«Ho rivisto il mio Carlo nel film», ha dichiarato Antonia Salzano, la mamma di San Carlo Acutis in occasione della presentazione ufficiale della fiction Il mio nome è Carlo, in onda in prima visione domenica su Canale 5 alle 21:30 e poi disponibile su Mediaset Infinity. E in effetti il film diretto da Giacomo Campiotti s’ispira in particolare a Il segreto di mio figlio, il volume scritto insieme a Paolo Rodari dalla madre del giovane elevato agli onori degli altari il 7 settembre 2025. Qual è stato allora il segreto di Carlo? Porre Gesù al centro della propria vita, nella graduale consapevolezza che «la conversione è un processo di sottrazione: meno io per lasciare spazio a Dio». Una testimonianza di fede vissuta nel quotidiano perennemente attuale, come racconta a Il Timone anche Samuele Carrino, 16 anni, il quale nella fiction veste proprio i panni del protagonista quando è adolescente.
Samuele, conosceva già il giovane San Carlo Acutis prima di girare questo film?
«Conoscevo la storia di Carlo. Certo non così nei minimi dettagli, ma la conoscevo. Ovviamente quando ho fatto il provino e mi hanno confermato in tale ruolo, mi sono chiaramente documentato e ho visto anche i video di Carlo stesso: la sua semplicità e la sua bontà mi hanno subito colpito ».
Qual è dunque, secondo il suo interprete, il ‘segreto’ di Carlo?
«Sicuramente il fatto di essere un ragazzo così tanto semplice e con questo cuore enorme. Carlo ha fatto capire non soltanto a me, ma ai giovani e non solo, come tramite i social si possa fare davvero tanto bene. Avendo interpretato anche il protagonista de Il ragazzo dai pantaloni rosa mi sono dunque ritrovato da entrambi i lati di questo tema così attuale: Andrea ha ricevuto il male dei social, invece Carlo si rende conto sperimentandoli come i social network possano essere utilizzati per fare tanto bene in tutto il mondo».
Quale episodio della vita del giovane santo l’ha particolarmente colpita?
«Mi ha colpito una scena che abbiamo girato e che riprende un episodio realmente accaduto. Carlo, nonostante provenisse da una famiglia ricca e benestante, invece di usare i suoi soldi per se stesso li usava per comprare medicine o cibo per i senzatetto; donava persino le sue scarpe e le sue cose personali a chi ne aveva più bisogno».
Quale frase di Acutis custodisce maggiormente nella mente e nel cuore come prezioso insegnamento per lei?
«Custodisco tantissime sue frasi, ma forse una di quelle che più mi è rimasta impressa è quella pronunciata nel corso della scena della morte di Carlo, che è stata tra l’altro anche una delle più complicate da girare perché eravamo in ospedale in un vero reparto di terapia intensiva, per cui avevo accanto a me tanti pazienti che stavano molto male. In quel momento Carlo vede sua mamma preoccupata e le dice: “Mamma, non devi essere triste perché io sono felice”. Si tratta di una frase che Carlo ha realmente detto a sua mamma Antonia, che rivela il fatto che già sapeva tutto, che per lui già era tutto scritto: è una cosa che si fa fatica a pensare».
Cosa ha comportato per Lei interpretare il santo ‘influencer di Dio’ e quali frutti ne ha ricavato?
«Sicuramente è stata una grande responsabilità. In generale quando si interpretano delle storie vere c’è sempre la paura di sbagliare o comunque quell’ansia, quel peso sulle spalle, di deludere anzitutto chi ha conosciuto Carlo e quanti vedranno il film. In questo caso ancora di più perché Carlo è stato proclamato santo. Però poi questa paura e responsabilità si sono trasformate in coraggio e forza per dare voce alla storia bellissima della sua vita e farla arrivare a tutti».
In occasione della presentazione della fiction la madre Antonia Salzano ha sottolineato che «normalmente i santi si raccontano dopo centinaia di anni, noi siamo stati più veloci perché il Signore aveva fretta vista l’emergenza educativa dei giovani». Perché infine, secondo Lei, Carlo Acutis è attualmente percepito dai ragazzi come tra i più vicini a loro nella Comunione dei Santi?
«Io sono credente e, dopo questo film, mi sono avvicinato di più alla fede. Penso che i ragazzi sentano così vicino Carlo innanzitutto per l’età, perché Carlo ci ha lasciato che aveva soltanto 15 anni. E poi perché ha utilizzato i social per fare del bene e perciò viene giustamente riconosciuto come il ‘santo dei millennials’. Un problema che emerge forse adesso tra i ragazzi è proprio il fatto che tutti tendono a nascondersi e a mettere delle maschere che non appartengono loro. Carlo invece ha fatto capire, anche tramite i social, che bisogna evitare tutto questo e dimostrare il proprio cuore, la propria bontà ed essere autenticamente se stessi. In tal senso questo film parla sì ai giovani, ma ha tanto da dire anche ai più grandi».