Proclamarsi trans o queer non è più di moda. Tra i giovani – in particolare quelli americani – infatti, identificarsi come transgender e queer è diminuito drasticamente negli ultimi due anni. A dimostrazione, tra l’altro, che molto spesso l’identità di genere e la cosiddetta “autopercezione” è frutto del contagio sociale.
A registrarlo è stato uno studio recente su larga scala condotto dal professor Eric Kaufmann dell’Università di Buckingham, in Inghilterra, secondo il quale la percentuale di studenti che si identificano con un genere diverso dal sesso maschile o femminile è scesa da quasi il 7% nel 2023 ad appena il 3,6% quest’anno. Nella sua ricerca il docente descrive tale significativa inversione di tendenza come «uno sviluppo post-progressista sorprendente e inaspettato che le istituzioni educative e mediatiche saranno riluttanti ad ammettere». E in effetti – osserva ancora lo stesso – «la percentuale di studenti che si identificano come trans si è di fatto dimezzata in soli due anni».
Le statistiche
Pubblicati dal Centre for Heterodox Social Science, i risultati di questa indagine si basano su sondaggi condotti su oltre 60.000 studenti universitari e delle scuole superiori, le cui opinioni sono state oggetto di una rilevazione effettuata nel 2025 nel campus della rinomata Foundation for Individual Rights and Expression (FIRE). All’Andover Phillips Academy – nello Stato del Massachusetts (tra l’altro, storicamente, una roccaforte del Partito Democratico) – e alla Brown University – nel Rhode Island (anch’esso tradizionalmente dem) – è stato registrato un calo ancora più drastico: nella prima università nel 2023 il 9,2% degli studenti si identificava come né maschio né femmina, ma tale percentuale è scesa ad appena il 3% nel 2025. Nel secondo ateneo, invece, la percentuale di sedicenti trans e queer nel 2022-2023 era del 5% ed è oggi del 2,6%. Lo studio ha anche rilevato un calo del 10% rispetto al 2023 del numero di studenti che si autoproclamavano genericamente ‘non eterosessuali’. Di contro l’identificazione in conformità col proprio sesso biologico è salita dal 68% nel 2023 al 77% nel 2025. Un segno evidente «che le mode stanno cambiando», come osservato da Kaufmann.
Le ragioni dell’inversione di tendenza
Secondo l’analisi da lui condotta tale declino drastico non è ascrivibile a cambiamenti legati a fattori politici o religiosi, bensì probabilmente al miglioramento del benessere psicologico e mentale rilevato negli ultimi anni. D’altra parte «una minore ansia e, soprattutto, depressione negli studenti sono correlate a una minore percentuale di persone che si identificano come trans, queer o bisessuali», ha evidenziato ancora lo stesso docente. Insomma, stando ai dati raccolti, la curva decrescente del fenomeno è assimilabile chiaramente allo «svanire di una moda o di una tendenza». Tuttavia «solo il tempo ci dirà se il sostanziale declino dell’identificazione Lgbtq+ tra i giovani americani continuerà».
E in Italia?
Ci sono quindi buone speranze che tale “moda” venga presto abbandonata – e si spera il prima possibile – anche nella nostra Italia, dove però purtroppo sono anche molto insistenti le pressioni dei progressisti sul cosiddetto approccio affermativo. Un modus operandi che, come sappiamo, spinge ad accontentare in tutto e per tutto i giovani che si “autopercepiscono” o si “affermano” come altro. Basti ricordare quanto accaduto all’Ospedale Careggi di Firenze, al centro di un’inchiesta che ha rivelato come siano stati trattati con ormoni bloccanti la pubertà bambini e ragazzi con presunta disforia di genere, senza prima aver effettuato le necessarie e obbligatorie valutazioni psicologiche e psichiatriche. Oppure ricordiamo la toccante e potentissima testimonianza della detransitioner Luka Hein, grazie al tour in Italia organizzato da Pro Vita & Famiglia, che ha messo davanti agli occhi di migliaia di persone i danni irreversibili del percorso di transizione di genere sperimentati sulla propria pelle.