La vita è bella anche nella malattia. È questo il cuore di Ciò che mi sorprende (Ares 2026, pp. 144)di Mary Sangalli: «Non è una storia, ma una vita, una vita reale, di una donna, sposa, mamma, con tutte le gioie e le fatiche, con tutta la ricchezza del proprio desiderio, con tutta l’attesa, propria di ogni uomo», come osserva don Eugenio Nembrini nella prefazione al volume autobiografico dell’autrice ancora fresco di stampa. Sposa e madre di quattro figli, Mary lo ha scritto con gli occhi e l’ausilio di un pc, a causa della Sla che dal 2008 tiene in scacco il suo corpo, ma non la sua psiche né tanto meno il suo spirito. Il Timone l’ha allora raggiunta per dare voce alla sua testimonianza e soprattutto affinché il suo inno alla vita possa rinsaldare le flebili speranze di tanti ammalati che versano in condizioni di particolari sofferenze.
Mary, riprendendo il titolo del suo libro, cosa la sorprende maggiormente della vita? «Ciò che mi sorprende maggiormente è la pace che mi ritrovo addosso, una pace che mai potrei darmi. Ed è per questa che le persone rimangono colpite. Mi sorprende la nuova Mary uscita dalla malattia; mai e poi mai avrei pensato di affrontare la vita così, con letizia e con maggiore gusto. Il buon Dio è capace di sorprenderci continuamente, operando cose straordinarie su di noi».
«Oggi io ho tutto, non mi manca nulla», scrive. Ma c’è qualcosa che in realtà le manca in modo particolare di poter fare a causa della malattia? «Quando scrivo che non mi manca nulla è perché sono libera dal possesso delle cose. Certo i desideri non si possono annullare: desidero fare due passi, abbracciare, bere un bicchiere d’acqua, dormire a pancia in giù, parlare, cantare…Vorrei essere autonoma; invece ho bisogno di aiuto per fare tutto. Ma ogni mattina il primo desiderio è che Dio si faccia vedere e sentire, perché Dio è una relazione e, quando ci si sente amati, le mancanze si rimpiccioliscono. É come tra due innamorati, può mancare tutto, ma l’amore basta».
«La vita non mi appartiene più, vivo per Lui», afferma. Quanto conta la fede nella sua vita? «Ho sempre creduto in Dio, ma la mia fede è maturata in special modo grazie all’incontro con la mia insegnante quando avevo 16 anni. Da allora la fede è riconoscere una Presenza. Cristo mi ha incontrata e mi attrae per la sua bellezza e corrispondenza. Non ho mai trovato qualcosa che mi corrispondesse di più. La fede in Gesù valorizza tutta la mia persona; non devo censurare nemmeno la ragione, perché la fede l’aiuta a comprendere di più la vita, a dare una luce diversa: la fede viene in soccorso della ragione e la sostiene nelle vicende della vita».
Quanto la malattia la sta aiutando a sperimentare che la sequela del Signore non può prescindere dall’incontro con la Sua croce? «Non sono la malattia in sé o le difficoltà a farmi seguire Gesù. La malattia è “bastarda”, non lascia via d’uscita, così come tutte le sofferenze che ti mettono all’angolo. Ma è la strada che ti fanno fare; è il percorso obbligato della sofferenza che ti pone davanti solo due alternative radicali. Non puoi più essere mediocre o apatico, quindi hai due alternative: o la vita è una tragedia senza senso, dove nulla ha più valore, nemmeno l’esistenza stessa; oppure incominci a guardare l’Amico che ti si è affiancato, l’unico che ti dà il senso, il valore. Con Gesù la croce è diventata segno di speranza perché Lui è risorto; così anche io sperimento su questa terra la sua vittoria. La croce e la sofferenza sono grandi temi misteriosi e che si vogliono censurare ma, dopo che Gesù è entrato nella storia, la croce è diventata l’unica occasione che abbiamo per essere lieti, per vivere bene e per volerci bene veramente».
Può raccontarci qualche aneddoto legato alla sua vita quotidiana che mostri chiaramente come la croce che è chiamata a portare «paradossalmente amplifichi il suo desiderio di bene, lo rende ancora più urgente e più desiderabile», secondo quanto osserva don Eugenio Nembrini nella prefazione al suo volume? «Da più di 17 anni la mia vita è segnata da un forte limite fisico. Io entro dentro la realtà passivamente: mi alzano dal letto, mi lavano, mi vestono, mi imboccano e mi mettono a letto, e così tutti i giorni. Tutte queste limitazioni non sono in grado di allontanarmi dalla fede: io mi sento amata, preferita, voluta. Più aumenta la sofferenza e più ho bisogno che Dio venga a tirarmi fuori».
Nei momenti di maggiore fatica e scoraggiamento, quali pensieri e persone le danno nuova linfa per proseguire con tenacia il suo cammino? «L’unica cosa che mi salva è la preghiera. La preghiera è stata un accorgermi della mia originale dipendenza, totale, di ogni istante. La preghiera non è unilaterale, ma è appunto un rapporto, dove il Padre risponde come vuole, secondo la sua sapienza. A me ha risposto e risponde, facendomi accorgere che dipendo, dandomi la sua pace e il suo amore. Sentendomi amata, ho cominciato ad amare la mia identità. La malattia non mi riduce e mi sento libera, certo con uno sguardo doloroso sulla realtà, ma il dolore è la cosa più sana, perché la risurrezione passa dalla croce e dal dolore».
Sulla base della sua esperienza, cosa si sente infine di suggerire a quanti, dinanzi a una malattia dalla prognosi infausta, siano tentati piuttosto a lasciarsi andare e ad abbandonarsi alla disperazione? «La malattia è per tutti uno tsunami, sia per chi ha fede che per chi non crede. Io entro in punta di piedi nelle vite degli altri malati perché non posso capire il loro stato d’animo. Non ho suggerimenti o idee da dare e non voglio nemmeno parlare di Dio. L’unica cosa che mi sento di fare è di dare la mia testimonianza ed è questo che mi ha spinto a condividere la mia storia. Quando sento che qualche malato ha deciso di interrompere la vita, penso che quell’anima soffrirà ancora le pene del purgatorio perché non esiste il sonno eterno».