Il piano inclinato della morte: quando si apre uno spiraglio, anche piccolo, si arriva poi a spalancare le porte a derive molto più grandi e tragiche. Succede quando si parla di suicidio medicalmente assistito ed eutanasia e accade in quei Paesi tanto decantati come “all’avanguardia” e “pionieri” sul tema del fine vita – come Belgio e Olanda – che per alcuni sarebbero addirittura esempi per la nostra Italia. Ebbene, ciò che sta accadendo proprio in Belgio e Olanda dovrebbe semmai spaventare l’Italia e i nostri parlamentari, soprattutto quelli di centrodestra, che stanno portando avanti una proposta di legge mortifera sul suicidio medicalmente assistita e contro la quale Pro Vita & Famiglia è da settimana in prima linea, in particolare con una petizione popolare che ha raccolto quasi 30.000 firme.
Suicidarsi a 26 anni
Uno degli esempi più tragici – e recenti – è quello di Siska De Ruysscher, una ragazza belga di soli 26 anni in procinto di ricevere l’iniezione letale già questo novembre. È purtroppo la tragica punta di un iceberg, se si pensa che soltanto nel 2024 il Belgio – secondo Paese europeo, dopo l’Olanda, a legalizzare il suicidio assistito nel 2002 – ha registrato ben 4.000 richieste di eutanasia. Tra quelle pervenute, come abbiamo già raccontato, vi sono anche quelle di pazienti depressi, soli e con un senso di vuoto esistenziale desiderosi di farla finita. Insomma nel Paese il suicidio assistito legale ha rotto ogni argine e si offre drammaticamente la “dolce morte” di Stato anche agli under 30. Violentata e abusata sin dalla tenera età quando frequentava la scuola primaria, Siska De Ruysscher era già a 13 anni una «potenziale suicida», secondo quanto racconta il blog di bioetica Génétique. Avrebbe voluto farla finita l’anno successivo e quello dopo ancora. Sarebbero infatti addirittura oltre 40 i suoi tentativi di suicidio finora documentati. Così il sistema sanitario belga ha deciso di accontentarla. Non solo, Siska ha recentemente “denunciato” «le carenze nella gestione dei disturbi psichiatrici» da parte del sistema sanitario del Paese. «A prescindere dal mio percorso, molte cose potrebbero essere diverse e migliori», auspica ancora la giovane in un’ulteriore dichiarazione, lasciando intendere sottotraccia che magari non sarebbe giunta a chiedere l’eutanasia se avesse avuto qualcuno accanto – Stato compreso – ad assisterla e supportarla sul serio; a farle comprendere che la sua vita, come tutte, è degna di essere vissuta pienamente e fino in fondo, piuttosto che a invitarla più o meno indirettamente a farsi da parte e togliersi di mezzo.
La deriva eutanasica in Canada
In materia di suicidio assistito anche il Canada, purtroppo, non è da meno. Legalizzata nel 2016 quale «legge di tolleranza» tramite l’ormai famoso programma Maid (“Assistenza medica alla morte”), l’eutanasia è ormai un servizio disponibile quasi per tutti. Viene proposta in ospedale come opportunità persino durante le visite mediche di routine ai disabili gravi – come racconta Krista Carr, amministratrice di Inclusion Canada – e ai malati gravi, sebbene non considerati incurabili dal sistema sanitario. Insomma, il rischio di contagio sociale è molto elevato e la concessione di tale opzione anche per i malati che non sono in uno stadio terminale sta provocando un pericoloso “effetto domino”. Pertanto non si esclude che tale pressione culturale possa incidere nell’estensione del presunto diritto alla morte anche ai «depressi cronici», come rilevato da Carr nel corso di un’audizione promossa dalla Commissione parlamentare per le Finanze. La stessa relatrice ha osservato ancora che si è giunti al punto che pazienti con Parkinson, con malattie neurodegenerative o con disturbo dello spettro autistico grave «hanno ora paura» di recarsi in ospedale per le visite ordinarie proprio perché temono venga loro suggerito quale opportunità il suicidio assistito di fronte a sofferenze prospettate quali «inutili e intollerabili», magari anche solo per non essere più un costo sociale sulle spalle dei contribuenti.
E in Italia?
Queste derive eutanasiche in Belgio e Canada costituiscono senza dubbio, come abbiamo già detto, una prova di come un Paese possa iniziare a offrire la morte come soluzione solo per i più fragili per poi far saltare ogni argine legale e così giungere a mettere a disposizione la possibilità del suicidio assistito davvero a chiunque. Anche l’Italia rischia di scivolare su questo crinale, qualora decida di dotarsi di una legge sul suicidio medicalmente assistito, in particolare se pensiamo a quella portata avanti dal centrodestra come una sorta di “male minore”. Perché il male, al di là dei gradi, è e permane tale. Di qui, al fine di scongiurare qualsiasi iniziativa legislativa in materia, è necessario continuare a mobilitarsi, per esempio firmando e facendo sottoscrivere la petizione di Pro Vita & Famiglia per sovvertire l’imperante cultura dello scarto dei più fragili.