«Permettere a Dio di entrare nelle nostre ferite o continuare a difenderle». È questa la scelta radicale che ciascuno è chiamato a compiere e che produce esiti opposti, dal momento che «dove entra Lui nasce la vita; dove lo escludiamo rimane la solitudine. Il resto è conseguenza». Da questa profonda consapevolezza nasce il libro-testimonianza di Emanuela Perrone Pace ai cuori feriti (ESD 2026, pp. 144) – che l’autrice presenterà all’OpMeetings sabato 19 settembre a Bologna – nel quale viene proposto un percorso sulla crisi dell’identità umana contemporanea in una prospettiva antropologica e spirituale, individuando una strada per uscire dall’idolatria e liberarsi da maschere, dipendenze, ferite affettive e familiari e così ritrovare la pace interiore. Non si tratta chiaramente di applicarsi in strategie di mindfulness, bensì piuttosto di lasciarsi plasmare dallo Spirito Santo per mezzo della potenza dei sacramenti, secondo quanto illustra a Il Timone.
Emanuela, quali sono le principali ferite che deformano l’identità umana?
«La ferita del peccato originale che ci portiamo dietro apre anche ad altre tipologie di ferite, quali quelle legate alla propria mascolinità o femminilità ferita, per cui si vive danneggiandosi. Di qui entrano in campo tutte quelle ideologie che vanno a inquinare in realtà il nostro essere. Poi vi sono le ferite familiari e persino quelle nel grembo materno che lasciano un segno profondo nella persona, come per esempio l’essere stati accettati o rifiutati per il proprio sesso se magari i nostri genitori desideravano un figlio di sesso opposto».
Quali conseguenze arrecano tali ferite?
«Queste ferite generano un vuoto inconsapevole, a seconda anche dalla vicinanza o lontananza da Dio, nella misura in cui nella fame di Dio si cerca nel contempo la verità su se stessi. E in effetti quando si è lontani dal progetto di Dio per noi non si conosce neanche se stessi. Così il più delle volte tale vuoto viene riempito con gli idoli, ossia con qualcosa che mi fa star bene, che idealizzo e di cui poi non riesco più a farne a meno. Questa dinamica si manifesta soprattutto nell’ambito delle relazioni, quando viene idealizzata una persona e si crea una relazione di dipendenza, per cui tale persona diventa per me come un dispenser emotivo. C’è poi l’indossare delle maschere per essere accettati e ricevere l’affetto che desidero. Ma tutto ciò alimenta a sua volta soltanto ulteriori ferite perché, se non sono più vero ma sono solo delle maschere, la relazione con l’altro – così come la relazione con me stesso – viene falsata».
In che modo dunque tali ferite, anche per l’ausilio della grazia divina, possono diventare feritoie di luce e di rinascita?
«Quanto detto finora ci fa comprendere come siamo fragili, feriti e limitati. Ciò nella logica mondana comporta essere deboli, per cui indossiamo delle maschere proprio perché farci vedere fragili ci fa credere di non considerati e all’altezza di quello che il mondo chiede. In realtà per Dio questo è invece un guadagno in quanto, proprio attraverso l’unione con Lui nel cammino di preghiera e nei sacramenti, le debolezze e ferite diventano in realtà il campo dove il Signore può operare, restaurare e guarire una mascolinità o una femminilità ferita, rigenerandola con la sua grazia. C’è proprio un cambio di prospettiva quando si cammina con il Signore: rimanendo ripiegati su noi stessi, senza uno sguardo di verità e di fede, una ferita diventa un vuoto che genera depressione, angoscia e spirito di morte; al contrario una ferita, una sofferenza, una fragilità può diventare un punto di forza se vissuta in unione con Cristo nella misura in cui lasciamo spazio a Lui per agire su di noi».
Quali suggerimenti desidera infine offrire al lettore per poter ritrovare la pace interiore?
«Ciò che desidero condividere attraverso questo libro è la mia esperienza personale di un itinerario di fede che per me è stato sicuramente di grande aiuto nel contribuire a cambiare lo sguardo su me stessa, nel rapporto con Dio e con il prossimo. Si tratta dunque di andare oltre la cecità spirituale che impedisce di vedere nella verità quello che è il progetto di salvezza che Dio ha pensato per ciascuno. D’altra parte il nostro fine è quello di dare gloria a Lui attraverso un cammino di santità. Cambiare sguardo ci consente infatti di riuscire a vedere anche con occhi nuovi quello che prima pensavamo fosse un bene, che poi si scopre essere in realtà un male. In questo modo si riesce a comprendere che quello che magari viviamo non è in realtà il nostro vero bene, cosa difficilmente possibile senza un cammino con Dio. Sono pertanto auspicabili un cambio di sguardo e una prospettiva di speranza attraverso un cammino in unione con il Signore che, alimentandosi della preghiera e dei sacramenti, illumini il progetto che il Padre ha pensato per ciascuno, la vocazione alla propria mascolinità o femminilità e la verità su se stessi».