«I woke – “gli svegli, i non dormienti”- che, dalle società angloamericane, si sono negli ultimi anni estesi anche all’Europa, inseguono un sogno disperato, beffardamente a servizio della perversione: vegliare sul presente e insieme redimere il passato, con la sostituzione delle cose come sono andate con le cose come sarebbero dovute andare». Così Carolina Iacucci introduce il recente saggio Woke i nuovi bigotti (Aras 2024, pp. 252) di Alessandro Chetta, giornalista del Corriere della Sera, nel quale l’autore indaga i diversi aspetti del politicamente corretto quale «forma di bigottismo secolare» e di «laicismo correttista» che «arriva a sospettare fino alla paranoia delle verità oggettive».
L’ideologia woke
La cultura woke genera diversi paradossi. In primo luogo il fatto che «di discriminazione meno ce n’è rispetto al passato e più la si problematizza». In secondo luogo «il correttismo woke dà vita a una chiusura identitaria che cercando il massimo consenso crea conformismo». C’è dunque un capitalismo woke sposato dalle grandi multinazionali, da Apple a Disney; da Gillette, per le campagne contro la mascolinità tossica; da Nike, per quelle contro il razzismo, da Coca Cola, per la sponsorizzazione dei Pride. C’è poi il “queer baiting” (adescare al queer) per introdurre le tematiche Lgbtqi+ nel cinema, mentre «nel film “Barbie” la bambola prende coscienza del patriarcato». «Speculare sulle lotte delle minoranze» per il proprio tornaconto diventa pertanto il cavallo di battaglia dei principali brand che abbracciano il capitalismo woke e così «vanno incontro ai consumatori più sensibili ai diritti civili».
Tra i dogmi del “wokism” vi è l’idea che il razzismo sia sempre e solo anti-black, che genera «antirazzisti bianchi odiatori dei bianchi». Pertanto «se dici che non esistono le razze sei daltonico; se affermi che le razze ci sono sei razzista tout court». Insomma, secondo la cultura dominante, «il razzismo c’è e non può non esserci».
Il transfemminismo
Poi vi sono «i correttisti delle associazioni transfemministe che sono misandrici (odiatori degli uomini); gli uomini che diventano più femministi delle donne; antispecisti (che azzerano la “primazia sapiens” sulle altre specie) che sacralizzano gli animali sovradeterminandoli. E poi le sacerdotesse della “body positivity” meno concilianti, i cancellatori del passato classico e recente». Di qui in Scozia, secondo il recente “Hate Crime Act”, chiunque affermi che i sessi siano soltanto due viene accusato di misgendering con conseguenze penali punibili persino con la reclusione.
In un clima di ipersuscettibilità ciascuno è libero di offendere con le parole e nel contempo ogni parola può però essere tacciata di violenza dal pulpito social e mainstream. Correttismo e cancel culture sono dunque una «macchina impazzita» che estrae frasi e discorsi dai rispettivi contesti ed epoche «per renderli corpi del reato», come ha scritto opportunamente il giornalista Davide Piacenza. Così per l’imperante correttismo linguistico è lecito imprecare e bestemmiare, ma non è ammissibile, per esempio, dire “padroni di cani” (sono amici a quattro zampe) e donna è una “persona che partorisce” (Lancet scrisse «corpo dotato di vagina»); meglio perciò utilizzare asterischi e schwa.
Se dunque il confine tra bene e male, giusto e ingiusto sfuma, «fare del bene è solo “un buon affare”», come s’è lasciato scappare un manager dell’Ikea a Davos. Di qui «l’etica normativa del politicamente corretto deregolamenta l’universale per il relativo ma, al contempo, si richiama all’etica teo-normativa delle religioni nel momento in cui paradossalmente detta regole che hanno pretese altrettanto universali e indiscusse».
L’ultimo retaggio del patriarcato e della “mascolinità tossica” è il “manspreading”, l’atteggiamento degli uomini di stare seduti con le gambe aperte quando si è in metro o in autobus. Questo comportamento denoterebbe, secondo le femministe, «la certezza maschile di poter occupare spazio nel mondo senza chiedere il permesso». Allo stesso modo il fatto che Adamo dia il nome a Eva «riduce la donna allo status di animale, a un’utilità funzionale in confronto all’uomo», per dirla con le interpretazioni irriverenti della Bibbia Queer.
Tutto politicamente corretto
Ci sono poi ancora lo spauracchio del sessismo e dell’«onnifascismo» da agitare all’occorrenza, per cui «per ogni cosa si grida al lupo fascista», sicché nulla finisce più davvero per essere pseudo tale. Nell’alveo dell’ideologia woke si ritrovano i fan dell’animalismo, della “body positivity” e del “self-tracking”, «il salutismo che misura tutto per mantenere una forma-modello»; i sostenitori della vittimocrazia, che vede ovunque solo “vittime”; i pionieri della cancel culture e dell’autocensura.
Relativamente alla sessualità, «il politicamente corretto eleva a feticcio una sessualità senza vincoli e per farlo la desimbolizza: il mistero viene sostituito con la libertà della libertà, quel “posso tutto” che distrugge la libido fino a incenerirla». «L’eros stesso è in agonia», per dirla parafrasando Byung-Chul Han. Si assiste così a un capovolgimento radicale di paradigma per il quale se «nei secoli cattolici la promiscuità sessuale era il male, ora la promiscuità queer è il bene», fino all’ultima tendenza di ipotizzare un «porno etico».
Per quanto rispetto alla fede cattolica l’autore scada in diversi pregiudizi che rivelano una conoscenza piùttosto superficiale della stessa, in specie in materia di dottrina, morale sessuale e storia della Chiesa (pone tra l’altro i «preti ultraortodossi» sullo stesso piano dei wokisti ed etichetta di fatto come “bigotti” i semplici credenti), Chetta denuncia l’ideologia woke dilagante quale sorta di “nuova religione” con grande onestà intellettuale, nella consapevolezza che «l’opera che ai woke riesce meglio è far credere che i woke non esistano».