisce, con quell’ironia tipicamente napoletana che lo contraddistingue, il «prete della munnezza». «Tuttavia – ci tiene a precisare – non sono né un prete ambientalista, né un prete anticamorra. Sono semplicemente un prete. D’altra parte tutto ciò che riguarda l’uomo riguarda il cristiano». Lungi dall’ingaggiare una personale congiura politica contro i politici di turno, egli vuole innanzitutto «tenere alta l’attenzione al problema». Lo scopo primario della sua missione consiste nell’annunciare il Vangelo, difendendo nello stesso tempo il diritto alla salute della gente della sua terra e soprattutto dando voce al dolore di tante famiglie che hanno perso i propri figli in tenera età.

Quella di Padre Maurizio è anche una battaglia culturale, tesa a ridestare la coscienza di un popolo a cui la criminalità organizzata ha rubato la fiducia e la speranza nel futuro, nella ferma consapevolezza che «chi si ammala muore di cancro grazie anche ai rifiuti tossici provenienti dalle industrie e non dalle nostre case». Una battaglia vissuta in Cristo che ha dato e continua a portare i suoi frutti. Infatti nel 2012 egli si recò dal Presidente della Repubblica con 13 giovanissime mamme che avevano accompagnato nelle lacrime i propri figli al camposanto. All’udire il loro dramma Giorgio Napolitano si commosse fino a piangere. Seguì nel dicembre 2013 una “legge sulla terra dei fuochi”, lo stanziamento di 25 milioni di euro per lo screening sanitario dei pazienti e, di lì a poco, la firma da parte dei vescovi campani di due severi documenti sul tema.

Padre Maurizio si è soffermato ancora sull’attività di “Noi genitori di tutti”, un’associazione di volontari che si preoccupa soprattutto di venire incontro alle esigenze pratiche delle famiglie in difficoltà economiche con bambini ammalati di tumore che necessitano talvolta di cure mediche in centri specializzati situati fuori dalla Campania.

Egli non ha nascosto infine i rischi che la sua missione comporta, le difficoltà e le spine del cammino, come l’amarezza provata recentemente rispetto alla decisione del governo di deviare ben 9,7 milioni dei 10 previsti per continuare ad assicurare la presenza dell’esercito in Campania per garantire la sicurezza dell’Expo di Milano.

Mentre dinanzi a coloro che sulla base dei risultati ottenuti dalle analisi condotte sui terreni finora censiti, sia nel mondo della politica che in quello dell’informazione, minimizzano l’entità del problema e dei danni sulla salute delle persone, don Patriciello cita soltanto due dati significativi. Il primo è tratto da uno studio del geologo Giovanni Balestri, il quale profetizza che il peggio non è ancora giunto, ma arriverà nel 2064 quando il percolato che si sprigiona dalle tonnellate di rifiuti industriali giacenti nella zona vasta di Giugliano avrà raggiunto le falde acquifere. Il secondo è invece il frutto di un’indagine realizzata dal medico Luigi Costanzo. Egli, analizzando le sole richieste di esenzione dal ticket compilate dai malati di cancro col modulo 048 nel distretto sanitario di Frattamaggiore, ha constatato che dal 2008 al 2012 esse sono aumentate del 300%.

Tra le vittime innocenti delle ecomafie vi è anche lo stesso fratello di don Maurizio, ucciso da una leucemia aggressiva lo scorso 19 settembre. Ma il parroco di Caivano non si è perso d’animo e, pur presagendo il rischio di infiltrazioni camorristiche anche nelle stesse operazioni di bonifica delle aree contaminate, rimane consapevole del fatto che «solo la Chiesa può dire la verità nella carità», poiché si pone al di là di ogni sorta di pressione e di interesse politico ed economico e guarda esclusivamente al bene e alla dignità di ogni uomo. Perciò padre Maurizio Patriciello continua a «chiamare a raccolta i buoni e a metterli insieme» e a essere per la sua gente un testimone di fede e di speranza, di una speranza che non può perire e che nessuna violenza può estirpare perché radicata in Cristo Gesù.

Fonte: Agire (Settimanale della Diocesi di Salerno)