Gli angeli, ‘iniziati dell’Incarnazione’

Gli angeli della Natività sono ‘gli iniziati dell’Incarnazione’ (San Gregorio di Nazianzo) perché è stato rivelato loro il mistero del Verbo fatto uomo prima della nascita di Gesù nella grotta di Betlemme. A tali messaggeri celesti è affidato dal Padre il compito prezioso di intervenire “per creare la disponibilità nell’intimo degli esseri umani che nel Natale del Cristo vedono finalmente il compimento di tutte le attese messianiche”. Ma questo è soltanto uno dei numerosi uffici affidati alle creature angeliche, ora come allora al servizio della Maestà divina sia nella liturgia di lode che nell’agire operoso per la sua gloria. Li sottolinea e approfondisce Marcello Stanzione, noto angelologo, nel volume Angeli della Natività. Il Cantico degli Angeli: gloria e pace, edito da Sugarco.

Sin dall’inizio dei Vangeli gli angeli sono inviati per portare la notizia dell’avvento del Messia a Zaccaria, a Maria e ai pastori nei campi. Certo “la prima scena dell’annunciazione di Gabriele a Zaccaria ci mostra come non dovremmo reagire dinanzi ai messaggi di Dio”. In effetti il sacerdote e marito di Elisabetta viene subito ridotto “al silenzio, non soltanto perché non dica più niente, ma perché tacciano anche le considerazioni troppo umane e terrestri con le quali giudica di continuo se stesso e sua moglie. Lo spazio del silenzio è privo di giudizi. In questo spazio del silenzio Zaccaria cambia. Tornerà a parlare solamente alla nascita del bambino”, quando cioè vede compiersi il disegno divino e, per celebrarne la bontà, prorompe con gioia in quell’inno di lode, il Benedictus, che la Chiesa proclama quotidianamente nella preghiera delle Lodi. Di diversa natura è invece il domandare di Maria che, animato da “prudenza e saggezza”, si schiude in un assenso fiducioso al progetto mirabile del Padre che nell’Incarnazione del suo Figlio “si abbassa al di sotto della natura angelica”. Proprio al momento del pronunciamento del suo ‘sì’, secondo Origene, gli angeli sarebbero discesi a prostrarsi intorno alla loro giovane Regina divenuta, nell’istante dell’Incarnazione, grembo accogliente del Verbo divino. Lo stesso arcangelo Gabriele fa poi visita in sogno a Giuseppe perché comprenda più chiaramente il mirabile disegno di Dio che sta per compiersi anche grazie alla sua collaborazione.

Gabriele è dunque l’arcangelo che reca buone notizie e che annuncia la nascita di bambini molto speciali. D’altra parte non poteva “che essere annunciato da ‘Fortezza di Dio’ colui che veniva quale ‘Signore degli eserciti e forte guerriero’”, come nota opportunamente Gregorio Magno. Così, al momento della nascita di Gesù, intorno alla grotta di Betlemme si strinsero due diverse schiere di messaggeri celesti; da un lato gli angeli annunciatori del Natale del Messia, dall’altro gli Angeli delle Nazioni che, come sottolinea Eusebio di Cesarea, “riconobbero subito il loro Signore, venendo gioiosi per servirlo in soccorso degli altri angeli”.

Apparendo in sogno a Giuseppe, è sempre un angelo del Signore a suggerirgli tempi e modi della fuga in Egitto e del successivo ritorno in Israele. Gli angeli del Natale sono anche quelli che scendono dal cielo per illuminare come il giorno la notte santa e annunciare la grande gioia della nascita del Salvatore “a uomini rudi, consumati dalle fatiche e dalle intemperie”, quali sono i pastori. Essi erano infatti considerati ladri e i farisei sconsigliavano di comprare da loro latte e lane, perché erano probabilmente merce rubata. Di qui la loro testimonianza era considerata nulla persino durante un processo in tribunale. Eppure sono loro i primi destinatari dell’annuncio angelico e i primi a udirne il sublime canto che rivela che la pace tra gli uomini sulla terra è intimamente congiunta alla ricerca della gloria di Dio: “il Gloria è intessuto con la pace in terra, poiché in Dio è la nostra pace. Anche se le guerre continuano una cosa rimane: un figlio dell’uomo ha restituito la gloria a Dio! E nella misura con cui una civiltà o un uomo si unisce a questa glorificazione, ci sarà in esso anche la pace”. In quest’ottica è da intendersi “il Gloria recitato o cantato all’inizio della celebrazione eucaristica, il quale costituisce un richiamo al Natale presente in ogni santa Messa, quasi a indicare la continuità vitale che avviene tra la nascita e la morte di Cristo, tra la sua incarnazione e il suo mistero pasquale”.

Nelle meditazioni teologiche e spirituali dei Padri orientali emerge anche un altro particolare significativo: “gli angeli non sono stati in grado di contrastare l’inondazione del male nel mondo. Pertanto ora che Dio stesso viene in soccorso sia degli uomini che degli angeli, gli angeli dei popoli si riuniscono dinanzi alla mangiatoia e prima dei Re Magi depositano innanzi al Divino Bambino le loro corone e i loro scettri da principi del cielo”. In realtà “anche per gli angeli la Natività rappresentò una meraviglia e un mistero nello stesso modo in cui lo fu per gli uomini. Possedevano la conoscenza di molti segreti che la flebile mente umana non era in grado di cogliere, ma nemmeno gli angeli conoscevano, nella loro interezza, i progetti divini. Anche per loro, l’incarnazione rappresentò non solo una rivelazione ma anche un mistero, tale da richiedere nuove vette di umiltà, di amore e di condiscendenza nell’adorazione di Dio. A loro era stato affidato il compito di annunciare la Natività e loro stessi si trovarono in preghiera al cospetto di Gesù Bambino, insieme ai pastori”.

Annunciatori esultanti, adoratori silenziosi del mistero del Verbo fatto carne e nel contempo già pronti “a seguire Gesù “ovunque il suo cammino l’avesse condotto”, gli angeli del Natale sono chiamati allora a “stabilire la pace nel mondo, nella Chiesa e in ogni anima che nasce su questa terra. La pace è prima di tutto il riposo dell’anima nella verità e nella carità. Gli angeli sono veri illuminatori delle nostre intelligenze e si sforzano di farci conoscere Dio e i suoi progetti. Infaticabili nel realizzare la loro opera di luce, approfittano delle più piccole circostanze: di un lutto; di un’omelia; di una lettura; di un film… ci fanno capire le parole che leggiamo e gli avvenimenti a cui assistiamo. Se noi ci indeboliamo, ci sostengono; se tremiamo, ci rassicurano; se pecchiamo, ci riprendono e ci riportano sulla retta via; i nostri angeli, incessantemente, ci incoraggiano al bene; ci animano al dovere e ci spingono alla santità”. Per questo motivo ciascun cristiano è chiamato a coltivare e rinsaldare il legame spirituale con il proprio angelo custode e quello con i Santi Arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele per camminare ogni giorno con passo fermo e deciso nella via del Signore e crescere nella comprensione dei misteri divini a partire dal concepimento verginale del Figlio nel grembo di Maria.

Fonte: LaNuovaBussolaQuotidiana

Dio, angeli, uomini e cosmo nelle visioni di Ildegarda di Bingen

“Riccamente dotata fin dalla più tenera età di particolari doni celesti, santa Ildegarda penetrò sapientemente nei segreti della teologia, della medicina, della musica e di altre arti, scrivendovi sopra numerosi libri e mettendo in luce il legame tra redenzione e creazione. Amò unicamente la Chiesa. Per l’amore ardente che nutriva per essa non esitò a lasciare la clausura del monastero per incontrarsi come intrepida combattente della verità e della pace con vescovi, dignitari civili e persino con l’imperatore, ed anche per parlare alle masse del popolo”. Con queste parola San Giovanni Paolo II tratteggiò il profilo spirituale di Ildegarda di Bingen che il 7 ottobre 2012 Papa Benedetto XVI proclamò Dottore della Chiesa. Accanto a Santa Caterina da Siena e a Santa Teresa d’Avila, Ildegarda è la terza donna della storia a ricevere tale titolo.

Nata nel 1098 in Renania, a soli 8 anni entra in monastero per ricevere un’adeguata formazione umana e cristiana. Successivamente professa i voti e sceglie di vivere secondo la Regola di San Benedetto, divenendo presto badessa del monastero. In un’epistola che scrisse a San Bernardo, la mistica renana effonde così il proprio vissuto interiore: “La visione avvince tutto il mio essere: non vedo con gli occhi del corpo, ma mi appare nello spirito dei misteri. Conosco il significato profondo di ciò che è esposto nel Salterio, nei Vangeli e in altri libri, che mi sono mostrati nella visione. Questa brucia come una fiamma nel mio petto e nella mia anima, e mi insegna a comprendere profondamente il testo”. Il suo anelito spirituale non è tuttavia avulso dal contesto storico e sociale in cui vive. Ne è testimonianza il fatto che, quando l’imperatore Federico Barbarossa impose tre antipapi al pontefice regnante Alessandro III, ella gli ricordò con veemenza che “anch’egli era soggetto al giudizio di Dio”, scrivendogli queste parole ispiratele da Dio: “Guai, guai a questa malvagia condotta degli empi che mi disprezzano! Presta ascolto, o re, se vuoi vivere! Altrimenti la mia spada ti trafiggerà!”.

Nella sua opera mistica principale, lo Scivias (“Conosco le vie del Signore”), Ildegarda racconta “ventisei visioni distinte concernenti la relazione tra Dio e gli esseri attraverso la creazione, la redenzione, e nella Chiesa, oltre a una certa quantità di profezie apocalittiche”. In tali descrizioni si rivela quale “piuma sospinta dal respiro di Dio”, come ella stessa si definisce. Se fin dagli inizi la vita monastica è considerata alla stregua di quella angelica, la mistica tedesca non si limita soltanto a vivere per Dio come un angelo nel sacro ufficio di lode del suo nome e nell’esercizio della carità, ma elabora anche una peculiare dottrina angelica, approfondita dal sacerdote e noto angelologo Marcello Stanzione nel recente volume Gli angeli di Santa Ildegarda (pp. 156, Edizioni Segno 2017, € 12). Gli angeli, secondo Ildegarda, “non solo sono creati ma bruciano e vivono nel fuoco di Dio che è il loro fuoco originario; infatti non hanno veramente le ali come gli uccelli ma sono più simili a fiamme che si librano nel potere di Dio”. Per questo motivo tali creature spirituali si configurano quali “specchi semiriflettenti nel senso che riflettono a Dio la sua immagine”. Ella sostiene altresì che la comunicazione tra Dio e il primo uomo sia avvenuta nella lingua degli angeli, dal momento che “Adamo prima della caduta, era in comunione totale con il regno degli angeli”. Ildegarda condivide inoltre la tesi comunemente diffusa nel Medioevo, secondo cui la creazione degli uomini da parte di Dio sarebbe stata voluta per sopperire alla ribellione degli angeli decaduti, al fine di ripristinare il disegno originario del Creatore e ricostituire così l’unità e l’armonia del cosmo. In una sua visione gli angeli ribelli sono assimilati a stelle nere prive di ogni luce. Anche Lucifero, scrive Ildegarda, pretese: “‘Voglio essere signore e non voglio nessuno sopra di me’. Invece la sua maestà scivolò via e si perse: così diventò il principe dell’inferno”.

Ildegarda è stata dunque una teologa acuta con doni mistici, tra cui anche quello di scacciare i demoni, un’autrice di trattati di botanica, di medicina e, con le sue 155 monodie, “la prima donna musicista della storia”. Morì il 17 settembre del 1179, all’età di ottantuno anni. Pertanto “questa grande donna ‘profetessa’ parla con grande attualità anche oggi a noi, con la sua coraggiosa capacità di discernere i segni dei tempi, con il suo amore per il creato, la sua medicina, la sua poesia, la sua musica, che oggi viene ricostruita, il suo amore per Cristo e per la Sua Chiesa, sofferente anche in quel tempo, ferita anche in quel tempo dai peccati dei preti e dei laici, e tanto più amata come corpo di Cristo”.

Fonte: FrammentidiPace

Le visite dell’Angelo del Portogallo ai tre pastorelli di Fatima

“Un giovane di quattordici o quindici anni, più bianco della neve, che il sole faceva diventare trasparente come se fosse di cristallo e di una grande bellezza”. Con queste parole suor Lucia descrive le sembianze corporee dell’angelo che le si manifesta a Fatima, mentre era insieme ai suoi cugini Francesco e Giacinta, presentandosi come l’angelo della pace, l’angelo custode del Portogallo. Egli dapprima “insegna ai tre fanciulli un’orazione di adorazione alla Santissima Trinità”, poi li “sollecita a realizzare una missione che consiste nell’offrire sacrifici in riparazione per i peccati dell’umanità, in onore e per amore dei Cuori santissimi di Gesù e di Maria”.

Pochi sanno che i tre pastorelli furono preparati a ricevere le apparizioni mariane proprio dalle visite di un angelo. Così nella primavera del 1916 essi apprendono la celebre Preghiera dell’angelo, che egli stesso insegna loro a recitare come una giaculatoria: “Mio Dio, io credo, adoro, spero e vi amo. Vi chiedo perdono per quelli che non credono, non adorano, non sperano e non vi amano”. L’estate successiva l’Angelo del Portogallo li invita nuovamente alla preghiera, ma anche a offrire penitenze e sacrifici di espiazione per la conversione dei peccatori. Orazione, adorazione e riparazione sono dunque il leit motiv delle tre visite dell’angelo, una “preparazione celeste” alle apparizioni della Vergine in Cova d’Iria. Suor Lucia ricorda con gioia il senso di grande pace che le rimase nell’animo anche dopo tali visioni. Perciò scrive: “La forza della presenza di Dio era così intesa, che ci avvolgeva totalmente e quasi ci annientava. Le nostre anime erano completamente sommerse in Dio”. Durante la terza apparizione l’angelo dona la Santa Eucarestia sotto le specie del pane a Lucia e del calice a Francesco e Giacinta, sacramento di comunione e segno visibile del loro ardente desiderio di compartecipare, mediante l’offerta delle proprie sofferenze, all’agonia di Cristo nelle membra del suo Corpo mistico, cioè la Chiesa, per espiare le colpe dei peccatori. Riconosciuta la preziosità di tale dono della Santa Comunione e consapevole che sarebbe morto in età prematura, il piccolo Francesco, nonostante la sua tenera età, se ne stava di ritorno da scuola tutto il giorno in ginocchio per adorare “Gesù nascosto” nel tabernacolo.

Così gli angeli sono i protagonisti anche di una visione tanto bella quanto vera e confortante che interviene a controbilanciare quella tremenda precedente dell’inferno e delle persecuzioni la Chiesa: “Sotto i due bracci della Croce c’erano due angeli ognuno con un innaffiatoio di cristallo nella mano, nei quali raccoglievano il sangue dei Martiri e con esso irrigavano le anime che si avvicinavo a Dio”. Queste parole scritte da suor Lucia sono state mirabilmente approfondite sul piano teologico da papa Benedetto XVI che ne ha rivelato la natura profetica: “La visione della terza parte del segreto, così angosciosa all’inizio, si conclude con un’immagine di speranza, nessuna sofferenza è inutile, ma una Chiesa sofferente, una Chiesa di martiri si converte per la ricerca di Dio da parte dell’uomo. Inoltre dalla sofferenza dei testimoni deriva una forza di purificazione e di rinnovamento perché si attualizza la stessa sofferenza di Cristo e trasmette nel presente la sua efficacia salvifica”.

Il legame della nazione portoghese con il ‘proprio’ angelo è confermata non solo da tali apparizioni a Lucia, Francesco e Giacinta ma anche da autorevoli testimonianze storiche. Il sovrano Manuel I il Fortunato stabilì già nel 1514 che in Portogallo vi fosse una processione solenne ogni terza domenica di luglio per “ricordare l’angelo custode che ha cura di proteggerci e di difenderci, affinché continui a concederci la sua tutela e la sua protezione”.

Quella degli angeli custodi della nazioni infatti non è dunque semplicemente una pia tradizione, ma una profonda verità teologica, come osserva don Marcello Stanzione, uno dei massimi esperti di angelologia e parroco dell’Abbazia di S. Maria La Nova a Campagna (SA) nel suo recente volume: Gli Angeli Custodi delle Nazioni. Cent’anni fa a Fatima l’Angelo del Portogallo parlava ai tre pastorelli (pp. 171, Sugarco Edizioni 2017, € 16). Tale verità affonda le proprie radici nella Sacra Scrittura, in particolare nel libro del Deuteronomio secondo la versione dei Settanta: “Egli fissò i confini dei popoli secondo il numero dei figli di Dio” (Dt 32, 8) e in quello del profeta Daniele dove si parla dell’arcangelo Michele, custode del popolo eletto, e dei ‘principi’ di Persia e di Grecia (cf. Dn 10, 12-21). L’esistenza di angeli tutelari della nazioni è confermata anche dalla riflessione dei Padri della Chiesa. Clemente Alessandrino sostiene che “vi sono degli angeli preposti alle nazioni e alle città”. S. Agostino, nel suo commento al Salmo 88 scrive che: “Quando Dio fece del popolo d’Israele il suo popolo, non chiuse con ciò la fonte della sua bontà alle nazioni straniere, che egli aveva posto sotto il governo degli angeli”. San Tommaso d’Aquino afferma ancora in proposito: “Il compito di vigilare sulle moltitudini umane compete alla gerarchia dei principati o, forse, a quella degli arcangeli”.

Pertanto la missione affidata agli angeli custodi delle nazioni è quella di guidare i popoli, rivelando i disegni di Dio e partecipando al loro giudizio nel giorno della mietitura. Nel caso di Fatima, il fine delle visite dell’Angelo del Portogallo e delle seguenti apparizioni mariane è racchiuso nel significato autentico dell’unico segreto suddivisibile in tre parti e non ancora pienamente compiuto. Sulla scia di quanto rivelato da suor Lucia, il messaggio di Fatima che risuona per l’intera umanità è, per dirla con Benedetto XVI, “l’esortazione alla preghiera come via per la salvezza delle anime e nello stesso tempo il richiamo alla penitenza e alla conversione; con la certezza che il male non ha l’ultima parola”.

Fonte: FarodiRoma

“In lotta contro il maligno”. Il nuovo libro di don Marcello Stanzione

 “Bruciante d’amore e di fervore, egli riverbera la luce divina, proiettandola sugli altri angeli, rivelando loro, con la sua intelligenza sublime, la più alta che Dio ha creata, i segreti divini che, solo, egli è atto comprendere quasi nella loro pienezza”. Muove la propria indagine dalla descrizione di Lucifero e dal ‘gran rifiuto’ di adorare il suo Creatore il recente libro di don Marcello Stanzione, uno dei massimi esperti di angelologia e parroco dell’Abbazia di S. Maria La Nova a Campagna (SA) dal titolo: In lotta contro il maligno. Gli spiriti tenebrosi e noi (pp. 185, Edizioni Segno 2017, € 15).

L’angelo più bello e più intelligente di tutti i Serafini, non appena vide Cristo e la Vergine, si rifiutò di prostrarsi in adorazione dinanzi a due persone, il Signore e Maria, che riteneva inferiori a sé per la loro commistione con la materia, sostituendo così di fatto la propria volontà alla perfezione del disegno divino. Allora fu l’inizio della fine per sé e per gli altri angeli ribelli, divenuti demoni allorquando “pretesero fare a meno della beatitudine soprannaturale che Dio offriva loro per cercare in se stessi e con le loro proprie forze una beatitudine naturale”, disprezzando la grazia divina, come ha acutamente osservato San Tommaso d’Aquino. Di qui, come ha sottolineato l’altro grande Dottore della Chiesa Sant’Agostino, “i Santi Angeli, volgendosi verso il Verbo, divennero luce; i cattivi, dimorando in se stessi, divennero tenebre”. Tra gli angeli santi si distinguono anche gli angeli tutelari dei popoli, i quali “hanno la missione di Raffaele, di guidare i popoli. La missione di portare loro il vangelo della redenzione come Gabriele. La missione di eseguire nei loro riguardi le sentenze divine come Michele”, in quanto parteciperanno al giudizio dei popoli. Come infatti hanno rilevato i Padri della Chiesa il numero dei popoli sarebbe fissato proprio in base al numero di tali ‘angeli di Dio’ (Dt 32, 8). Se Michele è l’angelo del popolo eletto, esistono anche dei ‘principi di Persia e della Grecia, come si legge nel libro del profeta Daniele (Dn 10, 13). In tempi recenti l’esistenza dell’angelo del Portogallo è confermata dalle testimonianze dei tre pastorelli di Fatima, mentre per quanto concerne la protezione angelica delle città, “tra il 1392 e il 1395, Valencia è, sembra, la prima città a instaurare un culto civico all’angelo custode municipale”. Come esistono gli angeli dei popoli, esistono tuttavia anche degli spiriti territoriali maligni, come evidenziato in particolar modo dalla teologia pentecostale, il cui compito è quello di ostacolare l’evangelizzazione della Chiesa in determinati luoghi.

Nel volume l’autore affronta anche un argomento piuttosto controverso sul piano teologico, quale quello relativo al destino ultimo delle ‘anime vaganti’, cioè di quelle anime che non hanno avuto modo di conoscere e amare Dio; di quelle persone morte improvvisamente a causa di un incidente stradale o che hanno scelto il suicidio ma senza piena avvertenza, le quali “errano alla ricerca del loro eterno riposo e il cui giudizio finale è ancora sospeso”. Il libro di don Marcello Stanzione presenta infine anche una corposa appendice con tante preghiere e invocazioni di liberazione dagli spiriti maligni e di richiesta di protezione angelica mediante l’intercessione potente di Cristo, della Beata Vergine e di tanti santi.

Fonte: FarodiRoma