I “novissimi”, il piacere, il mistero della Provvidenza divina, l’amore trinitario, ma anche la critica all’ecologismo sono i temi principali affrontati da padre Maurizio Botta – sacerdote oratoriano che esercita il suo ministero nel carisma di San Filippo Neri presso la parrocchia della Chiesa Nuova a Roma – ne L’inferno…che tristezza! (ESD, pp. 288). Il Timone lo ha raggiunto per riprendere il cuore delle sue catechesi dei “Cinque Passi al Mistero” sempre molto significative e dense di preziosi spunti di riflessione e meditazione. Tanto apprezzate soprattutto dai giovani, queste stesse sono disponibili e fruibili anche quali video o podcast sul canale YouTube di Oratorium.
San Pier Giorgio Frassati ricordava che «la tristezza deve essere bandita dagli animi cattolici; il dolore non è la tristezza, che è una malattia peggiore di ogni altra». E in effetti la tristezza contraddistingue i dannati all’inferno?
«La tristezza deve essere combattuta nei pensieri, in tante impressioni e sensazioni interiori che contraddicono la parola di Dio, la rivelazione di Gesù. Quindi quando una parola interiore, un pensiero, un’emozione, un sentimento contraddice o vorrebbe contraddire una parola di Gesù, inizia una battaglia spirituale. Molte persone confondono la fede col sentimento della fede. Aver fede significa sottomettere le proprie passioni e il proprio pensiero, quando questi sono diversi dal pensiero di Cristo. Con un esempio concreto Gesù dice: “Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo”; parallelamente io mi sento solo. Evidentemente sostenendo quest’ultima tesi ci si sbaglia, per cui molto semplicemente bisogna combattere una battaglia spirituale per tener viva la verità della Parola. Se Gesù è con me non sono mai solo. Pertanto colui che trasformi la propria sensazione in verità, sostenendo “Sono veramente solo”, contraddice Gesù e la sua rivelazione, quindi tale espressione non è vera, è vero il proprio sentimento. Questo è per me un punto cardine per combattere la tristezza».
D’altra parte per rendersi conto di cosa sia realmente l’inferno, ossia l’autoesclusione dell’uomo dalla gioia della beatitudine eterna per rifiuto della misericordia del Padre, basti rievocare la Geenna, discarica a cielo aperto e fuoco inestinguibile di cui ci racconta Gesù. Il Purgatorio invece è soltanto un’invenzione medievale?
«Tale risposta richiederebbe una riflessione articolata, che si può però sintetizzare nel fatto che i cristiani hanno sempre creduto che avesse valore pregare per i morti, e non i morti, come i pagani. I pagani pregano i morti, laddove i cristiani hanno sempre pregato per la salvezza dei loro defunti, convinti evidentemente che abbiano bisogno di preghiere e della celebrazione di Messe in loro suffragio. Dunque la fede in una purificazione dopo la morte di anime già salve è da sempre un contenuto della fede cattolica. Non c’è pertanto un’invenzione del Purgatorio, per quanto la sua definizione e il suo approfondimento dottrinale siano avvenuti gradualmente nel tempo».
Papa Francesco tuonava spesso contro i cattolici con “facce da funerale”. C’è un legame forte tra fede e buonumore?
«La gioia cristiana non può essere un dovere morale. È sostanzialmente un frutto dello Spirito Santo, è veramente un dono di Dio che proviene dal Padre. Non può essere una caricatura, né un mascherone. Certo non c’è solo il dono dello Spirito, ma anche la virtù. Per cui con la forza di volontà ci si può educare, per esempio, a non far pesare agli altri magari il nostro momento di difficoltà, o a contrastare la tendenza a essere cupi, chiusi e musoni. E questo comunque nell’attesa della gioia vera che è dono dello Spirito. Lo stesso san Filippo Neri invitava infatti a non confondere la gioia cristiana con un’allegria superficiale e soltanto emozionale».
E ancora, quale rapporto individua tra piacere e sacrificio, sul quale si sofferma in un’altra sua catechesi?
«Più vado avanti nella vita, più constato che tale legame è totale. L’ho visto anche pochi giorni fa durante la festa di san Filippo Neri in parrocchia, una festa di popolo stupenda. Abbiamo veramente festeggiato bene da tutti i punti di vista – liturgico, catechetico, alimentare -, però il cuore della festa è stato il sacrificio di un’intera comunità. Ha richiesto un impegno incredibile, per cui ognuno nel suo ruolo si è veramente sacrificato. Alla fine abbiamo lasciato i nostri locali puliti e perfetti come prima dell’inizio. Questo per sottolineare come dietro a ogni festa ben riuscita ci sia sempre il sacrificio. Dietro ai più grandi piaceri c’è sempre tanto sacrificio. Al contrario chi separa il piacere dal sacrificio rischia di schiantarsi: il sacrificio per il sacrificio fa schifo e non è cristiano. E, d’altra parte, cercare il piacere evitando il sacrificio è solo un’illusione. Basterebbe pensare, per esempio, come non si possa essere amico di qualcuno senza ascoltarlo, per quanto la capacità di ascolto non sia facile. Quindi anche il piacere dell’amicizia è legato a tanti sacrifici».
«Dio è Dio se opera ora», affermava don Giussani. Come intendere in maniera adeguata il mistero della Provvidenza del Padre, del quale il “Pippo buono” diceva: «Vorrei sapere come è fatta questa rete d’amore che tutti abbraccia»?
«Il contesto in cui Dio opera è uno scenario, quello che Egli ha rivelato nella sua Parola dell’Antico e Nuovo Testamento. Per cui se vogliamo uno scenario differente, lì è il problema. In sostanza Dio opera in modo provvidente in un contesto in cui ci sono anche la malattia e la morte. Pertanto non dobbiamo escludere dall’opera di Dio elementi di cui la Rivelazione parla in maniera esplicita. Gesù afferma, per esempio, che “se qualcuno vuole essere mio discepolo, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua”. Chi sperasse in una provvidenza divina che lo escluda dal rinnegare ogni giorno se stesso e dal prendere ogni giorno la propria croce sarebbe fuori dal disegno provvidenziale del Padre, escludendo la Rivelazione».
Infine nel Passo intitolato “Il Cantico del Creatore” evidenzia la matrice ideologica dell’ecologismo. Può illustrarne i suoi punti salienti?
«Rispetto a questo Passo, vorrei dire ai lettori col cuore in mano – non per invitarli a comprare il libro – che ho lavorato tanto su questo tema, per cui nel testo tutti gli anelli veramente importanti della questione ecologica vengono illustrati in maniera chiara. Tale indagine richiede infatti una riflessione molto articolata. Potrei sintetizzarla con due immagini che riprendo dal commento di Franco Nembrini alla Divina Commedia. Nella prima – che si ritrova nei manoscritti di santa Ildegarda di Bingen – c’è l’uomo al centro dell’universo ma intorno c’è Dio; nell’altra c’è l’uomo vitruviano e leonardesco – l’uomo “misura di tutte le cose” -, quello che c’è significativamente sulla moneta di €1, ovvero colui che si slancia in tutte le direzioni e si pone al centro dell’universo ma senza Dio. Insomma l’umanesimo comincia quando l’uomo pretende di separarsi dalla creazione, ponendosi come una volontà, un intelletto al di sopra della creazione stessa, e non come una creatura tra le creature in rapporto col Creatore. Nell’umanesimo si ritrovano infatti le radici di una filosofia che dall’Illuminismo, passando per il positivismo e la rivoluzione industriale, arriva sino ai giorni nostri. Nella società contemporanea, per esempio, negli allevamenti industriali gli animali non sono più creature, ma cose, prodotti, merci. Ciò è molto lontano e profondamente diverso dal cattolicesimo, per quanto sia molto vicino a un cristianesimo protestante e calvinista che cerca continuamente di accreditarsi come lettura autorevole del cristianesimo stesso, ma non lo è».