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Nel novembre 2024 l’Australia vieta l’uso dei social agli adolescenti al di sotto dei 16 anni. Francia, Norvegia, Gran Bretagna, Stati Uniti si stanno muovendo nella stessa direzione, sulla scia di una consapevolezza sempre maggiore dei danni causati da smartphone e social media sullo sviluppo cognitivo, emotivo e relazionale (abbiamo affrontato questo tema in particolare anche nel numero 138 della nostra Rivista). Sulla disamina di tali rischi si sofferma in maniera puntuale lo psicoanalista Franco De Masi, già Presidente del Centro Milanese di Psicoanalisi nel recente saggio No smartphone. Come proteggere la mente dei bambini e degli adolescenti (Piemme 2025, pp. 176). 

Dipendenza da smartphone: anche in Italia dati alti tra i minori

Anche nel nostro Paese i dati relativi all’abuso dei dispositivi digitali sono piuttosto allarmanti: ci sono infatti circa 120.000 adolescenti Hikikomori che trascorrono oltre 12 ore al giorno su internet e spesso rimangono svegli anche di notte pur di non separarsi dallo smartphone. A indurre dipendenza non sono soltanto i social, ma anche i videogames, in quanto «chi gioca è attratto dal piacere di cambiare la propria identità e di superare i confini spazio-temporali; di vedere confermare la propria efficienza e bravura». In questo modo si attiva il sistema dopaminergico, alla base del principio di piacere, in forma ancor più grave rispetto alle tossicodipendenze dove sono le sostanze ad attivarlo: nella dipendenza da smartphone è «il cervello stesso a mettere in circolo la dopamina». In generale i sintomi riscontrabili di tale dipendenza sono «la difficoltà di portare a termine le attività quotidiane, le ridotte prestazioni scolastiche, gli stati di euforia, l’isolamento da amici e familiari e, infine, la perdita totale della cognizione del tempo», rileva De Masi. E in effetti, stando a una recente indagine dell’Università Bicocca di Milano, bambini e adolescenti che usano prematuramente lo smartphone ottengono sistematicamente risultati scolastici più modesti.

L’incidenza degli smarthpone sullo sviluppo cognitivo

Lo psicopedagogista australiano John Sweller ha studiato nello specifico l’incidenza degli smartphone sulla memoria di lavoro. Ciascuno ha infatti tre tipi di memoria: a breve e a lungo termine e la memoria di lavoro. L’elaborazione concettuale richiede un richiamo lento e costante dalla memoria a lungo termine alla memoria di lavoro. «Quando siamo nella rete questa trasformazione, per l’eccesso di stimoli, avviene tumultuosamente e noi riusciamo a trasferire solo una piccola parte dell’informazione. Ne deriva un sovraccarico della memoria di lavoro che porta a distrarsi e la distrazione influenza negativamente la capacità di apprendere. L’esito finale è che la nostra comprensione rimane a livello superficiale. La velocità con cui funziona la rete è tale da distrarre continuamente il cervello», osserva acutamente l’illustre psichiatra e psicoanalista. È evidente dunque che soprattutto l’adolescente, scrollando compulsivamente lo schermo dello smartphone, perde continuamente la capacità di concentrazione e attenzione, in quanto «il cervello deve orientarsi nuovamente». E questo effetto aumenta in maniera esponenziale se si considera il numero elevatissimo di notifiche da gruppi e chat che ciascuno riceve costantemente, per cui «ogni nuovo avviso è un’intrusione nella mente, un’altra scheggia informativa che va a occupare lo spazio che sarebbe riservato alla riflessione». Di qui si è disposti a interrompersi ogni volta, a ogni notifica, a prezzo di una frammentazione destrutturante dei pensieri, nella sensazione illusoria di non essere esclusi da nessuno e di riuscire a controllare tutto ciò che accade in tempo reale. Per queste ragioni pensiero intuitivo e costruttivo, specialmente nei giovani, si stanno riducendo drasticamente a causa dell’onnipervasità di strumenti digitali sempre più sofisticati. Rispetto allo sviluppo cognitivo e della sfera emotivo-relazionale dei minori, è necessario tener presente che «se la parte cognitiva della personalità, che viene stimolata positivamente della performance, cresce a spese della parte emotiva e relazionale, come avviene nell’uso eccessivo dello strumento informatico, non è possibile evitare disturbi e sofferenze della psiche. Questo accade soprattutto nel corso dell’adolescenza». Pur riconoscendo «le enormi possibilità di comunicazione», De Masi ritiene che internet abbia veicolato «alcuni funzionamenti regressivi che conquistano la mente umana tramite il piacere dei sensi. La rete attiva la sensazione di scoprire cose nuove, come succede a chi viaggia in territori sconosciuti (‘navigare’ evoca una mente libera di vagare), ma la conoscenza è illusoria, perché si tratta di un mondo fittizio. Il web, dunque, rende reale un mondo di fantasie, visive e auditive, una neo-realtà in cui non è facile separare la realtà dall’illusione». Allo stesso modo «se continuiamo a scambiarci micro-messaggi invece di scrivere frasi e paragrafi, se saltiamo da un link all’altro senza concederci una pausa di riflessione, i circuiti della lettura e della scrittura si indeboliscono o addirittura si disattivano». Infatti, riguardo alla scrittura, la messaggistica istantanea comporta una «riduzione della competenza linguistica per la natura semplicistica e ibrida (emoticon e emoji) del linguaggio usato». Perciò bisogna insegnare piuttosto a scrivere a mano, perché tale attività favorisce lo sviluppo della capacità di memorizzazione. Rispetto alla lettura invece – come rilevato da Maryanne Wolf, scienziata cognitivista dell’Università della California – i bimbini sin dall’infanzia devono sperimentare «la presenza fisica dei libri, condivisi emozionalmente dai genitori». D’altra parte «chi legge sullo schermo lo fa più in fretta e superficialmente»; pertanto i libri digitali favoriscono la distrazione, anche a causa dei molteplici collegamenti ipertestuali, così da consentire un apprendimento minore.

In rete non c’è spazio per la maturazione dei sentimenti

«Le esperienze affettivo-emotive nascono e si sviluppano nel mondo tridimensionale, e non in quello bidimensionale del web. Nella rete c’è scarso spazio per la condivisione dei sentimenti», afferma De Masi. Per esempio il primo innamoramento, che è «un’importante esperienza strutturante che permette di entrare in intimità con l’altro da sé, di capire la sua mente, i suoi bisogni e i suoi desideri» genera quella che in psicoanalisi si chiama capacità di riparazione quale «desiderio di provvedere al bene dell’altro e di renderlo felice perché il bene dell’altro coincide con il proprio. La capacità di riparazione, che comincia dall’infanzia nella relazione con i genitori, in particolare con la madre, è un movimento positivo verso l’altro, un sentimento che alimenta la solidarietà e favorisce la creatività». Chiaramente ciò non si impara mediante i like sui social o scorrendo le pagine web. D’altra parte, lo ribadisce espressamente De Masi, la rete «rende solo capaci di manovrare», per cui funziona «come una madre poco affettiva, capace solo di ammirare i figli per le performance di cui sono capaci». E in effetti tra i pazienti del dottor De Masi vi sono tanti ragazzi, anche brillanti sul piano scolastico, che però si sono completamente ritirati nel mondo virtuale; che si esaltano per le vittorie riportate su mostri fantasmagorici o per aver sbloccati nuovi livelli ai videogiochi di ruolo, trovando in rete l’isola felice, o meglio la propria gabbia, perché lì «non ci sono conflitti o ostacoli emotivi da superare» come nella vita reale.

Il rischio dell’ipersessualizzazione

«Nel mondo informatico si cerca solo il piacere personale e l’autogratificazione sensoriale. Il partner è intercambiabile ed entra in gioco solo per il piacere che offre», scrive De Masi rispetto all’ipersessualizzazione e al cybersex dominante sul web. Di qui «il sesso virtuale è sempre disponibile: non bisogna chiedere niente a nessuno, non si corre il rischio del rifiuto e non si deve neppure pensare a come conquistare il partner. L’oggetto sessuale è al completo servizio di chi lo usa. Poi lo smartphone, con il profluvio di video pornografici, ha anticipato il momento dell’ingresso del giovane nella sessualità, con il rischio di fissarla a una modalità autoerotica». D’altra parte, secondo uno studio del Censis, in Italia il 69% dei giovani tra i 18 e i 25 anni frequenta abitualmente i siti pornografici, mentre altre ricerche confermano che «chi fa uso continuativo della pornografia trova meno soddisfacente il rapporto sessuale con il proprio partner». Parimenti è stata dimostrata anche una connessione molto forte esistente tra consumo di pornografia e comportamenti sessuali aggressivi nei confronti delle donne. Le app di incontri anche soltanto sessuali, il sextinge il revenge porn hanno chiaramente potenziato un business dell’industria pornografici che coi suoi cento miliardi di dollari di fatturato annuale continua a essere l’attività commerciale più redditizia in rete. Basti solo pensare citare un dato: «ogni secondo circa 30.000 persone visitano siti pornografici». Così purtroppo gli adolescenti, nonostante le restrizioni facilmente eludibili e le limitazioni imposte dai genitori, si trovano a esplorare con lo smartphone tali siti sempre più precocemente e si nutrono così di una sessualità senza relazione, ridotta a mera genialità, esibizionismo e voyerismo, che svilisce in special modo la dignità della donna ridotta a mero oggetto di consumo.

Challenge perverse

I social hanno poi pervertito ulteriormente le sfide competitive tra ragazzi fino a farle diventare vere e proprie challenge potenzialmente mortali. Basti pensare alla moda dei selfie sui precipizi; al decalogo che promuove l’anoressia come modello alimentare su TikTok; alle mode dell’autolesiomismo e dell’autosoffocamento per provare il brivido dell’anossia, o a quelle del training surfing, esibendosi attaccati al locomotore del treno per chilometri, e del cybersuicidio, in cui il suicidio è presentato quale scelta coraggiosa ed eroica con tanto di opzioni e soglie del dolore cui volersi sottoporre.

Social e smartphone: ridefiniscono amicizie e modalità di gioco

Anche l’amicizia sui social non è più sinonimo di relazioni personali, bensì viene ridotta a «un indicatore di notorietà nel mondo virtuale». Per quanto riguarda il gioco, c’è un abisso tra la modalità reale e quella virtuale. Se «il gioco nel gruppo insegna a tollerare le frustrazioni, a contenere le emozioni, a sviluppare capacità cooperative, e, anche quando si corre qualche rischio, insegna a proteggere sé stessi e gli altri; nel gioco virtuale, invece, il bambino è solo, non inventa niente perché la sequenza è già preparata, vive in una dimensione non corporea in cui l’imprevedibile, creato da altre menti, accade e crea eccitamento». Inoltre «laddove il gioco infantile ha una funzione rappresentativa ed è destinato a tramontare quando esaurisce il compito di avviare verso la vita reale. Il bambino stesso, a un certo punto, abbandona il gioco perché non stimola più la sua fantasia immaginativa. Nella realtà virtuale, invece, il gioco non ha limiti perché è nato per “viverci” senza tempo». E in effetti mentre nei libri e nei film ci si identifica momentaneamente con un personaggio ma poi si rientra in se stessi recuperando la propria identità, «nel mondo virtuale diventiamo noi stessi il personaggio. Il piacere della realtà virtuale deriva anche dal poter diventare quello che si vuole. Dal poter essere altro da sé deriva un senso esaltante di piacere, di libertà e di onnipotenza» che alimenta il desiderio di avere un proprio avatar nel metaverso. Di qui, fornendo continui stimoli eccitatori, «la realtà virtuale che si richiama alla libertà della fantasia paradossalmente ne uccide la creatività perché, saturando gli organi percettivi, favorisce la passività e la dipendenza».

Smartphone, i suggerimenti dello psicoanalista e il ruolo decisivo dei genitori

Occorre dunque correre ai ripari prima che sia troppo tardi. Anche perché sono già tanti i genitori che utilizzano, più o meno consapevolmente, lo smartphone «come baby-sitter quando il bambino è inquieto o può disturbare gli adulti». In realtà però, come puntualizza De Masi, «il cellulare eccita la mente del bambino, lo distrae ma non lo calma. Si calma solo apparentemente, anzi diventa sempre più eccitato e non tollera che questa esaltazione sia interrotta dai genitori». Per questo motivo lo psicoanalista De Masi suggerisce ai genitori, quale linea educativa generale, di dare in mano a un bambino un cellulare solo coi numeri di genitori e familiari o al massimo uno smartphone con parental control da usare esclusivamente sotto stretta supervisione di un adulto. D’altra parte la personalità di bambini e adolescenti si forgia nella vita reale, imparando gradualmente a fronteggiare avversità e frustrazioni, mentre «like e numero di follower incrementano il narcisismo personale indebolendo l’individuo, che si abitua ad affrontare la vita solo se gratificato, nella continua ricerca dell’evasione piacevole». E ciò è assolutamente deleterio, come si è visto, per la crescita e lo sviluppo psicofisico, emotivo e sociorelazionale dei minori.

Fonte: Notizie Pro Vita e Famiglia (ottobre 2025)

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