«I figli sono un desiderio, non sono né un diritto, né un dovere». È quanto proclama con tono perentorio a una ragazza lesbica il direttore sanitario di una clinica specializzata nella procreazione medicalmente assistita Ruggero Gentile – interpretato da un ottimo Sergio Castellitto – nella serie In utero costituita da 8 episodi, di cui i primi due già disponibili su Sky e sulla piattaforma streaming Hbo. Contrariamente ai competitor del settore, il dottor Gentile non cerca di alimentare il business dei nati dalla provetta sulla pelle dei pazienti. Perciò è maggiormente interessato a una ricerca scientifica libera, ossia non vincolata dai finanziamenti delle case farmaceutiche. Di qui i medici della clinica Creatividad di Barcellona seguono con premura i disagi e le difficoltà che vivono i loro pazienti – che non devono tassativamente essere considerati né chiamati ‘clienti’ – durante tutto l’iter travagliato che devono affrontare per ottenere un figlio a tutti i costi.
C’è spazio per raccontare da vicino il percorso di famiglie e coppie, indugiando sull’imbarazzo generato dalle modalità di prelievo del liquido seminale in stanze asettiche, ma anche per accennare gli effetti per la salute della donna dell’assunzione di progesterone per la stimolazione ovarica, le nausee e i crampi allo stomaco costanti nel corso della gravidanza fino alla formazione di «un embrione di buona qualità» prima di poter procedere al suo impianto in utero. Da un lato la serie si focalizza dunque sul forte desiderio di maternità e paternità dei potenziali genitori, dall’altro nel contempo non nasconde il loro dolore e senso di frustrazione per non riuscire a concepire naturalmente il figlio tanto agognato, senza misconoscere anche la vulnerabilità di una scienza che non riesce a garantire nessuna certezza del risultato. Alcune storie evidenziano così in modo particolare le ricadute negative di tale tecnica, tra le quali l’alto numero di gravidanze terminate con aborti spontanei o per esempio l’impossibilità per una ‘figlia della clinica’ con leucemia di conoscere l’altro genitore biologico – cosa che le consentirebbe di valutare la compatibilità necessaria per un trapianto di midollo osseo di cui avrebbe bisogno -, data la legge di protezione dell’anonimato del donatore che non ammette eccezioni.
Tra l’altro gli stessi responsabili della clinica – il primario Ruggero e il direttore amministrativo Teresa (Maria Pia Calzone), in prima linea nel combattere la sterilità, sono marito e moglie e non hanno figli. Per quanto riguarda invece la coppia di lesbiche che si rivolge alla clinica per la procreazione assistita, quando alla prima viene diagnosticata una malformazione congenita all’utero, la sua compagna – per nulla intenzionata a portare in grembo il figlio biologico dell’amante – esclama infastidita: «Non è che siccome sono femmina devo partorire per forza!», manifestando così anche la dimensione velleitaria di un desiderio che, al di là di ogni giudizio morale, si rivela più come un capriccio o una pretesa da farsi ad ogni costo a detrimento della natura stessa. Allo stesso modo è significativo che in un dialogo tra fratelli, l’uno dica all’altro che ha da poco terminato il percorso di transizione di genere: «Hai cambiato la carta d’identità, mica i lineamenti!», liquidando così in una battuta la pretesa illusoria di voler diventare altro da ciò che si è, autoconvincendosi di esser nati nel corpo sbagliato.
In questo ‘psycho-medical drama’ scritto da Margaret Mazzantini – la moglie dell’attore protagonista – l’Italia viene presentata «quale Paese arretrato» in tale ambito. Eppure la sceneggiatura dimentica che ormai, grazie a numerose sentenze della magistratura, sono già di fatto saltati i principali ‘paletti’ previsti dalla legge 40, dal divieto di fecondazione eterologa alla concessione di tale prassi anche per le coppie omogenitoriali, fino alla trascrizione dei figli ottenuti mediante l’acquisto di gameti all’estero. Insomma In utero – almeno rispetto alle prime due puntate -ha il merito di decostruire la narrazione patinata mainstream sulla fecondazione assistita, provando ad avanzare timidamente dubbi su tali tipologie di intervento, smascherandone limiti e problematiche che emergono valutando in maniera analitica e non superficiale ogni singolo caso clinico, dal momento che anche sul piano scientifico tale tecnica si sta rivelando tutt’altro che la panacea tanto decantata per contrastare infertilità e sterilità.
D’altra parte l’assistente transgender del dottor Gentile ribadisce a una paziente che la percentuale di successo della fecondazione artificiale si aggirerebbe intorno «al 40%, nel caso di donne di età inferiore ai 35 anni». E in effetti è molto più bassa, se si considera che per avere un ‘figlio in braccio’ ne muoiono in sostanza in media quasi 9 su 10, e ciò contestualmente alla selezione eugenetica e al congelamento di embrioni cui viene scientemente impedito di nascere. Pertanto – al di là dei risvolti etici conseguenti alla separazione della dimensione unitiva da quella procreativa, costitutive entrambe dell’atto sessuale – anche solo considerando questi dati a livello clinico, bisognerebbe prediligere piuttosto in primo luogo la strada dell’adozione, il cui scopo è davvero il best interest del minore, ossia dare dei genitori a un figlio che li abbia persi, piuttosto che – cosa che accade al contrario con la procreazione assistita – generare figli a tutti i costi soltanto in funzione dei desideri (o meglio, capricci) dei genitori.