Nella Turchia di Erdogan i cristiani sono una presenza discreta e una minoranza più silenziata che silenziosa. Pur vivendo in un contesto socioculturale e politico non sempre facile, custodiscono tra pressioni e discriminazioni il fuoco dello Spirito Santo testimoniando la presenza di Cristo vivo e vero in un contesto prevalentemente islamico. Per approfondire la dimensione missionaria della loro presenza la Nuova Bussola Quotidiana ha intervistato padre Claudio Monge, sacerdote domenicano e direttore del Dominican Study Institute di Istanbul.
Padre Claudio, quanti sono oggi i cristiani in Turchia?
Non esistono censimenti ufficiali e aggiornati e i dati sono molto influenzati anche dai consistenti flussi migratori, che si caratterizzano per la loro instabilità. Credo si possa parlare comunque di 300.000 cristiani, considerando tutte le appartenenze tra chiese ortodosse e cristiano-orientali storiche, cattolici latini e una nebulosa di chiese domestiche evangeliche.
Com’è attualmente la situazione delle diverse comunità nella capitale in particolare e, più in generale, nel Paese?
Le comunità storiche orientali – di rito siriaco, armeno e caldeo – mostrano una certa stabilità nella partecipazione generica al rito domenicale, ma senza molte altre iniziative di formazione o di incontro settimanale. Le comunità cattolico-latine, invece, cambiano continuamente volto: da un lato la vivacità delle appartenenze etnico-nazionali (pensiamo alle grandi congregazioni africane, in particolare congolesi e nigeriane, o ai filippini), e una crescita indiscutibile dell’universo turco nelle comunità cattolico-latine e nel mondo protestante. Serve dunque una grande flessibilità linguistica, oltre a un forte investimento nella lingua turca. Certo, fuori dai grandi agglomerati urbani la situazione è molto più complessa, per la mancanza di una presenza stabile di animatori delle comunità e di luoghi adeguati di accoglienza cristiana nel contesto rurale o nelle cittadine di provincia. In questa direzione, la Chiesa latina sta compiendo molti sforzi.
Quali sono i frutti più belli che ha avuto modo di constatare nel corso del suo ministero a Istanbul?
La presenza plurisecolare dei Frati Domenicani in terra di Turchia oggi non si caratterizza soltanto per un ministero pastorale classico, ma anche per un’intensa attività culturale attenta innanzitutto all’incontro con il mondo turco, incentrata su una maggiore conoscenza reciproca al di là dei molti, troppi, stereotipi presenti da entrambe le parti. I frutti di tutto questo vanno ben oltre i meri dati statistici ed è solo una frequentazione rispettosa del quotidiano che permette poi anche fecondi momenti di visibilità comunitaria pubblica. Resta nella memoria di tutti il raduno festoso e orante di circa cinquemila cattolici di quattro riti alla Volkswagen Arena – con diretta televisiva mondiale assicurata dalla rete nazionale turca – in occasione della visita di papa Leone XIV ad Ankara, Istanbul e Nicea.
E quali invece le principali difficoltà che sta riscontrando?
Le difficoltà quotidiane dei cristiani in Turchia sono innanzitutto interne alle comunità stesse: andare oltre un solido cammino pre-catecumenale e catecumenale in preparazione al battesimo, per dare sostanza a un quotidiano ispirato al Vangelo e non limitato alla sola partecipazione liturgica eucaristica domenicale; oppure implementare una testimonianza ecumenica che sappia riaffermare la centralità del mistero pasquale, prima delle tipicità di comunità un po’ ripiegate su se stesse. Non mancano poi le difficoltà burocratico-amministrative – più che le ragioni religiose – che colpiscono soprattutto quella parte, ancora leggermente maggioritaria, di cattolici stranieri privati dei normali diritti di cui gode un cittadino turco: servono maggiore chiarezza sullo stato giuridico delle comunità e delle loro proprietà, così come percorsi più definiti nelle spesso tormentate pratiche per i permessi di soggiorno. In questo caso, però, le cause sono da ricollegare piuttosto ai limiti e alle rappresaglie della diplomazia internazionale, espressione degenerata di politiche identitarie-nazionaliste autoreferenziali.
I cristiani sono costretti a subire persecuzioni, anche sottili, nel Paese?
In Turchia, il quadro costituzionale impedisce palesi persecuzioni per motivi religiosi; talvolta sono le discriminazioni a essere sottili, ma affondano le loro radici in un humus politico-culturale più che religioso e, in questo senso, possono riguardare non solo i cristiani in quanto tali, ma anche migliaia di musulmani appartenenti a espressioni dell’islam marginalizzate come non pienamente ortodosse. Anche in Turchia, in una società post-secolare, la visione polarizzata di un mondo spartito tra islam (considerato come un monolite) e cristianesimo (anch’esso considerato come un monolite) è oltremodo semplicistica e troppo superficiale per descrivere il quadro reale. Certo, i “poteri forti” strumentalizzano ben volentieri il religioso e le religioni, per motivi che hanno ben poco a che vedere con le religioni e, ancor meno, con le fedi.
A Istanbul stanno aumentando le conversioni alla fede cristiana – anche rispetto a quanti chiedono il battesimo anche magari da adulti – e le vocazioni al sacerdozio?
Coloro che chiedono di iniziare un cammino di discernimento e di formazione – non meno di tre anni – per essere ammessi al battesimo sono tutti adulti, per tutelare il più possibile la libertà di scelta. Rappresentano contesti e storie talvolta molto diversi: sono uomini e donne, in genere assai giovani, che imparano progressivamente a uscire da un approccio individuale al cristianesimo, per scoprire l’importanza di una dimensione comunitaria. Stanno sicuramente cambiando il volto di una Chiesa cattolica non più solo “in” Turchia, ma “di” Turchia. Ancora una volta non ci interessano le statistiche, ma il fatto che imparino a essere lievito per il bene di tutta la società, attraverso cui agisce lo Spirito – e non noi – con i tempi che sono suoi. Per le vocazioni alla vita consacrata o al sacerdozio è ancora molto presto: c’è un lungo cammino per imparare la fedeltà quotidiana al Vangelo.
C’è un episodio, nel suo apostolato in Turchia, legato al dialogo tra cristiani e musulmani – non teorico ma concretamente vissuto – che custodisce particolarmente nel cuore?
In tanti anni di vita in terra di Turchia gli episodi sono numerosi e tutti concreti, perché il dialogo teorico e non concretamente vissuto non esiste o, meglio, non è vero dialogo. Il dialogo non è solo conoscere l’altro, ma riconoscere che l’altro vive qualcosa di profondo e sincero all’interno del suo cammino spirituale. Si moltiplicano allora le occasioni e gli incontri significativi: l’ospitalità nei rispettivi luoghi di culto, l’attenzione, un messaggio in occasione dei tempi forti della vita spirituale di ciascuno, la necessità di confrontarsi su preoccupazioni comuni a livello educativo o di cura per le categorie più fragili della società in cui si vive, senza distinzioni tra “i nostri” e gli altri. Zeynep, Elif Fatime, Ahmet, Engin: il dialogo, per chi vive da anni in un determinato mondo, rimanda a storie, volti, competenze e impegno appassionato. Talvolta è anche una parola di incoraggiamento reciproco, quando si è feriti da chi vive invece per distruggere tutto questo: un’esperienza che si fa a tutte le latitudini, non solo in Turchia.
Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana