«Essere sempre con Dio e non fare nulla, non dir nulla e non pensare nulla che possa dispiacergli, tenendo sempre di mira solo il suo amore, perché Dio ne merita infinitamente di più». Queste parole di frate Lorenzo della Risurrezione (1614-1691) — al secolo Nicolas Herman — costituiscono un monito significativo per ogni cristiano delineando nel contempo l’orizzonte nel quale inscrivere ogni proposito concreto di bene, in special modo nel tempo liturgico quaresimale appena iniziato.

«Mio Dio, sono tutto tuo», «Dio d’amore, ti amo con tutto il mio cuore», «Signore, fa’ di me secondo il tuo cuore». Queste invocazioni del carmelitano francese potrebbero infatti essere innalzate al Creatore da ciascuno, soprattutto in questo tempo proficuo di conversione del proprio cuore al Padre. Sono contenute anch’esse — insieme a lettere, massime e dialoghi spirituali — ne La pratica della presenza di Dio, un libro breve ma molto significativo del Venerabile frate piuttosto ignoto ai più, ma reso recentemente celebre dopo che Papa Leone XIV lo ha citato esplicitamente proprio per ricordarne i benefici per la vita spirituale che egli stesso ha ricavato dalla sua lettura. Questo testo coglie in effetti il cuore della fede cristiana, nella misura in cui invita a «fare memoria continuamente del fatto che Dio è presente», come evidenzia acutamente il Santo Padre.

Se siamo sempre sotto lo sguardo amorevole di un Padre che ci ama infinitamente, allora in particolar modo nel tempo liturgico forte che stiamo vivendo risiede un’opportunità feconda da non lasciar sfuggire per rispondere generosamente a tale amore. Come? Anzitutto tenendo presente che «Dio si trova anche tra le pentole», come affermava già Santa Teresa d’Avila. È questa una scoperta che frate Lorenzo fa gradualmente nella sua esistenza. Gli basta guardare un albero spoglio e secco per intuire con profondità il mistero della potenza e della Provvidenza divina che di lì a poco l’avrebbe riempito nuovamente di fiori e di frutti. Così, dopo essersi arruolato nell’esercito durante la Guerra dei Trent’anni, a 26 anni risponde alla chiamata del Signore scegliendo di condurre una vita umile nel convento dei carmelitani scalzi di Parigi, ove trova la pace semplicemente lavorando come cuoco e calzolaio per la sua comunità. Egli definisce mirabilmente la vita spirituale quale «vita di grazia che comincia con un timore servile, aumenta con la speranza della vita eterna e si consuma con l’amore puro».

Una vita di grazia che si nutra della consapevolezza della «presenza attuale di Dio», mantenendo aperto «un dialogo silenzioso e segreto dell’anima con Dio» che generi «uno sguardo generale e pieno d’amore su Dio, dove mi sento spesso legato con dolcezze e soddisfazioni più grandi di quelle che prova un bambino attaccato alle mammelle sua balia». Insomma si tratta di chiedere al Padre occhi aperti in grado di riconoscere «le Sue tenerezze». Sentendosi amato così ciascuno, come tra due innamorati, non può non essere sospinto a corrispondere generosamente a tale amore. Di qui, scrive frate Lorenzo, «non vorrei sollevare una pagliuzza da terra contro il suo volere, né per un motivo diverso dal puro amore per lui».

Rispetto alle devozioni particolari di preghiera che durante la Quaresima si è soliti implementare quali buoni propositi, frate Lorenzo della Resurrezione offre un suggerimento prezioso, ricordando che tali orazioni devono restare sempre mezzi, ma non sono il fine. Per cui più che aumentare la quantità sarebbe invece preferibile migliorare la qualità della preghiera, semplicemente continuando con Lui «il nostro scambio d’amore, rimanendo nella sua santa presenza», talora con un atto di adorazione, di lode, di desiderio, talaltra con un atto di offerta, di ringraziamento, e in tutti i modi che il nostro spirito saprà inventare. D’altra parte «pensare a Lui, adorarlo continuamente, vivere e morire con Lui è il nostro mestiere» di cristiani, sottolinea ancora il carmelitano francese mentre invita «a fare del nostro cuore un oratorio».

Questo comporta — come rileva ancora in una sua massima — «vedere sempre Dio e la sua gloria in tutto ciò che facciamo, diciamo e intraprendiamo», chiedendo al Padre la grazia nel combattimento contro le tentazioni e nel contempo la forza per vivere unitamente al suo Figlio il tempo della prova, imparando da Lui a offrire ogni piccola o grande croce quotidiana.

Oltre al mantenimento di questo sguardo interiore, egli suggerisce purezza di vita, mortificazione dei sensi, pentimento sincero dei peccati, penitenza, «ponderazione e misura in ogni nostra azione» — durante la preghiera e in qualsiasi lavoro — quali mezzi necessari per custodire la presenza attuale di Dio nell’anima. Attraverso questo paziente esercizio della volontà di rimanere unita a Cristo l’anima impara, con l’ausilio della sua grazia, a «vivere come se al mondo non ci fossero che Dio e lei». Essa dialoga ovunque con Dio, gli chiede ciò di cui ha bisogno e si rallegra incessantemente in mille e mille modi con Lui. Tale allenamento costante vivifica la fede, rinsalda la speranza e «l’accende del fuoco dell’amore sacro» per cui, restando sempre con Dio, «riduce in polvere ciò che gli può essere opposto».

Vivere in Cristo ogni circostanza lieta o dolorosa, ogni pensiero e azione è dunque sicuramente la ricetta migliore per un una Quaresima santa, sulla scia di questo umile e Venerabile frate del Seicento.

Fonte: Il Timone

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