«Il bene si fa, ma non si dice. E certe medaglie si appendono all’anima, non alla giacca». Basti questa breve citazione a far comprendere lo spessore umano prima che agonistico di Gino Bartali, una leggenda del ciclismo italiano, alla cui figura il giornalista Angelo De Lorenzi ha dedicato un’interessante e documentata monografia fresca di stampa Bartali. L’uomo e lo sportivo (Ares 2026, pp. 208). Il Timone lo ha intervistato per approfondire la figura di questo grande campione in sella e nella vita.
Quali sono le principali caratteristiche di Gino Bartali che lo hanno reso un vero campione in sella?
«Sicuramente Bartali ha dimostrato di avere grandi potenzialità, di essere un corridore molto forte e avvezzo alla fatica, soprattutto dagli inizi della carriera fino alla guerra, sostanzialmente prima dell’arrivo del rivale Fausto Coppi. D’altra parte Bartali vinse il Tour de France la prima volta nel 1938 – quando il ciclismo era ancora eroico, basato sulle lunghe percorrenze e caratterizzato dalle strade dissestate – e poi nel 1948, a dieci anni di distanza. Riguardo alle sue caratteristiche tecniche, Bartali ha vinto quattro volte la Milano-Sanremo, che è ora una corsa per velocisti. Pur non essendo un velocista, era un corridore di grande qualità tecnica, per cui riusciva comunque a essere veloce nelle volate ristrette. Per cui, anche dopo una gara di 300 km, sopravanzava gli avversari. Il libro ripercorre anche le sue prime scorribande con la bicicletta, che usava anche per andare a scuola e per scoprire nuove possibilità di divertimento, esplorando un po’ il mondo oltre alla sua Ponte a Ema, piccola collinetta vicino Firenze».
Nella sua indagine sulla figura del grande campione, cosa l’ha colpita maggiormente sotto il profilo umano?
«Non ho voluto scrivere un’agiografia del personaggio per cui, come ogni uomo, aveva lati positivi e negativi. Anche lui aveva un po’ il suo caratteraccio, come si evince in particolare nella rivalità con Coppi, contro il quale battagliava e borbottava senza troppe remore. Quello che però mi ha sempre colpito della sua personalità sono schiettezza, autenticità in tutte le sue manifestazioni e generosità, che lo sospingeva a compiere molte buone azioni senza vantarsene».
Quale aspetto della sua vita ritiene possa essere particolarmente esemplificativo delle sue virtù?
«Aveva un rapporto molto stretto con la sua parrocchia e con diverse comunità religiose, con alcuni frati che andava spesso a trovare, portando loro dei doni anche per i poveri. E di questo non ha mai fatto pubblicità».
Intramontabile, Uomo di ferro, Gino il Pio, Gino il Vecchio, Ginettaccio e poi Gino il Giusto. Sono alcuni dei principali soprannomi coi quali veniva chiamato Bartali. Quale di questi preferiva e quale lo faceva maggiormente sorridere?
«Come ho scritto nell’introduzione, sono tutte etichette e tentativi di classificarlo. Era un ‘uomo di ferro’, per la sua capacità di sopportare fatiche inenarrabili, un vero atleta di resistenza. Veniva chiamato ironicamente ‘Gino il Pio’ da un certa Italia un po’ anticlericale; ‘Gino il Vecchio’ è arrivato invece dopo. Credo avrebbe preferito ‘Ginettaccio’ in qualità di vezzeggiativo amichevole, e dunque come appellativo più concreto e simpatico».
Gino Bartali non ebbe paura di rischiare la vita per salvare centinaia di ebrei. Un eroismo senza clamore che nel 2013 gli è valso dallo Yad Vaschem il titolo di Giusto tra le Nazioni.
«Anzitutto bisogna partire dal presupposto che questa vicenda non è mai stata resa pubblica dall’interessato, se non mediante qualche velata ammissione in alcune circostanze e con suo figlio. Nel mondo ebraico si è pure istituito un processo di raccolta di testimonianze e verifica dei dati nel merito: Bartali avrebbe portato, nel corso dei suoi allenamenti e in giro per l’Italia, documenti falsi all’interno della sua bicicletta, che gli avrebbero così consentito di contribuire a salvare circa 800 ebrei. Anche nella sua abitazione familiare avrebbe nascosto numerosi ebrei in fuga. Tuttavia di questa vicenda, ricostruita a posteriori da alcuni colleghi giornalisti e storici, non esiste una prova documentale. Nel libro affronto tale dibattito, prendendo le mosse dalla conferenza Il caso Bartali tenutasi presso la Comunità ebraica di Milano il 12 dicembre 2021, il cui video è tuttora disponibile su YouTube, nel quale vi è tra i relatori anche Renzo Ventura – avvocato penalista presente al convegno in veste di testimone quale figlio di una famiglia ebrea ospitata da Bartali -, il quale racconta in sostanza cosa gli ha riferito sua madre riguardo a tale operazione di salvataggio».
Cosa traspare infine riguardo alla sua fede?
«Nell’epistolario di Bartali, composto di 200 lettere d’amore inviate alla fidanzata Adriana – che poi diventerà sua moglie – traspaiono in modo speciale la sua umanità e religiosità. Come anticipato anche nel mio libro Gino Bartali. Un ‘santo’ in bicicletta, durante le giornate di riposo del Tour de France, Bartali racconta di recarsi al santuario di Lourdes oppure, durante altre tappe del Giro d’Italia, di visitare quello di Pompei. Egli andava volentieri a pregare nei santuari mariani perché nutriva una grande devozione alla Madonna. Di tali visite vi è ampia testimonianza nei suoi resoconti ad Adriana. Aveva inoltre anche una devozione particolare per Santa Teresina di Lisieux, in ossequio al sentimento di devozione popolare francese, e ciò ha sicuramente contribuito ad agevolarlo nell’essere applaudito come campione al Tour de France. Infine aveva buoni rapporti con i Papi e in special modo con il cardinale Schuster, il quale coglieva nello sport un fattore importante di formazione per i giovani».