È il 26 luglio 2016. Padre Jacques Hamel, un sacerdote di 85 anni, sta celebrando la Santa Messa feriale del mattino nella sua chiesa di Saint-Étienne-du-Rouvray a Rouen. Due giovani jihadisti – Adel Kermiche e Abdel Malik Nabil Petitjean – fanno irruzione in chiesa, prendono in ostaggio altri tre fedeli, feriscono gravemente un parrocchiano e sgozzano l’anziano sacerdote, il quale viene accoltellato a morte, divenendo così un martire della fede cristiana. Subito intervengono le forze speciali della polizia locale che uccidono prontamente i due terroristi. L’attentato viene immediatamente rivendicato dallo Stato islamico. Eppure in questa storia di sangue l’odio non ha l’ultima parola, ma si apre sorprendentemente al perdono. È quanto testimonia l’amicizia tra due donne – Roseline Hamel e Nassera Kermiche – accomunate dal dolore lancinante della morte di un loro caro, ora raccontata nel volume Sorelle di dolore (Ares e Lev 2026, pp. 200), a cura del giornalista francese Samuel Lieven. La prima è la sorella, attualmente ottantaseienne, del sacerdote trucidato; la seconda è la madre di Adel, uno dei terroristi uccisi. Roseline e Nassera sono dunque due donne di fedi e culture diverse. Non sono sorelle di sangue ma, incontrandosi nel loro dolore, riescono anche a perdonarsi e trovare conforto vicendevolmente. Il Timone le ha raggiunte in esclusiva per approfondire questa straordinaria testimonianza di vera amicizia, che giunge in Italia nel decimo anniversario dalla morte di padre Hamel e che ha già commosso il popolo del Meeting Rimini 2026.
Quali sentimenti hanno attraversato il vostro cuore appena avete appreso la notizia della morte rispettivamente di suo fratello e di suo figlio, che è il dolore più grande che una madre possa sperimentare?
Roseline Hamel: «In tali circostanze la mia prima reazione fu di non crederci. In pochi istanti una valanga di domande ha invaso la mia mente: “Chi può fare del male a un uomo, a un sacerdote che celebra la Passione di Cristo e prega per la pace insieme ad alcuni fedeli molto anziani?”. L’annuncio della sua morte in quell’attentato fu tanto violento quanto l’atto stesso. Tuttavia, mi rifiutavo di crederci. Quel momento, per me, non aveva senso. Ma la realtà invadeva rapidamente tutto il mio essere. Non potevo affrontarla. Fu allora che pronunciai il suo nome ad alta voce affinché tornasse tra noi».
Nassera Kermiche: «All’inizio non ci credevo. Poi sono stata travolta da diversi sentimenti, tra cui vergogna, tristezza, paura, dolore, rabbia, incomprensione e stupore».
Quando e come nasce il desiderio – che poi scoprirete essere reciproco – di entrare in contatto l’una con l’altra e di conoscervi?
Roseline: «Durante lunghi mesi, da sola a casa mia, ponevo domande a Dio e sfogliavo alcune pagine del Vangelo per trovare delle risposte. Temevo che la mia fede in Cristo non avrebbe retto. Tuttavia, rivolgevo a Maria, madre del mondo, questa preghiera: “Indicami un cammino di vita che abbia un senso, dammi la forza di seguire le orme di mio fratello”. Stanca di cercare come rimanere in piedi, ho posto a Dio un’ultima domanda: “Chi può soffrire più di me?”. Nei giorni seguenti, pensavo a quella mamma dicendomi: “Se fossi io, quella mamma il cui figlio ha commesso quell’atto, quanto sarebbe grande il mio dolore?”. E ho deciso di intraprendere la via dell’incontro».
Nassera: «Quando è avvenuto l’attentato non conoscevo Roseline e, in un primo momento, ho voluto incontrare le suore e i parrocchiani che si trovavano nella chiesa. Ho cercato un modo per contattarli ma, purtroppo, mi sono mossa un po’ troppo presto: erano passati appena tre mesi dal dramma e le suore erano ancora molto traumatizzate da quell’evento. Poi un giorno una mia collega di lavoro mi ha chiesto se poteva dare il mio numero di telefono a un giornalista da trasmettere a Roseline, la sorella di padre Hamel; naturalmente ho detto subito di sì, ero così felice di poterle parlare. Roseline mi ha contattata poco dopo e abbiamo fatto conoscenza al telefono. Dopo qualche mese mi ha proposto di incontrarci; le ho risposto che era da tanto che aspettavo quel momento. Ci siamo incontrate e da allora non ci siamo più lasciate».
Quando dunque vi siete incontrate per la prima volta?
Roseline: «Il primo contatto è avvenuto nel 2018, il giorno delle Palme. Abbiamo comunicato, per alcuni mesi, per telefono. Nel 2019, dopo averle proposto l’incontro, sono andata a casa sua durante le vacanze di Pasqua, accompagnata dall’arcivescovo di Rouen, monsignor Dominique Lebrun».
Nassera: «Ci siamo incontrate nel periodo di Pasqua, qualche mese dopo la nostra prima telefonata».
Che sentimenti, desideri e attese avevate quel giorno nel vostro animo?
Roseline: «Quel giorno, avvicinandomi a casa della signora Kermiche, un dubbio mi assaliva: “È una buona idea o forse peggiorerò la situazione?”. Monsignor Dominique Lebrun mi rassicurò, mi invitò a pregare la Vergine Maria. Il mio unico desiderio in quel momento era di proporre a quella signora di affrontare insieme il nostro dolore per trovare la forza di rimanere in piedi lei, io e i nostri figli».
Nassera: «Il mio primo desiderio era quello di chiedere perdono per la mia famiglia, per mio figlio e per me stessa, perché mi sentivo in colpa per quello che era successo. Mi sentivo in colpa perché avrei voluto fare di più per evitare che quella tragedia accadesse, anche se avevo fatto tutto ciò che era in mio potere. Ho allertato la polizia, ho bussato alle porte del Comune della mia città, ho chiesto aiuto alle associazioni locali. Nonostante tutto ciò, mi rimprovero di non aver anticipato questa situazione, di non essere riuscita a proteggere mio figlio da quelle persone malintenzionate che hanno approfittato della sua ingenuità per manipolarlo come un burattino. Mi rimprovero anche di non aver saputo insegnare io stessa i precetti della religione musulmana a mio figlio, affinché non andasse a cercarli da dei ciarlatani».
A seguito del vostro primo incontro, cosa è cambiato?
Roseline: «Sono apparsi momenti di serenità al solo pensiero di aver compiuto un primo passo lungo un cammino che, speravo, avrebbe avuto un senso. Affrontare la sofferenza causata dal martirio di mio fratello sembrava insormontabile, sia per noi che per i nostri figli. Insieme abbiamo osato l’incontro; insieme abbiamo ritrovato un sentimento di pace, un soffio di vita che credevamo perduto per sempre».
Nassera: «Dopo quell’incontro mi sono sentita sollevata, più leggera, perché quel fardello di dolore, di tristezza e di senso di colpa pesava meno. Mi sono concessa di vivere e di proseguire il mio cammino di vita in compagnia di Roseline. Questa amicizia ci sostiene entrambe».
Cosa ha contribuito poi a consolidare la vostra amicizia?
Roseline: «Abbiamo rinnovato i nostri incontri. Quei brevi momenti si sono protratti nel tempo. Gli scambi sulle nostre vite hanno rivelato molti punti in comune: come mogli, madri, nel modo di affrontare le prove che la vita ci impone e nel desiderio di metterci al servizio delle realtà associative».
Nassera: «Abbiamo scoperto di avere molti punti in comune. Entrambe abbiamo facilità ad avvicinarci agli altri e a parlare. Ci confidiamo tutto e non abbiamo alcun tabù. Siamo diventate amiche e questa amicizia si nutre ogni giorno di nuove avventure».
Nassera, Lei è madre anche di altri figli e un’insegnante attenta che ha cercato di fare tutto il possibile perché suo figlio non cadesse nella cerchia di tali gruppi di radicalisti islamici. Come è potuto accadere?
Nassera: «Non lo so! Ancora oggi mi pongo questa domanda, che mi tormenterà fino alla fine della mia vita. Perché non me ne sono accorta? Forse perché nella mia mente era semplicemente impossibile che potesse succedere. Non l’avevo nemmeno preso in considerazione. Eppure una notte ho fatto un incubo in cui mio figlio Adel era coinvolto in un attentato e in quell’incubo mi mettevo tra lui e la polizia per proteggerlo dai proiettili, mentre mio figlio mi diceva: «Spostati, mamma, spostati, ti uccideranno!». Al risveglio mi sono sentita sollevata perché era solo un incubo, ma forse era un segno, un presagio, un avvertimento che non ho compreso».
Roseline, suo fratello Jacques ha reso con il proprio sangue la testimonianza suprema d’amore al Signore. Cosa il suo martirio significa per Lei, i suoi cari e per il popolo di Dio?
Roseline: «Nel 2016 io e i miei cari non riuscivamo ad accettare la frase dei religiosi che, parlando del martirio di mio fratello, dicevano: “Il martirio di padre Hamel è un dono di Dio”. Certo bisogna aver vissuto questa tragedia per percepire con quanta intensità la sofferenza invadesse tutto il nostro essere, fino alla nostra anima. Durante questi dieci anni trascorsi ho ripensato alle grazie che Dio ci ha concesso, alla forza che mi è stata data di riflettere e di incontrare persone che soffrivano più di me, e ho scoperto che il sentimento di odio all’indomani di quel dramma non ci aveva mai sfiorato la mente. Anziana e stanca, trovo comunque la forza quando condivido la mia testimonianza, per quanto dolorosa. Oggi per me e per i miei figli, grazie alla forza che mi anima, mio fratello – che amavamo e stimavamo – è diventato per noi un essere eccezionale dopo una vita semplice, piena di umiltà e di umanità. Anche se avremmo voluto che si addormentasse nel sonno dei giusti. Il popolo di Dio non lo definisce ‘Santo’ poiché non è ancora stato beatificato. Per il popolo di Dio Cristo ha condiviso il pane e il vino, simbolo della sua Passione, prima del martirio. Mio fratello – padre Jacques Hamel – ha celebrato la Passione di Cristo nell’Eucaristia pregando per la pace proprio prima di subire l’ultimo sacrificio della sua vita».
Nel solco della vostra amicizia, venendo anche in Italia a raccontarla soprattutto ai più giovani nelle scuole, cosa vi preme maggiormente trasmettere loro e testimoniare?
Roseline: «Ciò che mi sembra importante è parlare del pericolo rappresentato dal lato oscuro di certi gruppi di persone che utilizzano i social network per diffondere idee e frasi dannose e sprezzanti, che tendono a seminare discordia o a proporre promesse malsane. Attingendo all’esperienza del mio percorso con Nassera, vorrei dimostrare che, al di là delle differenze e dei pregiudizi, ci sembra utile osare l’incontro per conoscerci meglio, capirci meglio, condividere le proprie opinioni senza l’obbligo di aderirvi e senza giudicare. È importante che i giovani possano condividere i propri dubbi, le proprie incertezze e anche le violenze che possono subire con gli adulti o le persone di fiducia che dovrebbero aiutarli, sostenerli e proteggerli».
Nassera: «Ciò che mi sta più a cuore è trasmettere un messaggio d’amore. Amatevi gli uni gli altri, non giudicatevi a vicenda, imparate a conoscervi. Ma soprattutto, siate prudenti sui social, non lasciatevi influenzare dal male, mantenete uno spirito critico. E ricordate che se qualcuno vi chiede di usare violenza contro gli altri o di uccidere in nome di Dio, quella persona non vi vuole bene – e direi addirittura di più -; quella persona potrebbe essere il male incarnato, quindi diffidate».
Fonte: Il Timone (settembre 2026)
