«Io un po’ sono stata consolata così, ho capito che era una volontà superiore». Ci sono naturalmente anche le testimonianze di Antonia Salzano e di suo marito Andrea nel docufilm Carlo Acutis. Il giovane santoal cinema dal 15 al 20 ottobre, a ridosso della sua memoria liturgica e nel primo anniversario della canonizzazione. Il docufilm ripercorre la vita, l’eredità spirituale e il «messaggio universale del giovane che ha cambiato per sempre il modo di raccontare la fede nel XXI secolo». Lo fa anche attraverso materiali inediti, e in special modo volti e voci di chi ha conosciuto e amato il ‘primo santo dell’era digitale’ – tra i quali nonna Luana, il domestico Rajesh Mohur, gli amici di infanzia Mattia e Jacopo Pastorelli, la maestra di scuola Elisa Tattanelli, il medico Momcilo Jankovic che lo ha seguito durante gli ultimi giorni di vita e la studentessa costaricana Valeria Vargas Valverde, protagonista del miracolo legato alla canonizzazione – come racconta a Il Timone il regista Luca Salmaso.

Salmaso, cosa l’ha spinta a girare un docufilm su San Carlo Acutis?

«Sono stato chiamato da una delle tre case di produzione ed è stato per me un onore poter realizzare questo documentario. Nello stesso tempo ho subito avvertito una grande responsabilità. Tra l’altro sono anche coetaneo di Carlo! Ci tengo a precisare che si tratta di un docufilm senza attori, basato sostanzialmente sul tantissimo materiale reale di Carlo, tra i quali moltissimi video e foto, alcuni già disponibili, altri inediti che siamo andati a digitalizzare a casa dei suoi genitori, i quali ci hanno praticamente aperto il cuore insieme ai loro album e ricordi di famiglia. Inoltre le aspettative della produzione sono state già superate. Infatti auspicavamo in Italia la disponibilità di 200 sale e il docufilm ne raggiungerà 300. Abbiamo poi già diverse richieste per le proiezioni nelle scuole e nelle parrocchie. Inoltre uscirà presto anche in Francia, Germania e Austria e, nel 2027, in Polonia, Stati Uniti e Sud America. Attualmente l’obiettivo è di renderlo disponibile complessivamente in 3.000 sale, ma potremmo benissimo superarlo!».

Cosa la colpisce maggiormente della figura del giovane santo?

«Anzitutto il suo essere profondamente umano e la sua attenzione all’altro. Carlo era un ragazzo semplice come tutti gli altri, che aveva qualcosa di speciale dentro di sé – che tutti noi abbiamo -; che è riuscito a coltivare in modo particolare fino alla santità. Questa sua semplicità e carità nella quotidianità, tale santità della porta accanto è sicuramente quello che mi ha maggiormente colpito, e che in generale colpisce di lui. Perciò sono tante le persone – i giovani in particolare – che si avvicinano alla sua figura».

C’è qualche aspetto particolare poco noto della vita di Carlo che ha scoperto proprio girando tale docufilm?

«Nel docufilm ci sono tantissimi aneddoti raccontati dalla mamma, dal papà, da compagni e amici, come dalle persone che lo hanno conosciuto, che costituiscono un valore aggiunto, nella misura in cui avvicinano tantissimo lo spettatore alla sua storia. Non si tratta di eventi straordinari, ma di episodi ordinari che fanno comprendere dai gesti semplici chi sia realmente Carlo. Per esempio, viene ripreso anche il fatto che Carlo prendeva le note a scuola!».

Quale testimonianza raccolta l’ha sorpresa maggiormente e per quali motivi?

«La testimonianza dei suoi amici di Assisi – dove Carlo trascorreva tutte le estati – coi quali strinse un’amicizia molto forte e profonda. Vedere questi due ragazzi – che hanno di fatto la mia età – raccontare la storia dell’amico che hanno perso e che ritrovano nel volto e nei racconti delle persone che Carlo continua ad aiutare è stata veramente un’esperienza molto forte».

Rispetto alla fede profonda di Carlo, quale insegnamento Le è più caro?

«Rispetto alla sua spiritualità i pilastri fondamentali sono chiaramente l’incontro con Cristo nell’Eucarestia e la sua relazione speciale con la Madonna, per cui siamo andati a girare anche a Fatima. Poi c’è il suo rapporto con San Francesco – e dunque la stima grandissima che Carlo aveva per  il poverello d’Assisi – per cui, oltre a girare ad Assisi, siamo andati anche al Santuario della Verna. Ritengo che l’elemento più significativo sia il fatto che per Carlo la spiritualità vera dovesse concretizzarsi nella vita quotidiana: quella forza che trovava nel partecipare ogni giorno alla Messa e che riceveva nell’Adorazione Eucaristica la traduceva nel quotidiano attraverso l’aiuto agli altri e un rapporto con la vita pienamente umano».

Rispetto all’eredità spirituale, perché Carlo continua a essere per tanti giovani un punto di riferimento prezioso nella comunione dei santi?

«Perché Carlo si discosta dall’immagine che si può avere di un ‘santo distante’. È un santo non solo giovane – è il primo santo millennial -; è il santo che ha usato internet per la prima volta, per cui i giovani vedono in Carlo il compagno al quale chiedere consiglio e aiuto, o rispetto al quale mettersi in ascolto e in contemplazione. Questo l’ho scoperto il giorno stesso della sua canonizzazione. Quando siamo andati a San Pietro e abbiamo avuto la possibilità, grazie al Centro Televisivo Vaticano, di girare con le nostre camere, abbiamo veramente scoperto e toccato con mano quanti giovani – come si vede anche dalle immagini – fossero presenti alla Celebrazione eucaristica e, intervistandoli, cercando di capire il loro pensiero, si intuisce proprio come Carlo sia per loro un compagno di viaggio».

Fonte: Il Timone

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