«È vietato l’accesso dei minori a contenuti a carattere pornografico, in quanto ne compromette il benessere fisico e mentale», recita l’art. 13 bis del Decreto Caivano del 2023. A fargli l’art.28 del Digital Services Act: «I fornitori di piattaforme online accessibili ai minori adottano misure adeguate per garantire un elevato livello di protezione dei minori». Tutto corretto, ma solo a parole. Ebbene sì, perché nonostante la normativa vigente italiana ed europea parli chiaro, oggi a un minorenne basta sostanzialmente un click per accedere a contenuti sessualmente espliciti. E i dati su quanti bambini e ragazzi riescano a farlo sono eloquenti.
Le allarmanti statistiche
Nel nostro Paese durante l’adolescenza l’88% di bambini e ragazzi (e il 40% di bambine e ragazze) guarda video pornografici sul web. È infatti questo il dato allarmante rilevato dall’Istituto di Ricerche sulla Popolazione e le Politiche Sociali del Cnr e riportato recentemente dalla rubrica DataRoom di Milena Gabanelli sul Corriere della Sera, il quale registra anche che tra gli adolescenti 1 su 4 matura (a causa del porno) la convinzione che il sesso sia una relazione di dominio dell’uomo sulla donna. E in effetti nel nostro Paese «dei circa 6 milioni di minori tra gli 8 e i 16 anni, il 94% utilizza lo smartphone, ma sono però solo 1,2 milioni i telefonini con il parental control», ovvero il sistema di protezione che impedisce loro l’accesso ai contenuti per adulti e per la cui obbligatorietà anche Pro Vita & Famiglia è scesa in campo, già da anni, con una petizione popolare e una Campagna su scala nazionale, proprio per proteggere i minori dall’iperdigitalizzazione e dall’ipersessualizzazione sul Web.
La nuova normativa
Tornando alle leggi, dopo l’inchiesta della Commissione europea nei confronti di Pornhub e XVideos rispetto alla mancata tutela dei minori in rete, le principali piattaforme dell’industria pornografica dovranno ora adeguarsi a una nuova normativa più stringente. Dal prossimo 12 novembre infatti tutti i siti a luci rosse – (l’Authority sta già predisponendo una lista che sarà costantemente aggiornata), compresi quelli con sede all’estero e business nel nostro Paese – devono provvedere a impedire l’accesso ai minori, pena sanzioni e immediato oscuramento. I siti di contenuti pornografici saranno dunque tenuti a verificare che i loro fruitori abbiamo compiuto almeno 18 anni, ma non possono farlo direttamente per non violare la tutela della privacy, per cui sarà un’app dedicata a rilasciare un token quale codice numerico necessario all’utente per consentirgli l’accesso. Dal 2026 tale app, sviluppata dal consorzio svedese e tedesco T-Scy, integrerà le proprie funzionalità con il portafoglio digitale europeo e sarà presto testata in via sperimentale da Italia, Danimarca, Francia, Grecia, Spagna.
Le restrizioni attuali in Europa e negli Usa
Al di là della prossima sperimentazione, contro il dilagare della pornografia in rete sono numerosi i Paesi che hanno già fatto qualcosa o lo stanno facendo. Come il Regno Unito, dove vige attualmente l’Online Safety Act, per cui per accedere a Pornhub occorre registrarsi con email, carta di credito o cellulare. In Francia, invece, per accertare l’età degli utenti i siti a luci rosse devono far riferimento a società esterne, per le quali inizialmente anche l’invio di un selfie poteva essere sufficiente. Eppure a giugno scorso tale misura è stata avversata da Aylo – società leader mondiale della pornografia online – la quale ha così oscurato nel Paese i suoi siti tra i quali Pornhub, RedTube e YouPorn, proponendo un’immagine della giovane eroina che incarna la République con lo slogan: “La libertà non ha pulsanti di spegnimento”. «Se decidono di andarsene tanto meglio! Ci saranno meno contenuti violenti, degradanti e umilianti accessibili ai minori in Francia. Adieu», ha subito commentato il ministro francese per la parità Aurore Bergé. Di qui un altro sito – Xhamster – ha fatto ricorso in tribunale, ma alla fine il Consiglio di Stato ha ribadito la legittimità della norma approvata e sanzionato quei siti che non si adoperavano adeguatamente nel verificare l’età dei propri utenti. In America, poi, sono ben 24 gli Stati che hanno già adottato nel merito norme adeguate di verifica dell’età, nonostante alcuni ricorsi. Come in Texas dove diversi siti si sono appellati al Primo Emendamento e hanno fatto ricorso contro la legge che consente l’accesso soltanto previo invio di dati bancari, ma la Corte Suprema ha risposto ribadendo che simili restrizioni – allo scopo di garantire una maggior tutela dei minori – non violano affatto la libertà di espressione. E ancora, in Lousiana – dove dal 2023 l’accesso ai siti porno è consentito solo tramite carta di identità elettronica – Youporn e simili hanno «riscontrato una diminuzione degli accessi dell’80%». Insomma, tali restrizioni stanno cominciando gradualmente a portare i primi frutti anche se, stando a quanto rileva la società di verifica dell’identità Sufti, un nativo digitale su 4 continua ad accedere ai siti a luci rosse in maniera illecita. E lo fa talvolta ricorrendo ai documenti d’identità dei genitori, attivando la navigazione in anonimato, oppure presentando selfie invecchiati con l’AI.
Non solo ipersessualizzazione
Ma i pericoli non sono finiti qui. Perché oltre alla piaga della pornodipendenza, tra i danni maggiori dell’iperdigitalizzazione rientrano anche dipendenza da smartphone e il cyberbullismo, compresi i rischi troppo spesso sottovalutati della pedopornografia online e dell’adescamento di minori in rete, come denunciato a più riprese da Pro Vita & Famiglia con la già citata campagna “Piccole Vittime Invisibili” che è ancora possibile sottoscrivere, allo scopo di proteggere i bambini e tenerli lontani da immagini perverse e sessualmente esplicite.